crisi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/crisi/ un blog di approfondimento culturale Wed, 15 Jul 2020 11:10:04 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg crisi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/crisi/ 32 32 Perché l’innovazione non salverà l’editoria https://minimaetmoralia.it/altro/perche-linnovazione-non-salvera-leditoria/ https://minimaetmoralia.it/altro/perche-linnovazione-non-salvera-leditoria/#comments Wed, 15 Jul 2020 05:56:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43755 di Alessio Pia* Crisi e emergenza sono ambedue termini che si riferiscono a eventi inattesi e dannosi a cui si dovrebbe rispondere con celerità e organizzazione. Eppure non è raro individuare situazioni di crisi sistemiche in diversi contesti dell’area pubblica che passano dalla politica all’economia. La mai risolta crisi del mercato editoriale recentemente commentata da […]

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di Alessio Pia*

Crisi e emergenza sono ambedue termini che si riferiscono a eventi inattesi e dannosi a cui si dovrebbe rispondere con celerità e organizzazione. Eppure non è raro individuare situazioni di crisi sistemiche in diversi contesti dell’area pubblica che passano dalla politica all’economia. La mai risolta crisi del mercato editoriale recentemente commentata da Emanuele Giammarco ne è un chiaro esempio, e l’innovazione è spesso l’argomento a cui ci si appella nella speranza di definire ricette risolutive a questi scenari. Analizzando l’industria della produzione dei contenuti e volendone tracciare una storiografia, non si può non correlarne lo sviluppo all’avanzamento tecnologico e ai cambiamenti sociali connessi a quest’ultimo. Nel mercato editoriale questi hanno assunto il profilo della meccanizzazione della stampa e dall’alfabetizzazione di massa. Ma ancora nel diciannovesimo secolo, la funzione che è ritenuta peculiare dell’editore – ovvero quell’insieme di attività che dalla selezione di un testo passa per l’editing, il design del libro e la sua produzione sempre facendosi carico delle responsabilità e degli oneri finanziari derivanti da tali operazioni – coincideva con le figure degli stessi autori o più spesso delle imprese tipografiche e delle librerie. Il Novecento, e con esso il processo di specializzazione continua che ne ha definito il mercato del lavoro, porta in dote alle case editrici la capacità di aprirsi a mercati fino a pochi anni prima inattesi. Gli editori, un tempo (grandi) imprese artigiane, iniziano un costante e continuo processo di accorpamento che darà vita ai primi conglomerati per poi dotarsi di piani industriali la cui mira sarà sempre più orientata al profitto. La letteratura inizia ad assumere l’aspetto del commercio e ad adottarne le pratiche. Lo stesso processo autoriale subirà una meccanizzazione simile a quella che un secolo prima aveva interessato la stampa e gli editori inizieranno a incontrarsi in grosse fiere entro le quali richiedere autori e libri utili a comporne il catalogo con la stessa (dis)attenzione con cui si sceglierebbero le portate in un ristorante.

La ragione che porta alla nascita dei gruppi editoriali è evidentemente l’abbattimento della soglia di rischio derivante dall’esposizione agli strumenti finanziari promossi da istituiti bancari e distributori. Ma piegando il valore letterario all’imperativo del commercio, ci si deve confrontare necessariamente con la duplice anima che scuote quell’oggetto di difficile definizione che è libro. Il suo essere di interesse pubblico – poiché capace di promuovere la trasmissione di idee che interessano la collettività nella sua interezza – si scontra inevitabilmente con la sua natura privata, insieme oggetto di consumo e, quindi, fonte di profitto. Ancora una volta la risposta a questa problematica sembra definirsi grazie ai processi di innovazione che interessano la produzione dei contenuti. Gli editori iniziano a promuovere e sviluppare veri e propri format autoriali la misura dell’esito dei quali non si rintraccia più nell’impatto culturale, quanto invece nella loro relazione di competitività (o complementarietà) con i mass media di natura generalista. I vari Stephen King, Danielle Steel, Michael Crichton, J. K. Rowling rispondono perfettamente all’esigenza di produrre narrazioni in grado di travalicare i limiti del libro e adattarsi scientificamente alle specificità di supporti diversi come il cinema o la televisione.

I quattro gruppi industriali che oggi si spartiscono il mercato editoriale nel suo complesso sono AT&T, Comcast, The Walt Disney Company e ViacomCBS. Queste sono le aziende che costituiscono il sistema di oligopolio che produce la maggior quantità di contenuti che, in qualità di fruitori, consumiamo. Un dato che, internazionalmente, non cambia particolarmente nei singoli settori; il comparto libro risponde, sostanzialmente, ai bisogni di una manciata di imprese: Pearson, RELX Group, Thomson Reuters e Bertelsmann. Questo genere di concentrazione contribuisce a esacerbare la tensione fra sistemi di produzione culturale e media mainstream contribuendo a generare una disaffezione alla lettura da un parte e, dall’altra, suggerendo che lo spettro di interessi tipico dei lettori sia più relazionato alle strategie promozionali sostenute dall’offerta che non da una presunta spontaneità della domanda. Un’ambiguità che si riflette nella paradossale percezione che, a fronte di un numero sempre crescente di volumi dati alle stampe, la possibilità di scelta rappresentata dai contenuti editoriali sia sempre meno varia. Quell’atteggiamento che, alla ricerca continua di nuovi best-seller, porta i grandi gruppi a delegare agli uffici commerciali la scelta dei titoli sui quali investire, non solo ignora l’insorgenza di una richiesta di confronto che proviene da chi dei contenuti è fruitore, ma si consolida come intervenuta debolezza del mercato editoriale nel suo complesso.

Ėjzenštejn sosteneva che nel libro si rintraccia il movente di una delle più radicali rivoluzioni dell’Europa moderna. Nell’abbondanza di testi garantita da costi di stampa abbattuti grazie all’industrializzazione, il regista ritrovava un’infinità di nuovi stimoli. Gli stessi che riteneva capaci di favorire il pensiero critico e allontanare la cultura occidentale dallo spettro sempre crescente di una nuova era oscura. Ma se è la logica del profitto quella che definisce i cataloghi dei grossi gruppi editoriali, è evidente che le ragioni commerciali non individueranno mai nei lettori forti il target a cui rivolgersi, visto il loro esiguo numero e considerate le loro abitudini di letture conservatrici e critiche. Peggio è però, quando quelle ragioni sono assecondate nella pratica dagli attori dell’editoria indipendente i quali, senza poter contare sui bilanci delle grandi corporazioni, contribuiscono a rovesciare sulle già asfissiate librerie testi di natura indistinta, senza cioè che né il marchio, né l’aspetto merceologico, né il prezzo, servano a ricondurre ad ordine la quantità di libri pubblicati quotidianamente.

Per qualsiasi addetto ai lavori è tuttavia evidente che, a prescindere dallo spazio culturale di riferimento, la presenza di editori che affrontano il mercato in maniera innovativa rappresenta sempre un elemento a favore della bibliodiversità. Nondimeno, è solo nel suo agire comune che la piccola editoria può partecipare attivamente alla salvaguardia dell’ecosistema del libro. Perché lo possa fare, però, è necessario che sia capace di liberarsi di quella tossica retorica neoliberista che rintraccia l’innovazione esclusivamente nella complessità di strumenti sofisticati rifiutando la possibilità che, invece, la natura tecnologica sia insita in tantissimi oggetti di uso quotidiano e l’innovazione realizzabile nella semplice alterazione di ordini dati per immutabili.

