Byung-Chul Han Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/byung-chul-han/ un blog di approfondimento culturale Thu, 24 Feb 2022 09:02:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Byung-Chul Han Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/byung-chul-han/ 32 32 “Elogio della terra”, un estratto dal libro di Byung-Chul Han https://minimaetmoralia.it/estratti/elogio-della-terra-un-estratto-dal-libro-di-byung-chul-han/ https://minimaetmoralia.it/estratti/elogio-della-terra-un-estratto-dal-libro-di-byung-chul-han/#respond Thu, 24 Feb 2022 09:02:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50053 Pubblichiamo un estratto da libro Elogio della terra. Un viaggio in giardino di Byung-Chul Han, nella traduzione di Simone Aglan-Buttazzi, uscito per Nottetempo. Ringraziamo editore e autore. Ciliegi d’inverno Con gialle pere scende e folta di rose selvatiche la terra nel lago, amati cigni, e voi ubriachi di baci tuffate il capo nell’acqua sobria e […]

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Pubblichiamo un estratto da libro Elogio della terra. Un viaggio in giardino di Byung-Chul Han, nella traduzione di Simone Aglan-Buttazzi, uscito per Nottetempo. Ringraziamo editore e autore.

Ciliegi d’inverno

Con gialle pere scende
e folta di rose selvatiche
la terra nel lago,
amati cigni,
e voi ubriachi di baci
tuffate il capo
nell’acqua sobria e sacra.
Ahimè, dove trovare, quando
è inverno, i fiori, e dove
il raggio del sole,
e l’ombra della terra?
I muri stanno
afoni e freddi, nel vento
stridono le bandiere.
Friedrich Hölderlin, Metà della vita.

Nei Dolori del giovane Werther c’è un pazzo che cerca fiori per la propria amata in pieno inverno:

Infelice! Eppure come invidio la tua tristezza, la confusione della mente nella quale ti struggi. Tu esci di casa pieno di speranza per cogliere fiori per la tua regina – in pieno inverno – e ti rattristi perché non ne trovi e non capisci perché non riesci a trovarne.

I fiori in inverno sono, si potrebbe pensare, nient’altro che sogni e illusioni. Ma non c’è bisogno di essere un sognatore per vedere dei fiori durante la stagione fredda, poiché ci sono moltissime piante che preferiscono fiorire proprio in inverno. Alcune di esse resistono persino al gelo permanente. Tante specie fioriscono in inverno, anche sotto la neve. È molto confortante.

La mia attività di giardiniere, iniziata in estate, è stata impostata fin dall’inizio allo scopo di far fiorire il giardino in inverno. Ero letteralmente ossessionato, inebriato dall’idea: la mia ambizione era di raccogliere nel giardino tutte le piante che fioriscono in inverno.

Prima che io le descriva a una a una, vorrei citare le pratoline. Quando hanno cominciato a fiorire sul prato, mi hanno riempito di gioia. Le trovavo belle, così semplici e poco appariscenti. Ben presto mi sono tuttavia reso conto che stavano proliferando troppo, soffocavano il prato. Le ho qualificate come erbacce e ho cercato in tutti i modi di estirparle. Ho usato persino diserbanti chimici. Ora però, in inverno, mi ci sono di nuovo affezionato e mi sono scusato per le mie malefatte, in quanto le pratoline fioriscono senza paura sfidando il freddo che distrugge la vita. A questo loro lungo periodo di fioritura si rifà probabilmente il loro affascinante nome scientifico Bellis perennis. Si tratta di un fiore forse dotato di un desiderio metafisico, un autentico fiore platonico. Alcune di esse continuano a fiorire indisturbate anche nel pieno del gelo invernale. Durante la prossima primavera, e in estate, non sarò più così aggressivo nei loro confronti e le lascerò fare, in modo che possano affrontare l’inverno senza paura: la bellezza perenne deve sentirsi a proprio agio nel mio giardino. Inoltre, le erbacce non muoiono mai, quindi la Bellis perennis è simbolo d’immortalità.

Quando il giardino, dopo le prime gelate, ha iniziato a precipitare nello sconforto, sono stato piacevolmente sorpreso dal gelsomino d’inverno (Jasminum nudiflorum). Nel bel mezzo del gelo invernale sono infatti sbocciati dei fiori gialli e luminosi, e i suoi bei rami, di un verde intenso, hanno conferito al giardino un che di primaverile. Il gelsomino d’inverno assomiglia alla forsizia, ma al contrario del fiore a quattro petali di quest’ultima la sua corolla ha cinque o sei petali. Il gelsomino d’inverno è un autentico miracolo, perché in pieno inverno sa evocare la primavera. Un dettaglio affascinante è che i suoi fiori sbocciano gradualmente: per me si tratta, in poche parole, del fiore della speranza. Ha fatto sì che il mio giardino d’inverno fiorisse nel corso di un ampio lasso di tempo.

