capitalismo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/capitalismo/ un blog di approfondimento culturale Thu, 09 Jan 2020 13:05:48 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg capitalismo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/capitalismo/ 32 32 Hong Kong, la prima rivolta contro il capitalismo della sorveglianza https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/hong-kong-la-rivolta-capitalismo-della-sorveglianza/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/hong-kong-la-rivolta-capitalismo-della-sorveglianza/#comments Fri, 10 Jan 2020 13:30:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42043 Pubblichiamo un articolo apparso su Sinosfere, che ringraziamo. di Simone Pieranni L’intervento di Fabio Lanza su Sinosfere su quanto sta accadendo a Hong Kong dal giugno scorso, ha il grande merito di allargare il campo: al di là dei limiti che da sinistra si segnalano su alcune caratteristiche della protesta – ripiegamento sul localismo, richiesta di aiuto a Washington e […]

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Pubblichiamo un articolo apparso su Sinosfere, che ringraziamo.

di Simone Pieranni

L’intervento di Fabio Lanza su Sinosfere su quanto sta accadendo a Hong Kong dal giugno scorso, ha il grande merito di allargare il campo: al di là dei limiti che da sinistra si segnalano su alcune caratteristiche della protesta – ripiegamento sul localismo, richiesta di aiuto a Washington e Londra, tutte contraddizioni che in forme diverse si ritrovano anche all’interno di altre mobilitazioni che hanno tenuto banco e sotto scacco gli apparati repressivi degli Stati nazionali per molto tempo, si pensi ai gilet jaunes o alla Catalogna – Lanza segnala che le proteste di Hong Kong riflettono “in maniera polisemica e complessa, una crisi all’interno del capitalismo, nello specifico l’esplosione della tensione fra, da un lato, affermazioni di soggettività politica e desiderio di partecipazione e, dall’altro, un sistema che reprime sistematicamente queste aspirazioni in nome della libertà di mercato”.
Proviamo allora ad aumentare la distanza temporale e proiettarci nel futuro (che è già presente). Bisogna farlo, perché a Hong Kong la protesta ha assunto caratteristiche peculiari anche e soprattutto per strada, cioè nell’azione diretta, e ha visto come protagonisti per lo più studenti o giovanissimi. E ha indicato attraversamenti politici che ci riguardano eccome.
Hong Kong – infatti – può anche essere messa nel mazzo di tante ribellioni contro il neoliberismo che abbiamo potuto osservare nel corso del 2019 ma ha “spinto” più di altre su alcuni elementi specifici. A tratti quanto accadeva a Hong Kong è parso luddismo, a tratti attivismo hacker, a tratti auto-organizzazione mediatica: attaccare fisicamente le telecamere, divellerle, distruggerle (da luglio 2019 sarebbero almeno 900 le videocamere di sicurezza “spente”, senza contare quelle danneggiate o oscurate nelle stazioni delle metropolitane), utilizzare i sistemi tecnologici più utili tra quelli oggi in circolazione per organizzarsi (tanto che Telegram ha denunciato attività di hacker cinesi contro il software proprio perché uno degli strumenti più utilizzati dalla protesta), nascondere o usare il proprio corpo contro chi può utilizzare i corpi per reprimere, gestire con app tutta la comunicazione, fabbricare meme. Tutto questo armamentario evidenzia un punto fondamentale: a Hong Kong è in corso la prima vera rivolta contro il capitalismo della sorveglianza, ovvero il capitalismo nella sua (attuale) fase più avanzata, capace di espropriare – estrarre – dati a costo zero per perpetuare il suo sistema di dominio e rigettare nella povertà strati di masse cognitive cui era stato promesso ben altro. Se qualcuno dovesse storcere il naso di fronte all’associazione fra “Cina” e “capitalismo” potremmo anche parlare di “socialismo con caratteristiche cinesi della sorveglianza”: la sostanza non cambierebbe poi molto.
E i protagonisti di questa forma di lotta sono per lo più giovani. Come segnalato da Sandro Mezzadra quanto sta avvenendo a Hong Kong si colloca “all’interno di una congiuntura nuova, in cui l’investimento e la compenetrazione del tessuto produttivo urbano attraverso le nuove tecnologie assegnano un’importanza particolare a quella che in altri contesti si è chiamata l’’economia della conoscenza’ e a strati di lavoro cognitivo, essenzialmente giovanile”. Nell’ex colonia britannica abbiamo infatti assistito a una rivolta contro quello che Shosana Zuboff (autrice di The Age of Surveillance Capitalism. The fight for a human future at the new frontier of power, edito in Italia da Luiss University Press con il titolo “Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri”) chiama la “terza modernità”, sintetizzabile in questo modo: “una logica economica parassita nella quale la produzione delle merci e dei servizi è subordinata a una nuova architettura globale della trasformazione comportamentale degli individui e delle masse”.1)
E i riot 4.0 non potevano che tirare in mezzo la Cina, attuale massima rappresentante – per quanto con le sue consuete caratteristiche – di questa tendenza globale di cui è addirittura tra le massime esportatrici. Non a caso poco prima di Natale a Hong Kong è andata in scena una manifestazione a favore degli uiguri, la minoranza turcofona e musulmana del Xinjiang (“i prossimi siamo noi” dicevano i manifestanti dell’ex colonia britannica). Il Xinjiang in quanto periferia adatta a sperimentare inosservati (a parte alcuni incidenti di percorso subito assorbiti dalla forza economica di Pechino), Hong Kong in quanto hub finanziario neoliberale, come segnala Lanza: si tratta di due territori nei quali i meccanismi dello Stato di sorveglianza a matrice cinese si esercita.

