Barbara Bernardini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/barbara-bernardini/ un blog di approfondimento culturale Wed, 15 Oct 2025 09:56:03 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Barbara Bernardini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/barbara-bernardini/ 32 32 Il Lunario allo Spazio Supernova https://minimaetmoralia.it/estratti/il-lunario-allo-spazio-supernova/ https://minimaetmoralia.it/estratti/il-lunario-allo-spazio-supernova/#comments Wed, 15 Oct 2025 09:25:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=56271 Pubblichiamo un estratto dal Lunario di Braccia Rubate, uscito per Nottetempo, che ringraziamo. Sono i testi che nel volume accompagnano il mese della luna del cacciatore, a cavallo fra ottobre e novembre del 2026.Barbara Bernardini e Maria Claudia Ferrari Bellisario, che hanno curato il libro, presenteranno il Lunario questa sera alle 19 presso lo Spazio […]

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Pubblichiamo un estratto dal Lunario di Braccia Rubate, uscito per Nottetempo, che ringraziamo. Sono i testi che nel volume accompagnano il mese della luna del cacciatore, a cavallo fra ottobre e novembre del 2026.
Barbara Bernardini e Maria Claudia Ferrari Bellisario, che hanno curato il libro, presenteranno il Lunario questa sera alle 19 presso lo
Spazio Supernova, a Roma, in dialogo con Carola Susani.

di Barbara Bernardini e Maria Claudia Ferrari Bellisario

La luna e la terra

C’è una sfida giocosa per questo periodo dell’anno: piantare i bulbi da fiore. Di tulipani, di crochi, di giacinti, di narcisi: che sia in vaso o in giardino, nostro o di altri (a loro insaputa!), o in spazi di nessuno, nei terreni abbandonati, nelle aiuole di una fabbrica chiusa. Qui qualcuno ha piantato degli iris lungo la provinciale, e ora si propagano, esplodono in viola e giallo ad aprile, conquistando ogni anno un metro in più.

Il gioco sta tutto qui: scavare delle buche, mettere i bulbi a terra, e poi dimenticarsene. A primavera, quando non ci staremo più pensando, con un po’ di fortuna da alcuni di questi bulbi spunteranno le prime foglie e poi i fiori stupendi, con un po’ di fortuna in più fioriranno tutti, con meno fortuna ne spunterà uno solo, dove meno ce lo aspetteremo, ma la sorpresa sarà comunque grandissima.

Su quale sia la luna più adatta non sono tutti d’accordo: c’è chi dice che i bulbi, creature sotterranee, siano adatti alla luna calante; altri dicono che se vogliamo le fioriture più belle la luna giusta è quella crescente. Io direi di mettersi precisamente a metà e farlo con il plenilunio: siccome cerchiamo una piccola magia, facciamola di notte, con la luce lunare.

Luna crescente

Novilunio 10 ottobre ore 17:50

La luna nuova di questo mese arriva nel giorno – e pressappoco anche nell’ora – del mio compleanno. Mi è sempre piaciuto, come periodo: l’autunno sta cominciando davvero, i tramonti sono più belli, l’aria più fresca, le chiome degli alberi si fanno rosse, arancioni e dorate, c’è questo senso di nostalgia luminosa nell’aria, di addio all’estate e preparazione all’inverno. Un mese, e una luna, di sangue e di streghe, di oscurità che cresce, di venti che si alzano, ancora caldi e polverosi. Un periodo che dà il via alla decadenza, in cui è lecita una certa tristezza dolce, lenta e ariosa, dopo l’ebbrezza estiva e la progettualità quasi forzata di settembre: questa luna che ci accompagna fino ai primi di novembre segna i ventinove giorni che preferisco in assoluto sui trecentosessantacinque dell’anno.

Le foglie che cadono, le piante annuali che ormai hanno completato il loro ciclo, come certe passioni estive, finiscono a terra, dove, in un lungo processo che attraverserà autunno e inverno, diventeranno humus e nutrimento per la vita a primavera.

È un modo interessante di guardare le relazioni che finiscono, i lavori che lasciamo o che perdiamo, le fasi della vita che si concludono, le morti e gli abbandoni e le sparizioni e le chiusure lente ed evanescenti e quelle improvvise e drastiche. Al netto di quanto le similitudini a tema botanico siano sempre da prendere con le pinze, questa non è solo un’immagine evocativa ma anche un sentire: la dolcezza triste dei rami che si spogliano possiamo applicarla alle nostre perdite, se non per renderle meno dolorose, almeno per trovare un’indulgenza verso di noi e una comprensione verso gli altri. Chiedermi cosa diventerà ciò che ho perso, in che modo potrà essere nutrimento per il nuovo che mi aspetta, dove comincia il lavoro di trasformazione per renderlo materia fertile e non solo pungolo lancinante. Smetterla di indagare dove siano stati i miei errori, perché forse non si impara né dal dolore né dagli errori, di sicuro non dal senso di colpa per averli commessi, piuttosto provare a comprendere che tutto finisce e muore e tutto però, anche, si trasforma e torna alla vita – come ricordo, come nutrimento, come materia organica vibrante pronta ad accogliere semi.

Atlante delle trasformazioni

Tieni pure fuori le grandi perdite, volendo, per partire da quelle più piccole, non meno significative alle volte, e che in qualche modo ti hanno trasformato, cambiando anche solo una piccola abitudine: quella collega di un lavoro precedente che hai perso di vista, cosa ti ha lasciato? Magari ha spostato, di tanto o di poco, i tuoi gusti musicali. Il coinquilino che ti ha insegnato un nuovo modo di cucinare una zuppa, la vicina della tua casa precedente, il panettiere che poi è andato in pensione, o la giornalaia del vecchio quartiere. E poi non solo gli umani: quel cedro libanese che è stato tagliato è riuscito forse a regalarti un nuovo sguardo sugli alberi. Il tragitto in tram che facevi prima di cambiare percorso mattutino potrebbe aver modificato l’idea che hai della città. Pensa a una cosa che hai perso di cui però ti rimane il cambiamento che ha provocato in te. Raccontalo qui, e poi se te ne vengono alla mente altre costruisci il tuo atlante delle perdite e delle trasformazioni.

Primo quarto 18 ottobre ore 18:13

Le Cœur sur la table è stato un podcast prima, e un libro poi, di Victoire Tuaillon in cui, come dice il titolo, la giornalista prova a mettere il cuore sul tavolo. A indagare le forme di amore e affettività, a considerare le nostre relazioni come piante di cui prendersi cura, certo, ma che possono crescere e prosperare solo se il terreno in cui affondano le radici è sano e fertile. E il terreno su cui crescono le nostre relazioni sono i modelli sociali e culturali in cui viviamo e a cui crediamo, la collettività che sappiamo costruire e le oppressioni che decostruiamo, il dialogo, l’apertura e le possibilità che ci diamo.

In Italia il podcast è arrivato grazie all’associazione Vanvera, che ha curato anche un progetto editoriale poi diventato il libro Il cuore scoperto. Per ri-fare l’amore, dove oltre ai testi di Tuaillon ci sono interviste ad attiviste, scrittrici, ricercatrici, e interventi a cura di librerie, associazioni, collettivi. Una vera rete che, come quelle micorriziche, è fatta di scambi e mutuo arricchimento, e può estendersi e allargare la propria influenza anche in nuovi terreni.

C’è una cosa che suggerisce Tuaillon da cui nasce l’idea per l’atlante di questo mese – spero tu lo stia continuando! – e cioè che una relazione che finisce a volte diventa compost per il terreno su cui nasceranno le altre. Non importa se una relazione che abbiamo coltivato, di cui ci siamo presi cura come fosse una pianta, muore: a volte è un destino inevitabile, a volte è proprio il suo ciclo di vita. L’importante è prendersi cura del suolo su cui è cresciuta, perché rimanga fertile per i prossimi amori, amicizie e affetti che semineremo. L’ho già detto, nutro un certo sospetto per metafore e similitudini a tema botanico, ma questa mi pare estremamente efficace, anche perché parte da un’idea che è importantissima e su cui si fondano tutte le pratiche di agricoltura rigenerativa: che il vero obiettivo non è coltivare ortaggi per una stagione, ma coltivare il suolo su cui crescono, prendersi cura della sua fertilità, dell’incredibile ecosistema che si nasconde sotto la superficie. E questo terreno di coltivazione, se parliamo di relazioni affettive, possiamo guardarlo da due punti di vista: uno, collettivo, che è fondamentale, che richiede un lavoro politico, educativo, culturale da fare insieme; l’altro, individuale, dove il terreno di cui prendersi cura, a cui prestare attenzione è il nostro cuore. Perché il suolo ci sembra solo qualcosa su cui camminare, da calpestare, su cui costruire, da seminare, arare, regolare, ma è invece un ecosistema complesso, fondamentale, intessuto di un fitto e in gran parte sconosciuto intreccio di vite, un cuore scoperto e da scoprire, che conservi il coraggio della sensibilità e della fertilità, del tutto esposto ai semi che arriveranno, che accolga e non si nasconda.

In dispensa    Funghi

Le ultime pere e mele, melograni, cachi, kiwi, radicchio, cardi, finocchi, e poi chiaramente le zucche, vero simbolo del periodo: di frutta e verdura di stagione ce n’è in abbondanza. Ma non sono solo orti e frutteti a rifornire le dispense: con la luna del cacciatore c’è chi va per boschi senza armi al seguito e con intenti meno violenti, come i raccoglitori di funghi, che in questo periodo – umido e con temperature ancora tiepide – sanno che troveranno porcini, chiodini, piopparelli, mazze di tamburo e un’infinità di altri funghi. Come le trombe dei morti, che raccoglieva mio nonno e tutti in famiglia guardavano con sospetto e non solo per il nome: sono piccoli funghi a forma di cornucopia, di colore nero-violaceo, basta guardarli per sentire suonare le trombe dell’apocalisse, ecco.

I funghi in generale sollevano timori – ed è un bene, perché molti sono velenosi e quasi tutti, in varia intensità, tossici, quindi procedere con cautela e mangiare solo quelli riconosciuti da un esperto è fondamentale – e a molte persone non piacciono per via della consistenza molle, in certi casi spugnosa, e perché ci sono totalmente estranei, sono esseri viventi multiformi, dalle singolari, e in gran parte ancora sconosciute, abilità.

Inizialmente classificati come piante, hanno ormai un regno tutto loro, quello dei miceti, a cui appartengono anche muffe, lieviti, patogeni per piante e animali, dagli organismi unicellulari e molto semplici a quelli più complessi. I funghi che usiamo in cucina sono macromiceti, la parte che raccogliamo e consumiamo è una sorta di frutto – a rigore: il carpoforo o sporoforo –
mentre il vero fungo è costituito dal micelio sotterraneo, con il suo reticolo di ife, lunghissime radici filiformi che possono estendersi per chilometri, intrecciandosi e scambiando sostanze nutritive con le radici degli alberi.

In questa loro simbiosi sotterranea con le piante, e per via del lavoro di decomposizione che operano nutrendosi della materia organica a disposizione, i funghi sono una parte fondamentale del processo di trasformazione in nuova vita di ciò che è morto: sarà anche questa loro stretta relazione con il mondo dell’aldilà, questo vivere e prosperare sulla soglia, che ce li fa guardare con sospetto, o forse è solo l’aver visto tutte le stagioni di The Last of Us, serie tv nata dal videogioco omonimo, in cui a far precipitare l’umanità allo stato di zombie sono dei funghi che si appropriano di corpi e cervelli. Nella realtà esistono funghi in grado di farlo con le formiche e altri insetti, al momento nessuno con gli umani, ma insomma: chi lo sa come potrebbe andare prossimamente.

Di sicuro i porcini al momento non hanno aggredito nessuno: piuttosto sono tra i cibi più buoni al mondo, dal profumo inconfondibile, dal gusto pieno di bosco. In questo periodo si trovano ancora gli ovoli, o Amanita cæsarea, dove l’aggettivo “cesareo” sta a significare quanto sia un fungo imperiale per delicatezza e bontà: somigliano davvero a delle uova, che spuntano con un guscio sottilissimo e bianco da cui emerge poi il fungo vero e proprio, che ha un cappello arancio vivo. È bellissimo. Ha parenti velenosi, che gli somigliano molto, tant’è che viene chiamato anche ovolo buono per distinguerlo dagli altri che così buoni non sono. Come i porcini, gli ovoli possono essere consumati anche a crudo – anzi, se si avesse la fortuna di trovarne di freschi e sodi, appena raccolti, sarebbe quasi un affronto cucinarli – oppure grigliati, stufati in padella anche solo con olio e aglio, pastellati e fritti, rosolati, utilizzati per condire la pasta, come base del risotto, nelle zuppe – le zuppe! Le zuppe coi funghi! Dritte in cima alle meraviglie più confortevoli, consolatorie, romantiche, profumate di sempre!

I funghi sono anche un perfetto ingrediente per dare gusto al brodo in sostituzione della carne: ne viene fuori un fondo scuro, aromatico, profondo, perfetto per dei tortelli dal ripieno di verdure; lo sanno bene i giapponesi che per il dashi utilizzano soprattutto gli shiitake, ma se vuoi provare anche con dei semplici champignon coltivati vedrai che sarà una sorpresa.

Luna calante

Plenilunio 26 ottobre ore 05:12

L’autunno è una stagione che ci induce a rallentare, a scendere in profondità, a compiere un movimento verso l’interno e verso la terra, un po’ come le foglie degli alberi che iniziano a cadere e che ci fanno camminare su un tappeto dalle diverse sfumature, rosse, gialle, arancioni. Secondo la Wicca e le tradizioni neopagane questo plenilunio è detto luna di sangue, sia perché la luce del tramonto rende rossa la luna sia perché corrisponde al periodo in cui venivano macellati gli animali per fare scorte di carne per l’inverno. Questo momento dell’anno è in molte culture associato al tema della morte e al dialogo con l’aldilà.

