Bologna Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bologna/ un blog di approfondimento culturale Fri, 31 May 2013 08:42:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Bologna Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bologna/ 32 32 La vittoria di Bologna. E ora? https://minimaetmoralia.it/interventi/la-vittoria-di-bologna-e-ora/ https://minimaetmoralia.it/interventi/la-vittoria-di-bologna-e-ora/#comments Fri, 31 May 2013 08:42:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14509 di Francesca Coin

Inizio da quanto è avvenuto martedì 28 maggio. A due giorni dal voto, infatti, dopo che l'alleanza PD, PDL, Curia, Lega nord, Scelta Civica, Cei, Cl, Confindustria, Carrozza-Lupi-Merola-Bagnasco-Renzi-Prodi-Gasparri-Casini-e chi per essi ha inesorabilmente perso la campagna referendaria sul finanziamento pubblico alle scuole paritarie private, decretando la vittoria di trecento mamme, auto-convocat@ e papà, il sito del Comune di Bologna Iperbole ha eliminato dalle sue pagine tutti i dati sul referendum e sul voto. Così, spiegava il comitato, “dopo aver ostacolato il diritto di voto dei cittadini mettendo a disposizione meno della metà dei seggi delle elezioni amministrative e politiche e collocandoli in luoghi assurdi a più di 5 chilometri dalla residenza, ora si vuole nascondere la vittoria dei 51.000 che hanno chiesto un’inversione di tendenza nella politica scolastica del comune. [...] Non si vuole far sapere che l’ipotesi B ha perso in tutte le zone popolari e vinto solo fra i cittadini che abitano i colli di Bologna?” Parto da qui perché questo avvenimento consente una domanda centrale ovvero: e adesso? In altre parole, a che servono i referendum oggi, quando subito la post-democrazia tende ad archiviarli?

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di Francesca Coin

Inizio da quanto è avvenuto martedì 28 maggio. A due giorni dal voto, infatti, dopo che l’alleanza PD, PDL, Curia, Lega nord, Scelta Civica, Cei, Cl, Confindustria, Carrozza-Lupi-Merola-Bagnasco-Renzi-Prodi-Gasparri-Casini-e chi per essi ha inesorabilmente perso la campagna referendaria sul finanziamento pubblico alle scuole paritarie private, decretando la vittoria di trecento mamme, auto-convocat@ e papà, il sito del Comune di Bologna Iperbole ha eliminato dalle sue pagine tutti i dati sul referendum e sul voto. Così, spiegava il comitato, “dopo aver ostacolato il diritto di voto dei cittadini mettendo a disposizione meno della metà dei seggi delle elezioni amministrative e politiche e collocandoli in luoghi assurdi a più di 5 chilometri dalla residenza, ora si vuole nascondere la vittoria dei 51.000 che hanno chiesto un’inversione di tendenza nella politica scolastica del comune. […] Non si vuole far sapere che l’ipotesi B ha perso in tutte le zone popolari e vinto solo fra i cittadini che abitano i colli di Bologna?” Parto da qui perché questo avvenimento consente una domanda centrale ovvero: e adesso? In altre parole, a che servono i referendum oggi, quando subito la post-democrazia tende ad archiviarli?

Nessuno si aspettava una tale risonanza del referendum Bolognese. La disparità di forze, ben rappresentata dalla metafora di Davide contro Golia, si è tradotta, infatti, in una disparità nella capacità di auto-rappresentazione delle ragioni di A e B, e in una disparità di presenza nel discorso pubblico, basti pensare alle modalità con cui il Resto del Carlino per settimane ha lavorato attivamente alla campagna del B sino ad utilizzare l’immagine dei bambini come testimonial. Questo dialogo asimmetrico ha visto protagoniste tutte le principali testate e i media locali e nazionali, obbligando la A a misurarsi continuamente con i tentativi di distorsione informativa della B.

