Carrozza Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/carrozza/ un blog di approfondimento culturale Mon, 02 Sep 2013 19:26:34 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Carrozza Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/carrozza/ 32 32 Lettera aperta al ministro dell’Istruzione Carrozza a proposito del concorso docenti https://minimaetmoralia.it/interviste/lettera-aperta-al-ministro-dellistruzione-carrozza-a-proposito-del-concorso-docenti/ https://minimaetmoralia.it/interviste/lettera-aperta-al-ministro-dellistruzione-carrozza-a-proposito-del-concorso-docenti/#comments Mon, 02 Sep 2013 19:26:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15343 di Christian Raimo Gentile Ministro, nelle settimane passate mi è venuto in mente varie volte di scrivere questa lettera, e il motivo era simile al tono che avrei usato: una rabbia diritta e emetica. Ma per una serie di ragioni, anche personali, ho pensato di provare a usare un tono pacato e dialettico e a […]

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di Christian Raimo

Gentile Ministro,

nelle settimane passate mi è venuto in mente varie volte di scrivere questa lettera, e il motivo era simile al tono che avrei usato: una rabbia diritta e emetica. Ma per una serie di ragioni, anche personali, ho pensato di provare a usare un tono pacato e dialettico e a mettere in discussione alcuni presupposti invece che trasformare subito il ragionamento in uno sfogo seppure, per molti versi, sacrosanto.
Le voglio parlare del concorso. Il concorsone: quello che ha coinvolto centinaia di migliaia di docenti. Compreso me. Gliene parlo da una posizione disagevole. Siamo ai primi di settembre e, per quanto mi riguarda, non so come è andata: ossia non so se sono uno dei fortunati 11.000 e passa che avrebbero dovuto entrare di ruolo di quest’anno. O meglio, diciamola così, so per certo che non entrerò di ruolo quest’anno, ma potrei aver vinto il concorso. In quanto ho partecipato alle preselezioni dove ho totalizzato 44/50, ho passato lo scritto (con 38/40) e l’orale (con 40/40) e quindi forse potrebbe essere mio uno dei 26 posti della classe A037 – filosofia e storia – messi a bando dalla Regione Lazio, con cui ho concorso con all’incirca mille persone iniziali, anche forte del fatto che ho una laurea con 110 e lode e un’abilitazione ottenuta con la SSIS con votazione 97/100, ho qualche pubblicazione (che ancora non so se mi è stata valutata e come), e nonostante non abbia invece né dottorati né master né altre abilitazioni.
Ora, dunque, pur avendo fatto uno splendido concorso sebbene lo trovassi ingiusto dopo aver già passato due selezioni abilitanti (quella nel 2006 per entrare alla SSIS – 30 persone su 300 – più l’esame conclusivo nel 2008 dopo due anni a dire il vero molto poco formativi), avendo accettato dunque tutte le regole del caso, io sono giunto a una conclusione praticamente identica al pregiudizio che avevo quando concorso è stato indetto dal suo predecessore, il ministro Profumo: questo concorso è inutile, è stato inutile, per certi versi è dannoso, per la sostanza e per il modo in cui si è svolto.
Cosa me lo fa pensare? Io non sono un insegnante migliore di molti che hanno concorso con me, e non lo dico per modestia – falsa o vera che sia -, lo dico invece per due ordini di ragione: da una parte, facendo l’insegnante anche se solo da cinque anni, ho una certa capacità di autovalutazione; dall’altra perché sono convinto che i metodi di selezione siano stati totalmente sballati. Io sono stato un bravo concorrente, ho capito quello che di scaltro potevo fare per andare bene al concorso e l’ho fatto, ottenendo voti alti – ma questo quasi non ha nulla a che fare con la mia capacità didattica né con la mia preparazione.
Partiamo dalla prova preselettiva: moltissimi miei colleghi si sono preparati per mesi sui test di logica e logica matematica, anche su quei libri da 45 euro che le case editrici di test avevano tirato fuori per l’occasione; io no. Persone con una capacità didattica innegabile, una professionalità indiscutibile non sono passate, io sì. Da bambino ero un nerd appassionato di Settimana Enigmistica che faceva i quiz del Mensa Club; molti miei colleghi no – anche, parlo per quelli che conosco, persone che insegnano da vent’anni, che sono giustamente amatissime dai loro studenti, o che hanno un contratto all’università per insegnare Storia della filosofia; insegnanti migliori di me, anche solo per l’esperienza accumulata. I quiz erano di una elementarità disarmante per certi versi, ma lo erano soprattutto per chi è abituato a ragionare in quel modo. Ho proposto quei quiz ai miei studenti senza farli preparare, e la percentuale di quelli che l’hanno passato è stata superiore alla percentuale (35%) dei docenti che hanno superato le preselezioni: cosa dovrei concludere che i miei bravi adolescenti di uno scientifico sono dei potenziali insegnanti migliori di coloro che magari hanno vent’anni di pratica o che magari sono proprio i loro insegnanti?
