Bersani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bersani/ un blog di approfondimento culturale Fri, 24 Feb 2017 17:14:40 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Bersani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bersani/ 32 32 Sel, chi ha paura di capire? https://minimaetmoralia.it/interventi/sel-chi-ha-paura-di-capire/ https://minimaetmoralia.it/interventi/sel-chi-ha-paura-di-capire/#respond Mon, 07 Jul 2014 14:05:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21978 Riprendiamo un intervento di Enrico Sitta apparso sul sito di Sel.

di Enrico Sitta

È nota ormai al grande pubblico la situazione di Sel. Un manipolo di parlamentari lascia il partito verso altri lidi. I territori sono in fibrillazione, si grida al tradimento, si serrano le fila. Ma quale ė  la storia di questi mesi? Cosa è successo e cosa ci aspetta?

L’“impazzimento” dentro il nostro partito ha origine non dal congresso di Riccione quanto dal naufragio dell’esperienza di Italia Bene Comune. In quella fase in molti davano per scontato che si sarebbe andati al governo insieme, e che ad un certo punto i destini di Pd e Sel avrebbero anche potuto convergere. Lo scossone causato invece dalla beffa del “siamo arrivati primi ma non abbiamo vinto” seguito poi dal governo delle larghissime intese (ora più strette) e dalla presa del partito e del potere da parte di Renzi hanno sconquassato il fronte del vecchio centro sinistra. Forse, con le elezioni europee, definitivamente.

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Riprendiamo un intervento di Enrico Sitta apparso sul sito di Sel.

di Enrico Sitta

È nota ormai al grande pubblico la situazione di Sel. Un manipolo di parlamentari lascia il partito verso altri lidi. I territori sono in fibrillazione, si grida al tradimento, si serrano le fila. Ma quale ė  la storia di questi mesi? Cosa è successo e cosa ci aspetta?

L’“impazzimento” dentro il nostro partito ha origine non dal congresso di Riccione quanto dal naufragio dell’esperienza di Italia Bene Comune. In quella fase in molti davano per scontato che si sarebbe andati al governo insieme, e che ad un certo punto i destini di Pd e Sel avrebbero anche potuto convergere. Lo scossone causato invece dalla beffa del “siamo arrivati primi ma non abbiamo vinto” seguito poi dal governo delle larghissime intese (ora più strette) e dalla presa del partito e del potere da parte di Renzi hanno sconquassato il fronte del vecchio centro sinistra. Forse, con le elezioni europee, definitivamente.

Perché dico questo? Vi propongo un’analisi.

Da tempo ormai Sel adotta quella che potremmo definire la politica del semaforo. Pd buono = semaforo verde / Pd cattivo = semaforo rosso. Ma esiste davvero un Pd buono ed un Pd cattivo? E perché è quasi sempre buono quello dei livelli inferiori (municipi, comuni, regioni) e quasi sempre cattivo quello dei piami superiori (livello nazionale ed europeo)? Il punto sta nella praticabilità del concetto di centrosinistra. Nei livelli inferiori le leggi elettorali per sindaco e presidente di regione consentono a coalizioni sostanzialmente omogenee di presentarsi alle elezioni e poi di governare insieme. L’amalgama è abbastanza compatta e sui programmi le coalizioni di centro sinistra hanno buona capacità di aggregazione. I livelli inferiori non trattano (se non marginalmente) temi eticamente sensibili, questioni di macroeconomia, missioni militari, lavoro, tutti quei temi in cui da sempre la sinistra così detta radicale si distanzia da quella “riformista”. I premi di maggioranza di comuni e regioni danno modo di governare anche senza il pastone delle larghe intese.

Cosa succede invece ai livelli più alti? Tutti speravamo che Bersani ce l’avrebbe fatta, con un margine così ampio da governare anche senza Scelta Civica. Altrimenti alcuni dei nostri avrebbero lasciato da subito. Ma anche in questo eldorado, il migliore dei mondi possibili, cosa sarebbe successo? Il Pd ci avrebbe proposto davvero una riforma così diversa da quella di Poletti sul lavoro? Avremmo abolito la Fornero? Avremmo fatto il reddito minimo garantito? I matrimoni gay? Avremmo ritirato i nostri soldati dalle “missioni di pace” che non ci convincevano? Avremmo cancellato il pareggio di bilancio dalla Costituzione? Oppure ci saremmo spaccati al primo scoglio? O altrimenti lungamente logorati? Non possiamo dirlo con certezza ma certo è probabile che la divaricazione di visioni qualche problema lo avrebbe prodotto come accaduto in passato.

Ecco dunque che vista in questi termini esiste una certa incapacità strutturale per il così detto centro sinistra di poter proporre un’esperienza riformatrice autentica al livello nazionale. E, ad ogni modo, parliamo dell’era pre-Renzi e di una fotografia ormai scattata tempo fa.

Cosa cambia oggi con l’ex sindaco di Firenze? Dal mio punto di vista cambia molto. Il voto delle elezioni europee prefigura la possibilità di un unico grande partito al governo del paese. Ad una coalizione di centro sinistra, quella che come abbiamo visto manteneva comunque alcuni nodi irrisolti, oggi potrebbe non essere dato neanche di presentarsi. A seconda infatti di quale piega prenderà il dibattito sulla legge elettorale soglie di sbarramento alte ed un premio di maggioranza assegnato alla lista anziché alla coalizione potrebbero archiviare definitivamente la possibilità di riproporre al livello nazionale uno schema che oggi funziona bene in tante realtà locali. C’è chi parla dunque già da tempo di campo largo dei democratici e non più di centro sinistra, locuzione di cui forse dovremo dimenticarci almeno per il livello nazionale.

Diciamo quindi che di fronte a questo scenario la fuoriuscita di parlamentari ed iscritti da Sel verso il Pd fuori dalla retorica della serpe covata in seno raccontano una storia che a mio modo di vedere ha bisogno di essere indagata più nel profondo e che sfida ciascuno di noi su un terreno che dobbiamo saper praticare, anche nei linguaggi. E lo scrivo sapendo quanto male possa aver fatto a tanti compagni e compagne che tutti i giorni stanno in prima linea aver visto andarsene via da un giorno all’altro senza troppe cautele persone che questo partito avevano contribuito a fondarlo.

Ma non è urlando al tradimento che esorcizzeremo le sfide che abbiamo di fronte.

In buona sostanza per come la vedo io il tema è: al livello nazionale noi ci candidiamo a dare visibilità e rappresentanza politica ad una minoranza che è fisiologica ed in qualche modo strutturale nel nostro paese (quel famoso milione di voti) ma che da domani potrebbe essere irrilevante negli equilibri politici nazionali. Se questo come io temo fosse il punto, noi dovremmo attrezzarci. E hai voglia a parlare di campagna acquisti del Pd: non basta. C’è da fare i conti con un cambio di passo nel sistema politico nel nostro paese, e io voglio saper parlare quella lingua. Anche perché, come ho avuto modo di ripetere in più occasioni, il mio obiettivo non può essere ricostruire la sinistra se questa pratica non ha modo di incidere sulla quotidianità delle persone. Il mio obiettivo è e resta cambiare il Paese da sinistra, vincere sull’opzione moderata quando non conservatrice proposta da Renzi e dai suoi. Andando però a vedere le carte, giocando su un campo contendibile. Non rinchiudendosi in un Aventino di duri e puri che non ha modo di incidere sulle scelte.

La soluzione è passare al Pd e combattere lì dentro una battaglia, scalare il partito, o peggio salire sul carro del renzismo come forse pensano alcuni di quelli che stanno dando vita a LeD in queste ore? A loro vorrei chiedere: ma siete sicuri che quella minoranza di persone contro l’austerity, per i diritti sociali e civili, il popolo della pace, dei referendum, dei precari, potrebbe avere facile e giusta cittadinanza all’interno di quello che oggi appare come il partito della nazione, benvoluto da ex leghisti, grandi imprenditori e boiardi di stato? Che fine ha fatto in questi anni lì dentro la gente alla Pippo Civati, alla Vincenzo Vita, alla Walter Tocci? Ha qualche senso o può portare a qualche valore aggiunto fare la minoranza strutturale in un partito del 40% per vivere delle briciole che cadono dal grande tavolo e gridare sempre il proprio dissenso di fronte alle riforme che portano più precarietà, più austerità? Vi eravate stancati di Sel, ma da domani che farete esattamente? Siete pronti ad applaudire anche voi al giovane enfant prodige che promette discontinuità e poi va a Strasburgo a dire che i patti non si cambiano?

Oppure pensate davvero che attrezzati degli strumenti giusti si potrebbe nel prossimo futuro arrivare a contendere nell’ambito del popolo dei democratici la leadership moderata di Renzi e a costruire egemonia culturale e politica su contenuti più radicali, più di sinistra tanto per capirci? È per questo che nasce LeD? E se è per questo era davvero indispensabile?

Io queste cose non le ho capite, lo dico davvero. Voi non le avete spiegate e dentro Sel oggi non se ne parla perché il punto in molti casi è fare il catenaccio, dire che il Pd di Renzi fa schifo, che Tsipras è bravo e Iglesias è interessante senza avere idea di cosa faremo domani per poter anche solo sperare che il nostro punto di vista, la nostra cultura politica, le nostre idee abbiano un peso al livello nazionale, incidano nelle scelte, contribuiscano a strutturare opinioni, siano lievito per far crescere consenso. Perché è più facile dire: noi siamo quelli che hanno ragione. E farlo in solitudine. Ecco, a me tutto questo non interessa. Da una parte e dall’altra, lo dico chiaramente. Soprattutto perché a me non interessano le semplificazioni quando ciò che abbiamo di fronte è una grande complessità. E da questo punto io sono per raccogliere le sfide, da qualsiasi parte vengano. Come per anni abbiamo fatto con Tilt, la nostra associazione. Uno sguardo originale, una finestra aperta sul mondo della sinistra, tutta. Inutile chiederci oggi da che parte stare, quando un gran numero di ragazzi e ragazze la “radicalità” e il “riformismo” le sposavano insieme nel loro DNA già da tanto tempo. Per questo oggi non possono esserci chiesti divorzi.

Mi ritengo una persona curiosa, che vuole davvero interrogarsi sugli esiti del piccolo contributo che fornisce alla propria comunità politica. Voglio capire insieme a chi è rimasto ma se possibile a chi con noi non c’è mai stato se e in che misura è possibile oggi parlare ancora di sinistra in questo paese. E che cosa vuol dire questa parola, a chi parla, chi mobilita. Se negli ultimi anni l’hanno incrociata solo gli operai di Pomigliano o anche qualche cassiera precaria, qualche partita IVA. Voglio capire qual è la ricetta non per perpetuare formule del passato ma per dotarsi degli strumenti giusti per incidere davvero nel dibattito politico nazionale di questo paese in cui siamo ai margini da almeno 15 anni, figure spesso caricaturali. Pretendo dal confronto interno al mio partito la serietà e la chiarezza necessarie per uscire dalle ambivalenze, dalle approssimazioni, dalle negazioni e dalle metafore poco efficaci. Di prendere finalmente atto di ciò che sta davvero accadendo. Spero che il confronto che si aprirà nelle prossime settimane e poi dopo l’estate con la conferenza programmatica sia un confronto all’altezza delle sfide che abbiamo davanti. Basta banalizzazioni, non ne abbiamo davvero più bisogno. C’è da capire insieme da dove ripartire per avere una chance concreta di cambiare questo paese da sinistra. L’unica cosa che a molti di noi interessa veramente.

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Sulla vittoria di Renzi https://minimaetmoralia.it/interventi/vittoria-renzi-elezioni-europee/ https://minimaetmoralia.it/interventi/vittoria-renzi-elezioni-europee/#comments Mon, 02 Jun 2014 13:30:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21152 «Matteo Renzi è il leader ideale del partito cui vorrei fare opposizione, nel senso che – secondo una logica un po' anglosassone – lo considererei una ragionevole alternativa di centro-destra a quella che io vorrei che fosse la mia forza di centro-sinistra». Ogni volta che in questi dieci giorni qualcuno mi ha chiesto cosa pensassi del trionfo del Pd di Renzi, mi è rimbombato in mente questo passaggio della mail che il mio amico Tullio mi ha mandato all'indomani del voto. Mi pare proprio così: abbiamo passato vent'anni a lamentarci che, per colpa dell'anomalia di Silvio Berlusconi, in Italia non esisteva una destra democratica, moderata, civile, europea: e ora eccola qua. Certo, magari non avremmo voluto che – come in Alien – uscisse dalla pancia della sinistra, fagocitandola. Ma è andata così.

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Italy's PM Renzi holds a news conference at an European Union leaders summit in Brussels

(Fonte immagine)

«Matteo Renzi è il leader ideale del partito cui vorrei fare opposizione, nel senso che – secondo una logica un po’ anglosassone – lo considererei una ragionevole alternativa di centro-destra a quella che io vorrei che fosse la mia forza di centro-sinistra». Ogni volta che in questi dieci giorni qualcuno mi ha chiesto cosa pensassi del trionfo del Pd di Renzi, mi è rimbombato in mente questo passaggio della mail che il mio amico Tullio mi ha mandato all’indomani del voto. Mi pare proprio così: abbiamo passato vent’anni a lamentarci che, per colpa dell’anomalia di Silvio Berlusconi, in Italia non esisteva una destra democratica, moderata, civile, europea: e ora eccola qua. Certo, magari non avremmo voluto che – come in Alien – uscisse dalla pancia della sinistra, fagocitandola. Ma è andata così.

È, in fondo, quello che ha detto Mario Monti, dichiarando di voler entrare subito nel Pd: e anzi dicendo che se Renzi avesse vinto le primarie contro Bersani, Scelta Civica non sarebbe mai nata. Uno come Tullio, uno come me, non avrebbe mai pensato di poter stare dalla stessa parte di Monti: perché Monti rappresenta la destra, cioè chi vuole che il mondo continui a girare così, magari oliandone i binari.