Il gelsomino d’inverno è arrivato in Europa dalla Cina solo nel 1844, mentre I dolori del giovane Werther è stato pubblicato nel 1774: il folle del romanzo non avrebbe quindi potuto trovare quei fiori invernali d’un giallo splendente. Io gli avrei regalato volentieri un ramo di gelsomino d’inverno in fiore, così che potesse far felice la sua amata.

Una pianta invernale molto particolare è il Prunus subhirtella, un ciliegio che preferisce fiorire nella stagione fredda, motivo per cui è detto ciliegio d’inverno. In dicembre fiorisce già, così la mia festa delle ciliegie comincia in pieno inverno.

All’inizio di gennaio è arrivata la tanto temuta gelata. Le temperature sono scese a meno dieci gradi, restando così per più di due settimane. È anche nevicato molto. Contrariamente alle previsioni, il gelsomino non è riuscito a tenere testa al gelo. I suoi fiori gialli e splendenti sono appassiti. Nemmeno il ciliegio d’inverno e il viburno di Bodnant, che erano riusciti a fiorire presto grazie alle temperature ancora miti, hanno resistito al gelo, i loro fiori sono diventati bruni e mollicci. Alla fine solo i fiori del piè di gallo, del bucaneve, dell’erica carnicina e delle amamelidi hanno mantenuto forma e colore malgrado la gelata, ma grazie a essi non è trascorso un sol giorno, nel mio giardino d’inverno, senza un fiore, e persino durante la gelata il mio giardino fioriva.

 

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Le relazioni tra gli uomini. Esquirol e Byung Chul-Han https://minimaetmoralia.it/filosofia/le-relazioni-gli-uomini-esquirol-byung-chul-han/ https://minimaetmoralia.it/filosofia/le-relazioni-gli-uomini-esquirol-byung-chul-han/#respond Tue, 24 Apr 2018 06:00:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37017 (fonte immagine)

«Il vuoto o il nulla del buddhismo zen non è dunque una semplice negazione dei fenomeni, o una forma di nichilismo o di scetticismo. Rappresenta piuttosto un’estrema affermazione dell’essere. Soltanto la delimitazione propria della sostanza, che crea tensioni oppositive, è negata. L’apertura, la gentilezza del vuoto significa anche che l’ente di volta in volta presente non solo è “nel” mondo, ma che nel suo fondo è il mondo, che nel suo strato profondo respira le altre cose o procura loro lo spazio di soggiorno. Così in una cosa abita il mondo intero». Questo scrive Byung Chul-Han in un passaggio particolarmente illuminante del suo nuovo libro tradotto in italiano da Vittorio Tamaro ed edito sempre da Nottetempo Filosofia del buddhismo zen: sembra che il fine del filosofo coreano in questa sua nuova riflessione, sia quello di mostrare, attraverso un confronto con la tradizione filosofica occidentale, le peculiarità e lo spessore del buddismo zen come chiave di lettura per la nostra contemporaneità.

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«Il vuoto o il nulla del buddhismo zen non è dunque una semplice negazione dei fenomeni, o una forma di nichilismo o di scetticismo. Rappresenta piuttosto un’estrema affermazione dell’essere. Soltanto la delimitazione propria della sostanza, che crea tensioni oppositive, è negata. L’apertura, la gentilezza del vuoto significa anche che l’ente di volta in volta presente non solo è “nel” mondo, ma che nel suo fondo è il mondo, che nel suo strato profondo respira le altre cose o procura loro lo spazio di soggiorno. Così in una cosa abita il mondo intero». Questo scrive Byung Chul-Han in un passaggio particolarmente illuminante del suo nuovo libro tradotto in italiano da Vittorio Tamaro ed edito sempre da Nottetempo Filosofia del buddhismo zen: sembra che il fine del filosofo coreano in questa sua nuova riflessione, sia quello di mostrare, attraverso un confronto con la tradizione filosofica occidentale, le peculiarità e lo spessore del buddismo zen come chiave di lettura per la nostra contemporaneità.

Per fare questo, Han costruisce un itinerario che corre su due binari, quello che muove dall’Occidente all’Oriente e quello che procede all’inverso, indagando e forzando alcuni elementi cardine, come il rifiuto della filosofia orientale nei confronti della conoscenza concettuale, ma soprattutto facendo dialogare compiutamente Platone, Heidegger e Nietzsche con la cultura orientale, nel tentativo di far emergere i caratteri fondamentali e autentici del buddhismo zen.

Ma questo libro di Han è mosso anche da un interesse che si rintraccia in quelli precedenti, proseguendo un discorso mai domo, ovvero lo strenuo ed elaborato ragionamento in grado di riflettere sulle nostre esistenze contemporanee in maniera compiuta, alla ricerca di un possibile viatico per una quotidianità immersa compiutamente nell’interrogazione e nella riflessione.

