Baz Mohammad Abid Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/baz-mohammad-abid/ un blog di approfondimento culturale Mon, 14 Apr 2014 14:38:13 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Baz Mohammad Abid Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/baz-mohammad-abid/ 32 32 Diario afghano, seconda parte https://minimaetmoralia.it/reportage/diario-afghano-seconda-parte/ https://minimaetmoralia.it/reportage/diario-afghano-seconda-parte/#respond Mon, 14 Apr 2014 14:04:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19994 Qui la prima parte del diario. (Le foto sono di Giuliano Battiston.)

Lunedì 31 marzo, Faizabad

La sala conferenze dell’hotel Setara-e-Shar è colma di gente. Duecento, duecentocinquanta persone, molti giovani, qualche barba lunga, tante donne. Sono qui per sentire cos’hanno da dire alcuni candidati al consiglio provinciale. Il 5 aprile, insieme al successore di Hamid Karzai, gli afghani dovranno scegliere anche i rappresentanti delle 34 province. Qui ce ne sono una quindicina. “Li abbiamo invitati per dare l’opportunità di far conoscere i loro programmi, se ne hanno”, mi spiega Saifuddin Sais, a capo del Badakhshan civil society forum, un cartello di associazioni “che include 32 diverse organizzazioni”. Completo scuro, cravatta a righe, un ciuffo ribelle sulla fronte, Saifuddin Sais rivendica il lavoro svolto dal forum che dirige, “con i nostri programmi abbiamo raggiunto più di mille persone nei distretti rurali, ora sanno quali sono le procedure elettorali e come votare”.

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il governatore di NangarharLudin al voto

Qui la prima parte del diario. (Le foto sono di Giuliano Battiston.)

Lunedì 31 marzo, Faizabad

La sala conferenze dell’hotel Setara-e-Shar è colma di gente. Duecento, duecentocinquanta persone, molti giovani, qualche barba lunga, tante donne. Sono qui per sentire cos’hanno da dire alcuni candidati al consiglio provinciale. Il 5 aprile, insieme al successore di Hamid Karzai, gli afghani dovranno scegliere anche i rappresentanti delle 34 province. Qui ce ne sono una quindicina. “Li abbiamo invitati per dare l’opportunità di far conoscere i loro programmi, se ne hanno”, mi spiega Saifuddin Sais, a capo del Badakhshan civil society forum, un cartello di associazioni “che include 32 diverse organizzazioni”. Completo scuro, cravatta a righe, un ciuffo ribelle sulla fronte, Saifuddin Sais rivendica il lavoro svolto dal forum che dirige, “con i nostri programmi abbiamo raggiunto più di mille persone nei distretti rurali, ora sanno quali sono le procedure elettorali e come votare”.

In sala sembrano tutti già molto attrezzati per affrontare il voto: il giornalista Samiullah Saihwn modera l’incontro, dando la parola ai candidati e subito interrompendoli se la fanno troppo lunga. “Ma la domanda era un’altra”, sollecita spesso. Dal pubblico, le domande fioccano senza reticenze. “Lei ha detto di aver conseguito la laurea in India, ma come ci è riuscito in meno di due anni? È proprio vero che è laureato?”, chiede polemicamente una ragazza ad Abdullah Naji Azari. Giovane, con la risposta pronta e una gamma di metafore nel suo serbatoio di retorica elettorale, Azari è uno dei candidati con il più ampio consenso, qui nella provincia di Badakhshan. I maligni dicono che lo stia comprando.

“Ha fatto un mucchio di soldi, per questo è probabile che venga eletto”, mi dice sottovoce Wahidullah Haidari, che insegna inglese nelle scuole superiori e mi aiuta con le traduzioni. Quanto alla fonte dei guadagni, le voci si sprecano: “ha lavorato per 8 anni con la cooperazione tedesca, ma il tenore di vita che ha, le case comprate qui e a Kabul, i viaggi che fa, lasciano credere che quei soldi vengano da attività illecite”, suggerisce Haidari. In altre parole, dal commercio della droga, che in questa provincia nord-orientale, al confine con il Tajikistan, è un settore in crescita. Un candidato accusa il governo afghano di chiudere gli occhi con i Talebani, “rilasciandoli subito dopo che vengono catturati”. Giù una caterva di applausi. Un altro invita il pubblico “a votare non necessariamente me, ma uno dei pochi candidati che non prendono bustarelle”. Altri applausi. Una donna sulla cinquantina irrompe nella discussione: “In 4 anni i membri del vecchio consiglio provinciale non hanno combinato granché per noi. Dormono tutto il giorno. Chi ci dice che non dormirete anche voi?”. Il pubblico ride e applaude fragorosamente.

L’incontro finisce con un invito al voto da parte di ogni singolo candidato: “Bismillah ir-Rahman ir-Rahim….In nome di Dio, il misericordioso e compassionevole…”, la formula rituale con cui viene introdotto il discorso. Qui la parola laicità non compare nel vocabolario. E l’Islam è il vero collante dell’identità personale e collettiva, oltre le etnie, gli interessi sociali, la nazione. Ciò che conta è l’ummah islamica. Vado incontro al giornalista Samiullah Saihwn. Gli faccio i complimenti. Abituato ai lacchè italici, vedere un giornalista che fa il suo mestiere con i politici fa piacere. Ci sediamo a parlare. Mi racconta di un voto fortemente differenziato per aree geografiche: “qui a Faizabad la gente in qualche modo conosce i propri diritti, sa che può scegliere il candidato che ritiene migliore. Nelle aree rurali, nei distretti fuori città, le cose vanno diversamente. Lì l’informazione è scarsa, come l’istruzione. Non c’è consapevolezza della posta in gioco”, continua. “Nei villaggi le competenze non sono un criterio di scelta. Lì conta chi ha la barba più lunga. La gente segue quel che gli viene detto dal mullah, dal comandante o dal potente di zona”.

Tra i potenti dell’intera provincia c’è un sessantenne dalla folta barba bianca e il soprabito tradizionale poggiato sulle spalle, Qazi Sadullah Abu Aman, uno dei pesi massimi della politica del Badakhshan. Già senatore, capo della sezione provinciale dell’Alto consiglio di pace – l’ente governativo che deve favorire il dialogo con gli insorti -,  è un illustre esponente del Jamiat-e-Islami, il partito a prevalenza tajika fondato negli anni Settanta da Burhanuddin Rabbani, l’ex presidente afghano fatto fuori dai Talebani nel settembre 2011.

Abu Aman è candidato alle elezioni provinciali e capo della Shura-e-Ulema, il consiglio dei religiosi. Per lui non ci sono dubbi: a vincere sarà Abdullah Abdullah, già ministro degli Esteri, esponente del Jamiat e leader dell’Alleanza del nord. “La gente lo voterà perché è stato un mujahed che ha combattuto con coraggio i sovietici e perché conosce bene i problemi della povera gente”, racconta Abu Aman, per il quale “il dottor Abdullah è l’uomo giusto per sostituire Karzai, che è corrotto e non ha saputo dare niente agli afghani”. Si dice certo: “Abdullah vincerà”. L’unico ostacolo potrebbero essere le frodi. “Karzai sta usando le istituzioni governative per aiutare il suo candidato, Zalmai Rassoul”, sostiene.