Era il 1997 e The Innovator’s Dilemma di Clayton Christensen giungeva negli scaffali delle prime librerie presentando al mondo la teoria delle disruptive innovation. Christensen utilizzava questo termine al fine di descrivere innovazioni talmente radicali da creare nuovi mercati attraverso la scoperta di nuove categorie di consumatori. Lui è, in sintesi, il padre della retorica che descrivo sopra: quella che non fa che parlare di disintermediation e di customer interface. Quella che ha reso Facebook la più rilevante media company del pianeta senza chiedergli di produrre nemmeno un contenuto, e anzi consentendogli di lucrare sulla nostra vita privata. La stessa che ha messo Airbnb nella posizione di essere il più grande fornitore di alloggi del mondo senza richiedergli di possedere neppure uno scantinato, deprimendo le economie dei centri storici e saturando il mercato degli affitti. In uno dei suoi ultimi interventi Christensen azzarda persino un collegamento fra la dirompenza rappresentata dall’innovazione e “il desiderio, proprio di Dio, che ogni essere umano abbia successo”. Stando all’autore, l’unica maniera di vedere quel desiderio realizzato “è fare di ogni individuo una persona migliore e l’innovazione è la chiave che consente l’accesso a sempre nuove opportunità”. Ma dirompere, etimologicamente, richiama la frantumazione di un corpo, la sua demolizione e la dissoluzione impetuosa di qualsiasi continuità. Ormai metonimo di progresso, il senso stravolto del dirompimento ha contribuito a diffondere l’illusione che l’innovazione porti sempre e comunque al miglioramento senza doversi curare di nessuna conseguenza sociale. L’associazione di questo termine a un’ennesima aberrazione retorica, quella che riassume la cultura del successo imprenditoriale nel termine start-up e nelle storture economiche osservabili nella Silicon Valley, ci porta spesso a trascurare lo sconsiderato effetto negativo del progresso senza responsabilità.

Nei fatti, osservare questa indifferenza è fondamentale per comprendere le dinamiche di fascinazione che nutriamo verso l’innovazione e per spiegare le ragioni che ci portano a vederla solo ed esclusivamente come salvifica. D’altronde, già Bernard Stieger aveva evidenziato come la teoria della dirompenza non facesse altro che radicalizzare il ribaltamento di ogni valore. Come variante della burrasca di Schumpeter, la disruptive innovation è oggi elevata a Koiné – a linguaggio comune – sul quale si fonda il costrutto ideologico che giustifica la logica del profitto a ogni costo.

Per tanti anni, l’editoria libraria ha assecondato questa narrazione, alternando a posizioni disfattiste e apocalittiche quell’ottimismo digitale che incontra in big datasmart technologies la soluzione a una crisi che ci raccontiamo infinita. Una schizofrenia che troppo spesso interessa anche la piccola editoria che, emulando pratiche imprenditoriali tipiche dei grandi gruppi, finisce spesso per mortificare le professionalità che gravitano attorno al sistema libro.

Fortunatamente, non sono pochi gli esempi rappresentati da piccoli marchi editoriali che si impegnano a proporre, seppure in maniera spontanea e raramente organizzata, forme di resistenza all’azione oligopolistica delle corporazioni e che, così facendo, promuovono pratiche di economia alternativa. Dall’impegno verso traduzioni di qualità di Black Coffe passando per la capacità di Wojtek di coniugare sapientemente il lavoro editoriale a favore di autori emergenti e la costruzione di una rete di eventi culturali eccelsi. E poi, d Editore, che punta al coinvolgimento di una comunità entusiasta attorno alla quale cuce contenuti di altissimo pregio editoriale, o ancora TerraRossa, che si oppone alla frenesia delle pubblicazioni, preferendo riportare sugli scaffali grandi libri di autori contemporanei. Questi sono solo alcuni dei soggetti editoriali che, facendo propria la volontà di riferirsi a lettori esigenti e proponendo loro un lavoro di curatela attento, contribuiscono a descrivere un modello imprenditoriale i cui principi sembrano richiamare quella Gemeinwohl-Ökonomie di cui fu ispiratore Christian Felber. Una economia del bene comune basata sui principi della fiducia, la cooperazione, la solidarietà e la generosità che, quando applicata al mercato editoriale, descrive una nuova ecologia dell’edizione e sancisce il principio che un editore può dirsi indipendente solo nella misura in cui si dimostra capace di mediare fra le condizioni imposte dal mercato e la dimensione politica insita nell’oggetto libro.

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*Alessio Pia è direttore editoriale di Mendel Edizioni, casa editrice nata nel giugno 2020

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Il ritorno delle facce https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-ritorno-delle-facce/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-ritorno-delle-facce/#comments Wed, 27 Jan 2016 08:02:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29769 Questo pezzo è uscito su Pagina99, che ringraziamo per averci concesso di pubblicarlo anche qui.

"Mostruoso chi è nato dalle viscere di una donna morta", scriveva Pier Paolo Pasolini in una delle sue più celebri poesie, "e io, feto adulto, mi aggiro / più moderno di ogni moderno / a cercare fratelli che non sono più".

Tra i fratelli che non sono più, Pasolini contemplava i sottoproletari la cui originaria umanità non era stata stravolta dalla pialla dello sviluppo e divorata dalla società dei consumi. Tuffandoci oggi nel ventre del nostro paese, a quarant'anni di distanza, siamo sicuri che le cose siano andate così?

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Questo pezzo è uscito su Pagina99, che ringraziamo per averci concesso di pubblicarlo anche qui.

“Mostruoso chi è nato dalle viscere di una donna morta”, scriveva Pier Paolo Pasolini in una delle sue più celebri poesie, “e io, feto adulto, mi aggiro / più moderno di ogni moderno / a cercare fratelli che non sono più”.

Tra i fratelli che non sono più, Pasolini contemplava i sottoproletari la cui originaria umanità non era stata stravolta dalla pialla dello sviluppo e divorata dalla società dei consumi. Tuffandoci oggi nel ventre del nostro paese, a quarant’anni di distanza, siamo sicuri che le cose siano andate così?

Un mercoledì di fine ottobre. Sono sul regionale che porta da Varese a Gallarate. Fuori dal finestrino c’è il cielo bianco del profondo nord. Il treno è pulito, tutto sommato comodo, ma ha un che di malinconico e sfocato. Da un po’ di tempo a questa parte, viaggiare su convogli che non sono Frecce Bianche o Rosse mi dà la sensazione di muovermi su una linea cronologica diversa rispetto a quella su cui di norma consumo le giornate, la tratta d’esperienza da cui lavoro, decifro il mondo, gli altri e anche me stesso. Alla stazione di Albizzate sento le porte aprirsi e uno sciame di voci entrare. Sono alle spalle, nel vagone precedente a quello in cui mi trovo io. Il loro tono cresce senza che i corpi a cui appartengono si avvicinino di un passo. Sono voci strane, perché gridano, ma non capisco se lo facciano perché stanno litigando, o per mettersi d’accordo su qualcosa. O magari ridono di qualcosa. No, stanno proprio litigando. Di questo me ne accorgo perché un’altra voce gli si oppone. Una terza o magari una quarta voce, dal tono completamente diverso. Una voce bassa, decifrabile, precisa, così come lo sciame di voci che prova a contrastarla è vago, disomogeneo, fragile. La prima voce mi suona familiare. È la stessa che sentirei su un Frecciarossa, al supermercato, nella reception di un albergo, ma anche (contando qualche grado di separazione) nella redazione di un giornale, in tv, all’inaugurazione di una mostra o a una serata letteraria. Una voce ragionevole, forte di una logica ufficiale che crede sia quella del mondo. È la voce con cui potrei parlare anche io. Le altre voci suonano invece eccentriche e sfocate (come attingessero personalità da qualcosa di ulteriore rispetto al loro dato individuale), o meglio fuori tempo come il convoglio su cui stiamo viaggiando stamattina.