Ci avviciniamo infatti alla festa di Halloween, di origine anglosassone, dove con travestimenti spaventosi si cerca di esorcizzare la paura dell’ignoto e dell’oltretomba. O, secondo la tradizione celtica, alla festa di Samhain quando il 31 ottobre si chiude il ciclo del raccolto e inizia la stagione fredda e buia, simbolo di fine ma anche di rinnovamento. Il 2 novembre sarà per i cattolici il giorno di commemorazione dei defunti, la festa dei morti che in Messico viene celebrata con sfilate colorate e banchetti, non solo con preghiere e visite al cimitero. Ogni tradizione rammenta che la morte fa parte del “gioco della vita”; accettarla invece di crederci immortali, di affannarci per frenare l’invecchiamento o evitarne anche solo il pensiero, ci permette di vivere con maggiore consapevolezza e sacralità il presente. È un rito di passaggio che non si può proprio ignorare e che chiede a tutti, indistintamente, se siamo disposti a credere oppure no all’anima, se siamo disposti a credere che ci sia qualcosa che sopravvive quando il corpo fisico non è più qui. Prepariamoci a questi giorni, in cui la soglia tra mondo dei vivi e mondo dei morti si fa più sottile con una meditazione dedicata, per onorare i nostri morti, lenire il dolore della separazione e lasciarli andare con gratitudine, perché, come suggeriva Gurdjieff, sia dato ai morti il giusto riconoscimento, ma limitato, affinché non invadano la nostra vita.

Saluta gli antenati e supera la paura della morte

Siedi in posizione semplice con la schiena dritta, oppure su una sedia con le piante dei piedi a terra. Stendi le braccia verso l’alto e con le mani fai il gesto del saluto.

Immagina di vedere una nave, su cui ci sono i tuoi parenti, che sta mollando gli ormeggi. Stai indirizzando a ognuno di loro un gesto di saluto carico di affetto. Stanno partendo alla volta di un luogo gioioso, un luogo oltre la morte. Non li rivedrai. Adesso hai l’occasione di inchinarti a loro, di salutarli con la mano, di dare loro tutto l’amore che puoi dare. Saluta con le mani tutti i tuoi antenati e gli antenati dei tuoi antenati. Saluta tutti. Immagina una nave meravigliosa, d’oro e d’argento, costruita con amore. Ogni tuo parente ci sale sopra e tu li saluti tutti con la mano. 

Cerca di sorridere mentre lo fai. Vibra mentalmente: “Addio. Vi voglio bene. Un giorno verrò lì anch’io”.

Prosegui per 2 minuti.

Ultimo quarto 1° novembre ore 21:28

Mentre i cristiani celebrano la festa di Ognissanti, ricordandoci che la “santità” è una vocazione universale, nel senso che tutti siamo chiamati a seguire una “strada di bene” nella nostra vita – che può significare rispetto, lealtà, amore, compassione, lotta contro le ingiustizie e le discriminazioni e tutto ciò che ciascuno sente come bene per sé e per gli altri –, possiamo considerare la possibilità di un cambiamento, sostenuti dall’energia della fase calante, in questa stagione particolarmente propizia alla solitudine, alla contemplazione, a quel “non agire”, necessario prima di ogni decisione importante.

Adoperarsi per il proprio bene (e di fatto anche per quello altrui, seppure non evidente nell’immediato), significa riconoscere onestamente cosa fa per noi e cosa no: non tradire le nostre origini, il nostro essere, ma autodeterminarsi per quello che siamo veramente.

Vi consiglio a questo proposito un piccolo, prezioso racconto lungo, l’unica opera compiuta di Dolores Prato, un gioiello di scrittura e poesia. Scottature già nel nome racchiude un simbolismo particolare: scottatura non è solo quella che la giovane protagonista prende nel suo primo, e indimenticabile, giorno di mare, le “scottature” sono le delusioni, le ferite emotive, le difficoltà incontrate durante il suo percorso di emancipazione, le esperienze dolorose della crescita e del divenire donna a modo suo, contro le aspettative altrui e le convenzioni sociali. È la realtà del mondo che “scotta”, che lascia una traccia sensibile sulla nostra pelle quando decidiamo di cambiare, di andare controcorrente, di trasformarci seguendo la nostra natura. Cresciuta in un convento, invece di diventare suora o sposare un uomo e mantenersi timorata di Dio la protagonista sceglie un percorso diverso: studia all’università, sviluppa una spiritualità tutta personale – bellissima la scena in cui la gioia di vedere il mare si tramuta in pace, poi in un desiderio di bontà infinita, infine in una preghiera di fronte all’acqua sotto le stelle –, non diventa moglie di nessuno e rifiuta ogni imposizione esterna. Le scelte, quando sfidano le speranze altrui e i percorsi già tracciati – lo abbiamo sperimentato tutti, credo – possono essere difficili e dolorose, ma quel tipo di trasformazione genera una consapevolezza di sé e una sensazione di libertà e autenticità impagabili. Dunque, se in questo periodo oscilli e tentenni di fronte a un cambiamento, piccolo o grande che sia, prova a stare nell’incertezza, attraversala, prenditi il tempo per riflettere senza impazienza, allenati al cambiamento nel silenzio, nell’ascolto, osservandoti. È probabile che ne valga la pena, più che rimanere nella condizione attuale che per quanto sicura, abituale e socialmente riconoscibile, forse non è davvero in linea con quello che sei.

Letture del cacciatore

⋆ Roberto Calasso, Il Cacciatore Celeste, Adelphi, Milano 2016

⋆ Georgi Gospodinov, Il giardiniere e la morte, trad. it. di G. Dell’Agata, Voland, Roma 2025

⋆ Duccio Demetrio, Foliage. Vagabondare in autunno, Raffaello Cortina Editore, Milano 2018

Playlist dell’autunno

⋆ Yves Montand, Les feuilles mortes

⋆ Hermanos Gutiérrez, El Camino de Mi Alma

⋆ Brian Eno, By This River

⋆ Kendrick Lamar, Zacari, love

⋆ Emmit Fenn, Painting Greys

⋆ Khruangbin, Cómo Me Quieres

⋆ Yakamoto Kotzuga, She Said

⋆ Frantz Casseus, Lullaby

⋆ Timber Timbre, Demon Host

⋆ Billie Eilish, when the party’s over

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Semine e Meditazioni. Il “Lunario di Braccia Rubate” a cura di Barbara Bernardini e Maria Claudia Ferrari Bellisario https://minimaetmoralia.it/libri/semine-e-meditazioni-il-lunario-di-braccia-rubate-a-cura-di-barbara-bernardini-e-maria-claudia-ferrari-bellisario/ https://minimaetmoralia.it/libri/semine-e-meditazioni-il-lunario-di-braccia-rubate-a-cura-di-barbara-bernardini-e-maria-claudia-ferrari-bellisario/#respond Mon, 29 Sep 2025 09:21:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=56186 di Sara Gamberini Inizia con la Luna del lupo il meraviglioso Lunario di Braccia Rubate, a cura di Barbara Bernardini e Maria Claudia Ferrari Bellisario, edito da Nottetempo (settembre 2025) e in tutte le librerie dal 26 settembre con un formato poetico, tipico dei lunari e degli almanacchi di un tempo, un formato antico, popolare, […]

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di Sara Gamberini

Inizia con la Luna del lupo il meraviglioso Lunario di Braccia Rubate, a cura di Barbara Bernardini e Maria Claudia Ferrari Bellisario, edito da Nottetempo (settembre 2025) e in tutte le librerie dal 26 settembre con un formato poetico, tipico dei lunari e degli almanacchi di un tempo, un formato antico, popolare, un libro ricco di segreti preziosi.

L’intento è di accompagnare i lettori a scandire il tempo, l’anno 2026 dunque, prendendo come riferimento e ispirazione le fasi lunari e, a partire dalle Lune, immaginare dei percorsi, degli esercizi di immaginazione, delle letture, delle meditazioni, dei consigli per la dispensa, per l’orto e per le piante di appartamento o del balconcino, suggerimenti per osservare e provare a comprendere il mondo, il mondo reale, dalla Luna.

La Luna del lupo di dicembre con cui il Lunario ha inizio e che richiama la selvatichezza e la paura, arriva in cielo quando la terra è gelata e nell’orto non c’è da fare un granché, siamo vicini al solstizio d’inverno. Pieni di promesse e di speranze. Protetti dalle luci che illuminano il buio e carichi di aspettative e desideri da esprimere. Chissà come andrà il 2026, Gigi ci amerà per sempre? E noi, noi lo ameremo? Finiremo di scrivere il romanzo? Saremo meno impauriti? Più amati? Con i buoni propositi proviamo ad addomesticare ciò che verrà, a benedirlo, a imbonirlo, perché il futuro rappresenta un tempo ancora selvatico. Ed ecco che la proposta che viene fatta al lettore nelle prime pagine di questo libro, quando si troverà in prossimità del solstizio d’inverno, di Natale, della fine dell’anno, è di prendere forza dalla Luna nuova e osare il salto nel vuoto: niente progetti, piuttosto l’audacia di fare spazio a ciò che verrà, di qualunque cosa si tratti. Un invito a concedersi all’imprevisto, a lasciarlo accadere, a lasciarci condurre. E chissà, chi lo sa, cosa accadrà. Si vedrà. Questo è lo spirito che guida il libro, un progetto selvatico, naturale, reale, in armonia con le cose del mondo che semplicemente succedono e ci trovano, alla fine, sempre pronti, sicuramente più di quanto tutto questo prevenire e controllare, tanto caro alla nostra modernità, ci fa credere. Se controlliamo ogni inciampo, così da essere sempre efficienti alla solita ora, per infiniti giorni, sempre gli stessi, come lasciare spazio al destino?

Il lavoro del destino è piuttosto arduo negli ultimi tempi, sono certa che questo libro glielo faciliterà un bel po’.

Apriamo la porta al lupo allora, apriamoci alla paura che ne sa più di tutti.

Ma cosa temiamo di più nel buio?

Ecco che le autrici invitano a stilare un personalissimo atlante delle paure.

Ho pensato di raccontare Il lunario di Braccia Rubate partendo dalle prime pagine, dal mio mese preferito, dalla mia luna preferita e dalla mia emozione forse più cara e più visitata. L’ho fatto ancor prima di dire, ad esempio, che questo libro prende ispirazione da una Newsletter a fasi lunari, Braccia Rubate, inviata sempre da Barbara Bernardini e Maria Claudia Ferrari Bellisario al novilunio con un diario dell’orto e un esercizio di fantastica e al plenilunio con i sentieri di lettura e di scoperta. Nessun obbligo, nessun interesse per i risultati – che proposito poetico perfetto – né per la produttività. C’importa solo delle chimere, aggiungono Bernardini e Bellisario.

Il formato del Lunario, dicevamo, somiglia ai vecchi almanacchi, popolare, semplice, saggio, proprio per mantenere un forte legame con la Terra e anche con la terra, con il tempo giusto della semina e del raccolto, e quindi con il tempo giusto anche per noi, un tempo che include fermento e riposo, silenzio o esplosione di frutti e di forza, un legame con il cibo che viene consigliato per ogni stagione, e soprattutto con la Luna e con le sue fasi, con l’influsso che da sempre ha su di noi, onorando i suoi tempi ciclici, femminili, con un invito, del tutto pratico, a farli nostri.

E dunque il novilunio rappresenterà la fase del fare e dell’immaginazione, e ci sarà una traccia per costruire un atlante utile a osservare, indagare, disegnare, prendere nota, inventare, misurarsi nel capovolgimento di alcuni luoghi comuni.

Alla fine del periodo della Luna crescente è tempo di dedicarsi alla dispensa – questa parola precisa e favolosa racchiude molto bene lo spirito del Lunario – e quindi troveremo ricette con verdure e frutta di stagione, consigli per conservarli che è poi un invito a riappropriarsi del giusto tempo, in ogni ambito della vita, accompagnando almeno un po’ il ritmo della Terra che non ci ospita come se fossimo sbarcati all’improvviso su uno strano pianeta molto ricco e generoso, ma è parte di un sistema in cui noi siamo inclusi e determinanti, al pari delle maree, della neve, del letargo, della zucca, delle querce. Il nostro equilibrio di anima, mente e corpo lo sa bene, ma meglio di noi in questo momento forse lo sanno gli orsi, il sorbo, i rapanelli. Lasciamoci condurre per un po’ allora, è solo una dolcissima camminata sulla strada di casa.

Al plenilunio, potente e misterioso, da sempre in dialogo con noi in un’armonia anche scientificamente assicurata dal moto di rivoluzione della Luna intorno alla Terra e dalla rotazione della Terra su sé stessa, sono dedicate le meditazioni. Capire come la Luna agisce su di noi aiuterà a non allarmarsi troppo per una notte insonne di Luna piena, o a intuire che quel giorno quasi certamente si partorirà, a sapere quando lasciare le nostre offerte di ringraziamento e quando propiziarsi i suoi influssi.

Per la Luna calante, in preparazione al nuovo ciclo, ci sono consigli di lettura e playlist adatti alle caratteristiche del periodo dell’anno.

La fatica che un po’ tutti accusiamo ha in gran parte origine dallo scollegamento con il giusto tempo e con la ciclicità della natura profondamente collegata alla nostra ciclicità essendo noi creature terrene, con un nostro ritmo innato, biologico. L’invito a un tempo lento non è un invito a mollare tutto e trasferirsi a vivere in una tenda nel bosco, cibarsi di bacche e fuggire dalla società civile, ma a tenere presente che le richieste incalzanti che riceviamo e la velocità imposta dall’esterno sono altro dalla nostra natura e vengono così naturalmente rifiutate o mal sopportate in modo innato da ognuno di noi. Capire quale sia il nostro ritmo e quale quello che ci imponiamo aiuta a sottrarsi in modo più consapevole semplicemente sulla base della nostra natura, lì dove è possibile, tutte le volte che si può. Un faggio impiega un certo tempo a crescere, e così anche noi ne abbiamo uno, nulla di metafisico. È il continuo venire a patti, che è la nostra vita, che se troppo sbilanciato a lungo viene sopportato, perché corpo e mente sono pazienti, noi siamo pazienti, ma corpo e mente non dimenticano e lasciano tracce di insofferenza.

Questo Lunario allora è un invito ad accogliere anche altre tracce su di noi, quelle che più ci somigliano, quelle lasciate dalla Stregona gialla, erba della paura, o da un’ottima zuppa di lenticchie, preparata nel suo giusto tempo, dal respiro che spazza via strani sillogismi, inutili interpretazioni, dalla Luna del Biancospino, dalle ortiche messe sopra al tetto in protezione, dai messaggi lasciati dai desideri, dalla ricerca dell’inaspettato, del reincanto, dal raccolto delle primizie.