Renzi, d’altra parte, ha sempre sostenuto che la distinzione tra destra e sinistra appartiene al passato. È su questa linea che ha vinto le elezioni: i flussi dei voti dimostrano che la sua vittoria è dovuta quasi esclusivamente alla cattura di due terzi dei voti perduti da Scelta Civica di Monti (che sono stati oltre tre milioni). E, dal suo punto di vista, forse Renzi ha ragione: il suo Pd contiene in un certo senso destra e sinistra. Perché – come ha detto a caldo Barbara Spinelli, e molti altri con e dopo di lei – questo Pd assomiglia ad una nuova Democrazia Cristiana. Per molti versi non si limita ad assomigliarle: ne è l’erede diretto. Renzi stesso è geneticamente democristiano: le fotografie che lo ritraggono accanto a Ciriaco De Mita, scattate quando era il presidente della provincia di Firenze eletto nelle file della Margherita, documentano l’albero genealogico del leader del Pd. Ed è innegabile che la fusione voluta da Walter Veltroni vada letta, col senno di oggi, piuttosto come un’annessione, o una digestione, di ciò che restava del Pci da parte di una rinnovata Dc.

Le analogie con la Democrazia Cristiana d’antan sono numerose: i famosi 80 euro (decisivi per la vittoria elettorale) appartengono ad una tradizione dove una genuina attenzione verso i lavoratori assume le forme di un’altrettanto  genuina  propensione al voto di scambio. E se mai la procura della Repubblica di Firenze riprenderà a funzionare, gli italiani sapranno cosa sono stati gli anni del Renzi sindaco: anni in cui il sostanziale non-governo della città (un giudizio, questo, che nemmeno i fans più sfegatati riescono a smentire con qualche fatto) si è accompagnato alla crescita del pervasivo strapotere di un comitato di affari legato a doppio filo al cerchio magico renziano. D’altra parte, basta guardare cosa succede in Campania, o in Sicilia: dove i gruppi dirigenti ex democristiani agitano ora le bandiere del Pd dimenandosi sul carro del vincitore.

Ma il punto non è (per ora) la corruzione:  il punto è quale mai sia la visione del Pd di Renzi. Per ricondursi a qualunque titolo alla famiglia della Sinistra europea, anche nelle versioni più annacquate, il Pd dovrebbe avere una qualunque idea di cambiamento del sistema economico e politico europeo. Di tutto questo non si è visto traccia: perché le uniche posizioni sono semmai di tipo nazionalista, quelle per cui «l’Italia batterà il pugno sul tavolo». E infatti si parla già del Pd come di un ‘partito della Nazione’: un partito-stato che serva a governare meglio l’esistente, non a cambiarlo. Sappiamo che Renzi è contrario ai mostruosi stipendi dei manager pubblici (benissimo!), ma non sappiamo cosa pensi – per dire – del rapporto tra cessione della sovranità statale e genesi della crisi. Al posto di una riflessione politica c’è una serie di trovate. E laddove il premier si è invece espresso con chiarezza – è il caso delle privatizzazioni, o delle mani libere per i costruttori – le sue posizioni sono semmai tipicamente di destra: cioè ultra-mercatiste.

D’altra parte, l’esplicito riferimento al modello di Tony Blair (che oggi possiamo giudicare in sostanziale continuità con l’operato di Margaret Thatcher) chiarisce che la parola «sinistra» non ha davvero più alcun significato, per il Pd: o almeno non ha quello che ha oggi in Grecia, Spagna o Francia. E se guardiamo agli Stati Uniti, il Pd renziano non assomiglia al Partito Democratico, ma semmai ad un partito che assommi il centro dei Democratici a quello dei Repubblicani.

Se a tutto ciò aggiungiamo la dichiarata volontà di riformare la Costituzione in senso anti-rappresentativo e presidenzialista: ebbene, comprendiamo che è insensato accostare la parola ‘sinistra’ al partito di (e questo «di» ha un significato sempre più personalistico) Renzi.

Grande dovrebbe dunque essere lo spazio per una vera sinistra italiana: certo più grande del pur miracoloso risultato della Lista Tsipras. E qui è bene sottolineare che se Renzi ha stravinto in termini relativi (cioè ha stravinto queste elezioni europee), egli non lo ha fatto in termini assoluti: perché il ben più progressista Pd di Veltroni nel 2008 prese quasi un milione di voti in più: 12.095.306 contro 11.203.231. È stata l’astensione massiccia la grande alleata di Renzi, e bisogna comunque notare che circa 1.400.000 cittadini che alle ultime elezioni avevano votato Pd, stavolta non sono andati a votare.

Ecco, è in questi numeri la prospettiva per una sinistra nuova: una sinistra che costruisca la propria agenda sui temi che non possono appartenere alla gigantesca Neo Democrazia Cristiana renzian-montiana che esce da queste elezioni. Penso al grande tema dei beni comuni, all’obiettivo strategico di un’economia civile fondata sulla sostenibilità ambientale e sull’equità sociale, sui volumi zero e sulla redistribuzione degli spazi pubblici (da non alienare). Ad una politica europea che assegni alla Banca Centrale il fine di creare occupazione. All’obiettivo fondamentale dell’uguaglianza sostanziale e dell’integrazione. O ad un uso del patrimonio culturale, e in generale della cultura, che abbia come fine la liberazione dal totalitarismo della mercificazione e la formazione di cittadini: tutto il contrario del marketing televisivo di Matteo Renzi, antropologicamente allergico ad ogni forma di sapere critico, e convinto che la cultura coincida con l’intrattenimento. In questo, davvero, un berlusconiano nativo.

Una sinistra capace di parlare questa lingua potrebbe contendere i voti al Pd (attraendone anche la minoranza civatiana) e al Movimento Cinque Stelle, che appare sempre più prigioniero della follia suicida dei suoi due guru. Una sinistra che sappia tracciare un cammino realistico e attrattivo: una sinistra che renda falso ciò che ha detto Francesco Tullio Altan (e che purtroppo oggi è vero), e cioè che Renzi è sembrato la cosa più vicina alla possibilità che qualcosa si muovesse. Milioni di italiani hanno votato Renzi per questo motivo, pur tappandosi il naso: e per lo stesso motivo altri milioni non hanno votato. Ora occorre rimboccarsi le maniche e riaprire il cantiere della sinistra italiana: non solo come forza di opposizione, ma come laboratorio per costruire un futuro non più furbo (come prospetta Renzi), ma più giusto. La mail del mio amico Tullio finiva così: «La sfida non è opporsi al modesto cambiamento che ci stanno propinando come epocale, ma rilanciare nel merito per smascherarne i limiti e per proporne uno vero. Ci si può lavorare». Non solo si può: si deve.

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Due generazioni allo streaming https://minimaetmoralia.it/interventi/due-generazioni-allo-streaming/ https://minimaetmoralia.it/interventi/due-generazioni-allo-streaming/#comments Thu, 27 Feb 2014 13:26:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18964 Pubblichiamo un articolo di Massimo Recalcati uscito su la Repubblica ringraziando l'autore e la testata.

La diretta streaming Renzi-Grillo è materia ghiotta per l’analisi non solo politica ma anche psicopatologica. Per il M5S è stata un’altra occasione persa per fare pesare la propria forza elettorale. Ma, nel tradimento da parte di Grillo del mandato popolare che aveva ricevuto dal suo popolo, dobbiamo leggere qualcosa di più sottile che ci consente di introdurre la lente di ingrandimento della psicoanalisi. Si tratta ancora una volta del rapporto tra le generazioni che è divenuto un tema politico e antropologico centrale del nostro paese.

Rispetto alla prima diretta streaming Bersani-M5S la rappresentanza generazionale appare in questo caso invertita: ora è il figlio ad essere presidente incaricato ed è il padre a rappresentare le ragioni dell’opposizione. Anche i turni conversazionali appaiono totalmente invertiti: al monologo disperato e paterno di Bersani si è sostituito quello iracondo e provocatorio di Grillo. Ma in un caso e nell’altro i figli tacciono o sono costretti, come in quest’ultimo caso, a tacere. Sono solo i padri che parlano. Ma con una differenza sostanziale. Nel caso di Bersani si poteva apprezzare tutto lo sforzo di un buon padre di famiglia per convincere i figli adolescenti e oppositivi per principio che la crisi obbligava a ragionare insieme e a congiungere le forze. Avevo a suo tempo paragonato questo tentativo a quello dello Svedese, mitico protagonista di Pastorale americana di Philip Roth di fronte al fondamentalismo adolescente della figlia ex terrorista e membro fanatico di una setta religiosa. Con Grillo invece la paternità assume tutt’altra connotazione. La sua voce non cerca dialogo, non riconosce alcuna dignità al suo interlocutore, non parla, ma accusa. Non intende ragionare sui contenuti ma definisce con sdegno l’impurità dell’avversario di cui si dichiara un “nemico fisico”.

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Pubblichiamo un articolo di Massimo Recalcati uscito su la Repubblica ringraziando l’autore e la testata.

La diretta streaming Renzi-Grillo è materia ghiotta per l’analisi non solo politica ma anche psicopatologica. Per il M5S è stata un’altra occasione persa per fare pesare la propria forza elettorale. Ma, nel tradimento da parte di Grillo del mandato popolare che aveva ricevuto dal suo popolo, dobbiamo leggere qualcosa di più sottile che ci consente di introdurre la lente di ingrandimento della psicoanalisi. Si tratta ancora una volta del rapporto tra le generazioni che è divenuto un tema politico e antropologico centrale del nostro paese.

Rispetto alla prima diretta streaming Bersani-M5S la rappresentanza generazionale appare in questo caso invertita: ora è il figlio ad essere presidente incaricato ed è il padre a rappresentare le ragioni dell’opposizione. Anche i turni conversazionali appaiono totalmente invertiti: al monologo disperato e paterno di Bersani si è sostituito quello iracondo e provocatorio di Grillo. Ma in un caso e nell’altro i figli tacciono o sono costretti, come in quest’ultimo caso, a tacere. Sono solo i padri che parlano. Ma con una differenza sostanziale. Nel caso di Bersani si poteva apprezzare tutto lo sforzo di un buon padre di famiglia per convincere i figli adolescenti e oppositivi per principio che la crisi obbligava a ragionare insieme e a congiungere le forze. Avevo a suo tempo paragonato questo tentativo a quello dello Svedese, mitico protagonista di Pastorale americana di Philip Roth di fronte al fondamentalismo adolescente della figlia ex terrorista e membro fanatico di una setta religiosa. Con Grillo invece la paternità assume tutt’altra connotazione. La sua voce non cerca dialogo, non riconosce alcuna dignità al suo interlocutore, non parla, ma accusa. Non intende ragionare sui contenuti ma definisce con sdegno l’impurità dell’avversario di cui si dichiara un “nemico fisico”.

In questo contesto di ribaltamento dei ruoli generazionali (il figlio fa la parte del padre, mentre il padre fa la parte del figlio), l’attimo che costituisce il focus di tutta la scena è quando Grillo dà del “ragazzo” al Presidente incaricato. Soffermiamoci un momento su questo passaggio ai miei occhi decisivo. «Sei solo un ragazzo, certe cose non le sai, lascia fare a me che ho quarant’anni di esperienza». Questo, più che la dichiarazione di non essere democratico, che non ha stupito nessuno, deve davvero colpire. Ma come? Un leader che ha saputo mobilitare con forza i giovani restituendo a loro il sogno del cambiamento, si rivolge al Presidente incaricato definendolo con tono chiaramente paternalistico e, insieme, come spesso accade a chi assume toni paternalistici, dispregiativo. Questo è un punto di grande interesse clinico nel dialogo tra i due, o, meglio, nel monologo soverchiante di Grillo.

Chi viene chiamato ragazzo è un uomo di 39 anni, padre di tre figli, capace di assumersi responsabilità istituzionali enormi, di guidare una grande città e un grande partito. Chiamarlo “ragazzo” non svela solo una megalomania di fondo del leader del M5S, ma manifesta inconsciamente il fantasma padronale che lo anima profondamente. Questo padre dichiara che non ha tempo da perdere per discutere coi figli. Non solo coi figli d’altri — tale è Matteo Renzi —, il che potrebbe anche essere plausibile, ma nemmeno con i propri. Per questo usa il mandato ricevuto democraticamente dal suo popolo per fare uno show che sarebbe semplicemente fuori luogo se non avesse una ricaduta politica che coinvolge fatalmente le sorti del nostro paese. «Sei solo un ragazzo!», urla il padre orco a chi immagina non sia degno di interloquire con lui. «Sei solo un ragazzo, taci! Lascia che parli Io!».

Quante volte abbiamo ascoltato dai nostri pazienti questa rappresentazione sadicamente autoritaria della paternità. “Sei solo un ragazzo!” è sempre il pensiero inconscio (o conscio?) del padre-padrone che nutre nel profondo di se stesso un odio radicale della giovinezza e che mostra con orgoglio di fronte all’entusiasmo di chi comincia una nuova avventura («ti spiego cosa vorremmo fare» prova a dire Matteo Renzi) le medaglie che gli danno il diritto di oscurare la parola del suo giovane interlocutore («Taci! Ho quarant’anni di esperienza più di te!»).

Non è questo lo schema che la Scuola di Francoforte ha reperito come fondamento di ogni famiglia autoritaria? Quante volte ci siamo trovati nella nostra vita privata e pubblica di fronte a padri così? Quante volte la forza e l’entusiasmo della giovinezza deve subire l’ostracismo di chi vuole metterli a tacere. Lo ha mostrato bene Michele Serra nel suo ultimo libro Gli sdraiati: il dono più grande che un padre possa dare ai suoi figli è non odiare la giovinezza, è avere fede nella sua forza generativa. Nel caso dell’incontro Renzi-Grillo le parti si invertono bruscamente come accade sempre più frequentemente anche nella nostra società: il figlio si mostra più responsabile del padre che, come ha commentato un simpatizzante del M5S, gioca a fare il bambino in un momento istituzionale che avrebbe richiesto la massima serietà.