Pochi secondi e capisco di che si tratta. Da una parte c’è il controllore, dall’altra dei viaggiatori senza biglietto. Il controllore ripete per l’ennesima volta che se non hanno il biglietto devono pagare la multa. Quegli altri urlano e strepitano, protestano scandalizzati, ma non come farei io se cercassi di eludere l’autorità. Nel miscuglio di accenti (quello del controllore è un milanese standard) riconosco il sardo e due parlate settentrionali capaci di evocare una miseria e una disperazione che vengono da più lontano del cielo che continua a sovrastarci. Ma ora stanno ridendo. La strategia, in modo del tutto istintivo, dev’essere quella di attaccare il controllore usando registri volta per volta differenti. Persuasivo. Scandalizzato. Amichevole. Aggressivo. Comico. Senza smettere di litigare, i proprietari delle voci fanno qualche passo nella mia direzione, e finalmente li vedo.

I viaggiatori senza biglietto sono in effetti tre. Due ragazzi sulla trentina e un uomo più anziano. Ma definirli ragazzi è usare un gergo che appartiene a me, non a loro. Il primo (quello con l’accento sardo) è magro come un chiodo, una criniera di capelli nerissimi e la faccia da scheletro. Sembra riemerso da qualche miniera o abisso marino. Ho prima detto che ha trent’anni, ma una parte di lui è più vecchia. Non evoca però un’antichità contadina. Ad esempio non ha niente a che fare con la foto di mio nonno che faceva l’agricoltore diretto. Sembra invece la versione a colori della foto dell’altro mio nonno, quello che negli anni Cinquanta asfaltava le strade in Venezuela, non lontano da Caracas. Indossa un maglione che sembra uscito dallo scarto dei grandi magazzini di qualche decennio fa, pantaloni di fustagno e si sta dannando l’anima per convincere il controllore che lui e i suoi amici sono vittime di un’ingiustizia. L’altro trentenne parla un dialetto per me incomprensibile. Velocissimo e lancinante, alieno come il nord povero rispetto al sud povero di un tempo. Il più anziano è tutto in jeans, ma sembrano vestiti presi al volo dal banco del primo mercato all’aperto trovato per strada e messi addosso a uno che di solito indossa roba completamente diversa. Anche lui polemizza con il controllore, ma parla a voce bassa, lascia la scena ai suoi compari, e mentre quelli si dannano lui sogghigna, borbotta tra sé e sé. La cosa che mi colpisce è che ha la faccia grande e rossa, di un rosso acceso, fosforescente, da altoforno inesauribile o da cratere di un vulcano acceso.

“Signori, devo farvi il verbale…”

“Ma che verbale! Che verbale!”

“Stamattina mi son svegliato alle quattro! Le quattro!”, dice il sardo.

Il più anziano fa una battuta incomprensibile e gli altri due scoppiano a ridere.

Il controllore sospira, chiude gli occhi, si mette le mani in faccia: un movimento prima rapido e poi più lento, come volesse prendersi a schiaffi ma all’ultimo momento ci avesse ripensato.

“E allora dovete scendere alla prossima stazione”.

“È un’ingiustizia! Un’ingiustizia!”, dice di nuovo il sardo. Il suo coetaneo settentrionale lo guarda e mostra i denti quasi a conferma dell’assurdità dell’affermazione. Eppure, in un modo molto difficile da spiegare con l’alfabeto delle regole ufficiali (ma sulle loro facce, invece, semplicissimo) conferma che si tratta di un’ingiustizia bella e buona.

Se fossi io, nei loro panni, potrei dire cose in apparenza simili, ma il loro effetto finale sarebbe del tutto diverso. Potrei parlare di ingiustizia affermando di aver timbrato il biglietto (che mostrerei intonso) a una macchinetta che non funzionava. Potrei tirare in ballo il server Trenitalia che si è impallato proprio mentre stavo facendo il biglietto elettronico con il telefonino poco prima di saltare sul treno. Ma non risulterei credibile ai miei stessi occhi perché in fondo condivido la logica del controllore. Il controllore se ne accorgerebbe, non mollerebbe l’osso e io pagherei la multa.

L’ingiustizia di cui parlano questi tre sottoproletari del 2015 è anteriore alla costruzione del treno su cui viaggiano. Si tratta dello scandalo della povertà. È a questo – lo sappiano o meno – che stanno facendo appello. A questo, non si rassegnano. Il controllore lo avverte. E infatti, dopo qualche altro scambio di battute, tira un ultimo profondo sospiro di sconfitta, quindi getta la spugna e se ne va. Tira dritto a passo svelto, oltre le porte nel vagone successivo.

Non appena l’autorità costituita scompare alla vista, i tre esultano, si abbracciano, ridono, saltellano, si danno pacche sulla spalla. Prendono posto a poche file dalla mia. Per il resto del viaggio non faranno che parlare a voce altissima, ridere, scherzare, minacciarsi sulla base di strane prove di virilità che loro conoscono e io no.

Soltanto i poveri sanno ridere così, penso con sconcerto.

Il fatto è che questi tre non rappresentano un’apparizione così rara. Da oltre un anno, viaggiando in lungo e in largo per l’Italia, mi imbatto sempre più frequentemente in voci, facce, corpi che si credevano scomparsi. Se la mutazione antropologica ha avuto a un certo punto una portata così vasta da coincidere con la Storia, allora forse non sbagliava Eugenio Montale quando in una sua poesia scriveva: “La storia non è poi / la devastante ruspa che si dice / Lascia sottopassaggi, cripte buche / e nascondigli. C’è chi sopravvive”.

Sei mesi fa, ancora in treno, ma questa volta diretto a sud. Sempre in un regionale, lo spazio viaggiante in cui compaiono esseri umani che il discorso ufficiale non ha voluto portare nel suo grembo, e dunque non ha mai partorito. (La “donna morta” della poesia di Pasolini è invece a quanto pare viva e gravida, seppure nascosta ai nostri sguardi). A differenza di ciò che accadeva nel mio viaggio a Gallarate, ora si soffoca perché siamo in piena estate. Altavilla, Tufo, Prata-Pratola. Attraversiamo l’Irpinia. La pelle dei sedili è appiccicosa, i finestrini mezzi aperti. Andando a pisciare, si tira lo scarico e un bocchettone nero si apre in fondo al water rivelando per qualche istante le traversine dei binari in fuga screziate col verde dei ciuffi d’erba. Al ritorno dal bagno, trovo il mio scompartimento, proprio di fronte a dove ero seduto, occupato da una famiglia composta da madre, padre e figlia adolescente. Sentendoli parlare, è chiaro che vengono dalla zona di Napoli. Ma è alla vista l’impatto più violento. Madre e figlia non sono semplicemente sovrappeso. Sono enormi, sproporzionate, un’esplosione di grasso che trabocca da ogni parte. La loro alimentazione dev’essere tremenda. Potrebbero ricordare certe afroamericane dei quartieri poveri in una metropoli degli Stati Uniti. Solo che sono bianche. Non si capisce come facciano a entrare nei sedili dello scompartimento, né come la loro presenza possa accordarsi con quella del capofamiglia, che al contrario è molto magro. Ma le presenze di tutti e tre sono perfettamente armonizzate le une alle altre. La ragazza (in realtà una ragazzina, non avrà più di sedici anni ma sembra al tempo stesso avere superato l’età da marito) è vestita con un giacchettino di lana color rosa pastello (fuori saranno quaranta gradi, nello scompartimento almeno trenta) e un paio di jeans che sembrano dover scoppiare da un momento all’altro. Camicetta bianca con pizzo per sua madre. Il papà è vestito come un contadino, lascia ondeggiare tra le labbra uno stuzzicadenti con estrema calma. Anche madre e figlia sono piuttosto calme. Ogni tanto si scambiano qualche battuta, ma non rivolgono una sola parola al padre, come se farlo potesse togliere importanza a lui e uno strano tipo di dignità femminile a loro. A un certo punto, con movimenti quasi identici (uno in lievissimo ritardo sull’alto, ma in modo che il tutto appaia concordato) si tuffano in una busta di plastica e ne riemergono con tre panini enormi.