Il ricordo delle presidenziali del 2009, quando Abdullah rinunciò al ballottaggio accusando Karzai di aver manipolato i risultati, è ancora forte nel paese. Fortissime sono le preoccupazioni che le frodi possano ripetersi. Tanto che perfino Abdullah è arrivato a minacciare velatamente il ricorso alle armi, se qualcosa dovesse andare storto. Abu Aman può permettersi di essere più esplicito: “Se Abdullah sarà nominato presidente, la volontà degli afghani sarà rispettata. Altrimenti – specie se dovesse essere eletto Rassoul – scoppierà un nuovo conflitto e il paese sarà più instabile di quanto non sia ora, perché vorrà dire che ci sono state frodi”, sostiene con convinzione, prima di accogliere un gruppo di visitatori.

A poche centinaia di metri dalla casa di Abu Aman, nella sede principale del comitato elettorale pro-Rassoul, l’accusa viene respinta al mittente. “Ma quale aiuto, io qui sono il capo e posso garantire personalmente che non abbiamo ricevuto alcun sostegno dal governo, né finanziario né logistico”, ribatte a distanza Basir Khalid. Anche lui nel Badakhshan è un peso massimo. Tutti lo conoscono. Molti lo rispettano. Qualcuno lo teme. In ogni caso è capace di mobilitare consenso e migliaia di voti. È stato un mujahed contro i russi, “a fianco di Masoud” tiene a precisare. Conosce personalmente Abdullah. Per questo non fatica ad ammettere che è un rivale di tutto rispetto: “Certo, qui lo conoscono vecchi e bambini, e quando si va al bazar si tende a comprare un prodotto già provato, invece che uno nuovo. Questo è vero, ma Rassoul ha più possibilità di vincere perché ha un programma migliore: ha promesso nuove strade, scuole, ospedali, oltre che nuovi posti di lavoro nel settore minerario”, sostiene. Nel 2009 Basir Khalid coordinava la campagna elettorale per Abdullah. Oggi lo fa per Rassoul. Non sembra vederci niente di strano. Anzi, rivendica ancora l’appartenenza al Jamiat: “Sono un jamiatì da quando era ragazzino, da più di 40 anni. Sono stato il primo comandante a respingere i russi fuori dal Badakhshan. Nessuno può espellermi dal partito, tantomeno Abdullah, che in confronto a me è un ragazzino”, risponde con sarcasmo.

Per Basir Khalid, Zalmai Rassoul non ha bisogno del sostegno governativo per vincere. A dimostrazione della sua forza elettorale cita il comizio fa proprio qui a Faizabad, a cui avrebbero partecipato migliaia di persone. Gli osservatori più smaliziati non si lasciano ingannare dalle adunate. “Tutti i candidati hanno speso molti soldi per assicurare che ai loro comizi partecipasse un elevato numero di persone”, spiega Samiullah Saihwn. “Hanno pagato i vari comandanti locali, i capo-villaggio e i leader delle comunità locali, così da esserne certi. Sono loro ad aver organizzato le macchine e i pranzi. C’è chi ha partecipato ai comizi di tutti e tre i candidati più forti, Rassoul, Ghani e Abdullah. Per questo è difficile prevedere a chi andranno a finire i voti”, argomenta Saihwn, per il quale come abbiamo visto il voto sarà effettivamente libero solo nelle città.

Per la dottoressa Anisgul Akhgar – già a capo del Dipartimento per gli affari femminili della provincia di Badakhshan e direttrice della Relation & Cooperation Women Organisation (RCWO) -, il voto sarà fortemente differenziato tra città e campagne. “A Faizabad ho percepito una gran desiderio di cambiamento, una forte volontà di voltare pagina con il voto. Qui lo si può fare perché si è liberi di scegliere chi si vuole. Nei distretti rurali sono i potenti locali a raccogliere le carte elettorali o a imporre un candidato”, spiega. Per questo, Anisgul Akhgar ritiene che il voto non sarà regolare: “Non è stato presa nessuna seria iniziativa per impedire le frodi. La Commissione elettorale indipendente – l’ente che deve gestire il processo elettorale, ndr – è tale sono di nome. Conosce come vanno le cose, ma non interviene”, denuncia.

Najia Sorush lavora per la Commissione elettorale indipendente, e sostiene invece che la commissione stia facendo tutto il possibile “per evitare frodi, voti comprati, voti irregolari”. Vestita di nero, il trucco pesante, il naso schiacciato, Najia si lamenta che l’ufficio centrale di Kabul abbia ridotto il numero dei seggi elettorali: “sono troppo pochi, non tutti riusciranno a votare”.  A dispetto di tutto, la dottoressa Akhgar – attivista per i diritti delle donne sin dai tempi del regime talebano – non rinuncerà al voto. “Eserciterò il mio diritto costituzionale”, dice, “e continuo a incoraggiare tutte le donne che conosco a fare lo stesso”. Anche l’attuale direttrice del Dipartimento per gli affari femminili ci prova. Mi accoglie nel suo ufficio, nella parte nuova della città, appena sopra al fiume Kokcha. Alle sue spalle, un ritratto incorniciato del presidente uscente Karzai, con qualche anno di meno e un viso rilassato. Nella libreria a vetri, le foto di Rabbani, leader del Jamiat. “Grazie ai nostri programmi di informazione siamo riuscite a raggiungere più di 2.000 donne”, racconta Zofanoon Hassam.  “Qui nel nostro ufficio centrale abbiamo un centro di registrazione. Molte donne hanno ottenuto la carta elettorale proprio qui. Secondo gli ultimi dati, a Faizabad l’hanno ricevuta 78.000 donne, il 44% del totale. Potranno andare a votare, se lo vogliono”. È un risultato di cui Zofanoon Hassam si dice fiera. Anche se riconosce che la strada di una piena partecipazione femminile alla politica è ancora lunga: “In molte zone sono i mariti a dire alle donne chi votare. È una cattiva abitudine culturale che stiamo cercando di archiviare. Ma ci vorrà ancora del tempo”, ammette prima di congedarmi.

È tardo pomeriggio, il sole comincia a calare. Entro nella sede principale del comitato elettorale pro-Abdullah. Di solito ospita gli uffici del partito Jamiat, da qualche settimana è il cuore della macchina elettorale per l’ex ministro degli Esteri, che in città domina il paesaggio, grazie a poster giganteschi che lo ritraggono in tutte le pose. “Peccato che sia venuto a quest’ora”, mi dice il sessantenne Abdul Kuduz. “A pranzo qui diamo da mangiare a 1500/2000 persone”. I voti si ottengono anche così. Dando il pane a chi non ce l’ha. E promettendone altro in futuro. Abdul Kuduz mostra ottimismo: “Abdullah è il sicuro vincitore, non ci sono candidati preparati come lui”. Poi si irrigidisce quando accenno alle presunte frodi a favore di Rassoul. “Abbiamo prove che Karzai lo stia aiutando, certo!”. Infine mi mostra un poster che ritrae “i nostri martiri, uccisi da quei codardi dei Talebani”. Gli chiedo che cosa faranno, se Abdullah non dovesse vincere. “Siamo stanchi di combattere, come tutti gli afghani. Ma vogliamo che i nostri diritti siano rispettati. Se qualcuno ti attacca, tu, cosa fai?”.