Le ragioni di A e B erano, di fatto, antitetiche. Ciò che il B definiva come libertà di scelta della scuola preferita da parte dei genitori per la A coincideva con la negazione del diritto d’accesso alla scuola, cosa che a Bologna riguardava 102 bambini nel 2012. Ciò che il B definiva come scuola laica, in realtà sottendeva un progetto formativo confessionale, non a caso il Manifesto per il B indicava lo “sviluppo umano integrale” come finalità universale dell’istruzione, tacendo che lo “sviluppo umano integrale” è il tema dell’Enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI. Ciò che il B definiva “senza oneri per lo stato”, reinterpretando l’articolo 33 della Costituzione, era in realtà “con oneri per lo stato”, in un ripensamento del dettato costituzionale che Rodotà ha giustamente definito “un po’ vergognoso”. Ciò che per la B era scuola pubblica, per la A era scuola paritaria privata, non a caso nel dopo-voto Bagnasco ha accusato: “mi sembra che non sia stata espressa ufficialmente la convinzione, la consapevolezza che, come dice la legge del 2000, nel nostro sistema di istruzione pubblica, non ci sono solo le scuole dirette dallo Stato ma anche quelle dirette da altri soggetti che pero’ sono riconosciuti parte integrante del sistema pubblico”, quasi a trasformare l’equipollenza del servizio offerto dalle scuole paritarie con l’equivalenza tra pubblico e privato. La differente capacità di rappresentazione, pertanto, si è tradotta in un dibattito pubblico sbilanciato, confuso, a tratti mistificante, volto ad oscurare le ragioni della A sino al giorno del voto.

Eccoci dunque al 26 maggio. Già la stampa ne ha parlato. Un numero di seggi dimezzato rispetto alle amministrative, seggi distanti talvolta diversi chilometri dalla residenza dei singoli elettori, lettere di convocazione non pervenute e code di votanti che ignoravano dove si trovasse il loro seggio, questo è lo scenario con il quale si sono confrontati i volontari della A lungo tutta la giornata del 26, mentre improvvisavano modalità di informazione e servizio navetta volte a facilitare le operazioni di voto. Questi nodi andavano di pari passo con una straordinaria affluenza mattutina, una affluenza che vedeva protagonsiti anzitutto gli elettori delle chiese e dalle parrocchie, quasi il B avesse dovuto ricorrere anzitutto a credenti e anziani, madri e sorelle per votare “B come Bologna, B come bambini”.

A tutt’oggi continuano le segnalazioni di incorrettezze ai seggi: dalle indicazioni di voto ricevute in pieno silenzio elettorale via sms direttamente dal Partito Democratico, a episodi di volantinaggio pro B fuori dai seggi, le testimonianze parlano di tutto fuorché di una campagna serena. Come scrive un elettore: “ieri ho chiamato la mia nonna, 89 anni, che è andata a votare per noi, e mi ha detto di avere votato B come bambini perché le avevano consigliato così e le avevano dato i volantini mentre andava al seggio. Ecco io non ho avuto cuore di dirle la verità, perché ci sarebbe stata male con la fatica che ha fatto ad andare al seggio col carriolino… come lei chissà quante altre persone anziane”.

Insomma, l’oscuramento delle ragioni della A è andato di pari passo con difficoltà di voto e una campagna proB che ha trovato reclute anzitutto tra la popolazione >70, la curia e i ceti più ricchi, come ha osservato Liuzzi sul Fatto Quotidiano. Quando parliamo delle percentuali di voto, dunque, dobbiamo partire da qui, da una campagna incalzante nonostante la quale molti elettori tradizionalmente piddini hanno votato contro il partito, e molti altri per evitare di votare contro il partito hanno preferito non votare per nulla. Evitando di scendere nelle acrobazie interpretative dei proB, dunque, non possiamo ignorare il contesto né d’altro canto possiamo dire che tutto è andato bene. Più che le cifre dell’affluenza, però, che per un referendum consultivo di un solo giorno sono, di fatto, elevate, come ha dichiarato Corbetta, forse il B dovrebbe chiedersi perchè tutti i suoi sforzi sono andati a vuoto, come forse la A dovrebbe chiedersi perché tra i votanti proA è mancata la fascia d’età < 35, sebbene notoriamente Bologna sia una città in buona parte popolata di studenti non residenti.