Mangiano a piccoli morsi, in silenzio, senza fermarsi mai, fino a quando non è rimasta una sola briciola. Ripongono i tovagliolini nella busta di plastica e questa scompare nella borsa della madre. Quindi tutto ritorna come prima: madre e figlia chiacchierano ogni tanto a bassa voce, il capofamiglia rimane zitto a fissare il vuoto con uno sguardo che non ha nulla però di vacuo o di smarrito. Al contrario, è lo sguardo di chi sa il fatto suo da qualche secolo. Per come i tre vestono, parlano, appaiono, si muovono nel mondo circostante (al di là dell’obesità la ragazzina ha il volto devastato dall’acne e per l’intera durata del viaggio sembra non poter avere interlocutori diversi da sua madre; la signora dà l’impressione di faticare persino a leggere il giornale scandalistico che si è portata dietro, lo sfoglia aggrottando le sopracciglia; il padre sembra uscito da un qualunque dopoguerra del Novecento) non avrebbero alcuna speranza di venire ammessi in nessun varco lasciato aperto dalla società cosiddetta ufficiale. Non li immagineresti in un’aula universitaria, a un concerto rock, in una libreria, in una sala cinematografica, in un negozio di cibi biologici, nella sede di un comitato di quartiere, nemmeno in uno studio d’avvocato senza capponi al seguito. Loro stessi sembrano i primi a essere consapevoli di non avere alcuna speranza di entrare nel nostro mondo se non in via occasionale, e forse non ne sono neanche troppo preoccupati. Hanno il loro di mondo, nel quale sopravvivono, e che si fanno bastare, e di cui sappiamo poco o niente.

E così Pier Paolo Pasolini non aveva del tutto ragione. La pialla dello sviluppo che avrebbe dovuto rendere tutte le facce uguali, la società dei consumi che con il suo nichilismo totalitario prometteva di estirpare dagli sguardi degli uomini ogni asperità, brutalità, innocenza, bellezza originaria, si è rivelata meno efficace di quanto si pensava, perché le facce che credevamo estinte con la modernità avanzata (la “Dopostoria” di Pasolini) stanno tornando. O magari non sono mai andate via e siamo noi che in questo periodo le notiamo di più.

Sono facce che di persone che lottano ogni giorno per sopravvivere nell’Italia del XXI secolo, e che non solo lo sviluppo ma il progresso (allo sviluppo sempre più legato come un ostaggio al carceriere) ha lasciato indietro. Sono persone che non hanno studiato, o se nella loro vita c’è stata la scuola hanno dimenticato tutto, su di loro non ci sono quasi tracce di consumi culturali (niente libri, cinema, musica e, in uno strano modo che fino a qualche anno fa sarebbe stato inconcepibile, neanche televisione o quasi), e seppure vivano ogni giorno a contatto con chi è borghese ormai solo per formazione, sensibilità, aspirazioni ma non più per censo (la famosa classe media economicamente disastrata) è come se a separarli da loro, cioè da noi, ci fosse un muro invisibile. È gente che si muove fuori dal discorso ufficiale che è la lingua e l’immaginario dei media (cioè lo spirito dell’italiano standard come lo avevamo conosciuto fino qualche anno fa) e da questo “fuori” ci guarda in un modo che non credevamo possibile.

In Sicilia, a pochi chilometri da Noto, incontro un marmista di una quarantina d’anni con gli occhi spiritati e la barba nerissima. Sembra Mangiafuoco, o meglio una specie di profeta veterotestamentario semianalfabeta che punta di continuo il dito contro la legione di peccatori a cui secondo lui si è ridotto il mondo (proprio quello che si vede in tv e che viene raccontato dai giornali. Un mondo fatto di politici, giornalisti, artisti, medici, magistrati, avvocati, scrittori, architetti della cui esistenza ha saputo confusamente e di cui “per fortuna” lui non fa parte). Mi dice di essere non solo contro il divorzio e l’aborto (che lui chiama “separazione” e “uccidere bambini”), ma anche contro la libertà di allontanarsi per più di un paio di settimane dal paese natale. Nessuno dovrebbe farlo, nemmeno per lavoro. Disprezza la Chiesa di Roma, mentre ritiene autorevole qualunque parrocchia sotto casa. Non gli chiedo un’opinione sul matrimonio omosessuale, perché dà l’idea di non contemplare nemmeno la possibilità che qualche essere umano possa avere mai sollevato la questione (il concetto stesso di identità sessuale lo fa inorridire persino in chiave etero, mentre gli atti sessuali di per sé, compresi quelli omosessuali, in un certo qual senso gli vanno bene purché non diventino materia di dibattito). Parla a scatti, è teso, mi tiene sotto controllo con la coda dell’occhio quando rischio di uscire dal suo campo visivo. È come se fossimo non in un paesino dell’entroterra siciliano del 2015 ma in una foresta prediluviana dove, da un momento all’altro, potrebbe saltare fuori la bestia in grado di ucciderci.

A Ciampino faccio conoscenza con un ex meccanico di venticinque anni che è stato costretto a chiudere l’officina e ora campa di piccole truffe. Per tutta la durata della chiacchierata (due ore al bar) mi dice alternativamente di fidarmi di lui – vuole vendermi lo scooter usato di un suo amico – e di stare bene in guardia perché se abbassarla è un mio diritto, approfittarne sarebbe a quel punto un suo dovere. Nel foggiano parlo con una tossica a cui la comunità di recupero passa solo libri religiosi (lei li chiama “libri cattolici”). Me li faccio mostrare. Niente Maister Eckhart o Santa Teresa d’Avila. Sono testi sconosciuti, dai titoli assurdi e le copertine deprimenti, di uno leggo il primo capitolo e mi sembra il frutto di un lieve disordine mentale dall’effetto tristissimo, come le voci di certi rosari radiofonici. All’improvviso, non so perché, mi convinco che la ragazza non sappia chi è Belen Rodriguez, e che domandarglielo mi farà capire in un sol colpo di cosa si nutre (o non si nutre più) l’immaginario di quelli come lei. Così, per quanto assurdo, mi faccio forza e glielo chiedo: “sai per caso chi è Belen Rodriguez?” “No”, risponde lei con uno sguardo tanto ardente e ispirato che potrebbe essere quello di una vera santa.

Nel cuneese conosco un uomo basso e tozzo, dalla testa incredibilmente squadrata, simile a quella di certi vecchi cattivi da fumetto. Fa il facchino, ma anche il cameriere in un ristorante là vicino, all’occorrenza lavora come imbianchino, muratore, becchino. Quando gli dico che vivo a Roma mi chiede se sia ancora possibile arrivarci in aereo e se è vero che vogliono ammazzare il papa. A Bari-Palese, l’autista che mi viene a prendere dall’aeroporto per portarmi a un festival letterario che si tiene da quelle parti, mi dà del voi per tutto il tragitto nonostante possa essere mio padre e io lo implori di non farlo. Non sa nulla della manifestazione per cui lavora, e ho l’impressione che neanche se lo prendessi a male parole per tutto il tragitto otterrei l’effetto di offenderlo, o di rendermi antipatico, o di farmi buttare fuori dalla macchina, o di scalfire i ruoli che mi vedono in una posizione di superiorità, o di intaccare, anche minimamente, la sua dignità.

“La storia gratta il fondo / come una rete a strascico”, recita sempre la poesia di Montale, “con qualche strappo / e più di un pesce sfugge”.