Ma nell’hub finanziario tutto questo finisce per esporsi. “Saremo acqua” hanno ripetuto a Hong Kong: serviva un’epica nuova, serviva un non volto nell’epoca dei riconoscimenti facciali, un’onda nell’epoca dei tracciamenti territoriali, cash nell’epoca della tracciabilità dei pagamenti via mobile, qualcosa di sempre cangiante nell’epoca dell’estrazione di ricchezza dai nostri corpi per sfruttare quel “momento” analizzato da Mezzadra. Del resto la Cina oggi è un gigante in trasformazione, è un mega-ingranaggio di ingegneria sociale che ha trovato nell’evoluzione tecnologica una incredibile soluzione per rimanere iper-produttiva sui mercati globali e in grado di controllare la propria popolazione estraendo da essa il know-how per imporsi nell’era del capitalismo di sorveglianza. E laddove la presa è meno ferrea come a Hong Kong, può succedere che i giovani, gli studenti – vivendo il passaggio tra impoverimento (problema degli alloggi, dei salari, etc.) ed estrazione da loro stessi – siano arrivati per primi a “sentire” il problema. La Cina potrebbe trovare una soluzione creativa (i politici cinesi sono più propensi rispetto a quelli occidentali all’invenzione politica, pensiamo soltanto alla teoria di “un paese due sistemi”, inconcepibile nel nostro mondo) oppure questa prima rivolta del capitalismo di sorveglianza potrebbe spegnarsi come in passato è capitato a tanti momenti come questo, benché situati in altri contesti. Ma Hong Kong alla fine ci consegna qualcosa, raccontandoci la forma, la sinuosa perseveranza, che dovrà avere chi proverà a opporsi e modificare il futuro che è già presente.