Veniamo allo scritto. Per la mia classe si trattava di un compito di filosofia e uno di storia con quattro risposte aperte a materia, per rispondere alle quali si avevano venti righe a domanda e cinque ore in tutto. Forse la parte meno insensata della selezione – anche se con alcuni elementi di grande ambiguità. Non si capiva da nessuna parte come dovevamo effettivamente prepararci, ossia dovevamo farci un’ammazzata modello Trivial Pursuit su tutto lo scibile (comprese parti che mai abbiamo insegnato e non insegneremo mai, tipo storia romana e storia greca) oppure prepararci sulla didattica delle nostre materie? Dovevamo studiare solo le discipline oppure anche tutta la parte di amministrazione della scuola, storia della scuola, diritto complementare e che molti miei colleghi avevano schematizzato generosamente a partire dai comodi manuali comprati anche questi a 45 euro l’uno? Io non mi sono preparato, ho svolto bene la parte di filosofia – perché mi sono capitati argomenti che sapevo e che tratto in classe e su cui ho presente riferimenti bibliografici –, mentre ho scritto banalità o errori su domande di storia su non ho mai fatto né farò mai lezione (la Grecia del V secolo a.C. e l’Islam dell’VIII secolo). Ma soprattutto credo di aver imbastito bene, come si dice tra noi giovani docenti di 40 anni. Ossia ho utilizzato al massimo la mia capacità di articolare discorsi anche su argomenti che padroneggio magari non tanto. A differenza di molti miei colleghi che avevano passato mesi a studiare filosofi minori, a ripetersi date di storia, a citare articoli a memoria sulla formazione degli organi collegiali, sono stato premiato. Non c’è stata nessuna domanda sulla giurisdizione scolastica: i mesi che i miei colleghi avevano impegnato a studiarsela sono stati inutili.
L’orale è stata una replica in peggio dello scritto: non era chiaro per nulla su che cosa potevamo essere interrogati, né come. Nelle nostre competenze, come si dice, avremmo dovuto essere dei super-esperti di valutazione, ma al tempo stesso avevamo nostro malgrado un’idea confusissima di come saremmo stati valutati. L’esame si svolgeva in questo modo: il giorno x si andava a estrarre una traccia tematica su cui si sarebbe dovuta approntare in 24 ore un’unità didattica da esporre il giorno successivo appunto davanti alla commissione. Per la nostra classe di concorso, si potevano estrarre cose tipo Il contratto sociale di Rousseau o Il sistema feudale o La teoria del tre stadi di Comte… Ci si ritrovava dunque, padri e madri e divorziati e ingrigiti e stempiati (una media anagrafica di 40 anni) proiettati all’indietro di vent’anni come davanti a una sessione universitaria o a una commissione di maturità. Ci si chiedeva: come la valuteranno questa prova? Si può usare il computer? Si può usare la lavagna elettronica? Si deve usare il computer per mostrare le slide in powerpoint? Si deve usare la lavagna elettronica, e con quale software? Si deve parlare dei ragazzi con disturbi dell’apprendimento? Ci valuteranno sui contenuti o per la didattica? Devo studiarmi un po’ di pedagogia? Devo leggermi e prepararmi su cinque classici della storia della filosofia a scelta come pare a un certo punto fosse prevista da un’indicazione del ministero: mi interrogheranno su questi? La parte di giurisdizione della scuola la chiedono ora, visto che allo scritto non l’hanno chiesta? E la prova in lingua in cosa consiste: devo prepararmi una parte dell’unità didattica in lingua? E la parte di competenze informatiche: devo studiarmi qualche tipo di dispense? Quanto dura questo colloquio? Cosa possono chiedere: tutto il programma di filosofia e storia comunque? E chi sono queste persone che mi valutano? Da chi è composta questa commissione che in aule scalcinate con dei proiettori che a mala pena riescono a illuminare i muri ci sta esaminando? Saranno utili questi altri comodi manuali da 45 euro l’uno che le case editrici di test hanno sparso a valanga nelle librerie? E i corsi on-line, che mi vengono proposti ogni giorno e mi spammano la mail probabilmente solo perché sono andato su internet a cercare informazioni che non mi erano chiare sul sito del ministero, sono utili?… Non sono domande pleonastiche.