Martedì 1/giovedì 3 aprile, Faizabad-Kabul

Si avvicina il giorno delle elezioni. C’è poco tempo e molte cose da fare. Scelgo di prendere l’aereo, risparmiandomi le dodici ore di viaggio su strada da Faizabad a Kabul. L’aeroporto di Faizabad è appena fuori città, puntando verso Taloqan. Per raggiungerlo, si attraversano campi coltivati, dove i contadini sono piegati a lavorare la terra e buoi tirano l’aratro. L’aeroporto è una lingua di asfalto circondata da basse colline e, sullo sfondo, dalle cime innevate. Fino a poco tempo fa, da qui partivano solo i voli costosi delle Nazioni Unite o della linea Pactec, che serve gli operatori delle organizzazioni non governative. Ora c’è un’alternativa ragionevole, offerta dalla compagnia East Horizon. Collega Kabul con le città più periferiche, come Faizabad appunto. Molti posti prima raggiungibili solo via terra, e non senza pericolo, ora fanno parte della sua rete: Farah, nel sud-ovest del paese; Maimana, al confine con il Turkmenistan, nella zona nord-occidentale; Ghor, nel cuore dell’Afghanistan. All’ingresso ci sono cinque poliziotti. Uno di loro, barba rossa e crespa, controlla il bagaglio in modo sbrigativo.

Il controllo vero e proprio avviene all’interno, nella sala check-in. Una donna con la faccia truccata di bianco e i denti d’oro svuota le valigie di un passeggero. A me tocca un ragazzo serio e meticoloso: mutande, panni sporchi, sacco a pelo, libri, appunti, quaderni. Verifica tutto. Controlla anche il contenuto del dentifricio, le imbottiture delle zaino, la pila a batterie, la macchina fotografica, l’hard disk. Nel Badakhshan la coltivazione dell’oppio cresce, anziché diminuire, e uno straniero che viaggia da solo puzza di trafficante. Potrebbe portarsi via dell’oppio di prima qualità, eroina già raffinata, oppure pietre preziose, l’altra grande risorsa di questa provincia. Pochi giorni fa un italiano è stato beccato all’aeroporto di Kabul con più di un chilo di hashish e qualche centinaio di grammi di oppio. Quando nel mio bagaglio non trova niente, il ragazzo sembra deluso. Mi augura comunque buon viaggio. L’aereo atterra quasi in orario. È un vecchio aero russo, un MA60, con le scritte interne in cirillico. Scendono i passeggeri che vengono da Kabul. Passeggeri benestanti, che possono permettersi i 50 euro del volo. O infermi, come la vecchia che fatica a camminare e viene trasportata dai figli. I controlli all’arrivo sono blandi. Viene aperta solo una cassa di plastica dura. Dentro, fucili e mitragliatori. “Per il nostro esercito”, si affretta a precisare il ragazzo che mi  aveva controllato la valigia.

A Kabul vado a incontrare Timur Hakimyar, direttore della Foundation for Culture and Civil Society. Mi racconta del successo dell’incontro che ha organizzato all’Intercontinental Hotel di Kabul. “Abbiamo convocato i candidati presidenziali, che sono venuti di persona o hanno delegato un loro rappresentante, e gli abbiamo fatto firmare pubblicamente una carta di 7 punti”, spiega. Dove si dice che “accetteranno i risultati elettorali”, e dove si impegna il governo “a non interferire nello svolgimento delle elezioni o nella fase successiva”. Conosco da tempo Hakimyar. È una persona intelligente. Sa che non basta la firma su un pezzo di carta per evitare le frodi. Rivendica comunque il risultato ottenuto: “si tratta di un atto pubblico, ripreso dalle televisioni, e se qualcosa dovesse andar storto, la gente ne sarebbe consapevole”, spiega. L’incontro rientra nelle iniziative promosse dall’Afghanistan Civil Society Elections Network (Acsen), che raccoglie circa  60 organizzazioni, ed è finanziato dagli americani. Per Hakimyar, nessuna interferenza: “il finanziamento è loro, ma la gestione del processo è nostra”, assicura. “Direttamente o indirettamente, gli Stati Uniti mandano avanti con i loro soldi gran parte delle attività del governo, finanziano i ministeri, le forze dell’ordine. Se dovessimo rinunciare al loro aiuto, non so cosa faremmo”, aggiunge.

Mentre parliamo, sentiamo un gran botto. Ci affacciamo sulla terrazza. Insieme a noi si affaccia anche qualche collega di Hakimyar. Proviamo a capire dove sia avvenuta l’esplosione. Facciamo qualche telefonata. Hakimyar commenta a suo modo, con disinvoltura: “It’s normal”, si aggiusta il completo rigato e fa per rientrare. Entro nella stanza del responsabile amministrativo della Foundation for Culture and Civil Society, sempre sintonizzato sui notiziari televisivi. Una ragazza gioca a carte sul pc. Lui fuma, sfogliando distrattamente il giornale. Veniamo a sapere che un attentatore suicida si è fatto esplodere all’ingresso del ministero dell’Interno, a 300 metri da dove siamo. Sono 6 i soldati morti. La discussione con Hakimyar riprende.

Per entrare nei seggi elettorali serve un accredito rilasciato dalla Commissione elettorale indipendente. Per i giornalisti stranieri c’è un formulario da riempire, il nome di un referente a cui scrivere, il suo numero di telefono e un indirizzo email. Scrivo da giorni, senza risposte. Chiamo da giorni, senza risposte. Decido di andare alla sede principale della Commissione. È sulla Jalalabad-road, la strada che da Kabul punta verso il confine con il Pakistan. Le misure di sicurezza sono rigorose. Decine e decine di poliziotti e soldati. Mentre arrivo, una colonna di camioncini sta per partire. Trasportano materiale elettorale da distribuire nelle province. Materiale sensibile, protetto da poliziotti ben armati. Superato il primo cancello, mi inoltro tra le mura di cemento verso l’ufficio per le relazioni con gli stranieri. Ottenere l’accredito è più facile del previsto.

Chiedo di intervistare Noor Mohammad Noor, portavoce della Commissione elettorale indipendente. Completo blu e camicia chiara, la fronte alta e lo sguardo miope, Noor si dice pronto per il gran giorno: “abbiamo fatto un gran lavoro, abbiamo circa 300.000 osservatori, nazionali e stranieri, che monitoreranno il voto, c’è un’attenzione da parte dei media che non c’era in passato, e una sensibilità dei candidati prima sconosciuta”. Ammette che le minacce dei Talebani fanno paura, ma scommette che ci sarà un’alta partecipazione al voto: “ho girato molto, e dovunque ho sentito una forte voglia di partecipare e di votare”. Gli racconto che nei miei giri pre-elettorali ho incontrato molte persone che sbandieravano più tessere elettorali. Non sembra sorpreso: “il problema c’è, lo riconosco, ma quest’anno abbiamo introdotto un doppio sistema di controllo. Sul dito di chi vota metteremo dell’inchiostro blu e uno spray che si illumina sotto la luce. Una doppia precauzione che impedirà qualsiasi frode”, assicura.

Lascio Noor Mohammad Noor alle sue convinzioni e vado a incontrare Jamila Mujahed, giornalista. È stata lei nel 2001 ad annunciare in tv che il regime talebano erano venuto giù. Volto noto del giornalismo afghano, in questi anni ha accumulato una lunga lista di riconoscimenti internazionali, come direttrice dell’Afghan Women Radio, oltre che come responsabile del magazine “Malalai”, ora chiuso per mancanza di fondi. Nel suo ufficio scrupolosamente arredato, mi mostra i premi ricevuti dal comune di Napoli e di Bologna. La prefazione a un libro di fumetti, edito da Donzelli. I libri da lei scritti e pubblicati. Scommette in un’alta partecipazione delle donne al voto. Critica Karzai per aver lasciato troppo spazio di manovra ai signori della guerra, fondamentalisti e contrari ai diritti delle donne. Non si aspetta nessun cambiamento radicale, con l’elezione del nuovo presidente, “perché dovunque, qui in Afghanistan in particolare, le cose cambiano molto lentamente”.