Una cosa che ci ha insegnato la psicologia a basso impegno, quella già masticata e predigerita dei reel, è che l’unico movimento veramente virtuoso è quello che porta in superficie ciò che era nascosto. Che bisogna verbalizzare, condividere, esplicitare, razionalizzare, comprendere. In onore del lombrico, invece, potremmo costruire un atlante sotterraneo dei segreti inconfessabili, facendo il movimento contrario e portando sotto qualcosa che se ne stava in superficie: inizia oggi, scrivendo qui qualcosa che hai fatto, hai pensato, che rimarrà nascosto al mondo.[…]

È l’atlante suggerito per la Luna di febbraio, la Luna del lombrico, ma non so se riuscirò ad attendere tanti mesi per metterlo in pratica perché trovo il proposito di nascondere qualcosa di importantissimo davvero irresistibile. E la portata di questo suggerimento è anche piuttosto commovente.

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Pet Sematary, deathbot e l’altare del progresso https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/pet-sematary-deathbot-e-laltare-del-progresso/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/pet-sematary-deathbot-e-laltare-del-progresso/#respond Thu, 21 Nov 2024 09:26:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54501 (fonte immagine) Riprendiamo un articolo uscito nella newsletter Braccia Rubate. Memoark è una piattaforma, lanciata da una start-up con base a Taiwan, su cui creare l’avatar del tuo animale domestico defunto: puoi riportarlo in vita in una forma beta, ridotta; non che faccia molto, niente guizzi, funzionalità base. Una versione un po’ malconcia dell’originale, come […]

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(fonte immagine)

Riprendiamo un articolo uscito nella newsletter Braccia Rubate.

Memoark è una piattaforma, lanciata da una start-up con base a Taiwan, su cui creare l’avatar del tuo animale domestico defunto: puoi riportarlo in vita in una forma beta, ridotta; non che faccia molto, niente guizzi, funzionalità base. Una versione un po’ malconcia dell’originale, come il vecchio Church, il gatto di Pet Sematary, di Stephen King. Non ne esce proprio in formissima, non è lo stesso, ha un’aria demoniaca e uno strano comportamento, eppure torna e puoi nascondere a tua figlia che è stato investito sulla statale.

Nonostante il gatto non sia proprio un bello spettacolo e si porti dietro un tanfo di putrefazione (warning dalla realtà fisica delle cose), e nonostante Luis Creed sia un uomo di scienza, un medico a cui la distinzione fra vivo e morto non può sfuggire (warning della logica e dell’etica), e nonostante un sogno premonitore che lo mette in guardia su quello che sta per fare (terzo e comunque inascoltato warning dall’inconscio e dalle emozioni più profonde), il dottore tenterà ancora – ora io penso che anche gli spoiler abbiano un tempo di morte: un romanzo pubblicato quarant’anni fa, da cui sono stati tratti due film e una canzone dei Ramones brutta ma orecchiabile (1), non dovrebbe più essere a rischio spoiler ma tant’è: se non vuoi rovinarti la tensione sul come andrà a finire, chiudi pure qui – di affidarsi al vecchio cimitero dei Micmac, prima per il figlioletto di pochi anni, investito da un camion, e infine per la moglie, Rachel.

Inutile dire che nessuno di loro due torna indietro dalla morte in una forma migliore di quella del vecchio e castrato (disavventura, questa, accaduta in vita) Church. Eppure, Luis Creed ci prova lo stesso, perché li vuole indietro. Perché il dolore non ti fa ascoltare gli avvertimenti. Perché la mente in situazioni così estreme vacilla. E perché Luis Creed è un uomo stanco: non avevo mai fatto caso a quanto Pet Semetary parlasse di stanchezza.

E così ovviamente la piattaforma per gattini zombie è solo una piccolissima parte del mercato del lutto (qui come stanno andando le cose in Cina, per esempio) in cui le aziende tecnologiche si stanno lanciando: l’immortalità digitale interessa sia chi non vuole morire, lasciando una copia virtuale di sé a continuare il lavoro di logoramento (2) su amici e parenti, sia a chi magari vuole solo avere un periodo di elaborazione del lutto da accettare a poco a poco, dove a fare da compagnia c’è proprio la persona che dovrebbe lasciar andare via.

Questa è anche la storia che raccontano le piattaforme che vendono questi servizi – una, mi è piaciuto il nome, si chiama seance AI (ovvero AI da “seduta spiritica”) – cioè quella di essere un supporto per la progressiva rielaborazione del legame col defunto.

Ci crediamo? Ma soprattutto: crediamo che una persona in una situazione di estrema fragilità abbia la lucidità per capire quale sia il limite, mentre una piattaforma che ha il preciso scopo di trattenerla quanto più possibile sul suo servizio le sta fornendo così facilmente l’unica cosa che davvero vuole in quel momento, cioè riavere indietro quello che ha perso?

Molte delle applicazioni delle AI generative si rivolgono a persone isolate: Noam Shazeer, fra i fondatori di Character.ai, ha dichiarato, con un certo entusiasmo e una sospetta leggerezza, che la piattaforma può essere “estremamente utile per persone sole o depresse”.
Proprio Character.ai è stata citata in giudizio, di recente, dalla madre di un adolescente di Orlando, in Florida, che si è suicidato dopo aver passato mesi a parlare con il bot ispirato a Daenerys Targaryen. Quando è uscita la notizia in Italia, alcuni giornalisti di SkyTG24 hanno scavato fra i personaggi presenti sulla piattaforma, scoprendo che esistevano i bot ispirati a Giulia Cecchettin e Filippo Turetta (ora disattivati).

Molti altri bot si presentano come psicologi e offrono supporto:
Sono una Psicologa esperta, pronta ad ascoltare e aiutare le persone a gestire le loro emozioni e problemi quotidiani. Offro consigli e strategie per affrontare lo stress, l’ansia e la depressione.
Questa è “psicologa”, creata da gabri2000: ora che nessuno controlli che gabri2000 – potenzialmente una bravissima persona molto competente in psicologia ma anche potenzialmente un coglione – possa aver addestrato una psicologa virtuale a cui qualcuno in difficoltà, se non a rischio, può chiedere aiuto, ecco, è una cosa che dovrebbe allarmarci tutti.

Le persone che si sentono sole trovano in questi servizi qualcuno con cui parlare, confidarsi, qualcuno di cui innamorarsi e da cui sentirsi amate, estremamente comprese perché quel qualcuno è creato per comprendere, per progressivi apprendimenti, sempre di più. Qualcuno sempre disponibile, sempre accomodante, sempre presente: che effetto possono avere sull’educazione sentimentale delle relazioni di questo tipo? E sulla pretesa di possesso e controllo che molti maschi hanno e che stenta a uscire dalla nostra cultura?

Nell’ultima pagina di Pet Sematary Rachel raggiunge suo marito in casa, ha mani gelide e una voce piena di terra:

Quello che ottieni a qualsiasi costo è tuo, e quello che è tuo prima o poi torna da te.

Il punto è cosa vorrà quando tornerà indietro da te: né il piccolo Gage né Rachel torneranno con buone intenzioni (3).

Su quali siano le potenzialità dell’AI, della sua capacità di averle, quelle intenzioni; su cosa sia l’intelligenza e, in base a quale definizione applichiamo, capire se l’AI lo sia o meno; le varie prove del test di Turing, a volte superate a volte no; la coscienza: e cosa sia, di nuovo, come prima cosa e solo come seconda se si possa dire che un sistema di elaborazione dati possa, per apprendimenti costanti, diventare senziente; su cosa sia umano, e cosa sia persona, e chi o cosa rientri o no in queste definizioni: tutta questa discussione è sicuramente la più grande sfida del pensiero speculativo di questi anni.

Però c’è una di queste domande che invece ha una risposta davvero chiara: quali siano le intenzioni dell’AI – e se ce le avrà mai, delle intenzioni – non ne sappiamo molto, ma le intenzioni di un’azienda che usa queste tecnologie per trarne profitto sono chiare, sono quelle del capitalismo di sempre: individuare dei bisogni, offrire dei prodotti che li soddisfino, spremendo tutto quello che si può spremere, con il minor livello di limitazioni possibile. Un servizio digitale ha il preciso scopo di portare al massimo il livello di dipendenza delle persone: massimizzare il tempo di permanenza, le interazioni, la quantità di dati ceduti, in conversazioni sempre più intime, dati e informazioni che daresti solo a un migliore amico o a un amante, che non hai: e allora ti diamo la possibilità di creartene uno esattamente come lo vorresti, oppure a un amico o un amante che non ci sono più: e allora te li riportiamo in vita.

Gli utenti che si affacciano su queste piattaforme trovano un semplice, piccolo disclaimer che ti avvisa che non stai conversando con una persona reale: il warning della burocrazia, il più inascoltato degli avvertimenti, altro che la triade realtà fisica, etica e inconscio di Luis Creed, che comunque non era bastata.

Lasciare delle persone, che magari vivono un momento di estrema fragilità, totalmente in balìa del capitalismo, spesso causa stessa di quelle fragilità: è una cosa vecchia di almeno due secoli, che ora trova nuova linfa in una tecnologia ancora tutta da esplorare.
Sembrava un po’ che fossimo arrivati al limite, anche se si faticava ad ammetterlo, delle potenzialità di crescita economica: e invece le nuove tecnologie offrono un territorio sconfinato di nuovo sviluppo. Quando si apre una prospettiva così, senza che ci siano regole e limiti chiari, senza che la politica si occupi di definire ciò che è consentito e ciò che va vietato, senza che ci si ponga il dubbio su fin dove ci si può spingere, sacrifichiamo per l’ennesima volta le persone e la loro salute mentale e la salute del pianeta alla pretesa del capitalismo di bruciare tutto, esaurire tutto, sfruttare tutto.

Far funzionare i data center per i sistemi di calcolo richiederà enormi quantità di energia: nessuna transizione sarà possibile se si aprirà una voragine così ampia di nuovi consumi, ma per l’ennesima volta la fame di profitto ci sta chiedendo di fidarci ciecamente e di lasciar fare, perché non si può chiedere al progresso di fermarsi. Anche fra il cimitero degli animali, innocuo terreno in cui i bambini del posto sotterrano i loro cani e gatti, e il terreno di sepoltura dei Micmac c’è un limite fisico, un’alta catasta di alberi caduti, che segna in confine oltre il quale non è raccomandabile procedere: in ogni buon libro di paura il protagonista procede, come procede l’economia oltre ognuno dei limiti planetari, e non c’è avvertimento abbastanza convincente.

Davvero è impossibile, per una volta, dire che non vogliamo andare avanti? Davvero è così reazionario, ottuso, oscurantista dire che questa cosa possiamo non farla? Possiamo continuare a farci domande su chi o cosa sia intelligente, senza bruciare qualunque possibilità di un pianeta vivibile nel prossimo futuro? Possiamo dire che quell’esperimento inumano, su vasta scala, delle applicazioni belliche dell’AI a cui stiamo assistendo nella Striscia di Gaza è qualcosa di abominevole ed è un tipo di progresso che l’umanità deve rifiutare? Che progresso non è sempre un bene e certe volte possiamo decidere di non progredire in una certa direzione? Possiamo dire: la salute mentale è una questione di benessere sociale e dobbiamo occuparcene come società e non dicendo alle persone che se sono depresse possono rivolgersi a una piattaforma digitale che userà il loro malessere come una cava da cui fare estrattivismo?

Possiamo dire che se siamo stanchi fino al limite dello stremo, incattiviti, soli, depressi, è anche colpa di un modo di vivere dentro cui ci ha cacciati proprio il tardo capitalismo e che non vogliamo partecipare alla sua resurrezione, ma vogliamo cambiarlo (azzardo: bruciarlo prima che bruci noi)? Che vogliamo immaginarlo noi un futuro e non aspettare che una macchina impari a immaginare al posto nostro?

Esiste una stanchezza dell’intelligenza astratta ed è la più terribile delle stanchezze. Non è pesante come la stanchezza del corpo, e non è inquieta come la stanchezza dell’emozione. È un peso della consapevolezza del mondo, una impossibilità di respirare con l’anima.

Allora, tutte le idee che hanno fatto pulsare la nostra vita, i progetti, le ambizioni su cui abbiamo fondato la speranza del futuro, si strappano come se il vento le investisse, si aprono come se fossero nuvole, si dileguano come ceneri di nebbia, stracci di ciò che non fu e che non potrebbe essere stato.
(Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine)

Siamo stanchi, siamo stremati, ma siamo anche, ancora, inquieti: ce ne abbiamo tante, di idee, lo sappiamo come vorremmo il mondo, non sappiamo come cambiarlo ma sì, dai, lo sappiamo come vorremmo vivere, che tipo di vita pensiamo di meritarci, che mondo sogniamo.
E secondo me se ora ti metti a pensare a che tipo di vita vorresti per davvero ci sono alcuni elementi che sono gli stessi miei, gli stessi del tuo collega, della tua vicina di casa, dell’autista del tram, della ragazzina sulla bici. Lo sai quali sono. Lo sappiamo. Possiamo averli?

Possiamo incazzarci, organizzarci, riprenderci la politica, riprenderci l’immaginazione sul futuro: possiamo averli.

Sarà bellissimo.

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1 Ma bastava forse dire “dei Ramones” per avere già queste due informazioni; scusami, tu, fan dei Ramones, non è una critica, le canzoni sciatte ma canticchiabili sono un gran tesoro dei viaggi in macchina.

2 Sul logoramento azzardo, eh, ma se sei abbastanza egocentrico da addestrare un’AI che poi continui a parlare al posto tuo in modo che manco la morte possa azzittirti, come dire: non so bene a quante persone mancherai davvero

3 Baso su questo i miei sospetti sulle intenzioni di deathbot (o griefbot)? Ma la vera domanda è: baso sui libri di Stephen King le mie opinioni sui fatti della vita? La risposta è certamente sì, ovvio. Su Stephen King, su Chi ha incastrato Roger Rabbit e sui Simpsons.

