Barbara Spinelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/barbara-spinelli/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 16:40:20 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Barbara Spinelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/barbara-spinelli/ 32 32 Oltre Barbara Spinelli https://minimaetmoralia.it/politica/oltre-barbara-spinelli/ https://minimaetmoralia.it/politica/oltre-barbara-spinelli/#comments Wed, 13 May 2015 07:32:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26832 di Christian Raimo L’anno scorso, dopo la decisione di Barbara Spinelli di non rinunciare al suo seggio al Parlamento Europeo come aveva promesso in campagna elettorale, avevo scritto un post molto duro, che iniziava così: “Quello che la prima volta si manifesta in tragedia, la seconda lo fa in farsa. E la terza – la […]

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di Christian Raimo

L’anno scorso, dopo la decisione di Barbara Spinelli di non rinunciare al suo seggio al Parlamento Europeo come aveva promesso in campagna elettorale, avevo scritto un post molto duro, che iniziava così:

“Quello che la prima volta si manifesta in tragedia, la seconda lo fa in farsa. E la terza – la definitiva, la terminale – come lettera da Parigi. Lo psicodramma Spinelli e l’esperienza della Lista L’Altra Europa con Tsipras sono finiti ieri, nel modo peggiore che si poteva immaginare: un suicidio mascherato da sopravvivenza.”

Immaginavo che, visto che Barbara Spinelli era stata in pochi giorni capace di liquidare la credibilità di un progetto politico che comunque aveva raccolto un milione di voti, la cupio dissolvi fosse stata sfamata. Ossia, non credevo si potesse fare peggio, immaginavo che lo storiaccia della Lista Tsipras, il suo ferale auto- ed etero-lesionismo fosse arrivato a uno zenit (a un nadir?) insuperabile.

E invece qualche giorno fa, Barbara Spinelli aggiunge un’ulteriore scena a uno psicodramma già esasperante: decide di dimettersi dalla Lista L’Altra Europa per Tsipras. Lo fa per resa, a quanto spiega in un’intervista a Repubblica.

“Io non trovo che ci siano né incoerenza né tradimento. Il motivo per cui, da tempo ormai, ho preso le distanze da “L’Altra Europa” è che secondo me è stata la lista ad abbandonare il progetto originario, che era quello di creare un insieme di forze della sinistra molto costruito dal basso, basato sull’associazionismo, sulla società civile. E soprattutto non dominato dai vecchi partiti della sinistra radicale. In questo anno e mezzo, piano piano ho avuto invece l’impressione di un predominio dei piccoli partiti che avevano promesso di sciogliersi ma non si sciolgono mai”

Proviamo a prendere sul serio quest’affermazione, come l’espressione di un desiderio sincero: gli apparati di Sel e Rifondazione hanno bruciato un progetto che voleva essere inclusivo, e per questo me ne vado dalla lista Tsipras che era diventata evidentemente un contenitore vuoto.
Ora però le domande che restano sul piatto sono almeno due: perché Spinelli rimane al Parlamento Europeo come indipendente? Di chi si sente rappresentante a questo punto? Lei risponde: per fedeltà a chi un anno fa votò quel programma.
Potrebbe essere una replica sensata, a patto che oggi qualcuno si riconoscesse nella sua rappresentanza. Che senso ha rimanere fedeli a un patto che nessuno dall’altra parte oggi risottoscriverebbe? Perché Spinelli non si rende conto di quanta credibilità ha dilapidato con quella sua ostinazione che a lei sembra coerenza?

Seconda domanda: Spinelli sostiene che la lista Tsipras ha segnato un fallimento in Italia per l’invadenza dei “partitini che dicono che si sciolgono e poi non lo fanno”. Ora come agiore di fronte a un fallimento quando si fa politica? Prenderne atto e provare ricostruire, oppure distruggere con un ininterrotto fuoco amico tutto quello che ti sta intorno?
Sono due i deficit politici dell’azione politica di Barbara Spinelli di cui non si rende conto: non aver portato alla luce i conflitti interni alla Tsipras, ossia non averli trasformati in una dialettica di idee, così che ogni decisione è sembrata un regolamento di conti di compagni astiosi; e non aver accettato fino in fondo il fallimento del suo progetto per elaborarlo.

Ci mettiamo, come sovrammercato, il fatto che dal punto di vista comunicativo tutta questa vicenda è stata gestita come un epic fail. Seppure Spinelli aveva pensato di abbandonare la lista da lei stessa creata non poteva farlo fra un mese, lasciando che la campagna elettorale per le regionali non si riempisse dei fumi mefitici delle beghe della sinistra radicale: non poteva, visto il soi-disant desiderio d’inclusione, evitare questo gesto che nel migliore dei casi si può leggere come un atto narcisistico?

Molti miei amici l’anno scorso hanno votato e lavorato in modo impegnativo per la lista Tsipras. Sono persone che hanno un’idea della politica molto più realistica di Barbara Spinelli: militanza, dialettica interna, capacità comunicativa che prescinda dai malumori personali, e qualcosa di essenziale che non può mancare a chi si assume un compito di guidare un progetto politico – il principio di realtà.
L’unica consolazione è che davvero, senza ombra di dubbio, gli elettori di quella lista sono migliori di chi ha avuto la pretesa di rappresentarli, e che il futuro della sinistra radicale saprà prescindere da questo lungo passo falsissimo, e riprendersi non solo i temi che le appartengono (diritti, lavoro, uguaglianza…), ma anche i modi di fare politica.
In fondo è quello che vuole, spero, la stessa Barbara Spinelli.

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Prima le persone https://minimaetmoralia.it/politica/prima-le-persone/ https://minimaetmoralia.it/politica/prima-le-persone/#comments Sun, 08 Jun 2014 10:39:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21337 Riceviamo e ripubblichiamo questo articolo da un militante di Sel e della Lista L'Altra Europa con Tsipras.

di Enrico Sitta

"Prima le persone" (slogan della lista Tsipras)
"Il Paese in cui è bello riconoscersi è quello fatto dai comportamenti, non dai monumenti" (Altiero Spinelli)

Predicare lo ius soli per la cittadinanza e praticare lo ius sanguinis per le rappresentanza politica. Io avevo capito che i candidati della lista Tsipras erano tutti figli di Altiero Spinelli, della sua idea di Europa. Invece, ancora una volta, avevo capito male: conta il dato biologico.
Invece dei cv la prossima volta (ammesso che per voi ce ne sarà un'altra) chiedete la prova del DNA, così fate prima.

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Riceviamo e ripubblichiamo questo articolo da un militante di Sel e della Lista L’Altra Europa con Tsipras.

di Enrico Sitta

“Prima le persone” (slogan della lista Tsipras)
“Il Paese in cui è bello riconoscersi è quello fatto dai comportamenti, non dai monumenti” (Altiero Spinelli)

Predicare lo ius soli per la cittadinanza e praticare lo ius sanguinis per le rappresentanza politica. Io avevo capito che i candidati della lista Tsipras erano tutti figli di Altiero Spinelli, della sua idea di Europa. Invece, ancora una volta, avevo capito male: conta il dato biologico.

Invece dei cv la prossima volta (ammesso che per voi ce ne sarà un’altra) chiedete la prova del DNA, così fate prima.
Poco conta che quando Marco Furfaro va in tv riaccende una speranza a sinistra in questo paese, mentre la Spinelli non si capisce neanche quello che dice. Poco conta se ha promesso ovunque che avrebbe rinunciato al ruolo. Poco conta che i voti li ha presi perché l’hanno fatta votare tutti i candidati, sapendo che si sarebbe dimessa. Poco conta che ci sia gente che si è candidata proprio perché sapeva che si sarebbe dimessa; sticazzi giocare con la vita delle persone. Chi se ne frega.