Da buon padre-padrone travestito da adolescente rivoltoso, Grillo ha rivelato pubblicamente non solo la sua estraneità nei confronti delle consuetudini e delle regole democratiche, ma il fatto che può fare quello che vuole della volontà del suo stesso popolo costituito, in gran parte, di “ragazzi”. Vogliono che vada a discutere di politica e di programmi con Renzi per provare a dare una mano per salvare il nostro paese? Sono solo dei ragazzi, non hanno quarant’anni di esperienza. Lasciate fare a me. Lasciate che sia io a mostrarvi come me ne fotto della democrazia. La pazienza dolce e frustrata dello Svedese-Bersani lascia qui bruscamente il testimone al padre freudiano dell’orda che nel nome della sua propria Legge si arroga il diritto di fare quello che vuole al di là della Legge. Abbiamo già visto in diverse occasioni questo genere di padri prendere il potere. È allora che la maschera del giustiziere cade rivelando la smorfia orrida del tiranno che paternalisticamente considera i suoi sudditi solo dei ragazzi da disciplinare e da rieducare.

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Scritture primarie https://minimaetmoralia.it/libri/cuperlo-renzi-civati/ https://minimaetmoralia.it/libri/cuperlo-renzi-civati/#comments Sat, 07 Dec 2013 15:00:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16924 Pubblichiamo un articolo di Giuseppe Antonelli uscito sull'Indice dei libri del mese.

di Giuseppe Antonelli

Nel Pd scrivono in tanti. Alcuni, come Veltroni (che le primarie le vinse nel 2007) o Franceschini (che le perse nel 2009) anche racconti e romanzi che l’Indice ha puntualmente recensito. Ma quali libri hanno scritto i tre principali candidati alle prossime primarie per il segretario nazionale? Come li hanno scritti? E soprattutto: cosa si può dedurre dalla loro scrittura rispetto al loro profilo politico (che non sempre sarà necessariamente il sinistro)? Quello che segue è un esperimento di recensione comparata di alcuni libri di Giuseppe Civati, Gianni Cuperlo e Matteo Renzi pubblicati a partire dal 2009, l’anno in cui Bersani fu eletto segretario.

Bello e impossibile

L’ultima riga del libro più vecchio, Basta zercar di Cuperlo (2009), recita così: “Primavera 2013 (o forse prima): il centrosinistra italiano vincerà le elezioni politiche”. Le prime righe dei libri più nuovi, Oltre la rottamazione di Renzi e Non mi adeguo di Civati (entrambi 2013), elaborano il lutto per la vittoria mutilata: “la sinistra realizza la straordinaria impresa di perdere elezioni politiche che sembravano già vinte” (Renzi); “gli elettori si erano espressi contro la grande alleanza che aveva sostenuto Monti, e se la sono ritrovata” (Civati).

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Pubblichiamo un articolo di Giuseppe Antonelli uscito sull’Indice dei libri del mese.

di Giuseppe Antonelli

Nel Pd scrivono in tanti. Alcuni, come Veltroni (che le primarie le vinse nel 2007) o Franceschini (che le perse nel 2009) anche racconti e romanzi che l’Indice ha puntualmente recensito. Ma quali libri hanno scritto i tre principali candidati alle prossime primarie per il segretario nazionale? Come li hanno scritti? E soprattutto: cosa si può dedurre dalla loro scrittura rispetto al loro profilo politico (che non sempre sarà necessariamente il sinistro)? Quello che segue è un esperimento di recensione comparata di alcuni libri di Giuseppe Civati, Gianni Cuperlo e Matteo Renzi pubblicati a partire dal 2009, l’anno in cui Bersani fu eletto segretario.

Bello e impossibile

L’ultima riga del libro più vecchio, Basta zercar di Cuperlo (2009), recita così: “Primavera 2013 (o forse prima): il centrosinistra italiano vincerà le elezioni politiche”. Le prime righe dei libri più nuovi, Oltre la rottamazione di Renzi e Non mi adeguo di Civati (entrambi 2013), elaborano il lutto per la vittoria mutilata: “la sinistra realizza la straordinaria impresa di perdere elezioni politiche che sembravano già vinte” (Renzi); “gli elettori si erano espressi contro la grande alleanza che aveva sostenuto Monti, e se la sono ritrovata” (Civati).

Il libro di Cuperlo, d’altronde, è il più vecchio non solo perché è uscito quattro anni prima, perché parte dal remoto 1921, perché è stato scritto dal più vecchio fra i tre candidati (Cuperlo ha 14 anni più di Renzi e Civati). È il più vecchio perché Cuperlo scrive senza guizzi, mettendo in fila capitoli troppo lunghi per spiegare efficacemente e troppo piatti per raccontare appassionatamente. E anche perché ha un opacissimo titolo dialettale (Cuperlo è di Trieste), che oltretutto rimanda alla fiducia riposta da alcuni vecchi militanti nello statuto del Pci: “xe inutile far polemica col partito… gavemo un Statuto no? E te sa perché el se ciama Statuto? Perché dentro sta-tuto. Basta zercar!”. Come dire: il nome è cambiato, ma il partito è sempre quello (dall’88 al ’90 Cuperlo è stato segretario nazionale della Fgci, la Federazione dei Giovani Comunisti Italiani). Inutile cercare tanto in giro: fidatevi del partito e tutto si risolverà. Non sarà un caso che nei titoli dei capitoli ci si riferisca spesso a un noi che è da identificare proprio col Pd: “La crisi e Noi”, “Il Nord, la Destra e Noi”, “La Sicurezza, la Destra e Noi”.

Ancora oggi, d’altra parte, Cuperlo è l’unico dei tre ad aver inserito il nome del partito nel proprio slogan: “Bello e democratico. Il tuo Pd per il paese di tutti”. (Paese, tra l’altro, è definizione dalemiana: Un paese normale, s’intitolava il libro pubblicato da Mondadori – già di proprietà berlusconiana – nel 1995. E soprattutto lo slogan ricorda un tormentone canoro di qualche tempo fa: la sovrapposizione fra democratico impossibile va considerata un lapsus?). Per i due candidati ‘giovani’, invece, il noi è sempre riferito a qualcosa di più ristretto – il gruppo di lavoro, i collaboratori, la cerchia dei sodali – o a qualcosa di molto più largo: la generazione a cui si appartiene, le persone stufe di come vanno le cose; nel caso del sindaco Renzi anche al noi municipale di Firenze.

De bello democratico

Civati e Renzi parlano soprattutto in prima persona. Entrambi amano citare un pantheon pop fatto di cantanti, registi, attori (Civati un po’ di meno); entrambi amano la frase a effetto, il gioco di parole (Renzi un po’ di più): tutte conseguenze del comune imprinting generazionale. Ma le differenze non sono soltanto di misura.

In Civati il gioco di parole è quasi sempre allusivo, basato sul ricalco di quella che si suppone un’enciclopedia in comune col lettore (o elettore). Dal marxiano – marxista sarebbe davvero troppo – Uno spettro (non) si aggira per l’Italia che apre Il manifesto del partito dei giovani (2011) al cinematografico Giovani, carini e soprattutto disoccupati, dal latineggiante De rottamatione fino ai vari L’abbiamo fatta Grosse Senza Sel e senza ma. Nei suoi testi, didascalicamente scanditi da brevi paragrafi, Civati nomina Ugolino e Anchise, parla di crowdsourcing e del Compagno Excel, cita ironicamente Cicerone (Quo usque tandem?), con l’idea di raggiungere un pubblico che condivide la sua stessa cultura: laureati, insegnanti, il nuovo precariato intellettuale. Per questo può permettersi di riportare molti dati statistici, di chiamare in causa scrittori coetanei come Lagioia, Raimo, Parrella; può parlare, senza dilungarsi in spiegazioni, di Erasmus o di startup.

Renzi invece non si limita, come Civati, a citare Vecchioni o Gino Paoli. Fa sua l’intuizione di Tiziano Scarpa per cui ormai “è la cultura pop che fonda la nostra identità nazionale”, e (senza probabilmente averla mai letta) la trasforma in una modalità di scrittura totalizzante: in quell’immaginario ambienta tutta la sua narrazione. Le auctoritates evocate nelle epigrafi di Fuori! (2011) sono Clint Eastwood, Jose Mourinho, Steve Jobs, Pierluigi Collina; tanto che, quando si vedono spuntare Baden Powell e Calamandrei, viene in mente la jovanottiana “grande chiesa che parte da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa” (non è lui, d’altronde, il più grande politico dopo il big bang?). In altri suoi libri s’incontrano Balotelli e Guardiola, “il derby di personalismi”, “il catenaccio di una sinistra rassegnata”, come a ribadire che Renzi – più che con la Fgci – ha una certa dimestichezza con la Figc (la Federazione Italiana Giuoco Calcio).

La banale bellezza

Rispetto a Civati, Renzi non spiega: racconta. Per questo allunga i capitoli e accorcia le frasi; e non si limita a un tono affabile, ma satura la sua scrittura di segnali discorsivi: marche di (finto) parlato che diventano, tramite l’iterazione, una specie di marchio di fabbrica: “Ok, lo so: la maggioranza dei miei colleghi politici dice che tutto va male”; “Intendiamoci, bisogna anche saper sorriderci sopra”, “Fortunatamente o sfortunamente, sia chiaro”. I suoi aggettivi preferiti sono semplice banale, perché la sua sfida (altra parola chiave) è “la rivoluzione del buon senso”, che deve riuscire a convincere anche gente come suo nonno e sua zia (entrambi protagonisti di aneddoti). Infatti i suoi giochi di parole non richiedono un particolare sostrato culturale: “contro tromboni e trombati”, “sa di fuffa e forse perfino di muffa», «volevo prendere il voto dei delusi di Berlusconi, arrivo a prendere il veto” (“c’è un problema di vocali”, commenta lo stesso Renzi: come quelle che si compravano alla Ruota della fortuna?).

Il fatto è che la rivoluzione di Renzi (Stil novo. La rivoluzione della bellezza tra Dante e Twitter, 2012) consiste soprattutto in questa banalizzazione (“Dante era un ganzo … Detta male: gli garbava di vivere”), in questa semplificazione sempre attenta a “non buttarla in politica”. Il suo stil novo più che uno stile è una elasticissima postura. Riflette la sua immagine fluida, cangiante: dal giubbotto alla Fonzie con cui si presentò dalla De Filippi alla tenuta da maratoneta della domenica, dalle maniche arrotolate alla fascia tricolore. Immagine ben diversa da quello di Pippo Civati, che Paolo Virzì descrive come “lo studente che primeggia a scuola e che però passa volentieri i compiti ai compagni più somari … metà Bob Kennedy, metà Stefano Accorsi”.

Renzi non cerca, come Civati, la geometria numerica delle 10 cose buone per l’Italia che la sinistra deve fare subito (2012) o dei 101 punti per cambiare (la cifra vuole alludere ai franchi tiratori contro Prodi, ma finisce col ricordare la carica dei piccoli dalmata). Al “futuro interiore” di Civati, Renzi preferisce il presente assoluto di Adesso!; all’introspezione centripeta per cui “il Pd deve aprire le porte e le finestre, senza temere infiltrati”, l’estroversa vocazione del Fuori!; alla negazione che – come insegnano i cognitivisti – rischia sempre di affermare (Non mi adeguo! vorrebbe richiamare l’Indignatevi! di Hessel, ma evoca pericolosamente il “non capisco, ma mi adeguo” di Quelli della notte), Renzi risponde con la rimozione: Oltre la rottamazione (titolo che peraltro conferma l’ispirazione di Adesso!: l’album di Claudio Baglioni che seguì La vita è adesso s’intitolava proprio Oltre).

Entrambi, Renzi e Civati, hanno scelto d’inserire nel loro slogan il cambiamento. Ma Civati rimane prigioniero del paradosso tautologico (“Le cose cambiano, cambiandole”) e di un logicismo un po’ logorroico: la mozione congressuale che porta questo titolo è lunga ben 70 pagine. Mentre Renzi sceglie un “L’Italia cambia verso”, declinato in un documento di sole 18 pagine. Slogan forse poco felice in sé (“vien subito in mente un’Italia che prima magari grugniva, e adesso che fa? squittisce?”, ha commentato Annamaria Testa), che però acquista forza grazie alla soluzione grafica di contrapporre specularmente una parola negativa e una positiva, scrivendo la prima da destra verso sinistra: “paura / coraggio”, “burocrazia / semplicità”, “il cavaliere / gli italiani” (dunque il primo va a sinistra, gli altri a destra).

Appare così evidente, una volta per tutte, il passaggio di Renzi dall’ideologia (“sarebbe vile non riconoscerlo, sarebbe ideologico negarlo”) all’ideografia. Nel vestiario, nel vocabolario, nella scelta dei testimonial, tutta la sua comunicazione procede accostando simboli diversi, secondo una logica prettamente narrativa, cioè (come ci ha insegnato Matte Blanco) onirica: in cui si può tranquillamente violare il principio d’identità e non contraddizione. Molto meglio e molto più di qualunque discorso argomentativo, questa comunicazione iconica riesce nell’intento di trasmettere emozioni a un pubblico il più vasto possibile. E poi, se rivoluzione vuol dire etimologicamente capovolgimento, cosa c’è di più rivoluzionario che scrivere i contrari al contrario? Basta col “perdere bene”: ora l’imperativo (l’infinito, a dire il vero) è “vincere”.