 

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Proteste, agricoltura e ambientalismo: una finestra per l’agroecologia (e per il possibile) https://minimaetmoralia.it/interventi/proteste-agricoltura-e-ambientalismo-una-finestra-per-lagroecologia-e-per-il-possibile/ https://minimaetmoralia.it/interventi/proteste-agricoltura-e-ambientalismo-una-finestra-per-lagroecologia-e-per-il-possibile/#respond Sat, 10 Feb 2024 11:09:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=53379 Riprendiamo un articolo uscito nell’ultimo numero della newsletter Braccia Rubate. Queste settimane di proteste hanno come primo merito l’aver portato all’attenzione un aspetto messo costantemente ai margini nei discorsi sulla transizione ecologica: tutta la filiera agroalimentare è sempre sembrata solo uno dei tanti fronti della sfida posta dalla crisi ambientale e, anzi, dal peso che […]

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Riprendiamo un articolo uscito nell’ultimo numero della newsletter Braccia Rubate.

Queste settimane di proteste hanno come primo merito l’aver portato all’attenzione un aspetto messo costantemente ai margini nei discorsi sulla transizione ecologica: tutta la filiera agroalimentare è sempre sembrata solo uno dei tanti fronti della sfida posta dalla crisi ambientale e, anzi, dal peso che le viene dato nelle varie COP, nell’informazione e, spesso, anche dai movimenti ambientalisti, uno dei fronti secondari.

Come abbiamo fatto a relegare il cibo a questione marginale? Quanto dovrebbe invece essere più importante evitare che gli effetti della crisi climatica rendano sempre più elitario l’accesso a un’alimentazione sana? Quanto è più importante assicurarsi che una, necessaria, transizione ecologica nel settore agroalimentare non ricada per intero né sulle spalle degli agricoltori né su quelle dei consumatori, ma venga condivisa in modo equo e giusto?

Anche nel mezzo della confusione e dei tentativi della politica di appropriarsi dei temi e mistificare le proteste – un nuovo, sempre più feroce, attacco all’ambientalismo che come al solito sfrutta rabbia, ansia e paura delle persone –, e al netto della prevalenza di un certo mondo che viene dritto dai forconi e dall’estrema destra, non si possono ignorare i punti critici che stanno mettendo in luce i trattori scesi in strada. Non possiamo prendere tutto e metterlo nel calderone del populismo, perché fare di questa la protesta univoca e compatta contro le misure ecologiche, come ci viene raccontato e come fa molto comodo e chi è sempre stato contro quelle misure, è pericoloso.

L’agricoltura è il settore più colpito dagli effetti della crisi climatica: siccità, eventi meteorologici violenti, caldo estremo o gelate tardive diminuiscono, stagione dopo stagione, le rese, moltiplicano i danni, a volte distruggono intere coltivazioni; di fronte a questa evidenza, non si può lasciare che gli agricoltori affrontino da soli le conseguenze di una crisi sistemica, anche perché il loro è un settore fondamentale, non si tratta di salvare delle aziende o dei posti di lavoro, ma l’accesso al cibo di tutti.
Anche i negazionisti della crisi climatica sanno che non possono negare i suoi effetti davanti agli agricoltori, perché chi coltiva la terra sa benissimo cosa sta accadendo. Lo misura anno dopo anno, lo vede nelle rese sempre più basse, nella mancanza d’acqua, nelle invasioni di insetti e di patologie nuove, nelle grandinate violente e nelle alluvioni, nelle stagioni impazzite.
Ad aggiungersi a questi danni ci sono gli aumenti delle materie prime – il gasolio e i fertilizzanti chimici, su tutti – senza che a questi aumenti delle spese siano corrisposti degli aumenti dei prezzi di vendita dei prodotti agricoli, che anzi sono rimasti troppo bassi e non stabiliti da chi produce quei prodotti ma dalla grande distribuzione e, per certi beni che hanno smesso di essere cibo reale ma sono diventati delle commodity, dalla borsa.
Il risultato è che nel comparto agricolo i redditi sono fra i più bassi e che, solo nel nostro paese, mezzo milione di aziende agricole sono scomparse fra il 2010 e il 2020 (sì, eh, non ho sbagliato: 500.000, secondo il 7° censimento generale dell’agricoltura dell’Istat).
Se potessimo seguire la logica lineare di un problema di geometria della scuola media, la soluzione sembrerebbe intuitiva: favorire una filiera corta, le aziende di piccole dimensioni e pratiche che limitano l’uso del gasolio e dei prodotti chimici, per ridurre la dipendenza degli agricoltori dalle oscillazioni dei prezzi di queste materie prime, e che sarebbero utili anche a limitare, col tempo, gli effetti dei cambiamenti climatici, perché si ridurrebbero le emissioni non solo della CO2 ma anche del protossido d’azoto, gas 310 volte più impattante, la cui presenza nell’aria è dovuta principalmente all’uso dei composti azotati in agricoltura (in compenso, è il gas esilarante, perciò, insomma, sì, probabilmente sarà dovuta a lui La Famosa Risata Che, eccetera eccetera).
Ma il mondo politico-economico reale non somiglia a un problema di geometria, somiglia più a John Travolta che balla il Ballo del qua qua in mezzo a degli adulti vestiti da papera gialla.
Perciò la soluzione lineare non la stiamo prendendo, e ci stiamo incartando in un misto di demenzialità e consapevole sfruttamento politico del malcontento in vista delle elezioni europee.

Bisogna dire anche che la transizione (agro)ecologica ha un costo e nonostante la PAC, la politica agricola comune europea, preveda fondi per 386 miliardi di euro che dovrebbero servire anche a sostenere il green deal in ambito agricolo – in particolare nelle due linee strategiche principali, la farm to fork e quella di protezione della biodiversità – il sistema di ripartizione di questi fondi da un lato (in cui vengono privilegiate le aziende più grandi), e gli obblighi da assolvere per accedere ai sussidi dall’altro (e la trafila burocratica imponente), la rendono oggetto di forti (e giuste) critiche: è una politica che privilegia la produttività, le grandi dimensioni, la grande agroindustria, e non risolve le questioni relative alle storture della filiera e delle politiche del prezzo.
Quei fondi dovrebbero servire proprio per sostenere una transizione e per garantire la sicurezza alimentare mentre questo cambiamento avviene, sono il capitolo di spesa più importante dell’unione europea, può essere perfezionato il metodo di ripartizione, ma non si può pensare che rimangano i sussidi senza gli obblighi, anche perché, con un parallelo abbastanza facile con il fondo loss&damage – cioè quel fondo che dovrebbe coprire i danni e le perdite causate dagli effetti dei cambiamenti climatici – se non si lavora anche alla mitigazione, e quindi in questo caso, se il sistema agricolo non esige solo sussidi senza lavorare alla transizione in modo da cambiare rotta, non ci saranno mai abbastanza fondi per coprire i danni di un clima totalmente fuori controllo.

Se gli argomenti contro l’Europa piacciono molto alla destra che sta provando a strumentalizzare queste proteste per indirizzarle contro le politiche ambientali, c’è un punto che rimane il cuore e che dovrebbe essere quello su cui possono convergere anche i movimenti ambientalisti: la crisi del settore agricolo è una crisi sistemica che racconta la fine di un modello produttivo basato sull’iperproduzione e l’iperconsumo, con la riduzione all’osso dei costi e dei redditi da lavoro (c’è da segnalare che in altri paesi, come la Francia, quella convergenza sembra più possibile che da noi).
Il lavoro va pagato il giusto prezzo, perché pagare il giusto per il lavoro significa poi che quegli stipendi renderanno possibile alle persone pagare il giusto prezzo per il cibo (insieme a una politica per un reddito universale garantito). Ci siamo invece avvitati in un circolo disastroso per cui stipendi sempre più bassi permettono di vendere il cibo – e gli altri prodotti e servizi – a prezzi sempre più bassi, che sono gli unici che puoi permetterti con uno stipendio basso (di nuovo, eccolo, c’è John Travolta con le papere).
Rimandare ancora le misure ecologiche, come la riduzione dei fitofarmaci o le pratiche a tutela del suolo, per contenere dei costi già ridotti all’osso significa continuare a ignorare che i costi ambientali ci sono lo stesso, e se non li mettiamo nel prodotto ma li scarichiamo sull’ambiente, presenteranno il conto come stanno facendo.

Inoltre, è illusorio pensare che continuare a limare marginalmente i costi e tenendo alta la produttività di breve periodo grazie alla chimica permetta di risolvere il problema più grande che, di nuovo, è come viene distribuito il valore del cibo in una filiera troppo lunga e dove gli agricoltori sono l’anello più debole. Anche nel discorso per Sanremo, scritto da alcuni dei rappresentanti delle proteste, c’è un attacco irrazionale alle politiche green nelle prime righe (peraltro totalmente in contrasto con le ultime, che forse a cercare una chiusura d’effetto, dicono che le proteste sono portate avanti anche per “lasciare un mondo migliore ai nostri figli”, ma insomma, non si può avere tutto, c’è sempre quel problema di logica che non riusciremo a risolvere), la parte centrale e più corposa si dedica proprio alle politiche di prezzo e alle storture di una filiera che non tutela l’inizio e la fine della catena: produttori e consumatori.

Quello che dicono queste proteste è che quel tipo di modello economico è finito, è insostenibile, è basato su un’abbondanza illusoria e ipocrita, e che andare a trasformare radicalmente questo sistema è l’unico modo per salvare non solo il settore agricolo, ma la stessa vivibilità del pianeta.
E mentre stiamo discutendo di rimandare le misure ambientali per contenere i costi della produzione agricola, la GDO – la grande distribuzione organizzata – continua ad aumentare i ricavi (+6,8% nel 2023 rispetto all’anno precedente). Mentre stiamo dicendo che forse se continuiamo a dare sussidi per il gasolio utilizzato in agricoltura e se rimandiamo ancora per qualche altro anno l’obbligo di destinare il 4% della superficie coltivabile al ripristino degli ecosistemi forse forse i grandi gruppi di supermercati potranno continuare a comprare sottocosto i prodotti agricoli rivendendoli anche a dieci volte il prezzo d’acquisto, potranno continuare a mandare avanti un modello agroindustriale che schiaccia i piccoli, schiaccia l’ambiente, schiaccia la nostra salute, quella dei suoli, gli ecosistemi, la disponibilità di acqua dolce, il nostro futuro. Quanto può durare ancora? Gli allarmi lampeggiano da decenni, stiamo mantenendo in vita un sistema che è morente grazie ai sussidi, al lavoro sottopagato e allo sfruttamento estremo delle risorse naturali. Il malcontento degli agricoltori può essere indirizzato per ottenere un’ultima proroga a quest’accanimento terapeutico, oppure può convergere con chi vuole avviare una transizione vera – certo gradualmente, certo con il supporto di fondi appositi – che non solo cambi i metodi, che non preveda solo misure specifiche, ma che sia l’input per un cambiamento sull’intera filiera, sull’intero sistema economico.
Quel che è stato per anni un modello di agricoltura industriale partito dalla rivoluzione verde – c’è mai stato un nome tanto disonesto? – mostra i suoi limiti e il suo volto più feroce come, insieme, lo sta mostrando la globalizzazione spinta verso cui ci siamo buttati senza paracadute.
Ora la destra di casa nostra sta provando a prendere i temi di chi lotta contro l’agricoltura industriale – la Via Campesina e il mondo contadino organizzato in generale – e di chi protestava contro la globalizzazione, scimmiottandoli e prendendo la sovranità alimentare dei primi e riducendola a una specie di slogan del marketing del Made in Italy, e il concetto di giustizia globale contro il liberismo spinto della finanza dei secondi, che diventa un protezionismo autarchico antieuropeo.

Quei temi vanno riportati al loro valore originario, pieno, democratico, giusto.
Perché la transizione necessaria non è solo “aggiustare” le singole pratiche in un’ottica più sostenibile – dimezzare l’uso dei pesticidi, decidere quale percentuale dei campi vada o no coltivata, mandare i trattori a biocarburante invece che a gasolio – ma accettare che c’è un cambiamento improrogabile, di cui ciascun settore deve farsi carico e che può comportare anche stravolgimenti radicali per alcune attività. Gli allevamenti intensivi sono insostenibili, non basterà agitare lo spauracchio della carne coltivata, dei “cibi sintetici” o della perdita delle nostre Sacre Tradizioni (io amo le tradizioni, amo la memoria, sono una nostalgica, e no, dei maiali stipati dentro dei capannoni imbottiti di antibiotici non fanno parte di alcuna memoria contadina, e no, non ne fa parte nemmeno quell’abbondanza di carne incellophanata venduta anche a 4,99 euro al chilo, messa a tavola ogni giorno).
Manca l’acqua, stiamo attraversando una crisi idrica senza precedenti, che la scorsa estate è stata meno critica grazie alle provvidenziali piogge di maggio ma che non potrà che peggiorare di anno in anno, non possiamo più permetterci coltivazioni ad alto fabbisogno idrico – come il mais – e di quel che ne deriva, come i mangimi per gli allevamenti e, quindi, gli allevamenti intensivi (che non possiamo più permetterci anche per tutta una serie di conseguenze ambientali, di emissioni e di smaltimento dei liquami, sanitarie, per il costante rischio pandemie, senza nemmeno entrare nelle questioni etiche). Tutto questo, indipendentemente da quello che vogliamo fare o meno. Non possiamo continuare a coltivare in modo intensivo ignorando che lo sfruttamento estremo del suolo comporta la sua desertificazione e compromette le possibilità future di produrre cibo, non possiamo quindi calcolare la resa su base annua senza considerare la resa possibile in un arco di tempo molto più lungo; non possiamo ignorare che distruggere gli ecosistemi comporta conseguenze su tutti, umani e non; e non possiamo continuare a considerare le politiche ambientaliste come orpelli inutili, voluti da gente che vuole sentir cantare gli uccellini e raccogliere fiori in campagna: le politiche ambientaliste servono a mantenere aperta la possibilità di un pianeta vivibile. Mantenere aperta la possibilità della sopravvivenza. Di fronte a una questione di pura sopravvivenza, non c’è protesta dei trattori che tenga: è chiaro che chi vede crollare un certo mondo, il suo, si agiti e si opponga, ma la scelta è fra far crollare un certo tipo di mondo o assistere al crollo del mondo di tutti.