In una situazione come questa arrivo a rivalutare addirittura la figura di Marianna Madia, che quando l’hanno chiamata per fare il ministro stava guardando Peppa Pig. Almeno è una che ha più senso della realtà, del verosimile, del possibile, del discreto.
Ma andiamo con ordine, perché è giusto che si sappia tutto.

Subito dopo il voto, la mattina del 26, viene fatta una conferenza stampa. Alla Spinelli viene chiesto esplicitamente dai giornalisti se rinuncerà al seggio, e lei – come al solito – non si capisce bene quello che dice. Per alcuni giorni il caos. Lei è irraggiungibile, è a Parigi (dove ancor a si trova senza che nessuno l’abbia mai vista). Ciò nonostante Marco Furfaro continua ad andare in tv come neo eletto della lista Tsipras, tenendo la barra dritta e ricevendo encomi e congratulazioni da tutti, compreso Melanchon. Poi arriva la prima proposta dei garanti ai segretari dei due partiti: Barbara accetterà, risolvetevela fra voi. Se serve anche con una roulette russa. Prima le persone. Grande senso di responsabilità politica. Poi viene davvero il bello: Massimo Torelli, coordinatore della lista, la notte fra giovedì e venerdì 5 giugno alle ore 2.00 chiama Marco Furfaro ed Eleonora Forenza dicendogli: “Complimenti, siete europarlamentari. Barbara ha scritto una lettera che si dimette”.

Poi, la mattina dopo, succede che Gallino esce dall’ospedale, chiama la Spinelli e le dice: “Ma che sei matta?”. Allora si rimangiano la parola un’altra volta. Guido Viale apre l’assemblea del 7 a Roma dicendo che la Spinelli potrebbe già aver accettato e optato per un seggio. L’assemblea è in rivolta, e chiede che ci sia una decisione democratica. La sera arriva il comunicato della Spinelli, che si rimangia la parola per la seconda volta, che sconfessa Gallino e i garanti sul sorteggio, che non tiene conto di quanto deciso dall’assemblea nazionale e che fa fuori Marco Furfaro senza neanche avergli fatto mai una telefonata in 20 giorni di supplizio, personale e politico.

Una persona misera Barbara Spinelli, una borghese piccola piccola, priva della facoltà politica e forse anche umana di intendere e di volere, in mano a dei mascalzoni che hanno sfruttato l’occasione per un unico scopo politico che andava delineandosi fin dall’inizio: fare fuori Sel. Per invidie, vecchi rancori, politicismi, opportunismi d’accatto.

Si sacrifica ancora una volta Marco Furfaro, una delle speranze della sinistra di questo paese per miopia, personalismi, tracotanza, tradimenti, cerchiobottismi. Tutti i peggiori istinti di questo povero paese. Gli istinti dell’élite di quella Repubblica (il giornale) e dintorni che non sta con Renzi e che magari avesse anche solo un grammo dell’intelligenza politica dell’ex sindaco di Firenze. Che io politicamente non stimo, sia chiaro. Ma che gigante in confronto a questi abietti!

Due o tre cose, in ordine sparso, che colgo occasione di dire in questo frangente: Eleonora Forenza, ora sei tutti noi. Spero che tu faccia bene in Europa e che porterai lì le nostre battaglie ma soprattutto che (una volta firmato le carte, sia chiaro!) troverai il modo di raccontare anche tu la miseria e lo schifo di questi giorni.

Poi volevo fare i miei complimenti sinceri a Moni Ovadia, unico in questa greppia di sciagurati dei garanti e dintorni ad aver fatto bella figura mantenendo la parola data.

Di tutti gli altri, esponenti di una generazione di perdenti nati, figli di, mariti di, la vecchia classe dirigente che sia quando è stata maggioranza che opposizione, giornalisti, intellettuali, tutti messi insieme non siete stati in grado in 40 anni di cambiare di una virgola per il meglio questo paese. Cresciuti e pasciuti con stipendi d’oro, vitalizi e (doppie) pensioni ridicole. Rappresentate il peggio della nazione, e ammesso che abbia mai stimato personalmente in passato qualcuno di voi la cosa oggi finisce qui.

A noi il compito, ancora una volta, di ricominciare da capo senza padri, padroni, padrini. Senza rete. Né con il Pd di Matteo Renzi né con l’abominio di Barbara Spinelli. Nella terra di nessuno, quella in cui la vostra grettezza, la vostra mancanza di prospettiva  e soprattutto di generosità e politica vorrebbe confinarci. Ma avete già perso, un’altra volta. Perché, in fondo, nella vita avete sempre fallito anche quando vincevate. E il fatto che ora tocca a noi rimettere in piedi questo Paese non sarà, ancora una volta, uno scranno a Bruxelles a decretarlo. E se qualcuno pensava di averci fatto fuori ve lo diciamo chiaro e tondo: rassegnatevi perché noi siamo più forti di ieri. Avete scritto per anni articoli sugli operai senza mai averne conosciuto uno. Una sinistra che ambisce oggi ad essere tale è una sinistra che sia in grado di dare voce, rappresentanza e risposte a chi non ne ha mai avute: i precari, i disoccupati, i lavoratori autonomi, gli esodati. Chi ha e chi sa di meno.

Ci candidiamo noi a fare questo. Voi cominciate a scansarvi.

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Il desiderio di morte come progetto politico https://minimaetmoralia.it/interventi/spinelli-va-a-bruxelles/ https://minimaetmoralia.it/interventi/spinelli-va-a-bruxelles/#comments Sun, 08 Jun 2014 09:17:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21308 Quello che la prima volta si manifesta in tragedia, la seconda lo fa in farsa. E la terza - la definitiva, la terminale - come lettera da Parigi. Lo psicodramma Spinelli e l'esperienza della Lista L'Altra Europa con Tsipras sono finiti ieri, nel modo peggiore che si poteva immaginare: un suicidio mascherato da sopravvivenza. Barbara Spinelli, dopo giorni di silenzio andropoviano, ha inviato una mail da Parigi, che potete leggere qui. E invito a farlo, a leggerla, dico, per intero; perché è uno dei documenti più rappresentativi della sinistra italiana, della sua incapacità a comunicare, della sua deresponsabilizzazione patologica, del suo narcisismo laschiano conclamato, del suo desiderio di morte, della sua fame saturnina.

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Quello che la prima volta si manifesta in tragedia, la seconda lo fa in farsa. E la terza – la definitiva, la terminale – come lettera da Parigi. Lo psicodramma Spinelli e l’esperienza della Lista L’Altra Europa con Tsipras sono finiti ieri, nel modo peggiore che si poteva immaginare: un suicidio mascherato da sopravvivenza. Barbara Spinelli, dopo giorni di silenzio andropoviano, ha inviato una mail da Parigi, che potete leggere qui. E invito a farlo, a leggerla, dico, per intero; perché è uno dei documenti più rappresentativi della sinistra italiana, della sua incapacità a comunicare, della sua deresponsabilizzazione patologica, del suo narcisismo laschiano conclamato, del suo desiderio di morte, della sua fame saturnina.