Se nell’ultimo L’espulsione dell’Altro infatti lo sguardo di Han si soffermava sul «terrore dell’Uguale» e sulla conseguente sparizione dell’alterità, soprattutto in rete, questo nuovo libro, che fa del buddhismo zen un luogo di indagine privilegiato, insiste su alcuni aspetti e momenti che sembrano ormai non far più parte della nostra quotidianità ma che invece necessiterebbero di una nuova iniezione di attenzione. Si tratta di quei sentimenti o stati d’animo come l’ascolto o il silenzio che Han però, alla luce del duplice confronto tra Occidente e Oriente, inserisce pienamente e con successo all’interno della sfera quotidiana: il confronto serrato dunque tra le filosofie zen con la loro rarefazione del linguaggio ed enigmaticità e le scuole filosofiche occidentali, porta a rintracciare elementi di rilevanza importanti circa il nostro stare al mondo, al di là di archetipiche idosincrasie che mai probabilmente, e anche per fortuna verrebbe da aggiungere, porteranno ad una sovrapposizione totale tra le due scuole.

In particolare nel capitolo finale intitolato Gentilezza amichevole, Han traccia un’immagine dei legami tra individui: «bisogna intendere il vuoto come un medium della gentilezza amichevole. Nel campo della vacuità non ha luogo alcuna rigida delimitazione: niente resta isolato in se stesso. Le cose si plasmano e si rispecchiano l’un l’altra. Il vuoto de-interiorizza l’io, facendolo diventare una res amicae che si apre come luogo di ospitalità». Sulla scorta del confronto tra pensiero orientale e le filosofie di Hegel, Nietzsche e Aristotele, Han mette in luce aspetti comuni importanti sul carattere delle relazioni e dell’amicizia, intesa come un «rapporto di rispecchiamento tra sé e l’altro. Nell’amico si percepisce se stessi». Si tratta però, pur se entrambi i mondi mantengono le loro peculiarità, di un comune tentativo di uscita dalla propria interiorità e dell’individuazione nel mondo, sulla scia del «framezzo» come luogo di incontro per come definito da Martin Buber, di queste relazioni.

***

Un altro libro, uscito in contemporanea con quello di Han, che tratta delle relazioni tra gli uomini in maniera interessante e complementare a questo, è il libro del filosofo catalano Josep Maria Esquirol, La resistenza intima. Saggio su una filosofia della prossimità, edito da Vita e Pensiero con la traduzione dallo spagnolo di Simone Cattaneo. Esquirol insegna filosofia all’Università di Barcellona e questo libro è una parte di un trittico dedicato alla filosofia della prossimità. Si tratta di una pubblicazione importante innanzitutto perché introduce in Italia il pensiero di uno dei filosofi più importanti del mondo iberico, ma anche perché consegna con le sue pagine l’architettura di un paradigma, quello della prossimità, certo urgente e necessario e che non può non parlare a tutti. Con grande coraggio e attraverso le solide basi della filosofia novecentesca di Derrida, Deleuze e Foucault, Esquirol individua nella resistenza intima uno strumento efficace per opporsi alle forze disgreganti della nostra contemporaneità: si tratta per il filosofo dell’unico e genuino modo di difendersi da un mondo che continuamente banalizza, passa oltre e disperde, abbandona gli uomini nei loro timori e nelle loro paure.

Momento fondamentale di questa resistenza intima è per Esquirol la sfera degli affetti, luogo da cui trarre forza per un compimento che certo non mira al disvelamento di valori supremi od occulti, ma che certo fornisce, attraverso la virtù, la fortezza e la gentilezza, una protezione dalla «notte cupa» e una capacità rinnovata di vedere ciò che circonda l’uomo. Sta proprio in questa semplicità empirica e dal rifuggire dal dogmatismo filosofico, la grandezza di questo libro, capace di tracciare un itinerario che si rivela complesso certamente nella messa in pratica ma non nella comprensione delle sue correnti teoriche, sempre a contatto con una quotidianità intesa in realtà come «l’appropriarsi della quotidianità».

Questa resistenza intima vive dunque di una prossimità, che si fa tanto più forte nel momento della necessità del rifugio nell’altro. Esquirol cita una famosa frase di Wittgenstein, «Nessun grido di aiuto può essere più forte di quello di un uomo singolo», per partire, in un capitolo emblematicamente intitolato L’essenza del linguaggio come riparo, verso una vertiginosa analisi delle richieste di aiuto: «il grido e la richiesta, la richiesta e l’interrogarsi sono espressioni del movimento dell’esistenza; della sua prima fase, a cui seguono le varie espressioni di accoglienza».

L’essenza del linguaggio è dunque per Esquirol nella sua natura di riparo, ma solo a patto di spogliare il linguaggio del suo carattere «informativo» ricercandone l’essenza più vera. Esquirol riflette poi anche sul silenzio, interrogazione che si ritrova, come detto poco sopra, anche nel libro di Han, e lo fa definendolo non come il contrario della parola, ma specificando il suo carattere eloquente e significativo, soprattutto se agito in «prossimità»: in questa situazione la carezza, come sottolineato da Levinas diventa rivelatrice: «La carezza è l’unità dell’avvicinamento e della prossimità»; solo così il linguaggio può muoversi dallo statuto di indifferenza e mirare al cuore delle cose nonché alla costruzione dei rapporti.

