di Francesca Coin

Alle elementari lo Stato mi offrì una scuola di seconda categoria. Cinque classi in un’aula sola. Un quinto della scuola cui avevo diritto. È il sistema che adoprano in America per creare le differenze tra bianchi e neri. Scuola peggiore ai poveri fin da piccini”.

Apriva così il testo della Scuola di Barbiana, Lettera a una Professoressa. Era il 1967. Sono passati 46 anni, e la sera del 24 Maggio la Scuola di Barbiana aprirà la Festa di chiusura della campagna referendaria del Nuovo Comitato Articolo 33 in Piazza Maggiore a Bologna. Vengono subito a mente le continuità. Ieri i poveri non potevano andare alla scuola pubblica. Oggi i poveri vanno alla scuola pubblica e i ricchi vanno alla scuola privata. Precari e i migranti mandano i loro figli alla scuola pubblica. Con le loro tasse lo stato finanzia la scuola privata. Negli anni Sessanta Don Milani scriveva che la scuola proteggeva le differenze di classe. Oggi la parola classe non esiste più ma le differenze si. Insomma, oggi come ieri la Scuola di Barbiana scende in campo a favore della scuola. E lo fa con queste parole: “a Bologna, grazie alla caparbietà di un comitato di cittadini composto da uomini e donne liberi, la cittadinanza sarà chiamata ad esprimersi su un argomento molto importante: l’utilizzo delle risorse finanziarie comunali previste secondo il vigente sistema delle convenzioni. Si tratta di esprimersi se destinare i fondi disponibili alle scuole comunali e statali oppure alle scuole private paritarie (per la stragrande maggioranza cattoliche confessionali). Don Lorenzo sosteneva che bisogna essere di parte. Noi del “Centro Formazione e Ricerca Don Lorenzo Milani e Scuola di Barbiana” siamo dalla parte della scuola pubblica comunale e statale, laica, senza secondi fini, e riteniamo che i fondi disponibili vadano interamente investiti in essa. […] Il “Centro Formazione e Ricerca Don Lorenzo Milani e Scuola di Barbiana” […] aderisce all’iniziativa ed esprime senza indecisioni la seguente indicazione di voto: “A” […].

Nelle ultime settimane si è fatto un gran parlare del Referendum. Sono state dette molte cose, cose anche complicate, come spesso accade quando si cerca di tacere le cose semplici. Forse per raccontarle si può partire da qui: il Nuovo Comitato Articolo 33 è nato dall’incapacità del sistema integrato della scuola per l’infanzia di garantire un posto a scuola a tutti i bambini di Bologna. Nel 2012, 423 bambini sono rimasti esclusi dalla scuola, e nonostante il Comune abbia improvvisato soluzioni d’emergenza 103 di loro sono rimasti a casa. Ora, per contrastare il numero crescente di bimbi esclusi dalla scuola dell’infanzia, il Nuovo Comitato Articolo 33 ha scelto di chiedere alla cittadinanza dove ritenga più idoneo allocare le risorse comunali. Previsto per Domenica 26 maggio, il quesito referendario chiede quale proposta di utilizzo sia più idonea per assicurare il diritto all’istruzione delle bambine e dei bambini: l’opzione A dice utilizzarle per le scuole comunali e statali. L’opzione B chede di utilizzarle per le scuole paritarie private.

Attorno a queste due opzioni si sono venuti a creare due schieramenti. Da un lato ci sono le mamme e i papà, le studentesse e gli studenti, le sinistre e i movimenti, la curva del Bologna, i cattolici ispirati alla Scuola di Barbiana o quelli che, citando San Pietro, ancor credono che sia “meglio ubbidire a Dio che agli uomini”, nonché Sel, sindacati di base, M5s, Fiom e Flc-Cgil, intellettuali, accademici e artisti. Dall’altro ci sono PD, PDL, Curia, Lega Nord, Cei, Cl, il Ministro Carrozza, il Ministro Lupi, il Cardinal Bagnasco, e il loro avveduto condottiero è il Sindaco Merola, arbitro super partes che ha deciso di scendere attivamente in campo con la maglia della loro squadra. Se vince il B si consolida il diritto a finanziare con denaro pubblico la scuola paritaria privata, pratica questa che ha consentito di conciliare per anni gli interessi di PD, PDL e quelli della Curia, compensando le politiche di privatizzazione e taglio alla scuola pubblica con la reintroduzione della scuola confessionale come modello di formazione per tutti. Se vince il quesito A, sarà forse possibile aprire a una spirale virtuosa nella quale famiglie e studenti si riappropriano di ciò che gli spetta, la scuola pubblica e i suoi saperi ripensandone le finalità e l’organizzazione dopo anni di Invalsi e di privatizzazione.