Con questa lettera, Spinelli accetta ciò a cui aveva rinunciato: ossia di diventare parlamentare europea in caso fosse stata eletta. Dopo aver fatto una lunga campagna elettorale spiegando il senso delle candidature (che abbiamo accettato di chiamare testimoniali per essere buoni e dovevamo chiamare civetta per essere precisi), il 26 maggio – all’indomani del risultato del 4,03% -, mentre Marco Furfaro (di estrazione Sel) e Eleonora Forenza (di estrazione Rifondazione) festeggiavano il loro secondo posto dietro Spinelli e quindi la loro elezione a Bruxelles, Spinelli apriva il telefono della doccia fredda e urticante, insinuando che invece no, contrordine compagni, forse era meglio che andasse lei. Il resto è la cronaca di quindici giorni deliranti. Va, non va, esclude Furfaro, esclude Forenza, ci sarà una lotteria fra i due, ci sarà una consultazione alla base, ci sarà una discussione… Così alla fine questo rimuginio psicotico ieri ha prodotto la lettera. Una comunicazione che mescola la peggiore retorica della società civile con la peggiore retorica da comitato di partito e che è arrivata dopo poche ore che si era svolta a Roma l’Assemblea Nazionale dei comitati della lista, assemblea alla quale Barbara Spinelli non si era manifestata né in carne né in voce, e la cui discussione era stata ovviamente molto focalizzata anche sulla vicenda Spinelli va-non-va, e dalla torre chi viene spinto giù Forenza-o-Furfaro. Assemblea che, sottolineamolo, aveva anche chiaramente espresso la volontà di far sì che questa decisione così delicata passasse per un dibattito allargato, un processo di decisione minimamente democratico. E invece, la lettera; in cui la risposta debita a chi era rimasto allibito da questa marcia indietro si limita a poche righe, queste:

So che molti sono delusi: il pro­po­sito espresso all’inizio di non andare al Par­la­mento euro­peo sarebbe disat­teso, e que­sto equi­var­rebbe a una sorta di tra­di­mento. Non sento tut­ta­via di aver tra­dito una pro­messa. I patti si per­fe­zio­nano per volontà di almeno due parti e gli elet­tori il patto non l’hanno accet­tato, accor­dan­domi oltre 78.000 pre­fe­renze. Mi sono resa conto, il giorno in cui abbiamo cono­sciuto i risul­tati, che sono vera­mente molti coloro che mi hanno scelto nep­pure sapendo quel che avevo annun­ciato: anche loro si sen­ti­reb­bero tra­diti se non tenessi conto della loro volontà.
Inol­tre, come garante della Lista, ho il dovere di pro­teg­gerla: le logi­che di parte non pos­sono com­pro­met­terne la natura ori­gi­na­ria. Pro­prio le divi­sioni iden­ti­ta­rie che si sono create sul mio nome mi indu­cono a pen­sare che la mia pre­senza a Bru­xel­les garan­ti­rebbe al meglio la voca­zione, che va asso­lu­ta­mente sal­va­guar­data, del pro­getto – inclu­sivo, sopra le parti – che si sta costruendo.
Per quanto riguarda la scelta che sono chia­mata uffi­cial­mente a com­piere, annun­cio che essa sarà in favore del Col­le­gio Cen­tro: è il mio col­le­gio natu­rale, la mia città è Roma. È qui che ho rice­vuto il mag­gior numero di voti. A Sud non ero capo­li­sta ma seconda dopo Ermanno Rea, e da molti ver­rei per­ce­pita come «para­ca­du­tata» dall’alto. Mi assumo l’intera respon­sa­bi­lità di quest’opzione, che mi pare la più giu­sta, nella piena con­sa­pe­vo­lezza dei prezzi e dei sacri­fici che essa comporterà.

Ora, chiunque abbia conoscenza del dietro le quinte, sa che la filigrana di tutto questo, il non-detto, riguarda i rapporti tra Sel e Rifondazione, tra chi vuole andare col GUE e chi vuole dialogare con il PSE, i vecchi rancori tra compagni, gli sciocchi regolamenti di conti tra chi seguì il progetto fallimentare di Rivoluzione Civile con Ingroia e gli altri militanti, ma di questo che per me è un mondo mefitico di retropensieri che non esiste, non voglio discutere. Perché invece io voglio stare al detto, e leggendo la lettera, chiunque abbia un minimo di logica, riesce a vedere la surrealtà di questo comunicato. A partire dall’affermazione “i patti si perfezionano per volontà di almeno due parti e gli elettori il patto non l’hanno accettato, accordandomi oltre 78.000 preferenze”.

Dunque: tu dichiari più volte che la tua candidatura è solo testimoniale e che quindi sei una portatrice d’acqua e che quindi quei voti serviranno per qualcun altro (“Abbiamo voluto dar voce, con la nostra presenza attiva in campagna, ai tanti «invisibili» e alle tante competenze della lista Altra Europa con Tsipras. Non per ultimo, mandiamo un preciso messaggio agli elettori: scegliendo le nostre persone, e sapendo che non abbiamo un passato partitico, avranno la garanzia che voteranno per il carattere veramente unitario del progetto”, Spinelli dixit) e quando gli elettori, tipo un sacco di gente che conosco, tipo anch’io, si convincono obtorto collo di questa tua strategia elettorale, tu non solo cambi le regole di un patto che tu sola hai imposto e le cambi ex-post, ma dichiari che siamo stati in due a volerle modificare?

Buona parte di quelle 78.000 preferenze, proprio alla luce di quello che avevi dichiarato (“Ci si domanderà a questo punto perché votare capilista come Moni Ovadia o Barbara Spinelli. Rispondo che vale la pena votarli, perché l’impegno di tutti e due noi continuerà anche dopo l’elezione. Sia Moni che io vigileremo su quel che faranno i candidati della lista per cui ci siamo battuti, nella legislatura che comincerà dopo il 25 maggio.”, sempre Spinelli dixit), ti sono state date per rivestire un ruolo di garanzia e di vigilanza. Non per fare come cazzo ti pare.

Risultano quindi ancora più assurde le righe in cui Spinelli scrive “Come garante della Lista ho il dovere di proteggerla”. Perché il risultato di questa protezione sarà chiaramente l’implosione. Perché questa protezione è stata esercitata con un fare da padrini se non da lenoni da parte dei garanti. La pressione perché Spinelli andasse a Bruxelles non è solo venuta dalla base (quale?) come afferma Spinelli o dalla lettera quanto mai inopportuna di Tsipras, ma dagli altri garanti stessi (da Luciano Gallino a Marco Revelli) che di fatto si sono trasformati da figure super-partes a piccoli oligarchi. Del resto, ce lo si poteva aspettare, Quis custodiet ipsos custodes?, recitava certo Giovenale e gli faceva eco Alan Moore (nell’epigrafe di Watchmen), che come il poeta satirico latino conosce bene le miserie dell’animo umano, soprattutto quando si erge a paladino della giustizia. Questi watchmen, questi garanti, si sono dimostrati alla luce dei fatti un dispositivo farraginoso, autocontradditorio e terribile dal punto di vista del funzionamento democratico, tanto che il paragone con i garanti-padroni Grillo & Casaleggio va a favore di questi ultimi. Spiace dirlo, spiace essere così duri conoscendo le biografie politiche di Guido Viale, di Marco Revelli, di Luciano Gallino, di Barbara Spinelli stessa (noi, che non l’abbiamo voluta ridurre a “figlia di Altiero”), ma proprio riconoscendo questo valore aggiunto, si resta allibiti e furibondi di fronte a questo metodo politico.

Giorni fa rileggevo Uomo invisibile di Ralph Ellison, tradotto proprio da un giovanissimo Luciano Gallino cinquant’anni fa. Gli vorrei rimettere davanti quelle pagine su cui avrà evidentemente sudato non poco da giovane. Perché l’impressione che mi hanno lasciato è simile – questo comitato direttivo autoproclamato si è comportato come il direttore Bledsoe e i suoi compari: fingono di voler aiutare il protagonista del libro, di volerlo sostenere negli studi e nel lavoro, ma in realtà le lettere di raccomandazione che gli riscrivono sono un tragico bluff. Quando “Uomo invisibile” ne aprirà una di queste lettere, sgranerà gli occhi; tutte le lettere dicono in realtà ai destinatari l’opposto di quello che si pensava: ‘Fingete di accogliere questo ragazzo, fingete di poterlo e volerlo aiutare, in verità questo ragazzo non deve avere un’altra possibilità’.