E qui torniamo alla domanda iniziale. E ora? A che serve un referendum nella post-democrazia? E’ questa la domanda più importante. A fronte di un regime informativo sempre più liofilizzato, spolpato cioè dei temi che stanno al cuore della vita, l’istruzione, la sanità e i diritti; in un contesto in cui le istituzioni democratiche sono poco più che contenitori formali, in cui la competizione elettorale è avanspettacolo e il processo elettorale stesso, si pensi alle ultime elezioni, è meramente rituale, sarebbe ingenuo pensare a un referendum consultivo come a una pratica  risolutiva. Chi, da sinistra, in questi giorni ha ripetuto che un’affluenza al 30% compromette l’efficacia delle proposte referendarie, di fatto sottovaluta l’opposizione che questo referendum ha ricevuto, e tradisce la speranza che, qualora l’affluenza fosse stata più alta, la volontà referendaria sarebbe stata rispettata. Non è così, e forse è meglio esserne cinicamente persuasi. Bologna non garantisce nessun risultato.

Dice un’altra cosa: dice che le ragioni dei referendari sono legittime, e lo sono non solo perché lo dice la Costituzione, ma perché lo credono i bolognesi. Bologna dice che le ragioni della A hanno prodotto un concetto di vero e falso, giusto e sbagliato che supera la capacità di veridizione del mercato, della fede e della politica. Nonostante il martellante spettacolo che a reti unificate ha sostenuto le ragioni di PD PDL e Curia, e il continuo tentativo di oscurare le alternative e le altre possibilità, Bologna dice che queste alternative esistono, e non solo: sono legittime, contro-egemoniche e maggioritarie. In questo contesto sarebbe errato pensare al risultato bolognese come a una fine. Bologna è un inizio, è un inizio denso di responsabilità e carico di significati.

Come spenderlo, dunque? Di questo immagino che i referendari discuteranno nei prossimi giorni. Di certo, a giudicare dal contesto le partite sul tavolo sono tante. Bologna riguarda tutti quei Comuni che desiderano ripetere l’esperienza del referendum in altre parti d’Italia, per affermare che l’accesso alla scuola e ai saperi è un diritto inalienabile, universale e di tutti. Il referendum vive anche nella lotta delle insegnanti contro l’ASP, il progetto del Comune di cedere la gestione di tutti i servizi educativi e socio-sanitari a una sola Azienda di Servizi alla Persona, in un processo di esternalizzazione della governance tipico dell’epoca post-democratica e contro il quale da settimane si mobilitano le mamme le maestre e le insegnanti di Bologna. E poi Bologna riguarda l’Italia.

Infatti il referendum non nasce solo nelle scuole dell’infanzia: nasce nei comitati dell’acqua, che nel 2011 hanno riempito lo strumento referendario di nuove pratiche politiche; vive tra gli studenti dell’Onda e dei movimenti anti-Gelmini, che da anni lottano contro la privatizzazione dell’istruzione e dei saperi. Vive nella Costituente dei beni comuni autoconvocatasi al Teatro Valle, che da tempo afferma un nuovo diritto e nuove pratiche di cittadinanza. Ovunque si scelga di andare, dunque, da qui bisognerà ripartire, dalla produzione di finalità e pratiche condivise con chi immagina altre forme di vita, nella post-democrazia. All’epoca del referendum sull’acqua Erri de Luca scriveva: “chi vuole privatizzare l’acqua deve dimostrare di essere anche il padrone delle nuvole, della pioggia, dei ghiacciai, degli arcobaleni”. A Bologna ci hanno riprovato, ma anche questa volta abbiamo vinto noi.