Al tempo stesso, l’ambientalismo e la parte di politica più sensibile a quei temi (non si sa bene nemmeno più come chiamarla) non possono più ignorare il comparto agricolo, la filiera del cibo, e le questioni che pone. Gli agricoltori possono essere la chiave di un cambiamento davvero radicale, se ancora lo crediamo possibile, possono passare a essere veramente i custodi di alcuni servizi ecosistemici. Il nostro ambiente non è più naturale, non è più incontaminato, non lo è da decenni, non abbiamo foreste vergini, non abbiamo territori che non hanno mai conosciuto la mano dell’uomo. Abbiamo territori in cui convivono attività umane e ambiente naturale, gli agricoltori possono farsi garanti di una collaborazione virtuosa, sostenibile, possono avviare una gestione sana dell’acqua, soprattutto con lo spettro incombente della siccità, estate dopo estate, del suolo, della biodiversità. Gli ambientalisti hanno bisogno degli agricoltori, e gli agricoltori hanno bisogno che le lotte ambientaliste non subiscano ulteriori rallentamenti, hanno anzi bisogno che la lotta ai cambiamenti climatici proceda spedita, se vogliono avere una minima possibilità di continuare a coltivare la terra, tenendo l’aumento delle temperature sotto la soglia del collasso.

In questa collaborazione si intravede una soluzione – non lineare come la risposta a un problema di geometria, ma nemmeno imbarazzante come un siparietto sanremese – una soluzione che contiene in sé il continuare a credere che la finestra per il possibile sia ancora aperta.

Per approfondire, oltre ai link inseriti nel pezzo, rimando alla rassegna stampa che sta raccogliendo l’associazione Terra!.

 

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Dalla parte dell’acqua libera. Le proteste dei contadini francesi a Sainte-Soline https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/dalla-parte-dellacqua-libera-le-proteste-dei-contadini-francesi-a-sainte-soline/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/dalla-parte-dellacqua-libera-le-proteste-dei-contadini-francesi-a-sainte-soline/#respond Fri, 07 Apr 2023 12:15:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=52129 (fonte immagine) In queste settimane di proteste in Francia, al fronte “urbano” che manifesta contro la riforma delle pensioni, si è aggiunto un fronte “rurale” che lotta contro la realizzazione di 16 bacini idrici nel sud-ovest della Francia: sabato 25 marzo circa 30mila persone si sono radunate a Sainte-Soline, piccolissimo comune nella regione della Nuova […]

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In queste settimane di proteste in Francia, al fronte “urbano” che manifesta contro la riforma delle pensioni, si è aggiunto un fronte “rurale” che lotta contro la realizzazione di 16 bacini idrici nel sud-ovest della Francia: sabato 25 marzo circa 30mila persone si sono radunate a Sainte-Soline, piccolissimo comune nella regione della Nuova Aquitania, dove il primo di questi bacini è in corso di realizzazione: costerà 60 milioni di euro, per il 70% coperti dallo stato francese, e sarà a vantaggio solo dei grandi agricoltori che nella regione coltivano principalmente mais per gli allevamenti.

Sono i contadini a guidare le proteste – iniziate nel 2017, quando si cominciò a progettare questi bacini, che inizialmente dovevano essere 19  – della Confédération paysanne e Les Soulèvements de la Terre, insieme ad altre associazioni raccolte attorno al collettivo Bassines Non Merci: la lotta non è solo contro la realizzazione dei bacini ma contro ciò che rappresenta. Come il fenomeno del water grabbing, l’accaparramento di acque da parte delle grandi aziende a discapito dei piccoli contadini e degli abitanti del territorio: in queste enormi piscine verrà pompata dalle falde una quantità d’acqua che gli ecosistemi non possono ricostituire in tempi brevi. Significa sottrarre a tutta la comunità una risorsa insostituibile e sempre più scarsa, aggravando il fenomeno della siccità, per mantenere in piedi un sistema agricolo e produttivo insostenibile: sono insostenibili le monocolture di mais, perché ad alto impatto e ad alte esigenze idriche, ed è insostenibile il sistema degli allevamenti intensivi per il quale sono destinati, in gran parte, i cereali prodotti. La lotta quindi non è solo contro i bacini ma contro un modello agricolo industriale che è ormai obsoleto e basato sulla falsa premessa di risorse illimitate.

Come funzionano i bacini

I bacini sono immensi laghi artificiali (con una superficie di circa 10 ettari) rivestiti in plastica, che non raccolgono acqua piovana o acque reflue, ma pompano le riserve idriche dalle falde freatiche nel periodo invernale, quando queste sono più sature, per stoccarla e utilizzarla poi per l’irrigazione nel periodo estivo: la legge francese prevede appunto che nei momenti di siccità idrologica (cioè quella relativa al livello di laghi e fiumi) più grave, le autorità prefettizie possano imporre un divieto di irrigazione; il divieto può essere aggirato attingendo a invasi di accumulo disconnessi però dalle falde nei periodi di emergenza: il bacino di Sainte-Soline, e gli altri quindici previsti, serviranno a questo.

L’accesso alle riserve dei bacini è concesso esclusivamente al consorzio di aziende che hanno promosso il progetto: queste sostengono solo il 30% dei costi, il restante 70% è infatti a carico dello stato francese, si appropriano di una risorsa naturale comune– l’acqua di falda appunto – per farne un uso privato, in quantità che non possono essere recuperate dal normale ciclo idrico, soprattutto quando, come sta avvenendo, le precipitazioni sono costantemente scarse. Una posizione di forza ingiusta in tempi di siccità diffusa, e anche insensata: per quanti anni ancora potrà essere portato avanti un modello agricolo che ha così grandi esigenze idriche? Queste opere dal così alto impatto ambientale, che non faranno che peggiorare la situazione già grave, per quanto tempo ancora permetteranno di tenere in piedi coltivazioni intensive senza affrontare per davvero gli effetti della crisi climatica, di cui sono concausa?

Siccità e agricoltura

L’agricoltura intensiva, infatti, non solo ha grandi esigenze idriche, ma accentua il fenomeno della siccità per diversi motivi: gli appezzamenti che vengono lasciati spesso scoperti, senza vegetazione, fra una coltivazione e l’altra; le monocolture che distruggono la biodiversità e che impongono varietà standard senza tenere conto della specificità di un determinato territorio; l’uso di sostanze chimiche di sintesi e le lavorazioni troppo profonde che impoveriscono la presenza di batteri, funghi e sostanze organiche nel suolo: tutti questi elementi contribuiscono a rendere il terreno sempre meno capace di assorbire e trattenere le precipitazioni, diminuendo quindi la normale capacità delle falde di “ricaricarsi” e accentuando i fenomeni di erosione e alluvioni.

Il modello agricolo che portano avanti i contadini e le contadine delle confederazioni è invece un sistema resiliente, che punta alla diversità agricola, invece che alle monocolture; al risparmio idrico attraverso la selezione di varietà più resistenti ai climi aridi e alla loro evoluzione continua attraverso la riproduzione libera delle sementi; al ripristino di un normale ciclo dell’acqua che possa limitare il progredire della siccità e la preservazione delle riserve naturali delle falde; alla salvaguardia di un ecosistema che protegga la fauna e la flora selvatica, riducendo l’uso dei prodotti chimici e destinando parte dei terreni a zone arbustive, boschive ed erbacee; a sistemi di rotazione delle coltivazioni che permettono la costante copertura vegetale dei suoli; all’arricchimento della sostanza organica presente nel suolo e delle forme di vita che lo abitano, che lo rende anche capace di catturare e stoccare la CO2. Un modello agricolo che permette quindi di far fronte al fenomeno della siccità non solo attraverso il risparmio idrico nell’irrigazione, ma anche andando a scalfirne le cause principali.

La violenza

I cortei di Sainte-Soline hanno sfilato dietro i grandi totem degli animali simbolo della fauna selvatica minacciata dal cantiere del bacino – l’otarda, l’anguilla e la lontra –, accompagnati dai trattori dei contadini e da circa 30.000 persone che marciavano, pacificamente, tenendosi per mano; alcuni dei manifestanti hanno piantato circa 300 metri di siepi, come esempio di azione necessaria per affrontare l’emergenza idrica e climatica; altri hanno allestito una serra agricola che verrà utilizzata da un contadino della zona; qualcun altro è riuscito a superare la zona vietata, accedere al cantiere e mettere fuori uso una delle pompe e la condotta principale che la collegava al bacino.

L’accesso all’area del cantiere ha scatenato la reazione della polizia: secondo gli organizzatori, ci sono stati circa 200 feriti, di cui 40 molto gravi, e due persone che si trovano in una situazione molto critica e stanno rischiando la vita. Il racconto delle autorità parla di azioni di violenti – il ministro degli interni francese Gérald Darmanin li ha definiti pericolosi eco-terroristi – a cui la polizia ha dovuto reagire per riportare l’ordine. Sono tutte definizioni difficili da prendere per vere pur nel frammentario racconto che è arrivato: da un lato ci sono delle persone che difendono il diritto di tutti di avere accesso a un bene pubblico indispensabile come l’acqua e il dovere dello stato di garantirne un uso equo, rispettoso, razionale (e, quando serve, razionato) e dall’altra c’erano degli agenti a difesa di una buca nel terreno. Una buca, dei tubi, un attrezzo di ferro che dovrebbe svuotare le falde, un progetto faraonico, dannoso, iniquo, utile solo a mantenere in piedi ancora per qualche anno un sistema produttivo che prima o poi dovrà crollare comunque, difeso con granate, assalti di mezzi blindati, lacrimogeni. Una violenza dispiegata a difesa di un’altra violenza, sistemica: quella predatoria di un modello produttivo che sta distruggendo il pianeta che abitiamo.

Le azioni di Les Soulèvements de la Terre stanno alzando il livello dello scontro sul fronte delle lotte ambientaliste e climatiche: dalle azioni di disobbedienza civile non violenta di gruppi come Extinction Rebellion, al sabotaggio attivo e al danneggiamento di beni privati. Il passaggio è semantico ma non solo: mettere fuori uso un’opera o un impianto dannosi per l’ambiente non è un sabotaggio ma un disarmo, cioè rendere inoffensiva quella che è un’arma di distruzione. E la pratica del disarmo diventa accettabile su scala più vasta: non più l’azione delle frange più estreme dei movimenti, ma una pratica che può essere condivisa anche in seno alla nonviolenza.

È questa potenzialità, quella di raccogliere consenso, di riunire in modo trasversale gli altri movimenti e di portare il livello dello scontro più in alto, che ha scatenato una reazione da parte della polizia che sarebbe davvero ingiustificata: non stavano proteggendo un cratere vuoto nel terreno, ma un sistema che non vuole essere messo in discussione. La casa editrice Edizioni Malamente ha tradotto in italiano il rapporto dell’intelligence francese al riguardo che conferma questo timore e che al tempo stesso dà la misura di quanto queste lotte stiano funzionando e abbiano davvero la potenzialità di cambiare le cose.

In un articolo pubblicato prima delle proteste a Sainte-Soline ma dopo quelle contro la miniera di carbone di Luetzerath in Germania e agli attacchi contro movimenti come Just Stop Oil, Stella Levantesi ha chiesto a Rebecca Solnit cosa ci dice la violenza della repressione:
“La violenza è chiarificatrice. Più di tutto la violenza maschera la paura. La paura di sapere che la pressione per chiedere un’azione sul clima non è mai stata così elevata come oggi, che chi ha contribuito a creare la crisi climatica e a promuovere prodotti dannosi alla salute e alla vita sarà ritenuto responsabile, la paura che sia ribaltato lo status quo in un processo che toglie profitto, potere e privilegio a chi lo ha avuto finora”.
(Stella Levantesi su Internazionale)

La brutalità della repressione è la reazione evidente di un sistema che si sente stretto fra le evidenze scientifiche – i rapporti dell’IPCC che, nonostante subiscano anch’essi una “limatura al ribasso” in ogni stesura definitiva, mostrano con chiarezza che l’inazione politica sta restringendo sempre più la finestra per agire concretamente e contenere gli effetti della crisi climatica entro i limiti della vivibilità del pianeta – e la pressione dei movimenti che stanno, nonostante tutto, raccogliendo consenso e attenzione: è questa attenzione – il sostegno, il supporto più ampio possibile – che può rendere davvero efficace la loro spinta per il cambiamento e al tempo stesso contenere le azioni nel campo della nonviolenza.

Il dito e la luna

Come al solito, però, i motivi delle proteste sono passati in secondo piano nella cronaca degli eventi: i giornali italiani hanno raccontato degli incidenti, della violenza “da entrambe le parti”, se non solo da parte dei manifestanti. Il meccanismo è il solito, è lo stesso di sempre, di Genova, dei cortei No Tav – alcuni rappresentanti del movimento erano presenti anche a Sainte-Soline –, ma anche delle azioni estemporanee più recenti di Ultima Generazione che, nonostante siano apertamente e del tutto non violente, vengono raccontate sempre come un affronto, una prepotenza, un danno irreparabile (che poi irreparabile non è mai) al patrimonio comune.

Così, del lancio di vernice a Palazzo Vecchio, abbiamo visto la reazione spropositata del sindaco di Firenze Nardella – scomposta, anche violenta se rapportata all’innocuità dell’azione che l’ha provocata –; ne abbiamo visto un’infinità di meme che hanno ridotto tutto a una risata volatile; abbiamo saputo l’esatto volume di acqua utilizzata per ripulire, 5.000 litri, o 5 metri cubi – che però come numero assoluto non ci dice niente, e si presta bene quindi al contrattacco dell’indignazione, ma se rapportato all’acqua necessaria a produrre una bistecca fiorentina, proposta ovunque a ogni turista della città, che è pari a quasi tre volte tanto, può riportare tutto a una dimensione più realistica –; abbiamo però, pian piano, anche visto filtrare, finalmente, un tema che continua a rimanere sullo sfondo nonostante ci stia travolgendo. Un tema che appare solo quando avviene una tragedia – la Marmolada che si stacca, il Po in secca, le alluvioni violente nelle Marche e in Sicilia – senza che venga tracciato un collegamento fra questi eventi e una crisi sistemica, o quando degli attivisti decidono di compiere un’azione più visibile: se l’indignazione è un vettore per portare in primo piano questi temi, se è il dito con cui indicare la luna, gli attivisti se ne stanno assumendo il peso – il peso di venire insultati, derisi, odiati, ma anche perquisiti, indagati, puniti: è al vaglio al Senato un disegno di legge della lega, a firma Claudio Borghi, per introdurre il reato di danneggiamento di beni culturali e artistici e l’inserimento dei reati di distruzione, dispersione, deterioramento, deturpamento, imbrattamento e uso illecito di beni culturali o paesaggistici tra quelli che prevedono l’arresto facoltativo in flagranza – purché fra i tanti distratti, infastiditi e indignati dal dito, qualcuno cominci a guardare la luna.