Il messaggio dei garanti ha avuto lo stesso senso: a essere delusi sono (e spero che questo sia ben chiaro ai garanti) soprattutto quelli di una generazione, non anagrafica ma politica, differente. I ventenni/trentenni/quarantenni, coloro che sono stati esclusi tanto dal welfare quanto dalla rappresentanza politica. E che consideravano il voto – almeno il voto – un possibile minuscolo strumento di restituzione di questa rappresentanza. Una generazione che pensava finalmente che Furfaro e Forenza fossero l’espressione di una possibile, rinnovata, minima unità progettuale, a sinistra. E non un pacchetto Sel + Prc. Due candidati eletti secondo nessuna logica Cencelli, ma a partire dal riconoscimento di un lavoro ormai decennale sul campo. E invece Spinelli persino questo patto generazione informale ha voluto rompere: scegliendo in maniera anti-salomonica tra i due chi sacrificare. Giù dalla torre Furfaro, a cui viene dedicata nella lettera una riga che ha il sapore del saluto di un boia.

Ma persino in quest’atto si può scorgere la cupio dissolvi. La decisione di Spinelli ricorda, e qui l’evidenza del disastro si può fare ancora più palmare, quella della Scelta di Sophie, il film di Alan Pakula del 1982. Sophie, messa di fronte in un lager alla scelta di militari nazisti di chi far sopravvivere tra i due figli, opta per quello apparentemente più debole. Perderà ovviamente entrambi.
Anche in questo caso, la logica di questa opzione è folle e autodistruttiva. Slavoj Žižek analizza questo film e mette in guardia dalla falsa alternativa della scelta. È evidente che un’opzione del genere è da rifiutare in sé, va rispedita al mittente; il prezzo da pagare è – altrimenti – la distruzione di tutti e tre (madre e figli). Fuor di metafora, chi voterà un accrocchio come Tsipras la prossima volta? O ancora, chi si sbatterà a fare campagna elettorale, a raccogliere le firme? O anche: chi voterà Sel o Rifondazione? O persino, chi voterà a sinistra? O infine, chi voterà? Se il mio voto dev’essere così strumentalizzato, preferisco non votare. Persino Matteo Renzi con i suoi modi spicci giganteggia di fronte a questo pastrocchio. Persino il Movimento Cinquestelle con il suo concetto di rappresentanza preso in prestito da qualche popolo di Star Trek risulta più affidabile.

Ed ecco alla fine di questo sfogo, resta solo l’amarezza. Siamo cresciuti nel Novecento, nel secolo del pensiero critico, e non possiamo rimuovere il lato umano. Per questo dico: mi dispiace molto, umanamente. Quando leggo, nella penultima riga della lettera di Spinelli, il suo appello al “pro­se­gui­mento di una bat­ta­glia uni­ta­ria e inclu­siva al mas­simo”, rivolto ai “delusi dalla pre­sente demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva”, mi sale alla bocca un ghigno, è un gesto quasi involontario. Il contagio di psicosi. Perché capisco che non è una questione di sgarbi tra vecchi compagni. Ma un problema di verità. La percezione di un dato reale, un’intelligenza di tipo empatico, sentimentale che manca totalmente a questa sinistra. In bocca al lupo a chi, nonostante tutto questo, sceglierà di vivere veramente invece di sopravvivere come uno zombie.

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Spinelli, rinuncia https://minimaetmoralia.it/interventi/spinelli-rinuncia/ https://minimaetmoralia.it/interventi/spinelli-rinuncia/#comments Mon, 02 Jun 2014 22:48:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21157 Forse, e per fortuna verrebbe da dire, qualcuno non lo sa; ma nella Lista Tsipras c'è un po' di discussione: il motivo è che Barbara Spinelli (ispiratrice della Lista e una di quei garanti che sono riusciti a creare e guidare questa esperienza neonata non solo verso l'agognato e complicato 4,03 % ma anche in una campagna elettorale vitale, franca, capace di discutere di temi e non di vedersi ridotta al derby Grillo-Renzi), dopo aver chiaramente affermato che avrebbe lasciato la sua poltrona di parlamentare europeo in caso di elezione a chi veniva dopo di lei nelle preferenze, e dopo aver per questo ricevuto non poche critiche, e dopo aver anche risposto e difeso i motivi di questa scelta, ora pare averci ripensato: forse andrà a Bruxelles. E quindi forse non ci andrà uno dei due trentenni che erano arrivati secondi nella circoscrizione centrale e in quella meridionale: Marco Furfaro e Eleonora Forenza. Che si erano già fatti le foto di rito.

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Forse, e per fortuna verrebbe da dire, qualcuno non lo sa; ma nella Lista Tsipras c’è un po’ di discussione: il motivo è che Barbara Spinelli (ispiratrice della Lista e una di quei garanti che sono riusciti a creare e guidare questa esperienza neonata non solo verso l’agognato e complicato 4,03 % ma anche in una campagna elettorale vitale, franca, capace di discutere di temi e non di vedersi ridotta al derby Grillo-Renzi), dopo aver chiaramente affermato che avrebbe lasciato la sua poltrona di parlamentare europeo in caso di elezione a chi veniva dopo di lei nelle preferenze, e dopo aver per questo ricevuto non poche critiche, e dopo aver anche risposto e difeso i motivi di questa scelta, ora pare averci ripensato: forse andrà a Bruxelles. E quindi forse non ci andrà uno dei due trentenni che erano arrivati secondi nella circoscrizione centrale e in quella meridionale: Marco Furfaro e Eleonora Forenza. Che si erano già fatti le foto di rito.

Quando ho letto qui di questa ipotesi, mi è sembrata una notizia allucinante. Per fortuna non sono stato il solo ad avere questa reazione. Per dire, sul suo blog Alessandro Gilioli lo scetticismo diffuso l’ha espresso in maniera chiarissima. Sono convinto che la scelta di Barbara Spinelli non sia semplice, incerta tra due forme di responsabilità speculari. Gli elettori che la vogliono comunque e gli elettori che avevano capito che era solo una candidatura-testimonianza: chi ha più peso? E sono convinto anche che lei sia più vittima che attrice di un riassestamento post-voto delle organizzazioni di partito e di movimento, per cui le divisioni di SEL tra pro-renziani e anti-renziani, le pressioni del PRC, i dialogatori e i nondialogatori, e poi gli impulsi a prolungare l’esperienza della Lista Tsipras, o a scioglierla, o a strutturarla, la scelta impensata tra PSE e GUE, tutto questo avrà quantomeno inquinato l’aria intorno a lei. Ma c’è un rischio più evidente di cui spero che Spinelli si renda conto: quello di buttare il bambino di questa esperienza politica senza nemmeno la scusa dell’acqua sporca. Oppure – e a noi lettori ci è oscuro – c’è dell’acqua sporca? Ci sono dinamiche spiacevoli che sono emerse durante la campagna elettorale ed ex-post? Qui non cito le frecciatine tra vari candidati etc…, ma solo l’interrogativo candido che si pone un elettore: ci sono questioni sostanziali? Ci sono delle divergenze di peso tra la posizione di Spinelli e quella dei dirigenti di SEL, differenze che non sono componibili? Forse sarebbe bene essere trasparenti fino in fondo.