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Di cosa parliamo (nel 2013) quando parliamo di democrazia https://minimaetmoralia.it/economia/di-cosa-parliamo-nel-2013-quando-parliamo-di-democrazia/ https://minimaetmoralia.it/economia/di-cosa-parliamo-nel-2013-quando-parliamo-di-democrazia/#comments Sun, 17 Nov 2013 09:17:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16411 Qualche tempo fa Dan Ariely (professore di Behavioural Economics presso la Duke University del North Carolina) e Mike Norton (professore di economia presso la Harvard Business School) hanno domandato a un campione rappresentativo di cittadini statunitensi quale livello di uguaglianza vorrebbero. Hanno anche chiesto agli interpellati qual è secondo loro (in eventuale contrasto con ciò […]

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Qualche tempo fa Dan Ariely (professore di Behavioural Economics presso la Duke University del North Carolina) e Mike Norton (professore di economia presso la Harvard Business School) hanno domandato a un campione rappresentativo di cittadini statunitensi quale livello di uguaglianza vorrebbero. Hanno anche chiesto agli interpellati qual è secondo loro (in eventuale contrasto con ciò che auspicano) il livello di disuguaglianza reale nella distribuzione della ricchezza negli Stati Uniti. Ottenuti i risultati del sondaggio, i due studiosi li hanno messi a confronto con il reali valori di disuguaglianza presenti nel paese. Ciò che emerge è sufficiente a far sorgere (o a confermare) i peggiori dubbi sul tipo di sistema in cui viviamo, ed è molto ben spiegato e documentato in questo video.

Praticamente il 40% dei cittadini americani meno abbienti (circa 120 milioni di individui, una fetta enorme di popolazione che va dai disoccupati, agli operai, agli insegnanti, a non pochi professionisti) possiede lo 0,3% della ricchezza. L’1% al vertice della piramide sociale concentra nelle proprie mani una quantità di ricchezza di molto superiore alla somma della ricchezza di tutto il primo 80%. Altro dato interessante è che il 93% degli elettori democratici e il 90,5% degli elettori repubblicani vorrebbero (come si vede nella clip) un sistema di distribuzione della ricchezza completamente diverso da quello reale. Anche questo fa sorgere dubbi sull’ipotesi che i regimi democratici sotto determinati profili siano sempre più una questione di onomastica. L’Italia. In Italia si va per famiglie e non per individui. In Italia il 10% delle famiglie più ricche detiene il 50% della ricchezza nazionale. La Grecia. Quante famiglie, quanti milioni di individui ha distrutto e fatto soffrire la crisi greca? Il patrimonio personale dei primi cinque o sei uomini più ricchi del pianeta coprirebbe il debito greco. L’Europa. “L’aspetto realmente triste è che l’euro avrebbe dovuto avvicinare i paesi europei, in modi sia sostanziali che simbolici. Avrebbe dovuto incoraggiare rapporti economici più stretti, e promuovere un senso di identità comune. Invece ha determinato un clima di risentimento e di sdegno, sia da parte dei debitori che dei creditori”, Paul Krugman, recentemente sul «New York Times».

Se la democrazia è bloccata o in certi suoi ingranaggi semplicemente non è più tale, con quali mezzi si può evitare che il mondo torni un luogo dove la linea di confine principale separa gli schiavi dai padroni?

Secondo gli ultimi sondaggi, Alba Dorata è oggi il partito più popolare in Grecia.

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La crisi sociale del capitalismo https://minimaetmoralia.it/interviste/la-crisi-sociale-del-capitalismo/ https://minimaetmoralia.it/interviste/la-crisi-sociale-del-capitalismo/#respond Fri, 13 Apr 2012 09:54:16 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7442 Attività economiche flessibili e strutture sociali fortemente burocratizzate: per il sociologo Richard Sennett sono queste le cause della crisi sociale ed economica. Per uscirne, l'autore di «Insieme» suggerisce la via della cooperazione, delle relazioni informali, delle strutture opache e ambigue. Pubblichiamo l'intervista di Giuliano Battiston uscita in forma ridotta sull'«Unità».

Tra i più noti e stimati intellettuali contemporanei, il sociologo americano Richard Sennett negli anni Novanta ha studiato le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale, come recita il sottotitolo di uno dei suoi testi più celebri, L’uomo flessibile (Feltrinelli 1999). Da alcuni anni invece, dopo aver preso in esame il modo in cui l’autorità è organizzata nella sfera pubblica, ha deciso di interrogarsi su quelle pratiche concrete, abilità tecniche e doti sociali che - se esercitate - possono arginare e rovesciare la cultura del nuovo capitalismo. Insieme, appena uscito per Feltrinelli nella traduzione di Adriana Bottini (pp. 336, euro 25), è il secondo volume di una trilogia dedicata a questa ambiziosa esplorazione inaugurata con L’uomo artigiano (Feltrinelli 2009). Ne abbiamo discusso con l’autore, incontrato a Roma nell’ambito di una conferenza della Scuola del Sociale della Provincia di Roma.