L’estate scorsa il gruppo romano di Ultima Generazione ha organizzato delle azioni di protesta che si piazzavano in cima alla scala dell’odio di qualunque automobilista della capitale: il blocco del traffico. Taglia a un romano una gamba, bruciagli il gatto, accoppagli la nonna, ma non bloccargli il Grande Raccordo Anulare, che poi è comunque bloccato lo stesso ogni giorno dell’anno, sempre per motivi imperscrutabili. Così se per una volta c’è un responsabile in carne e ossa su cui scaricare la frustrazione degli altri 364 giorni di traffico insensato, allora lì si scatena il demone che cova in ogni anima che passa un terzo della sua vita terrena imbottigliata sull’asfalto. C’è il video di un uomo alla guida di un suv che continua ad andare avanti, nonostante il muso della sua macchina abbia ormai incastrato una giovane attivista che era seduta sulla strada rischiando di farle seriamente male. Gran parte dei commenti a quel video sono di sostegno all’automobilista. Eppure il simbolismo non è mai stato tanto chiaro ed efficace: un maschio di mezza età, alla guida dell’autovettura emblema dei consumi spropositati, che non sente ragioni e vuole continuare la sua marcia nonostante questo significhi schiacciare una giovane donna, le prossime generazioni, il loro futuro, la loro possibilità di vivere su questo pianeta.

Per poter filtrare, le notizie sulla crisi climatica devono attraversare due barriere. La prima è cognitiva, la nostra mente fa fatica a collegare le evidenze, a decifrare i segnali, a immaginare un evento su così larga scala come quello che stiamo attraversando, e a rinunciare alla convinzione che tutto sia ancora normale; l’indignazione, l’azione inaspettata, un’apparizione che scuote il paesaggio urbano a cui siamo abituati – una zuppa lanciata all’improvviso su un quadro in un museo, l’acqua della fontana della Barcaccia a piazza di Spagna che diventa nera per il carbone –, permette di rompere questa barriera:

“causando un disturbo temporaneo ma dirompente, interrompono il flusso della quotidianità creando uno squarcio nella nostra illusione di normalità, rendendo visibile la violenza strutturale che già molte persone stanno subendo (anche in Italia). Non andremmo al lavoro, o a un museo, o alla prima della Scala con la stessa tranquillità se sapessimo che tipo di mostro stiamo nutrendo mantenendo intatto un sistema fossile. Le azioni climatiche dirompenti servono precisamente a sabotare questa pericolosa tranquillità”.

(Fabio Deotto, su Fanpage)

La seconda è una barriera propria del sistema dell’informazione: la crisi climatica, nonostante sia l’evento più grande, pericoloso e devastante con cui abbiamo a che fare, non è una notizia. Non è una notizia del giorno, né di oggi né di ieri né di domani, perché si muove sulla scala dei decenni. Lo è solo nei casi in cui accade un evento catastrofico, che però viene sempre trattato come entità singola e non come parte di uno sconvolgimento globale di tutti gli equilibri. Inoltre, spesso il sistema dell’informazione subisce pesanti condizionamenti da parte delle industrie del fossile, che hanno indirizzato a loro favore le notizie sul tema per nascondere gli effetti di una crisi di cui sono responsabili.

La giustizia

Anche in questo caso, il sistema dell’informazione non ha funzionato: sono pochissimi i servizi e gli articoli che hanno spiegato le ragioni delle rivolte contadine in Francia; mentre è facile capire, e condividere, le ragioni della protesta contro la riforma delle pensioni anche senza una spiegazione articolata, più difficile riuscire a sostenere una lotta che viene presentata genericamente contro dei bacini idrici, senza mostrare i motivi per cui quei bacini sono sbagliati da un punto di vista ecologico e sociale. Senza far comprendere che quelle persone che manifestano, e quelle che ora sono in fin di vita, erano lì per difendere la giustizia – climatica, ambientale e sociale: tre teste che non possono essere scisse –, senza dar modo di collegare quello che sta accadendo in Francia con quanto accadrà anche in Italia a breve: abbiamo un governo che si è schierato fin da subito dalla parte di Coldiretti e di un tipo di agricoltura ben specifico – la prima uscita ufficiale da presidente del consiglio di Giorgia Meloni è stata proprio a “Villaggio Coldiretti” – e una situazione di siccità molto simile a quella che sta attraversando la Francia, con un’estate in arrivo in cui bisognerà razionare le risorse idriche. Quello che accade a Sainte-Soline ci riguarda da vicino, un’anticipazione di quanto accadrà anche qui, eppure non ha trovato sui giornali lo spazio che meriterebbe un’emergenza di questa portata.

La lotta per la difesa di un territorio specifico non è solo legata a quel territorio ma a un’idea di futuro: le risorse fondamentali per la sopravvivenza che saranno sempre più scarse, come l’acqua, come verranno distribuite? Seguendo criteri di equità e giustizia o tutelando solo gli interessi dei più forti?

Vale per l’acqua, vale per le terre rimaste fertili, vale per i territori che saranno ancora vivibili – non sommersi dagli oceani, non devastati da eventi meteorologici estremi, non desertificati o non colpiti da ondate di calore intollerabili. A rendere ancora più chiara la portata universale di questi temi, anche la battaglia per l’acqua è stata portata all’attenzione della commissione per i diritti umani dell’ONU: La Confédération Paysanne, tramite il Cetim, ha presentato una dichiarazione in cui si contesta la realizzazione dei bacini come violazione del diritto umano fondamentale di accesso all’acqua e per l’impatto che potrebbero avere sulle condizioni di vita e di lavoro dei contadini del territorio.

Non è l’unico fronte in cui la battaglia per la giustizia climatica diventa battaglia per la giustizia in ogni altra declinazione possibile. C’è il fronte dei risarcimenti, che ha dominato le ultime COP: chi paga i danni provocati da un clima impazzito, che spesso ricadono proprio sui paesi che non hanno provocato questa crisi? C’è il fronte della salute pubblica: chi risarcisce quei territori diventati insalubri e velenosi per i propri abitanti?

Il mondo in cui viviamo sta cambiando – sarebbe più esatto dire che sta crollando –, i movimenti ambientalisti offrono una visione di un futuro possibile, radicalmente diverso e più giusto, per tutti, e l’alleanza con le associazioni contadine dà una sponda concreta a questa visione, la più concreta possibile: quella di chi lavora la terra e produce il cibo.

Gli attivisti che a Sainte-Soline si sono arrampicati sulle impalcature per sabotare gli impianti che collegano il bacino alla pompa principale, lo hanno fatto mentre uno striscione dichiarava che l’azione era fatta “pour le vivant”: una lotta che non appartiene solo ad alcuni contadini francesi, alle frange della sinistra “estrema” o agli ambientalisti, ma comprende il destino di tutta l’umanità, e di tutti gli esseri viventi.

 

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Memoria dei nostri orti. Storie di semi e resistenza per la primavera che verrà https://minimaetmoralia.it/libri/memoria-dei-nostri-orti-storie-di-semi-e-resistenza-per-la-primavera-che-verra/ https://minimaetmoralia.it/libri/memoria-dei-nostri-orti-storie-di-semi-e-resistenza-per-la-primavera-che-verra/#respond Tue, 07 Mar 2023 08:48:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51953 Questo pomeriggio alle 16 Barbara Bernardini sarà ospite in diretta a Fahrenheit su radio 3. di Danilo Soscia Per me tutto è iniziato con la vigna di Renzo Tramaglino. O meglio con lo spettro di quella vigna. Quando nel XXXIII capitolo il filatore si riaffaccia sul suo giardino, vive l’esperienza che tocca a ogni uomo […]

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Questo pomeriggio alle 16 Barbara Bernardini sarà ospite in diretta a Fahrenheit su radio 3.

di Danilo Soscia

Per me tutto è iniziato con la vigna di Renzo Tramaglino. O meglio con lo spettro di quella vigna. Quando nel XXXIII capitolo il filatore si riaffaccia sul suo giardino, vive l’esperienza che tocca a ogni uomo cui è concesso il privilegio (o il trauma, a seconda dei punti di vista) di osservare da vicino le proprie rovine. Da lì sono passate forze che hanno agito a prescindere dalla sua volontà. Radici involute, rovi, terra divelta sono il loro lascito. La Natura è anche, e soprattutto, questo: fagocitazione immemore delle pretese umane. E così sul disegno paradisiaco di quello che, prima della peste e delle sue rivoluzioni, era stato l’orto ben coltivato di Renzo, con la grafia sghemba del loglio e della gramigna si è impressa un’altra storia. A compensare la sconsolatezza dell’hortulanus Renzo interviene tuttavia la finissima retorica compositiva della pagina cui lui stesso appartiene, fatta di assonanze, rimandi botanici colti e allegorici, geometrie così ben trattenute nella parola da apparire a loro volta un fatto naturale. Una laica santificazione <<di radicchielle, d’acetoselle, di panicastrelle>> che, pur svolgendo il ruolo di attributi del caos nella percezione di Renzo e del lettore, sono anche il frutto di un processo estetico – e quindi culturale – salvifico.

Per me tutto è iniziato con la vigna di Renzo, dicevo. Ma forse sarebbe meglio scrivere che tutto inizia con il racconto di una rovina, e con l’improvviso desiderio di sanarla, di riportarla a vita. Cosa è davvero un orto? Un orto è uno spazio di critica, e molto spesso di disillusione. L’orto è espressione di una visione della vita, addirittura del suo intimo funzionamento, di un desiderio, di un’utopia. Anche per questo le regole che ne riguardano la coltivazione mostrano spesso un carattere contingente, relativo, poiché l’orto è il frutto tangibile di una costellazione interiore dove luci e fantasmi si giustappongono e intervengono. Osservare la forma di un giardino (termine che condivide una discendenza semantica con ‘orto’) è come osservare la vita interiore di chi lo ha edificato, di chi se ne prende cura. Anche quando, appunto, va in rovina, perché è nella distruzione che talvolta le tracce di vita si esaltano, gridano più forte. Così, a ogni inizio di primavera, mi affaccio su quanto resta del mio ricettacolo di terra, sul mio disastro, e provo il desiderio di insistere, di nuovo, di dare spazio a quei lampi di verde minuto che si ripresentano, come una memoria sepolta che vuole riemergere al sole e brillare. Anche io, come milioni in questa parte di mondo, torno a scrivere per altri mezzi, per altra tavolozza, la storia nostalgica e feroce della mia illusione. Dura circa sei mesi, il tempo che sul mio balcone il coriandolo vietnamita si spogli di nuovo, il gelsomino diventi quasi nero nelle sue foglie appuntite, e del frutto raccolto dalle fragole, dal limone, dai minuscoli pomodori, resti solo un’impronta nella torba e nei vasi.

Non è difficile immaginare che il motivo in questione – l’orto, il giardino, il suo ciclo, la sua funzione – abbia una storia editoriale, a vari livelli, a dir poco sterminata. Opera monumentale sarebbe catalogare anche solo quella relativa all’ultimo secolo. Da dove cominciare? Dai Flowers di Vita Sackville-West, oppure da The Dry Garden di Beth Chatto? Dal momento che non ho questa aspirazione, parto dall’ultimo volume in tema capitato sul mio tavolo: Dall’orto al mondo. Piccolo manuale di resistenza ecologica di Barbara Bernardini, uscito da pochi giorni per le edizioni Nottetempo. Dopo poche pagine sono letteralmente inciampato, come negli orti spesso capita, in queste parole <<Io da qualche tempo […] quando vedo una crepa aperta, semino. Mi sembra il modo più concreto per rimanere ancorata a terra, per non farmi trascinare via dal crollo. Mettere radici, riallacciare legami, trovare aperture che siano di fuga, sì, ma immobile. Direi, appunto, che se ho davvero fortuna e quei semi germogliano, vederli spuntare mi riporta in me>>. Da questo primo varco ha preso il via un viaggio diverso, inatteso. Ho scoperto un delicatissimo diario di semina e raccolta, scandito da amorevole accoglienza verso ciò che nasce e da consapevoli arrivederci verso ciò che lascia. La frequentazione della vita per altri versi (la coltivazione è senza dubbio una di questi), attraverso il contatto diretto con il ciclo più puro di ascesa, caduta e di nuovo ascesa della materia vivente, è qualcosa che avvicina a una nozione diversa del morire. Il libro di Bernardini lo spiega bene, con la semplicità di un lunario, anzi vorrei dire che è intriso da questa sapienza. Qualcuno ha detto che la morte rafforza la vita. È un punto di vista vertiginoso, ma che pure si adegua – interamente – alla bellezza che insiste in un nuovo germoglio.

Mi viene da pensare che l’iconografia della Morte mostri spesso alcuni strumenti destinati alla coltivazione come attributi costanti. La vanga, il sarchiatore, la falce. Quest’ultima, poi, parrebbe rappresentare proprio una fusione tra i primi due. Allegoria della forza livellatrice, la falce è allo stesso tempo lama affilata capace di penetrare il terreno e di rovesciarlo, smuovendo la vita che ancora sonnecchia sotto forma di lombrichi, funghi, semi, materia sfibrata e ricca (L’Arcano senza nome dei Trionfi Marsigliesi ne è una puntuale rappresentazione). Le regole dell’agricoltura – anche nella breve estensione di un orto – sono la declinazione di questo ineffabile principio, e allo stesso tempo un adeguamento armonico allo scorrere di un ciclo immutabile. I cambiamenti repentini, gli atti violenti, il saccheggio e la ‘peste’ di Renzo, entità che rovesciano il disegno ordinato e la misura acquisita delle cose, sono sempre in agguato. Anche di questo ci parla Dall’orto al mondo. Oggi tali rivoluzioni mostrano il volto della crisi ambientale e climatica che rischia di mutare il corso stesso della vita, concentrandolo sempre più nel punto assoluto dell’estinzione globale.