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Venerdì 4, Kabul-Jalalabad.

Lascio una Kabul irriconoscibile. Le strade quasi deserte. I negozi perlopiù chiusi. Le vie d’accesso alla città bloccate, presidiate dall’esercito e dalla polizia. Gira voce che anche la strada da Kabul a Jalalabad sia chiusa. Al parcheggio dei taxi collettivi per Jalalabad c’è poca gente. Non ci sono le solite urla dei tassisti che provano a convincere i passeggeri a viaggiare con loro. Salgo in macchina. C’è un solo passeggero. Aspettiamo un po’. Poi decidiamo di viaggiare da soli, senza aspettare gli altri tre passeggeri. Il prezzo è maggiorato, ma abbiamo la certezza di arrivare in tempo a Jalalabad. L’ingresso in città è vietato alle automobili, motivi di sicurezza. Si scende e si cammina. Lo Spinghar Hotel mi accoglie con un giardino rigoglioso, coltivato da giardinieri attenti e da un clima tropicale. I miei fidati amici di Jalalabad mi hanno annunciato un interessante incontro, proprio allo Spinghar Hotel. Aspetto nella hall, fino a quando non vedo arrivare dei volti conosciuti.

Babrak Miakheil, giornalista per la Bbc, preside della facoltà di giornalismo dell’università di Nangarhar. Ci conosciamo da anni. Quando passo per Jalalabad vado sempre a trovarlo. C’è anche Asif Shinwari, altro giornalista di razza, autore di manuali giornalistici adottati all’università. Arriva Baz Mohammad Abid, giornalista per Radio Free Europe, altra vecchia conoscenza. Uno dopo l’altro, arrivano tutti i giornalisti di Jalalabad. L’incontro è organizzato dall’associazione dei giornalisti dell’Afghanistan orientale, presieduta da Lal Pach “Azmoon”, veterano dei media. In ordine gerarchico, al microfono si alternano alcuni giornalisti. Bisogna concordare una strategia comune. Viene nominata un’unità di coordinamento di 3 persone, che avranno il compito di raccogliere le informazioni dagli inviati nei vari distretti e girarle agli altri. “È un momento storico”, ripetono in molti, “noi giornalisti siamo chiamati a un compito difficile, di grande responsabilità: garantire l’informazione, monitorare la correttezza del voto, a dispetto delle minacce dei Talebani”. Si decide di non dare troppo risalto ai piccoli atti di sabotaggio compiuti dai Talebani, “per non metter paura alla popolazione”. La riunione finisce. I giornalisti sono soddisfatti.

Lal Pach “Azmoon” annuncia l’inizio di un’altra riunione: “ora lasciamo l’abito professionale e indossiamo quello di cittadini. Sta per cominciare una riunione per sostenere Ashraf Ghani”, uno dei candidati alla presidenza, annuncia “Azmoon”. “Chi vuole andar via, lo faccia pure”. Rimangono tutti. Tutti i giornalisti, a quanto pare, sostengono il tecnocrate Ghani, già alto funzionario della Banca mondiale e, in Afghanistan, ministro delle Finanze e rettore dell’università di Kabul. “Qui prenderà un mucchio di voti”, mi spiega a margine dell’incontro Miakhail. “E’ il candidato che più convince, quello che meglio raccoglie la voglia di cambiamento della gente”.

Sabato 5 aprile, Jalalabad

Sveglia presto. È il giorno delle elezioni. Con il traduttore, raggiungo uno dei centri elettorali, la facoltà di medicina dell’università. Mi è stato detto che proprio lì sarebbe andato a votare il nuovo governatore della provincia di Nangarhar, Attaullah Ludin, che sostituisce Gul Agha Sherzai, dimessosi per presentarsi alle presidenziali. Ludin arriva. Entra nel seggio seguito da un codazzo di notabili, ufficiali della polizia e dell’esercito, giornalisti locali. Aspetta il collegamento televisivo da Kabul per riporre le schede nelle urne di plastica trasparente. I fotografi si pestano i piedi per riprendere il momento solenne. All’uscita rassicura gli afghani: non temiate, i seggi sono sicuri. Segue il discorso del capo della Polizia provinciale, il generale Fazel Hahmad Sherzad: “mi assumo personalmente la responsabilità. Votate”, dice. Un atto di coraggio: sono appena le otto del mattino, la giornata è ancora lunga e i Taleban potrebbero colpire in qualsiasi momento. Gli elettori che incontro non sembrano troppo preoccupati, almeno qui in città.

“Sono stato il primo a votare. Ero davanti all’ingresso un’ora prima che aprissero il cancello, alle 6 del mattino. No, non ho paura dei Talebani. Rappresentano il passato, e noi dobbiamo pensare al futuro”. Haroun Nayebzai mostra con orgoglio l’indice, macchiato d’inchiostro blu. È il segno che ha votato e che – almeno sulla carta – non potrà farlo due volte. Poco più che ventenne, Nayebzai è uno dei tanti osservatori legati ai candidati provinciali. Prima che osservatore, si sente però un cittadino che crede nella forza del voto. “Per cambiare le cose, mandare a casa Karzai e far insediare Ashraf Ghani”. È lui il candidato che va per la maggiore qui a Jalalabad, città a prevalenza pashtun, a pochi chilometri dal confine con il Pakistan. Nella sede della facoltà di medicina tutti dicono di aver votato per lui. I giovani soprattutto: Nasir Ahmad Shinwari ha 19 anni. Anche lui sembra riporre grandi aspettative nel tecnocrate. “Tutti i miei compagni di università votano per lui. È l’unico che può trasformare il paese. Gli altri candidati sono tutti corrotti o ex comandanti militari”. Eppure anche Ghani si è scelto come eventuale vice-presidente un ex “warlord”, Abdul Rashid Dostum, leader della comunità uzbeca, fondatore del partito Jumbesh-e-Milli, con le mani sporche di sangue. “E’ la politica: per vincere devi ottenere più voti possibili, e Dostum ne ha 3 milioni”, replica con realismo Shinwari. Cerco altri punti di vista. E scopro che non sono soltanto i giovani ad aver votato.

A un chilometro dalla facoltà di Medicina vengo accolto nell’ufficio elettorale di un candidato locale, l’ingegnere (qui il titolo conta) Haji Rais Khan. Ha buone probabilità di essere eletto. Dietro di lui ci sono infatti i notabili locali come Haji Gul Miran. È un malek, figura a metà tra il leader religioso e comunitario. Controlla uno dei distretti più “turbolenti” dell’intera provincia, Chaparhar, che fa quasi 60.000 abitanti. Siede su dei cuscini, insieme ad altri 6 anziani con la barba lunga. Mostrano il dito: hanno tutti votato. Non ce l’hanno con Karzai, che “ha fatto quanto poteva, il paese partiva da zero”, ma vogliono comunque voltare pagina. Uno di loro dice di aver votato per Ghani, “perché noi siamo vecchi, è tempo di dare spazio ai giovani, Ghani è l’unico che lo farà”.