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Il referendum di Bologna sulla scuola: #SeVinceA https://minimaetmoralia.it/interventi/il-referendum-di-bologna-sulla-scuola-sevincea/ https://minimaetmoralia.it/interventi/il-referendum-di-bologna-sulla-scuola-sevincea/#comments Thu, 23 May 2013 05:34:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14422 di Francesca Coin “Alle elementari lo Stato mi offrì una scuola di seconda categoria. Cinque classi in un’aula sola. Un quinto della scuola cui avevo diritto. È il sistema che adoprano in America per creare le differenze tra bianchi e neri. Scuola peggiore ai poveri fin da piccini”. Apriva così il testo della Scuola di […]

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di Francesca Coin

Alle elementari lo Stato mi offrì una scuola di seconda categoria. Cinque classi in un’aula sola. Un quinto della scuola cui avevo diritto. È il sistema che adoprano in America per creare le differenze tra bianchi e neri. Scuola peggiore ai poveri fin da piccini”.

Apriva così il testo della Scuola di Barbiana, Lettera a una Professoressa. Era il 1967. Sono passati 46 anni, e la sera del 24 Maggio la Scuola di Barbiana aprirà la Festa di chiusura della campagna referendaria del Nuovo Comitato Articolo 33 in Piazza Maggiore a Bologna. Vengono subito a mente le continuità. Ieri i poveri non potevano andare alla scuola pubblica. Oggi i poveri vanno alla scuola pubblica e i ricchi vanno alla scuola privata. Precari e i migranti mandano i loro figli alla scuola pubblica. Con le loro tasse lo stato finanzia la scuola privata. Negli anni Sessanta Don Milani scriveva che la scuola proteggeva le differenze di classe. Oggi la parola classe non esiste più ma le differenze si. Insomma, oggi come ieri la Scuola di Barbiana scende in campo a favore della scuola. E lo fa con queste parole: “a Bologna, grazie alla caparbietà di un comitato di cittadini composto da uomini e donne liberi, la cittadinanza sarà chiamata ad esprimersi su un argomento molto importante: l’utilizzo delle risorse finanziarie comunali previste secondo il vigente sistema delle convenzioni. Si tratta di esprimersi se destinare i fondi disponibili alle scuole comunali e statali oppure alle scuole private paritarie (per la stragrande maggioranza cattoliche confessionali). Don Lorenzo sosteneva che bisogna essere di parte. Noi del “Centro Formazione e Ricerca Don Lorenzo Milani e Scuola di Barbiana” siamo dalla parte della scuola pubblica comunale e statale, laica, senza secondi fini, e riteniamo che i fondi disponibili vadano interamente investiti in essa. […] Il “Centro Formazione e Ricerca Don Lorenzo Milani e Scuola di Barbiana” […] aderisce all’iniziativa ed esprime senza indecisioni la seguente indicazione di voto: “A” […].

Nelle ultime settimane si è fatto un gran parlare del Referendum. Sono state dette molte cose, cose anche complicate, come spesso accade quando si cerca di tacere le cose semplici. Forse per raccontarle si può partire da qui: il Nuovo Comitato Articolo 33 è nato dall’incapacità del sistema integrato della scuola per l’infanzia di garantire un posto a scuola a tutti i bambini di Bologna. Nel 2012, 423 bambini sono rimasti esclusi dalla scuola, e nonostante il Comune abbia improvvisato soluzioni d’emergenza 103 di loro sono rimasti a casa. Ora, per contrastare il numero crescente di bimbi esclusi dalla scuola dell’infanzia, il Nuovo Comitato Articolo 33 ha scelto di chiedere alla cittadinanza dove ritenga più idoneo allocare le risorse comunali. Previsto per Domenica 26 maggio, il quesito referendario chiede quale proposta di utilizzo sia più idonea per assicurare il diritto all’istruzione delle bambine e dei bambini: l’opzione A dice utilizzarle per le scuole comunali e statali. L’opzione B chede di utilizzarle per le scuole paritarie private.