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La vittoria di Bologna. E ora? https://minimaetmoralia.it/interventi/la-vittoria-di-bologna-e-ora/ https://minimaetmoralia.it/interventi/la-vittoria-di-bologna-e-ora/#comments Fri, 31 May 2013 08:42:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14509 di Francesca Coin

Inizio da quanto è avvenuto martedì 28 maggio. A due giorni dal voto, infatti, dopo che l'alleanza PD, PDL, Curia, Lega nord, Scelta Civica, Cei, Cl, Confindustria, Carrozza-Lupi-Merola-Bagnasco-Renzi-Prodi-Gasparri-Casini-e chi per essi ha inesorabilmente perso la campagna referendaria sul finanziamento pubblico alle scuole paritarie private, decretando la vittoria di trecento mamme, auto-convocat@ e papà, il sito del Comune di Bologna Iperbole ha eliminato dalle sue pagine tutti i dati sul referendum e sul voto. Così, spiegava il comitato, “dopo aver ostacolato il diritto di voto dei cittadini mettendo a disposizione meno della metà dei seggi delle elezioni amministrative e politiche e collocandoli in luoghi assurdi a più di 5 chilometri dalla residenza, ora si vuole nascondere la vittoria dei 51.000 che hanno chiesto un’inversione di tendenza nella politica scolastica del comune. [...] Non si vuole far sapere che l’ipotesi B ha perso in tutte le zone popolari e vinto solo fra i cittadini che abitano i colli di Bologna?” Parto da qui perché questo avvenimento consente una domanda centrale ovvero: e adesso? In altre parole, a che servono i referendum oggi, quando subito la post-democrazia tende ad archiviarli?

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voto-referendum

di Francesca Coin

Inizio da quanto è avvenuto martedì 28 maggio. A due giorni dal voto, infatti, dopo che l’alleanza PD, PDL, Curia, Lega nord, Scelta Civica, Cei, Cl, Confindustria, Carrozza-Lupi-Merola-Bagnasco-Renzi-Prodi-Gasparri-Casini-e chi per essi ha inesorabilmente perso la campagna referendaria sul finanziamento pubblico alle scuole paritarie private, decretando la vittoria di trecento mamme, auto-convocat@ e papà, il sito del Comune di Bologna Iperbole ha eliminato dalle sue pagine tutti i dati sul referendum e sul voto. Così, spiegava il comitato, “dopo aver ostacolato il diritto di voto dei cittadini mettendo a disposizione meno della metà dei seggi delle elezioni amministrative e politiche e collocandoli in luoghi assurdi a più di 5 chilometri dalla residenza, ora si vuole nascondere la vittoria dei 51.000 che hanno chiesto un’inversione di tendenza nella politica scolastica del comune. […] Non si vuole far sapere che l’ipotesi B ha perso in tutte le zone popolari e vinto solo fra i cittadini che abitano i colli di Bologna?” Parto da qui perché questo avvenimento consente una domanda centrale ovvero: e adesso? In altre parole, a che servono i referendum oggi, quando subito la post-democrazia tende ad archiviarli?