Il malek Haji Gul Miran non è d’accordo. “Ghani è competente, ma Dostum è un killer”, sostiene. Per lui il candidato migliore è Qutbuddin Helal, sostenuto da Gulbuddin Hekmatyar, leader del partito radicale islamista Hezb-e-Islami. “Tra tutti, è l’unico candidato che non è sostenuto dai paesi stranieri”, dice il malek, che rivendica la militanza nel partito di Hekmatyar. “E l’unico che non firmerà il trattato militare con gli americani”, aggiunge Haji Gul Miran, per il quale “è fondamentale avere buoni rapporti con gli stranieri, ma senza diventarne schiavi, e gli americani dove vanno fanno danni”. Il candidato di Hekmatyar non verrà eletto, ma potrebbe posizionarsi al quinto, sesto posto.

In molti si dicono sicuri che nell’eventuale ballottaggio tra Ashraf Ghani e il dottor Abdullah, l’Hezb-e-Islami sosterrà Ghani. L’importante è che all’Arg, il palazzo presidenziale, non entri Abdullah, il rappresentante del Jamiat-e-Islami, il partito a prevalenza tajika, forte soprattutto al nord. “I tajiki non sono veri afghani, ma ormai vivono qui da molto tempo e li accettiamo”, dice Haji Gul Miran. “Ma un presidente tajiko, questo no. Se dovesse vincere Abdullah, verrà lanciato un jihad contro di lui”, si dice convinto il malek di Chaparhar. Per lui, lo scettro del potere deve rimanere nelle mani di un pashtun. Così come è stato da duecento anni a questa parte.

Raggiungiamo la sede del comitato elettorale di Ashraf Ghani. È presidiata da alcuni soldati. Ci perquisiscono. Chiamiamo il nostro “uomo” all’interno. Ci fanno entrare. Cerchiamo Ihsanullah Kamawal, responsabile per l’intera zona orientale della campagna per Ashraf Ghani. Alto e scuro in volto, porta un cappello pakul schiacciato sulla fronte, una giacca a scacchi marrone sopra una veste chiara. È stato a lungo responsabile delle dogane qui a Jalalabad. Si dice abbia accumulato una fortuna. Ora la sta mettendo a disposizione di Ghani. Kamawal è indaffarato. Non ha tempo per le interviste. Valuta i resoconti dell’unità “anti-frode” messa su dai suoi uomini, che via telefono ricevono dagli osservatori mandati in ogni dove le segnalazioni di irregolarità nel voto. Kamawal è impaziente. Dice di dover andar via, fuori Jalalabad, per monitorare il voto. Chiediamo di andare con lui.

Da Kabul chiama un collega, giornalista di rango di una delle maggiori testate italiane: “Giuliano, dove sei, che si dice? Io sono a Kabul, al Serena Hotel, non credo uscirò”. Partiamo con Kamawal. Un convoglio di 6 macchine, la maggior parte blindate. Qui tutti hanno paura di restarci secchi. I Talebani fanno sul serio. Chiunque lavori per la politica istituzionale è un nemico. Le jeep di Kamawal e degli altri notabili partono di gran carriera. A seguirle, i pick-up pieni di soldati armati. Raggiungiamo il distretto di Surkhrod. Ci fermiamo in una scuola elementare. Scendono i soldati, fucili alla mano. Entriamo in  una delle aule adibite a seggio. Gli uomini di Kamawal fanno un gran casino, vogliono fare foto, riprendere le votazioni. Una ragazza della Commissione elettorale li ammonisce: “Non è permesso. Se non la smettete, vi mando via”. Qualcuno se la prende. Gli altri accettano il rimbrotto. Poi si va via, di fretta, così come siamo arrivati. È ora di pranzo. Ci accoglie il governatore del distretto, offrendoci un pranzo abbondante. Riesco finalmente a intervistare Kamawal. Elogia Ghani, “l’unico che ha un programma economico vero e proprio”. Critica gli altri candidati. Sostiene che Ghani è il solo che possa “portare un cambiamento vero nel paese, quello che tutti i giovani desiderano”. Per lui Dostum, il warlord che Ghani ha scelto come eventuale vice-presidente, è solo una pedina nella partita elettorale: “Ghani saprà gestirlo. Darà vita a una squadra di governo dove a contare sono le competenze, non altro”.

Gli chiedo se per lui, in caso di vittoria, non si annunci un posto da ministro: “non mi interessa, replica, quel che mi sta a cuore è il benessere del paese”. E le frodi, la preoccupano? “Certo, Rassoul è aiutato da Karzai, già abbiamo raccolto molte testimonianze di funzionari governativi che lo stanno aiutando”. Quando finisce l’intervista si lascia però scappare una frase rivelatoria: “Vuole votare anche lei? Basta che me lo dica. Gliela trovi io una tessera elettorale”. Interviene anche Ahmad Tooryalai, un businessman di Kabul con un’influenza crescente nella cerchia di Ghani: “le faccio una previsione. Ghani prenderà tra il 35 e il 40% dei voti, Abdullah non più del 25%, Rassoul meno del 10”, sostiene sicuro. “Se la partecipazione sarà superiore al 60%, potremmo farcela al primo colpo”, raggiungendo quel 50% più un voto necessario a evitare il ballottaggio. Non c’è tempo per contestare le previsioni di Tooryalai. Si è fatto tardi e bisogna tornare indietro. Si corre più del solito, al ritorno. Rientrati a Jalalabad, il mio traduttore tira un sospiro di sollievo: “per fortuna non è successo nulla, a Surkhorod”. Subito dopo, un gran botto. Un incidente a catena coinvolge tre delle 6 macchine del convoglio di Kamawal, compresa la nostra. Scendiamo dal pick-up.  Rintronati ma sani. Attorno, già una folla di curiosi. La jeep di Kamawal è già ripartita. Neanche il tempo di ringraziarlo per il passaggio.

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Aspettando i Talebani https://minimaetmoralia.it/reportage/aspettando-i-talebani/ https://minimaetmoralia.it/reportage/aspettando-i-talebani/#respond Fri, 17 Jan 2014 13:00:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17597 Questo reportage da Jalalabad è uscito sul numero di novembre della rivista Lo Straniero. (Foto di Giuliano Battiston)

“Perché il conflitto continua? È semplice:per una questione di potere. Se ai Talebani se ne concedesse una parte, se fossero coinvolti nel governo, i problemi finirebbero”. Un metro e settanta, capelli radi e ben pettinati, un abito bianco appena stirato, Wahidullah Danish è un giovane attivista e collaboratore del Civil Society Development Center di Jalalabad, una delle organizzazioni della società civile organizzata afghana, proliferate con l’arrivo dei soldi degli stranieri. Studi universitari alle spalle, attivo nella comunità, ha le idee chiare: il conflitto afghano è un problema innanzitutto politico. E la politica ha a che fare con il potere: chi ce l’ha lo difende, chi non ce l’ha lo reclama. Altrove lo si fa nell’agone elettorale, nelle aule parlamentari, con il dibattito delle idee. Qui, anche con le armi, sostiene Danish. Affinché tacciano una volta per tutte, il negoziato è l’unica via. “La guerra ha provocato fin troppi morti. Soprattutto tra i civili e soprattutto qui”, nelle aree turbolente che attraversano il confine tra Afghanistan e Pakistan.