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Attività economiche flessibili e strutture sociali fortemente burocratizzate: per il sociologo Richard Sennett sono queste le cause della crisi sociale ed economica. Per uscirne, l’autore di «Insieme» suggerisce la via della cooperazione, delle relazioni informali, delle strutture opache e ambigue. Pubblichiamo l’intervista di Giuliano Battiston uscita in forma ridotta sull’«Unità».

Tra i più noti e stimati intellettuali contemporanei, il sociologo americano Richard Sennett negli anni Novanta ha studiato le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale, come recita il sottotitolo di uno dei suoi testi più celebri, L’uomo flessibile (Feltrinelli 1999). Da alcuni anni invece, dopo aver preso in esame il modo in cui l’autorità è organizzata nella sfera pubblica, ha deciso di interrogarsi su quelle pratiche concrete, abilità tecniche e doti sociali che – se esercitate – possono arginare e rovesciare la cultura del nuovo capitalismo. Insieme, appena uscito per Feltrinelli nella traduzione di Adriana Bottini (pp. 336, euro 25), è il secondo volume di una trilogia dedicata a questa ambiziosa esplorazione inaugurata con L’uomo artigiano (Feltrinelli 2009). Ne abbiamo discusso con l’autore, incontrato a Roma nell’ambito di una conferenza della Scuola del Sociale della Provincia di Roma.

Insieme è il secondo volume del “progetto homo faber”, ispirato all’antica idea dell’Uomo come “creatore della vita attraverso pratiche concrete”. Ci spiega meglio il filo rosso che lega i tre volumi?

Come un nome proprio si riferisce a una cosa, una persona o un luogo, così io ho deciso di dedicare tre studi alle pratiche con le quali vengono fabbricati gli oggetti materiali, conformate le relazioni sociali e costruite le città. Nel caso di Insieme, diversamente da altri teorici del capitalismo moderno credo che oggi si assista a una crescente rigidità e burocratizzazione delle relazioni sociali, che le rende “povere”. La capacità “artigianale” di collaborare, di cooperare, dovrebbe essere modellata sul principio dialogico, ma oggi è impedita dal capitalismo moderno. Che non è un capitalismo da “cowboy”, disorganizzato, ma un sistema che prevede una forte concentrazione e formalizzazione del potere, in antitesi alle pratiche concrete della cooperazione, che formano un sistema aperto, al cui interno possano svilupparsi, in modo non meccanico, forme diverse di interazione. Il progetto homo faber ha a che fare con l’idea di un sistema di sviluppo aperto, che liberi le persone dalla rigidità burocratiche del capitalismo.

Eppure i cantori del neoliberismo hanno assicurato finora che il capitalismo flessibile garantisce agli individui maggiori libertà e controllo, liberandoli dai lacci del capitalismo fordista. È solo retorica?

Lo dimostra il fatto che nel mondo del lavoro sia sempre più diffusa, proprio nelle cosiddette organizzazioni flessibili, l’adozione di un sistema universale di business, che prevede l’applicazione di un unico modello di analisi degli input e degli output a tutti i settori economici. Le attività economiche sono flessibili, ma le strutture sociali che le conformano sono sempre più cristallizzate. L’altro lato della medaglia è la nozione che, se si è flessibili, non si è tenuti a essere responsabili verso gli altri. Sta qui la differenza tra la globalizzazione e l’imperialismo: le colonie di un tempo volevano che i soggetti colonizzati incorporassero i modelli culturali dei colonizzatori, mentre oggi questo non avviene più. Come sociologo, una delle cose più interessanti della crisi finanziaria è vedere quanto stupido possa essere il modo in cui gli uomini ai vertici interpretano le relazioni sociali. Non riescono a capire perché la gente se la prenda con loro per aver mandato all’aria intere attività economiche!