Dunque eccoli, i pesci sfuggiti alla rete della Storia. Voci rumorose, corpi fuori formato, volti antichi, sguardi accesi, e una lingua che ha poco a che fare con quella che scrive libri, parla alla tv, discute mozioni, annuncia l’arrivo e la partenza di treni o aerei, disegna palazzi, scrive ricorsi, inoltra bonifici on line. Sono queste donne e questi uomini, credo, le cartine di tornasole, le parti per un tutto di cui vediamo giusto la punta dell’iceberg. La crisi degli ultimi anni e i suoi incessanti effetto-domino ci avrà messo del suo nel farci ritrovare al cospetto di facce e corpi e voci modellate dalla lotta per la sopravvivenza al suo livello più elementare, ma è di una congiuntura storica più grande che loro sono per così dire i “testimoni integrali”. Molti di noi (la classe media impoverita di cui sempre più spesso facciamo parte, borghesi per retaggio culturale o progressisti per ottimismo della volontà) continuano a volersi emancipare, sperano un giorno di svoltare, di migliorare il proprio status, o almeno di sfuggire alla miseria che li insegue senza ancora averli presi tra i suoi artigli. Loro vogliono solo continuare a esistere. Perché qualcosa, dentro le loro carni, ha già capito che il secondo Novecento è morto e sepolto, e il XXI secolo è molto più simile alle epoche che hanno preceduto alcuni decenni di un progresso che prometteva di essere molto più lineare e robusto di quanto poi si è dimostrato. Il cuore di questi uomini batte all’unisono (come quello della preda rispetto al predatore che in questo modo non ne avverte la presenza) con un’epoca in cui l’istinto di prevaricazione è la regola, la violenza il metodo, e il dominio dei sempre meno sui sempre più la conseguenza. Noi siamo angosciati perché non sappiamo da che parte stare e se sia moralmente sostenibile desiderare di essere da quella parte a spese di qualcun altro. Loro non hanno il tempo nemmeno di angosciarsi: sanno che da quella parte non ci staranno mai, e l’unica è correre più veloce delle bestie che qualcuno (la cui faccia e il cui nome sono per sempre inaccessibili) ti ha sguinzagliato contro.

“Qualche volta s’incontra l’ectoplasma /d’uno scampato”, conclude la poesia di Montale, “e non sembra particolarmente felice / ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato / Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui”.

Riuscire a leggerla in chiave pasoliniana è una cosa che quindici o vent’anni fa non mi sarei sognato di fare. Non è stata la più grande scoperta degli ultimi tempi.

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La vita oltre la fine (del bancomat). Leggere noi e la Grecia attraverso la letteratura. https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-vita-oltre-la-fine-del-bancomat-leggere-noi-e-la-grecia-attraverso-la-letteratura-2/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-vita-oltre-la-fine-del-bancomat-leggere-noi-e-la-grecia-attraverso-la-letteratura-2/#comments Wed, 15 Jul 2015 17:34:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27830 Pubblicai la prima volta questo articolo nel 2012 su "La Repubblica". Purtroppo è tutto ancora più attuale. Consiglio sempre il libro di Christos Ikonomou, il quale sarà al festival di Mantova nel prossimo autunno.

Sono mesi che guardiamo alla Grecia nel tentativo di leggere (e scongiurare) il nostro futuro prossimo. Si tratta di un’osservazione non senza ostacoli anche di ordine emotivo: gli economisti simulano pubblicamente il terrificante effetto domino che potrebbe innescare l’abbandono dell’euro da parte di Atene, mentre le istituzioni invitano alla solidarietà continentale parlando una lingua che rischia spesso di cementare la distanza. Così, se vogliamo una finestra aperta sulla crisi che generi empatia prima che panico o qualunquismo, è alla letteratura che dobbiamo rivolgerci ancora una volta.

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Pubblicai la prima volta questo articolo nel 2012 su “La Repubblica”. Purtroppo è tutto ancora più attuale. Consiglio sempre il libro di Christos Ikonomou, il quale sarà al festival di Mantova nel prossimo autunno.

Sono mesi che guardiamo alla Grecia nel tentativo di leggere (e scongiurare) il nostro futuro prossimo. Si tratta di un’osservazione non senza ostacoli anche di ordine emotivo: gli economisti simulano pubblicamente il terrificante effetto domino che potrebbe innescare l’abbandono dell’euro da parte di Atene, mentre le istituzioni invitano alla solidarietà continentale parlando una lingua che rischia spesso di cementare la distanza. Così, se vogliamo una finestra aperta sulla crisi che generi empatia prima che panico o qualunquismo, è alla letteratura che dobbiamo rivolgerci ancora una volta.

Qualcosa capiterà, vedrai, di Christos Ikonomou (Editori Internazionali Riuniti, traduzione di Alberto Gabrieli, 224 pp., 15 euro) è una delle più toccanti cronache sulla recessione che sia dato di leggere da quando la Grecia è diventato il piano inclinato verso cui rischiamo di scivolare. Organizzato come un arcipelago di racconti comunicanti tra di loro (spesso il protagonista di una storia fa capolino nella successiva), il libro dà voce alle vittime del debito sovrano: disoccupati, famiglie senza casa o decimate dalle morti bianche, ex attivisti politici alle prese con un mondo divenuto incomprensibile. Si potrebbe pensare che un filo leghi tematicamente queste storie alle grandi narrazioni della Depressione, da Faulkner e Steinbeck in giù. Ma le cose stanno in maniera diversa. Lì era un mondo rurale e non di rado aristocratico a fare i conti con le proprie macerie. Qui va in scena il dramma della classe media cui crolla sotto i piedi la piattaforma di garanzie, diritti e giustizia sociale che si era data per scontata.

I bassifondi della crisi si aprono in questo modo su un mondo completamente nuovo, dove la minaccia è scandita dagli avvisi delle banche mentre un crepuscolare quadro urbano è rischiarato da bancomat che all’improvviso rifiutano le nostre tessere magnetiche. Le storie d’amore finiscono il giorno in cui si decide di derubare il partner di una somma ridicola fino a pochi mesi prima (“800 euro, quasi 900″) e la morte di un genitore diventa una gara a tempo per pagarne i funerali. Il tutto, senza il sostegno del dio ucciso nel secolo passato e con in bocca il balbettio di una lingua (quella del sindacato, del partito, dell’assistenza sanitaria o pensionistica) che non apre più alcuna serratura.

A voler fare il gioco delle differenze tra noi e gli eroi di Ikonomou, ci accorgiamo che la prima vittima della crisi nel suo massimo epicentro è il narcisismo. Il misero lusso con cui ancora travestiamo la vergogna – cattiva eredità – del perdere continuamente posizioni, è assente nei racconti dello scrittore greco. Tutto è ridotto all’osso della lotta per la sopravvivenza. Sembra di muoversi in un Ottocento tecnologico che non senta più alle spalle la spinta del 1789 e non veda all’orizzonte una “primavera dei popoli”. Eppure, nel nuovo contesto in cui si svolge la lotta tra civiltà e barbarie, non ci sono solo ombre. Se il pericolo maggiore è che, vaporizzata la coscienza di classe, le difficoltà scatenino una definitiva guerra fra poveri, chi non si fa distruggere dallo sconforto conserva intatto il proprio nucleo irriducibile. Ad esempio tornando a raccontare storie. Ecco la prima vittoria etica di Ikonomou. L’indistruttibilità dell’uomo (questa sì davvero faulkneriana) viene testimoniata in un racconto dove cinque anziani, stanchi e malati, si ritrovano di notte fuori da un poliambulatorio nella speranza di ricevere i farmaci di cui hanno bisogno prima che vadano esauriti. Per non soccombere al freddo accendono un fuoco come in un racconto di Jack London. E intorno al fuoco, per ricevere conferma della propria dignità di specie, raccontano storie. In un altro racconto, una donna che ha rimproverato a suo marito di non avere più niente, neanche i soldi per la gita in barca che le aveva promesso, si pente e ci ripensa: “Non intendevo questo. Che non hai niente. Hai una bella parlantina. E fantasia. Avanti, allora, ti ascolto. Che barca sarebbe questa?”