***

Due libri diversi dunque, questo di Han e di Esquirol, che muovono da basi filosofiche diverse: Han come al solito trae il suo discorso dalla filosofia tedesca del Novecento e quella classica greca, Esquirol invece dalla scuola francese di Derrida, Deleuze e Levinas, luogo di indagine comunque frequentato anche da Han, ma che si uniscono in uno sforzo oggi quantomai necessario, quello di una riflessione compiuta sulla sfera delle relazioni e dell’affettività. Due libri preziosi, creati su una filosofia che non si fa mai esercizio sterilmente teorico, ma che invece si nutre della quotidianità, e su di essa inizia a costruire un ponte verso l’Altro in un’epoca che ne avverte necessariamente il bisogno.

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Psicopolitica e potere secondo Byung-Chul Han https://minimaetmoralia.it/libri/psicopolitica-e-potere-secondo-byung-chul-han/ https://minimaetmoralia.it/libri/psicopolitica-e-potere-secondo-byung-chul-han/#respond Thu, 15 Sep 2016 06:30:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31981 (fonte immagine)

In un suo libro precedente, La società della stanchezza, uscito nel 2012, il filosofo Byung-Chul Han sostiene che la società del XXI secolo non conservi più le caratteristiche novecentesche illustrate da Foucault: non si tratta più di una società di tipo disciplinare e controllata da determinate forme di obbedienza e dispositivi ma, piuttosto, l'individuo del nostro secolo è parte di una società di «prestazione», cioè non è nient'altro che un imprenditore di se stesso. Per questo le sofferenze che il soggetto patisce, sono quelle derivate da un livello di competizione sempre altissimo, e quindi incarnate in depressioni, burnout, paura di non essere all'altezza e altre cose simili.

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In un suo libro precedente, La società della stanchezza, uscito nel 2012, il filosofo Byung-Chul Han sostiene che la società del XXI secolo non conservi più le caratteristiche novecentesche illustrate da Foucault: non si tratta più di una società di tipo disciplinare e controllata da determinate forme di obbedienza e dispositivi ma, piuttosto, l’individuo del nostro secolo è parte di una società di «prestazione», cioè non è nient’altro che un imprenditore di se stesso. Per questo le sofferenze che il soggetto patisce, sono quelle derivate da un livello di competizione sempre altissimo, e quindi incarnate in depressioni, burnout, paura di non essere all’altezza e altre cose simili.

Il suo itinerario filosofico, che oltre a La società della stanchezza conta anche, in italiano, La società della trasparenza e Nello sciame. Visioni del digitale, si arricchisce adesso di un nuovo tassello, che implementa ancora un discorso filosofico impressionantemente contemporaneo – e condotto da una delle poche voci che si salvano dal rumore inutile di molti saggi sull’erosione della libertà –, dal titolo Psicopolitica. Il neoliberismo e le nuove tecniche del potere, (tradotto da Federica Buongiorno e edito, come tutti i suoi libri in Italia, da Nottetempo).

Individuando nella mutazione di controllo tra il secolo trascorso e il nostro il nocciolo della riflessione sulla psicopolitica, è opportuno, prima di addentrarsi nell’itinerario di Han, fare un passo indietro, e fissare il punto di partenza nella teorizzazione del panottico benthamiano, individuato da Foucault come migliore immagine per la rappresentazione della società della biopolitica. Il modello di carcere (o di fabbrica) di Bentham, quello che permette alle guardie di tenere sotto controllo in ogni momento le persone lì contenute, costituiva l’emblema perfetto di una società nella quale il corpo delle persone presidia l’economia e la società tutta.

Secondo Han, e secondo tutta una scuola di filosofia che si concentra sul concetto di psicopolitica (Pier Aldo Rovatti in una recensione al volume, scrive di una paternità, o quantomeno un utilizzo consapevole, del filosofo Peter Sloterdijk), tale paradigma oggi non trova più posto e, nella società del terziario avanzato, il veicolo attraverso cui le persone vivono in ogni luogo che abitano, non è più il corpo, bensì la mente.

Questo è il fulcro da cui muove la speculazione di Han in questo breve quanto intenso libro, che segna una continuità rispetto ai precedenti lavori e, nello stesso tempo, uno scatto in avanti notevole sull’argomento: il potere, secondo Han, ha perso il suo carattere più punitivo e dominante e ha cominciato ad insinuarsi nei meccanismi e nei procedimenti emotivi quotidiani, trasformandosi in un potere seduttivo e all’apparenza innocuo rispetto al passato. Il panottico di Bentham era però un progetto solo teorico, lo stesso non si può dire per il panottico del web di oggi, che è invece concreto e funzionante.