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Patria senza padri https://minimaetmoralia.it/estratti/patria-senza-padri/ https://minimaetmoralia.it/estratti/patria-senza-padri/#comments Tue, 09 Jul 2013 13:34:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14944 Pubblichiamo un estratto da Patria senza padri. Psicopatologia della politica italiana di Massimo Recalcati, libro-intervista curato da Christian Raimo. (Immagine: A. Cristofari.)

Tu eri un ragazzo nel ’68 e un militante politico nel ’77.

Il ’68 e il ’77 non sono la stessa cosa né dal mio punto di vista personale (nel ’68 avevo otto anni) né dal punto di vista politico, però in entrambi i casi abbiamo un’esperienza collettiva della violenza all’interno di un conflitto tra le generazioni, nonostante il ’77 sembri, rispetto al ’68, antiedipico. Nel ’68 la matrice inconscia di tipo edipico è chiara: sono i figli della borghesia che contestano i loro padri e li contestano edipicamente invocando nuovi padri: Mao, Lenin, Marx. Non dei padri qualunque ma dei padri titanici, dei padri che hanno promesso di riscrivere la storia. Lo stesso nome di Stalin appariva negli slogan, nelle manifestazioni, era un riferimento tutt’altro che secondario. Nel ’77 ci fu il tentativo, solo apparente, di andare oltre i padri, di liberarsi dell’eredità edipica del ’68, tant’è che L’anti-Edipo di Deleuze e Guattari esce nel ’72 in Francia, da noi nel ’76 e diventa immediatamente, almeno per una certa componente del movimento, un polo di riferimento culturale importantissimo, di scavalcamento del Nome del Padre e di esaltazione di una organizzazione senza gerarchia, rizomatica, collettiva del movimento.

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Pubblichiamo un estratto da Patria senza padri. Psicopatologia della politica italiana di Massimo Recalcati, libro-intervista curato da Christian Raimo. 

Tu eri un ragazzo nel ’68 e un militante politico nel ’77.

Il ’68 e il ’77 non sono la stessa cosa né dal mio punto di vista personale (nel ’68 avevo otto anni) né dal punto di vista politico, però in entrambi i casi abbiamo un’esperienza collettiva della violenza all’interno di un conflitto tra le generazioni, nonostante il ’77 sembri, rispetto al ’68, antiedipico. Nel ’68 la matrice inconscia di tipo edipico è chiara: sono i figli della borghesia che contestano i loro padri e li contestano edipicamente invocando nuovi padri: Mao, Lenin, Marx. Non dei padri qualunque ma dei padri titanici, dei padri che hanno promesso di riscrivere la storia. Lo stesso nome di Stalin appariva negli slogan, nelle manifestazioni, era un riferimento tutt’altro che secondario. Nel ’77 ci fu il tentativo, solo apparente, di andare oltre i padri, di liberarsi dell’eredità edipica del ’68, tant’è che L’anti-Edipo di Deleuze e Guattari esce nel ’72 in Francia, da noi nel ’76 e diventa immediatamente, almeno per una certa componente del movimento, un polo di riferimento culturale importantissimo, di scavalcamento del Nome del Padre e di esaltazione di una organizzazione senza gerarchia, rizomatica, collettiva del movimento.

Anche da un punto di vista sociale il ’77 non è paragonabile al ’68. I protagonisti della scena non sono più i figli della borghesia (era il tema critico sollevato da Pasolini: i contestatori fanno parte integrante del sistema sin dalle loro origini), ma quelli del sottoproletariato urbano. Eppure la dimensione edipica del conflitto ritorna trasversalmente anche nel ’77. Si può dire che Deleuze, Bifo e altri abbiano cercato di smarcarsi dalla posizione del leader-padre, del leader-edipico. Ma questo non ci ha liberati dall’ombra del padre. Quest’ombra entrava sulla scena del conflitto nella forma del vecchio Partito Comunista e dei suoi apparati. Mentre il ’68 invocava i padri titanici, Mao, Marx, Lenin, Stalin, il ’77 rigetta tutti i padri, ma vive la dialettica edipica tutta centrata sul conflitto col pci, che era il grande polo di riferimento critico per le nuove generazioni. Enrico Berlinguer, Luciano Lama, la contestazione dell’Autonomia Operaia nell’ateneo romano… Lì si gioca tutta la partita edipica all’interno della famiglia del comunismo. E non era un caso che Berlinguer in quegli anni predicasse proprio la centralità della questione morale, ovvero la necessità di mettere un limite, di introdurre un senso condiviso della Legge, di entrare in una relazione critica con il fantasma del discorso del capitalista… Tutta la questione dell’austerità non era solo un provvedimento economico di fronte alla crisi petrolifera, ma implicava anche una riforma etica della politica. C’era una straordinaria lungimiranza in questa prospettiva che a noi sfuggì assolutamente. Il movimento riteneva che Berlinguer fosse un cane da guardia del sistema capitalista. L’odio edipico offusca, rende ciechi, ammorba.

In questo senso come vengono letti il rapimento e l’uccisione di Moro? Di quali padri il ’77 si voleva liberare?

Forse mi sbaglio ma voglio dire che l’aggressione contro il pci che si è manifestata nel ’77 non c’è stata in quelle forme nel ’68, perché nel ’77 il padre non era tanto il padre-padrone, il padre-borghese, ma era diventato il pci, era diventato il segretario del Partito Comunista e la politica di austerità e di sacrificio, di rinuncia pulsionale, che Berlinguer prospettava come uscita dai falsi miti edonistici del capitalismo. Potremmo leggere anche il caso Moro con queste lenti. In fondo Moro ha provato a incarnare una figura mite di paternità, cercando, nel suo corteggiamento dell’ipotesi del compromesso storico (le famose «convergenze parallele»), di riattivare un’alleanza possibile fra Legge e desiderio nella direzione di un necessario cambiamento del sistema.

Il fatto che questo padre, che si poneva il problema della trasmissione dell’eredità di De Gasperi, lo si sia stato lasciato ammazzare come un cane, mostra fino a che punto il rigetto della trasmissione simbolica aveva generato un ritorno diretto nel reale. Il terrorismo è precisamente questo: il ritorno nel reale di ciò che non si è potuto simbolizzare. L’odio mortale per il padre prende il posto del debito simbolico forcluso. Il terrorismo non è stato solo la rivolta dei figli contro i padri; quest’ultima, infatti, rimane nell’ambito dell’Edipo e della nevrosi. Il terrorismo introduce una rottura, un buco nel simbolico. Si pensa fuori dalla dialettica democratica. Si realizza come esercizio folle di una paternità senza padri (tribunali senza giudici, sentenze mortali senza processi…) che agisce nel reale ciò che ha rifiutato sul piano simbolico. La tirannia violenta delle azioni dei terroristi riflette esattamente quella rappresentazione atroce, spietata e tirannica della paternità che essi volevano rifiutare. I terroristi assomigliano al mostro che volevano combattere.

[…]

Cosa ne pensi del fenomeno Grillo? Che analisi psicopatologica ne faresti?

In un vecchio film di Woody Allen intitolato Il dittatore dello stato libero di Bananas si raccontano con sferzante ironia le vicende rocambolesche di un rivoluzionario che combatte l’ingiustizia della dittatura in nome della libertà e che finisce per indossare i panni di un dittatore spietato identico a quello che aveva combattuto. Ogni rivoluzione, ripeteva Lacan agli studenti del ’68, tende a ritornare al punto di partenza e la storia ce ne ha dato continue e drammatiche conferme. Anche Grillo si caratterizza per essere animato da quel fantasma di purezza che accompagna tutti i rivoluzionari più fondamentalisti. Egli proclama a gran voce la sua diversità assoluta dagli impuri: si colloca con forza fuori dal sistema, fuori dalle istituzioni, fuori dai circuiti mediatici, fuori da ogni gestione partitocratica del potere, dichiara che la sua persona e il suo movimento non hanno nulla da spartire con gli altri rappresentanti del popolo italiano che siedono in Parlamento, invoca una democrazia diretta resa possibile dalla potenza orizzontale della rete che renderebbe superflua ogni altra mediazione, ritiene che l’Italia debba uscire dall’Europa e dall’euro, giudica l’esistenza dei partiti un obbrobrio, proclama la trasparenza e la collegialità assoluta di ogni scelta politica del suo movimento, adotta l’insulto al posto del dialogo, pensa che dedicare la propria vita alla politica sia di per sé un fatto anomalo e sospetto che bisogna impedire, teorizza una permutazione rigida di tutti gli incarichi di rappresentanza; il suo giudizio sulle classi dirigenti del nostro paese fa di tutta l’erba un fascio ritenendo che sia da mandare in toto al macero, alimenta sdegnosamente l’odio verso la politica accusata di affarismo mercenario.

Tutti questi giudizi – senza entrare nel merito del loro contenuto, che si può anche in parte condividere – sono ispirati da un fantasma di purezza che troviamo al centro della vita psicologica degli adolescenti. Si riguardi la diretta della consultazione di Bersani con i rappresentanti del Movimento 5 Stelle al tempo del suo tentativo di costituzione del governo. Cosa vediamo? È il dialogo tra un padre in difficoltà e i suoi due figli adolescenti in piena rivendicazione protestataria. Mi è subito venuto alla mente Pastorale americana di Philip Roth, dove si racconta la storia tormentata del rapporto tra un padre – il mitico «svedese» – e una figlia ribelle, balbuziente, prima aderente a una banda di terroristi e poi a una setta religiosa che obbliga a portare una mascherina sul viso per non uccidere i microrganismi che popolano l’aria. Il dialogo tra loro è impossibile.

Il padre cerca di capire dove ha sbagliato e cosa può fare per cambiare la situazione, la figlia risponde a colpi di machete: sei tu che mi hai messa al mondo, non io; sei tu che hai creato questa situazione, non io; sei tu che vi devi porre rimedio, non io. Così agisce infatti la critica sterile dell’adolescente rivoltoso. Il mondo degli adulti è falso e impuro e merita solo di essere insultato. Ma quale mondo è possibile in alternativa? E, soprattutto, come costruirlo? Qui il fondamentalismo adolescenziale si ritira. La sua critica risulta impotente perché non è in grado di generare davvero un mondo diverso. Può solo chiamarsi fuori dalle responsabilità che scarica integralmente sull’Altro ribadendo la sua innocenza incontaminata… Ma di qui a dare vita a un autentico cambiamento ce ne passa, perché non c’è cambiamento autentico se non attraverso il rispetto delle generazioni che ci hanno preceduto, se non attraverso una soggettivazione, una riconquista dell’eredità che viene dall’Altro.

Questo fantasma di purezza che ha origine in una fissazione adolescenziale della vita si trova anche a fondamento di tutte le leadership totalitarie (non di quella berlusconiana, che gioca invece sul potere di attrazione della trasgressione perversa della Legge). E sappiamo bene dove esso conduce. Ne abbiamo avuti esempi atroci nel Novecento. Lo psicoanalista, per vizio professionale, guarda sempre con sospetto chi si ritiene portatore di istanze di purificazione della società, chi agisce in nome del bene. Lo psicoanalista sa che chi si ritiene puro non ha tolleranza verso la diversità. La purga staliniana era la metafora fisiologica radicale di questa intolleranza. Lo stato mentale di un movimento o di un partito si misura sempre dal modo in cui sa accogliere la dissidenza interna. Sa tenerne conto, valorizzarla, integrarla o agisce solo tramite meccanismi espulsivi? Sa garantire il diritto di parola, di obiezione, di opinione personale oppure procede eliminando l’anomalia, estromettendola con la forza dal suo corpo?

Grillo non ha esitazioni da questo punto di vista. Egli applica il regolamento escludendo l’eccezione, secondo il più puro spirito collettivistico. Salvo ribadire la propria posizione di eccezione. Le sue enunciazioni sono singolari, non vengono discusse prima, mentre quelle dei suoi adepti devono essere vagliate scrupolosamente dalla democrazia assoluta della rete. Si proibisce che ciascuno parli e pensi con la propria testa, si esige una sorveglianza su ogni rappresentante eletto perché non si stacchi dalle decisioni condivise. Ma l’aggressione al manifesto con il quale alcuni intellettuali si rivolgevano con speranza al Movimento 5 Stelle chiedendo che dialogasse con il centrosinistra o la minaccia di revocare l’articolo 67 della Costituzione sulla libertà di pensiero dei nostri nuovi rappresentanti parlamentari sono state prese di posizione discusse democraticamente? Come può essere credibile in fatto di democrazia un movimento che attribuisce al suo leader la posizione di incarnare una eccezione assoluta? In questo senso profondo il Movimento 5 Stelle è antipolitico. Il culto demagogico della trasparenza assoluta nasconde questa presenza antidemocratica di una leadership incondizionata. Se l’azione politica è la pazienza della traduzione, se non ammette tempi brevi, non contempla l’agire di Uno solo, il nuovo leader inneggia all’antipolitica come possibilità di avere una sola lingua – la sua – che non è necessario tradurre, ma solo applicare. Come non vedere che c’è un paradosso evidente tra l’esigenza che nessuno parli a partire dalla sua testa e le consultazioni collettive che dovrebbero rendere trasparente ogni atto e condivisa ogni presa di posizione?