Il secondo merito di Ikonomou (che usa una lingua sghemba e povera di mezzi proprio come i suoi protagonisti) è considerare il potere osceno in senso etimologico. I potenti nella sua raccolta non sono rappresentati. E questo non per consumare una vendetta o per ricompensare ingenuamente gli sconfitti. Proprio come nella Storia della Morante (o nel vertiginoso paradosso di Primo Levi che riteneva i testimoni più attendibili quelli che dal disastro non erano tornati, o che erano tornati muti), Ikonomou assegna ai perdenti il massimo valore conoscitivo. In certi casi, addirittura, le difficoltà trasformano i personaggi dei suoi racconti in una strana razza di veggenti. Come l’uomo che, morta l’amata moglie, invita suo figlio a bruciare le vecchie lettere di lei per conservarne il ricordo, poiché in un futuro dove “tutto sarà archiviato dai computer” il tempo stesso rischierà di collassare: “pensaci. La memoria senza vuoti non è memoria. È morte. Esci fuori e bruciale. Bada solo a non sporcarmi i panni”.

Se il centro del potere è come l’occhio di un ciclone (fermo e inabitato) chi porta addosso le stimmate del proprio tempo è colui che meglio può farcelo indagare. Ascoltare i vinti servirebbe a chi sta ancora a galla per capire che non si salverà da solo.

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Perché la stampa italiana racconta la Grecia in modo apocalittico? https://minimaetmoralia.it/giornalismo/perche-la-stampa-italiana-racconta-la-grecia-in-modo-apocalittico/ https://minimaetmoralia.it/giornalismo/perche-la-stampa-italiana-racconta-la-grecia-in-modo-apocalittico/#comments Thu, 02 Jul 2015 17:42:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27642 di Matteo Nucci Atene. Federico Fubini è il vicedirettore del Corriere della Sera. Non lo conosco e non l’ho mai incontrato. La prima volta che ho letto e riletto la sua firma è stato pochi mesi fa quando scriveva per Repubblica. Il suo era un pezzo di apertura su Cernobbio e Varoufakis e le sue […]

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di Matteo Nucci

Atene.
Federico Fubini è il vicedirettore del Corriere della Sera. Non lo conosco e non l’ho mai incontrato. La prima volta che ho letto e riletto la sua firma è stato pochi mesi fa quando scriveva per Repubblica.
Il suo era un pezzo di apertura su Cernobbio e Varoufakis e le sue parole marcavano la prima pagina del quotidiano. Si apriva così: “Yanis Varoufakis usa meno cravatte ma più profumo della media dei ministri finanziari dell’area euro”. Perché l’inviato di Repubblica in prima pagina parla del profumo del Ministro delle Finanze ellenico (che peraltro, profumo o meno, ebbe un certo successo a Cernobbio)? Non potevo credere ai miei occhi. Ma poiché molti giornalisti sono ormai propensi alle note di colore, passai oltre. Ho dimenticato quelle parole fino a stamattina.
Sono arrivato a Atene nella notte. La città non dormiva, ma era presto per tirare le somme. Code ai bancomat. Gente impazzita. Popolazione allo stremo. Pensionati distrutti. La scelta “folle” di Tsipras di indire un referendum mi inseguiva sui titoli dei quotidiani da giorni. E siccome vengo in Grecia, amo la Grecia, studio la Grecia da più di vent’anni, non potevo crederci. Ma stamattina sono rimasto di stucco.

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Federico Fubini comincia così il suo articolo sul Corriere della Sera di oggi: “Nessuno sale più all’Acropoli. Da ieri ormai non ci salgono i turisti, i cui torpedoni sono scomparsi dai piedi della salita al tempio di Atena con l’approssimarsi dell’atto finale di questo dramma”. Intitolato “Grecia, il piano segreto di Varoufakis: una moneta parallela all’euro”, l’articolo racconta una serie di retroscena su Tsipras, Varoufakis, Syriza, Dragasakis (vice Premier moderato); e lascia intendere che Syriza è spaccata, che Tsipras è allo sbando e Varoufakis neanche a parlarne. Giocando sul filo di rimandi alla classicità di cui credo che Fubini non sappia granché, l’articolo si conclude con un’allusione al suicidio politico di Tsipras. Nulla di ciò che racconta Fubini è confermato da fonti. Può darsi che sia molto ben informato su Syriza e sulle sue dinamiche interne. Può darsi. Ho sentito persone interne a Syriza, oggi, che smentiscono drasticamente le sue ricostruzioni, ma può darsi che abbia ragione perché è possibile che le smentite non abbiano alcun valore, come è noto in questi casi.
Ci sono soltanto due dati che è possibile controllare di questo articolo. Il primo è l’Acropoli vuota che già ho citato. Il secondo eccolo: “Non c’è più tempo: i pagamenti nel Paese stanno collassando, i pensionati senza bancomat hanno diritto a ritirare non più di 120 euro ogni tre giorni e navi turistiche da 500 posti partono ormai dal Pireo per le Cicladi con 20 passeggeri a bordo.”

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E così sono sceso al centro di Atene, mi sono infilato a Monastiraki e ho percorso la stradina che costeggia l’Agorà intitolata a Adriano. Bar zeppi di turisti, bancomat solitari e senza fila, sono entrato all’Agorà e ho domandato se l’affluenza al sito fosse cambiata in questi giorni. “In nessun modo” mi hanno risposto. Forse però Fubini è salito su, nel caldo, sulla roccia dell’Acropoli. Sono uscito dall’Agorà su Apostolou Pavlou e sono arrivato alla piazzola dei torpedoni sotto l’Acropoli. Zeppa come sempre. Un pullman si è allontanato pieno e un altro ha preso il suo posto. Dove era stato Fubini? Sono salito su per la via disegnata da Dimitris Pikionis. Alle biglietterie la fila sotto il sole cocente. I Propilei affollati. Il Partenone come sempre accerchiato da turisti che scattano foto: giapponesi, francesi, italiani, inglesi, americani, greci. Non ho mai amato l’Acropoli affollata di gente. Il mio maestro, Gabriele Giannantoni, si svegliava alle sei per essere sotto il Partenone alle otto in punto, all’apertura. Sono cresciuto imparando a apprezzare il silenzio. Ma stavolta ero felice. Cosa aveva visto Fubini?
Me ne sono tornato a Monastiraki, ho preso la metro per il Pireo, l’ “elettrico” come chiamano qui il primo mezzo che percorse la capitale, un treno elettrico per metà esterno e per metà sotterraneo. Ho attraversato la strada aggirando il ponte aperto per le Olimpiadi e dall’anno scorso chiuso per lavori mai iniziati. Il porto pullulava di turisti. Due americane non sapevano nulla del “corralito” ma erano felici per non aver dovuto pagare i mezzi pubblici. Un gruppo di ragazzi se la rideva all’ombra fumando sigarette. Tutto come sempre. Ho domandato se ci fosse qualche cambiamento. Niente di rilevante, forse un lieve calo – mi hanno detto. È inizio luglio. Solo turisti. In mezzo alla settimana quasinessun greco. Forse qualcuno ha deciso di rinunciare? Difficile dirlo. Lo sanno gli albergatori.

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Forse Federico Fubini è salito all’alba all’Acropoli e poi al Pireo ha trovato una nave che partiva con venti passeggeri a bordo? Ne dubito. Se anche fosse, non è questa la norma nei giorni più importanti in cui un referendum decisivo è alle porte. Le sue informazioni non raccontano la realtà. Come ci si può fidare di lui sui retroscena politici, se gli unici fatti che ha raccontato non sono reali?
Il mio mestiere non è quello del giornalista. Ma quando scrivo reportage dai paesi in cui viaggio, la regola è quella che mi hanno insegnato: raccontare ciò che vedo, domandare, controllare i dati. Si tratta della regola più importante per chiunque abbia la possibilità di essere letto anche solo da pochi lettori avidi di informazioni. Figurarsi su questioni di così grande importanza e su quotidiani letti da migliaia di persone. Così, sull’Acropoli ho tirato fuori il mio tesserino di pubblicista e ho scattato foto alla folla così come davanti ai bancomat solitari e vuoti e davanti al porto brulicante di viaggiatori.