«Il soggetto che sfrutta se stesso – scrive Han – porta un campo di lavoro con sé nel quale egli è vittima e carnefice. Come soggetto che si autoespone e che si autosorveglia, egli porta con sé un panottico nel quale è detenuto e guardiano». In questo concetto sta la base sulla quale si regge il ragionamento di Han, che, nel volgere delle pagine, indaga i funzionamenti, i motivi e le conseguenze di un tale dispositivo di potere. Il risultato teorico è molto chiaro, perfettamente accessibile nella scrittura di Han (e nella sua traduzione), sempre piana e concreta: si tratta di una deriva sterile dell’io che a causa del suo essere frenetico, credendosi liberato da una società normativa, in realtà non fa altro che realizzare i bisogni del sistema, con la differenza però che li percepisce come propri desideri, schiavizzando se stesso: «L’io come progetto che crede di essersi liberato da obblighi esterni e costrizioni imposte da altri, si sottomette ora a obblighi interiori e a costrizioni autoimposte, forzandosi all’ottimizzazione».

L’analisi di Han è centrata perché parte da una considerazione esatta della società odierna – senza farsi prendere da possibili esagerazioni o facilitazioni – e considera  la nostra società come una società «precaria»: in questo tipo di società, il vero “sfruttatore” (per usare il linguaggio di Han), non è il datore di lavoro, ma siamo noi stessi che, incapaci di pensare alla «vita bona», cerchiamo soltanto di migliorare sempre di più la nostra efficienza e la nostra velocità: non è più il capitale a sottomettere le persone ma i progetti di vita che, modulati sulle caratteristiche del tipo di società, richiedono che tutto sia ad esso funzionale e calibrato fin nei minimi dettagli.

Interessante poi il fatto che nota Han, e cioè che anche nel tempo libero siamo schiavi di un simile tipo di pensiero, perché negli allenamenti o attività hobbistiche, c’è sempre un target da raggiungere e soddisfare, un avversario anche ideale da superare, nonché pubblicare i risultati sui social come trofeo da mostrare.

In definitiva quindi, Han indaga uno dei cambiamenti più prorompenti della nostra contemporaneità, la fine del corpo come strumento di produzione e, soprattutto, di sorveglianza e la fine dei luoghi di controllo per come siamo abituati ad immaginarli, cioè gli spazi chiusi come la scuola e l’ufficio. Questa nuova oppressione è derivata da noi stessi e si incarna nei tempi del capitalismo, avverando la visionaria profezia di Walter Benjamin secondo cui «il capitalismo è presumibilmente il primo caso di un culto che non consente espiazione, bensì produce colpa e debito. Ed è qui che questo sistema religioso precipita in un movimento immane.

Una terribile coscienza della colpa, che non sa purificarsi, ricorre al culto non per espiare in esso questa colpa, bensì per renderla universale, per conficcarla nella coscienza e, infine e soprattutto, per coinvolgere in questa colpa il dio stesso e alla fine rendere lui stesso interessato all’espiazione».

Le conseguenze di questo culto, che va traslato nel suo tempo storico dalla definizioni di Benjamin e inserito nelle coordinate della modernità, si riversano in primo luogo su quella parte di popolazione più immersa nella contemporaneità, ovvero quello sciame digitale di cui Han ha parlato nel suo libro precedente.

Si tratta del popolo che vive nel mondo dei media digitali e che solo apparentemente condivide pensieri e azioni con la comunità di anonimi individui (scriveva Han che «la massa indignata di oggi è oltremodo superficiale e distratta»), ma che nella realtà dei fatti compete con loro in una sempiterna ricerca di gradimento.

Questo potere tecnocratico, che si sottrae dalla visibilità e si nasconde nella libertà, che preferisce offrire piuttosto che vietare, che riesce a mimetizzare lo sfruttamento di ogni individuo di se stesso, in ultima analisi, e nella peggiore delle ipotesi di questo libro, spezza i seppur deboli anelli che legano gli individui in relazioni (usando Hegel, studiato e ripresentato da Han, si può parlare di un rischio estinzione della coppia servo-padrone, emblema delle relazioni e della lotta all’interno di esse), rendendo impossibile la creazione di una comunità che possa dire “noi”, una comunità che possa opporre resistenza e non sia solo passiva spettatrice della battaglia dei diritti, non sia solo un numero ma anche un attore.

Gli esiti più angoscianti e inquietanti del discorso di Han, sono quelli lasciati tra le righe, facilmente comprensibili attraverso un ragionamento attento: il «capitalismo delle emozioni» di cui parla il filosofo coreano, è già appannaggio della psicopolitica, il paradigma mimetico che ci fa credere di essere liberi è già in atto, la cancellazione di una memoria comune pure, così come la estenuante battaglia tutti contro tutti.

Il pericolo è quindi grande perché mina alla base il vivere sociale dell’uomo, che si trova oggi sempre impegnato a soddisfare se stesso e a superare il prossimo; è necessario tornare a quelle «piccole virtù» di cui parlava Natalia Ginzburg e ad insegnare, scrive sempre Ginzburg, «non il desiderio del successo, ma il desiderio di essere e di sapere».