Il leader anarchico e sovrano resta esterno al movimento che ha fondato. È la sua eccezione assoluta; egli è nella posizione del padre dell’orda di cui parla Freud in Totem e tabù. Il culto del collettivo è un culto stalinista. Il soggetto è sacrificato, abolito, negato nella sua singolarità. Una volta avveniva nel nome della Causa della storia, oggi avviene per narcisismo egoico. L’amplificazione megalomaniaca dell’Io è propria di ogni dittatore. Ma anche la trasformazione dei soggetti in un «organo» anonimo non è una caratteristica propria di ogni regime autoritario? L’impossibilità di poter parlare a titolo personale? La cancellazione dei nomi propri? La psicoanalisi insegna che il diritto alla libertà della propria parola è insostituibile. È la ragione per la quale non ha mai avuto grande diffusione nei paesi senza lunghe tradizioni democratiche. Un leader degno di questo nome lavora alla sua successione dal momento dell’insediamento, mantenendo il movimento che rappresenta il più autonomo possibile dalla sua figura. Prepara cioè le condizioni di una trasmissione simbolica. Tutto ciò diventa di difficile soluzione quando un movimento non ha storia, non ha padri, ma un genitore vivo e vegeto che rivendica il diritto di proprietà sulla sua creatura. «Io ti ho fatta e io ti disfo», ammoniva una madre psicotica una mia paziente terrorizzata. Una leadership democratica deve sempre rispondere al criterio paterno di una responsabilità senza diritto di proprietà. Si pensi invece alla reazione di Casaleggio all’indomani delle elezioni, quando disse che se il movimento non avesse adottato certe sue indicazioni di comportamento dei neoeletti non avrebbe preteso nulla e se ne sarebbe andato. Ecco la minaccia più narcisistica possibile che un fondatore può fare: io starò con te finché tu mi assomiglierai, finché mi riprodurrai; se tu assumerai un tuo volto, una tua originalità, io non ne vorrò più sapere di te e me ne andrò.

Il pluralismo è temuto da Grillo come da tutti i leader autoritari. Il sogno di un consenso al cento per cento è un sintomo eloquente. Come abbiamo visto era il sogno degli uomini di Babele mentre sferravano il loro attacco delirante al cielo, la loro sfida a Dio: un solo popolo, una sola lingua. No, le cose umane non vanno così. Il Signore sparpaglia sulla faccia della terra quella moltitudine esaltata obbligandola alla differenza, al pluralismo delle lingue, esigendo la pazienza della traduzione. Esistono in democrazia più lingue e ciascuna ha diritto di manifestarsi e di essere ascoltata. Guai se il fantasma di purezza si realizzasse al cento per cento. Lo ricorda giustamente Roberto Esposito: una democrazia che si realizzasse compiutamente sarebbe morta, annullerebbe tutte le differenze delle lingue nel corpo compatto della «volontà generale», darebbe luogo a una tirannide.

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Il voto e i figli di Grillo https://minimaetmoralia.it/politica/il-voto-e-i-figli-di-grillo/ https://minimaetmoralia.it/politica/il-voto-e-i-figli-di-grillo/#comments Fri, 22 Mar 2013 16:21:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13704 (Fonte immagine: ALPOZZI/INFOPHOTO.)

di Cesare Buquicchio

Le analisi sul voto del 24 e 25 febbraio in molti casi sono sorprendenti in modo inversamente proporzionale alla sorpresa degli stessi commentatori rispetto al risultato uscito dalle urne. Più i commentatori sono stati spiazzati da Grillo, più hanno cominciato a macinare triti luoghi comuni sulle dinamiche politiche del web, sul livello alto e/o basso di molte discussioni on line, sulla contrapposizione tra partito liquido e partito 'radicato', sulla necessità di apparati comunicativi efficaci in luogo di programmi affidabili e/o appetibili, ecc... Discorsi che, con alcune brillanti eccezioni, appaiono riedizioni di precedenti riflessioni e/o riadattamenti di analisi buone per (quasi) tutte le stagioni.

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(Fonte immagine: ALPOZZI/INFOPHOTO.)

di Cesare Buquicchio

Le analisi sul voto del 24 e 25 febbraio in molti casi sono sorprendenti in modo inversamente proporzionale alla sorpresa degli stessi commentatori rispetto al risultato uscito dalle urne. Più i commentatori sono stati spiazzati da Grillo, più hanno cominciato a macinare triti luoghi comuni sulle dinamiche politiche del web, sul livello alto e/o basso di molte discussioni on line, sulla contrapposizione tra partito liquido e partito ‘radicato’, sulla necessità di apparati comunicativi efficaci in luogo di programmi affidabili e/o appetibili, ecc… Discorsi che, con alcune brillanti eccezioni, appaiono riedizioni di precedenti riflessioni e/o riadattamenti di analisi buone per (quasi) tutte le stagioni.

Non originalissima, ma degna di nota (forse solo per le inclinazioni di chi scrive) è quella dello psicoanalista Massimo Recalcati centrata intorno al tema della trasmissione della eredità, del conflitto edipico padre-figlio, della idiosincrasia di molte delle figure politiche di spicco italiane (Grillo compreso) verso l’idea della serietà, della responsabilità, del passaggio di testimone collaborativo e virtuoso dalla propria generazione alla generazione successiva.

Come si veste Grillo

Una lettura della politica, e soprattutto delle difficoltà della sinistra non solo italiana, attraverso le lenti di Freud e dell’Edipo da lui codificato e di quelle di Lacan e della necessaria, indispensabile, tensione tra legge e desiderio. Esercizio che riprende molto dell’apparato concettuale che, l’altro lacaniano, Slavoj Žižek, sta applicando in modo geniale e rivelatore da oltre un ventennio alla cultura e alla politica di tutto l’occidente.

“Ma che padre è quello che si manifesta attraverso l’insulto? – scrive Recalcati a proposito di Grillo -. Si tratta di un padre che non ricalca più in alcun modo il modello edipico del Padre come simbolo della Legge. Si tratta di un padre-adolescente, di un padre-ragazzo, che parla, si esprime e si veste come fanno ì suoi figli. Si tratta di un padre che rivela sintomaticamente quella alterazione profonda della differenza generazionale che è una grande tema, anche psicopatologico, del nostro tempo. Nondimeno questo padre che si maschera con gli abiti dei figli è un padre che non vuole rinunciare ad esercitare il suo diritto assoluto di proprietà sui suoi figli. Si provi a mettere questo padre di fronte alla critica o al dissenso e si vedrà in che cosa consiste la sua pasta. Dietro ogni leader totalitario che reclamala democrazia si cela una insofferenza congenita verso il tempo lungo della mediazione che la pratica della democrazia impone”.

La stessa “sintomatologia” si poteva rintracciare in passate infatuazioni elettorali per il Berlusconi-Dorian Gray, l’eterno 35enne, ineluttabilmente giovane e in cerca di ragazze da rimorchiare. O nel goffo Monti degli wow e delle faccette su Twitter. Così goffo da far colpo, alla fine dei conti, solo su Casini, Fini e pochi altri.

Bersani e la paranoia

Diverso e più difficile da inquadrare in questi schemi il percorso di Bersani. Si potrebbe anche qui forzare un po’ sulla lettura lacaniana e incasellare tutto nei tre registri del reale (Bersani), dell’immaginario (Berlusconi) e del simbolico (Grillo). Non è un caso che il leader Pd abbia scelto il piano del realismo (tra gli intellettuali a lui vicini c’è il filosofo Maurizio Ferraris teorico del ‘nuovo realismo’), il ‘non raccontar favole’ (stilema decisamente discutibile per chi conosce il valore morale e culturale di raccontare favole in una campagna elettorale in cui promesse e ammiccamenti all’elettorato sono elementi costitutivi, il tono basso e senza eccessi verbali, il concedersi poco al chiacchiericcio televisivo. Insomma, tutto all’apparenza corretto, tutto meditato e serio, tutto teso a marcare una discontinuità con i più deteriori tic politici… E invece?

Lacan risponderebbe che il reale senza elaborazione simbolica è pura paranoia, ma qui stiamo davvero mistificando. I dirigenti democratici affermano, come sempre, che sono gli italiani a non aver capito il messaggio ‘giusto’ come l’Italia ‘giusta’ che Bersani aveva in serbo per loro. E qui, di fronte a questi consueti eccessi pedagogici e tautologici andrebbe scomodata la illuminante indagine sulla “umiltà del male” firmata dal sociologo barese Franco Cassano. Chissà se prima di scegliere quello slogan e quel profilo elettorale i dirigenti democratici avevano letto le parole di colui che era pur sempre stato scelto come loro capolista in Puglia: proprio il professor Cassano.

“Nella partita contro il bene, il male parte sempre in vantaggio grazie all’antica confidenza con la fragilità dell’uomo. Chi vuole annullare quel vantaggio deve riconoscersi in quella debolezza, invece di presidiare cattedre morali sempre più inascoltate. Senza un’élite competente e coraggiosa la politica muore. Ma questa spinta morale deve sapersi confrontare con la maggioranza degli uomini, misurarsi con la loro imperfezione, deve diventare politica. Come dimostra la figura del Grande Inquisitore, il male è un lucido conoscitore degli uomini e fonda il suo regno sulla capacità di coltivarne le debolezze. E sa adattarsi ai tempi, perché ha imparato a cambiare spalla alle sue armi: una volta esaltava la sottomissione, oggi offre con successo e su tutti i canali dosi crescenti di volgarità ed esibizionismo. Se vogliono far crollare questo potere, i migliori devono smettere di specchiarsi nella loro perfezione. Da sempre i Grandi Inquisitori usano questo sentimento di superiorità per isolarli da tutti gli altri, per ridicolizzarne l’esempio e renderli innocui. Chi spera negli uomini deve inoltrarsi nella zona grigia dove abita la grande maggioranza di essi, e combattere lì, in questo territorio incerto, le strategie del male” si legge nel volume edito da Laterza.

Difficile non associare a queste immagini contrapposte la storia degli ultimi 20 anni e, in sedicesimo, la sfida dell’ultima campagna elettorale. Tra una inverosimile promessa di restituire l’Imu e una altrettanto inverosimile aspettativa di cancellare di colpo l’evasione fiscale in un Paese così malato di allergia alle tasse. Da una parte le evidenti debolezze pubbliche e private di Berlusconi e, dall’altra, la presunta e ostentata superiorità morale delle schiere di antiberslusconiani militanti da salotto. Una corsa al ribasso che in questi anni ha sacrificato ogni sfumatura e qualsiasi piacere dell’analisi e della complessità culturale e politica, ha impedito ogni dialogo e confronto tra le diverse Italie. Un retaggio i cui danni forse solo ora stiamo iniziando a percepire. E di cui, anche i successi grillini, sono figli.

Comunicare o essere?

Ma al netto di slogan, manifesti ed eccessi didattici e didascalici, non è quello della comunicazione il rimprovero che si può rivolgere al Bersani degli ultimi mesi. Certo, si potrebbe ragionare (al netto della bontà dei suoi contenuti) sulla idiosincrasia del politico di Bettola verso il discorso assertivo e la sua predilezione per frasi e atteggiamenti che ruotano intorno alla negazione: “Siamo contro le diseguaglianze”, “Non vogliamo aumentare le tasse, ma chi ha di più non può tirarsi indietro”, “Un’ora di lavoro precario non può costare meno di un’ora di lavoro stabile”, ecc… (pregevole, in proposito, l’analisi fatta anni or sono dal collettivo letterario Wu Ming. O, altrettanto efficace e persino più divertente, l’immagine creata dallo scrittore Paolo Nori per descrivere espressioni e atteggiamenti di Bersani: l’uomo del “non me lo lascian fare…”).

Allo stesso modo non si può non rimproverare l’approccio troppo dimesso al discorso conclusivo della campagna elettorale fatto all’Ambra Jovinelli il 22 febbraio (tralasciamo il confronto sulla location, con la concomitante Piazza San Giovanni gremita dai Cinque Stelle…). Alla prima frase di un discorso che dovrebbe restare nella storia (se non altro personale), Bersani dice “non facciamo retorica, parliamo di sostanza” (ma non è forse il discorso conclusivo della campagna elettorale del candidato favorito a fare il premier il momento più idoneo per un po’ di retorica, rhetoriké téchne o arte del parlar bene?). Alla seconda frase del discorso che dovrebbe dare energia e motivazioni all’elettorato, smuovere gli ultimi indecisi, attrarre e convincere i delusi, Bersani, con tono sofferente, dice “ho girato per la terza volta in pochi mesi l’Italia, sono piuttosto stanco…” (il video del discorso).

Ma forse più della comunicazione, sono i limiti strategici della visione di fondo tratteggiata dal leader Pd ad aver costruito la clamorosa “non vittoria” elettorale. L’ambiguità tra una immagine di sinistra che punta tutto sul lavoro e sulle fasce deboli della popolazione e un profilo tutto teso a rassicurare i mercati e le cancellerie europee (non è un caso se la proposta del reddito di cittadinanza, storico copyright della sinistra sia apparsa sorprendentemente più credibile nella versione avanzata da Grillo). Un legame tradizionale con il ceto impiegatizio, statale e parastatale, che in questa crisi per ora è rimasto al riparo dagli smottamenti economici, reso fragile dalla continua criminalizzazione di viene considerato “benestante”. In simmetria, uno svilimento dei concetti di merito e di tensione individuale al miglioramento, che hanno demotivato chi fatica ogni giorno per far bene il proprio lavoro e per migliorare quello che ha intorno.

Infine, è difficile, immaginare come gli elettori avrebbero potuto esercitarsi nel tenere insieme la severa critica a Monti e al “rigore” dei suoi provvedimenti economici con un gioco che puntava tutte le fiches democratiche su un buon risultato del professore per far da stampella con i suoi senatori al governo Bersani.

E ora?

E ora tocca all’autocoscienza. Il Pd ha iniziato, con la riunione della direzione del 6 marzo, replicata in piccolo nell’incontro dei nuovi parlamentari dell’11 marzo, il consueto e strabondante flusso dialettico di analisi e disamine. Così ricco e variegato da contenere in sé spesso tutto e il contrario di tutto: dal dovevamo essere più a sinistra al dovevamo fare l’alleanza con Monti prima e non dopo le elezioni (strategia quest’ultima che viene già sposata con – forse prematuro – entusiasmo se si dovrà andare a votare nei prossimi mesi).