Attorno a queste due opzioni si sono venuti a creare due schieramenti. Da un lato ci sono le mamme e i papà, le studentesse e gli studenti, le sinistre e i movimenti, la curva del Bologna, i cattolici ispirati alla Scuola di Barbiana o quelli che, citando San Pietro, ancor credono che sia “meglio ubbidire a Dio che agli uomini”, nonché Sel, sindacati di base, M5s, Fiom e Flc-Cgil, intellettuali, accademici e artisti. Dall’altro ci sono PD, PDL, Curia, Lega Nord, Cei, Cl, il Ministro Carrozza, il Ministro Lupi, il Cardinal Bagnasco, e il loro avveduto condottiero è il Sindaco Merola, arbitro super partes che ha deciso di scendere attivamente in campo con la maglia della loro squadra. Se vince il B si consolida il diritto a finanziare con denaro pubblico la scuola paritaria privata, pratica questa che ha consentito di conciliare per anni gli interessi di PD, PDL e quelli della Curia, compensando le politiche di privatizzazione e taglio alla scuola pubblica con la reintroduzione della scuola confessionale come modello di formazione per tutti. Se vince il quesito A, sarà forse possibile aprire a una spirale virtuosa nella quale famiglie e studenti si riappropriano di ciò che gli spetta, la scuola pubblica e i suoi saperi ripensandone le finalità e l’organizzazione dopo anni di Invalsi e di privatizzazione.

Ci sono tanti punti di ambiguità, nella campagna referendaria. La prima questione importante è che i referendari chiedono che la scuola sia di tutti: migranti, autoctoni, cattolici, musulmani, bianchi neri e gialli, maschi o femmine, Lgbtq. Invece, nel suo manifesto #VotaB non chiede “più scuola per tutti”, ma “più scuole per tutti”. La differenza, ovvero la sublime acrobazia filologica è dirimente. #VotaB, infatti, non cita mai i 103 bambini esclusi dalla scuola. Non li vede. “La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde”, scriveva Barbiana nel 1965. “I problemi della scuola li vede la mamma di Gianni, lei che non sa leggere. Li capisce chi ha in cuore un ragazzo bocciato e ha la pazienza di metter gli occhi sulle statistiche. Allora le cifre si mettono a gridare contro di voi. Dicono che di Gianni ce n’è milioni e che voi siete o stupidi o cattivi”.

Ebbene #VotaB non vede “Gianni”. Non vede i 103 bimbi esclusi. Si limita a chiedere più scuole per tutti, sostenendo l’inviolabilità del principio della libertà di scelta, non del diritto all’istruzione. Ora, la libertà di scelta è il principio cardine della teoria economica della scuola di Chicago, quella di Milton Friedman per capirci, l’idea per cui la sovranità del consumatore è principio inviolabile. #VotaB, però, evoca il principio della libertà di scelta pensando al principio di sussidiarietà, e sostiene che “una pluralità di gestori di scuole” “che insieme formano il sistema pubblico delle scuole dell’infanzia bolognesi, è sicuramente una grande risorsa per la città, oltre che espressione alta del principio di laicità”. Ebbene, su questo ha scritto limpidamente sul Corriere del 21.5 Rodotà: “distinguere finanziamenti da oneri e battezzare come pubblico un sistema in cui i privati sono parte integrante sono espedienti di cui ci si dovrebbe un pò vergognare”. Primo, perchè un servizio privato equipollente al pubblico non sostituisce né diviene il pubblico. Secondo, venendo al caso specifico, perché a Bologna 25 su 27 scuole paritarie private sono di ispirazione cattolica, e come tali è ben difficile considerarle espressione alta del principio di laicità. In altre parole #VotaB non si preoccupa dell’esclusione scolastica. Chiede più scuole per incoraggiare il privato, e in questo Mix cattolico-neoliberale fa leva sul principio della libertà di scelta per imporre la scuola confessionale come modello formativo per tutti. Bimbi esclusi, partiti contenti.