Ci sono tanti punti di ambiguità, nella campagna referendaria. La prima questione importante è che i referendari chiedono che la scuola sia di tutti: migranti, autoctoni, cattolici, musulmani, bianchi neri e gialli, maschi o femmine, Lgbtq. Invece, nel suo manifesto #VotaB non chiede “più scuola per tutti”, ma “più scuole per tutti”. La differenza, ovvero la sublime acrobazia filologica è dirimente. #VotaB, infatti, non cita mai i 103 bambini esclusi dalla scuola. Non li vede. “La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde”, scriveva Barbiana nel 1965. “I problemi della scuola li vede la mamma di Gianni, lei che non sa leggere. Li capisce chi ha in cuore un ragazzo bocciato e ha la pazienza di metter gli occhi sulle statistiche. Allora le cifre si mettono a gridare contro di voi. Dicono che di Gianni ce n’è milioni e che voi siete o stupidi o cattivi”.

Ebbene #VotaB non vede “Gianni”. Non vede i 103 bimbi esclusi. Si limita a chiedere più scuole per tutti, sostenendo l’inviolabilità del principio della libertà di scelta, non del diritto all’istruzione. Ora, la libertà di scelta è il principio cardine della teoria economica della scuola di Chicago, quella di Milton Friedman per capirci, l’idea per cui la sovranità del consumatore è principio inviolabile. #VotaB, però, evoca il principio della libertà di scelta pensando al principio di sussidiarietà, e sostiene che “una pluralità di gestori di scuole” “che insieme formano il sistema pubblico delle scuole dell’infanzia bolognesi, è sicuramente una grande risorsa per la città, oltre che espressione alta del principio di laicità”. Ebbene, su questo ha scritto limpidamente sul Corriere del 21.5 Rodotà: “distinguere finanziamenti da oneri e battezzare come pubblico un sistema in cui i privati sono parte integrante sono espedienti di cui ci si dovrebbe un pò vergognare”. Primo, perchè un servizio privato equipollente al pubblico non sostituisce né diviene il pubblico. Secondo, venendo al caso specifico, perché a Bologna 25 su 27 scuole paritarie private sono di ispirazione cattolica, e come tali è ben difficile considerarle espressione alta del principio di laicità. In altre parole #VotaB non si preoccupa dell’esclusione scolastica. Chiede più scuole per incoraggiare il privato, e in questo Mix cattolico-neoliberale fa leva sul principio della libertà di scelta per imporre la scuola confessionale come modello formativo per tutti. Bimbi esclusi, partiti contenti.

E qui vengono i problemi.

Zamagni ha più volte dichiarato che il Referendum “pone a repentaglio la possibilità di assicurare a molti bambini la frequenza della scuola dell’Infanzia”. Ma più che porre “a repentaglio la possibilità di assicurare a molti bambini la frequenza della scuola dell’Infanzia”, il Referendum nasce per risolvere questo problema.

A chi critichi la scuola confessionale come modello formativo universale, poi, Zamagni risponde che dietro alla difesa della laicità vive “l’astio nei confronti della Chiesa”. Ora, aldilà del fatto che questa risposta non nega la compiacenza verso l’eventuale estensione a tutti della scuola confessionale, essa dimentica un dibattito largo sette continenti e lungo due millenni, dall’anno Zero in qua. Non solo, ma propone la scuola confessionale come modello di formazione laico, così creando un nuovo universale piuttosto originale.

