Carlo Levi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/carlo-levi/ un blog di approfondimento culturale Thu, 28 Sep 2023 08:49:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Carlo Levi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/carlo-levi/ 32 32 Immagini di Carlo Levi https://minimaetmoralia.it/ritratti/immagini-di-carlo-levi/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/immagini-di-carlo-levi/#respond Thu, 28 Sep 2023 08:49:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=52822 Pubblichiamo due articoli su Carlo Levi usciti sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo (fonte immagine). Nella primavera del 1947 Carlo Levi e Ferruccio Parri arrivarono a New York su invito della Società americana per le relazioni culturali con l’Italia. Cristo si è fermato a Eboli era uscito da due anni, così come due anni prima, […]

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Pubblichiamo due articoli su Carlo Levi usciti sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo (fonte immagine).

Nella primavera del 1947 Carlo Levi e Ferruccio Parri arrivarono a New York su invito della Società americana per le relazioni culturali con l’Italia. Cristo si è fermato a Eboli era uscito da due anni, così come due anni prima, nel ‘45, si era consumata la breve esperienza di Ferruccio Parri da presidente del Consiglio, il primo governo nato nell’Italia libera.

Negli Stati Uniti, Levi venne accolto come una star della letteratura dell’epoca; il suo libro, il racconto insuperabile degli anni Trenta italiani visti da Aliano, il piccolo borgo lucano dove era stato confinato dal fascismo, fu uno dei primi acquisti di Roger Straus, fondatore di quella che oggi è Farrar, Straus & Giroux, casa editrice tra le più importanti al mondo.

Mescolando il tono del saggio e dell’indagine sociologica con quelli del romanzo, dell’autofiction e del reportage, Cristo si è fermato a Eboli fece breccia tra la critica americana, attratta da un intellettuale che combinava scrittura, arti visive e cultura scientifica. Alla morte, nel 1975, il New York Times ricordò Levi come «una figura di tipo rinascimentale: un medico esperto, un pittore, uno scrittore, uno scultore, un giornalista e un politico».

Sarebbe bene ricordarsene più spesso, di Carlo Levi, e della sua opera, possibilmente liberandolo dalle catene della retorica per restituirgli la vitalità che ebbe e per la quale merita di essere ricordato. A proposito di vitalità; quando Parri tornò da New York, nel ‘47, Levi rimase nella metropoli ancora qualche tempo. Seguiva le sorti fortunate del suo libro e da artista visivo scopriva le immagini, i dipinti e le forme del nuovo mondo.
Una sera accompagnò alla Wildenstein Gallery Greta Garbo, la divina del cinema per eccellenza, per una mostra su Paul Cézanne; ecco, non credo esistano troppe immagini migliori di quella che vede Levi e Garbo assieme a New York tra i quadri di Cézanne.

Pittura e narrativa correvano entrambe nelle creazioni di Levi, come vasi comunicanti, distribuendosi fluidamente. «Il cielo era rosa verde e viola, gli incantevoli colori delle terre malariche, e pareva lontanissimo», per descrivere il cielo lucano, l’arrivo a Grassano prima della destinazione finale, Aliano. E l’immagine perfetta, multisensoriale e completa, la troviamo in uno dei migliori incipit della letteratura italiana, nell’Orologio: «La notte, a Roma, par di sentire ruggire leoni. Un mormorio indistinto è il respiro della città, fra le sue cupole nere e i colli lontani, nell’ombra qua e là scintillante; e a tratti un rumore roco di sirene, come se il mare fosse vicino, e dal porto partissero navi per chissà quali orizzonti». Proprio nell’Orologio, uscito nel 1950, Levi raccontava stavolta la fragilissima Italia emersa dalle macerie della guerra, stretta nella lotta insorgente tra i partiti e le superpotenze mondiali alle spalle, il clima politico visto dalle stanze vuote o frenetiche dei grandi palazzi romani. Il lento logoramento e infine la morte politica del governo Parri, azionista come lo stesso Carlo Levi, direttore in quegli anni del quotidiano L’Italia libera.

Dopo aver vissuto nella Lucania «anarchica e disperata», ecco il torinese Levi nella Roma «disperata e tirannica», come da rispettive definizioni scritte in Cristo si è fermato a Eboli. Centro e periferia del Paese si tengono nell’opera di Carlo Levi, il «tipo rinascimentale» che fu amico fraterno di Rocco Scotellaro e suocero di Umberto Saba, un uomo del progresso capace di cogliere la magia sfuggente e antica del mondo contadino incontrata nel paesaggio aspro della Basilicata.

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Protetta ai lati da due lastre di mattoni in cotto, e affacciata su una balconata che dà sul Pollino e sulle case di Aliano, la tomba di Carlo Levi è una delle mete delle passeggiate culturali e degli eventi promossi dal Parco letterario Carlo Levi, sorto negli anni Novanta per ricordare un artista così legato al territorio lucano da esprimere la volontà di esservi sepolto. Seguendo l’usanza ebraica, spesso la lapide è ricoperta di piccoli sassi, ma anche di fiori di campo raccolti nelle campagne vicine e bigliettini commemorativi fissati dalle pietre per sottrarli al vento.

Carlo Levi, il «torinese del Sud», morì a Roma il 4 gennaio 1972, ma nel corso della sua vita era tornato a percorrere il paesaggio lucano varie volte; Aliano, Grassano, Matera, Potenza, i calanchi. Nella pinacoteca di Aliano sono conservati – accanto a documenti storici, fotografie e litografie – diversi dipinti realizzati da Levi, il quale del resto fu prima pittore che scrittore. Negli anni Trenta il borgo ospitava duemila anime; oggi sono meno della metà. E così l’atmosfera, certamente meno afflitta dalla miseria, si è fatta se possibile ancora più aspro, spettrale, lunare, come scrisse Levi in un passaggio di Cristo si è fermato a Eboli riferito al borgo. «Non si vedeva arrivando, perché scendeva e si snodava come un verme attorno ad un’unica strada in forte discesa, sullo stretto ciglione di due burroni … e terminava nel vuoto … e da ogni parte non c’erano che precipizi di argilla bianca, su cui le case stavano come librate nell’aria; e d’ogni intorno altra argilla bianca, senz’alberi e senz’erba, scavata dalle acque in buche, coni, piagge di aspetto maligno, come un paesaggio lunare». La casa che ospitò Levi durante il suo soggiorno obbligato è oggi visitabile, bianca, spoglia, dalla cucina alla camera da letto.

Nel caso di intellettuali come Levi, capaci di saper leggere la realtà sociale e per certi versi antropologica che li circondava andando oltre la dimensione temporale da loro vissuta, viene spontaneo chiedersi cosa avrebbe pensato o scritto davanti ai mutamenti intervenuti nel tempo – o, d’altra parte, riguardo certe attitudini che sembrano immutabili. Come interrogare Pasolini sull’universo dei social media contemporanei, lui che già trovava scandalosa la televisione; così misurare la reazione di Carlo Levi davanti all’incredibile esplosione turistica che ha coinvolto Matera, al suo tempo centro di una desolazione vastissima e adesso popolata nei sassi di una fauna colorata tutta cocktail, street food e Instagram stories. È che proprio non riesco a immaginarlo alle prese con il poke hawaiano a piazza del Sedile.

Ma lo sguardo di Levi non fu solo antropologico; fu indagine, inchiesta. Fu politica, condotta fuori e dentro le istituzioni (venne eletto due volte al Senato tra gli indipendenti del Pci, prima nel collegio di Civitavecchia e poi di Velletri). E così dentro L’orologio ci ha lasciato una fantastica e insuperata suddivisione dei propri connazionali, quella tra contadini e cosiddetti «luigini», dal nome del podestà di Aliano.

I primi: contadini, appunto, del Nord come del Sud, ma Levi scorgeva contadini anche tra i proprietari terrieri e gli industriali. I secondi, i «luigini», sono tuttavia più numerosi, e dunque più forti; non solo burocrati o parassiti di varia natura, dalla Chiesa allo Stato, ma di nuovo operai e contadini, oltre che letterati e militari. Dalla loro i «luigini» hanno il numero, e allora trionfano sui primi, e continuano a farlo. Perché i contadini «sono una grande forza che non si esprime, che non parla. Il problema è tutto qui».

 

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“Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi https://minimaetmoralia.it/letteratura/cristo-si-e-fermato-a-eboli-di-carlo-levi/ Wed, 16 Feb 2022 16:53:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50016 Questo pezzo è uscito su La Repubblica, che ringraziamo di Nicola Lagioia È il 1935 quando Carlo Levi, arrestato per attività antifascista, viene condannato al confino in Basilicata – prima a Grassano, poi ad Aliano –, e bisognerà aspettare gli anni tragici dell’occupazione nazista, ’43 e ’44, perché lo scrittore, pittore e medico torinese licenzi […]

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Questo pezzo è uscito su La Repubblica, che ringraziamo

di Nicola Lagioia

È il 1935 quando Carlo Levi, arrestato per attività antifascista, viene condannato al confino in Basilicata – prima a Grassano, poi ad Aliano –, e bisognerà aspettare gli anni tragici dell’occupazione nazista, ’43 e ’44, perché lo scrittore, pittore e medico torinese licenzi il libro che lo renderà celebre in tutto il mondo. Eppure, a rileggerlo oggi, Cristo si è fermato a Eboli sembra la cronaca di un’epoca remota scritta con le tecniche più frequentate dalla letteratura delle ultime stagioni. Romanzo-reportage, autofiction, non fiction novel, apologo civile, saggio antropologico, trattato di sociologia… Carlo Levi fonde tutti questi generi in un capolavoro di misura e intensità emotiva molto prima che Alexandr Solženicyn, Truman Capote, Javier Cercas, Masha Gessen, Emmanuel Carrére cominciassero a scrivere. Suoi antecedenti possono essere il Jack London de Il popolo dell’abisso o il Fedor Dostoevskij di Memoria di una casa di morti.

“Esiste un altro mondo, ma è in questo”, recita un felice passo di Paul Éluard. Carlo Levi scopre nel suo paese un altro mondo, nell’Italia che si vorrebbe unificata nella farsa brutale del fascismo trova l’abisso dei contadini lucani. È una dimensione parallela (potrebbe essere una delle città invisibili di cui scriverà Calvino, o uno dei mondi alternativi in cui ci scaraventerà Vonnegut, solo che qui è tutto reale) e al tempo stesso la “parte mancante” senza la quale l’Italia non può essere compresa. (“Tu non conosci il sud, le case di calce / da cui uscivamo al sole come numeri / dalla faccia d’un dado”, recita la poesia più nota di Carlo Bodini, ed è difficile tirare il filo del rimpianto senza che risuoni l’ammonimento). I contadini di Levi sono poveri, malarici, sfruttati dai latifondisti, calpestati o ignorati dal potere nazionale, ma sono anche la testimonianza vivente di una civiltà millenaria che davanti all’uomo venuto da Torino (la città dei Savoia, conquistatori prima dei fascisti) si erge come uno scandalo, un esercito di spettri, un monito, una benedizione. Non si tratta solo di un popolo prepolitico (Roma è la grande sanguisuga qualunque divisa indossi) ma anche, come recita il titolo del libro, precristiano (il tempo dei contadini non prevede escatologia, è eternamente circolare). I proletari inurbati di Pasolini (non una preistoria incantata, ma una retroguardia della modernità) sono molto diversi dai contadini di Levi, che avrebbero forse qualche punto di contatto con i protagonisti di Novecento di Bernardo Bertolucci, i quali ultimi, tuttavia, affiorano alla modernità aggrappati al salvagente del socialismo, che nella Lucania del libro manca del tutto.

Cristo si è fermato a Eboli è dunque la cronaca di una scoperta, ma è anche la storia di un’educazione, quella di Levi attraverso i contadini.

“Il cielo era rosa verde e viola, gli incantevoli colori delle terre malariche, e pareva lontanissimo”. È questo il paesaggio che si spalanca allo scrittore quando arriva in Lucania. Benché sia al confino, Levi ha studiato, è medico, è un artista, viene dal nord, ha tutto per diventare lo specchio del santimonioso autocompiacimento di notabili e padroncini locali. Circondato dai salamelecchi dei pochi borghesi del paese, lo scrittore sente subito odore di ipocrisia (ogni blandizia nasconde una trappola), e preferisce rivolgersi ai contadini. È affacciandosi su questo “grande altro” che scopre qualcosa di totalmente nuovo e, al tempo stesso, si conosce. Ci costruiamo nell’altro, non nell’uguale. I contadini riconoscono a propria volta in lui un possibile alleato: Levi è un medico, un borghese, certo, ma molto diverso da quelli cui sono abituati, conosce l’uso del chinino, non è un “medicaciucci” (locuzione con cui i contadini apostrofano i medici di paese, totalmente ignoranti, e sordi alle loro richieste), può aiutarli contro la malaria che li consuma quotidianamente. Ecco allora che, come un palombaro, Levi si immerge poco per volta in un regno oscuro e affascinante, dove la morte è una presenza perenne, la magia una pratica comune, le leggi del sesso seguono tortuosi percorsi sotterranei, il sopruso scatena rivolte improvvise ma mai risolutive, con il dolore, la fatica e la miseria che paiono restituire l’uomo alla sua dura e semplice radice.

Sono molti i momenti rivelatori di questo libro. Proverò a ricordarne qualcuno. L’assurda eppure comprensibile sensazione di pace che coglie l’autore davanti a un contadino morente a causa della malaria (“la morte era nella casa: amavo quei contadini, sentivo il dolore e l’umiliazione della mia impotenza. Perché allora una così grande pace scendeva in me? Mi pareva di essere staccato da ogni cosa, da ogni luogo, remotissimo da ogni determinazione, perduto fuori del tempo, in un infinito altrove”). La furia dei contadini verso le autorità locali che proibiscono a Levi di esercitare la professione medica, che a un passo da diventare violenza devastatrice prende le forme di una rappresentazione teatrale messa in scena per protesta davanti alla casa del podestà (“vennero un giorno da me due giovani a chiedermi in prestito, con aria misteriosa, una mia tunica bianca da medico”). Un modernissimo pisciatoio pubblico proveniente da Torino che nessuno utilizza, comica testimonianza dei rapporti tra le due italie (“una sola persona lo usò, e quella persona ero io: e non lo usavo, debbo confessarlo, spinto dal bisogno, ma dalla nostalgia”).

A quasi ottant’anni dall’uscita di Cristo si è fermato a Eboli l’Italia è cambiata molte volte, ma la questione meridionale è tutt’altro che risolta. Ci sono poi ancora gli invisibili, non è difficile trovare altri mondi nel nostro, basti pensare ai nuovi poveri, a certi gruppi di extracomunitari, al ritorno del caporalato, ma sono pochi quelli che hanno voglia di scoperchiare il vaso. Se n’è occupato Alessandro Leogrande finché è vissuto. Se ne occupano riviste come «Gli Asini», attivisti come Aboubakar Soumahoro e pochi altri. Ecco che l’attualità della lezione di Carlo Levi non riguarda solo la tecnica narrativa ma anche l’etica del racconto.

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UFO – Una piccola ricognizione su ciò che un tempo chiamavamo non fiction novel https://minimaetmoralia.it/altro/ufo-una-piccola-ricognizione-su-cio-che-un-tempo-chiamavamo-non-fiction-novel/ Wed, 21 Apr 2021 06:04:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48418 Questo pezzo è uscito su Il Venerdì, che ringraziamo di Nicola Lagioia Uno dei libri più belli che ho letto ultimamente si intitola L’arte di legare le persone. L’autore è Paolo Milone, uno psichiatra di lungo corso che ha prestato servizio a Genova in un Centro di Salute Mentale e poi in un reparto di […]

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Questo pezzo è uscito su Il Venerdì, che ringraziamo

di Nicola Lagioia

Uno dei libri più belli che ho letto ultimamente si intitola L’arte di legare le persone. L’autore è Paolo Milone, uno psichiatra di lungo corso che ha prestato servizio a Genova in un Centro di Salute Mentale e poi in un reparto di Psichiatria d’urgenza. Nel suo libro racconta questa esperienza con i malati di mente. È un’opera letteraria, ma non è un’opera di finzione. Eppure, proprio come siamo abituati ad aspettarci dalle storie inventate, utilizza tutti gli strumenti retorici della letteratura (postura, punto di vista, drammaturgia, tensione dell’arco narrativo, uso della lingua, addirittura prosa poetica, senza però inventare nulla) per catturare della realtà ciò che sfugge all’occhio del sociologo, del filosofo, dell’antropologo, persino dello psichiatra.

In questi anni la letteratura – ma anche il cinema, le serie tv, i podcast – sta usando molto il racconto della realtà per provare a illuminare un presente simile a un cruciverba atroce, e un futuro che non si mostra bene all’orizzonte e soprattutto non si riesce a immaginare. Non è un caso se il film italiano in corsa per gli Oscar quest’anno è Notturno di Gianfranco Rosi, un non fiction movie girato in tre anni sui confini tra Siria, Kurdistan, Iraq, Libano. Non è un’opera di finzione ma non è un documentario, e – più di un tradizionale documentario – sa far passare la tensione emotiva che percorre terre altrimenti incognite. Non è del resto un puro film di finzione neanche Nomadland di Chloé Zhao, trionfatore alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia e in corsa all’Oscar per il premio più importante. Per non parlare di ciò che da anni fa in modo profondo e originale un regista come Roberto Minervini. Stesso discorso per la serie italiana più amata e discussa di quest’anno, SanPa. Qui gli autori hanno vagliato una vastissima documentazione ma l’hanno poi montata seguendo una tensione narrativa in grado di far rivivere il passato del nostro paese (un passato per molti versi non codificato) come il documentarista e persino lo storico non farebbero con i tradizionali ferri del loro mestiere.