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Questo reportage da Jalalabad è uscito sul numero di novembre della rivista Lo Straniero. (Foto di Giuliano Battiston)

“Perché il conflitto continua? È semplice: per una questione di potere. Se ai Talebani se ne concedesse una parte, se fossero coinvolti nel governo, i problemi finirebbero”. Un metro e settanta, capelli radi e ben pettinati, un abito bianco appena stirato, Wahidullah Danish è un giovane attivista e collaboratore del Civil Society Development Center di Jalalabad, una delle organizzazioni della società civile organizzata afghana, proliferate con l’arrivo dei soldi degli stranieri. Studi universitari alle spalle, attivo nella comunità, ha le idee chiare: il conflitto afghano è un problema innanzitutto politico. E la politica ha a che fare con il potere: chi ce l’ha lo difende, chi non ce l’ha lo reclama. Altrove lo si fa nell’agone elettorale, nelle aule parlamentari, con il dibattito delle idee. Qui, anche con le armi, sostiene Danish. Affinché tacciano una volta per tutte, il negoziato è l’unica via. “La guerra ha provocato fin troppi morti. Soprattutto tra i civili e soprattutto qui”, nelle aree turbolente che attraversano il confine tra Afghanistan e Pakistan.

Per quanti come Danish vivono a Jalalabad, capoluogo della provincia orientale di Nangarhar, quel confine vale solo sulla carta. Nelle botteghe del bazar centrale di questa città caotica e tropicale, rivolta verso il subcontinente indiano, la valuta di Islamabad è più diffusa degli afghanì di Kabul; ogni giorno, fagotto sulla spalla, soldi nascosti e pakul in testa, sono circa 60.000 gli afghani che varcano il confine di Torkham; centinaia di migliaia i visti multipli rilasciati svogliatamente dai consolati pakistani in Afghanistan, ogni anno. Molti, hanno famiglie e storie personali al di qua e al di là della Durand Line, la linea di demarcazione tracciata a tavolino nel 1893 da Henry Mortimer Durand (1850-1924), il segretario degli Esteri nell’India britannica che negoziò i confini tra il Raj britannico, di cui faceva allora parte anche l’attuale Pakistan, e l’Afghanistan, allora governato dall’emiro Abdur Rahman Khan.

Per attraversare il confine e visitare parenti e amici, fare affari, tessere relazioni, molti arrivano da Kabul puntando al leggendario Khyber Pass, lungo una strada che scende per una serie di tornanti mozzafiato, si snoda come un serpente per poi aprirsi su pianure rigogliose con i buoi nei campi, i contadini al lavoro e i bambini a tuffarsi nel fiume. Su questa strada, nel novembre del 1842 un giovane ufficiale dell’esercito dell’India britannica, John Nicholson, trovò i resti di buona parte dei sedicimila soldati che qualche mese prima, nella ritirata da Kabul degli inglesi, erano stati attaccati dai membri delle tribù locali. Armati di fucili di precisione a canna lunga, i jezail, e di spade ricurve, le talwar, gli afghani ne fecero sopravvivere solo uno, di quei sedicimila, narra la leggenda raccontata anche da Kypling.

Su questa stessa strada la Nato e gli americani oggi si giocano molto. È da qui che dovranno ritirare (e già stanno ritirando) truppe, mezzi, container. Trasportarli via aerea costa di più. Verranno trasferiti per l’80% su strada. Seguendo due direttrici: da Hairatan, poco sopra la città settentrionale di Mazar-e-Sharif, in Uzbekistan e poi verso l’Europa orientale, lungo la rotta nord. Dal passo di Torkham verso il porto di Karachi, sulla rotta sud. Quest’ultima costa tre volte di meno, ma è molto più insicura: per difendere il passaggio dei mezzi dagli attacchi dei gruppi anti-governativi, gli Stati Uniti si affidano a una costosissima rete di ditte di sicurezza. Un mucchio di soldi, dollari sonanti, che finiscono per rafforzare direttamente o indirettamente i Talebani e i loro sodali. Il ritiro dovrà essere completato entro la fine del 2014. Per quella data, le truppe straniere (quasi tutte) se ne saranno andate. Resteranno i Talebani. Più forti e ricchi di prima. Anche grazie ai soldi di chi è venuto qui per sconfiggerli. Senza riuscirci.

Fare i conti con i barbuti islamisti

A dodici anni dall’avvio dell’operazione militare voluta dagli Stati Uniti, i Talebani restano un attore fondamentale del panorama politico, economico e militare afghano. Per Antonio Giustozzi, tra i massimi esperti di Afghanistan, incontrato molte volte a Kabul, rappresentano “l’unico, vero partito politico di opposizione”. Gli afghani sanno che con i Talebani bisognerà fare i conti. Ecco perché il negoziato è visto come l’unica opzione plausibile, dopo il fallimento conclamato di quella militare. A Qader Rahimi, responsabile per l’area occidentale della Commissione indipendente per i diritti umani, l’idea dell’occupazione militare è sempre sembrata insensata: “le armi non risolvono i problemi, li creano soltanto. Non ho mai lasciato questo paese, neanche nei periodi più terribili, e in trent’anni non ho mai visto risolvere un problema con le armi”. Inchiodato in un abito gessato con cravatta colorata, baffi sottili e atteggiamento compito, per Rahimi il negoziato è ormai indispensabile. Come lui la pensano in molti. Soltanto una minoranza crede che la soluzione politica sia un cedimento ai gruppi antigovernativi. Tutti si augurano un processo di pace. Il difficile, però, è come realizzarlo. “Finora nessuno sembra averne valutato le implicazioni. Se io ora la picchiassi e poi le dicessi, ‘bene, ora vogliamo diventare amici?’, cosa risponderebbe?”, chiede retoricamente Rahimi nel suo ufficio di Herat.

Più a est, a Bamiyan, capoluogo dell’omonima provincia centrale a prevalenza hazara, una posizione simile è quella di Habiba Sarabi, la governatrice, l’unica a ricoprire questo ruolo in tutto il paese. Mi accoglie in una palazzina bassa dai colori pastello, nella parte alta e nuova di questa cittadina resa famosa per i suoi Buddha: “Le armi non sono l’unica soluzione. Alla fine di ogni guerra ci deve essere la pace, che si ottiene solo con un negoziato. Ma va realizzato seguendo una strategia appropriata, perché il modo in cui si costruisce è essenziale”: possono derivarne esiti fruttuosi quanto disastrosi. I metodi adottati finora dal governo afghano sono considerati nel migliore dei casi inappropriati, nel peggiore controproducenti. Quel che manca, dice Sarabi, è la trasparenza e la chiarezza su chi debba parlare con chi, e soprattutto per quale scopo. Su questo, nessuno sembra ancora avere le idee chiare.

Nel marzo 2012 il think tank International Crisis Group ha pubblicato il rapporto Talking about Talks: Toward a Political Settlement in Afghanistan. Gli autori criticano l’approccio da “mercato-bazar” adottato dalla comunità internazionale. Il “pasticciaccio brutto del Qatar” sembra confermare le loro valutazioni sulla confusione negoziale. Dopo quasi due anni di tentativi abortiti, incontri segreti, discussioni tra sherpa, lo scorso giugno è stato inaugurato in pompa magna l’ufficio politico dei Talebani a Doha. Fortemente voluto dagli americani, dai tedeschi e dalla monarchia qatariota, è stato presentato dai Talebani come sede dell’Emirato islamico d’Afghanistan, una sorta di governo in esilio con tanto di bandiera sventolante dei “turbanti neri”. La cosa ha fatto infuriare Karzai, che ha congelato le attività dell’Alto consiglio di pace, l’organo da lui istituito nel settembre 2010 proprio per dialogare con i Talebani.