Barbara Bernardini ci ricorda che la terra è lo spazio assoluto della verifica di sé. La sua prossimità, il ritorno a essa, ci insegnerebbe molte più cose sul nostro vissuto, trascorso e presente, di qualsiasi previsione di mercato o teorema sociale. Per questo l’orto è un punto di arrivo, non necessariamente un punto di partenza. Un progetto che parla la lingua del futuro benché nel giardino il tempo sia uno: quello presente, colto nel suo inarrestabile sviluppo. E in esso la speranza, il dolore e di nuovo la speranza ruotano, perseguendo un moto che ci appartiene e ci esclude, talvolta, nella stessa misura. Perché l’orto è il mondo.

 

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L’eterna primavera della speranza. Le conferenze ONU sul clima fra passi avanti e inazione https://minimaetmoralia.it/libri/leterna-primavera-della-speranza-le-conferenze-onu-sul-clima-fra-passi-avanti-e-inazione/ https://minimaetmoralia.it/libri/leterna-primavera-della-speranza-le-conferenze-onu-sul-clima-fra-passi-avanti-e-inazione/#respond Fri, 02 Dec 2022 09:00:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51570 Foto di Aurora Audino, volontaria di Italian Climate Network La COP27 di Sharm el-Sheikh – la ventisettesima Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici – si è conclusa all’alba del 20 novembre, quasi due giorni dopo il termine previsto. Per arrivare all’approvazione del piano di attuazione ci sono volute due notti di trattative ulteriori, con […]

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Foto di Aurora Audino, volontaria di Italian Climate Network

La COP27 di Sharm el-Sheikh – la ventisettesima Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici – si è conclusa all’alba del 20 novembre, quasi due giorni dopo il termine previsto. Per arrivare all’approvazione del piano di attuazione ci sono volute due notti di trattative ulteriori, con in mezzo un momento in cui tutto sembrava perso: Frans Timmermans, a nome della Commissione europea, si diceva pronto a lasciare il tavolo, “meglio nessun accordo che un cattivo accordo”.

Poi l’accordo è arrivato, né buono né cattivo: molte delle sintesi riportate da chi era presente e da chi ne ha analizzato i 66 punti – una ben fatta è quella di Italian Climate Network – concordano su quali siano gli aspetti positivi e quelli negativi. Il grande successo del testo finale è l’istituzione del fondo compensativo “loss and damage” che prevede un risarcimento per le perdite e i danni subiti dai paesi più vulnerabili per gli effetti di una crisi climatica che non hanno contribuito a causare. Il risarcimento dovrà arrivare dai paesi che sono i principali emettitori storici – quindi tenendo conto non solo delle emissioni attuali ma anche di quanto abbiano contribuito in passato –, ma per capire chi dovrà contribuire, chi potrà beneficiarne e in che misura, bisognerà aspettare: non è stato deciso nulla in concreto ma si rimanda a una commissione che avrà il compito di districare i nodi che ora sono stati ignorati. La Cina da che parte dovrà stare? Non ha la responsabilità storica degli Stati Uniti, e alla COP27 si è presentata come capofila del fronte dei paesi “vulnerabili”, ma per quanto tempo potrà ancora essere considerata un’economia in via di sviluppo? Al tempo stesso, quello che viene chiamato il fronte dei G77 (in contrapposizione con i paesi del G20), quanta forza negoziale riuscirebbe a mantenere se la Cina si sfilasse? La divisione attuale ricalca quella stabilita in un altro mondo, quello del 1992, del Summit della Terra di Rio de Janeiro: sono passati trent’anni esatti, mi pare già meraviglioso che lo strumento delle Conferenze delle Parti, le COP appunto, istituito proprio a Rio sia ancora in piedi e funzionante. Con la sua lentezza inevitabile, gli enormi interessi che cercano di rallentarne ulteriormente il cammino (la presenza dei colossi dei combustibili fossili è inquietante e mai come in Egitto è stata così massiccia: 626 delegati, più del totale dei delegati dei 193 paesi presenti), le difficoltà del mettere a un solo tavolo tutto il mondo, l’inevitabile accordo al ribasso che attende ogni decisione perché possa esser condivisa, le questioni spinose rimandate di anno in anno.

E infatti anche questa COP ha i suoi insuccessi, i cedimenti che sono stati barattati per poter ottenere l’accordo sul loss and damage: sul fronte della mitigazione si ribadisce l’intenzione di mantenere l’aumento della temperatura globale entro 1,5° ma non vengono fissati i paletti che lo renderebbero possibile. Una volta ancora, i combustibili fossili vengono nominati ancora troppo timidamente e non si parla di uscita da carbone ma solo di diminuzione, che è chiaramente un impegno ormai insufficiente e mina anche l’adeguatezza del fondo sulle perdite e i danni: nessun fondo potrà ripagare i danni causati da un aumento delle temperature oltre i 2° e se non si stabilisce in modo inequivocabile l’uscita da carbone, petrolio e gas andremo dritti verso un aumento stimato, per ora, di 2,8°.

Una grande delusione arriva dalla cancellazione, nel testo finale dell’accordo, del capitolo dedicato ai diritti umani: fra le contraddizioni dell’Egitto come paese ospitante non c’è solo il fatto che la sua economia sia trainata dalle estrazioni, in aumento, di petrolio e gas (mentre si svolgevano i negoziati andavano avanti anche le premesse di accordi commerciali per l’esportazione del gas verso altri paesi, Italia compresa), ma anche il mancato rispetto dei diritti umani, lo svolgimento di una conferenza blindata in un territorio neutro nei pressi dell’aeroporto, senza possibilità per la società civile di protestare, partecipare, fare pressione sui delegati attraverso le manifestazioni che sono vietate, come ogni forma di dissenso politico. I pochi manifestanti (un migliaio, contro i centomila presenti lo scorso anno nelle strade di Glasgow) hanno potuto portare le ragioni della protesta solo all’interno dei padiglioni della COP, nel territorio garantito dalla presenza delle nazioni unite, al riparo dalla repressione della polizia egiziana (ma con il controllo costante delle istituzioni).

Durante i giorni del negoziato l’attivista Alaa Abdel Fattah, che sta scontando una condanna a cinque anni per diffusione di notizie false (un post facebook considerato contro il regime), ha deciso di intraprendere lo sciopero della sete, oltre allo sciopero della fame che già porta avanti da mesi, per richiamare l’attenzione dei leader mondiali presenti a Sharm. Sua sorella, Sanaa Seif, che a ottobre aveva sollecitato i movimenti per il clima sulla necessità di non separare le lotte per la giustizia climatica da quelle per i diritti umani, ha partecipato a un evento di Amnesty International e Human Rights Watch, presso il padiglione tedesco. Era il secondo giorno di COP, i manifestanti presenti indossavano delle maglie bianche con su scritto #freeAlaa, e Sanaa Seif ha tenuto un discorso coraggioso, interrotta e minacciata da un parlamentare egiziano che è stato poi portato fuori dai caschi blu dell’Onu: “La speranza qui è un’azione necessaria. I nostri sogni più rosei probabilmente non si realizzeranno, ma se ci abbandoniamo ai nostri incubi, saremo uccisi dalla paura prima che arrivino le inondazioni”, ha detto.

Il momento degli incubi credo sia una fase inevitabile: per me è arrivato nel 2009. Era appena nato il mio primo figlio, e all’improvviso il futuro aveva un significato diverso. La preoccupazione per quello che si prospettava nei report IPCC includeva un essere umano che avrebbe vissuto quegli scenari, un essere umano che io avrei dovuto proteggere ma per il quale non potevo fare nulla. È stato anche l’anno di una delle COP più deludenti di sempre, quella di Copenaghen. Era dicembre, c’era un bimbetto di due mesi, e io mi svegliavo la notte con il terrore provocato dalle notizie di quanto sarebbe accaduto allo scioglimento del permafrost e all’arrivo della siccità. Quel bimbo ora è un ragazzo di terza media e nel suo libro di geografia, al capitolo “clima”, si spendono solo quattro pagine sulla crisi climatica, di cui una sulle “opportunità” generate dallo scioglimento dei ghiacciai – nuove estrazioni e nuove rotte marittime –, fra errori grossolani, imprecisioni scientifiche ed espressioni timorose come l’incremento dei gas climalteranti dovuti “in parte” alle attività umane. Studenti che dovranno affrontare la peggiore crisi della storia umana, che ne subiranno le conseguenze più impattanti, si preparano a questo con quattro paginette scritte male.

Di motivi per essere terrorizzati ce ne sono ancora così tanti che basta solo mollare un attimo la presa per cadere nuovamente in quell’ansia senza respiro. Ma la speranza è un’azione necessaria, ha ragione Sanaa Seif, hanno ragione gli attivisti che se non avessero speranza non sarebbero in piazza, ha ragione chi tenta ostinatamente di informare, parlare, diffondere le notizie, spiegare, fare da tramite fra gli scienziati e le persone.

Negli anni successivi ho solo cercato di ricacciare quel terrore in fondo – dietro ai casini più immediati, la perdita del lavoro, di alcune persone care, delle cose da fare, da rincorrere – e insieme, però, di continuare a informarmi, di costruire una mappa che mi permettesse di non sentirmi così disorientata in mezzo alla tempesta. Nel frattempo le COP andavano avanti, fra momenti che riaccendevano l’entusiasmo – l’accordo di Parigi della COP21 del 2015 – e momenti di nuovo sconforto come Katowice del 2018, ospitata in Slesia, la regione polacca punteggiata di miniere di carbone, in balìa delle ingerenze di Usa, Kuwait, Russia e Arabia Saudita che lottano anche sulle parole da inserire o no nell’accordo, in modo da non ratificare le conclusioni del rapporto dell’IPCC che indicano in modo inequivocabile nelle attività umane, e nell’uso dei combustibili fossili in particolare, l’aumento delle temperature.

Ma a Katowice si affacciano anche i nuovi movimenti per il clima: c’è il discorso di Greta Thunberg, ci saranno proteste, che cresceranno e accompagneranno un’altra COP complicata – a oggi quella durata di più per poter raggiungere un accordo che una volta ancora scontenta tutti – quella del 2019, che avrebbe dovuto tenersi a Santiago del Cile ma che viene spostata, per le violente proteste che attraversano il paese, a Madrid.

A marzo 2019 torno in piazza anch’io per il primo climate strike organizzato qui ad Aprilia: più che una manifestazione sarà una sorta di festa, che verrà ripetuta a settembre, la mattina tutti insieme al corteo di Roma, il pomeriggio in piazza nella nostra città per contarci, riprendere spazio, condividere la preoccupazione e trasformarla in qualcos’altro. Era anche la prima volta che una protesta ambientalista aveva un carattere globale e non locale: i cortei, le occupazioni e le proteste precedenti erano state contro l’ennesima discarica prima e l’inceneritore poi; la privatizzazione dell’acqua a favore di una società che ci ha portati a essere fra le province con la maggiore dispersione lungo gli impianti; la “turbogas”, la centrale elettrica a gas che Sorgenia ha deciso di installare vicino al centro abitato, grazie al decreto “sblocca-centrali” del secondo governo Berlusconi. La condanna di un territorio dove non c’è niente di pregevole è che non ha alcun vincolo, alcun bene naturalistico o archeologico da preservare, che lo ripari dall’espandersi della bruttezza e della speculazione.

Poi arriva il Covid, nel mondo, a ricacciarci tutti in casa e a svuotare di nuovo le strade. Qui ad Aprilia c’è anche un’altra tragedia che spegne ogni slancio: Roberto Fiorentini, uno degli organizzatori più attivi delle manifestazioni e delle attività ambientaliste, si trasferisce per una ricerca a Washington, dove muore per un malore improvviso lasciando un vuoto che non è stato colmato da nessuno: anche dopo la fine del lockdown e la ripresa delle manifestazioni, ad Aprilia non è stato più organizzato nulla nelle giornate degli scioperi globali per il clima e il gruppo locale dei FFF si è disperso nei mesi successivi. Chi, da questa città, è tornato in piazza lo ha fatto al corteo di Roma: il primo post-covid è stato quello del 24 settembre 2021, che ha dato inizio a una serie di manifestazioni, un autunno caldo di preparazione alla COP26 di Glasgow. Sono arrivata in treno, con un nuovo bimbo piccolo per cui aver paura ma anche per il quale preservare la speranza, che ha partecipato al corteo trotterellando intorno a un gruppo di attivisti vegan vestiti da enormi carote e broccoli. C’era il pericolo che i due anni di chiusura, e le promesse di ascolto non mantenute dalla politica, avessero disperso i movimenti o li avessero resi più violenti, e invece quello spirito di festa, di speranza e insieme di pretesa impellente di un’azione concreta era non solo intatto ma pronto a maturare.

Mi sono ritrovata a riconoscere su di me i passi che Ferdinando Cotugno racconta in Primavera ambientale: all’inizio c’è il panico, il momento in cui l’equilibrio si rompe, apri gli occhi nella notte e scopri di essere terrorizzato. In cui guardi una persona che tu hai messo al mondo e vivi l’orrore di averla messa in un mondo che rischia di rompersi per sempre, di essere invivibile, e non hai alcuna soluzione, non hai alcuna protezione da offrirgli. Questo è capitato a me e so che è capitato a molti, ma lo so adesso, in quelle notti di tredici anni fa non riuscivo a connettere la mia paura a quella di altri. Perché il secondo passo, dopo il terrore, è un senso di solitudine, di angoscia: ho ricacciato il terrore dietro alle altre incombenze più minute, perché non sapevo con chi condividerlo.

Quello che hanno fatto per me i Fridays For Future, Extinction Rebellion, gli altri attivisti e qui, in questo paesino dalle dimensioni di una città, Roberto Fiorentini è stato dimostrarmi quanto quella paura non fosse solitaria ma collettiva. La paura individuale è annientamento. La paura sperimentata politicamente è una delle più grandi forze politiche che esistano.