Naturalmente la storiografia resta un pilastro fondamentale della civiltà, così come il filosofo, l’antropologo, il sociologo colgono aspetti (determinanti) della realtà interdetti allo scrittore. A scrittori, sceneggiatori e registi continueremo a propria volta a chiedere di inventare i nuovi Gregor Samsa, Madame Bovary, Moby Dick, Luke Skywalker: la finzione resta fondamentale per portare la realtà a gettare la sua, di maschera. Ma insieme con la finzione stanno proliferando esperimenti che, in mancanza di una più esatta terminologia (siamo il paese di Carlo Levi e Primo Levi, ma un corrispettivo di non fiction novel non l’abbiamo, ammesso che questa definizione non sia già vecchia), chiameremo per ora UFO. Una Forma Originale. Poiché il mondo è un posto molto vasto e in continuo cambiamento, ho l’impressione che queste “forme conoscitive” (molto diverse tra di loro) riescano a catturare della realtà degli altri aspetti ancora, i quali altrimenti rischierebbero di andare persi, o di non essere leggibili.

Pensando ai podcast, che cos’è ad esempio Veleno di Pablo Trincia e Alessia Rafanelli che, nel 2017, tirando fuori dall’oblio la storia incredibile di una presunta setta di pedofili, tenne attaccati alle cuffie del telefonino migliaia di ascoltatori? E Polvere, di Chiara Lalli e Cecilia Sala, altro podcast che racconta il caso Marta Russo come se a scriverlo fosse stato John Grisham?

Sono partito dai libri, che pur essendo rispetto al cinema e alla tv un’esperienza più marginale restano degli apripista e dei prototipi, e non di rado gli scafandri capaci di spingerci ancora di più negli abissi del reale senza che la pressione ci disintegri. Non si possono dimenticare opere come Anatomia di un istante di Javier Cercas (una lezione magistrale sulla complessità della politica che chiunque dovrebbe leggere), o Il futuro è storia, di Masha Gessen, uno degli UFO più sofisticati in circolazione per come intreccia documenti, testimonianze, narrazione e fonti storiche per raccontare la transizione della Russia dal crollo del comunismo all’era Putin.

Perché sentiamo di avere bisogno degli UFO per capire dove siamo finiti? Il mondo è diventato un posto di indistricabile complessità (o forse dovremmo dire che lo è sempre stato, ma da molti decenni non abbiamo più delle griglie interpretative forti in grado di tradurlo così come accadeva – non sempre con gli esiti auspicati – per buona parte del Novecento), e la mole enorme di informazioni e statistiche da cui siamo travolti, anziché farci capire meglio, rischiano di accecarci. Ecco allora che, senza aggiungere alla realtà un grammo di finzione, si può provare a imbrigliare molte di quelle informazioni (“l’informazione non è conoscenza, la conoscenza non è bellezza”) in una sintesi poetica capace, fosse anche per un istante, di illuminare l’orizzonte. C’è l’impressione che in questi ultimi tempi persino ciò che normalmente avremmo classificato come saggistica – tra i casi più recenti il Benjamìn Labatut di Quando abbiamo smesso di capire il mondo – utilizzi alcuni strumenti retorici del racconto letterario non a puro scopo divulgativo, come faceva la vecchia scuola angolsassone, ma con un intento a propria conoscitivo e di ricerca, come se questa particolare forma partecipasse all’intuizione necessaria a costruzioni del pensiero normalmente distanti dal regno della finzione. Per molte delle opere citate: ha senso parlare ancora di “non fiction novel”? O siamo in presenza di qualcosa di un po’ diverso rispetto a ciò che credevamo fosse classificabile così fino a qualche tempo fa?

Dovrei parlare infine di una delle madri di tutti noi che ci ostiniamo a smontare e rimontare i nostri oggetti non identificati. Svetlana Aleksievič, meritato premio Nobel per la letteratura. Che cos’è un libro come Preghiera per Cernobyl? È una semplice, se pur mirabile e toccante, raccolta di testimonianze dirette sulla tragedia nucleare che sconvolse gli ultimi quindici anni del XX secolo? Non solo. Aleksievič, scrivendo i suoi libri, compie anche un gesto rituale, raccoglie centinaia di voci, poi le innalza come un coro, un esorcismo, un controcanto al lamento mortifero della guerra e della crudeltà umana. Attenzione ai rituali, funzionano in modo molto diverso dalle battaglie politiche. In questo modo si ritrova nel futuro un passato antico, quello in cui chi raccontava storie era anche un trascrittore, un medium in grado di tirare fuori dall’invisibile almeno una parte di tutto ciò che conta.

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La politica del mestiere. Ritorno a Rocco Scotellaro https://minimaetmoralia.it/poesia/rocco-scotellaro/ https://minimaetmoralia.it/poesia/rocco-scotellaro/#comments Wed, 19 Apr 2017 12:30:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19412 Nasceva oggi, il 19 aprile 1923, lo scrittore e attivista Rocco Scotellaro. Per l'occasione riproponiamo un pezzo originariamente uscito su Lo straniero.

A Palazzo Lanfranchi, a Matera, è conservata Lucania 61, la grande opera pittorica di Carlo Levi lunga 18 metri e mezzo e alta più di 3, che rappresentò la Basilicata alla “Mostra delle Regioni” organizzata a Torino nel 1961, in occasione del primo centenario dell’Unità d’Italia. Lucania 61 racconta in cinque pannelli, che probabilmente costituiscono la summa del Levi pittore, la storia della Lucania contadina e di Rocco Scotellaro, il poeta in bilico tra mito e oblio, che ancora ci interroga, non solo attraverso quel quadro.

Scotellaro nacque il 19 aprile del 1923 a Tricarico, da padre calzolaio e da madre sarta e “scrivana” del vicinato. Morirà il 15 dicembre del 1953, stroncato da un infarto, a Portici. Nei trent’anni della sua breve e intensa esistenza sono racchiusi tutti i segni del più grande sommovimento che abbia travolto il Sud nel Novecento: il ridestarsi di un mondo contadino e bracciantile per certi versi fino a quel momento “fuori dalla Storia”, o comunque relegato ai suoi margini.

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Nasceva oggi, il 19 aprile 1923, lo scrittore e attivista Rocco Scotellaro. Per l’occasione riproponiamo un pezzo originariamente uscito su Lo straniero.

A Palazzo Lanfranchi, a Matera, è conservata Lucania 61, la grande opera pittorica di Carlo Levi lunga 18 metri e mezzo e alta più di 3, che rappresentò la Basilicata alla “Mostra delle Regioni” organizzata a Torino nel 1961, in occasione del primo centenario dell’Unità d’Italia. Lucania 61 racconta in cinque pannelli, che probabilmente costituiscono la summa del Levi pittore, la storia della Lucania contadina e di Rocco Scotellaro, il poeta in bilico tra mito e oblio, che ancora ci interroga, non solo attraverso quel quadro.

Scotellaro nacque il 19 aprile del 1923 a Tricarico, da padre calzolaio e da madre sarta e “scrivana” del vicinato. Morirà il 15 dicembre del 1953, stroncato da un infarto, a Portici. Nei trent’anni della sua breve e intensa esistenza sono racchiusi tutti i segni del più grande sommovimento che abbia travolto il Sud nel Novecento: il ridestarsi di un mondo contadino e bracciantile per certi versi fino a quel momento “fuori dalla Storia”, o comunque relegato ai suoi margini. Scotellaro fu, come disse Carlo Levi che lo considerava un fratello minore più che un figlio, “il poeta della libertà contadina”: il narratore di quel lungo processo di liberazione, mentale non solo materiale, culminato nell’occupazione delle terre della fine degli anni quaranta, negli incerti successi e insuccessi della riforma agraria e, soprattutto pochi anni dopo la sua scomparsa, nell’emigrazione di massa verso il Nord. A differenza di chi aveva raccontato quel mondo dall’esterno, Scotellaro fu il primo a farlo dall’interno. Le poesie di È fatto giorno che vinsero il Viareggio, il romanzo incompiuto L’uva puttanella (che Levi riteneva superiore allo stesso Cristo si è fermato a Eboli), l’inchiesta altrettanto incompiuta di Contadini del Sud, pubblicati tutti nel biennio 1954-55, costituiscono il nucleo del suo lascito.

Ma Rocco non fu solo un giovane intellettuale meridionale del dopoguerra. Fu anche un politico, un amministratore: il giovanissimo sindaco socialista del paese in cui era nato, Tricarico, fortemente attraversato da quei sommovimenti. Della politica visse le gioia di una vittoria elettorale forse insperata, la difficoltà estrema dell’amministrare, le sofferenze della calunnia (per un accusa del tutto infondata di malversazione fu addirittura costretto a una quarantina di giorni di carcere, esperienza poi raccontata in alcune bellissime pagine dell’Uva puttanella).

Per chi si volge a rileggere la sua opera, a sessant’anni esatti dalla sua scomparsa, l’aspetto più interessate è proprio questo intreccio irrisolto tra letteratura e politica, tra l’individuare lucidamente i problemi, il saperli narrare, e il peso della loro risoluzione. L’uva puttanella parla della sua infanzia, della famiglia, della morte prematura del padre, della miseria nera della Lucania, delle sue esperienza di sindaco, del movimento dei contadini e dei braccianti per la terra… Le pagine più commoventi sono quelle in cui si racconta della morte di Pasquale, un fuochista che ha perso il poco di cui viveva, e dell’impotenza di un sindaco di fronte al suicidio di un povero, di fronte a tutte le povertà cui non si riesce a mettere mano. Un tema doloroso, questo, che ritorna anche nella riflessione, e nella vita concreta, di tanti amministratori del Sud di oggi: proprio del Sud nascosto dei piccoli paesi di provincia, in genere non raccontati, benché attraversati da una crisi profonda.

L’ultimo Rapporto Svimez, ad esempio, parla di una società meridionale in decomposizione, attraversata da una feroce recessione, dalla desertificazione industriale, dal non-lavoro dei giovani, del ritorno dell’emigrazione verso l’esterno, proprio nel momento in cui il Sud sembra espulso dell’agenda politica, dagli slogan dei leader emergenti, e il meridionalismo dei Levi, dei Rossi-Doria, dei Salvemini e dei Fortunato è stato accantonato – sommerso dai latrati dei neoborbonici, che di esso sono l’esatto contrario.

Nel Sud che si decompone riaffiorano tante storie di povertà, solitudine, impossibilità di andare avanti, che andrebbero raccontate al di là del medium giornalistico, al di là della concentrazione (e, quindi, anestetizzazione) in poche righe superficiali, come accade in genere sui giornali. Anche per questo, i libri di Scotellaro sono un esempio letterario su cui meditare: un esempio complesso, sfaccettato, poliedrico, come tutte le narrazioni che sorgono seguendo mille rivoli, e che per giunta, come nel suo caso, restano incompiute. Eppure queste strutture narrative stratificate sono oggi un modello con cui fare i conti, un modello significativo di inchiesta, di costruzione di biografie di uomini e donne sconosciuti, di rielaborazione di racconti ascoltati a voce o raccolti “in presa diretta”, persino di autobiografia politica, tra pubblico e privato. Si coglie in ogni pagina in prosa di Scotellaro il tentativo di trovare una soluzione letteraria all’organizzazione di questo materiale complesso, la riflessione costante sul medium della scrittura (prima o terza persona singolare, italiano o dialetto, lingua parlata o scritta…) affinché esso non strozzi la vita di cui si vuol dire, ma la faccia invece scivolare nelle pagine.

Rocco Mazzarone, medico epidemiologo che gli fu amico, tra coloro che hanno condotto nel materano la lotta contro la malaria e la tubercolosi, ha ricordato più volte come Scotellaro fosse pienamente consapevole della complessità del tessuto sociale del suo paese, e del Sud in generale. Non era solo il poeta della libertà contadina. Lo fu innanzitutto, certo. Ma fu anche consapevole, da sindaco, della necessità di creare alleanza sociali molto più ampie e complesse; come fu cosciente dell’importanza di uscire (per un po’ di tempo) dal proprio mondo, per meglio comprenderlo con uno sguardo allo stesso tempo interno ed esterno.

Anche per questo, conclusa amaramente l’esperienza di sindaco, Scotellaro si trasferì a Portici, all’Istituto di Agraria diretto da Rossi-Doria, con l’idea di acquisire strumenti maggiori per intervenire sul Sud in trasformazione. È in quella fase che nasce l’idea di realizzare l’ampia inchiesta sui Contadini del Sud, raccogliendo storie “sul campo”, in tutte le regioni del Mezzogiorno continentale.

In una lettera a Rossi-Doria del luglio del 1948, all’indomani delle elezioni politiche, Scotellaro scrisse: “Mi sostiene ancora una profonda fiducia d’un lavoro serio, animato dalla ribellione al conformismo del tempo”. Rossi-Doria gli rispose che un’epoca ormai si era definitivamente chiusa: “Per essere capaci di vivere utilmente quella che si apre o forse quella che seguirà a questa, bisogna prendere atto con assoluta chiarezza di questo fatto e bisogna cambiar vita. Di agitatori nessuno ha più bisogno e meno che mai i nostri poveri contadini di Basilicata.” Aveva anche lui profonda fiducia in un lavoro serio, animato dalla ribellione al conformismo del tempo, ma da “una ribellione fredda; senza fumi, alimentata da un lavoro cocciuto e paziente che alla fine ce la deve fare a riuscire. È in questo senso che ho imposto tutta la mia vita. Dalla politica per ora mi sono ritirato e faccio la mia politica del mestiere.”

La politica del mestiere, per Rossi-Doria, così come per Scotellaro, nasceva innanzitutto dallo studio non ideologico della realtà e dalla consapevolezza di aver pazienza circa i tempi dell’intervento. In un Sud mutato rimangono – ancora oggi – l’estrema fatica di intervenire sulle cose, sulla materia dei rapporti umani, per trasformarli, e l’estrema fatica di raccontare le linee di frattura, la complessità delle tensioni sociali, che spesso mutano (come rilevava Scotellaro) da paese a paese all’interno della stessa provincia, la cultura e la politica, i comportamenti elettorali, le alleanze elettorali, gli immobilismi vecchi e nuovi, il ruolo dei luigini. Rispetto a sessant’anni fa, proprio perché il Sud, più che il resto d’Italia, ha vissuto una fase di crescita e decrescita infelice, di accesso alla società dei consumi e poi di ripiegamento nell’assenza strutturale del lavoro (e sovente di una cultura del lavoro, soprattutto dopo il fallimento dei grandi poli industriali), serpeggia un rancore maggiore, a volte difficile da afferrare. Una collera, mista ad apatia, su cui è complicato edificare qualsiasi cosa.

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Slow Train Coming: traffico locale in Basilicata https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/slow-train-coming-traffico-locale-in-basilicata/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/slow-train-coming-traffico-locale-in-basilicata/#respond Thu, 05 May 2016 05:30:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30830 di Antonio De Sortis

(fotografie di Mariano Silletti)

Prima di iniziare i miei giri sono stato fermo al distributore di benzina, all’entrata est di Pisticci. Da un po’ ci sono due nuovi benzinai, facce conosciute che mi fanno sentire in colpa perché non mi riesce di associarle a un nome. Si perdono in questo reticolo di fili slacciati che è la mia semi-cultura locale e che ormai è poco rodata.

Mi sforzo tantissimo di fare l’abbinamento, penso di chiamare i miei amici per informarmi, ma ho già un lieve mal di testa da caffè. Il benzinaio, direi Sandro, che ho visto sicuramente altrove in altre vesti, mi usa tutta una serie di riguardi che non mi aspetto. Saluta a modo, mi dà del voi, si assicura di aver scelto il tipo di carburante adatto alla mia auto, mi chiede se preferisco pagare con il POS. Io mi incuriosisco e accetto, lui allora si ritira lentamente nel minuscolo gabbiotto di fianco al bar, tutto inorgoglito dall’efficienza che mi ha mostrato.

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pisticci1

di Antonio De Sortis

(fotografie di Mariano Silletti)

Prima di iniziare i miei giri sono stato fermo al distributore di benzina, all’entrata est di Pisticci. Da un po’ ci sono due nuovi benzinai, facce conosciute che mi fanno sentire in colpa perché non mi riesce di associarle a un nome. Si perdono in questo reticolo di fili slacciati che è la mia semi-cultura locale e che ormai è poco rodata.

Mi sforzo tantissimo di fare l’abbinamento, penso di chiamare i miei amici per informarmi, ma ho già un lieve mal di testa da caffè. Il benzinaio, direi Sandro, che ho visto sicuramente altrove in altre vesti, mi usa tutta una serie di riguardi che non mi aspetto. Saluta a modo, mi dà del voi, si assicura di aver scelto il tipo di carburante adatto alla mia auto, mi chiede se preferisco pagare con il POS. Io mi incuriosisco e accetto, lui allora si ritira lentamente nel minuscolo gabbiotto di fianco al bar, tutto inorgoglito dall’efficienza che mi ha mostrato.

Mi guardo intorno. Questa pompa di benzina è stata chiusa per un po’ e riesce ad avere un aspetto, se possibile, ancora più fatiscente di quelle che normalmente si trovano all’imbocco delle periferie. Mi pare avessero fatto dei debiti, per questo era chiusa. La colonnetta elettronica del self service è ancora paurosamente soffocata da alcune buste nere per l’immondizia, l’intento è banale – è fuori servizio – ma mi inquieta, potrebbe esserci un grosso animale asfissiato lì dentro.