Politico intelligente, Karzai ha deciso di interrompere anche i negoziati sull’accordo bilaterale di sicurezza con gli Stati Uniti, l’alleato recalcitrante, con cui da anni c’è un rapporto apertamente conflittuale. Da quell’accordo dipende il futuro della presenza americana in Afghanistan e nella regione. Quanti e quali soldati, con quali compiti, sotto quale status. Gli americani chiedono una firma in gran fretta. Karzai tergiversa, alla maniera locale, per guadagnare terreno: dice di voler aspettare i risultati della Loya Jirga (il gran consiglio nazionale) e nel frattempo apre ulteriormente i canali con i paesi non-Nato dell’area (in primis Cina e India). Rispetto a giugno, oggi i toni sono più distesi, ma rimangono le diverse prospettive di Washington e Kabul sui termini dell’accordo di sicurezza. E rimane incerto come procedere nel negoziato con i Talebani. E per fare cosa.

I Talebani di nuovo al potere?

Anche Wahidullah Danish, il nostro attivista di Jalalabad, ammette che la questione è delicata: “Il governo deve sforzarsi di ottenere la pace, certo. Se questo vuol dire condividere il potere con i Talebani, valutare le loro richieste, deve essere disposto a farlo. Ma senza contraddire le nostre leggi. Il problema è sapere quali diritti chiedono i Talebani. Sono gli stessi che chiedo io e la maggior parte degli afghani?”. Formulata in un altro modo, la domanda recita così: il negoziato deve puntare a un futuro governo di “ampia coalizione”, che includa anche i barbuti islamisti? I seguaci del mullah Omar potrebbero perfino tornare al potere, si pensa qui, se questo servisse a porre fine al conflitto. Ma a precise condizioni. “Non avrei problemi ad accettare degli esponenti talebani al governo, se riconoscessero apertamente la legittimità e la validità del quadro legale afghano, la Costituzione”, spiega Yor Mohammad Bakhiri, docente all’università privata Ibn Sina di Mazar-e-Sharif, la città che secondo i piani del governo e della comunità internazionale dovrà diventare un nuovo hub dei commerci e dei trasporti in Asia centrale.

Un discorso simile vale anche per l’energica coordinatrice del Civil Society and Human Rights Network per l’area occidentale, Aziza Khairandish, incontrata a Herat: “Nel governo e nel parlamento già ora c’è gente con una mentalità retrograda ed estremista, penso ai rappresentanti del partito Hezb-e-Islami. I Talebani sono tanto diversi? Se decidono di rispettare la Costituzione e i diritti delle donne non ci saranno problemi”. Ma su questo la chiarezza è indispensabile: “se così non sarà, è inaccettabile che entrino a far parte di un futuro governo o che ci sia un’amnistia che condoni i loro reati”. È la posizione del governo-Karzai. I Talebani possono rientrare nel sistema politico, perfino partecipare alle elezioni presidenziali del prossimo 5 aprile, se soddisfano alcuni criteri, inderogabili: riconoscere l’autorità del governo e la legittimità dell’attuale architettura istituzionale; rinunciare alla lotta armata e ai legami con gli attori esterni; dichiarare il rispetto della Costituzione.

Difficile che i Talebani accettino, dicono in molti. E nel caso accettassero, difficile che mantengano le promesse. Dei Talebani non ci si fida più. Sono soprattutto le donne a non fidarsi. Temono che i loro diritti (i pochi conquistati in questi anni) possano essere sacrificati per un accordo politico tra soli uomini. “In linea di principio sono d’accordo nel dialogo, ma mi chiedo che tipo di dialogo si possa avere con gente che uccide i civili in un modo così atroce. Neanche gli animali fanno cose simili”, obietta Lailuma Sediqi quando gli parlo di riconciliazione. Bassa e tarchiata, fatica a trattenere la rabbia e il sospetto per quelli che si dichiarano “custodi della legge coranica”. È una donna coraggiosa. Il fatto stesso di essere a capo del dipartimento per gli affari femminili a Farah, nella “calda” provincia sud-occidentale, la rende un obiettivo legittimo agli occhi dei turbanti neri. Se le sparassero alla schiena o le facessero saltare la macchina, non se ne sorprenderebbe nessuno.

Non rischia niente di simile Farzana Arsa. Alta e decisa, giovane giornalista della tv privata Metro e studentessa universitaria, abita nella ben più liberale Mazar-e-Sharif. Ma teme comunque un accordo. “I Talebani hanno fatto esplodere delle bombe anche il primo giorno di Eid, la festa islamica. Come possiamo fidarci? Sarebbe una perdita di tempo”. Se ci si sposta da Mazar-e-Sharif di 300 km verso ovest, con quattro ore di macchina e la progressiva immersione nel feudo del generale Dostum, si arriva a Maimana, a due passi dal Turkmenistan. Anche qui c’è chi la pensa come Farzana Arsa. Bilgees Attaye dirige la Developing and Education Organization for Women, ed è preoccupata. “Non c’è alcuna garanzia che una volta ‘presi a bordo’ i Talebani non ripetano ciò che già hanno fatto in passato. Meglio non rischiare”. Ancora più categorica è Enjila Surkhabi, che per la stessa organizzazione segue le attività di genere: “anche se i Talebani dovessero giurare mille volte di interrompere le attività militari, non dovremmo fidarci. Come potremmo, se compiono attentati suicidi contro i civili?”.

Tiriamo le somme: gli afghani dicono che la soluzione militare non funziona; auspicano un processo di pace ma criticano quello portato avanti dalla comunità internazionale e dal governo Karzai. E aggiungono almeno altre due cose importanti.

La chiave regionale e la chiave interna

La prima: se si punta lo sguardo solo sugli attori afghani, sul governo e sui gruppi antigovernativi, si rischia di perdere di vista la natura regionale – non nazionale – del conflitto. Secondo questa lettura, sarebbe in corso un nuovo “grande gioco”, simile a quello dell’Ottocento tra l’Impero russo e la Corona britannica per il controllo dell’Asia centrale. Il terreno della partita, l’Afghanistan. La causa, la collocazione strategica del paese. Le conseguenze, la destabilizzazione, gli interessi conflittuali, il tentativo di attori diversi di favorire i propri interessi. Sul banco degli imputati, il primo nome è sempre lo stesso: il Pakistan, il paese dei puri. “Per ottenere la pace non c’è bisogno di aprire un ufficio politico dei Talebani in Qatar: basta parlare con i loro referenti in Pakistan”, sostiene con decisione Idrees Zaman, brillante direttore del centro di ricerca di Kabul Cooperation for Peace and Unity, che coniuga attività di analisi a progetti di inclusione sociale. “I Talebani non decidono da sé. Questo è il punto”, ribadisce idealmente Ahmad Qureishi, chief reporter per la provincia di Herat dell’agenzia giornalistica Pajhwok, quella consultata dai corrispondenti stranieri. Per lui, “sono i servizi segreti pakistani che gli impediscono di accettare un piano di pace”. Ma i sospetti investono anche le truppe occidentali: “Tra tutti i grandi giocatori della partita, nessuno gioca onestamente. La comunità internazionale non fa pressioni sul Pakistan, il Pakistan fa il doppio gioco, il governo Karzai include anche esponenti dell’opposizione dell’Hezb-e-Islami, il partito di Hekmatyar che ha un’ala politica e un’ala militare. In molti hanno interesse a proseguire la guerra”, spiega meglio Raz Mohammad Dalili, direttore dell’organizzazione non governativa Sanayee Development. Da anni è abituato a sentir parlare di piani di reintegro e riconciliazione, a veder consegnare armi e munizioni, ad assistere a cerimonie infinitamente lunghe riprese dalle telecamere. Ormai crede che sia tuta una farsa, e che il processo di pace “assomigli a certe soap-opera indiane”.