Nessuno si aspettava una tale risonanza del referendum Bolognese. La disparità di forze, ben rappresentata dalla metafora di Davide contro Golia, si è tradotta, infatti, in una disparità nella capacità di auto-rappresentazione delle ragioni di A e B, e in una disparità di presenza nel discorso pubblico, basti pensare alle modalità con cui il Resto del Carlino per settimane ha lavorato attivamente alla campagna del B sino ad utilizzare l’immagine dei bambini come testimonial. Questo dialogo asimmetrico ha visto protagoniste tutte le principali testate e i media locali e nazionali, obbligando la A a misurarsi continuamente con i tentativi di distorsione informativa della B.

Le ragioni di A e B erano, di fatto, antitetiche. Ciò che il B definiva come libertà di scelta della scuola preferita da parte dei genitori per la A coincideva con la negazione del diritto d’accesso alla scuola, cosa che a Bologna riguardava 102 bambini nel 2012. Ciò che il B definiva come scuola laica, in realtà sottendeva un progetto formativo confessionale, non a caso il Manifesto per il B indicava lo “sviluppo umano integrale” come finalità universale dell’istruzione, tacendo che lo “sviluppo umano integrale” è il tema dell’Enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI. Ciò che il B definiva “senza oneri per lo stato”, reinterpretando l’articolo 33 della Costituzione, era in realtà “con oneri per lo stato”, in un ripensamento del dettato costituzionale che Rodotà ha giustamente definito “un po’ vergognoso”. Ciò che per la B era scuola pubblica, per la A era scuola paritaria privata, non a caso nel dopo-voto Bagnasco ha accusato: “mi sembra che non sia stata espressa ufficialmente la convinzione, la consapevolezza che, come dice la legge del 2000, nel nostro sistema di istruzione pubblica, non ci sono solo le scuole dirette dallo Stato ma anche quelle dirette da altri soggetti che pero’ sono riconosciuti parte integrante del sistema pubblico”, quasi a trasformare l’equipollenza del servizio offerto dalle scuole paritarie con l’equivalenza tra pubblico e privato. La differente capacità di rappresentazione, pertanto, si è tradotta in un dibattito pubblico sbilanciato, confuso, a tratti mistificante, volto ad oscurare le ragioni della A sino al giorno del voto.

Eccoci dunque al 26 maggio. Già la stampa ne ha parlato. Un numero di seggi dimezzato rispetto alle amministrative, seggi distanti talvolta diversi chilometri dalla residenza dei singoli elettori, lettere di convocazione non pervenute e code di votanti che ignoravano dove si trovasse il loro seggio, questo è lo scenario con il quale si sono confrontati i volontari della A lungo tutta la giornata del 26, mentre improvvisavano modalità di informazione e servizio navetta volte a facilitare le operazioni di voto. Questi nodi andavano di pari passo con una straordinaria affluenza mattutina, una affluenza che vedeva protagonsiti anzitutto gli elettori delle chiese e dalle parrocchie, quasi il B avesse dovuto ricorrere anzitutto a credenti e anziani, madri e sorelle per votare “B come Bologna, B come bambini”.

A tutt’oggi continuano le segnalazioni di incorrettezze ai seggi: dalle indicazioni di voto ricevute in pieno silenzio elettorale via sms direttamente dal Partito Democratico, a episodi di volantinaggio pro B fuori dai seggi, le testimonianze parlano di tutto fuorché di una campagna serena. Come scrive un elettore: “ieri ho chiamato la mia nonna, 89 anni, che è andata a votare per noi, e mi ha detto di avere votato B come bambini perché le avevano consigliato così e le avevano dato i volantini mentre andava al seggio. Ecco io non ho avuto cuore di dirle la verità, perché ci sarebbe stata male con la fatica che ha fatto ad andare al seggio col carriolino… come lei chissà quante altre persone anziane”.

Insomma, l’oscuramento delle ragioni della A è andato di pari passo con difficoltà di voto e una campagna proB che ha trovato reclute anzitutto tra la popolazione >70, la curia e i ceti più ricchi, come ha osservato Liuzzi sul Fatto Quotidiano. Quando parliamo delle percentuali di voto, dunque, dobbiamo partire da qui, da una campagna incalzante nonostante la quale molti elettori tradizionalmente piddini hanno votato contro il partito, e molti altri per evitare di votare contro il partito hanno preferito non votare per nulla. Evitando di scendere nelle acrobazie interpretative dei proB, dunque, non possiamo ignorare il contesto né d’altro canto possiamo dire che tutto è andato bene. Più che le cifre dell’affluenza, però, che per un referendum consultivo di un solo giorno sono, di fatto, elevate, come ha dichiarato Corbetta, forse il B dovrebbe chiedersi perchè tutti i suoi sforzi sono andati a vuoto, come forse la A dovrebbe chiedersi perché tra i votanti proA è mancata la fascia d’età < 35, sebbene notoriamente Bologna sia una città in buona parte popolata di studenti non residenti.