Da una parte, alle spalle del bar, la parete argillosa è tenuta salda da un blocco di cemento, di fronte invece passa la strada e il guard rail a strapiombo sul primo fosso, sembra che la vista si getti giù per la collina a quanto spazio le si apre. Guardo i tre avventori seduti nello spiazzo sulle sedie di plastica, nei loro giubbotti, e una quarta sedia vuota isolata dal neon. Tutto è spoglio in maniera sfacciata, quasi volgare, senza neppure i lampioni che concedono alla sosta quel cono di domestica luce verdina.

basilicata

Questo posto si presta solo a illuminazioni e temperature ostili: ventoso-fradicio-impenetrabile oppure torrido-essiccato-abbagliante. In questo caso, siamo in una fase di transizione. Digito il codice sull’aggeggio luminoso, lui si volta. Infine mi saluta dignitosamente. Accendo il quadro e metto in moto. Questa nuova generazione di benzinai cerimoniosi si prenderà la provincia, penso. Penso che sia una mossa intelligente e un atto di amore per il popolo lucano. Ci sono paesi che senza pompa di benzina, o con il distributore chiuso, insomma senza le vie della gomma, diventano isole. Non ho nessuna voglia di avviarmi, ma le giornate sono ancora corte. In Basilicata oggi fa l’ultima pioggia d’inverno e scendere sul Basento è come attraversarla a nuoto.

Ho iniziato ad accorgermi del paesaggio lucano molto tardi, e non molto prima che la corsa per Matera  2019 avesse inizio. Ero studente all’università, e come è uso fra i fuorisede rientravo in Basilicata di notte, con i pullman delle due o tre compagnie private che, si può dire, se ne occupano. Alcune di queste macchine sono una specie di galere dell’asfalto. Quando mi svegliavo all’alba, stremato da poche ore di sonno intermittente, la valle del Sinni rilasciava come un vapore, una luce densa e corroborante. Richiudevo gli occhi con la convinzione di approdare in un’oasi di pace.
Col passare degli anni questa usanza iniziò a stancarmi, decisi allora di provare il viaggio diurno. Raggiungere dunque Napoli, e poi prendere il treno.

stazione1

Il regionale Napoli-Taranto – variante ottimistica del Potenza-Metaponto – rimane l’unico mezzo pubblico, assieme all’Intercity Roma-Taranto, che attraversi la Basilicata da parte a parte, costeggiando il letto del Basento e battendo una delle arterie più trafficate della regione, l’omonima SS407 Basentana. Il treno ferma in una manciata di stazioni, di cui cinque sicure, effettivamente poco distanti dal percorso del fiume: Potenza, tutto dritto attraverso i boschi e le Dolomiti Lucane fino a Grassano, poi Ferrandina, Pisticci, infine Metaponto, dove il Basento sfocia nello Ionio. Ammetto di aver vissuto con lo spirito del cartografo i miei primi viaggi su questa tratta. Il treno è minuscolo, non più di tre, massimo quattro vagoni desolati, e procede a velocità contemplativa in un pergolato di fitta vegetazione.

La Basilicata è una regione poco urbanizzata, dove è difficile orientarsi ma soprattutto difficile muoversi. Ogni comune è di norma molto esteso, percorso da centinaia di chilometri di strade interne e interpoderali, disseminato di contrade ignote o note solo a chi ne possiede qualche ettaro. La popolazione è concentrata, salvo poche eccezioni, nei piccoli centri urbani in collina. Intorno lo spazio galleggia. I più mondani possono vantarsi di una posizione di privilegio, cresciuti nelle cittadine di pianura di recente costruzione che tendono a espandersi lunga la costa, o intorno a vecchi centri rurali. Ma sono sagome di cui colpisce la solitudine, il microscopico skyline in un mare di natura leggermente antropizzata.

Il mio trenino ne tange i confini con discrezione, si fa largo senza dare disturbo. Si scende tutti insieme in qualche stazione, in tutta fretta, e da lì subito in macchina, i parenti seduti sul cofano ad aspettarci, a sparpagliarci per questo arcipelago. Dopo un passato da instancabili camminatori, viviamo la nostra viabilità presente soltanto su gomma. È consuetudine, guidando in compagnia sulle strade meno battute (per me, ad esempio, la Cavonica, o la Saurina), esprimere una sorta di stupore per la mera presenza di questi paesi. Quando li si avvista, li si classifica grazie alla segnaletica, e si dice: Guarda, San Mauro Forte. Poi uno aggiunge: Ci sei mai stato? Spesso, per la mia generazione, la risposta è no.

Raggiungere in auto lo svincolo della Basentana può diventare sfiancante. A prescindere da quale sia, con precisione, il punto di partenza, prima di arrivare a valle e quindi al fiume va pagato ogni volta un obolo al paesaggio. La norma è partire dal paese, il quale nasce borgo normanno e digrada in un guazzabuglio di edilizia moderna post-rurale (né massiccia, fuligginosa e compiutamente urbana, né così modesta, schiacciata, con l’uscio senza marciapiede), fino a certi stradoni di sole officine, depositi, magazzini ampi e coperti dalle varie mani di stucco, simili a masserie; poi finiti i quartieri si esce in campagna. Da qui si accede ad altri strati di geografie, fino a che finalmente navighi spedito fra i campi. Quindi imbocchi la superstrada.

lucania

Questa è la procedura che chi vive lungo il Basento deve applicare per raggiungere Matera. A poca distanza dallo svincolo per la stazione di Ferrandina Scalo c’è un lungo cavalcavia panoramico a strapiombo sulle secche, che di lì risale verso le Murgia. Lo stesso fa chi vuole raggiungere Matera da fuori regione. A meno che non arrivi da Bari, dalla vicina Puglia, costui deve scendere in una delle cinque stazioni. Da lì, con la polvere negli occhi, farsi un piano. Poiché, com’è noto, da Matera il treno non passa.

Già da prima della proclamazione di Capitale Europea della Cultura 2019, questo percorso automatico ha iniziato a ripopolarsi. Se non materialmente, di sicuro percettivamente. Da perfetti analfabeti del paesaggio siamo diventati dei prolissi narratori.

Mentre guido a marce basse verso la stazione di Metaponto, incontro a un temporale che mi ha anticipato, mi rivolgo con un certo accanimento al nulla – o meglio, al poco, al quasi – che mi circonda. Sullo schermo dei finestrini scorre un loop di casette sfondate, una casa colonica, i tipici ruderi disposti in un uniforme orizzonte rurale. La luce è più clemente del previsto, forse non pioverà, ma sento che una cappa elettrica sta calando sull’abitacolo. Il grande tabù infrastrutturale in Basilicata – la dismissione diffusa, non violenta, di cui la stazione mai compiuta di Matera è l’esempio più conturbante – svolge  una funzione ristoratrice per l’osservatore, ne ha paradossalmente rinvigorito l’entusiasmo che attivava solo altrove.

Poche altre aree sono così dissestate, così incassate nella pancia dello Stivale, e così difficili da disincastrare. Le strade provinciali stanno letteralmente uscendo dalle mappe, perché si sgretolano, nonostante le Uno e le Audi si avvicendino, rade ma con ostinazione, come quando un coccio cade per terra e non viene raccolto. Frane e smottamenti rosicchiano il perimetro delle comunità fino a isolarle; un giorno fosco, carico di fibrillazione come questo, può nascondere chissà quali presagi e trasformarli in calamità.

Ma Matera 2019 ha avuto la grande intuizione di raccontarsi al suo popolo, e al mondo, in chiave futuribile e compiutamente telematica. Una Smart City a ciel sereno o quasi, una Gerusalemme celeste ascesa al cloud degli Open Data; l’irreprensibilità vergognosa della pietra stilla l’acqua limpida dell’informazione. Da quando la parola innovazione è entrata raggiante nel nostro vocabolario si è creato un enorme rumore, come di un router, e in tutta la regione sentiamo l’eco delle connessioni, lo scampanellio degli allacci telematici. Un cantiere non infrastrutturale ma mediatico; un trucco grazie al quale vediamo di più – non necessariamente meglio. E così, mentre per sbrigare una commissione, pagare una multa, visitare un parente, ci addentriamo nell’opaco entroterra lucano, sotto gli occhi sbigottiti dell’anziano interlocutore cui lo storyteller si rivolge, riscopriamo il sapere esotico della geografia locale, ci poniamo a valutare tutti gli aspetti del sussidiario: settore primario, secondario, terziario, consumi, flora e fauna, infrastrutture, fiumi laghi e mari, montagne.

metapont

Avrei potuto allungare per il vecchio pantano sulla Destra Basento, ma l’allerta meteo mi ha dissuaso. Quando il fango lo permette, se non è stato accumulato all’uscita della pineta per sbarrarne la strada, questo è un ottimo itinerario di frontiera, è bello guidarci di notte ascoltando Gene Clark, Townes Van Zandt, i Kyuss, pensare a fatti di perdizione sulla via della morte per El Paso, sotto la silhouette delle dune, di arbusti ed eternit. Da lì si ricorre alle mappe digitali e si accede facilmente al fiume con le luci alte puntate.

Scopriamo casa nostra. D’un tratto, ci piacciono di nuovo gli spazi di frontiera, il non finito e lo sfinito, la pineta e non la spiaggia, la foce e non il fiume, la banchina e non la strada, il traliccio e non la linea: perché ci sembrano laboratori, spazi in stato di trasformazione, di aggiornamento.

Arrivo alla prima stazione della Basentana per riavvolgerne il nastro, ma tutto invece è muto e immobile. Siamo a cinquanta chilometri dalla Capitale e le luci dei riflettori qui sono ancora tutte spente.

A Metaponto dovrebbe esserci traffico, è il comune sul confine con la Puglia, una meta rilevante per il turismo balneare e quello archeologico (lungo la statale Ionica, in una parte di mondo ignota se non al consorzio di bonifica, è visitabile il sito delle Tavole Palatine, un mito che si affaccia sul mare ad oriente replicato poi in chiave moderna da certi condomìni con le imposte azzurrine in anticorodal). La stazione è stata ristrutturata di recente in maniera sproporzionata. Poche anime arrancano in un gioco prospettico di passerelle, pensiline, piloni di cemento tirati a lucido che si moltiplicano, inutilizzati, a perdita d’occhio. Si sonnecchia. Dal viale principale si può svicolare in più punti. Passeggiando, provo a immaginarmi una soglia dove interrompere e tornare indietro, un’ombra, altrimenti potrei proseguire chissà fino a dove: gli edifici non sono perfettamente adiacenti, sorgono come torrette nell’aia, fra uno e l’altro c’è sempre qualche metro di sbocco su una parete vuota, su un riquadro di cielo, in cui non fare nulla. Guidando dritto fra le palme, a un certo punto un sobbalzo mi dice che la pietra bianca è tagliata netta e ricomincia il catrame.

metaponto1

Pisticci Scalo è un ex-luogo a tutti gli effetti. I due palazzotti dei ferrovieri sono sbarrati a piano terra, e quelli superiori sarebbero facili da occupare se non fosse per l’ostilità degli stormi che ne hanno preso possesso. Entrando nelle stazioni, spesso associo la fuga di binari ai porti, ai paesaggi di mare. Questa invece mi sembra una palude. La prospettiva barocca di certe distese di uffici ferroviari, il mistero delle attività che ospitano, non mi confondono come questo luogo senza nome, i cui resti affastellati risalgono a chissà cosa. Un binario morto poggia sulla creta spaccata, da cui più in fondo crescono filari di giunchi. Sullo sfondo, le evoluzioni architettoniche dell’ex industria petrolchimica, la più fiorente della zona fino agli anni ’80, e il quartiere residenziale che ne ospitava dirigenti e dipendenti. Il complesso è quasi completamente inattivo. Ci è voluta una generazione di cassintegrati per farci scendere a documentare amenamente la Valbasento.

Il crocevia degli eventi è a Ferrandina Scalo, la stazione delle Ferrovie dello Stato più vicina a Matera. Gli edifici dismessi delle vecchie Calabro Lucane sono stati riconvertiti in un motel, ribattezzato giustamente Old West. In futuro potrà competere con gli agriturismi – dall’altra parte della strada c’è un pollaio – in fondo è un modello alberghiero che ha imparato a ironizzare sul proprio stesso squallore e a brillare della propria stessa luce cisposa. Da un po’ di tempo la struttura non ospita più i camionisti di passaggio ma un’intera comunità migrante. Furtivamente riesco a chiacchierare con alcuni ragazzi, arrivano dal Senegal, dal Gambia, dal Mali; mi parlano animosamente, con entusiasmo, ma sanno che sono un curioso. Danno nell’occhio, perché sono in tanti.

Ciononostante anche la loro presenza sbiadisce nell’aria – troppa aria, troppo spazio per l’occhio che si perde – proprio come quella dei tanti che vivono lungo la costa e che lavorano nei campi. Capisco che qui stanno bene, ma che sono come una riserva nella riserva. La gente su nei paesi non sa niente di loro, del loro approdo, delle loro storie, e preferisce ignorare la novità.

Inoltrandosi sui binari, si vede il ponte che presumo dovesse allacciare i binari da Ferrandina a Matera, dove continuano invece a passare i trabiccoli delle Ferrovie Appulo Lucane che arrivano da Bari. La maggior parte dei visitatori, in barba al turismo esperienziale, sceglie il pullman – e lo stesso vale per me, nonostante i tentennamenti, nonostante i tempi biblici. Dall’altra parte delle colline mai disboscate c’è un ponte uguale, in riva alla diga di San Giuliano. Lì su, a testimonianza di una stagione edilizia pensata all’epoca come un’era geologica, poco prima della Martella di Olivetti, sorge offline la stazione incompiuta di Matera.

I lavori sono iniziati nell’86 e sono fermi dall’88. Contro ogni ragionevolezza, nel tentativo di emanciparsi da un destino di imprese che vincono gli appalti, falliscono, sollevano scandali politici, tuttora si riflette sulla possibilità di completare l’opera. Così è da dieci anni, e la cifra necessaria a ultimare i lavori e a ristrutturare l’esistente rovinato dall’incuria (e forse progettato male, su una tratta geologicamente a rischio) continua a lievitare. Si parla di fondi per le aree sottosviluppate, sebbene Matera sia capoluogo di provincia dal 1927. La vasta distesa di cemento sembra una pista d’atterraggio con al centro un calco di gesso che ne celebra, così liscio e solingo, l’infinita prolungabilità. La metafora della rete è arrivata troppo tardi.

grassano

Mentre, lì giù, me la immagino, mi penso come il Mosè vegliardo non lontano da Canaan ma condannato a non raggiungere la sua destinazione.

Proseguendo ci sarebbe Grassano, la stazione dove approdò Carlo Levi quasi cent’anni fa, scarrozzato lungo il Sauro da un loquace automobilista locale. L’ultimo smistamento prima delle montagne, le stesse dove un tempo era facile nascondersi, i cui passaggi erano le rotte dei briganti. Rientrando a casa, allontanandosi dalla frontiera verso le aree interne, ci si dimentica in fretta del treno, delle tante prediche a riguardo. Da qui tutti i facili entusiasmi si placano. I benzinai sono meno gentili e il futuro, anche quello già agghindato, non si vede più bene; è un polverone che si alza in fondo alla valle, e arriva molto lentamente.

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* Slow Train Coming è il primo, famigerato album di Bob Dylan successivo alla sua conversione al cristianesimo. Comunemente ritenuto fra i punti più bassi della carriera del cantautore americano, ne inaugura una fase di profonda trasformazione artistica che si conclude con la definitiva rinascita degli anni ’90.

https://vimeo.com/63508956

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Tu non conosci il sud: la rassegna https://minimaetmoralia.it/cinema/tu-non-conosci-il-sud/ https://minimaetmoralia.it/cinema/tu-non-conosci-il-sud/#comments Tue, 24 Nov 2015 16:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29215 Torna a Matera, il 28 e il 29 novembre 2015, il progetto culturale itinerante Tu non conosci il Sud, prodotto dall’associazione Veluvre – Visioni Culturali. Il tragitto di Tu non conosci il Sud è partito da Bari un anno fa con una serie di incontri e spettacoli (Rocco Papaleo, Sergio Rubini, Roberto Cotroneo, Gianluca Arcopinto, Erica Mou) e con la mostra del fotografo Ferdinando Scianna “Il Sud e le donne”. Pubblichiamo di seguito il testo introduttivo alla manifestazione scritto da Oscar Iarussi, direttore artistico della rassegna.

Senza esilio non c’è patria. È la lontananza a definire l’appartenenza, come sa il lettore di Foscolo e di Mazzini, ma anche di Brodskij e di Sepúlveda. Il sogno dell’Unione europea sboccia nel confino a Ventotene degli antifascisti Rossi e Spinelli. E l’idea stessa di un possibile riscatto meridionale si focalizza nel domicilio coatto di Levi in Lucania.

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carlo

Torna a Matera, il 28 e il 29 novembre 2015, il progetto culturale itinerante Tu non conosci il Sud, prodotto dall’associazione Veluvre – Visioni Culturali. Il tragitto di Tu non conosci il Sud è partito da Bari un anno fa con una serie di incontri e spettacoli (Rocco Papaleo, Sergio Rubini, Roberto Cotroneo, Gianluca Arcopinto, Erica Mou) e con la mostra del fotografo Ferdinando Scianna “Il Sud e le donne”. Pubblichiamo di seguito il testo introduttivo alla manifestazione scritto da Oscar Iarussi, direttore artistico della rassegna (fonte immagine). 