#VotaB poi spiega che “con le risorse attualmente destinate alle scuole dell’infanzia paritarie a gestione privata (un milione di euro all’anno), il Comune potrebbe garantire nelle scuole gestite direttamente meno del 10% del numero di posti convenzionati”, cioè “145 posti (dato che il costo per bambino nelle scuole comunali è di 6.900 euro all’anno), contro i 1.736 posti assicurati dalle paritarie convenzionate”. Ma neanche questo è vero: per far fronte alle esigenze di tutte le famiglie servirebbe quasi esattamente la cifra che al momento viene data alle scuole private. Per eliminare le liste d’attesa servirebbero 12 nuove sezioni a un costo di 90 mila euro a sezione, come dimostra le Delibera comunale del 9 ottobre 2012. Questa cifra corrisponde a 90 mila euro per 12 sezioni, ovvero 1 milione e 80 mila euro, la cifra che viene assegnata attualmente alle scuole paritarie. Pertanto recuperando le risorse assegnate ogni anno alle scuole paritarie la scuola pubblica potrebbe accogliere tutti i bambini che hanno diritto di accedervi, senza costringerci a riesumare nel terzo millennio argomentazioni retrograde sul diritto alla laicità.

È qui che sono nate nuove strategie: il Comune ha collocato i pochi seggi a qualche chilometro dalle abitazioni; dimenticato il silenzio elettorale (e sarebbe cosa grave); i giornalisti hanno reinterpretato le iniziative del comitato referendario, sino ai gratuiti attacchi a Rodotà. I referendari sono ideologici, statalisti, marziani, è stato scritto. Qualcuno ha detto che se vince la A 300 bambini saranno esclusi da scuola. Qualcun altro ha detto che se vince la A 1700 bambini saranno esclusi da scuola. Infine Fioroni ha rilanciato che il numero corretto è un milione di bambini esclusi da scuola. Insomma, negli ultimi giorni il Comitato ha creato un hashtag #SeVinceA. Ha scoperto che se vince la A vi saranno catastrofi, tsunami, invasioni di cavallette, via Rizzoli diventerà via Rodotà, #SeVinceA. Ha fatto notare che i cosacchi abbevereranno i loro cavalli alla fontana di Nettuno, #SeVinceA. Ha detto pure che scompariranno le lettere dell’alfabeto e #Casini diventerà #Asini, #SeVinceA. Insomma, Bagnasco si preoccuperà, #SeVinceA.

E a questo punto non ci resta che augurarci che vinca la A. Che il Referendum sia come un virus, di città in città. “In Africa, in Asia, nell’America latina, nel mezzogiorno, in montagna, nei campi, perfino nelle grandi città […] Timidi come me, cretini come Sandro, svogliati come Gianni. Il meglio dell’umanità.” (Barbiana. 80)

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8 commenti

  1. Non so, l’assolutismo non mi convince. Quando ero bambino io andare dalle suore invece che alla scuola pubblica era in qualche modo socialmente punitivo (mia madre dice che ci andavano i bambini più poveri, perché non si pagava la refezione), e dunque la presenza delle scuole cattoliche era un segno di progresso, non il contrario. Anche la retorica della scuola di Barbiana mi convince poco. Nella mia vita ho conosciuto uno dei mitici allievi di Don Milani: era un assolutista per niente laico (so che la testimonianza vale poco, ma insomma, è così per dire che c’è quella cosa che si chiama eterogenesi dei fini). Lo stesso, rimasi perplesso quando appresi che i socialisti più arruffoni (e massoni) si accapigliavano coi democristiani (e coi comunisti) sulla salvaguardia della scuola pubblica; che ritenevano un valore fondante, per loro, per il quale si erano battuti quasi in esclusiva (art 33 come il massimo grado massonico? E’ una domanda che mi faccio da tempo), come fu poi per il divorzio. Insomma, non vorrei che alla fine alla fine si trattasse di una delle tante battaglie che di solito avvengono nell’ombra, tra clericali e anticlericali, ovverosia tra cattolici e massoni, in una città dove la massoneria pare avere il suo peso (non è che con questo referendum consultivo si stanno contando coi soldi dei cittadini?).

  2. Sono profondamente convinto che la scuola pubblica debba essere privilegiata perché deve(meglio dovrebbe) trasmettere certi valori come quello di identità nazionale, di appartenenza culturale, ecc.) e bene fanno a battersi i bolognesi per questo obiettivo, però duole constare che molti di sinistra che caldeggiano tale scelta – parlo di vip e politici(non è il caso di far nomi) che si riempiono la bocca di tali parole d’ordine, poi mandano i figli alle scuole private e alle università private. Meno ipocrisia e più coerenza aiuterebbero a rafforzare davvero la scuola pubblica che boccheggia non solo per l’esiguità di finanziamenti ma anche perché quelli disponibili sono usati molto spesso in maniera irrazionali: Si potrebbero fare esempi a iosa.