E qui torniamo alla domanda iniziale. E ora? A che serve un referendum nella post-democrazia? E’ questa la domanda più importante. A fronte di un regime informativo sempre più liofilizzato, spolpato cioè dei temi che stanno al cuore della vita, l’istruzione, la sanità e i diritti; in un contesto in cui le istituzioni democratiche sono poco più che contenitori formali, in cui la competizione elettorale è avanspettacolo e il processo elettorale stesso, si pensi alle ultime elezioni, è meramente rituale, sarebbe ingenuo pensare a un referendum consultivo come a una pratica  risolutiva. Chi, da sinistra, in questi giorni ha ripetuto che un’affluenza al 30% compromette l’efficacia delle proposte referendarie, di fatto sottovaluta l’opposizione che questo referendum ha ricevuto, e tradisce la speranza che, qualora l’affluenza fosse stata più alta, la volontà referendaria sarebbe stata rispettata. Non è così, e forse è meglio esserne cinicamente persuasi. Bologna non garantisce nessun risultato.

Dice un’altra cosa: dice che le ragioni dei referendari sono legittime, e lo sono non solo perché lo dice la Costituzione, ma perché lo credono i bolognesi. Bologna dice che le ragioni della A hanno prodotto un concetto di vero e falso, giusto e sbagliato che supera la capacità di veridizione del mercato, della fede e della politica. Nonostante il martellante spettacolo che a reti unificate ha sostenuto le ragioni di PD PDL e Curia, e il continuo tentativo di oscurare le alternative e le altre possibilità, Bologna dice che queste alternative esistono, e non solo: sono legittime, contro-egemoniche e maggioritarie. In questo contesto sarebbe errato pensare al risultato bolognese come a una fine. Bologna è un inizio, è un inizio denso di responsabilità e carico di significati.

Come spenderlo, dunque? Di questo immagino che i referendari discuteranno nei prossimi giorni. Di certo, a giudicare dal contesto le partite sul tavolo sono tante. Bologna riguarda tutti quei Comuni che desiderano ripetere l’esperienza del referendum in altre parti d’Italia, per affermare che l’accesso alla scuola e ai saperi è un diritto inalienabile, universale e di tutti. Il referendum vive anche nella lotta delle insegnanti contro l’ASP, il progetto del Comune di cedere la gestione di tutti i servizi educativi e socio-sanitari a una sola Azienda di Servizi alla Persona, in un processo di esternalizzazione della governance tipico dell’epoca post-democratica e contro il quale da settimane si mobilitano le mamme le maestre e le insegnanti di Bologna. E poi Bologna riguarda l’Italia.

Infatti il referendum non nasce solo nelle scuole dell’infanzia: nasce nei comitati dell’acqua, che nel 2011 hanno riempito lo strumento referendario di nuove pratiche politiche; vive tra gli studenti dell’Onda e dei movimenti anti-Gelmini, che da anni lottano contro la privatizzazione dell’istruzione e dei saperi. Vive nella Costituente dei beni comuni autoconvocatasi al Teatro Valle, che da tempo afferma un nuovo diritto e nuove pratiche di cittadinanza. Ovunque si scelga di andare, dunque, da qui bisognerà ripartire, dalla produzione di finalità e pratiche condivise con chi immagina altre forme di vita, nella post-democrazia. All’epoca del referendum sull’acqua Erri de Luca scriveva: “chi vuole privatizzare l’acqua deve dimostrare di essere anche il padrone delle nuvole, della pioggia, dei ghiacciai, degli arcobaleni”. A Bologna ci hanno riprovato, ma anche questa volta abbiamo vinto noi.

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