Senza esilio non c’è patria. È la lontananza a definire l’appartenenza, come sa il lettore di Foscolo e di Mazzini, ma anche di Brodskij e di Sepúlveda. Il sogno dell’Unione europea sboccia nel confino a Ventotene degli antifascisti Rossi e Spinelli. E l’idea stessa di un possibile riscatto meridionale si focalizza nel domicilio coatto di Levi in Lucania. Oggi l’Europa vive soprattutto lungo le frontiere, là dove i fuggitivi da altri Sud agognano una nuova patria e l’affabulano, rischiando la vita. Ma la “terra promessa” si sottrae ai racconti e si rinserra nei conti delle ”quote immigrati”, sulle quali i governi europei ingaggiano scaramucce come un tempo sulle “quote latte”. Intanto gli esuli, i profughi, i naufraghi, cioè i sopravvissuti dell’esodo, continuano a saltare muri in cerca di rifugio. D’altronde, innalzare quei muri non mette l’Europa al riparo dal terrorismo, mentre ne snatura la qualità morale e forse il futuro.

Una storia di nomadi e clandestini dall’Africa alla Calabria palpita nel film Mediterranea del trentenne Jonas Carpignano, negli ultimi mesi invitato da numerosi festival internazionali e finalista al Premio Lux del Parlamento europeo. A riprese concluse, Carpignano ha deciso di stabilirsi a Gioia Tauro per lavorare ad altri progetti, lasciando New York dove è cresciuto. Una scelta non sbandierata, al pari di molte esperienze in vari campi, ignorate o sottostimate.

“Tu non conosci il Sud”, appunto. L’incipit folgorante di una lirica di Vittorio Bodini offre spunto e nome a questa rassegna che fa tappa a Matera per la seconda volta nel giro di pochi mesi. Perché Matera? Per il valore dei Sassi arcaici e rigenerati che, ricordiamolo, sta alla radice della sfida vinta per il titolo di Capitale europea della cultura 2019. Eppure Matera è irriducibile a qualsiasi omologazione, fosse anche virtuosa, restando fedele – echeggiamo Pasolini – alla diversità che la fece stupenda. Qui le pietre sono parole e dicono di una sobrietà abbastanza estranea all’estetismo di massa, al bric-à-brac postmoderno e allo stupidario mediatico. La relativa marginalità nella Storia politica post-unitaria ha preservato questa terra dagli eccessi di disincanto che paralizzano e impediscono di produrre nuovo senso.

Perciò la forza di Matera sta giusto nella sua debolezza rispetto ai canoni correnti, la sua centralità simbolica si nutre nel perenne esilio da tutti e da tutto, e non di rado da se stessa. Tale prospettiva di presenza/assenza, una paradossale ostinazione zen, la rende interessante per ricominciare dal Sud, senza la zavorra dei fallimenti meridionalistici. Per non parlare della messa al bando del Mezzogiorno dall’agenda della politica, mai così indifferente – a Roma e in molte regioni – ai temi concreti o alle dinamiche che esulano dalla mera perpetuazione del potere.

Manlio Rossi-Doria, maestro di Scotellaro a Portici, distingueva la “polpa” costiera e l’“osso” appenninico nell’economia agricola meridionale del dopoguerra. E se invece coltivassimo l’ipotesi che la polpa è l’osso? Se l’apparente retroguardia fosse l’avanguardia di un’inversione di marcia che non tutti ancora colgono? Sia chiaro, non si tratta di favoleggiare una regressione o la cosiddetta “decrescita felice” né di innalzare lodi alla lentezza meridiana o di contemplare i paesi perduti, le nostalgiche rovine, le alternative possibili nel… passato (“Ah, se soltanto i Borbone avessero sconfitto i Piemontesi!”). Piuttosto, strada facendo, vorremmo provare a riconoscere e a conoscere le esperienze, le qualità e le novità del Sud di oggi. Perciò abbiamo scelto “Qui e ora” come titolo del dialogo inaugurale della rassegna con Salvatore Giannella, giornalista, scrittore ed esploratore di mondi lontani o talora insospettabili dietro l’angolo, e con Giampaolo D’Andrea, storico contemporaneista dell’Università della Basilicata e capo di Gabinetto del Mibact.

A Matera vengo a piedi, parto da Roma due settimane prima”, dice al telefono con naturalezza il regista Guido Morandini. Il suo itinerario, aggiunge, si chiamerà “Io non conosco il Sud”. All’arrivo ne parlerà con Alessandra Bocchino, autrice di un recente viaggio per parole e immagini nella Basilicata dei nostri giorni che, memore di Camus, ha intitolato Ci riguarda, e con Andrea Rolando del Politecnico di Milano, esperto di rappresentazioni urbane e territoriali e di Architettura e Turismo.

A proposito, Casa Netural e l’associazione “Bicilona” propongono alcuni tragitti insoliti, a piedi o in bicicletta, nel quartiere materano di Adriano Olivetti e nei dintorni della città. Matera è “la terra vista dalla luna” nell’installazione sperimentale in 3D di Giacomo Giannella e Giuliana Geronimo (Streamcolors). È promossa dalla Fondazione con il Sud ed è ispirata alla vita di Rocco Petrone, ingegnere della Nasa e direttore del leggendario Programma Apollo, figlio di emigranti lucani negli Usa.

Ma nel cielo sopra Matera e lungo i sentieri del tempo, Carlo Levi è ancora una stella polare? “Eboli, addio!” notifica l’italianista e narratore Giuseppe Lupo nella sua ricognizione della letteratura meridionale. “Cristo si è fermato a Sondrio”, rincara la dose Gaetano Cappelli, i cui libri dai titoli belli e impossibili hanno tolto la coppola ai terroni e mostrato quanta… Potenza vi sia nel mondo d’oggi (e viceversa). “Nessun mondo nuovo senza un nuovo linguaggio”, ammonisce Ingeborg Bachmann, la poetessa austriaca che scandagliò la Lucania e il Mezzogiorno per restituirne la sotterranea utopia. Quella sua citazione appare in epigrafe al nuovo saggio di Gianrico Carofiglio, Con parole precise. Breviario di scrittura civile. Un tema cruciale a ogni latitudine.

Dalle Ande agli Appennini. Non è solo una questione meridionale: si annuncia così la serata a Casa Cava. Non sarà il tipico spettacolo fra lamento e denuncia, anzi, non sarà uno spettacolo, bensì un modo di dare forma teatrale e musicale alle idee in gioco, concepito e allestito da Gianpiero Borgia, Raffaello Fusaro, Elena Cotugno, Antonella Rondinone e altri.

 

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Settant’anni dopo Carlo Levi, fermarsi a Eboli oggi https://minimaetmoralia.it/letteratura/settantanni-dopo-carlo-levi-fermarsi-a-eboli-oggi/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/settantanni-dopo-carlo-levi-fermarsi-a-eboli-oggi/#comments Fri, 06 Mar 2015 06:00:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25606 Questo articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l'autrice e la testata. (Nell'immagine, "Lucania" di Carlo Levi . Fonte immagine)

EBOLI (Salerno) «Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania». In piazza Carlo Levi, queste prime righe di Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi sono scolpite sul piedistallo del busto di Carlo Levi, eseguito da studenti e insegnanti del liceo artistico Carlo Levi. In calce: La città di Eboli a ringraziamento per la notorietà resa, 4 settembre 1999.

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Telero-homeQuesto articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autrice e la testata. (Nell’immagine, “Lucania” di Carlo Levi . Fonte immagine)

EBOLI (Salerno) «Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania». In piazza Carlo Levi, queste prime righe di Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi sono scolpite sul piedistallo del busto di Carlo Levi, eseguito da studenti e insegnanti del liceo artistico Carlo Levi. In calce: La città di Eboli a ringraziamento per la notorietà resa, 4 settembre 1999.

Nella vita, diceva Oscar Wilde, c’è solo una cosa peggiore dell’essere chiacchierati, ed è non esserlo affatto. Quindi la cittadinanza rende grazie. Perché nonostante i reperti neolitici, la dignità di Municipium, il castello eretto da Roberto il Guiscardo, la casa dove dormì Garibaldi la notte prima di entrare a Napoli, il Me ne frego! (delle sanzioni) pronunciato da Mussolini proprio qui, Eboli stava uscendo dalla Storia. Ma Levi  ce l’ha rinfilata con il suo romanzo autobiografico che racconta undici mesi di confino trascorsi fra il 1935 e il 1936 prima a Grassano, distante 128 chilometri e poi ad Aliano (140 km), nella desolata Lucania, appunto. Che è una regione storica dell’Italia antica cui Eboli (28 mila anime) formalmente, non appartiene da secoli. Levi la cita come confine tra due mondi e due tempi: dove i contadini erano trattati da cristiani, cioè da uomini, e dove invece da bestie.

Un ragazzo che ha tentato la fortuna a Melbourne mi racconta: «Quando gli australiani  mi chiedevano da dove venivo e rispondevo Eboli, la reazione era: Ah, where Christ stopped». E lui si compiaceva per la notorietà di cui sopra, senza stare tanto a sottilizzare.  Altri sottilizzano, con ammaccato orgoglio meridionale: «Il problema è capire se Cristo veniva da Sud o da Nord». Ma il problema è un altro: che ha fatto poi Cristo? È andato avanti portando speranza, progresso e giustizia sociale o si è arreso? A settant’anni dalla pubblicazione di questo libro meraviglioso che rilanciò in modo inedito e controverso (specie nel Pci) la questione meridionale, a quaranta dalla morte di Levi e a due mesi da quella di Francesco Rosi, che nel 1979 trasformò in film il romanzo, è il caso di domandarlo.

Sarà la crisi, il clima uggioso, i tanti afflitti raccolti nella sua chiesa (che risale al 1260), ma don Alfonso, parroco di San Francesco, non trova un altro aggettivo per definire la situazione: drammatica. «Con orgoglio e tristezza, devo dire che siamo il punto di riferimento di antichi e nuovi bisogni, di braccianti stranieri e gente di qui, dei padri di famiglia disperati. Assaporiamo l’impotenza che genera sconforto e la Chiesa torna ad essere la fontana del villaggio, ma non era questo che volevamo». Don Alfonso ne ha viste, anche la guerra in Ruanda, non porta la tonaca, ma la giacca a vento. E affonda: «Vedo un’incertezza politica e una mancanza di spessore culturale che ostacola la ricerca del bene comune: appena c’è un’iniziativa è subito osteggiata. Bisogna trovare un comun denominatore, la dimensione religiosa potrebbe aiutare. Oggi sarebbe anacronistico proporre divisioni».

La concordia non è virtù dei politici ebolitani: la giunta di centro sinistra si è sciolta a settembre. L’ex sindaco pd Martino Melchionda liquida l’evento con sufficienza: «Una lotta fra tribù locali. Un altro clan ha sabotato la maggioranza». Clan, tribù: le primarie del Pd di Eboli per le elezioni di marzo saranno bellicose. Si maligna che la giunta Melchionda abbia preferito suicidarsi con lo scioglimento ordinario per evitare gli spiacevoli effetti di quello straordinario: l’ indagine giudiziaria.

L’opposizione schiera l’astrofisico Erasmo Venosi per i  5 Stelle; un po’ di sano familismo con il giovane FI Damiano Cardiello, figlio del senatore azzurro Franco; e il trasformismo estremo di Massimo Cariello, ex Dc, Rete, Rifondazione e ora nel Nuovo Psi del governatore Caldoro.  Incontrandolo nel passeggio domenicale, spiega così la sterzata a destra: «A sinistra qui sono tutti camorristi». Forse  ce ne sono pure a destra: nella vicina Battipaglia, il sindaco Udc Giovanni Santomauro è stato arrestato nel 2013 e il Comune sciolto per infiltrazioni mafiose. Prima di traslocare a Battipaglia, Santomauro era il segretario comunale di Eboli.

Nella Piana del Sele, la camorra non è appariscente come nel Napoletano o nel Casertano, ma nel 1979 Raffaele Cutolo è stato arrestato in un casolare di Albanella, comune assai rurale confinante con Eboli. Anche il clan dominate aveva un nome assai rurale: Maiale. Gli anni Ottanta furono selvaggi. Decine di morti, gli affari sporchi della ricostruzione dopo il terremoto che aveva dato il colpo di grazia al centro storico, già devastato dalle bombe del 1943, i boss che  tenevano i politici a braccetto, o un po’ più giù.  Si aprirono due discariche in puro  stile Terra dei Fuochi, ma più contenute, che hanno prodotto torrenti di percolato alla faccia dei fertili campi e delle serre della Piana.  Nel 1996, l’Operazione California della Procura di Salerno ha dato una ripulita e di lì a poco il sindaco di Rifondazione Gerardo Rosalia ha bonificato il litorale con le ruspe: giù 437 villette abusive dei soliti noti. E poi? Giù con nuovi condoni di Stato.

Anche il commissario prefettizio Vincenza Filippi si è messo a far pulizia, per  esempio  con lo sportello Sos imprese contro le estorsioni. Nemmeno in Comune era tutto specchiato: però in una città disoccupata al venti per cento, con i ragazzi, laureati e non, che scappano in cerca di lavoro, ha trovato un’inaspettata vitalità: «C’è gente che si impegna, i giovani imprenditori dell’eno-gastronomico, le associazioni di volontariato, le madri che  si mobilitano contro la chiusura del  reparto di Ostetricia dell’ospedale. Il tessuto sociale c’è».

C’è, c’è. Magari frastagliato, con troppe associazioni di due persone e poche di molti, tante iniziative d’impresa che non riescono a fare network. Tenta di metterli in rete weboli.it, portale turistico e culturale, che segnala e connette il bello e il buono della città.  Poi ci sono quelli del Moa, praticamente dei volontari che nel 2012 hanno allestito nel complesso monumentale di Sant’Antonio il Museum of Operation Avalanche, dove lo sbarco alleato del 1943 viene raccontato con le strepitose fotografie dei soldati, ma anche della popolazione locale, scovate nei National Archives di Washington, e con reperti bellici, gavette, giornali, e una sala emozionale che ricostruisce le fasi dell’operazione. Uno dei molti pregi del Moa è che per arrivarci bisogna arrampicarsi per il centro storico dissennatamente aperto traffico, scoprendo così (oltre  ruderi  ed  ecomostri  sequestrati da decenni) antiche bellezze insospettabili dall’autostrada o dalla disastrata stazione che accolse la salma di Levi diretta verso il cimitero di Aliano, dove riposa. (Molti dei cinquantenni con cui parlo andarono con le scuole a omaggiarla).

«Siamo il più grande contenitore di eventi culturali della Piana; convegni, spettacoli, feste: si fa tutto qui.  Ma non abbiamo accesso ai fondi europei perché ci manca il certificato di prevenzione incendi» dice Marco  Botta, presidente del museo. «Abbiamo regalato il progetto del piano antincendio al Comune: deve solo firmarlo. Ma la firma non arriva».

Le cose non sono sempre andate così:  «Questa, fino all’ Ottocento, era un’area agricola avanzatissima, Giustino Fotunato lo definiva un modello virtuoso per tutta l’Italia» ricorda lo storico Giuseppe Fresolone. «Fino agli anni Settanta eravamo il più grande polo agricolo della Campania, poi ci sono stati i dissennati piani industriali che hanno bruciato soldi e suolo. Ma qui la modernità è la ruralità». Si parla della formula Matera, cioè territorio&cultura, o del modello rinascimentale (toscano) per rimettere ordine tra città e campagna. Ci ha provato nel 2003 il piano regolatore coordinato da Vezio De Lucia, che ha posto qualche vincolo. Ma, vista dall’alto, la Piana del Sele è una distesa caotica di brutte casette moderne e abbacinanti teloni di plastica che coprono le enormi serre dove si produce l’oro di Eboli e dintorni: la quarta gamma, ovvero le insalate in bustina che non devi neanche lavare e che insieme a mozzarelle, pomodori, carciofi e ortaggi vari mandano avanti l’economia. Insieme a un terziario assistenziale e stracco.

L’agricoltura, sebbene sotto plastica, consente di mantenere un’identità sempre più slabbrata. Un’identità che gli ebolitani di buona volontà tentano di ricucire. Prendiamo il pensiero magico, che tanta parte occupa nel libro di Levi: Magia, fatture e pozioni nella Lucania antica è l’ultima fatica di Giuseppe Barra, ricercatore storico ed editore. Dal malocchi agli specchi velati nelle case dei morti (per impedire che le anime, riflettendosi, perdano la strada), dai lupi mannari all’usanza di fornire al caro estinto pettine, occhiali e denaro per affrontare l’estremo viaggio,  Barra elenca tutte le credenze che, dice, persistono. Nel popolo, nella borghesia e tra i laureati. «A mio padre gli hanno voluto mettere pure le pantofole nella bara». Anche questo può servire: in fin dei conti Melpignano non ha costruito la sua fortuna sulla notte della Taranta?

Tra le eccentricità di Eboli si segnala l’orafo Rosmundo Giarletta, ordinato  cavaliere da Ranieri di Monaco, discendente dei marchesi di Campagna, comune non lontano da qui, ottenuto per fedeltà (o a saldo di un debito) da Carlo V. Era innamorato, Ranieri, dei laboriosissimi lavori in oro traforato e pietre di Rasmundo. Gli ha commissionato stemmi, gemelli, gioielli e quant’altro e gli ha chiesto di trasferirsi a Montecarlo. Ha ricevuto un cortese e netto rifiuto perché Rosmundo vuol stare qui:  ha aperto bottega a Corso Garibaldi, sperando di rivitalizzare il centro storico. Che, a parte qualche ristorante cool, è abbastanza deserto. Perché il sabato pomeriggio gli ebolitani preferiscono i centri commerciali. Sorti come funghi in una notte di nebbia.