Ma soprattutto sarebbe bene realizzare come la rinuncia alla rinuncia, il passo avanti che segue il passo indietro, l’aver prima rappresentato una candidatura-civetta e poi aver rivoluto il posto lasciato a qualcun altro, costituirebbe una ferita non da poco alla faticosa credibilità raggiunta da quest’agglomerato di sinistra, l’ennesimo arcobaleno che diventerebbe nel giro di un attimo una palude brunastra. Vogliamo anche ammettere che non è facile rinunciare se si pensa di essere utili forse, fondamentali, aggreganti. E c’è da dire che Alexis Tsipras la vorrebbe vicepresidente dell’Europarlamento. Ma. Ma per quanto questa prospettiva sarebbe augurabile, mi spiace affermare che la grammatica vuole un altro verbo: questa prospettica sarebbe stata augurabile. Perché Tsipras non ha tirato fuori quest’idea due mesi fa? Perché non ha insistito con i suoi candidati perché le candidature fossero tutte reali e non di facciata? Quanta gente ha votato sapendo che Curzio Maltese sarebbe andato, in caso, a Bruxelles; e quanta gente ha votato sapendo che Moni Ovadia sarebbe rimasto, in caso, a casa sua?

È evidente a chiunque dotato di buon senso che si tratta di un caso lampante di buchi & pezze peggiori dei buchi. Tuttavia Barbara Spinelli ha dalla sua un’arma incredibile. Dire no, vadano Furfaro e Forenza. Dire no, motivando bene questo no. E diventando all’istante una leader credibile di una sinistra allo sbando. Una leader credibile e non, come la chiamano sui giornali, “la figlia di Altiero”: per l’ennesima volta, il credito dato a un nome, a una rappresentanza simbolica. Ma mettiamo il caso contrario: davvero Spinelli ritiene che si debba avallare il fatto che si è costruito un progetto così molteplice per poi convergere su una candidatura personale e non su un progetto. E che non si senta sola a pensarlo. Spinelli e Tsipras questo credono? Dovrebbero – come minimo – argomentarlo per bene. Altrimenti la prossima volta quel milione e centomila persone che gli hanno dato credito, voteranno la Lista Arrosticini. E di quelli, io sono il primo.

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Sulla vittoria di Renzi https://minimaetmoralia.it/interventi/vittoria-renzi-elezioni-europee/ https://minimaetmoralia.it/interventi/vittoria-renzi-elezioni-europee/#comments Mon, 02 Jun 2014 13:30:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21152 «Matteo Renzi è il leader ideale del partito cui vorrei fare opposizione, nel senso che – secondo una logica un po' anglosassone – lo considererei una ragionevole alternativa di centro-destra a quella che io vorrei che fosse la mia forza di centro-sinistra». Ogni volta che in questi dieci giorni qualcuno mi ha chiesto cosa pensassi del trionfo del Pd di Renzi, mi è rimbombato in mente questo passaggio della mail che il mio amico Tullio mi ha mandato all'indomani del voto. Mi pare proprio così: abbiamo passato vent'anni a lamentarci che, per colpa dell'anomalia di Silvio Berlusconi, in Italia non esisteva una destra democratica, moderata, civile, europea: e ora eccola qua. Certo, magari non avremmo voluto che – come in Alien – uscisse dalla pancia della sinistra, fagocitandola. Ma è andata così.

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Italy's PM Renzi holds a news conference at an European Union leaders summit in Brussels

(Fonte immagine)

«Matteo Renzi è il leader ideale del partito cui vorrei fare opposizione, nel senso che – secondo una logica un po’ anglosassone – lo considererei una ragionevole alternativa di centro-destra a quella che io vorrei che fosse la mia forza di centro-sinistra». Ogni volta che in questi dieci giorni qualcuno mi ha chiesto cosa pensassi del trionfo del Pd di Renzi, mi è rimbombato in mente questo passaggio della mail che il mio amico Tullio mi ha mandato all’indomani del voto. Mi pare proprio così: abbiamo passato vent’anni a lamentarci che, per colpa dell’anomalia di Silvio Berlusconi, in Italia non esisteva una destra democratica, moderata, civile, europea: e ora eccola qua. Certo, magari non avremmo voluto che – come in Alien – uscisse dalla pancia della sinistra, fagocitandola. Ma è andata così.

È, in fondo, quello che ha detto Mario Monti, dichiarando di voler entrare subito nel Pd: e anzi dicendo che se Renzi avesse vinto le primarie contro Bersani, Scelta Civica non sarebbe mai nata. Uno come Tullio, uno come me, non avrebbe mai pensato di poter stare dalla stessa parte di Monti: perché Monti rappresenta la destra, cioè chi vuole che il mondo continui a girare così, magari oliandone i binari.

Renzi, d’altra parte, ha sempre sostenuto che la distinzione tra destra e sinistra appartiene al passato. È su questa linea che ha vinto le elezioni: i flussi dei voti dimostrano che la sua vittoria è dovuta quasi esclusivamente alla cattura di due terzi dei voti perduti da Scelta Civica di Monti (che sono stati oltre tre milioni). E, dal suo punto di vista, forse Renzi ha ragione: il suo Pd contiene in un certo senso destra e sinistra. Perché – come ha detto a caldo Barbara Spinelli, e molti altri con e dopo di lei – questo Pd assomiglia ad una nuova Democrazia Cristiana. Per molti versi non si limita ad assomigliarle: ne è l’erede diretto. Renzi stesso è geneticamente democristiano: le fotografie che lo ritraggono accanto a Ciriaco De Mita, scattate quando era il presidente della provincia di Firenze eletto nelle file della Margherita, documentano l’albero genealogico del leader del Pd. Ed è innegabile che la fusione voluta da Walter Veltroni vada letta, col senno di oggi, piuttosto come un’annessione, o una digestione, di ciò che restava del Pci da parte di una rinnovata Dc.

Le analogie con la Democrazia Cristiana d’antan sono numerose: i famosi 80 euro (decisivi per la vittoria elettorale) appartengono ad una tradizione dove una genuina attenzione verso i lavoratori assume le forme di un’altrettanto  genuina  propensione al voto di scambio. E se mai la procura della Repubblica di Firenze riprenderà a funzionare, gli italiani sapranno cosa sono stati gli anni del Renzi sindaco: anni in cui il sostanziale non-governo della città (un giudizio, questo, che nemmeno i fans più sfegatati riescono a smentire con qualche fatto) si è accompagnato alla crescita del pervasivo strapotere di un comitato di affari legato a doppio filo al cerchio magico renziano. D’altra parte, basta guardare cosa succede in Campania, o in Sicilia: dove i gruppi dirigenti ex democristiani agitano ora le bandiere del Pd dimenandosi sul carro del vincitore.

Ma il punto non è (per ora) la corruzione:  il punto è quale mai sia la visione del Pd di Renzi. Per ricondursi a qualunque titolo alla famiglia della Sinistra europea, anche nelle versioni più annacquate, il Pd dovrebbe avere una qualunque idea di cambiamento del sistema economico e politico europeo. Di tutto questo non si è visto traccia: perché le uniche posizioni sono semmai di tipo nazionalista, quelle per cui «l’Italia batterà il pugno sul tavolo». E infatti si parla già del Pd come di un ‘partito della Nazione’: un partito-stato che serva a governare meglio l’esistente, non a cambiarlo. Sappiamo che Renzi è contrario ai mostruosi stipendi dei manager pubblici (benissimo!), ma non sappiamo cosa pensi – per dire – del rapporto tra cessione della sovranità statale e genesi della crisi. Al posto di una riflessione politica c’è una serie di trovate. E laddove il premier si è invece espresso con chiarezza – è il caso delle privatizzazioni, o delle mani libere per i costruttori – le sue posizioni sono semmai tipicamente di destra: cioè ultra-mercatiste.

D’altra parte, l’esplicito riferimento al modello di Tony Blair (che oggi possiamo giudicare in sostanziale continuità con l’operato di Margaret Thatcher) chiarisce che la parola «sinistra» non ha davvero più alcun significato, per il Pd: o almeno non ha quello che ha oggi in Grecia, Spagna o Francia. E se guardiamo agli Stati Uniti, il Pd renziano non assomiglia al Partito Democratico, ma semmai ad un partito che assommi il centro dei Democratici a quello dei Repubblicani.