  3. Sono profondamente convinto che la scuola pubblica debba essere privilegiata perché deve(meglio dovrebbe) trasmettere certi valori come quello di identità nazionale, di appartenenza culturale, ecc.) e bene fanno a battersi i bolognesi per questo obiettivo, però duole constare che molti di sinistra che caldeggiano tale scelta – parlo di vip e politici(non è il caso di far nomi) che si riempiono la bocca di tali parole d’ordine, poi mandano i figli alle scuole private e alle università private. Meno ipocrisia e più coerenza aiuterebbero a rafforzare davvero la scuola pubblica che boccheggia non solo per l’esiguità di finanziamenti ma anche perché quelli disponibili sono usati molto spesso in maniera irrazionali. Si potrebbero fare esempi a iosa.

  4. Scusa Christian, forse sono io ad essere troppo cacacazzi. Ma nel tuo articolo citi i tanti partiti sostenitori del votaB (“PD, PDL, Curia, Lega Nord, Cei, Cl”), mentre fra i sostenitori del VotaA scrivi “le mamme e i papà, le studentesse e gli studenti, le sinistre e i movimenti, la curva del Bologna”, etc. Vorrei farti presente che c’è una forza politica, che si chiama Movimento 5 Stelle, che a Bologna ha anche un discreto seguito, che si sta battendo con forza perché vinca la A. Esattamente ciò che tu auspichi. Era così difficile citare questo Movimento? Ora: io lo so che Grillo è un nazista di Neanderthal, che ha sgozzato dentro la sua Ferrari due bambini di colore con gli scontrini risparmiati dai suoi deputati analfabeti, urlandogli “Negretti negracci, vaffanculo voi e i vostri stracci”, e che il suo Movimento è parte integrante della fine della civiltà, lo capisco. Però, sai, a me pare che faccia molte molte molte cose di sinistra. Ma di sinistra proprio, sai? Tipo appoggiare questo referendum. Allora, di grazia, è il caso di omettere -fra i favorevoli alla A- il nome di un partito che ha preso il 25% dei voti? Va bene scrivere “i movimenti”, quando fra essi ce ne è uno con un nome (bruttino, ma tant’è…) che ha preso oltre otto milioni di voti?
    E ancora: è così difficile ammettere che -al netto delle sparate periodiche del capo- il 5Stelle è un partito che fa ciò che in un paese normale farebbero i partiti di sinistra? Posso sapere perché citi uno per uno i nomi dei partiti “cattivi”, e non quello dei due partiti “buoni”, cioè SEL e 5Stelle? Mi pare un errore, concettuale e e non solo. Un errore grande, in un pezzo altrimenti molto valido.

  5. No comment. Rispondo con don Milani!

    E’ una lettera di risposta del prete di Barbiana al responsabile della redazione del “Giornale Scuola, periodico di cultura del popolo”. Non aggiungo commenti, perchè è illuminante e l’ultimo passaggio è avanti di 40 anni ( rispetto alla legge sulla parità scolastica, ma anche su altro!)