Per molti cittadini in effetti la crisi economica, e la difficoltà di trovare qualcuno che se ne assuma almeno in parte la responsabilità, sembrano dimostrare una tendenza del capitalismo finanziario di cui parla nel libro: l’abdicazione all’autorità da parte del potere. Ci spiega meglio?

Il divorzio tra potere e autorità funziona come un meccanismo difensivo per non dover rendere conto agli altri delle proprie decisioni, e riflette la caratteristica peculiare del capitalismo moderno: isolare le persone, affinché non si sentano reciprocamente responsabili. Questa abdicazione viene praticata con la scusa che sia il sistema a operare in quel modo e che quello che ciascuno fa non sia moralmente imputabile. Tuttavia, nel corso dei miei studi su Wall Street mi sono reso conto che persino lì esistono altre forme di capitalismo, che definirei patrimoniali, laddove i “capi” rivendicano il diritto di essere obbediti proprio perché si assumono la responsabilità di prendersi cura dei dipendenti. In Germania questo modello alternativo di capitalismo è molto diffuso, e forse lo è anche nel nord Italia, dove il patron rivendica la sua autorità e il dovere dell’obbedienza in virtù di un rapporto diverso da quello meramente contrattualizzato e monetario.

Secondo la sua tesi, se la collaborazione migliora la qualità della vita sociale, il capitalismo moderno indebolisce le potenzialità umane della cooperazione, dequalificandoci. Cosa intende dire quando scrive che a causa della dequalificazione “dobbiamo ancora diventare moderni”?

Non intendo dire che abbiamo perso la capacità di fare qualcosa, che non possiamo più recuperarla, ma che le circostanze non ci permettono di praticarla. Per riprendere una formula di Bruno Latour, mi interessa capire perché non abbiamo mai imparato a usare gli oggetti di cui disponiamo. Nel libro porto l’esempio di Facebook e di altri strumenti tecnologici: spesso hanno l’effetto di non lasciarci concentrare su ciò che gli altri intendono, ci spingono a interessarci al semplice significato esplicito, non ai presupposti taciti. Nella cooperazione, invece, essere qualificati significa puntare l’attenzione su ciò che gli altri intendono pur non trovando le parole per dirlo. È difficile farlo con Twitter e Facebook, gli strumenti per eccellenza della transazione, non della collaborazione.

La cooperazione può essere intesa come un fine in sé, oppure come strumento strategico in vista di un obiettivo diverso, per esempio la solidarietà politica. Lei scrive che nel Novecento la collaborazione è stata pervertita in nome della solidarietà. Cosa intende?

La “sinistra politica” ha sempre ritenuto che la cooperazione andasse usata come uno strumento per costruire dall’alto l’unità e la solidarietà. Al contrario, la “sinistra sociale” – a cui appartengo – guarda alla cooperazione come a un fine in sé, un modo per creare un legame tra persone che altrimenti non sarebbero mai state insieme, senza per questo neutralizzarne le differenze. È un tipo di esperienza dal basso verso l’alto, che ricorda il caso di Occupy Wall Street. Se si guarda bene, quel che tiene insieme il movimento non è l’unità, ma le relazioni sociali informali – all’interno di una situazione vaga e ambigua -, tra diversi gruppi sociali e professionali, dai vecchi pensionati ai giovani studenti, dagli impiegati ai sindacalisti. È ciò che rende Occupy Wall Street un buon esempio di cooperazione.

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Tre versioni di Chomsky (più una) https://minimaetmoralia.it/economia/tre-versioni-di-chomsky-piu-una/ https://minimaetmoralia.it/economia/tre-versioni-di-chomsky-piu-una/#comments Sun, 21 Aug 2011 14:59:35 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5048 minima&moraliaMinima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente

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