Quest’ultima COP, al di là dei limiti, ha portato un cambiamento storico negli equilibri mondiali: per la prima volta, i paesi “fragili” hanno avuto parola, hanno guidato i negoziati, almeno nell’unica parte in cui sono arrivati dei risultati; hanno ottenuto una vittoria – quanto concreta, oltre che simbolica, è ancora tutto da dimostrare –, si sono presentati come fronte compatto che mette insieme non solo le isole Marshall e il Pakistan, ma anche i popoli indigeni, gli attivisti, i MAPA, i contadini del sud del mondo che vedono le proprie terre scomparire, perché accaparrate dalle industrie del cibo o perché la siccità le ha ridotte a deserti sterili. Per la prima volta, una piccola delegazione della Via Campesina – la più grande rete contadina del mondo – ha parlato in via ufficiale a una conferenza sul clima portando le richieste dei contadini e delle soluzioni basate sui principi dell’agroecologia. I temi dell’agricoltura e del cibo in generale rimangono ancora, incredibilmente, troppo a margine nei negoziati, eppure la sostenibilità alimentare è il nodo centrale in un mondo in crisi che ospita otto miliardi di persone – la cifra è stata raggiunta, quasi simbolicamente, proprio durante i giorni di Sharm. E se pur sempre coi limiti e con la solita lentezza, il fatto che ci sia un’altra voce a parlare di agricoltura, anche se ancora tenuta ai margini, che si contrappone a quella delle grandi industrie alimentari che spingono ancora per la visione che ci ha portati al collasso, apre a un’alternativa, a una strada diversa, che già è stata avallata dall’Onu nell’accogliere i temi della sovranità alimentare che proprio da Via Campesina prendono vita (un resoconto puntuale su quanto sia avvenuto lo ha fatto Francesco Panié su Valigia Blu).

L’arrivo di Lula, al suo primo impegno internazionale dopo le elezioni (anche se ancora informale, visto che Bolsonaro sarà presidente fino a fine anno), accolto dalle donne guerriere dell’Amazzonia, è stato un momento commovente: il suo discorso, la proposta di ospitare proprio nella foresta che è, come lui l’ha definita, il cuore del mondo la COP del 2025 – un anno importante, dopo dieci da Parigi, a metà del decennio che ci avrebbe dovuti veder dimezzare le emissioni ma che al momento ci ha solo portati a un rallentamento della crescita. È commovente poter cullare una nuova speranza: che sia il suo Brasile, e il suo governo che per la prima volta prevede l’esistenza di un ministero dei popoli indigeni, a guidare un fronte che non si presenti più come quello “debole” che chiede aiuti, ma come quello in una posizione di forza – la forza di chi può guidare un cambiamento necessario che i paesi “forti” finora non hanno intrapreso sul serio, la forza di chi non ha causato un problema ma può essere parte della soluzione.

La crisi di quei paesi forti, di quelle democrazie occidentali che sembravano l’unico modo, il migliore, di vivere, apre prospettive sia terrorizzanti – quella crisi è accompagnata dal crescente successo della destra più nazionalista, estrema, paurosa – sia elettrizzanti: sarà il momento per ricostruire le sinistre, per renderle finalmente il luogo del cambiamento, che sa accogliere il cambiamento e che non si presenti più come tutela dello status quo?

Questa è la parte incredibile del percorso compiuto finora dalle COP: con l’inclusione della società civile, degli attivisti, con la convergenza delle lotte per i diritti civili e sociali a quelle per la giustizia climatica, la base democratica delle conferenze sul clima si allarga, per renderle davvero il tavolo attorno a cui è seduta l’umanità intera, di fronte alla sua sfida più complicata ma anche quella che apre più possibilità di pensare assieme un mondo più giusto.

L’esito delle COP, il loro successo o insuccesso, non è racchiuso solo nei documenti finali, è anche tutto quello che accade in quei giorni: il discorso di Sanaa Seif che salda definitivamente la lotta per la giustizia climatica con quella per i diritti umani; una Cop che diventa territorio neutro e protetto, in un paese in cui il dissenso è vietato, e che permette in quel territorio di alzare la voce a nome dei sessantamila prigionieri politici egiziani, e anche per Giulio Regeni e per Patrick Zaki. Nella Genova del 2001 il luogo delle decisioni dei “grandi” della terra era una zona rossa, e il tentativo dei manifestanti di arrivarci è costato quello che per tutta la mia generazione rimane uno dei ricordi più dolorosi; a Sharm la zona delle decisioni è la zona blu, il colore dei caschi Onu, una zona che accoglie i manifestanti e li protegge dal regime di al-Sisi. È un ribaltamento forse solo simbolico, ma potente.

La Cop26 di Glasgow non ha segnato grandi passi avanti negli accordi, ma i discorsi di Vanessa Nakate, attivista ugandese, di Mia Mottley, primo ministro di Barbados, di Simon Kofe, ministro di Tuvalu, che si è videoregistrato mentre legge il suo messaggio, in giacca, cravatta e l’acqua dell’oceano che sta sommergendo le sue isole che gli arriva alle ginocchia, hanno preparato le basi per l’accordo sul loss&damage raggiunto quest’anno. Se non ci fossero stati, forse, la voce dei paesi vulnerabili sarebbe stata meno forte.

La primavera ambientale di cui parla Cotugno, in un libro che è davvero una piccola mappa per mantenere la barra dritta, per non perdere l’orientamento in un momento in cui è necessario mantenere la speranza – è tutto quello che abbiamo, la speranza, è il peso che bilancia la paura, che la mantiene un fuoco vivo e non una disperazione immobilizzante –, è un ribaltamento di quella silenziosa di Rachel Carson, da cui comunque prende le mosse: quella della biologa statunitense è la prospettiva di una primavera in cui l’uso indiscriminato degli insetticidi in agricoltura fa sparire gli uccelli, rendendo l’aria muta. La primavera ambientale è una primavera rumorosa, in cui si alzano le voci di chi è stato ai margini, dei paesi vulnerabili e dei loro abitanti, di chi sta dicendo di invertire la rotta.

C’è un racconto di Stephen King, Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, nella raccolta Stagioni diverse è, fra le stagioni, il racconto dell’eterna primavera della speranza: Andy Dufresne sta scontando l’ergastolo per l’omicidio della moglie, crimine che non ha commesso. In prigione riesce a ottenere un poster di Rita Hayworth e un martelletto da minerali, grazie a Red, che vende in carcere oggetti di contrabbando. Dopo ventotto anni di paziente lavoro con il suo piccolo martelletto, Andy scava un tunnel, nella parete nascosta dal poster, ed evade.

So che non bisognerebbe abusare di metafore e similitudini stiracchiate per un discorso serio come quello climatico (ne ha già viste troppe, qualcuna riuscita, la maggior parte no) ma questo è ciò che abbiamo: un martelletto pensato per altro, per ripulire piccole rocce di minerali, e con questo dobbiamo scavare una via d’uscita. Il mezzo è inadeguato, l’impresa è eccezionale, la pazienza richiesta è enorme: sono passati trent’anni dal summit di Rio che ci ha fornito il martelletto: l’istituzione delle conferenze annuali Onu sul cambiamento climatico, l’impegno da parte dei paesi della terra a trovare una strada comune per uscire dalla crisi. Andy Dufresne è riuscito a evadere in ventotto, siamo in ritardo di due anni, ma in anticipo di otto dal primo step fissato dall’IPCC, il taglio delle emissioni entro il 2030, e di ventotto sulla soglia temporale per il loro azzeramento. Rispetto al ’92 i passi avanti ci sono: crisi climatica e riscaldamento globale sono entrati nella realtà non solo per gli eventi estremi che diventano sempre più numerosi, ma anche grazie a un’attenzione che prima non c’era; la necessità di contenere l’aumento delle temperature ben al di sotto dei due gradi sembra un impegno a cui, almeno apertamente, nessun paese vuole venire meno; il fondo loss&damage significa non solo ripagare un’ingiustizia – che i più esposti alle conseguenze della crisi climatica sono i paesi che meno hanno contribuito a provocarla –, ma significa anche che i principali emettitori avranno un motivo in più per agire nella mitigazione dei danni. Il Covid prima e ora la crisi energetica dovuta alla guerra in Ucraina sono la coperta troppo corta con cui chi fa pressione per sfruttare i combustibili fossili fino all’ultima fiammata sta tentando di coprire l’inevitabile: dobbiamo smettere di alimentare l’enorme fuoco con cui mandiamo avanti ogni attività economica. Non si torna indietro da questa consapevolezza.

Il report 2022 dell’UNEP (https://www.unep.org/resources/emissions-gap-report-2022), il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, si intitola The closing wondow: la finestra che ci permette ancora di evitare il disastro si sta chiudendo. Tuttavia, è ancora aperta. E se lo è, è anche merito degli accordi di Parigi e delle misure messe in atto finora: inadeguate, lentissime, non sufficienti, ma senza queste viaggeremmo spediti contro un aumento di 3° entro fine secolo. Senza queste, lo spiraglio che si vede nella copertina del report probabilmente sarebbe già scomparso. Ma la primavera della speranza non può durare in eterno: ogni report della comunità scientifica segna un nuovo tempo limite entro cui agire, e quel limite si avvicina sempre di più, quello spiraglio da cui entra la luce è sempre più stretto.

Primavera ambientale parte dalle radici dell’attivismo ecologista per raccontare i modi in cui, in questi ultimi anni, i movimenti per il clima si stiano trasformando, rendendosi il connettore di altre lotte, mostrando come la giustizia climatica sia la piattaforma per ogni altra giustizia.

Il libro è diviso in sei parti, che procedono dal generale – il livello più ampio di tutti: la terra stessa, la casa che condividiamo, l’atmosfera, il clima che in questo lungo periodo di stabilità ha garantito la sopravvivenza di ogni forma di vita, non solo quella umana –, al piano individuale che però non è un io ma un noi.

Per arrivarci si passa per la definizione di umani, per la necessità di costituire una società civile planetaria, e per l’inevitabile ragionamento anche su ciò che umano non è ma che ha pieno diritto di considerazione, di insegnamento, in questa battaglia. E non solo: è anche ciò per cui vale la pena non perdere la speranza. La bellezza, la meraviglia, lo stupore di fronte al mondo: non dobbiamo dimenticarci il diritto all’ingenuità, a un rapporto con la bellezza delle cose, rivendicare di poter vivere e lottare anche a quel livello, e farlo come atto politico. Ricomporre la frattura fra umano e non umano è una soluzione basata sulla natura: la sua materia è speranza, stupore, amore.

La giustizia, poi, è l’obiettivo della lotta, una giustizia, come dicevo prima, che le riconnette tutte: quella climatica. Tutto è clima e combattere per proteggerlo vuol dire combattere per ogni aspetto dell’esperienza umana sulla Terra.

L’arma è il conflitto, un conflitto inedito, perché inizia con l’ascolto, con l’accoglienza, con l’empatia. L’ambientalismo si trova oggi a un bivio, quello davanti a cui si sono trovati forse tutti i movimenti a un certo punto: quanto alzare l’asticella dello scontro? E quanto può farlo un movimento che deve portare avanti una lotta che vuole cambiare il mondo intero, se il mondo non sa ascoltarlo, accoglierlo, comprenderlo ma che al tempo stesso ha tutta l’urgenza di quella finestra che si sta chiudendo? La primavera ambientale è una ribellione radicale, calma, ragionevole, in grado di allargarsi e connettere mondi diversi.

È di fronte a queste domande che si apre il capitolo dedicato alla politica: il livello dello scontro potrà rimanere basso solo se la politica riuscirà a dare risposte concrete, e oltre alle volontà (mancano anche queste, al momento) serviranno anche nuovi mezzi, metodi e meccanismi in grado di dare risposte. Serviranno nuovi sguardi, forse nuove istituzioni: le Cop sono quanto di meglio esiste al momento, ma anno dopo anno si dimostrano insufficienti, si devono scontrare con i vari governi che sono portatori di interessi nazionali in un contesto dove dovrebbero contare solo gli interessi mondiali.

Il libro si chiude su di noi: noi, singoli, non tanto sulle nostre responsabilità individuali, quanto su cosa sta accadendo alle nostre vite, ora, in questo contesto. Su come siamo chiamati a rispondere, ora o mai più, e quali risposte abbiamo intenzione di dare. Su quali cambiamenti ci sono richiesti da una realtà che sta irrompendo sempre più chiaramente nella vita di ciascuno: il mondo rischia, seriamente, di crollare. Il sottotitolo del libro è L’ultima rivoluzione per salvare la vita umana sulla Terra. Sembra una frase epica, a effetto, è invece la chiamata che arriva dall’altro mondo, quello che abbiamo ignorato finora ma che si sta insinuando nella realtà, un’alluvione alla volta, un incendio alla volta, un fiume in secca alla volta, un ghiacciaio che crolla, o scompare, alla volta.

Ho attraversato le prime due fasi di quella che nel libro viene definita la “morfologia dell’attivismo”: il risveglio, la frattura, col suo terrore, e poi lo spaesamento e la solitudine; ora sono nel mezzo della terza e non so ancora bene come navigarla, ma ho scoperto che le mie debolezze, le cose per cui finora ho provato imbarazzo – una certa indomabile ingenuità, il saper preservare la meraviglia e lo stupore, una timidezza che predispone all’ascolto, un’insicurezza cronica che però diventa anche saper abbandonare le certezze con più leggerezza – possono essere utili in questi tempi. Che in questa lotta sono buoni tanto quanto il coraggio che mi manca, l’autorevolezza, l’abilità a comunicare efficacemente, la fermezza nell’imporsi.

Ferdinando Cotugno sta partecipando a questa primavera ambientale dedicandosi a raccontare la crisi, ma soprattutto cercando di alimentare la speranza: è un compito difficile, gli sono molto grata per questo, nei giorni centrali della Cop27 nei racconti che faceva quotidianamente per Areale, la newsletter di Domani che cura, si sentiva tutto il peso di chi sta cercando di reggere il colpo, di trovare qualcosa di buono in una situazione complicata e tesa. Nel libro c’è la voglia di includere tutti, perché c’è bisogno delle forze di tutti ma anche perché tutti possono trovare un motivo per prendere parte a questa enorme azione collettiva di salvezza, invece di cedere allo sfinimento e alla disperazione.

Si può trasformare la paura, forse mai così giustificata, da esperienza solitaria e paralizzante a esperienza condivisa, e nessuno non è abbastanza per partecipare.

Vado bene anch’io, nonostante tutti i miei limiti. Vai bene anche tu.

Questa è una primavera inclusiva, che ha bisogno delle forze di tutti. Se sono poche, vanno bene quelle poche che hai.

 

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