    Barbiana, 9 Marzo 1961

    (….) M’è toccato di opporre in due vertenze diverse la scuola privata a quella di Stato e ha naturalmente ragione la mia. Nella prima vertenza ( contro l’INPS) si tratta di riconoscere ai barbianesi il diritto di mandare i ragazzi a scuola qui e riscuotere ugualmente gli assegni. Il più accanito laicista, in questo caso, dovrebbe battersi per la scuola del prete. La seconda vertenza è ora sul punto di maggiore incandescenza e attende la prova di forza forse per lunedì prossimo….
    Non si può esaltare l’idea della scuola di Stato senza descriverne la realtà così come non si può denigrare la realtà della scuola dei preti senza citarne l’idea. A Firenze, per esempio, non è neanche da mettersi in discussione che l’unica scuola socialmente e tecnicamente progredita è una scuola di preti: la Madonnina del Grappa. Il fatto che lo Stato, coi soldi dei contribuenti, non l’aiuti è semplicemente scandaloso. La Madonnina del Grappa ha 1200 allievi dei quali non uno solo figlio di papà. La scuola di Barbiana ha 20 allievi, nessun figlio di papà, ed è dei preti. Non ha dallo Stato nessuna sovvenzione, ma anzi aperta opposizione ed è senza ombra di dubbio l’unica scuola funzionante tutto il giorno di tutto il territorio della Repubblica…
    Non muoverei dunque oggi un dito in favore della scuola di Stato dove non regna nessuna “libertà di idee” ma solo conformismo e corruzione e se invece della scuola di Stato com’è oggi si parla di come dovrebbe essere allora vorrei parlare più delle scuole dei preti come non son oggi (molte) ma come sono alcune (poche) o meglio come dovrebbero essere. E in tal caso non c’è dubbio per me che sarebbero migliori quelle dei preti perchè l’amore di Dio è in sè migliore che la coscienza laica o l’idea di Stato e del bene comune. Ma questi sono sogni senza costrutto perchè nè i preti nè i laici potranno mai fare nulla di perfettamente puro e sarà dunque meglio lasciare che si perfezionino quanto possano gli uni e gli altri possibilmente senza difficoltà economiche in libera e realmente pari concorrenza. …
    Un saluto affettuoso a tutti, vostro

    don Lorenzo Milani

  6. @Dino, stiamo correggendo. Nota però che non mancavano solamente Sel e M5S, ma anche Flc-Cgil e sindacati di base ecc. Un pò come a dire che questo referendum non nasce dalle forze politiche in quanto tali o dai loro schieramenti, ma dalla cittadinanza.
    @Gabriele Benassi: questo pezzo nasce esattamente da chi già aveva citato il frammento che dici tu. Il punto è che Barbiana è a favore del referendum e come scrivevo aprirà la serata del 24. Questo perché se ci fermiamo alle parole pubblico-privato ci sfugge che dagli anni 60 a oggi questi concetti sono passati a significare cose diverse. La composizione di classe che li attraversa, per capirci, è mutata. Se rileggi Lettera a una professoressa, il pubblico allora era luogo di privilegio, anti-operaio e anti-contadino, per usare le parole di Don Milani, conformista e privo di coscienza laica. Chi allora andava nelle scuole pubbliche oggi va nelle scuole private. Oggi la scuola pubblica è per i figli di genitori precari e migranti. Difendere il pubblico oggi, non senza le dovute cautele e critiche, significa affermare quarant’anni dopo che l’istruzione è di tutti, non a caso appunto la scuola di Barbiana in nome dell’eredità di Don Milani ha dato il suo accalorato supporto al comitato articolo 33.

  7. Se fossi residente a Bologna voterei affinché la mano pubblica finanziasse unicamente le istituzioni scolastiche statali.
    L’intera operazione sussidiarietà non mi è piaciuta fin dall’inizio e la considero un regresso verso uno stile privatistico, feudale, in cui la familiarità col dignitario diventa porta angusta di accesso a qualsiasi beneficio (esso è uno dei tre elementi cardine del feudalesimo: gli altri due sono il vassallaggio e l’immunità, cioè il dignitario non sottostà alle leggi ed ai tribunali di tutti). Chi mi legge si rende subito conto della perfetta, intima consonanza tra la nostra attualità socio-politica e la mentalità feudale. La mafiosità, poi, è un peggioramento violento del feudalesimo. La mafia è presente in Italia, anche nella mia Lombardia cattolica e benpensante che si fa gli affari suoi. Non desidero che mi si parli del degrado della scuola pubblica oppure del rischio che le scuole paritarie siano degli esamifici. Non vivo nel mondo dei sogni e nella scuola (pubblica) ho lavorato fin che il nostro Paese ha deciso che non valeva più la pena di credervi. So che la ricaduta pratica della decisione “A” può portare nell’immediato a degli inconvenienti: ma quanti “inconvenienti” sono stati irresponsabilmente scaricati sinora sulla scuola statale? E’ ora di ripristinare nelle coscienze la Costituzione legale e di non accettare più i cambiamenti costituzionali surrettizi.

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Autore

fandzu@gmail.com

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov'eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo - sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory - ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L'Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).

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