Una settimana dopo le elezioni anche al Teatro Valle Occupato si è svolta una “seduta” di analisi elettorale. Per l’occasione Christian Raimo e gli altri organizzatori l’avevano battezzata “Tribuna Politica”. Elemento interessante di questo nuovo disordinato e spesso contraddittorio flusso di parole, è stato il manifestarsi in una delle enclavi del pensiero critico e di sinistra (rispetto al Pd) di numerose dichiarazioni di voto al Movimento Cinque Stelle. “Ho votato Sel alla Camera e M5S al Senato. Per la prima volta in vita mia posso dire di aver vinto, abbiamo fermato l’armata neoliberista Pd-Monti” diceva un intellò cinquantenne in risposta ad un ragazzo che aveva appena rintracciato nel lessico grillesco pericolosi segni del populismo secondo Laclau.

“I Cinque Stelle sono sempre stati al nostro fianco contro la Tav e per i referendum sull’acqua pubblica, per me era il voto più coerente” diceva invece uno degli okkupanti del teatro. Tra loro anche un organico al Movimento Cinque Stelle, capace per un attimo di spostare il punto di vista della discussione da Grillo Beppe, di cui pur riconosceva le ambiguità, alla realtà di un movimento che da anni aggrega migliaia di persone e ne incanala sforzi e attività, dalle raccolte firme al “presidio” in piccoli e grandi consigli comunali per “osservare” il lavoro dei politici.

È sempre una questione di padri e figli

A mio avviso sta tutta qui, nella distanza e nel contrasto tra il dire (di Grillo) e il fare (dei Cinque Stelle) l’unica reale speranza per uno sbocco sensato e “adulto” dello stallo italiano. Ma guardando anche alla soffocante immanenza di Berlusconi su ogni evoluzione della destra italiana e al solo abbozzato confronto nella sinistra tra un passato mitico e un futuro che non sia solo svendita di sé stessi ai tempi che corrono, resta di fronte a noi l’ennesima riedizione della quanto mai possibile lotta tra il padre (padrone) mai affrancatosi dalla sua adolescenza e i suoi figli consapevoli del peso della responsabilità che in ogni caso (anche solo anagraficamente) finirà per gravare sulle loro spalle.

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Italiano per svedesi https://minimaetmoralia.it/politica/italiano-per-svedesi/ https://minimaetmoralia.it/politica/italiano-per-svedesi/#comments Tue, 19 Feb 2013 09:15:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13145 "L'Expressen", uno dei più importanti giornali svedesi, mi ha chiesto di raccontare l'Italia della vigilia elettorale esaurendo l'argomento in meno di cinquemila battute. All'epoca di un mio precedente giro nei paesi scandinavi, ce ne vollero altrettante per spiegare la parola "condono", sconosciuta a quei popoli. Dopo alcune riscritture, mi sono costretto a passare sotto le forche caudine di qualche didascalia.

Attendere l'uomo della Provvidenza è uno dei vizi nazionali che l'Italia si è trovata a gestire prima di diventare uno Stato unitario. Già Dante affida a un allegorico "veltro" (I Canto dell'Inferno) le speranze di risolvere una situazione ingovernabile. E Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi non trova di meglio che la mano divina per combattere ingiustizie di fronte a cui i protagonisti del romanzo sono impotenti.

Così, se Pio XI definì Mussolini "l'uomo della Provvidenza", tempo dopo la tragedia si è riproposta in farsa. Veniamo dal lungo ventennio berlusconiano, una spettacolare serie di errori, inefficienze e derive corruttive (se la condotta sessuale dell'ex premier vi sembra scandalosa, dovreste conoscere la sua politica economica) che ci ha lasciati più poveri, frustrati, e a corto di autostima.

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“L’Expressen”, uno dei più importanti giornali svedesi, mi ha chiesto di raccontare l’Italia della vigilia elettorale esaurendo l’argomento in meno di cinquemila battute. All’epoca di un mio precedente giro nei paesi scandinavi, ce ne vollero altrettante per spiegare la parola “condono”, sconosciuta a quei popoli. Dopo alcune riscritture, mi sono costretto a passare sotto le forche caudine di qualche didascalia.

Attendere l’uomo della Provvidenza è uno dei vizi nazionali che l’Italia si è trovata a gestire prima di diventare uno Stato unitario. Già Dante affida a un allegorico “veltro” (I Canto dell’Inferno) le speranze di risolvere una situazione ingovernabile. E Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi non trova di meglio che la mano divina per combattere ingiustizie di fronte a cui i protagonisti del romanzo sono impotenti.

Così, se Pio XI definì Mussolini “l’uomo della Provvidenza”, tempo dopo la tragedia si è riproposta in farsa. Veniamo dal lungo ventennio berlusconiano, una spettacolare serie di errori, inefficienze e derive corruttive (se la condotta sessuale dell’ex premier vi sembra scandalosa, dovreste conoscere la sua politica economica) che ci ha lasciati più poveri, frustrati, e a corto di autostima.

Per parlare un linguaggio caro al leader del PDL: affidereste la vostra squadra di calcio a un allenatore che continua a farla retrocedere? Noi italiani ci siamo riusciti varie volte. Il che è stato possibile perché Berlusconi ha fatto leva sull’attitudine dominante in chi crede a certi tipi di messia: l’infantilismo. Il Cavaliere ha assicurato che benessere e progresso fossero possibili senza pagare le tasse, lasciando intoccati privilegi e rendite di posizione, e questo solo un bambino può crederlo. Da qui a ritenere che uomini in odor di mafia  fossero eleggibili, che il debito pubblico vivesse nella virtualità, che nel rispetto delle istituzioni internazionali non contasse una politica interna che a volte è sembrata un soggetto di Hieronymus Bosch messo in mano ai fratelli Marx il passo è breve. Infatti l’Italia l’anno scorso ha rischiato il default.

L’uomo chiamato a salvare la situazione (ennesimo inviato della Provvidenza) è stato l’ex presidente della Bocconi, ex international advisor per Goldman Sachs nonché attuale Presidente del Consiglio Mario Monti. Neoliberista caro al Vaticano, Monti è un personaggio singolare per l’Italia. Riesce a conciliare il clericalismo con un severo spirito protestante che lo ha portato a evitare il default a colpi d’austerità. Non è un caso che per criticare Berlusconi, Monti ricorra a suggestioni nordiche (“sembra il pifferaio di Hamelin”), il che è però anche il suo limite. Se per aggiustare i conti una dieta luterana può essere efficace, per la crescita sarebbero necessari un entusiasmo e una forza trasformativa che gli italiani sono poco propensi a riconoscere in chi è troppo fedele al capitalismo finanziario per vedere orizzonti più ampi. Ad esempio immaginando un’Europa che sia dei popoli prima che delle banche.

Il favorito delle prossime elezioni, almeno nei sondaggi, è dunque il Partito Democratico. Il centrosinistra di Bersani ha il merito di aver usato le primarie per dare un volto al suo leader, ha aggirato un’odiosa legge elettorale consentendo alla base di scegliersi i candidati, dunque ha i numeri per proporsi come un vero partito popolare. Secondo gli ottimisti Bersani potrebbe farsi promotore di un’efficiente socialdemocrazia. Peccato che a volte la laicità del suo partito navighi a filo d’acquasantiera e che fino all’altro ieri la sua classe dirigente (in buona parte quella attuale) sia stata tra le più deboli e tristi della sinistra europea. Berlusconi non avrebbe vinto tante volte contro avversari di livello.

Lo spettro che attraversa la penisola è tuttavia quello dell’ingovernabilità. Se il PD vincesse di stretta misura, sarebbe necessaria un’alleanza con Monti. Ma Monti e Sel (gli alleati più a sinistra di Bersani) sono difficilmente compatibili. In tutto questo l’ex comico Beppe Grillo cavalca l’antipolitica giungendo a far sentire il proprio fiato sul collo del PDL e Berlusconi riduce lo svantaggio col PD a ogni nuova apparizione tv. Per l’ennesima volta il pifferaio di Arcore si traveste da salvatore della Patria. Paventa l’inesistente “pericolo comunista” (come se oggi in Francia gridassero al “pericolo Proudhon”), promette l’impossibile (l’abolizione della tassa sulla prima casa senza la quale avremmo fatto la fine della Grecia), blatera di rivoluzioni liberali (come credere un paladino del libero mercato chi nel proprio settore ha lottato per una posizione vicina al monopolio?)

Se questa è la situazione, un partito in grado di non fare troppi disastri sembra dunque il PD con Sel (si vota sempre il meno peggio). Comunque vada, il resto (che è molto più della metà) dovrebbe metterlo la società civile: con una compagine politica alle spalle di una qualche decenza, bisognerebbe agire oltre che sui conti sulle mentalità. Le due cose non sono slegate. Corruzione, populismo, familismo amorale, negazione del merito, scarsa giustizia sociale e pluralismo zoppo – vizi endemici che gli ultimi anni hanno rafforzato – sono ostacoli allo sviluppo che solo una cittadinanza attiva potrebbe ridimensionare. Trasformarsi in un popolo che, portato storicamente a credere all’uomo della Provvidenza, impari a credere in se stesso. Essere la terza economia dell’Eurozona (per quanto in difficoltà) serve a poco se non si prova a diventare anche una grande democrazia.

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Ah ah ah. Ovverosia, per un’innovazione del linguaggio comico usato nella politica. https://minimaetmoralia.it/interventi/ah-ah-ah-ovverosia-per-uninnovazione-del-linguaggio-comico-usato-nella-politica/ https://minimaetmoralia.it/interventi/ah-ah-ah-ovverosia-per-uninnovazione-del-linguaggio-comico-usato-nella-politica/#comments Wed, 13 Feb 2013 19:00:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13035 La (fiacca) battuta di Berlusconi su quante volte la donna alla convention di Green Power viene (con il comunicato aziendale che la donna si è divertita e si è sentita onorata, poi la controsmentita della donna che dice che non si è divertita né sentita onorata…), Crozza che fa l’imitazione (fiacchissima) di Berlusca a Sanremo […]

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La (fiacca) battuta di Berlusconi su quante volte la donna alla convention di Green Power viene (con il comunicato aziendale che la donna si è divertita e si è sentita onorata, poi la controsmentita della donna che dice che non si è divertita né sentita onorata…), Crozza che fa l’imitazione (fiacchissima) di Berlusca a Sanremo (e la gente che lo contesta e poi la controsmentita che in realtà la gente contestava i due tizi prezzolati del Pdl che gli urlavano contro)… Ancora, i fiacchi teatrini di Berlusconi con imitazioni di Bersani acclusa, le fiacche repliche dello tsunami tour di Grillo, la fiacca cosiddetta satira di sinistra con la quale ci siamo sentiti tanto affratellati in questi anni… Potremmo commentare la campagna elettorale adesivi a questa scia deprimente, oppure fare un passo all’indietro di vent’anni.

Riandiamo al 1993. A delle ultime apparizioni Rai di Beppe Grillo, la trovate qui per esempio, nel pezzo in cui se la prende con chi rema contro una possibile rivoluzione tecnologica democratica, contro il capitalismo che ci imprigiona con le macchine a benzina e non ci fa sviluppare quelle elettriche, contro gli airbag che sono una truffa e non servono alla sicurezza (sic)… La sua retorica è già tutta politica, anche se non lo confessa, anzi. Ma a un certo punto Grillo, dopo essersi preso gli ennesimi applausi, si rivolge al pubblico, si stoppa un secondo e dice: “Non sto qui a fare come quello di Quinto potere. Se divento un messia, fatemi un gesto e mi metto subito questo”: estrae dalla tasca un naso rosso e se lo infila.

Nessuno evidentemente gli fece il gesto, verrebbe da commentare. Così, quello che poteva restare un clown, uno zanni che manifesta la verità attraverso il suo corpo umile e buffo, si trasformò un tribuno simil-dannunziano che si fa a nuoto lo Stretto di Messina.
Ma anche questa conclusione è riduttiva: non è solo Grillo a essersi trasformato in un profeta qualunquista. È che da quel video sono passati vent’anni e in questo ventennio che per comodità abbiamo definito berlusconiano, qualcosa di irreversibile è cambiato nella comunicazione politica: l’indifferenziazione tra piano letterario e piano ironico, l’identificazione dell’informazione con la performance, la riduzione della verità alla “versione che ha più successo” (Rorty e i suoi epigoni hanno avuto ragione). Grillo ancora non lo sapeva, Berlusconi (“un imprenditore che ha 4000 miliardi di debiti” come lo apostrofava Grillo) invece sì; e pochi mesi sarebbe apparso a fare il suo famoso discorso del Questo è il paese che amo. Le idee non servivano più, bastava l’attorialità.

Ora, in questa campagna elettorale, nessuno si stupisce che il valore delle parole non venga praticamente mai messo a confronto con una dialettica di idee, ma appunto solo con la sua capacità performativa – che siano i sondaggi o lo spread a fare da indici di consenso. Quello che è invece meno visibile è come i candidati abbiano capito di sfruttare una retorica teatrale precisa, quella comica: privandola però della sua capacità di rovesciamento, di paradosso, di polemica. La comunicazione politica di Bersani e Vendola è stata in definitiva messa all’angolo in questi ultimi mesi da tre comici che utilizzano tre repertori diversi: Grillo, Berlusconi e Renzi.

Il primo si rifà ai comedians anni ’80, i figli di Lenny Bruce, George Carlin, Richard Pryor, Bill Hicks (coloro che lo ispirarono per i programmi tipo Te la do io l’America) da cui ha eliminato l’afflato libertario per conservare invece solo la vis accusatoria, una denuncia che spesso di riduce alla ricerca di capri espiatori. Anche per questo riesce a catturare il voto degli under 30, di coloro che sono cresciuti con il sarcasmo liquidatorio dei Griffin o di Beavis & Butthead. Berlusconi invece, lasciato il bramierismo barzellettaro, va riesplorando in repertorio della commedia scollacciata anni ’70. Sa che c’è un sacco di gente, soprattutto nella fascia anagrafica over ’60 che si concede volentieri una risata franca sui froci che sculettano, sulle tettone, sui fascisti buoni, sugli ebrei che se la sono cercata. Anche qui, l’elemento goliardico dell’autosberleffo viene completamente rimosso: la scena della sedia pulita da Santoro come l’uscita al Binario 21 come l’imitazione di Bersani si rivolgono a elettori preventivamente euforici, disposti a essere scorretti e a darsi di gomito. Di fronte a lui però Berlusconi non incarna un Pierino indifendibile – ma con un gesto speculare al naso rosso di Grillo, si trasforma in un Alvaro Vitali che si toglie i calzoncini e si infila il completo Caraceni.