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Raccontare il dolore: “I miei piccoli dispiaceri” di Miriam Toews https://minimaetmoralia.it/libri/i-miei-piccoli-dispiaceri-miriam-toews/ https://minimaetmoralia.it/libri/i-miei-piccoli-dispiaceri-miriam-toews/#comments Sun, 03 May 2015 14:30:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26576 La bella copertina, disegnata da Lorenzo Lanzi, mostra una scena impossibile, surrealistica e allo stesso tempo famigliare. Un gruppo di passeri – chi canta, chi plana, chi si poggia, chi vola – sopra la misura di un pentagramma musicale. È un’allegoria esatta di ciò che racchiude, un’immagine che copre e rivela «qualcosa di potente» – per usare le sue stesse parole – come «l’abbraccio forte e stretto di un estraneo». Qualcosa di potente come il sesto romanzo di Miriam Toews, canadese cresciuta a Steinbach in una comunità mennonita di stampo patriarcale. Si intitola I miei piccoli dispiaceri (All My Puny Sorrows), da un verso della poesia di S.T. Coleridge To a Friend, together with an Unfinished Poem; lo ha tradotto Maurizia Balmelli per Marcos y Marcos.

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Non avremo forse sostanze
né vere e proprie finestre nelle nostre spelonche,
ma almeno abbiamo la rabbia,
e con quella costruiremo imperi, signori miei.

Miriam Toews

La bella copertina, disegnata da Lorenzo Lanzi, mostra una scena impossibile, surrealistica e allo stesso tempo famigliare. Un gruppo di passeri – chi canta, chi plana, chi si poggia, chi vola – sopra la misura di un pentagramma musicale. È un’allegoria esatta di ciò che racchiude, un’immagine che copre e rivela «qualcosa di potente» – per usare le sue stesse parole – come «l’abbraccio forte e stretto di un estraneo». Qualcosa di potente come il sesto romanzo di Miriam Toews, canadese cresciuta a Steinbach in una comunità mennonita di stampo patriarcale. Si intitola I miei piccoli dispiaceri (All My Puny Sorrows), da un verso della poesia di S.T. Coleridge To a Friend, together with an Unfinished Poem; lo ha tradotto Maurizia Balmelli per Marcos y Marcos.

«Scritto per dare forma a un dolore vero», si legge in quarta di copertina, I miei piccoli dispiaceri è innanzitutto la storia d’amore tra due sorelle, Elf e Yoli Von Riesen, di Winnipeg, capoluogo del Manitoba, provincia del Canada occidentale. Elf è una pianista di talento e di successo, riconosciuta in tutto il mondo, colta, appuntita, fragile e intuitiva, maledettamente intelligente. È la maggiore, non più giovanissima, eppure ha una pelle così chiara e liscia, e ha una luce nei tratti, insomma ha una bellezza che non passa e inganna il tempo. Lo ripete spesso, Yoli, con la sua voce narrante, quando va a trovarla in ospedale.

Yoli è «la sorella squinternata» che scrive romanzi per ragazzi, ambientati nel mondo del rodeo, e «ha messo al mondo figli con padri diversi, ha un amante avvocato, se si rompe la macchina fa sesso con il meccanico, ha il conto sempre in rosso e una carriera mancata», dice di nuovo la quarta. Questa descrizione, anche se non dichiara il falso, enfatizza decisamente il personaggio, che è dolce e rabbioso, impulsivo e riflessivo (talvolta fino alla paranoia), allegro e depresso, bello e goffo. In una parola: vero. Yoli va a trovare Elf in ospedale perché Elf ha tentato il suicidio. Non è un tentativo e basta, è un tentativo andato male.

La notizia non sorprende nessuno. E nessuno lo accetta, ma tutti lo sanno che Elf vuole morire, lo vuole tanto da chiedere a sua sorella di aiutarla, di portarla in Svizzera. Intorno a Elf e Yoli, in ospedale e fuori, c’è la famiglia, quella di sangue – foltissima, chilometrica, parte di una comunità mennonita – con quella acquisita. Un corteo di personaggi cui l’autrice ha saputo affidare il dono della necessità, tra i quali spicca la madre delle sorelle, personaggio chiave su cui si concentra il lungo finale, perlopiù ambientato in una nuova fatiscente casa acquistata a Toronto, tre piani per tre generazioni: lei, la figlia (Yoli) e la nipote adolescente, Nora.

Ecco in breve la trama di questo libro pieno, ricco di energia contagiosa, sincero, che fa piangere ma più spesso di risate, dato il suo spietato umorismo, e dove il grande evento non copre gli eventi minimi, le sue situazioni delicate. Il centro del libro, il grande evento, è il dolore di Elf con tutto ciò che quel dolore arriverà a smuovere. Oggetto rischioso per un romanzo, ma poi per qualsiasi rappresentazione artistica. Pur parlando d’altro, spiega bene la natura di questo rischio lo scrittore Francesco Pecoraro, in uno status scritto su Facebook lo scorso 15 aprile, che riproduco col suo consenso: «Oggi ascoltavo per radio Nanni Moretti parlare del suo film [Mia madre, NdR]. Che non ho visto. In linea di massima sono contrario alle narrazioni imperniate su malattia, morte, sofferenza, dolore per perdite di persone care, eccetera. Il motivo è che tutti prima o poi ne fanno esperienza, spesso plurima. Sono cose che fanno talmente parte della vita di ciascuno di noi, che il processo di riconoscimento è troppo automatico e coinvolgente, perché l’esperienza estetica proposta dalla narrazione sia davvero valida».