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Il revival della masseria tra jet set e capolarato https://minimaetmoralia.it/cultura/il-revival-della-masseria-tra-jet-set-e-capolarato/ https://minimaetmoralia.it/cultura/il-revival-della-masseria-tra-jet-set-e-capolarato/#comments Fri, 24 Oct 2014 08:19:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23940 Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Fonte immagine)

Guarda le masserie, e capirai la grande trasformazione della Puglia negli ultimi decenni. Perché se è vero, come diceva Cesare Brandi, che la vera Puglia è quella rurale, quella delle pianure di terra rossa solcate dagli ulivi, dalla vite, dal grano, quella delle carrarecce, dei muretti a secco e della pietra addomesticata, è proprio là che un intero mondo è mutato. Anzi, sì è letteralmente capovolto, molto più che nelle città che sorgono lungo la costa. Di quel mondo rurale, plurale e diversificato, la masseria era il cardine architettonico, economico, antropologico, una sorta di ecosistema capace di resistere al passaggio del tempo.

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Guarda le masserie, e capirai la grande trasformazione della Puglia negli ultimi decenni. Perché se è vero, come diceva Cesare Brandi, che la vera Puglia è quella rurale, quella delle pianure di terra rossa solcate dagli ulivi, dalla vite, dal grano, quella delle carrarecce, dei muretti a secco e della pietra addomesticata, è proprio là che un intero mondo è mutato. Anzi, sì è letteralmente capovolto, molto più che nelle città che sorgono lungo la costa. Di quel mondo rurale, plurale e diversificato, la masseria era il cardine architettonico, economico, antropologico, una sorta di ecosistema capace di resistere al passaggio del tempo.

Ancora oggi, ci sono non poche masserie produttive, dal nord al sud della regione, dalla Capitanata al Salento. Sono quelle che hanno puntato su colture innovative (ad esempio, il ciliegino di qualità, quando tutti invece si sono vocati al pomodoro da trasformare in salsa, impiegando la manodopera sottopagata straniera per stare nei costi), sulla ricerca enologica, o affinando metodi zootecnici all’avanguardia. Ma questo è un discorso che riguarda le eccellenze. E soprattutto chi è rimasto a vivere in campagna: quasi sempre i figli dei mezzadri di ieri.

Per chi invece è andato in città, la manutenzione a distanza di strutture estese e complesse è divenuta ben preso economicamente insostenibile. E questo riguarda anche i discendenti del “blocco agrario” di un tempo: le masserie devono essere luoghi vivi, altrimenti periscono.

Eppure a volte rinascono. Nella Puglia sempre più trendy degli ultimi anni, la regione che nell’ultima estate ha sentito meno di qualsiasi altra la crisi del turismo, le masserie stanno tornando a nuova vita sotto forma di strutture agrituristiche.

È un processo carsico, ma tumultuoso. Secondo l’Istat sono oltre duecento gli insediamenti pugliesi trasformati in agriturismo. Secondo la Regione, invece, l’ospitalità rurale coinvolge un numero di realtà molto più esteso: arrivano quasi a un migliaio, considerando anche i resort più moderni e i bed and breakfast. Ovviamente non tutte queste realtà sorgono nascono dal recupero delle vecchie masserie, ma le strutture più grandi (e, sia detto per inciso, anche quelle più richieste)  sorgono proprio sui complessi di ieri. Si ricavano stanze con ogni comfort dai vecchi locali, si ristrutturano le magioni centrali, si coniugano turismo e ricerca enogastronomica, si rispolvera il serbatoio di memorie e storie del passato (anche se edulcorandole).

Basta scorrere i quotidiani pugliesi degli ultimi mesi, per accorgersi di quanto frequenti siano i matrimoni da favola di magnati indiani, miliardari americani, aristocratici inglesi in Terra di Bari o in Valle d’Itria (ormai ribattezzata Itriashire) nelle più belle tra le masserie ristrutturate, come Torre Coccaro o Torre Maizza. Pare che a dare un forte impulso all’andazzo siano state un pugno di puntate di Beautiful girate proprio qui, tra Polignano a Mare, Fasano e Savelletri, con tanto di matrimonio tra le pietre bianche di due rampolli dei Forrester. Ma, al di là della punta dell’iceberg costituita dal turismo d’élite, il sommovimento è reale. L’agriturismo permette a strutture altrimenti inutilizzate di rinascere a nuova vita, intercettando una domanda reale, forte tanto quanto quella che si indirizza verso le località balneari. Anzi, in Salento, è stata proprio la presenza di masserie recuperate a pochissimi chilometri dal mare a far da base al boom degli ultimi anni.

***

Costruite su larga scala nel Cinquecento e nel Seicento (anche se alcune, le più antiche, risalgono alla fine del Trecento), le masserie sono sempre state strettamente legate al latifondo e alla sua cultura, all’alternanza tra pascolo e cerealicoltura, e quindi alla produzione di latte e di grano quali principali basi di una civiltà materiale sedimentata nei secoli.

Generalmente di color bianco, tanto da apparire nei giorni assolati d’estate una nuvola di luce che s’alza dalla terra circostante, le masserie hanno ripreso il concetto di casa agricola con corte. Le più grandi, tuttora, appaiono munite di un ampio cortile interno fortificato. Spesse mura cingono il loro perimetro: oltre a proteggere l’abitato dall’esterno, la loro funzione era quella di segnare i confini di un mondo autosufficiente. O meglio, che a lungo si è pensato come autosufficiente: un universo stratificato, spesso cristallizzato nelle sue differenze di ruolo, ma allo stesso tempo organico.

Nei secoli quell’organicità ha assunto una sua fisionomia specifica. Nella compresenza di uomini, arnesi e animali, all’interno dell’ampio cortile vi erano le stalle per i cavalli, le vacche, le pecore, le cantine per le botti di vino, gli alloggi per chi  lavorava e poi – quasi sempre su due piani – la magione centrale. Subito a ridosso delle mura, nell’aia, venivano raccolti i covoni di paglia dopo la mietitura, un lavoro che in assenza di macchine richiedeva, in un breve lasso di tempo, l’impiego di centinaia o migliaia di braccia.

Elemento essenziale della masseria, quasi sempre al confine tra l’interno e l’esterno, era la cappella, le cui volte e il cui altare sono spesso affrescati e ornati da sculture in legno: proprio queste chiese rupestri con i loro piccoli campanili sono state per molto tempo il fulcro della liturgia rurale.

Ancora oggi, girando per la Puglia interna, è possibile capire come quello delle masserie fosse un sistema articolato. Accanto alla masseria-madre, quella più grande riservata ai signori del latifondo (generalmente anche quella fornita di cappella), sorgevano come satelliti alcune masserie più piccole, affidate ai mezzadri o ai mediatori di un sotto-mondo basato sulla cultura estensiva del grano. Visto su una cartina topografica, tale sistema appare ancora oggi come un reticolato pre-urbano, in cui la vita a lungo si è svolta seguendo regole diverse da quelle della città, intorno a proprietà immense che potevano raggiungere e superare i due-tre mila ettari.

La masseria è stata per secoli un mondo circoscritto, che non aveva bisogno di scambi con l’esterno se non all’interno del reticolato con le masserie “sorelle”. Un mondo autosufficiente, in cui agrari, mezzadri, “suprastanti” (gli antesignani dei caporali), contadini, braccianti vivevano a stretto contatto tra loro, condividendo lo stesso cibo, gli stessi santi, le stesse leggende, lo stesso orizzonte culturale. Un mondo in cui sovente l’unica koiné linguistica era costituita dal dialetto dalle inflessioni levantine, un dialetto dalle vocali avvitate su se stesse, separato dall’italiano. Un mondo austero, in cui l’ostentazione immediata della ricchezza – anche per chi ricco lo era davvero – era considerato un vizio cittadino. Un mondo basato sulla rigida differenza di ruoli, ma non sulla separatezza. In questo senso, le masserie sono state a lungo un guscio chiuso, che ha attutito gli scossoni della Storia, e che solo raramente è stato stravolto dalle jacquerie che provavano a sovvertire l’ordine dei campi. Semmai, come divenne evidente nei primi decenni del Novecento, con l’emergere del movimento della terra, il vero conflitto era tra “dentro” e “fuori” la masseria, tra chi viveva all’interno di quei gusci e le centinaia, le migliaia di braccianti alla fame impiegati solo per poche settimane all’anno nella raccolta del grano.

Il meridionalista Tommaso Fiore, in una serie di lettere pubblicate su “La rivoluzione liberale” di Piero Gobetti, usò l’espressione “popolo di formiche” per definire il fervido lavorio che aveva prodotto quell’universo. Anche per questo, le masserie sono sempre state un serbatoio di memorie e di narrazione: non c’è racconto sulla civiltà contadina, sulla Spedizione dei Mille, sull’epopea dei briganti, sui fatti del biennio rosso o sull’arrivo degli Alleati al Sud che non abbia nelle masserie il proprio epicentro. Un groviglio orale pronto a cementare l’identità di un antico sistema e le sue relazioni.

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Quel mondo rurale, sedimentatosi nei secoli, è andato rapidamente in crisi negli anni cinquanta e sessanta del Novecento. Come raccontato da Carlo Levi, Rocco Scotellaro o Manlio Rossi-Doria, coloro i quali a lungo erano rimasti fuori dalla Storia, o comunque ai suoi margini, dopo la Seconda guerra mondiale fanno il loro ingresso in scena. Le “formiche” dal Tavoliere, delle Murge, dell’Arneo richiedono la terra, il superamento del latifondo improduttivo, l’utilizzo delle terre incolte, in un impasto di voglia di riscatto e di messianismo sociale.

Con la riforma agraria, effettivamente si è realizzato un enorme trasferimento di ettari da quello che fino ad allora era stato definito “blocco agrario” e chi voleva tirarsi fuori dalla miseria. Tuttavia è stato un processo a macchia di leopardo. Si sono diversificate le colture, sono state bonificate ampie zone, spesso si sono create aziende agricole efficienti. Ma ci sono stati anche dei pesanti insuccessi. Come diceva Rossi-Doria, nel complesso si è passati dalla “cultura del latifondo” alla “cultura della polverizzazione”. Si sarebbero dovute costruire moderne cooperative agricole, a partire magari dai nuclei costituiti dalle vecchie masserie più efficienti. Invece l’ansia della terra si è spesso tradotta nel desiderio di possedere un piccolo appezzamento, qualunque esso fosse, anche in cima a un’arida collina, pur di potersi dire piccoli proprietari. L’ansia del “tomolo” (antica unità di misura della terra, in voga in Puglia, Lucania e Sicilia, che più o meno equivale a mezzo ettaro) ha prodotto in alcune aree tante piccolissime unità improduttive – speculari al latifondo di prima.

Così, negli anni del boom industriale, l’emigrazione è diventata una valanga. Interi paesi e interi borghi agricoli si sono svuotati attratti dalle luci del Nord. Che a emetterle fosse la città in generale, o la fabbrica in particolare, non importa. Il flusso ha portato via quattro milioni di meridionali.

In questo feroce scombussolamento degli assetti economici e culturali, sono venuti meno anche la masseria e il sistema da essa emanato. Non sono solo venute meno le premesse socio-economiche su cui questo si fondava. È appassita una volta per tutte la sua autosufficienza culturale. Specie tra i più giovani, il mito della città è diventato sempre più forte anche all’interno delle sue mura fortificate.

Impossibile resistervi, così a poco a poco si sono spopolate. In alcune zone della Puglia più interna il sistema si è trasformato in un arcipelago di ruderi vuoti. Basta fare un giro in macchina per accorgersene. Ma, in altre zone, è stato avviato un circuito virtuoso del recupero, e in altre ancora alcune famiglie hanno retto da sé.

Prendiamo due casi tra i tantissimi che si potrebbero citare. Vicino Orta Nova, gli ex coloni mezzadri hanno rilevato la masseria Durando dalla baronessa Bacile di Castiglione. Salentini d’origine, l’avevano seguita nel nord della Puglia per avviare la coltivazione del tabacco. Oggi il tabacco non rende più, ma Durando è ancora là e i nuovi proprietari si ostinano a produrre pomodoro di qualità nonostante le difficoltà del mercato. Sono orgogliosi della cappella che hanno ereditato, insieme a tutta la struttura raccolta intorno alla corte interna. La domenica, qualche volta, si celebra ancora messa.

Nelle cuore delle Murge invece, tra Gioia del Colle e Matera, proprio nelle contrade in cui Pasolini girò nell’estate di quarant’anni fa il suo Vangelo secondo Matteo, Salvatore G. ha ereditato la masseria di famiglia, La Torre, una vecchia masseria bianca fortificata e in gran parte finita in disuso. Benché sia andato via dalla Puglia da molti anni, e non abbia mai vissuto in campagna, a poco a poco ha iniziato di recuperarla stanza dopo stanza, cantina dopo cantina. Ha sistemato i tetti, fatto potare l’ampia pineta. Così ha finito per trascorrere sempre più tempo proprio là dove, oltre un secolo prima, i propri avi si erano stabiliti per coltivare centinaia di ettari di grano. Oggi medita seriamente di farvi ritorno.

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Tuttavia le contraddizioni non mancano. Non ci sono solo i matrimoni dell’upper class globale, il successo dell’agriturismo o i singoli casi di rinascita. C’è anche un’altra faccia della medaglia, e può essere resa con due immagini.

La prima ha a che fare con i pannelli solari. Grazie agli incentivi degli ultimi anni, i campi di pannelli si sono estesi a macchia d’olio in tutta la regione, spesso oltrepassando il limite della decenza e della sostenibilità, e sostituendo i vigneti di ieri. Il caso estremo è costituito da quelle masserie che, abbandonato il grano, la vite o l’allevamento, si presentano interamente circondate da un mare di pannelli.

L’altra riguarda il caporalato. Nonostante le misure messe in campo, la piaga non è stata ancora debellata. La Puglia rurale svuotatasi dei cafoni di ieri, è stata ripopolata da nuovi cafoni marocchini, sudanesi, ghanesi, burkinabè, romeni, bulgari… Sono loro a raccogliere i frutti della terra. Quasi sempre lavorano sotto caporale dall’alba al tramonto, spesso nelle stesse identiche condizioni dei braccianti dei tempi di Di Vittorio. Come se nulla intorno fosse cambiato, le testimonianze della vita nei campi, quelle di ieri e quelle di oggi, sono sovrapponibili.

Più che le masserie, i nuovi cafoni hanno ripopolato le vecchie borgate agricole dell’Ente Riforma ormai lasciate abbandonate, e le hanno trasformati in nuovi villaggi che spesso prendono il nome di “ghetto”. Nel Tavoliere, quello di Rignano è diventato il Grand Ghetto, quello di Borgo Libertà Ghetto Ghana, uno vicino Borgo Mezzanone il Ghetto dei bulgari. In ognuno vivono dalle cinquecento alle mille persone, spesso anche intere famiglie. È quasi un nuovo arcipelago del sotto-lavoro che sostituisce l’arcipelago rurale di ieri.

Nell’estate di tre anni fa a Nardò, a pochi chilometri dagli ombrelloni di Gallipoli, ci fu il primo sciopero dei braccianti africani nel Sud Italia. La scintilla si accese tra i lavoratori che alloggiavano in un nuovo accampamento rurale, questa volta sorto intorno a una vecchia masseria in disuso, la Masseria Boncuri.

Sul portone di legno della vecchia struttura fortificata, avevano appeso un foglio scritto a mano con le loro rivendicazioni. Era scritto in arabo, in francese e in italiano. In italiano diceva: “Avere dei contratti di lavoro veri; aumentare il prezzo del cassone oppure essere pagati all’ora; abolire il sistema del caporalato; aprire un ufficio (centro per l’impiego) dentro al campo; che ci vengano messi a disposizione i mezzi di trasporto e i medici”.

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Matera 2019. Da Carlo Levi a Twitter: il «futuro aperto» nasce tra i Sassi https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/matera-2019-da-carlo-levi-a-twitter-il-futuro-aperto-nasce-tra-i-sassi/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/matera-2019-da-carlo-levi-a-twitter-il-futuro-aperto-nasce-tra-i-sassi/#comments Sat, 18 Oct 2014 10:35:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23897 Questo pezzo è uscito su “La Gazzetta del Mezzogiorno” di Oscar Iarussi Era ora. Una volta tanto vince il Sud e sarà Matera la capitale europea della cultura nel 2019, in coppia con la città bulgara di Plovdiv. L’annuncio poco dopo le 17 di ieri, a las cinco de la tarde sul meridiano della poesia […]

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Questo pezzo è uscito su “La Gazzetta del Mezzogiorno”

di Oscar Iarussi

Era ora. Una volta tanto vince il Sud e sarà Matera la capitale europea della cultura nel 2019, in coppia con la città bulgara di Plovdiv. L’annuncio poco dopo le 17 di ieri, a las cinco de la tarde sul meridiano della poesia caro a García Lorca e all’ispanico-materano Rafael Alberti. Un moto di entusiasmo ha salutato la notizia nella città lucana e sui social network. Su Twitter nel giro di pochi minuti #Matera2019 è diventato l’hashtag più «cinguettato», festeggiato e affettuosamente parodiato. «La solita scelta sassista» o «Sasso pigliatutto», ha scherzato il giornalista leccese Pierpaolo Lala.

Già, Lecce. È una delle cinque città deluse nel torneo finale per la capitale culturale europea. Il Salento della pizzica e delle masserie, dei creativi e delle mine vaganti al cinema, ci aveva molto creduto, forse più di Cagliari, Siena, Perugia e Ravenna. Ed è giusto rendere l’onore delle armi all’impegno del sindaco Perrone e dell’intero staff di «Lecce 2019», come ieri ha fatto per primo il presidente pugliese Vendola.