Poi me ne sono andato a pranzo con una reporter che da anni racconta la Grecia per un grande quotidiano straniero. Abbiamo parlato, mi ha raccontato. Viene in Grecia e parla greco da una trentina di anni. Conosce il popolo e i suoi politici. La grandezza e la miseria greche. La tragedia. Il radicalismo. L’intelligenza. La predisposizione al dibattito. Eravamo in una taverna. Si sono uniti due greci a discutere di politica. Abbiamo chiacchierato fino alle quattro. Non so se lei scriverà di quel che abbiamo vissuto oggi a pranzo. So che a me piacerebbe se i lettori italiani potessero leggere i suoi magnifici articoli.

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In Grecia, in questi giorni, si decidono molte cose. Per il Paese e per l’Europa stessa. La campagna mediatica ha raggiunto qui proporzioni inaudite. Si sa bene quanto le tv private che dominano il panorama informativo greco siano tutte senza esclusione da una parte. L’informazione europea potrebbe mostrare un’altra via, una via se non imparziale (ché l’imparzialità è un’utopia), ma perlomeno documentata e il più possibile fedele alla realtà. È sconcertante dover ammettere il contrario.

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Come vanno le vendite dei libri? Stabilmente male. E i classici? Male pure quelli https://minimaetmoralia.it/editoria/come-vanno-le-vendite-dei-libri-stabilmente-male/ https://minimaetmoralia.it/editoria/come-vanno-le-vendite-dei-libri-stabilmente-male/#comments Thu, 24 Jul 2014 07:15:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22441 Riprendiamo quest'analisi dal sito ibuk.it

di Kim Philby
Andamento negativo del -4,65% a valore e -3,90% a numero di pezzi per il dato consolidato a Maggio 2014, rispetto allo stesso periodo 2013; dati pressoché negativamente stabili rispetto a Aprile 2014.

Maggio comunque registra il secondo peggior dato dall’inizio dell’anno: -6,60% a valore e –5,43% a numero di pezzi.

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Riprendiamo quest’analisi dal sito ibuk.it

di Kim Philby
Andamento negativo del -4,65% a valore e -3,90% a numero di pezzi per il dato consolidato a Maggio 2014, rispetto allo stesso periodo 2013; dati pressoché negativamente stabili rispetto a Aprile 2014.

Maggio comunque registra il secondo peggior dato dall’inizio dell’anno: -6,60% a valore e –5,43% a numero di pezzi.

Andamento generale – valore assoluto

Andamento mensile a valore

Mese Prezzo medio Δ
2014 2013 Valori Pezzi
Gennaio 13,45 13,74 -4,86 -2,86
Febbraio 13,53 13,59 -0,45 -0,05
Marzo 13,80 13,62 -9,03 -10,18
Aprile 13,12 13,32 -1,09 0,41
Maggio 13,26 13,43 -6,60 -5,43
Totale 13,44 13,54 -4,65 -3,90

SETTORI

I settori Narrativa, Scienze Sociali e Ragazzi, che rappresentano il 68,64% di assorbimento sul totale, fanno registrare complessivamente un -4,2% a valore con un peggioramento dello 0,6% sul consolidato al mese precedente.

Settori – Δ valore e pezzi

Delta valore e pezzi

Settore Prezzo medio Δ
2014 2013 Valori Pezzi
Narrativa 13,26 13,51 -4,33 -2,59
Scienze sociali 14,18 14,77 -7,45 -3,63
Ragazzi 10,64 10,29 3,05 -0,35
Varia 13,74 13,84 -6,37 -5,69
Classici 10,49 9,97 -8,93 -13,48
Turismo 16,19 15,95 3,05 1,55
Scienza e tecnologia 28,22 27,98 -1,80 -2,62
Arte 21,75 22,16 -2,11 -0,26
Altro 12,67 13,30 -14,88 -10,68

NOVITÀ/CATALOGO

L’andamento del Catalogo si allinea a quello delle Novità.

Novità/catalogo – Assorbimento % a valore e variazione

Novità/catalogo - Ass. % valore

Novità/Catalogo Prezzo medio Δ
2014 2013 Valori Pezzi
Catalogo 13,27 13,41 -4,49 -3,45
Novita 13,73 13,77 -4,91 -4,67
Totale 13,44 13,54 -4,65 -3,90

FASCIA DI PREZZO

Dato peggiore per i titoli con fascia di prezzo superiore ai 25 €; positivo quello con prezzo inferiore ai 7 €.

Fascia di prezzo – Assorbimento % e a valore e variazione

Novità/catalogo - Ass. % valore

Fascia di prezzo Prezzo medio Δ
2014 2013 Valori Pezzi
Da 0 a 7 4,24 4,13 2,36 -0,18
Da 8 a 12 9,89 9,84 -4,51 -5,04
Da 13 a 17 14,70 14,70 -3,18 -3,16
Da 18 a 25 19,94 20,02 -5,29 -4,89
> 25 40,25 40,47 -8,52 -8,03

TIPO LIBRERIA

Piccola inversione di tendenza che arresta il recupero delle Librerie Indipendenti rispetto a quelle di Catena.

Tipo libreria – Assorbimento % a valore e variazione

Tipo libreria - Ass. % valore

Tipo libreria Prezzo medio Δ
2014 2013 Valori Pezzi
Indipendenti 15,54 15,63 -5,84 -5,32
Catena 12,63 12,72 -4,07 -3,34

DIMENSIONE LIBRERIA

Le librerie con Dimensione tra 500 e 800 mq risultano le meno penalizzate; peggior dato per quelle sotto i 100 mq.

Dimensione libreria – Assorbimento % a valore e variazione

Dimensione libreria - Ass. % valore

Dimensione Prezzo medio Δ
2014 2013 Valori Pezzi
<100 14,25 14,52 -5,08 -3,28
100-300 12,89 13,08 -4,64 -3,31
301-500 13,69 13,73 -5,71 -5,45
501-800 13,27 13,35 -3,14 -2,54
>800 13,73 13,76 -4,67 -4,43

MACROAREA GEOGRAFICA

Nessuna variazione di assorbimento tra le Macroaree e pressoché identico il decremento con una nota negativa per le Metropoli.

Macroarea geografica – Assorbimento % a valore e variazione

Macroarea geografica - Ass. % valore

Macroarea Prezzo medio Δ
2014 2013 Valori Pezzi
Centro 13,37 13,48 -4,41 -3,64
Metropoli 14,02 14,06 -5,36 -5,10
Nord Est 13,38 13,51 -4,06 -3,15
Nord Ovest 13,15 13,20 -4,56 -4,19
Sud e Isole 12,66 12,92 -4,12 -2,15

FOCUS CLASSICI


CLASSICI: ANDAMENTO GENERALE

Un Focus sullo Scaffale dei Classici (che vale circa il 6,5% del totale) sottolinea una perdita del –8,93% a Valore e –13,48% a numero di Pezzi.

Tra gli Editori, 35 rappresentano il 90% del mercato che comunque vede protagonisti circa 1.000 case editrici.

Per quanto riguarda la Narrativa, tra gli autori più venduti segnaliamo Simenon, Trollope, Orwell, Uhlman, Tolkien e Primo Levi; nella Saggistica, troviamo Arendt, Epicuro, Seneca, Erasmo da Rotterdam, Freud, Calvino, Lao Tzu, Sun Tzu e Machiavelli.