Ciò che invaliderebbe l’esperienza estetica è la mancanza della possibilità di un distacco da essa. Perché il pathos della narrazione, «in linea di massima», innescherebbe un processo di riconoscimento, di identificazione, di visione priva di distanza. La visione priva di distanza – scrive il filosofo tedesco-sudcoreano Byung-Chul Han in Nello sciame. Visioni del digitale, uscito da poco nelle edizioni nottetempo per la traduzione di Federica Buongiorno – «è tipica dello spettacolo. Il verbo latino spectare, da cui deriva il termine “spettacolo”, indica un puntare lo sguardo voyeuristico, a cui manca il riguardo distaccato, il rispetto (respectare). La distanza è ciò che distingue il respectare dallo spectare». Mutuando il discorso di Han da un’analisi della società digitale – tale è l’oggetto del suo discorso – a un’analisi dell’«esperienza estetica», si potrebbe dire che alla visione priva di distanza manchi quel particolare tipo di rispetto che è la capacità di giudizio estetico, perché un racconto di malattia, morte, sofferenza, dolore produce una sospensione di quel giudizio e un’attivazione del giudizio autoriflesso, venendo a mancare un piano prospettico a vantaggio di un piano “immersivo”, ed è oltretutto (i media lo dimostrano) più facilmente una spettacolarizzazione (della malattia, della morte, della sofferenza, del dolore) che una comunicazione.

Che Pecoraro abbia in parte ragione, lo dimostra la difficoltà di giudicare un romanzo del genere. «In parte», c’è da sottolinearlo, perché se da un lato I miei piccoli dispiaceri conferma gli effetti di riconoscimento e coinvolgimento, col risultato di essere una vera e grossa esperienza umana, dall’altro comunque non priva il lettore di una vera e grossa esperienza estetica, s’intende sotto il profilo tecnico: per lo stile, personale e mai logoro, sempre espressivo; e per il ritmo e la struttura, sapienti e seduttivi. La questione non è facilmente districabile, ma un dato certo è che Miriam Toews ha saputo raccontare un dolore capace di smuovere, infine e su tutto, una pura gioia per la vita; ha trasformato un’esperienza privata e personale in un’occasione collettiva, in una possibilità di condivisione. Lo ha fatto senza retorica, ovvero tradendo la minima retorica possibile e irriducibile, perché insita nell’atto stesso della rappresentazione letteraria (e in genere artistica), allo scopo di coinvolgere il lettore, ma senza mai cedere alla tara ricattatoria del viscerale o del sentimentalismo.

Come conferma con eloquenza e understatement Yoli, e con Yoli Miriam: «ognuno di noi ha in sé tutta questa tristezza, non sono solo io, e la scrittura aiuta a organizzarla, per cui niente di grave».

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La società della stanchezza https://minimaetmoralia.it/libri/la-societa-della-stanchezza/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-societa-della-stanchezza/#comments Thu, 27 Sep 2012 09:58:19 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9613 (Questo pezzo è liberamente ispirato dalla lettura de “La società della stanchezza” di Byung-Chul Han, Nottetempo ed. 2012).

di Cristò

Lo sapete già di chi è la colpa: è colpa vostra.

Se non riciclate, se telefonate al parente infermiere per anticipare di un paio di mesi la data della visita medica, se lasciate l’acqua della doccia aperta mentre vi insaponate i capelli, se tenete troppo tempo acceso il condizionatore, se non pagate il biglietto dell’autobus, se comprate il caricatore del cellulare dai cinesi, se non chiedete lo scontrino al bar, se parcheggiate in doppia fila. È colpa vostra in ogni caso. Se l’azienda in cui lavorate è in perdita, se comprate troppo a rate, se non comprate abbastanza, se avete tre cellulari, se non arrivate a fine mese, se siete depressi. Non potete dare la colpa al governo, è colpa vostra. Del resto ce lo dicono fin da piccoli che tutto è possibile: basta impegnarsi. Volere è potere, quante volte ve l’hanno detto?

È colpa vostra e basta.

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(Questo pezzo è liberamente ispirato dalla lettura de “La società della stanchezza” di Byung-Chul Han, Nottetempo ed. 2012).

di Cristò

Lo sapete già di chi è la colpa: è colpa vostra.