La Puglia «perde» il titolo, ma può e deve guardare con fiducia all’orizzonte europeo del 2019. Matera non ha l’aeroporto, né una stazione connessa alla rete ferroviaria nazionale, né strutture alberghiere bastevoli ad accogliere i tanti turisti che, si spera, visiteranno nei prossimi anni la capitale culturale designata. Matera dista soltanto una sessantina di chilometri da Bari, cui è collegata da una strada in via di (lento) miglioramento: nel giro di un’ora al massimo condurrà dallo scalo di Palese o dal porto del capoluogo fino ai Sassi, con evidente reciproco vantaggio.

Soprattutto, il dossier di candidatura di Matera 2019 è stato presentato in nome di un’area più larga della sola città e persino della regione: dal Cilento all’Alta Murgia, al Pollino. Un dossier che ha persuaso i tredici commissari europei incaricati della decisione, visto che ben sette di loro hanno votato per Matera.

Insomma, è una buona notizia. Una delle pochissime per il Mezzogiorno che negli ultimi tempi si è quasi «estinto» nel discorso pubblico, tranne quando si parla di criminalità, come se «Gomorra» non fosse un mostro dalle mille teste, voraci nel Settentrione almeno quanto da noi. Perciò va reso merito al Comitato di Matera 2019 capitanato dal sindaco Salvatore Adduce e dal direttore Paolo Verri (un piemontese, mutatis mutandis, tanti anni dopo Carlo Levi di Cristo si è fermato a Eboli), affiancati dal presidente della Regione Marcello Pittella, dai curatori artistici Joseph Grima, Chris Torch e Agostino Riitano. Ancora, ecco Rossella Tarantino per le relazioni internazionali e un comitato scientifico «forte» in cui figurano Raffaello De Ruggieri, fondatore del Circolo «La Scaletta», Alberto Versace, Pietro Laureano, Franco Bianchini e Marta Ragozzino, soprintendente per i beni storici e artistici. Per non parlare dei numerosi volontari e agit-prop attivissimi su Facebook e Twitter.

Matera ha fatto un gran lavoro ed è partita in anticipo rispetto a Lecce e alle altre, puntando su uno slogan coraggioso, «Open Future», non in ostaggio del bellissimo cuore arcaico nei Sassi patrimonio dell’Unesco. Un «futuro aperto» che dovrebbe bloccare l’emorragia dei giovani in fuga dalla Basilicata, nonostante il buon profilo della sua Università appena trentennale. Le parole chiave del dossier lucano sono «passione», «cura», «frugalità», «ruralità», «silenzio» e «lentezza». Nel lessico e nei progetti cruciali (l’archivio etno-antropologico e la scuola di design) si coglie uno spirito «meridiano» che attinge dai classici Levi, Scotellaro, De Martino, Pasolini. Ma echeggiano anche i recenti studi di Laureano, Cassano e Arminio, o, per altri versi, la Basilicata coast to coast di Rocco Papaleo.

Matera come mediazione tra crescita e decrescita alla Latouche, fra città sostenibile e campagna rigenerata. Una scelta sapiente considerando il paesaggio e l’antropologia culturale, sebbene – abbiamo annotato qualche giorno fa – appaia leggermente «retrodatata» a fine anni ‘90-primi anni Zero. Tuttavia l’Europa in crisi profonda deve essersi fatta persuadere da una possibile «alternativa» lucana.

Che cosa comporta diventare una capitale della cultura? Di sicuro visibilità internazionale e, s’è detto, turismo dall’Italia e dall’estero. Poi infrastrutture materiali e digitali, restauri, interventi urbani etc, realizzati con risorse statali e degli enti locali. Matera prevede un budget di circa trenta milioni di euro articolati in un «Accordo di programma quadro», che potrebbe lievitare fino a raddoppiarsi. Mentre i proventi della «capitale» non si possono certo calcolare a priori.

Ma sarebbe un grave errore considerare la magnifica avventura della cultura «al servizio» del turismo e dell’economia, come non di rado è accaduto altrove (Puglia inclusa). Quel che conta per l’Unione europea è il tragitto di una comunità e quindi i processi che la designazione innesca. Nell’ottica di Bruxelles, pur con i suoi tristi anglicismi e i tic burocratici, la cultura è un’esperienza collettiva, non solo fatturato dell’indotto o consenso politico. In effetti Matera configura il paradigma di una «capitale umana» rinata nel dopoguerra, dopo secoli di miseria, grazie al risanamento dei Sassi.

Erano gli anni Cinquanta in cui l’economista Manlio Rossi Doria scriveva della «polpa» e dell’«osso» del Sud: da una parte le pianure e le coste fertili; dall’altra le aree interne e montane minacciata dal nulla, come l’ossificata Lucania. E se oggi invece provassimo a pensare che la polpa è l’osso? È fallito «lo sviluppo senza progresso» (Pasolini) e l’Europa pare cercare nelle distese lunari e nello sguardo nitido di Matera un’ipotesi di domani, un Open future, un suo perché. Vedremo.

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Il cranio di Lombroso https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-cranio-di-lombroso/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-cranio-di-lombroso/#comments Thu, 07 Aug 2014 07:41:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22625 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Un paio di mesi fa, Beppe Grillo ha auspicato sul suo blog la dissoluzione dello stato nazionale in più macroregioni “recuperando l'identità di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia o il Regno delle due Sicilie”. A molti è sembrata poco più di una boutade, ma leggendo gli oltre duemila commenti al post è possibile comprendere come Grillo abbia colpito, consapevolmente, laddove sapeva di poter essere ascoltato.

Oggi al Sud una brace cova sotto la cenere, in maniera del tutto speculare al leghismo più acceso e alle scriteriate avventure del separatismo veneto. È il revanscismo neoborbonico.

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Un paio di mesi fa, Beppe Grillo ha auspicato sul suo blog la dissoluzione dello stato nazionale in più macroregioni “recuperando l’identità di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia o il Regno delle due Sicilie”. A molti è sembrata poco più di una boutade, ma leggendo gli oltre duemila commenti al post è possibile comprendere come Grillo abbia colpito, consapevolmente, laddove sapeva di poter essere ascoltato.

Oggi al Sud una brace cova sotto la cenere, in maniera del tutto speculare al leghismo più acceso e alle scriteriate avventure del separatismo veneto. È il revanscismo neoborbonico.

Basta fare un giro in rete. Una miriade di siti (da reteduesicilie.blogspot.com a neoborbonici.it, da eleaml.org a molti altri) ripropone con forza un’altra verità: i Mille erano una banda di criminali al soldo dei Savoia, la liberazione del Sud è stata una brutale annessione e soprattutto – come si legge su “eleam” – è ormai da ritenersi “incompatibile la permanenza nell’attuale stato dei territori dell’ex-Regno delle Due Sicilie, in quanto lo Stato Italiano è sorto su un imbroglio e gli interessi fra le due Italie confliggono e non sono conciliabili”.

In condizioni normali, tale storiografia-fa-da-te rimarrebbe confinata nelle cantine del web. Tuttavia oggi si propaga nel vuoto e acquista consensi, perché incontra davanti a sé due porte spalancate. La prima è costituita dal silenzio che avvolge la “questione meridionale” nei palazzi della politica, proprio nel momento in cui tutte le regioni del Sud (come rilevano i rapporti Censis, Svimez, Istat) sono state piegate dalla crisi e risucchiate in un gorgo di deindustrializzazione, altissima disoccupazione femminile e giovanile, ritorno di forme massicce di emigrazione.

La seconda è la fine del meridionalismo storico, quello progressista, illuminista, cosmopolita, antiautoritario, che proveniva da Villari e Zanotti-Bianco, Gramsci e Salvemini, Dorso e Rossi-Doria, e che via via – negli ultimi decenni del Novecento – è stato sostituito da una sorta di “professionismo del Mezzogiorno”. È stato quest’ultimo a gestire la mediazione e lo scambio tra centro e periferia, tra Stato ed enti locali, per poi essere travolto nel passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica.

Nell’ultimo ventennio, agonizzante il meridionalismo, è trionfato il sudismo: una nuova galassia di idee e rivendicazioni, che non rimane confinata sul web, a giudicare dallo spazio dato alle sue tesi e alle sue vicende su molte testate locali.

Un libro uscito di recente illustra molto bene i meccanismi di questa torsione: Lombroso e il brigante. Storia di un cranio conteso, edito da Salerno editrice e scritto da un’antropologa calabrese, Maria Teresa Milicia.

Il “cranio conteso” è quello di Giuseppe Villella, nato a Monta Santa Lucia in provincia di Catanzaro e morto in carcere a Pavia negli anni sessanta dell’Ottocento. Anni dopo la morte, Cesare Lombroso si accorse che il cranio di Villella presentava una accentuata fossetta laterale e, affinando le sue tesi sull’atavismo, stabilì una relazione tra questa e la propensione a delinquere, enunciando la teoria del “delinquente nato”. Si convinse così di aver fatto una eccezionale scoperta, e diede il via alla controversa stagione dell’Antropologia criminale.

Nel Novecento l’atavismo è stato smontato pezzo su pezzo, e il cranio di Villella è rimasto un reperto tra i tanti reperti lombrosiani, dimenticati dalla stessa scienza italiana. Ma nel 2009, quando viene inaugurato il nuovo allestimento del museo “Cesare Lombroso” a Torino, esplode un’insolita protesta sul web.

La galassia neoborbonica pretende la chiusura del museo intitolato a una sorta di Mengele nostrano e soprattutto la restituzione del cranio del “patriota” Villella che tanto aveva lottato, a loro dire, contro gli invasori del Nord. Viene istituito un “Comitato No Lombroso” che alla fine ottiene, a seguito di una ordinanza del Tribunale di Lamezia Terme, il diritto di tumulare i resti di Villella nel suo paese natale.

Sul loro sito si legge: “il medico Lombroso non esitò a scorticare cadaveri, mozzare e sezionare teste, effettuare i più incredibili e crudeli interventi su uomini ritenuti criminali per le misure di parti del cranio e del corpo”. Da una parte un neoborbonico molto attivo come Duccio Mallamaci vede nel museo in onore dell’“ebreo” Lombroso un complotto organizzato “dal massimo vertice illuminato massonico ebraico, sionista, razzista…” contro i meridionali. Dall’altra la storiografia-fai-da-te sudista rinnova l’equiparazione piemontesi-nazisti.

Il testo più noto di questi anni (Terroni di Pino Aprile, un bestseller da oltre duecentomila copie vendute) ha un incipit che non dà adito al minimo dubbio: “Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma tante volte, per tanti anni.” Poche righe dopo continua: “Non volevo credere che i primi campi di concentramento e sterminio in Europa li istituirono gli italiani del Nord, per tormentare e farvi morire gli italiani del Sud, a migliaia, forse decine di migliaia.” Quali sono le fonti che sorreggono tali affermazioni? Non ne è indicata neanche una. Intanto il virus revanscista e sudista si allarga.

Il libro di Maria Teresa Milicia parte proprio di qui: dal desiderio di scrivere la biografia del “cranio conteso”, facendo ricerca storica senza pregiudizi o paraocchi. Si scopre così che l’intera vicenda è piena di sfumature. Innanzitutto Milicia indaga sulla biografia di Villella, cosa che nessun neoborbonico finora si era preoccupato di fare, girovagando fra gli archivi del comune e della parrocchia del paese. E apprende che non era affatto un brigante né tanto meno un guerrigliero legittimista (come vuole la vulgata sudista), ma un povero ladruncolo, per i casi della vita finito a scontare una condanna in un penitenziario del Nord, dove si spense.

Intorno al cranio dell’ignaro Villella sembra essere esplosa una feroce battaglia tra due manipolazioni. Da una parte quella operata dallo stesso Lombroso, intenzionato – a partire proprio da quel cranio e da quel corpo, su cui peraltro non aveva condotto alcuna autopsia – a stabilire una relazione tra malformazioni congenite e delinquenza. Dall’altra la creazione, a un secolo e mezzo di distanza, di una biografia inventata, quella del brigante rivoltoso. È una guerra di specchi, condotta tra ieri e oggi, che rivela molto di quanto avviene nelle pieghe dell’Italia contemporanea.

Tuttavia la stessa figura di Lombroso, scrive Milicia, è molto più sfaccettata. Innanzitutto perché le sue discutibili tesi, evidentemente reazionarie, non avevano un diritto collegamento con il razzismo antimeridionale. Lombroso non scrisse mai della propensione a delinquere dei calabresi in quanto tali, cosa che invece fece degli “zingari” (le cui vicissitudini però non interessano i neoborbonici). In secondo luogo, perché proprio in Calabria Lombroso era stato come giovane medico nel 1862, al seguito dell’esercito sabaudo, e aveva scritto un resoconto (In Calabria, fatto ristampare nel 1980 dal meridionalista Pasquino Crupi), in cui non c’era alcun riferimento alle future tesi dell’atavismo. Anzi, ben lungi da ogni forma di stigmatizzazione etnica, il giovane Lombroso scriveva chiaramente che all’origine delle drammatiche condizioni igieniche-sanitarie delle masse impoverite c’era innanzitutto la rigida, oscena, feudale divisione in classi della società.

Sull’altro versante, la “santificazione” del cranio (e soprattutto dell’uomo a cui era appartenuto) da parte della galassia neoborbonica rivela qualcosa di molto più ampio. Innanzitutto il bisogno di riscrivere la propria storia, specie in angoli della provincia meridionale poveri di eroi locali. Come aveva già notato Carlo Levi a suo tempo, la storia del brigantaggio racchiude gli unici eventi percepiti come storia propria da parte dell’universo contadino. Oggi è come se, mentre il Sud viene dimenticato, i figli dei figli di quell’universo scomparso si aggrappino alle poche tracce rimaste. Non è solo un prodotto della storiografia-fai-da-te: sono molti i raduni in cui si rievocano gli eventi salienti della “guerra al brigantaggio”. Basta consultare Youtube.

Bisogna di storia e di comunità a parte, il punto saliente dell’intera faccenda è però un altro. Il meridionalismo che nasce con l’Unità d’Italia ha sempre chiesto più Risorgimento democratico, non la sua sconfessione; più rivoluzione, non certo il ritorno dell’Ancien Régime; più unità, non la sua dissoluzione. Se oggi viene accantonato e sostituito da questa paccottiglia, forse è il segno che qualcosa è andato storto. In tal modo, le responsabilità dei mali del Sud vengono individuate solo e soltanto al di fuori del Sud, allontanando dalle lenti della critica le colpe delle classi dirigenti locali, il ruolo dei cacicchi  e della “borghesia lazzarona”, e vagheggiando un passato mitico che non è mai esistito.

Negli stessi anni in cui il cranio di Villella diveniva un reperto scientifico, Vincenzo Padula, un prete garibaldino che a lungo aveva patito la repressione borbonica, organizzò a Cosenza un piccolo settimanale di cui era l’unico redattore, “Il Bruzio”. I suoi straordinari articoli, che Pasolini indicò come raro esempio di realismo poetico, sono stati raccolti in Persone in Calabria (Rubettino 2006).

Padula scrisse a lungo di briganti e brigantaggio. Pur sapendo che il fenomeno nasceva dagli sconquassi della società meridionale, dalle convulsioni del processo di unificazione, dalla coscrizione obbligatoria e dalla proclamazione dello stato d’assedio, non confuse mai il piano sociale della questione con quello politico. Il Sud sotto i Borboni era stato un inferno. E quando i briganti non erano poveri disperati o semplici criminali che vessavano gli stessi meridionali, quando cioè mettevano insieme le loro idee e le manifestavano al mondo non chiedevano altro che il ritorno di Francesco II e del mondo immobile di prima. E allora, si chiedeva Padula: “I briganti fan guerra ai contadini: chi dunque li protegge? I briganti intendono a promuovere una reazione: chi ne tiene le fila?”

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Sui giornali che chiudono https://minimaetmoralia.it/editoria/sui-giornali-che-chiudono/ https://minimaetmoralia.it/editoria/sui-giornali-che-chiudono/#comments Sat, 26 Jul 2014 05:00:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22473 Questo articolo è uscito su l'Unità.
Ogni volta che, negli ultimi anni, un giornale ha rischiato di chiudere, o ha finito per farlo, mi è capitato di pensare istintivamente a un capitolo dell'Orologio di Carlo Levi in cui si racconta l'estrema fatica di fare un giornale – ogni giorno, quindi ogni notte – nella Roma dell'autunno del 1945, a pochi mesi dalla Liberazione.

Levi era allora direttore di “L'Italia libera”, organo del Partito d'azione, ma il racconto che fa della vita redazionale vale per tutti i giornali che nascevano dall'esperienza del Cln, o che si andavano rinnovando dopo gli anni di guerra. Non c'era niente, mancavano soldi, risorse, perfino la carta: gli ultimi articoli si scrivevano in fretta e furia in un bugigattolo ricavato in tipografia, la luce andava via a singhiozzo interrompendo il processo di stampa per molte ore. Ma alla fine i giornali uscivano.

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Questo articolo è uscito su l’Unità. (Fonte immagine)

Ogni volta che, negli ultimi anni, un giornale ha rischiato di chiudere, o ha finito per farlo, mi è capitato di pensare istintivamente a un capitolo dell’Orologio di Carlo Levi in cui si racconta l’estrema fatica di fare un giornale – ogni giorno, quindi ogni notte – nella Roma dell’autunno del 1945, a pochi mesi dalla Liberazione.