Per Ali Erfan, direttore di Radio Bamiyan, “la Nato avrebbe la forza necessaria per sconfiggere i Talebani. Non lo fa perché in questo modo può controllare l’Asia centrale”. Se gli americani volessero la pace, la potrebbero ottenere. Questo pensa Ali Erfan e questo pensano in molti. Tra loro c’è Baz Mohammad Abid, giornalista di Radio Mashaal, una costola di Radio Free Europe che trasmette nell’area di confine tra Afghanistan e Pakistan. Mashaal è un ometto piccolo e mingherlino, con la pelle scura e un ciuffetto di capelli sempre di traverso. Autore di reportage radiofonici sulla cultura popolare e letteraria delle aree pashtun su entrambi i lati della Durand Line, crede che agli americani non convenga la pace. “Vogliono rimanere qui e contrastare l’espansione economica e politica cinese”, mi dice nell’accogliente sede di Mediothek, un’associazione che promuove il pluralismo dei media e i percorsi di pace, dove ogni venerdì, qui a Jalalabad, si riuniscono i poeti locali a recitare in pubblico i loro versi. Sher Alam Amlawal, docente di scienze politiche all’università privata “Aryana” di Jalalabad, è un notabile della città. Tutti lo conoscono e lo rispettano. Pensa che “se gli Stati Uniti ritenessero utile un accordo con il mullah Omar, lo farebbero oggi stesso. Ristabilirebbero perfino un Emirato islamico!”. Per ottenere una pace di lungo periodo, pensa il professor Amlawal, che mentre parla sgranocchia mandorle e beve tè rosso, “c’è bisogno che gli americani negozino direttamente con i pakistani”. Karzai non sarebbe d’accordo. Ma per gli afghani dopotutto questo conta poco. Quel che conta è ritornare a vivere in pace.

Tutti la vogliono (tranne quelli che lucrano sulla guerra). Ma tutti hanno poca fiducia di ottenerla in tempi brevi. “Perlomeno nei prossimi mesi, non mi faccio illusioni. Quel che posso verosimilmente aspettarmi è un cessate il fuoco”, sostiene per esempio Aziz Rafiee, il direttore dell’Afghan Civil Society Forum Organization, uno dei network più importanti e rispettati della “nuova” società civile. Rafiee è il volto noto della società civile. Il personaggio con cui parlano i diplomatici e gli expat, gli espatriati delle Ong internazionali. Quello che viene intervistato dalle tv, sa parlare agli studenti universitari e viene invitato all’estero. Immaginiamo pure che i negoziati portino risultati inaspettati, ipotizza. “Rimarrebbero comunque diversi nodi irrisolti”. Perché una pace politica, frutto di negoziati diplomatici, è una condizione necessaria ma non sufficiente per stabilizzare il paese. Ed è questa la seconda questione che con più frequenza sollevano gli afghani: il paese paga gli effetti di trent’anni di guerra, durante i quali le comunità, i gruppi etnici, i singoli villaggi si sono combattuti aspramente. Ecco perché “quel che è veramente importante è la pace sociale, la ricostruzione della fabbrica sociale del paese, il recupero della nostra identità condivisa”, spiega Aziz Rafiee. “Oggi non ci si fida più gli uni degli altri. Se non sapremo recuperare la fiducia reciproca, ogni accordo politico sarà un semplice pezzo di carta”.

È la scuola del doppio binario, che si insegna anche nei manuali di peace-building: al processo politico-negoziale va affiancato un più lungo, faticoso e complicato processo di ricostruzione dei legami sociali tra le varie comunità. Come farlo, ancora una volta lo spiega bene Qader Rahimi, della Commissione indipendente per i diritti umani di Herat. “Ci sono due meccanismi per favorire la pace. C’è il meccanismo del dialogo politico, quello promosso dal governo, dalle istituzioni. E c’è il meccanismo del dialogo sociale, promosso dalla gente, dalle comunità. I conflitti sociali, tra comunità, possono essere risolti con le jirga, le shura, i consigli tradizionali”. Anziché di una riconciliazione portata avanti dal governo, che per molti afghani è illegittimo tanto quanto i Talebani, “ci sarebbe bisogno di una riconciliazione comunitaria, portata avanti dai leader tribali, dalla gente che fa parte delle comunità locali e che è veramente rispettata”, aggiunge Baz Mohammad Abid, abituato a vivere in un’area in cui l’assemblearismo delle jirga è ancora forte, anche se mutato e trasfigurato dalla guerra.

È al livello comunitario che guarda anche Naqibullah “Saqib”, il preside della Facoltà di scienze politiche alla Nangarhar University, inghiottito nella sua stanza buia ed enorme, con divani marroni pericolosi come sabbie mobili e fiori finti sui tavolini. “Dopo trent’anni di conflitto bisogna concentrare l’attenzione su percorsi praticabili dal basso, a livello comunitario. Se la gente vuole produrre cambiamenti veri e positivi, può farlo, a quel livello”. Ne sembra convinta anche Sima Samar, portavoce della Commissione indipendente per i diritti umani, icona a livello internazionale dell’Afghanistan più simile a noi. Quello che parla di diritti, democrazia e stato di diritto e sa scrivere in inglese. “Senza il sostegno e la fiducia della gente, nessuna leadership, per quanto capace, è in grado di ottenere la pace, che va costruita tra la gente”. È un percorso lento, che va fatto passo dopo passo, afferma Idrees Zaman, “così da evitare il rischio che i conflitti locali vengano politicizzati e strumentalizzati e diventino conflitti nazionali”.

Prevenire i conflitti comunitari, “significa ridurne gli effetti potenziali in chiave nazionale”, mi dice Asif Karimi. Ha 60 anni, ha vissuto cambi di regime, colpi di stato, scontri sanguinosi e bombardamenti a tappeto di Kabul. Oggi lavora per The Liaison Office, un’associazione che promuove il dialogo in alcune delle aree più difficili del paese, quelle dove ogni straniero puzza di proselitismo. Alla base del loro lavoro e di quello portato avanti da molti altri gruppi, qui in Afghanistan – in un paese attualmente occupato da quasi centomila soldati stranieri, tenuto sotto scacco da circa trentamila “Talebani” -, c’è l’idea che la pace sia responsabilità di tutti: “La pace è come un frutto, deve avere il tempo di maturare, non nasce dal nulla. È come un albero i cui rami rappresentano la giustizia, la sicurezza, la libertà. Il governo deve garantire la solidità dei rami. Ma siamo noi a dover assicurare che l’albero abbia sempre acqua fresca e non appassisca”. Così la pensa Taher Mufid, un rispettato leader religioso di  Mazar-e-Sharif. Una “papalina” in testa, i piedi nudi anche d’inverno, l’abito semplice e lo sguardo dolce, un giorno mi ha ospitato a casa sua. Mi ha parlato della guerra e delle sue cause. Dell’Afghanistan e dei suoi difetti. Dell’Islam come religione di pace.

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