E qui vengono i problemi.

Zamagni ha più volte dichiarato che il Referendum “pone a repentaglio la possibilità di assicurare a molti bambini la frequenza della scuola dell’Infanzia”. Ma più che porre “a repentaglio la possibilità di assicurare a molti bambini la frequenza della scuola dell’Infanzia”, il Referendum nasce per risolvere questo problema.

A chi critichi la scuola confessionale come modello formativo universale, poi, Zamagni risponde che dietro alla difesa della laicità vive “l’astio nei confronti della Chiesa”. Ora, aldilà del fatto che questa risposta non nega la compiacenza verso l’eventuale estensione a tutti della scuola confessionale, essa dimentica un dibattito largo sette continenti e lungo due millenni, dall’anno Zero in qua. Non solo, ma propone la scuola confessionale come modello di formazione laico, così creando un nuovo universale piuttosto originale.

#VotaB poi spiega che “con le risorse attualmente destinate alle scuole dell’infanzia paritarie a gestione privata (un milione di euro all’anno), il Comune potrebbe garantire nelle scuole gestite direttamente meno del 10% del numero di posti convenzionati”, cioè “145 posti (dato che il costo per bambino nelle scuole comunali è di 6.900 euro all’anno), contro i 1.736 posti assicurati dalle paritarie convenzionate”. Ma neanche questo è vero: per far fronte alle esigenze di tutte le famiglie servirebbe quasi esattamente la cifra che al momento viene data alle scuole private. Per eliminare le liste d’attesa servirebbero 12 nuove sezioni a un costo di 90 mila euro a sezione, come dimostra le Delibera comunale del 9 ottobre 2012. Questa cifra corrisponde a 90 mila euro per 12 sezioni, ovvero 1 milione e 80 mila euro, la cifra che viene assegnata attualmente alle scuole paritarie. Pertanto recuperando le risorse assegnate ogni anno alle scuole paritarie la scuola pubblica potrebbe accogliere tutti i bambini che hanno diritto di accedervi, senza costringerci a riesumare nel terzo millennio argomentazioni retrograde sul diritto alla laicità.

È qui che sono nate nuove strategie: il Comune ha collocato i pochi seggi a qualche chilometro dalle abitazioni; dimenticato il silenzio elettorale (e sarebbe cosa grave); i giornalisti hanno reinterpretato le iniziative del comitato referendario, sino ai gratuiti attacchi a Rodotà. I referendari sono ideologici, statalisti, marziani, è stato scritto. Qualcuno ha detto che se vince la A 300 bambini saranno esclusi da scuola. Qualcun altro ha detto che se vince la A 1700 bambini saranno esclusi da scuola. Infine Fioroni ha rilanciato che il numero corretto è un milione di bambini esclusi da scuola. Insomma, negli ultimi giorni il Comitato ha creato un hashtag #SeVinceA. Ha scoperto che se vince la A vi saranno catastrofi, tsunami, invasioni di cavallette, via Rizzoli diventerà via Rodotà, #SeVinceA. Ha fatto notare che i cosacchi abbevereranno i loro cavalli alla fontana di Nettuno, #SeVinceA. Ha detto pure che scompariranno le lettere dell’alfabeto e #Casini diventerà #Asini, #SeVinceA. Insomma, Bagnasco si preoccuperà, #SeVinceA.

E a questo punto non ci resta che augurarci che vinca la A. Che il Referendum sia come un virus, di città in città. “In Africa, in Asia, nell’America latina, nel mezzogiorno, in montagna, nei campi, perfino nelle grandi città […] Timidi come me, cretini come Sandro, svogliati come Gianni. Il meglio dell’umanità.” (Barbiana. 80)

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