Levi era allora direttore di “L’Italia libera”, organo del Partito d’azione, ma il racconto che fa della vita redazionale vale per tutti i giornali che nascevano dall’esperienza del Cln, o che si andavano rinnovando dopo gli anni di guerra. Non c’era niente, mancavano soldi, risorse, perfino la carta: gli ultimi articoli si scrivevano in fretta e furia in un bugigattolo ricavato in tipografia, la luce andava via a singhiozzo interrompendo il processo di stampa per molte ore. Ma alla fine i giornali uscivano. In poche pagine, ma uscivano. Come ricordato da Emanuele Macaluso, in una recente intervista sul “Venerdì”, pur su una “Unità” di poche pagine, Alfonso Gatto poté seguire il Giro d’Italia del ’46, tappa dopo tappa, realizzando il sogno di ogni scrittore (quantomeno quello maturato nell’infanzia di molti di noi, e dello stesso Gatto): raccontare il paese, le sue cento province, la sua pelle dalle infinite sfumature, attraverso la sua corsa più importante.

Sono anni ormai che riflettiamo, raccontiamo, analizziamo la crisi dei giornali, la perdita del loro ruolo, la fine di molte testate (non una fine indistinta: ma proprio la fine di “quella” testata o di “quell’altra”, con un bagaglio di esperienze e di racconto che va in malora). Intorno c’è un panorama di macerie. E la crisi dell’“Unità” si è generata all’interno di questo panorama di macerie.

Cosa c’è di diverso rispetto al passato, a parte la Crisi Economica che in questo frangente sembra essere diventata la Causa Prima di ogni cosa, tanto che non ci sforza più di analizzare le altre cause? C’è che ogni volta che un giornale rischia di chiudere, o chiude definitivamente, si assiste a una risposta scissa. Da una parte una comunità (che non coincide unicamente con la comunità dei lettori o dei lavoratori di quella testata) si stringe intorno a quella esperienza, rivendica l’importanza del pluralismo dell’informazione, ricorda tutto quello che è stato fatto e sottolinea tutto quello che si potrebbe ancora fare. Dall’altra, monta un fastidio sordo (in alcuni casi, un odio malcelato) verso la carta stampata tutta.

Si dice: se quel giornale chiude, in fondo se lo merita… Ma questo tic mentale, che denota uno spicciolo darwinismo tipografico-sociale, in realtà svela un odio contro la stampa tutta, contro ogni giornalista come sottoprodotto della casta. Tanto che viene da chiedersi: cosa ci dice dell’Italia di questi anni questo modo di pensare ormai largamente diffuso, al di là delle piccole comunità resistenti e degli indifferenti a cui comunque non fregherebbe niente? Che l’odio verso i giornali (frammisto alla loro effettiva crisi) è un po’ il frutto di quella voglia di abbattimento di ogni corpo intermedio, di ogni interrelazione complessa, di ogni racconto che superi il grado zero di un selfie, che oggi dilaga nel paese.

Cosa fare contro lo spicciolo darwinismo tipografico-sociale e contro l’astio generalizzato? Come aggirarsi tra le macerie? Non c’è forse altra soluzione che provare a essere imprevedibili, aprire nuovi fronti, suscitare nuovi punti di vista, molto più di quanto non lo si sia fatto in passato.

La crisi dell’“Unità”, questa volta, è un po’ come tutte le altre, ma allo stesso tempo molto diversa. Diversa non solo per i novant’anni che il giornale ha alle spalle, per la montagna di pagine accumulate in archivio, per Gramsci Togliatti Berlinguer Calvino Pasolini Vittorini eccetera, per le firme che ha ospitato, per le generazioni che si sono avvicendate, per tutti coloro che a migliaia l’hanno distribuita nei decenni passati. Il punto mi pare un altro, come sottolineato da Paolo Di Paolo: abbiamo un enorme bisogno di aprire cantieri – di racconto e riflessione – all’interno di quella che ostinatamente, in molti, continuiamo a chiamare “sinistra”, e di tenere in piedi quelli ancora esistenti. Non è una sfida di retroguardia.

Semmai nasce dalla necessità di provare a tenere insieme lezioni del passato (con relative batoste), caos del presente, intuizioni sul futuro. In fondo, la forza dell’“Unità” è sempre stata quella di non essere il bollettino del più grande partito della sinistra, tanto che così è stata voluta fin dalle sue origini. Di un giornale che, giorno dopo giorno, mantenga questo rapporto critico, di scambio critico, che sia sempre più imprevedibile (come è stato in alcuni dei suoi momenti migliori), c’è ancora un gran bisogno. Mi pare questa la principale ragione per cui “l’Unità” debba continuare a vivere. Ciò riguarda non solo i suoi lettori o chi ci lavora al suo interno. Ma TUTTI.

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Quando il cinema racconta il Sud https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/quando-il-cinema-racconta-il-sud/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/quando-il-cinema-racconta-il-sud/#comments Wed, 09 Jul 2014 13:41:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21986 Questo articolo è apparso sulla Gazzetta del Mezzogiorno.

Fanno testo i Rolling Stones, non proprio gli ultimi arrivati. La domanda è: che cosa costituisce o promuove l’identità italiana oltre i confini? Il cinema vi gioca un ruolo importante, come conferma il recente premio Oscar al «felliniano» La grande bellezza di Paolo Sorrentino. Al film ora si ispira il video di Mick Jagger & Co caricato su You Tube dopo il concerto romano del 22 giugno al Circo Massimo, già cliccato a iosa nel sito www.rollingstones.com. Sulle note della struggente Streets of Love e nelle soffuse luci «a cavallo» dell’alba o del crepuscolo, scorrono le immagini dei vecchietti rock (bellissimi, oltretutto, oggi più che mai), alternate con i volti di giovani nel pubblico e con scorci capitolini dal vago sapore retrò (nostalgia canaglia). A un tratto, nel video, sventola un tricolore, sebbene l’accattivante profezia di Jagger sia stata smentita: «L’Italia vincerà il Mondiale», aveva detto prima della partita contro l’Uruguay.

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Questo articolo è apparso sulla Gazzetta del Mezzogiorno. (Immagine: una scena del film Il postino)

Fanno testo i Rolling Stones, non proprio gli ultimi arrivati. La domanda è: che cosa costituisce o promuove l’identità italiana oltre i confini? Il cinema vi gioca un ruolo importante, come conferma il recente premio Oscar al «felliniano» La grande bellezza di Paolo Sorrentino. Al film ora si ispira il video di Mick Jagger & Co caricato su You Tube dopo il concerto romano del 22 giugno al Circo Massimo, già cliccato a iosa nel sito www.rollingstones.com. Sulle note della struggente Streets of Love e nelle soffuse luci «a cavallo» dell’alba o del crepuscolo, scorrono le immagini dei vecchietti rock (bellissimi, oltretutto, oggi più che mai), alternate con i volti di giovani nel pubblico e con scorci capitolini dal vago sapore retrò (nostalgia canaglia). A un tratto, nel video, sventola un tricolore, sebbene l’accattivante profezia di Jagger sia stata smentita: «L’Italia vincerà il Mondiale», aveva detto prima della partita contro l’Uruguay.

D’altro canto, Ernesto Galli della Loggia scrive che, nel disastro culturale italiano, il cinema, «escluso qualche raro bagliore, è sempre più una commediaccia senz’anima che non sa raccontare il Paese profondo» («Corriere della Sera», 29 giugno). Pessimista o realista? Certo continuiamo a vivere di rendita. Dappertutto a molti sarà capitato di sentirsi definire italiani – o di definirli – con poche, icastiche parole, che non di rado sono cinematografiche. Italia? «Dolce vita, Fellini». Italia? «Neorealismo». Italia? «Sophia Loren». Sono icone che vanno ben oltre lo schermo, definendo un paese nel segno della fantasia e della vitalità, o del riscatto da stagioni avverse (la Loren «ciociara»).

Il cinema, la moda, il cibo, e da sempre l’opera, agiscono con efficacia ben di là dal consumo del singolo prodotto, fino a delineare un «sogno italiano» impastato di arcaismi e futuro. È una dimensione collegata alla (presunta) piacevolezza del vivere, alla sapienza artigianale, a un orizzonte poetico, a una melodia dell’esistenza, a una contemplazione estetica ed estatica del mondo. Ripensiamo al successo internazionale di Il postino, film del/dei Sud, ovvero film del cileno Pablo Neruda e del suo esegeta e connazionale Antonio Skàrmeta. Ma soprattutto film del napoletano Massimo Troisi scomparso vent’anni fa, più che dello stesso regista scozzese Michael Radford, il quale lo diresse nel 1994 (premio Oscar nel ’96 per le musiche di Luis Bacalov). Girato tra Procida e Salina che l’altro giorno ha intitolato una via a Troisi, Il postino, rovescia la nozione insulare nel suo contrario. Un’isola del Sud consente ai personaggi – un celebre scrittore e un portalettere – nonché agli spettatori, di non essere soli o isolati, quindi di stringere legami di affetto e di amicizia impensabili altrove.

Il sogno italiano della «dolce vita», per uno dei ricorrenti paradossi della storia, ha assunto contorni evidenti in una temperie segnata dal dolore e dalla speranza di affrancarsene. È storia sia del dopoguerra sia degli ultimi lustri quando il Sud dell’Italia diventa chimerico nello sguardo dell’Altro, che per il filosofo Emmanuel Lévinas è l’unico passaporto sempre valido. Centinaia di migliaia di migranti asiatici e africani hanno «eletto» le spiagge siciliane o pugliesi ad approdo occidentale, a novella terra promessa, a frontiera decisiva. Dalla caduta del Muro di Berlino (1989) in poi, l’esodo è passato dal Mezzogiorno d’Italia. E l’esodo è tout court la storia del XX secolo, ricordava la scrittrice americana Susan Sontag negli ultimi anni «di casa» a Bari. Il flusso continua ancora in queste settimane e ogni illusione di «governarlo» per legge è inevitabilmente naufragata.

L’Italia e in particolare il Mezzogiorno sono agli antipodi di chi vagheggia uno «schermo buio» globale; ne costituiscono un possibile antidoto. Il Sud è visionario, è luce ma conosce la saggezza dell’ombra, della pausa, della preghiera da Tommaso d’Aquino a Giordano Bruno, fino a Giambattista Vico e Benedetto Croce. Il Sud è alieno dal teorema del «dimostrare», cui preferisce di gran lunga il «mostrare». Perciò sugli schermi lontani l’Italia è il Sud, ovvero spesso coincide con le sue visioni luminose, ardenti, incantate, ma anche dure, laconiche, dignitosamente povere. «Mischia di luce e lutto», per dirla con lo scrittore Gesualdo Bufalino.

Tale percezione dell’immaginario collettivo è confermata, appunto, da non pochi fra i premi Oscar andati ai film italiani prima di La grande bellezza, che pure riserva il suo segreto primo e ultimo nell’isola dove il protagonista Toni Servillo, adolescente, scoprì l’amore. Se si esclude lo straordinario corpus artistico di Federico Fellini (cinque statuette a film scanditi dalle marcette delle bande del Sud amate da Nino Rota, per vent’anni al Conservatorio di Bari), nel corso del tempo molti dei vincitori italiani degli Academy Awards riservano una pregnanza meridionale o proiettata verso un Sud più largo dei suoi confini.

Citiamo Sciuscià (Oscar nel 1947) e Ladri di biciclette (1949) di Vittorio De Sica, Anna Magnani (1955), Divorzio all’italiana di Pietro Germi (1961), Sophia Loren (1961), Ieri, oggi e domani (1964) ancora di De Sica, Nuovo cinema Paradiso (1989) di Giuseppe Tornatore, Mediterraneo (1991) di Gabriele Salvatores. Sono titoli e nomi che danno ragione, nel più ampio contesto meridionale, a un’intuizione di Leonardo Sciascia sui temi siciliani ricorrenti al cinema: «Il mondo offeso; il teatro della commedia erotica; il luogo della bellezza e della verità» (La corda pazza, 1963).

Non valgono soltanto gli Oscar, ovviamente. Così fu in L’oro di Napoli con i suoi ingegni di pizzaiole e pazzarielli scandagliati da Giuseppe Marotta e portati sullo schermo da De Sica nel 1954. Così, nella Sicilia dei documentari anni Cinquanta di Vittorio De Seta. Così, per la sobrietà/sacertà del pasoliniano Vangelo secondo Matteo (1964) che giusto cinquant’anni fa iscrisse la Passione di Cristo nei Sassi di Matera (il film ottenne comunque tre nomination nel 1967 per scenografia, costumi e colonna sonora).Un passato da tradurre nel futuro è anche il Salento di Edoardo Winspeare, da Pizzicata (1996) a Sangue vivo (2000), da Il miracolo (2003) all’essenziale e prezioso In grazia di Dio (2014). Da ultimo, il regista che «balla coi ragni» ha testimoniato la fine dell’energia espansiva della pizzica o taranta, incanalata in un fenomeno pop e in una «narrazione» politica per edulcorare i conflitti dello stesso Sud da cui sgorgò (in primis il dramma dell’Ilva di Taranto).

Segnate da una forte impronta morale sono le regie del foggiano Michele Placido, in questi giorni impegnato a Bisceglie sul set di La scelta da Pirandello. Placido esplora le zone d’ombra della realtà in film come Pummarò (1990) sull’Italia dei migranti clandestini o Del perduto amore (1998) nei «suoi» paesini del Subappenino. Sono i borghi dove L’amore ritorna, per dirla con Sergio Rubini (2004), anche grazie a una buona dose di anima e di prodigio. È il Sud della «permanenza del tempo» che Carlo Levi, in una pagina di Un volto che ci somiglia, attribuiva all’Italia contadina, alla familiarità con l’arcaico e all’«uso non interrotto delle generazioni». E nel Sud «magico» di Castel del Monte sta girando Matteo Garrone, il quale si misura con le fiabe secentesche di Lo Cunto de li Cunti, capolavoro postumo di Giambattista Basile.

Fedele alla memoria ma con lo sguardo al domani… Magari Il Sud è niente (Fabio Mollo, 2013), eppure può ben essere salvifico. Purché non si adagi nei luoghi comuni. Ricordate Ricomincio da tre? Il film è del 1981 e dopo i successi teatrali e televisivi della «Smorfia», segnò l’esordio da regista di Massimo Troisi, giovane protagonista in viaggio da Napoli a Firenze. Il simpatico automobilista depresso Michele Mirabella e altri gli chiedono se sia un emigrante e lui risponde: «Perché, u’ napoletano nun pò viaggià, pò sulamente emigra’?». Ironia amara da non dimenticare, tanto più alla luce di una disoccupazione dei giovani meridionali che oggi è al 61 per cento.

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Grandi scrittori immortalati da grandi fotografi https://minimaetmoralia.it/fotografia/grandi-scrittori-e-grandi-fotografi/ https://minimaetmoralia.it/fotografia/grandi-scrittori-e-grandi-fotografi/#comments Sun, 15 Jun 2014 12:45:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20438 Questo pezzo è uscito su Europa. (Immagine: Emmanuel Carrère, Parigi, 2004. ©Lise Sarfati/Magnum Photos/Contrasto)

Soprattutto, gli scrittori pensano e osservano. Riconoscerli è semplice perché di solito sono circondati da oggetti e ambienti che certificano il loro talento artistico. Gli scrittori sono i loro stessi gesti, i vezzi e i velluti che sigillano la loro diversità (penne, baffi, scrivanie, papillon, bretelle, scarpette e bicchieri di vino). È appena uscito Scrittori (libro edito da Contrasto) che presenta 250 fotografie di grandi scrittori immortalati da fotografi altrettanto celebri (Cartier-Bresson, Robert Capa, Elliott Erwitt, Ugo Mulas, Salgado, e altri). Ma questo splendido catalogo è anche involontariamente un manuale di retorica che illustra la mitologia che avvolge intellettuali, romanzieri e poeti. Per prima cosa, lo scrittore autentico è circondato da libri. Libri sfogliati, libri che caricano chi li sfiora del loro potere evocativo. Molti volumi infatti tra le mani di Adonis e Yeats, di Apollinaire e Cabrera Infante, mentre Márquez ha una copia di Cent’anni di solitudine aperta sulla testa, e spessissimo i libri rifulgono dallo sfondo: dagli scaffali di Margaret Atwood, George Bataille, Malaparte e Gadda. Pile torreggiano da terra e circondano Peter Handke, Musil è sommerso da quelli impilati sulla scrivania; abbondano le librerie ordinate di Vargas Llosa, di Vila Matas, della Némirovsky, e quelle disordinate à la Mishima.

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Questo pezzo è uscito su Europa. (Immagine: Emmanuel Carrère, Parigi, 2004. ©Lise Sarfati/Magnum Photos/Contrasto)

Soprattutto, gli scrittori pensano e osservano. Riconoscerli è semplice perché di solito sono circondati da oggetti e ambienti che certificano il loro talento artistico. Gli scrittori sono i loro stessi gesti, i vezzi e i velluti che sigillano la loro diversità (penne, baffi, scrivanie, papillon, bretelle, scarpette e bicchieri di vino). È appena uscito Scrittori (libro edito da Contrasto) che presenta 250 fotografie di grandi scrittori immortalati da fotografi altrettanto celebri (Cartier-Bresson, Robert Capa, Elliott Erwitt, Ugo Mulas, Salgado, e altri). Ma questo splendido catalogo è anche involontariamente un manuale di retorica che illustra la mitologia che avvolge intellettuali, romanzieri e poeti. Per prima cosa, lo scrittore autentico è circondato da libri. Libri sfogliati, libri che caricano chi li sfiora del loro potere evocativo. Molti volumi infatti tra le mani di Adonis e Yeats, di Apollinaire e Cabrera Infante, mentre Márquez ha una copia di Cent’anni di solitudine aperta sulla testa, e spessissimo i libri rifulgono dallo sfondo: dagli scaffali di Margaret Atwood, George Bataille, Malaparte e Gadda. Pile torreggiano da terra e circondano Peter Handke, Musil è sommerso da quelli impilati sulla scrivania; abbondano le librerie ordinate di Vargas Llosa, di Vila Matas, della Némirovsky, e quelle disordinate à la Mishima.