Se non riciclate, se telefonate al parente infermiere per anticipare di un paio di mesi la data della visita medica, se lasciate l’acqua della doccia aperta mentre vi insaponate i capelli, se tenete troppo tempo acceso il condizionatore, se non pagate il biglietto dell’autobus, se comprate il caricatore del cellulare dai cinesi, se non chiedete lo scontrino al bar, se parcheggiate in doppia fila. È colpa vostra in ogni caso. Se l’azienda in cui lavorate è in perdita, se comprate troppo a rate, se non comprate abbastanza, se avete tre cellulari, se non arrivate a fine mese, se siete depressi. Non potete dare la colpa al governo, è colpa vostra. Del resto ce lo dicono fin da piccoli che tutto è possibile: basta impegnarsi. Volere è potere, quante volte ve l’hanno detto?

È colpa vostra e basta.

Per questo siete depressi, per questo le vostre gambe continuano a muoversi senza sosta, nervosamente, di giorno e di notte. Perché fumate troppo (magari non solo sigarette) e bevete troppo caffé, troppa birra, troppo liquore, troppa grappa, troppa Red Bull, troppa Coca Cola. Per questo vi svegliate stanchi: perché mangiate disordinatamente e in fretta nell’ora di pausa pranzo mentre il cellulare continua a squillare e voi continuate a rispondere e a lavorare masticando un panino. Per questo vi vengono i crampi allo stomaco e la gastrite, è colpa vostra, non vi date tregua e non date tregua agli altri. Ogni insuccesso è un vostro insuccesso, ogni successo è un successo di squadra. Come l’attaccante che ha fatto quattro gol, alla fine della partita dichiarate che tutti i ragazzi hanno giocato bene, che a calcio si gioca in undici.

Avete giornate dense, vero? Agende piene di impegni, incontri, riunioni. Dovete portare risultati. Dipende solo da voi, dalla vostra capacità di organizzare il lavoro. Il lavoro non ve lo portate a casa: ve lo portate a letto, sulla tazza del cesso, a pranzo, a cena, in auto, in piscina, in montagna, in testa, costantemente. Nelle valigie avete tre caricatori per i cellulari (e fortuna che quello dell’iphone va bene anche per l’ipad). Avete mal di testa e date la colpa all’aria condizionata dell’ufficio, del bar, della mensa, dell’automobile e invece è colpa vostra. Prendete un moment e andate avanti. È così, vero? E quando avete mal di gola, giù di analgesici, antibiotici, caramelle miele e propoli. Rispondete al telefono senza voce scusandovi con il vostro interlocutore. E se la febbre diventa troppo alta rimanete a casa, a letto, ma col portatile sulle gambe e controllate sulla webmail che tutto vada bene in vostra assenza. Avete un ruolo importante e vi aspettate che prima o poi avrete anche lo stipendio adatto a quel ruolo: non si può far pressione sull’azienda in tempo di crisi, dovete ringraziare di averlo un lavoro, un ruolo. Non ci mettono niente a trovarne un altro che faccia le stesse cose allo stesso stipendio, tutti sono necessari e nessuno è indispensabile. Se l’antibiotico vi fa addormentare, vi svegliate di soprassalto e controllate il cellulare poggiato sul comodino. Il direttore potrebbe aver chiamato per un’urgenza. Lui non si dà tregua, non dà tregua a voi, voi non date tregua agli altri, gli altri non danno tregua a lui.

È tutta colpa vostra, sua, degli altri.

Uscite di casa la mattina e tornate la sera. La casa che vi potete permettere costa ogni mese la metà del vostro sotto-stipendio e ha l’impianto elettrico fuori norma, gli infissi vecchi che lasciano entrare il freddo d’inverno, il caldo d’estate e il rumore del traffico sempre, le pareti che si sbriciolano intorno al chiodo se tentate di appendere un quadro. I mobili Ikea che vi potete permettere si rompono velocemente, cedono, non sono affidabili. E poi la vostra compagna è stressata quanto voi e, quanto voi, consapevole che è colpa sua. La casa è disordinata, i panni accatastati da lavare, la cucina sporca. Lei vi guarda e vi dice che nel fine settimana bisognerà fare pulizia. È solo colpa vostra se la casa è in questo stato. Un accampamento di zingari – dice lei.

Intanto mettete l’acqua sul fuoco. Per la cena c’è solo pasta col pesto. Nel fine settimana bisognerà fare un po’ di spesa – dite voi prima che lo dica lei. Bisognerà anche andare a pranzo dai miei e a cena dai tuoi – aggiunge lei. Poi squilla il cellulare e lei risponde mentre voi mettete il sale grosso nell’acqua bollente e va a parlare nella camera da letto. È una chiamata di lavoro. Il lavoro prima di tutto.

Voi leggete il tempo di cottura della pasta e undici minuti vi sembrano troppi per delle semplici linguine, perché voi in dieci minuti siete capaci di rispondere a tre telefonate, scrivere quattro e-mail e fumare due sigarette. Ma la pasta si prende tutto il tempo che gli serve, non è colpa sua se voi non ve lo prendete: è colpa vostra.

Mentre cenate accendete la televisione, al telegiornale dicono che è tutta colpa vostra.

Andate a letto consapevoli delle vostre colpe alle undici e trenta e impostate la sveglia del cellulare alle sei e trenta.

Anche domani sarà tutta colpa vostra.

Sogni d’oro.

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