Se a tutto ciò aggiungiamo la dichiarata volontà di riformare la Costituzione in senso anti-rappresentativo e presidenzialista: ebbene, comprendiamo che è insensato accostare la parola ‘sinistra’ al partito di (e questo «di» ha un significato sempre più personalistico) Renzi.

Grande dovrebbe dunque essere lo spazio per una vera sinistra italiana: certo più grande del pur miracoloso risultato della Lista Tsipras. E qui è bene sottolineare che se Renzi ha stravinto in termini relativi (cioè ha stravinto queste elezioni europee), egli non lo ha fatto in termini assoluti: perché il ben più progressista Pd di Veltroni nel 2008 prese quasi un milione di voti in più: 12.095.306 contro 11.203.231. È stata l’astensione massiccia la grande alleata di Renzi, e bisogna comunque notare che circa 1.400.000 cittadini che alle ultime elezioni avevano votato Pd, stavolta non sono andati a votare.

Ecco, è in questi numeri la prospettiva per una sinistra nuova: una sinistra che costruisca la propria agenda sui temi che non possono appartenere alla gigantesca Neo Democrazia Cristiana renzian-montiana che esce da queste elezioni. Penso al grande tema dei beni comuni, all’obiettivo strategico di un’economia civile fondata sulla sostenibilità ambientale e sull’equità sociale, sui volumi zero e sulla redistribuzione degli spazi pubblici (da non alienare). Ad una politica europea che assegni alla Banca Centrale il fine di creare occupazione. All’obiettivo fondamentale dell’uguaglianza sostanziale e dell’integrazione. O ad un uso del patrimonio culturale, e in generale della cultura, che abbia come fine la liberazione dal totalitarismo della mercificazione e la formazione di cittadini: tutto il contrario del marketing televisivo di Matteo Renzi, antropologicamente allergico ad ogni forma di sapere critico, e convinto che la cultura coincida con l’intrattenimento. In questo, davvero, un berlusconiano nativo.

Una sinistra capace di parlare questa lingua potrebbe contendere i voti al Pd (attraendone anche la minoranza civatiana) e al Movimento Cinque Stelle, che appare sempre più prigioniero della follia suicida dei suoi due guru. Una sinistra che sappia tracciare un cammino realistico e attrattivo: una sinistra che renda falso ciò che ha detto Francesco Tullio Altan (e che purtroppo oggi è vero), e cioè che Renzi è sembrato la cosa più vicina alla possibilità che qualcosa si muovesse. Milioni di italiani hanno votato Renzi per questo motivo, pur tappandosi il naso: e per lo stesso motivo altri milioni non hanno votato. Ora occorre rimboccarsi le maniche e riaprire il cantiere della sinistra italiana: non solo come forza di opposizione, ma come laboratorio per costruire un futuro non più furbo (come prospetta Renzi), ma più giusto. La mail del mio amico Tullio finiva così: «La sfida non è opporsi al modesto cambiamento che ci stanno propinando come epocale, ma rilanciare nel merito per smascherarne i limiti e per proporne uno vero. Ci si può lavorare». Non solo si può: si deve.

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Reinfetazione: la “nuova arcadia democratica” https://minimaetmoralia.it/interventi/reinfetazione-la-nuova-arcadia-democratica/ https://minimaetmoralia.it/interventi/reinfetazione-la-nuova-arcadia-democratica/#respond Wed, 07 May 2014 15:43:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20577 Questo pezzo è uscito su Artribune.

Stiamo vivendo un momento italiano che è stato paragonato utilmente a quello dell’8 settembre: di sbandamento e di ripiegamento. Vivere un cambiamento senza esperire questo cambiamento, senza adottarlo nella propria testa e nella propria vita, è del resto – come la rimozione, che nutre questo processo - una delle nostre passioni inveterate.

È la reinfetazione di cui scriveva nel dicembre scorso Barbara Spinelli, un imbozzolarsi individuale e collettivo, una regressione guidata dalla paura e dallo sconforto: “Reinfetazione è quando ti rifai feto: torni nella pancia, il cordone ombelicale ti tiene al guinzaglio. Finché non nasci, resti stabile tu e anche chi comanda: «Con annunci drammatici, decreti salvifici, complicate manovre, la classe dirigente si presenta come l’unica legittima titolare della gestione della crisi» (Censis)” (Il vizio dell’8 settembre, “la Repubblica”, 11 dicembre 2013)...

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Il Governo Renzi

Questo pezzo è uscito su Artribune.

…enorme è la forza d’inerzia dei vecchi  regimi, anche se incartapecoriti.

Barbara Spinelli

…sono tanti i politici estinti dalla rivoluzione permanente che abbiamo vissuto in questi anni. E quando gli incontentabili follower mi rimproverano su Twitter che invitiamo sempre gli stessi, sembrano non accorgersi che l’album delle figurine tv è cambiato molto.

Corrado Formigli

Stiamo vivendo un momento italiano che è stato paragonato utilmente a quello dell’8 settembre: di sbandamento e di ripiegamento. Vivere un cambiamento senza esperire questo cambiamento, senza adottarlo nella propria testa e nella propria vita, è del resto – come la rimozione, che nutre questo processo – una delle nostre passioni inveterate.

È la reinfetazione di cui scriveva nel dicembre scorso Barbara Spinelli, un imbozzolarsi individuale e collettivo, una regressione guidata dalla paura e dallo sconforto: “Reinfetazione è quando ti rifai feto: torni nella pancia, il cordone ombelicale ti tiene al guinzaglio. Finché non nasci, resti stabile tu e anche chi comanda: «Con annunci drammatici, decreti salvifici, complicate manovre, la classe dirigente si presenta come l’unica legittima titolare della gestione della crisi» (Censis)” (Il vizio dell’8 settembre, “la Repubblica”, 11 dicembre 2013)…

Ma forse, per comprendere dove e chi siamo, ci troviamo più precisamente dalle parti del passaggio storico successivo al 25 luglio 1943. Di quei “cinquanta giorni di Badoglio” che rappresentano la vera sospensione in cui ci troviamo, la negazione del passato alle spalle e delle sfide dolorose e impellenti che stanno davanti. Un interregno storico e psichico – mai abbastanza indagato e analizzato, al contrario della lunga notte tra ’43 e ’45 – che Leo Longanesi descriveva così, efficacemente e crudamente: “Colti da una strana euforia, pronunciamo la parola libertà con accento quarantottesco e ci sentiamo un po’ tutti personaggi storici. A un tratto, dimentichiamo di avere seguito o almeno ubbidito a Mussolini, e che il buon tiranno, cadendo, ha portato con sé venti anni della nostra giovinezza. (…) Assumere atteggiamenti decisi significherebbe correre rischi che nessuno vuole affrontare: una situazione tragica non ammette che decisioni tragiche, ma si preferisce ripiegare nel compromesso per acquistare tempo” (In piedi e seduti, Longanesi 1980, pp. 185-186); “Gli italiani sorridono non perché sia caduto il tiranno, ma perché sperano nella pace. Alla dichiarazione di Badoglio: la guerra continua, nessuno crede seriamente (…). E per cinquanta giorni l’Italia non trova di meglio che astrarsi nella nuova arcadia democratica. Il nove agosto Milano è bombardata e il dieci è abolito il fascio sui biglietti di banca: gli avvenimenti procedono paralleli in questo alternarsi di tragedia e di farsa” (ivi, p. 188).