La comicità di Matteo Renzi è forse quella più contemporanea, anche se datata difatto agli anni ’90: il suo modello evidente (lo faceva notare in un bel pezzo recente Francesco D’Isa) è un mix tra Panariello e Pieraccioni. Ossia il toscano cazzone che alla fine liquida le questioni con una battuta da adolescente, uno che finisce ogni frase con una specie di adagio del Benigni innocuo degli ultimi tempi: “Si fa per ridere, eh”. Il bacino di elettori che va a prendere è proprio quello dei suoi coetanei, la “Generazione Bim Bum Bam” delineata da Francesco Aresu.

La cosa incredibile ma deprimente e ovvia è che in un paese così arretrato da un punto di vista retorico, tre comunicatori che emulano gli stilemi degli anni ’70, ’80 e ’90 siano la novità di questa campagna elettorale, ma la cosa ancora più incredibile è che questo tipo di comunicazione metta in difficoltà uno come Bersani, che al massimo rimanda qualche frecciatina lieve lieve, mentre di solito è tutto preso ogni volta nel ribadire che il piano informativo non è quello performativo, strillando contro chi non cita i fatti, chi non manterrà le promesse, chi è demagogico; o ancora peggio nel tirare delle staffilate semplicemente livorose… Ma la sua strategia, su questo profilo, è assurda: è come rimproverare Arlecchino perché fa lo scemo in scena.

Quale allora la contromossa da opporre agli attori, goffi pagliacci o virtuosi che siano? Occorre rovesciare il meccanismo, o svelare il trucco. Avete presente il coup-de-theatre che i repubblicani avevano preparato nell’ultima convention americana: Clint Eastwood che fece un discorso velenosissimo a una sedia vuota? Beh, non ci volle molto a Obama per capire che non era utile smontare Eastwood argomento per argomento. Bastava mettere una foto su twitter che ritraeva una nuca di Obama seduto sulla poltrona presidenziale e il messaggio: “Questo posto è occupato“.
Anche qui la capacità della comunicazione obamiana è quella dei grandi comici: la reattività. In questo bel pezzo Pietro Minto fa una fenomenologia degli heckler, ossia di quello che si alzano e disturbano un comico che fa uno show. Nella carrellata dei video che Minto infila si vede come – se siamo sul piano della performance – reagire fa parte del gico, della competenze del comico. Mettete a confronto queste immagini con quelle di Crozza ieri a Sanremo, e non vi sentirete come imprigionati in un’Italia dove appena si cambia copione non ci sono più i claquer che si assicurano il loro consenso, in un paese abituato a vedere le inchieste civili col Gabibbo e con Capitan Ventosa, che da anni vive l’invadente presenza dell’eco di quelle risate registrate che nessuna sit-com ormai usa più?
Non si potrebbe introdurre nelle sezioni di partito, nelle scuole, un corso accelerato di comicità, almeno da Seinfeld a Louis C.K., per le prossime elezioni che per queste mi sa che comincia a essere tardi?

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Dopo le primarie. Al Sud il PD sarà la nuova DC? https://minimaetmoralia.it/politica/primarie-sud-pd/ https://minimaetmoralia.it/politica/primarie-sud-pd/#comments Mon, 10 Dec 2012 09:22:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11931 Questo articolo è uscito su Pubblico.

La vittoria di Bersani alle primarie del centro-sinistra, di buon margine su Renzi nelle regioni del centro-nord, è stata invece schiacciante nel mezzogiorno: in Campania il 69%, in Basilicata il 72%, in Puglia il 71%, addirittura il 75% in Calabria per riassestarsi in Sicilia su un 67% che è comunque più di quanto Bersani abbia ottenuto nella regione settentrionale che gli ha dato i maggiori consensi, la Liguria con il 65%.

Per comprendere l'exploit meridionale del segretario del PD bisogna fare un passo indietro, e tornare al confronto dello scorso 12 novembre tra i cinque iniziali aspiranti leader, gettati da SkyTg24 in ciò che sembrava un acquario stile XFactor per poi nella sostanza rivelarsi la più dolce delle acquasantiere. Ci riferiamo ancora al famigerato Pantheon della sinistra che Renzi si è affrettato a delocalizzare (Mandela e l'attivista tunisina Lina Ben Mhenni) e gli altri hanno invece portato più tradizionalmente sull'altra sponda del Tevere, tirando in ballo De Gasperi (Tabacci), la partigiana dell'Azione Cattolica Tina Anselmi (Puppato), un indeterminato papa Giovanni per Bersani (e dunque tutti i ventuno che hanno portato questo nome a dispetto dell'errore di numerazione pontificia), per finire con la più deludente e rivelatoria delle uscite, quella di Vendola.

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La vittoria di Bersani alle primarie del centro-sinistra, di buon margine su Renzi nelle regioni del centro-nord, è stata invece schiacciante nel mezzogiorno: in Campania il 69%, in Basilicata il 72%, in Puglia il 71%, addirittura il 75% in Calabria per riassestarsi in Sicilia su un 67% che è comunque più di quanto Bersani abbia ottenuto nella regione settentrionale che gli ha dato i maggiori consensi, la Liguria con il 65%.

Per comprendere l’exploit meridionale del segretario del PD bisogna fare un passo indietro, e tornare al confronto dello scorso 12 novembre tra i cinque iniziali aspiranti leader, gettati da SkyTg24 in ciò che sembrava un acquario stile XFactor per poi nella sostanza rivelarsi la più dolce delle acquasantiere. Ci riferiamo ancora al famigerato Pantheon della sinistra che Renzi si è affrettato a delocalizzare (Mandela e l’attivista tunisina Lina Ben Mhenni) e gli altri hanno invece portato più tradizionalmente sull’altra sponda del Tevere, tirando in ballo De Gasperi (Tabacci), la partigiana dell’Azione Cattolica Tina Anselmi (Puppato), un indeterminato papa Giovanni per Bersani (e dunque tutti i ventuno che hanno portato questo nome a dispetto dell’errore di numerazione pontificia), per finire con la più deludente e rivelatoria delle uscite, quella di Vendola.

Il governatore della Puglia, il laureato in lettere con una tesi su Pasolini (“la storia della Chiesa è una storia di potere e di delitti di potere”, tuonano gli Scritti corsari) che poi sarebbe anche stato il mio candidato di riferimento, si è proclamato per un esponente delle alte gerarchie ecclesiastiche dando (volente o no, poco mi interessa) a tutto il popolo meridionale un’indicazione ben precisa. Le parole “Cardinal Martini” – degno completamento del pensiero di Bersani, nonché un suo mezzo assoggettamento ideale – sono tanto più importanti perché celano un altro nome, l’unico (escludendo il Gramsci citato da nessuno) che Vendola avrebbe dovuto fare e non ha fatto: Giuseppe Di Vittorio. È in giochi delle due carte come questo che un emisfero della memoria novecentesca meridionale si oscura mentre l’altro (contagiosissimo, tanto da far passare la soglia elettorale del 70%) si illumina d’incenso e tira un gran sospiro di sollievo: “ah, finalmente è tornata la DC!” Segue la commozione televisiva di Bersani in ricordo del suo parroco di Bettole. Quanto basta, perché l’usignolo della chiesa cattolica risuoni a Trani come a Caserta, a Siderno come a Pisticci. E a Bari, a Napoli, a Reggio Calabria. Forse a Palermo.

Giuseppe Di Vittorio – che era di Cerignola, settanta chilometri da dov’è nato Vendola ­– è stato non il parroco ma il liberatore di almeno due generazioni di lavoratori. Fu lui, il figlio di un bracciante agricolo morto sul lavoro, l’analfabeta istruitosi da sé ai valori di un mondo che non esisteva ancora, a riscattare i contadini del sud dalle condizioni di semischiavitù in cui vivevano anche dopo la II guerra mondiale, e poi – a capo di una CGIL non a caso in durissimo conflitto con il Togliatti troppo nostalgico dell’hotel Lux per biasimare i fatti d’Ungheria – a condurre in modo pacifico le lotte operaie in un paese che prendeva la via del boom.

La cosa singolare è che, al sud, il nome di Di Vittorio fa oggi scattare in piedi per togliersi il cappello anche non pochi piccoli e medi imprenditori con l’età per ricordare. È meno di un rispecchiamento ideologico (si tratta di gente che non di rado ha votato a destra), ma è per questo molto di più. Si tratta cioè dei figli di quegli operai e quei contadini riscattati dai Di Vittorio, i quali figli, trenta o quarant’anni fa, si sono magari inventati una fabbrica di materassi tra i rilievi della Sila, un mobilificio nel Tavoliere, un’industria tessile tra Nola e Marigliano spinti dal boom ma mossi ancora più in profondità proprio dall’idea che un riscatto fosse possibile, che non fosse cioè miseramente realizzabile la sola idea di vivacchiare, ma proprio di sollevarsi (in modo molto percepibile) dalle condizioni di partenza. Insomma: cambiare le cose.

La sinistra che ha vinto le primarie avrebbe potuto opporre alla new left con troppa poca storia alle spalle di Renzi la sua migliore tradizione: quella eretica. Con papa Giovanni e il cardinal Martini da una parte, e – per dirne un’altra – la devozione di Rosario Crocetta ben ventilata nella campagna elettorale per la Regione Sicilia dall’altra (tutti troppo cattolici per essere anche cristiani, questi del PD), è passato un messaggio più vicino all’apparato, che il resto d’Italia non ha disdegnato ma che in un sud strangolato dalla crisi e tradizionalmente più incline a credere nei salvataggi dell’ultimo momento (coi De Mita e i cardinali) che nei cambiamenti (coi Di Vittorio), ha fatto letteralmente presa.

“Non vi faremo perdere quel poco che vi è rimasto, saremo degli ottimi curatori fallimentari, fidatevi di noi!”, è stato il messaggio percepito. Meglio un uovo oggi…

La sicurezza in luogo del ribaltamento. E un buon senso troppo sornione per non giocare sulla parete con le ombre di una qualche Balena Bianca. Per questo i più lontani dalla realtà sono quelli del «Giornale», che dopo le primarie hanno titolato in prima pagina: “Restano comunisti”. “Tornano democristiani” sarebbe stata una più innocente evasione da via Negri. Speriamo solo che il PD non sia più papista dei fantasmi di piazza del Gesù. E che da eventuale presidente del consiglio, Pier Luigi Bersani, parafrasando il De Gasperi cui la ragion di stato diede il coraggio per scontentare Pio XII, un giorno possa dire: “proprio a me, un povero comunista della Bassa, è toccato di dire di no al papa sull’IMU!”

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Portate una manganellata ai vostri bambini https://minimaetmoralia.it/societa/portate-una-manganellata-ai-vostri-bambini/ https://minimaetmoralia.it/societa/portate-una-manganellata-ai-vostri-bambini/#comments Tue, 20 Nov 2012 09:20:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11410 Questo pezzo è uscito su Orwell. (Fonte immagine: Il Fatto Quotidiano.)

Il giorno dopo che Bersani annunciava coram populo televisivo che Giovanni XXIII era il riferimento fondante della sinistra italiana, qualche zelante funzionario del governo da lui sostenuto dev'essersi andato a rivedere il famoso filmato dell'11 ottobre 1962 – quando in una piazza San Pietro gremita, il papa buono pronunciò il discorso alla luna con la chiosa “Quando tornate a casa, fate una carezza ai vostri bambini e dite che è la carezza del papa” – e avrà pensato come attualizzarlo: si sarà messo a canticchiare una altrettanto celebre hit del maggio '68, Una carezza in un pugno, e avrà poi provato a fare un detournèment di matrice debordiana, fino a trovare la chiave per tessere in un unico filo questioni come l'emergenza scuola, la disoccupazione di massa, il conflitto generazionale: così ben bardato da una divisa che l'ha reso anonimo, deve aver aspettato che le piazze del quattordici novembre si riempissero fino all'inverosimile di ragazzi, e solo a quel punto ha cominciato a menare manganellate a caso.

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Questo pezzo è uscito su Orwell. (Fonte immagine: Il Fatto Quotidiano.)

Il giorno dopo che Bersani annunciava coram populo televisivo che Giovanni XXIII era il riferimento fondante della sinistra italiana, qualche zelante funzionario del governo da lui sostenuto dev’essersi andato a rivedere il famoso filmato dell’11 ottobre 1962 – quando in una piazza San Pietro gremita, il papa buono pronunciò il discorso alla luna con la chiosa “Quando tornate a casa, fate una carezza ai vostri bambini e dite che è la carezza del papa” – e avrà pensato come attualizzarlo: si sarà messo a canticchiare una altrettanto celebre hit del maggio ’68, Una carezza in un pugno, e avrà poi provato a fare un detournèment di matrice debordiana, fino a trovare la chiave per tessere in un unico filo questioni come l’emergenza scuola, la disoccupazione di massa, il conflitto generazionale: così ben bardato da una divisa che l’ha reso anonimo, deve aver aspettato che le piazze del quattordici novembre si riempissero fino all’inverosimile di ragazzi, e solo a quel punto ha cominciato a menare manganellate a caso.