Ma prima di dare vita ai capolavori, gli scrittori sono punti interrogativi e i fotografi non hanno desiderato altro se non cogliere sguardi che raccontassero tutto di loro, i tormenti, la vita e l’opera stessa. È infinita la galleria di occhiate inimitabili: “lo sguardo torvo” di Martin Amis, quello impenetrabile di Paul Auster, gli occhi inquieti di Ingebor Bachmann, quelli nostalgici di Bolaño, lo “sguardo assorto” di Henry James, quello perso nel nulla del nichilista Houellebecq, lo sguardo pazzo di Bret Easton Ellis, quello fulminato di James Ellroy e quello ipnotico di Zadie Smith.

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Talmente celebri, alcune foto sono diventate icone. È il caso dello scatto a Beckett (di Cartier-Bresson), a Kafka, a Bruce Chatwin con gli scarponi al collo e lo zaino, immagine immortale del viaggio avventuroso. Spesso gli scrittori sono rappresentati da ammennicoli che diventano i loro correlativi oggettivi: le infradito del brasiliano Jorge Amado, gli occhialetti di Brecht, la lente d’ingrandimento di Joyce, la penna di Savinio, il cappello della Nothomb e i ricci della Oates (per non dire dei fucili di Burroughs, Jack London ed Hemingway). Altre volte gli scrittori sono i luoghi che hanno narrato: non c’è Neruda senza mare alle spalle, non c’è poesia di Walcott senza piante sullo sfondo. Non si danno Marguerite Duras, Simone De Beauvoir né Sartre senza dietro i tavolinetti e i lampioni parigini. Impensabili Ben Jelloun o Amos Oz o Yehoshua seduti alle scrivanie e infatti alle loro spalle sempre dolci deserti di sabbia sacra. Chi è Sebald se non i rami secchi delle sue passeggiate letterarie?

Dal libro Scrittori, curato da Goffredo Fofi, risalta un elemento decisivo: le mani tengono teste pensierose. Il volto di Heinrich Böll e la fronte di Gide sono sorrette da una mano. Ne servono due per tenere il viso di Yasunsari Kawabata e una è appoggiata alla tempia di Thomas Mann. Per Moravia serve un pugno che rinforzi il mento, Philip Roth tiene un indice contro la tempia. Di certo, più lo scrittore è impegnato più urge un sostegno per la testa: la mano di Tabucchi ne cancella quasi il volto, Saviano ha bisogno di un pugno sotto il mento e del gomito sul ginocchio che puntelli il braccio, e tutte e due le mani sono sulle tempie di Alice Walker (dovute forse alla “passione per l’impegno e la vita sociale”). D’altra parte già la Malinconia incisa da Dürer si teneva il viso con la mano.

Che osservino, scrivano o riflettano, tutti emanano una vaga dannazione e quindi un po’ di fumo che li avvolge: sigarette tra le dita o tra le labbra di Bulgakov, Camus e Cocteau, Fuentes e Cortázar, Hammet e Cummings, Maugham e Mayakovsky, Prévert e Joseph Roth, Steinbeck, Karen Blixen e Salinger. Sigarette con bocchino per Paul Éluard, Ferenc Molnár e Virginia Woolf. Tanti i sigari: Houellebecq e Burgess, Dos Passos e José Lezama Lima perché più del sigaro poté solo la pipa: Dürrenmatt e Arthur Miller, Neruda e Sartre, Simenon e Amis, Hermann Broch e Apollinaire (qui fotografato da Pablo Picasso).

Si potrebbe analizzare il significato di scrivanie, barbe, occhiali, corpi spogliati, rossetti e cappelli, ma in questa carrellata di pose, miti e cliché, in cui gli scrittori sono speciali anche quando fanno cose comuni (Pasolini gioca sì a calcetto in borgata, ma in giacca e cravatta), spiccano le immagini semplici e quelle inattese, Emmanuel Carrère con mani in tasca, Stephen King in moto, Carlo Levi che dipinge, Henry Miller seduto su un gabinetto chiuso, Montale che fissa l’upupa impagliata (regalo di Parise), Nabokov a caccia di farfalle, Singer che dà da mangiare ai piccioni e Proust sul letto di morte. Con buona pace dei fotografi, è perfetta anche la foto di Thomas Pynchon che ne ritrae con fedeltà assoluta il suo carattere schivo: un’anonima fototessera di gioventù.

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Lo smoking di D’Alema https://minimaetmoralia.it/societa/lo-smoking-di-dalema/ https://minimaetmoralia.it/societa/lo-smoking-di-dalema/#comments Mon, 09 Jun 2014 10:04:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21354 Questo pezzo è uscito su Studio.

Ero andato a questi Oscar del Vino 2014 un po’ controvoglia, più per assecondare la mia mamma che non per smanie mie; il luogo, questo hotel Hilton su su a Monte Mario, leggenda di abusi edilizi romani e lussi olimpici: o meglio, una volta si chiamava Hilton, e ora invece Rome Cavalieri Waldorf Astoria, con l’onomastica a difficoltà crescente che l’hôtellerie coltiva negli anni. Luogo simbolico, solita atmosfera da Hitchcock sul Grande Raccordo, gigantesco corpo di fabbrica che domina la città con architettura anni Sessanta e cancellate barocco-cinesi che sembrano cingere un gigantesco ristorante Lanterne Rosse, o l’ambasciata di Pechino.

«Questi Hilton pare siano alberghi coloniali, alberghi non solo di affari, ma di prestigio e Guerra fredda. Sorgono nei luoghi dove si vuole affermare un potere, come al Cairo, a Baghdad, all’Avana, a Berlino» scriveva Carlo Levi nel suo Roma Fuggitiva (2002). Ottocento stanze, cemento armato e vetro delle facciate, balconcini fioriti, un piazzalone tipo policlinico Gemelli. Pini romani. Bandiere. La meglio vista su Roma.

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Questo pezzo è uscito su Studio. (Fonte immagine)

Ero andato a questi Oscar del Vino 2014 un po’ controvoglia, più per assecondare la mia mamma che non per smanie mie; il luogo, questo hotel Hilton su su a Monte Mario, leggenda di abusi edilizi romani e lussi olimpici: o meglio, una volta si chiamava Hilton, e ora invece Rome Cavalieri Waldorf Astoria, con l’onomastica a difficoltà crescente che l’hôtellerie coltiva negli anni. Luogo simbolico, solita atmosfera da Hitchcock sul Grande Raccordo, gigantesco corpo di fabbrica che domina la città con architettura anni Sessanta e cancellate barocco-cinesi che sembrano cingere un gigantesco ristorante Lanterne Rosse, o l’ambasciata di Pechino.

«Questi Hilton pare siano alberghi coloniali, alberghi non solo di affari, ma di prestigio e Guerra fredda. Sorgono nei luoghi dove si vuole affermare un potere, come al Cairo, a Baghdad, all’Avana, a Berlino» scriveva Carlo Levi nel suo Roma Fuggitiva (2002). Ottocento stanze, cemento armato e vetro delle facciate, balconcini fioriti, un piazzalone tipo policlinico Gemelli. Pini romani. Bandiere. La meglio vista su Roma.

Qui dovevo partecipare a questo Oscar del Vino 2014, massima kermesse nazionale del settore, in cui eravamo in nomination per il miglior vino dolce – o meglio, lo erano i miei cugini prestigiosi che fanno la Malvasia a Salina, e che con grande sprezzatura mi avevano incaricato di andare a rappresentare la famiglia nel caso avessimo vinto, in quanto bizzarro residente in Roma; e alla fine ci ero andato, anche per antiche aspirazioni verso rami più fortunati della famiglia – loro hanno la barca a vela, sono tutti alti e biondi e architetti, hanno un cognome esotico, sposavano delle Jackie Kennedy bresciane, negli anni Ottanta avevano i primi monovolume col portapacchi per le tavole da surf ed erano sempre abbronzati; noi invece avevamo la cascina a Brescia tipo Le Meraviglie, pure con papà cattivo e le api (questa è una storia di complessi sociali, evidentemente).

Quindi vado su per la Trionfale ancora sbarrata per nubifragi non più recenti, in Vespa, con il motore 125 che arranca; son vestito tutto Zara, perché l’invito intima «abito da sera per le signore, smoking tassativo per i signori», e io lo smoking non ce l’ho (anche se al cugino ho detto di sì) e me n’ero fatto prestare uno da un mio amico prestigioso, ma poi era larghissimo, quindi costruisco una specie di smoking fai da te da Zara, all’ultimo, vado a via del Tritone, un delirio, in mezzo al traffico: approfitto del servizio “personal shopper”, della pregiata casa spagnola, dunque un abito nero tipo poliestere 100%, con camicia bianca, a cui faccio un pratico orlo con la spillatrice, molto alto; sotto una calza Gallo a righe, con risultato forse hipsterissimo o forse Fantozzi alla festa del dobermann Ivan Il Terribile XXXII, peraltro a villa Miani, qui dietro, sempre a monte Mario, dunque filologico. (Rifletto anche che se sbaglio ad accendermi la sigaretta prenderò fuoco subito, con tutto quel sintetico).

Arrivato nella hall dell’ex Hilton, apprendo che l’Oscar del vino è di sotto, in una sala (sono da solo, avevo accettato anche per condividere con qualcuno l’esperienza surreale, ma poi salta fuori che ogni “più uno” bisogna pagare 200 euro, perché c’è Gianfranco Vissani che cucina; strano, penso, perché l’ex Hilton o Waldorf Astoria è notoriamente feudo di Heinz Beck, il cuoco che ha insegnato ai romani la sferizzazione e il sifone ma con giudizio. Mio cugino mi briffa: se vinciamo non dilungarti più di tanto sul vino che rischi di far figuracce, dì solo che è una Malvasia riserva raccolta a mano, ringrazi le Eolie che ci ospitano, due battute sul sole e sul territorio che ci ha accolto, fai una sorrentinata insomma (sono pure spiritosi e aggiornatissimi, i miei cugini vignaioli; mi brucia la battuta, io mi ero preparato una cosa ovvia tipo: «ringrazio Balotelli, il sindaco di Salina e i Talking Heads»).

La hall è al piano seminterrato, sempre con questo gusto Guerra Fredda, soffitti alti e stondati da bunker, parquet lucidi intarsiati a terra, sembra di essere alle Nazioni Unite o alla Design Week di Belgrado; mi aspetto che venga fuori Krusciov a battere la scarpa famosa sul tavolo. Invece, superato l’ingresso con gli accrediti, ressa di signori davvero in smoking e signore davvero in lungo, tipo Golden Globe o red carpet di Venezia, però qui siamo sotto terra. Ci sono dei valzerini in sottofondo, e a un certo punto sbucano dei paggetti e delle damine vestite tipo copertine di quei dischi Rondò Veneziano che andavano molto a Brescia negli anni Ottanta.

Sul menu, si informa che «sarà la Compagnia Nazionale di Danza Storica ad accogliere gli ospiti durante la Notte delle Stelle (maiuscolo) dedicata al più importante Riconoscimento (maiuscolo) italiano del vino». Mi concentro sugli smoking; di fronte a me, a un certo punto, eccone uno di impeccabile fattura, con revers a lancia, di velluto; su scarpa inglese lucida, tipo Alden, e camicia con bottoni normali, dunque non regolamentare, dunque ottima sprezzatura. Alzo lo sguardo, è Massimo D’Alema.

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L’amarezza italiana https://minimaetmoralia.it/interventi/amarezza-italiana/ https://minimaetmoralia.it/interventi/amarezza-italiana/#comments Fri, 25 Apr 2014 15:30:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20250 Questo pezzo è uscito su Artribune.

Manca l’amarezza.

L’amarezza italiana, il vero tratto distintivo della nostra identità culturale – che infatti abbiamo quasi completamente smarrito nell’ultimo trentennio. L’amarezza che viene dall’essere posizionati costantemente oltre (e dietro) il fallimento personale e collettivo. Dall’essere dopo la fine, e quindi realmente liberi.

L’amarezza di Borromini (non di Bernini, per esempio), di Mastroianni, di Manfredi; di De Chirico e di Savinio; di Ungaretti; di Carlo Levi e di Primo Levi; di Foscolo; di Svevo; di Slataper; di De Gasperi; di Rossellini; di Parise; di Volponi; di Petri; di Pietrangeli; di Tognazzi; di Sciascia. Di Burri e di Fontana. Di Bianciardi, Mastronardi, Parini.

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Questo pezzo è uscito su Artribune. (Immagine: Claudia Cardinale e Nino Manfredi nel film Nell’anno del Signore di Luigi Magni)

Mia carissima Noretta, resta pure in questo momento

la mia profonda amarezza personale…

Aldo Moro (1978)

Moro e la sua vicenda sembrano generati

da una certa letteratura.

Leonardo Sciascia, L’affaireMoro (1978)

Col mare /

mi sono fatto /

una bara /

di freschezza

Giuseppe Ungaretti, Universo

(Da Il porto sepolto, 1916)

 

Manca l’amarezza.

L’amarezza italiana, il vero tratto distintivo della nostra identità culturale – che infatti abbiamo quasi completamente smarrito nell’ultimo trentennio. L’amarezza che viene dall’essere posizionati costantemente oltre (e dietro) il fallimento personale e collettivo. Dall’essere dopo la fine, e quindi realmente liberi.

L’amarezza di Borromini (non di Bernini, per esempio), di Mastroianni, di Manfredi; di De Chirico e di Savinio; di Ungaretti; di Carlo Levi e di Primo Levi; di Foscolo; di Svevo; di Slataper; di De Gasperi; di Rossellini; di Parise; di Volponi; di Petri; di Pietrangeli; di Tognazzi; di Sciascia. Di Burri e di Fontana. Di Bianciardi, Mastronardi, Parini.

Quell’amarezza che fa scrivere a Leo Longanesi, a Napoli il 1 novembre 1943: “Durante il giorno, il piccolo minuto sbriciolato povero popolo napoletano vive vendendo agli alleati vino allungato, croccanti marci, panzerotti puzzolenti, orologi di latta e penne stilografiche che non scrivono: sì, è triste tutto ciò, ma che altro può fare? Nessuno si occupa di lui, da anni, da secoli. Marcisce nei bassi, rassegnato ormai a condurre una vita clandestina e scucita, imputridito in stracci più antichi della sua miseria. Su un muro, in via del Pallonetto, è stato scritto col gesso: Il Regno di Dio non è venuto / E tutto è fenuto” (da Parliamo dell’elefante, 1947).

L’amarezza che genera il riso, che è il presupposto della nostra comicità tragica, e che non prevede di dissociare il dolore e il disagio e la critica dall’ironia feroce: “Io sto qui, deriso, sputacchiato, preso a calci da tutti, menando l’intera vita in una stanza, in maniera che, se vi penso, mi fa raccapricciare. E tuttavia m’avvezzo a ridere, e ci riesco. E nessuno trionferà di me, finché non potrà spargermi per la campagna e divertirsi a far volare la mia cenere in aria” (Giacomo Leopardi, lettera a Pietro Brighenti, 22 giugno 1821).

***

L’amarezza è quella piega indefinibile della bocca che hanno – che avevano – tanti nostri politici scrittori artisti registi attori. Aldo Moro ce l’aveva non solo nella famigerata foto dal sequestro con colletto della camicia sbottonato, ma in tutte le sue foto degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. Aldo Moro è una delle incarnazioni più potenti dell’amarezza italiana, talmente radiante da ossessionarci ancora ben oltre i confini della sua scomparsa materiale: “È come se, dentro al Palazzo, tre anni dopo la pubblicazione sul “Corriere della Sera” di questo articolo di Pasolini, soltanto Aldo Moro continuasse ad aggirarsi: in quelle stanze vuote, in quelle stanze già sgomberate. Già sgomberate per occuparne altre ritenute più sicure: in un nuovo e più vasto palazzo. E più sicure, s’intende, per i peggiori. «Il meno implicato di tutti», dunque. In ritardo e solo: e aveva creduto di essere una guida. In ritardo e solo appunto perché «Il meno implicato di tutti». E appunto perché «il meno implicato di tutti» destinato a più enigmatiche e tragiche correlazioni” (Leonardo Sciascia, L’affaire Moro, 1978).

Quella piega amara e consapevole, indefinibile – la stessa piega che aveva mio nonno, che ha mio padre, che ha mio zio.

***

L’amarezza italiana è quella che fa intravedere anche nei momenti migliori la prospettiva più che probabile del disastro, dello sfacelo, della caduta. E proprio con questa certezza intima i successi, le grandi imprese, i risultati imponenti. Perché è sempre attenta a iniettare in queste opere il senso e il succo del dissolvimento, e non si lascia mai sorprendere se le cose vanno bene – perché sa che stanno inevitabilmente per andare male.

L’amarezza italiana è un sentimento profondamente umanistico: “Limiti e proporzioni: ecco, per noi. E non ci sono narcotici, stimolanti, paradisi artificiali che possano liberarcene. Un uomo può gettare un ponte, semplificare i mezzi di comunicazione, non abolire le distanze, tanto meno una distanza umanamente inconoscibile come quella tra l’effimero e l’eterno. La nostra civiltà è fatta in questo modo. E perciò, da noi, tanto è difficile la via dell’arte, e la grandezza, quando è raggiunta, tanto contiene malinconica serenità” (Giuseppe Ungaretti, Ragioni d’una poesia).

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