E che cosa stiamo vivendo – in termini ovviamente meno tragici, ma precisi in termini di psiche collettiva – se non questa esatta alternanza, questa oscillazione, questa “nuova arcadia democratica”? Un’arcadia che si fonda sulla rimozione di cambiamenti ogni volta annunciati e ogni volta congelati, rimandati; sul cercare di trasmettere la vecchia Italia nel nuovo tempo (operazione destinata al fallimento interno, come sempre vero nucleo del successo esterno, esteriore, apparente), ogni volta e in ogni epoca, senza generare per questo una nuova Italia.

La disfunzionalità è il cuore della nostra vita collettiva.

Così, sin dall’epoca di Tangentopoli di cui si è appena celebrato il ventennale, non ci siamo mai mossi da una situazione che ha purtroppo tutte le caratteristiche di un presente perpetuo, sempre uguale a se stesso; un presente che gira a vuoto e si avvita su se stesso – espellendo e introiettando comparse. Siamo rimasti intrappolati, in larga parte, “nella terra di nessuno, fra la doppia costituzione, la doppia morale di un paese schizoide” (Giorgio Bocca, Metropolis, Mondadori 1993, p. 4).

Attorno a noi si modificava un mondo, crudelmente: attorno alla desolazione immobile, pietrificata dell’Italia si agitava la desolazione turbolenta, impetuosa dell’Occidente. A rotta di collo verso un’intersezione che si è materializzata in questi ultimi anni.

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Considerazioni sparse sulle elezioni appena consumate https://minimaetmoralia.it/interventi/considerazioni-sparse-sulle-elezioni-appena-consumate/ https://minimaetmoralia.it/interventi/considerazioni-sparse-sulle-elezioni-appena-consumate/#respond Thu, 28 Feb 2013 15:31:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13281 In questi giorni di riflessioni post elettorali, pubblichiamo quella di Cecilia D'Elia, uscita su Italia2013, che ci sembra piena di spunti. (Fonte immagine.)

di Cecilia D'Elia

Premetto che condivido molto l’appello di Barbara Spinelli (La Repubblica 27 febbraio) a sospendere il giudizio davanti al monumentale evento manifestatosi con le elezioni del 2013. Bisogna ragionare e far politica, cercare di produrre spostamenti in avanti in una situazione di stallo che non ha però un esito segnato. Bisogna osare.

Del resto nei risultati elettorali c’è sempre una verità, che va interrogata. A costo di sembrare inelegante vorrei partire da un’autocitazione, la fine del primo capitolo del libro Italia 2013, Questo paese è anche nostro: “a una società che domandava discontinuità rispetto alle politiche del trentennio si è risposto con un governo tecnico sostenuto da tutti i più grandi partiti. Certo la qualità del personale politico è imparagonabile rispetto a quella del governo Berlusconi, ma l’Italia sembra essere stata messa in naftalina. Raccontano che è il prezzo da pagare per salvarsi. Il voto a Grillo, il rancore verso la cosiddetta “casta”, la disillusione e l’astensionismo sono figli di questa assenza di alternative. Quello che non c’è, quello che bisogna costruire, è la prospettiva del mutamento, in Italia e in Europa.”

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In questi giorni di riflessioni post elettorali, pubblichiamo quella di Cecilia D’Elia, uscita su Italia2013, che ci sembra piena di spunti. (Fonte immagine.)

di Cecilia D’Elia

Premetto che condivido molto l’appello di Barbara Spinelli (La Repubblica 27 febbraio) a sospendere il giudizio davanti al monumentale evento manifestatosi con le elezioni del 2013. Bisogna ragionare e far politica, cercare di produrre spostamenti in avanti in una situazione di stallo che non ha però un esito segnato. Bisogna osare.

Del resto nei risultati elettorali c’è sempre una verità, che va interrogata. A costo di sembrare inelegante vorrei partire da un’autocitazione, la fine del primo capitolo del libro Italia 2013, Questo paese è anche nostro: “a una società che domandava discontinuità rispetto alle politiche del trentennio si è risposto con un governo tecnico sostenuto da tutti i più grandi partiti. Certo la qualità del personale politico è imparagonabile rispetto a quella del governo Berlusconi, ma l’Italia sembra essere stata messa in naftalina. Raccontano che è il prezzo da pagare per salvarsi. Il voto a Grillo, il rancore verso la cosiddetta “casta”, la disillusione e l’astensionismo sono figli di questa assenza di alternative. Quello che non c’è, quello che bisogna costruire, è la prospettiva del mutamento, in Italia e in Europa.”

Ebbene a novembre sembrava di aver trovato una strada, con le primarie e la coalizione Italia Bene Comune, che potesse riaprire questa prospettiva. Una strada in salita, che chiedeva al centrosinistra di cambiare se stesso, di dare segnali di discontinuità nel personale politico oltre che nelle pratiche e nelle proposte. In parte questo è successo con le primarie, ma non senza ambiguità. Continuo a pensare che sia stata l’unica proposta politica realmente in campo. Il resto giocava contro: per salvarsi, per condizionare o per impedire. Un paese pieno di macerie dove il centrosinistra ha cercato di far prevalere una proposta di ricostruzione, ma non è stato fino in fondo capace di suscitare la speranza e di parlare al desiderio di star meglio dei singoli.

So bene che il problema è profondo e riguarda il modo in cui il neoliberismo e il ventennio berlusconiano ha ridisegnato l’Italia e gli italiani.

Del resto abbiamo potuto misurare nel risultato la forza della rivolta fiscale di Berlusconi, che ancora parla a tanti che sopravvivono grazie all’illegalità o ad un’economia sommersa. Ma proprio per questo bisognava essere più coraggiosi. Dire chiaramente cosa voleva fare il centrosinistra e come voleva essere. Proposte sociali e riforma della politica e dei partiti. Abbandonare il chiacchericcio di tanta stampa e televisione, incapace di parlare del merito, sempre solo attenta ai tatticismi e ai dialoghi tra gruppi dirigenti dei partiti.

Italia Bene comune è andata in campagna elettorale con il freno a mano tirato. Lo stesso nome della coalizione, che alludeva ad un cambio di paradigma, ad un mettere al primo posto i beni comuni, è stato subito archiviato. Ho visto solo manifesti del Pd, mai di coalizione, con lo slogan Italia giusta. Bello, ma antico. Troppo antico per intere generazioni fuori dal patto sociale, le generazioni perse, come le ha definite lo stesso Monti. Quelle nate dopo il trentennio dell’espansione del welfare e dei diritti in Europa (1945/75).

Il 37 % di disoccupazione giovanile è prima di tutto un problema democratico, di cittadinanza impossibile. A questo deve aggiungersi l’impoverimento delle famiglie, la precarietà diffusa, l’emigrazione intellettuale.

C’è un pezzo di società che non ha nulla da perdere e individua nella politica che ha conosciuto in questi anni la ragione del suo malessere. E non mi sento di dargli completamente torto.

Abbiamo detto più volte che bisognava cambiare anche il centrosinistra.

Una parte del paese era in rivolta, e il centrosinistra, nelle nostre diverse componenti, non è riuscito ad intercettare questa rabbia. Ha ragione Franco Cassano (Unità 27 febbraio) bisogna avere sincera curiosità per questa rabbia diffusa. Si può discutere se il M5S abbia effettivamente impedito all’Italia di avere movimenti come Occupy o come il “15 de Mayo” ( vedi Perchè “tifiamo rivolta” nel movimento 5 stelle) perchè il grillismo ha inglobato quelle potenzialità in un discorso ambiguo. Oppure sottolineare le permanenze culturali con la seconda repubblica, come fa Ida Dominijanni sul suo blog, e leggere la trasmigazione della demogogia antipolitica dalla televisione alla rete con un altro leader attore, “contrapposto nei contenuti ma continuatore nelle forme” .

