Questo pezzo è uscito su Il Venerdì, che ringraziamo
di Nicola Lagioia
Uno dei libri più belli che ho letto ultimamente si intitola L’arte di legare le persone. L’autore è Paolo Milone, uno psichiatra di lungo corso che ha prestato servizio a Genova in un Centro di Salute Mentale e poi in un reparto di Psichiatria d’urgenza. Nel suo libro racconta questa esperienza con i malati di mente. È un’opera letteraria, ma non è un’opera di finzione. Eppure, proprio come siamo abituati ad aspettarci dalle storie inventate, utilizza tutti gli strumenti retorici della letteratura (postura, punto di vista, drammaturgia, tensione dell’arco narrativo, uso della lingua, addirittura prosa poetica, senza però inventare nulla) per catturare della realtà ciò che sfugge all’occhio del sociologo, del filosofo, dell’antropologo, persino dello psichiatra.
In questi anni la letteratura – ma anche il cinema, le serie tv, i podcast – sta usando molto il racconto della realtà per provare a illuminare un presente simile a un cruciverba atroce, e un futuro che non si mostra bene all’orizzonte e soprattutto non si riesce a immaginare. Non è un caso se il film italiano in corsa per gli Oscar quest’anno è Notturno di Gianfranco Rosi, un non fiction movie girato in tre anni sui confini tra Siria, Kurdistan, Iraq, Libano. Non è un’opera di finzione ma non è un documentario, e – più di un tradizionale documentario – sa far passare la tensione emotiva che percorre terre altrimenti incognite. Non è del resto un puro film di finzione neanche Nomadland di Chloé Zhao, trionfatore alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia e in corsa all’Oscar per il premio più importante. Per non parlare di ciò che da anni fa in modo profondo e originale un regista come Roberto Minervini. Stesso discorso per la serie italiana più amata e discussa di quest’anno, SanPa. Qui gli autori hanno vagliato una vastissima documentazione ma l’hanno poi montata seguendo una tensione narrativa in grado di far rivivere il passato del nostro paese (un passato per molti versi non codificato) come il documentarista e persino lo storico non farebbero con i tradizionali ferri del loro mestiere.
Naturalmente la storiografia resta un pilastro fondamentale della civiltà, così come il filosofo, l’antropologo, il sociologo colgono aspetti (determinanti) della realtà interdetti allo scrittore. A scrittori, sceneggiatori e registi continueremo a propria volta a chiedere di inventare i nuovi Gregor Samsa, Madame Bovary, Moby Dick, Luke Skywalker: la finzione resta fondamentale per portare la realtà a gettare la sua, di maschera. Ma insieme con la finzione stanno proliferando esperimenti che, in mancanza di una più esatta terminologia (siamo il paese di Carlo Levi e Primo Levi, ma un corrispettivo di non fiction novel non l’abbiamo, ammesso che questa definizione non sia già vecchia), chiameremo per ora UFO. Una Forma Originale. Poiché il mondo è un posto molto vasto e in continuo cambiamento, ho l’impressione che queste “forme conoscitive” (molto diverse tra di loro) riescano a catturare della realtà degli altri aspetti ancora, i quali altrimenti rischierebbero di andare persi, o di non essere leggibili.
Pensando ai podcast, che cos’è ad esempio Veleno di Pablo Trincia e Alessia Rafanelli che, nel 2017, tirando fuori dall’oblio la storia incredibile di una presunta setta di pedofili, tenne attaccati alle cuffie del telefonino migliaia di ascoltatori? E Polvere, di Chiara Lalli e Cecilia Sala, altro podcast che racconta il caso Marta Russo come se a scriverlo fosse stato John Grisham?
Sono partito dai libri, che pur essendo rispetto al cinema e alla tv un’esperienza più marginale restano degli apripista e dei prototipi, e non di rado gli scafandri capaci di spingerci ancora di più negli abissi del reale senza che la pressione ci disintegri. Non si possono dimenticare opere come Anatomia di un istante di Javier Cercas (una lezione magistrale sulla complessità della politica che chiunque dovrebbe leggere), o Il futuro è storia, di Masha Gessen, uno degli UFO più sofisticati in circolazione per come intreccia documenti, testimonianze, narrazione e fonti storiche per raccontare la transizione della Russia dal crollo del comunismo all’era Putin.
Perché sentiamo di avere bisogno degli UFO per capire dove siamo finiti? Il mondo è diventato un posto di indistricabile complessità (o forse dovremmo dire che lo è sempre stato, ma da molti decenni non abbiamo più delle griglie interpretative forti in grado di tradurlo così come accadeva – non sempre con gli esiti auspicati – per buona parte del Novecento), e la mole enorme di informazioni e statistiche da cui siamo travolti, anziché farci capire meglio, rischiano di accecarci. Ecco allora che, senza aggiungere alla realtà un grammo di finzione, si può provare a imbrigliare molte di quelle informazioni (“l’informazione non è conoscenza, la conoscenza non è bellezza”) in una sintesi poetica capace, fosse anche per un istante, di illuminare l’orizzonte. C’è l’impressione che in questi ultimi tempi persino ciò che normalmente avremmo classificato come saggistica – tra i casi più recenti il Benjamìn Labatut di Quando abbiamo smesso di capire il mondo – utilizzi alcuni strumenti retorici del racconto letterario non a puro scopo divulgativo, come faceva la vecchia scuola angolsassone, ma con un intento a propria conoscitivo e di ricerca, come se questa particolare forma partecipasse all’intuizione necessaria a costruzioni del pensiero normalmente distanti dal regno della finzione. Per molte delle opere citate: ha senso parlare ancora di “non fiction novel”? O siamo in presenza di qualcosa di un po’ diverso rispetto a ciò che credevamo fosse classificabile così fino a qualche tempo fa?
Dovrei parlare infine di una delle madri di tutti noi che ci ostiniamo a smontare e rimontare i nostri oggetti non identificati. Svetlana Aleksievič, meritato premio Nobel per la letteratura. Che cos’è un libro come Preghiera per Cernobyl? È una semplice, se pur mirabile e toccante, raccolta di testimonianze dirette sulla tragedia nucleare che sconvolse gli ultimi quindici anni del XX secolo? Non solo. Aleksievič, scrivendo i suoi libri, compie anche un gesto rituale, raccoglie centinaia di voci, poi le innalza come un coro, un esorcismo, un controcanto al lamento mortifero della guerra e della crudeltà umana. Attenzione ai rituali, funzionano in modo molto diverso dalle battaglie politiche. In questo modo si ritrova nel futuro un passato antico, quello in cui chi raccontava storie era anche un trascrittore, un medium in grado di tirare fuori dall’invisibile almeno una parte di tutto ciò che conta.
Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