Quando, all’ora di cena, hanno cominciato a girare su internet le immagini degli studenti italiani picchiati alle spalle o la foto del tredicenne spagnolo con la testa sanguinante, si è messo seduto e ha atteso neanche troppo perché arrivasse un’agenzia con la dichiarazione di qualcuno che tirava in ballo, a dare un senso al pestaggio pan-europeo, la stracitata poesia anche questa del ’68: l’editoriale in versi su Nuovi Argomenti in cui Pasolini provava a definire anche i poliziotti come proletari e vittime della storia (un testo che dev’essere ormai fornito automaticamente alle forze dell’ordine quando si mettono in tenuta anti-sommossa).

Insomma la scuola si rinnova, dice Profumo; la nuova Europa ce lo chiede, ribadisce ogni giorno Monti. Eppure, mentre i decenni volano, il mondo si fa global, i social network la fanno da padrone, qualcosa non cambia. Le botte della polizia.

Quella delle botte, dei pestaggi in piazza, delle manifestazioni finite in massacro è un’unica grande tradizione italiana che lega la rivolta di Bronte soppressa da Bixio nel 1860, gli spari che Bava Beccaris elargì alla folla affamata dalla carestia del 1898, la strage di Portella della Ginestra nel 1947, il massacro di Reggio Emilia autorizzato da Tambroni nel 1960, le strade insanguinate da Valle Giulia in poi negli anni 70, e la macelleria messicana di Genova 2001. È molto bello che finalmente questa tradizione si festeggi oggi lanciando mortaretti dalle finestre dei ministeri.

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Uguaglianza for dummies https://minimaetmoralia.it/politica/uguaglianza-for-dummies/ https://minimaetmoralia.it/politica/uguaglianza-for-dummies/#comments Tue, 21 Sep 2010 12:12:27 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2891 di Christian Raimo

Mentre Berlusconi nella sua maschera di lifting e biacca che gli riduce gli occhi a due fessure e lo fa assomigliare sempre di più a una parodia di un imperatore del terzo secolo dopo Cristo, a un trimalcione sessuomane, a un fratello di Lele Mora, a Jabba the Hutt di Star Wars, va alle feste dei giovani e dice:

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Mentre Berlusconi nella sua maschera di lifting e biacca che gli riduce gli occhi a due fessure e lo fa assomigliare sempre di più a una parodia di un imperatore del terzo secolo dopo Cristo, a un trimalcione sessuomane, a un fratello vecchio di Lele Mora, a Jabba the Hutt di Star Wars, va alle feste dei giovani e dice: “Diffidate da coloro che non vi fanno ridere” (i leader di sinistra), raccontando una barzelletta su Hitler redivivo che ci lasciava gelidi già vent’anni fa, la prima volta che l’abbiamo sentita; mentre sul suo settimanale di famiglia Chi tra agosto e settembre, sono usciti due profili agiografici di Piersilvio e Marina, ossia di quelli che sembrano davvero (in nome di una dawkinsiana conservazione del gene egoista) i futuri candidati premier del Pdl, corredati da foto a petto nudo e – notare bene – un paio di schede del papirologo Aristide Malnati che così commentava le immagini dei corpi palestrati: “Selvaggia bellezza a cavallo di una tecnologica moto d’acqua tra le acque cristalline di Bermuda ricorda Galatea, la più bella fra le Nereidi, dalla pelle bianco latte” (Marina) e “Il suo fisico da atleta ricorda Achille, il famoso eroe greco, un semidio invidiato dagli umani e temuto dagli dei. A capo del popolo dei mirmidoni, si distinse per imprese epiche, che culminarono con il trionfo sul rivale Ettore a Troia” (Piersilvio); mentre all’interno del patto di sindacato del Corriere della Sera acquista sempre più potere il padrone di cliniche filo-berlusconiano Giuseppe Rotelli, e ogni tanto sulle pagine del Corsera si possono trovare interviste come quella a Marina Berlusconi del 10 settembre che si scaglia contro gli eroismi a tassametro (di Vito Mancuso) e rivendica un ruolo per sé da manager che sta salvando l’Italia; mentre insomma pare sempre di più che gli ultimi fuochi di questo reame di tycoon de’ noantri non saranno gli ultimi, cosa fa la sinistra? Scrive documenti.

Nelle ultime settimane (dopo la breve moda delle lettere) ne sono usciti un bel po’. Se ve li siete persi e avete un pomeriggio libero, potete rimettervi in pari e recuperarli in rete o in libreria: c’è il discorso finale di Bersani alla festa democratica, c’è il manifesto dei “giovani turchi” intitolato Tornare avanti, c’è il documento dei 75 della non-siamo-una-corrente di Veltroni, è appena uscito il libro di Sergio Chiamparino per Einaudi, La sfida; e ne seguiranno a breve degli altri, è abbastanza prevedibile.
L’aspetto comune più evidente a tutti e quattro (facciamo anche quattro e mezzo, se ci mettiamo il discorso di Fini a Mirabello, che per tempi e forme assomiglia molto a un proclama d’opposizione al governo) è proprio l’aver preso atto dell’oscurarsi ulteriore dei tempi bui, e quindi la convergenza delle analisi: il momento che stiamo vivendo, si dice e si scrive, non mostra solo i tratti di una crisi di maggioranza, ma lo stadio terminale dell’età berlusconiana. Ergo, in una specie di gara d’enfasi per descrivere l’apocalissi imminente, si cita ovunque come immagine simbolo del disgusto per questo impero in sfacelo il recente circo di Gheddafi, e si parla di crisi di sistema, di crisi conclamata, di crisi strategica, di crisi antropologica, di crisi arrivata a un punto di non ritorno…

In questo senso, ma quindi per fortuna, la discussione politica a sinistra sta provando a fare un salto di livello, pur con tutti i limiti delle capacità retoriche (il lirismo veltroniano, il partitismo bersaniano, il politichese dei giovani turchi… ). La progettazione politica non può riguardare solamente alleanze e emergenze parlamentari, ma deve darsi un orizzonte teorico e storico più ampio; questo lo si è capito. E allora un altro elemento di convergenza presente nelle analisi è proprio quello che evidentemente non può sfuggire allo sguardo di chiunque: l’Italia è un paese mortalmente diviso. Tra giovani e vecchi, Nord e Sud, poveri e ricchi, dipendenti pubblici e lavoratori autonomi, uomini e donne… Giustapposta all’unità centocinquantenaria che va festeggiata da qui all’anno venturo, la frantumazione sociale e civile non fa proprio una bella figura; e i richiami a un progetto comune, a un risveglio italiano, a una condivisione d’intenti, a una co-decisione, si sprecano.
Fatta la tara di queste convergenze forse un po’ generiche, va segnalata anche la non-ovvietà di certe posizioni. Il richiamo forte a una tradizione politica, per esempio, che si contrappone a quel gusto “nuovista”, da reset della storia, che aveva contaminato il Pd alla fondazione: non solo la Costituzione di Bersani, ma anche il dibattito politico degli anni ’70 per Chiamparino, o la Prima Repubblica per quelli di Tornare avanti. O l’attenzione magicamente risorta per la giustizia sociale, sempre un po’ adombrata a dire il vero dall’accento dato alla rivendicazione dei diritti civili, ma sufficiente per esempio, per fare pronunciare il sindaco di Torino (nel capitolo prima del peana a Marchionne…) in favore di una specie di reddito di cittadinanza. O anche l’insistenza per un recupero di una politica che sia anche critica economico-sociale piuttosto che semplice indignazione à la Grillo su questioni di sovrastruttura, si sarebbe detto un tempo. Grumi di marxismo, per dire, sparsi qua e là, che fanno sottolineare ai giovani turchi, per esempio, come il centro della loro analisi politica parta da un dato inaggirabile: “Negli ultimi venti anni, in tutti i paesi occidentali, si è assistito a un gigantesco spostamento di ricchezza dai salari ai profitti. In Italia, i redditi da lavoro sono cresciuti del 4 per cento, i redditi da capitale del 44”.
Ci sarebbero dunque alcuni piccoli motivi di conforto; al di là del fastidio per i protagonismi alle volte patologici (non solo Veltroni tornato a gamba tesa, ma che dire anche di un Matteo Orfini che rilascia sul Fatto un’intervista in cui proclama di non aver mai perso le primarie: quali scusa?) e al di là dello sconcerto rispetto allo pseudo-stalinismo della segreteria Pd, per cui alle critiche di Renzi da parte dei dirigenti si risponda con dei questionari inviati per e-mail sul gradimento di Bersani. Comunque, ci sono questi piccoli segnali di incoraggiamento; perché forse sta cominciando a avvenire un confronto sulle diverse visioni della società che non è stato molto possibile ai tempi della fondazione del Lingotto e delle primarie Bersani vs Franceschini e Marino. E devono arrivare ancora i contributi più pesanti: quelli di Renzi e Civati e compagnia, che si incontreranno a Firenze il primo weekend di novembre, la campagna delle primarie che organizzerà in un modo o nell’altro Vendola, e forse – buttiamola là – anche la discesa in campo di un “papa straniero”, una personalità della società civile (Altrimenti perché Veltroni ne avrebbe evocato l’avvento se non aveva già un nome in mente da investire al momento giusto? Si tratta di Montezemolo? Si tratta allora di Roberto Saviano, con cui farà un’iniziativa a Pollica il 25 settembre, accompagnato anche da Fini?)
Questo cauto ottimismo però si spegne nel momento in cui si è finito di leggere tutte queste pagine. Ci si ferma un momento, si riflette su quello che ci ha convinto e quello che si potrebbe obiettare, e si prova alla fine un senso inequivocabile di insoddisfazione, una perplessità radicata. Che cos’è? A che cos’è dovuta? L’impressione è che la lucidità con cui si faccia diagnosi della crisi politica non sia altrettanto utile per la terapia. Detta in modo molto spiccio, a leggere le parole di Veltroni, Fioroni, Bersani, Orfini, Fassina, Orlando, Chiamparino… un po’ ci si annoia, ci si emoziona poco, sembra roba già rifritta, non riesce a scattare un’immedesimazione empatica. Ci si fa l’idea che nonostante i tentativi di cercare di andare oltre, di iniettare speranza, di richiamarsi a un risveglio italiano, a un “tornare avanti”, non si riesca a trovare il modo di scalfire quel senso comune per cui Berlusconi e Bossi incarnano perfettamente un ideale condiviso. Primum, ma anche secundum et tertium: se stessi. Pensare al proprio benessere, fregarsene se il mio collega sta male e non si può curare, il mio vicino di casa ha un lavoro pessimo o è disoccupato, il maestro di mio figlio è sfruttato da vent’anni anni da una scuola che non ha i fondi. E se non mi interessa quello che fa il mio prossimo, perché dovrei fregarmene di chi vive in un’altra regione d’Italia? Perché dovrei sentirmi affratellato ai destini comuni dell’umanità? Perché dovrei pensare al futuro delle prossime generazioni? Perché dovrei preoccuparmi di popoli che subiscono l’incubo della desertificazione o del riscaldamento globale?
Su questo la destra italiana, cinica, cafona, impudicamente razzista, egoista, “territoriale”, è tuttora vincente. E lo sarà per molto. Se non si riesce a comprendere che l’elemento essenziale che manca a un discorso di sinistra è un altro: è la dimensione utopica. Un’utopia che spezzi, rovesci, cancelli l’ideale reazionario di un mondo esclusivo in cui ci si possa fare con comodità e indifferenza i fatti propri. Paradossalmente il vegliardo barzellettiere e l’uomo del popolo vestito di verde ancora incantano gli italiani proponendo ad libitum le repliche della realtà immaginaria di due regni utopici (regni appunto, in cui la successione avviene come per le casate dinastiche: Marina, Piersilvio, e il Trota). Uno è il sogno della televisione, la Fantasilandia delle barche in Costa Smeralda e delle luci degli studi di Cologno Monzese, barzellette volgari e risate registrate a gò gò, un’atmosfera da Repubblica Sociale in fondo (vi ricordate Salò o le 120 giornate di Sodoma, in cui i gerarchi fascisti raccontavano compulsivamente barzellette e si sbellicavano dalle risate? E non avete presente quel gioco pervertito che protraevano fino alla morte: non vi ricorda il sadismo dei reality?); l’altro è quella terra da fantasy di quart’ordine che si chiama Padania, con le scuole costellate di simboli druidici, le tradizioni degli aneddoti del bergamasco che dovrebbero sostituire i programmi di storia, una popolazione di immigrati da considerare come casta di cittadini di riserva. Sono cieli fatti di specchietti per le allodole, fate morgane di serie c, in certi casi assomigliano a delle distopie post-apocalittiche, ai mondi nuovi huxleyani: ma i sogni di Berlusconi e Bossi conservano la capacità di affascinare, di muovere consenso, di persuadere ancora.
La dimensione che allora la sinistra dovrebbe recuperare è quella di un’utopia meno ingannevole e cheap, ma che si basi su due valori banalmente progressisti che sono invece dolorosamente latitanti in tutti questi documenti: l’uguaglianza e l’internazionalismo. Un’uguaglianza di tutti i cittadini, che non sia solamente parità dei diritti, maggiore accessibilità ai servizi, etc…, ma sia anche quel principio in nome del quale, per esempio, si può trovare rivoltante che Marchionne guadagni 400 volte di più di un dipendente Fiat. E un internazionalismo per cui, sempre per fare un esempio facile, si potrebbe cominciare a capire che le battaglie per la scuola o per il lavoro sono lotte di tipo globale, e lo sfruttamento di un operaio indonesiano mi riguarda sia quando compro un paio di sneakers a 10 euro sia quando delocalizzano lì la produzione della fabbrica in cui lavoro.
Il vero punto dolente allora è tutto qui: è che per riuscire a convincere qualcuno della realtà di un sogno occorre che prima io stesso ne sia ammaliato. Berlusconi e Bossi sono i testimonial più credibili del sogno bijou che mi stanno vendendo. I leader della sinistra dovrebbero cominciare a credere loro per primi che un mondo (un intero mondo) con più uguaglianza è, oltre che possibile e giusto, anche meraviglioso.

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