Rimane il fatto che un’onda ha travolto una politica autoreferenziale, di cui anche il centrosinsitra (tutto) spesso fa parte. In questa onda ci sono cose molto diverse, alcune molto pericolose, ma c’è anche la materialità della crisi, nominata, e alcune buone pratiche civiche. Questa Italia va davvero guardata e attraversata. In questi anni lo ha fatto solo un po’ di buona arte contemporanea, di letteratura, teatro e cinema italiani.

Per questo penso che l’ultima cosa che ci serva è il governissimo. Meglio capire se sono possibili alleanze inedite e cercare di sperimentare poche e buone riforme; corruzione, costi della politica e conflitto d’interessi non sarebbero piccola cosa per questo Paese.

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Balene e letteratura https://minimaetmoralia.it/letteratura/balene-e-letteratura/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/balene-e-letteratura/#comments Tue, 13 Nov 2012 14:16:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11313 Questo pezzo è uscito sul Corriere della Sera. (Immagine: Luke Pearson.)
In Alaska, una serie di mascelle di balene forma il recinto di un cimitero. Gli spermaceti dei capodogli, spalmati sul viso, venivano usati per illuminare la pelle delle donne nel Settecento. Con i fanoni delle balene si fabbricavano busti e corsetti per modellare il corpo femminile. In alternativa, i «denti» venivano utilizzati per ombrelli o come sospensioni delle carrozze. Tutte le parti delle balene, carne, pelle, grassi, lingua sono stati impiegati per soddisfare mille necessità umane. Per l'illuminazione delle città fu una svolta la scoperta dell'olio di balena nelle lampade. Martin Lutero usava una vertebra di balena come sgabello.

Il terrore ancestrale verso le balene, gli inseguimenti sugli oceani e il commercio dei capodogli hanno attraversato secoli di storia coinvolgendo maori, eschimesi, indiani d'America, quaccheri, pirati, corsari e padri pellegrini. Dopo secoli di miti e avvistamenti cominciò l'era della caccia sistematica.

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Questo pezzo è uscito sul Corriere della Sera. (Immagine: Luke Pearson.)

In Alaska, una serie di mascelle di balene forma il recinto di un cimitero. Gli spermaceti dei capodogli, spalmati sul viso, venivano usati per illuminare la pelle delle donne nel Settecento. Con i fanoni delle balene si fabbricavano busti e corsetti per modellare il corpo femminile. In alternativa, i «denti» venivano utilizzati per ombrelli o come sospensioni delle carrozze. Tutte le parti delle balene, carne, pelle, grassi, lingua sono stati impiegati per soddisfare mille necessità umane. Per l’illuminazione delle città fu una svolta la scoperta dell’olio di balena nelle lampade. Martin Lutero usava una vertebra di balena come sgabello.

Il terrore ancestrale verso le balene, gli inseguimenti sugli oceani e il commercio dei capodogli hanno attraversato secoli di storia coinvolgendo maori, eschimesi, indiani d’America, quaccheri, pirati, corsari e padri pellegrini. Dopo secoli di miti e avvistamenti cominciò l’era della caccia sistematica.

Le balene però, oltre a servire per gli utensili, hanno fatto anche la storia della letteratura. La letteratura sarebbe irriconoscibile senza la presenza del mare e di queste sublimi bestie, che hanno incarnato fin dalle origini della civiltà quanto di più propriamente letterario potesse esistere: il mistero, l’impulso irrefrenabile della sfida, la spinta verso l’avventura, la sete di vendetta, il male assoluto, la morte che incombe invisibile e minacciosa. La cui fronte rugosa e segnata sembra metafora naturale della letteratura.

Un libro ripercorre oggi l’affascinante e tragica epopea della baleneria. L’autore è Giancarlo Costa, il volume si intitola Storia della baleneria (Mursia, pagine 250, 16) e contiene superstizioni, dati, notizie e molte suggestioni di una vicenda rocambolesca che va da Amsterdam a Capo Horn, da Londra all’isola di Nantucket dove, intorno al 1750, venivano assoldati coloni e indiani: «Si cercano 1.000 giovani robusti per la flotta baleniera in procinto di partire. Solo giovani volenterosi e con buone presentazioni. Costoro avranno grandi possibilità di carriera. Anticipo di 75.00 dollari prima dell’imbarco. Chi desidera approfittare di questa splendida occasione di vedere il mondo e al tempo stesso imparare un lucroso mestiere dovrà farne rapidamente la domanda».

Le dimensioni gigantesche, l’ambiguità intrinseca di questo mammifero e il suo carattere oscuro hanno attirato da sempre fantasie di ogni popolazione e intorno a questo animale sono cresciute dicerie, credenze, culti. Fino a sofisticati romanzi venati di teologia.

Il grande pesce che inghiotte Giona, raccontato nella Bibbia, viene sempre rappresentato come una balena («il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona»). In un altro libro fondativo, le Mille e una notte, Sinbad il Marinaio approda su un’isola, che si rivela la parte emersa di una monumentale balena. «In Africa, in Polinesia, in Lapponia, presso gli eschimesi – scrive Costa – essa simboleggia la discesa verso la morte e la successiva resurrezione. Presso alcune popolazioni indigene del Pacifico, durante una cerimonia di iniziazione, i ragazzi che raggiungono la pubertà vengono lanciati in un simulacro delle fauci spalancate di una balena dal quale riescono uomini». Come Pinocchio.

L’epica della caccia alla balena esplode nell’Ottocento. Diventa leggenda con i grandi scrittori di mare. Il culmine si raggiunge con Moby Dick. «Era la bianchezza della balena che sopra ogni altra cosa mi atterriva», scrive Melville. «Sebbene in molti oggetti naturali la bianchezza accresca raffinatamente la bellezza, quasi le impartisse una sua speciale virtù, come nei marmi, nelle camelie e nelle perle; sebbene vari popoli abbiano in certo modo riconosciuto una qualche supremazia a questo colore (…) pure sempre cova nell’intima idea di questo colore qualcosa di elusivo che incute più panico all’anima di quel rosso che atterrisce nel sangue». Melville coglie la capacità di simboleggiare insieme la colpa, il peccato e la ricerca della verità. «La balena personifica un male intelligente – scrive Barbara Spinelli (nel libro Moby Dick o l’ossessione del male, Morcelliana) – un male che possiede i più svariati espedienti per farsi valere, dai più brutali agli astuti e ai seducenti. Ma il principale strumento è il suo essere primordiale».

Per Francisco Coloane – figlio del capitano della prima baleniera del Cile, maestro tanto di Chatwin che di Sepúlveda – la balena è legata al superamento della linea d’ombra. Qui la caccia avviene tra banchi di nebbia, in notti australi senza luna, con la temperatura sotto zero: mare increspato e raffiche di vento gelido. Pedro Nauto, protagonista del suo La scia della balena (Tea editore, traduzione di Pino Cacucci e Gloria Corica) decide di diventare adulto: «La baleniera dovette ritardare la partenza e quando si preparava a salpare, dato che mancava un uomo a bordo, il pilota incaricato dell’ingaggio offrì al ragazzo il posto di aiutante in cucina, avendolo visto molto sveglio nello svolgere il suo lavoro. E fu così che Pedro Nauto, imparando un’altra lezione della vita, cioè che la disgrazia di uno può diventare la fortuna di un altro, intraprese inaspettatamente “la scia della balena”». Benevolenza e malvagità convivono nella balena, così come odio e amore abitano chi la caccia. A bordo delle baleniere si piange, si prega, si passa dall’euforia all’infelicità; per le condizioni atmosferiche delle regioni artiche i marinai si impiccano, si lasciano cadere in mare. Un terzo delle diserzioni avveniva però nelle isole del Pacifico: terre di donne bellissime e seducenti.

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