Classici: Andamento generale – Valore assoluto

Classici - Andamento generale

Mese Prezzo medio Δ
2014 2013 Valori Pezzi
Gennaio 10,82 10,82 -6,01 -6,05
Febbraio 10,87 11,07 -3,17 -1,39
Marzo 10,92 8,97 -16,10 -31,13
Aprile 10,00 9,57 -3,70 -7,85
Maggio 9,79 9,81 -14,24 -14,07
Totale 10,49 9,97 -8,93 -13,48

CLASSICI: SCAFFALI

Classici: Scaffali – Δ valore e pezzi

Classici - Scaffali - Delta valori e pezzi

Classici: Scaffale Prezzo medio Δ
2014 2013 Valori Pezzi
Narrativa 10,32 9,80 -11,25 -15,72
Scienze sociali 11,18 9,91 -6,10 -16,82
Poesia e teatro 10,27 10,34 -7,79 -7,22
Ragazzi 9,48 9,71 -7,41 -5,19
Biografie 13,70 12,57 17,69 8,00
Varia 13,99 14,35 2,90 5,50
Scienze e tecnologia 11,13 11,96 -15,95 -9,67
Arte 20,36 19,56 -6,80 -10,45
Altra 6,38 10,04 16,18 82,94
Spettacolo 14,87 12,52 -7,09 -21,74

CLASSICI: FASCIA DI PREZZO

I titoli con prezzo inferiore ai 7€ sono i più penalizzati, seguiti da quelli con prezzo superiore ai 25 €; il 52% delle vendite si concentra sui titoli con prezzo compreso tra 8 e 12 € che perdono il 7,25%.

Classici: Fascia di prezzo – Assorbimento a valore e variazione

Classici - Fascia di prezzo - Ass. % valore

Classici: Fascia di prezzo Prezzo medio Δ
2014 2013 Valori Pezzi
Da 0 a 7 4,63 3,74 -14,09 -30,67
Da 8 a 12 9,50 9,50 -7,25 -7,24
Da 13 a 17 14,30 14,38 -12,87 -12,40
Da 18 a 25 20,00 20,03 -3,23 -3,10
> 25 37,17 36,28 -12,11 -14,23

CLASSICI: TIPO LIBRERIA

Rispetto al dato generale è interessante rilevare il dato di assorbimento delle Librerie di Catena che vendono tre volte il valore di quelle Indipendenti.

Classici: Tipo libreria – Assorbimento a valore e variazione

Classici - Tipo libreria - Ass. % valore

Classici: Tipo libreria Prezzo medio Δ
2014 2013 Valori Pezzi
Indipendenti 10,91 10,40 -9,73 -13,99
Catena 10,35 9,82 -8,65 -13,30

CLASSICI: DIMENSIONE LIBRERIA

Le Librerie con una dimensione di oltre 800 mq rappresentano il 37% del totale e perdono l’8,9%; a seguire quelle comprese tra 100 e 300 mq che rappresentano il 26% e predono circa il 10%.

Classici: Dimensione libreria – Assorbimento a valore

Classici - Dimensione libreria - Ass. % valore

Classici: Dimensione Prezzo medio Δ
2014 2013 Valori Pezzi
<100 10,76 10,32 -5,74 -9,54
100-300 10,56 10,03 -9,68 -14,18
301-500 10,30 9,66 -10,58 -16,12
501-800 10,29 9,56 -7,26 -13,87
>800 10,57 10,18 -8,89 -12,23

Classici: Macroarea geografica – Assorbimento a valore

Interessante notare che in questo Settore, per quanto riguarda le Macroaree, le Metropoli replicano l’assorbimento del dato generale menrte ci sono delle variazioni sulle restanti.

Classici - Macroarea - Ass. % valore

Classici: Macroarea Prezzo medio Δ
2014 2013 Valori Pezzi
Metropoli 10,72 10,20 -9,79 -14,13
Nord Est 10,56 10,04 -9,45 -13,94
Nord Ovest 10,48 9,83 -10,39 -15,95
Sud e Isole 9,93 9,52 -6,00 -9,85
Centro 10,55 9,99 -6,78 -11,70

[Fonte: dati di vendita delle librerie (escluse online) presenti in Arianna in entrambi gli anni considerati]

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Nessuna solidarietà per i giornali che chiudono? https://minimaetmoralia.it/editoria/nessuna-solidarieta-per-i-giornali-che-chiudono/ https://minimaetmoralia.it/editoria/nessuna-solidarieta-per-i-giornali-che-chiudono/#comments Tue, 08 Jul 2014 23:18:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22034 I giornali chiudono. Alle volte in modo velocissimo. Pubblico di Luca Telese per esempio ci ha messo poco più di tre mesi. Ha dilapidato 650.000 euro e lasciato un sacco di giornalisti a spasso - casse integrazioni ballerine - e almeno un centinaio di collaboratori non pagati. Anche Pagina 99 ha chiuso il quotidiano dopo un paio di mesi per reinventarsi come settimanale. Ha chiuso Terra: giornale ecologista, dal 2009 al 2011 era in edicola tutti i giorni, 16 pagine 1 euro, poi è diventato mensile, poi non è più uscito - i giornalisti, che avevano fatto istanza di fallimento, sono ancora in causa con l'azienda per il saldo degli arretrati e sono finiti tutti in cassa integrazione (il sito è completamente bianco con delle scrittine html un po' malinconiche). Liberazione ha salutato i suoi lettori il 19 marzo scorso dopo aver provato a restringersi, rinnovarsi, uscire solo on line (sul sito, cristallizzato da quattro mesi, campeggiano un comunicato di Paolo Ferrero, una pubblicità dell'università telematica eCampus e un video sull'eredità di Chavez nel nuovo Venezuela). Il riformista ha chiuso definitivamente due anni fa; qualcuno che ci lavorò ancora spera nei soldi di un'onda lunghissima del liquidatore. Hanno chiuso la maggior parte delle edizioni locali dei quotiani nazionali. E le riviste, come XL. E i grandi e piccoli quotidiani dimagriscono, prepensionano, ondeggiano sull'orlo del precipizio, non assumono, licenziano, sopravvivono con la cassa integrazione a rotazione, abbassano i compensi a un livello talmente infimo che scarseggia persino l'ossigeno... Dal Foglio al manifesto, dal neonato Garantista alle corazzate Repubblica e Corriere.

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I giornali chiudono. Alle volte in modo velocissimo. Pubblico di Luca Telese per esempio ci ha messo poco più di tre mesi. Ha dilapidato 650.000 euro e lasciato un sacco di giornalisti a spasso – casse integrazioni ballerine – e almeno un centinaio di collaboratori non pagati. Anche Pagina 99 ha chiuso il quotidiano dopo un paio di mesi per reinventarsi come settimanale. Ha chiuso Terra: giornale ecologista, dal 2009 al 2011 era in edicola tutti i giorni, 16 pagine 1 euro, poi è diventato mensile, poi non è più uscito – i giornalisti, che avevano fatto istanza di fallimento, sono ancora in causa con l’azienda per il saldo degli arretrati e sono finiti tutti in cassa integrazione (il sito è completamente bianco con delle scrittine html un po’ malinconiche). Liberazione ha salutato i suoi lettori il 19 marzo scorso dopo aver provato a restringersi, rinnovarsi, uscire solo on line (sul sito, cristallizzato da quattro mesi, campeggiano un comunicato di Paolo Ferrero, una pubblicità dell’università telematica eCampus e un video sull’eredità di Chavez nel nuovo Venezuela). Il riformista ha chiuso definitivamente due anni fa; qualcuno che ci lavorò ancora spera nei soldi di un’onda lunghissima del liquidatore. Hanno chiuso la maggior parte delle edizioni locali dei quotiani nazionali. E le riviste, come XL. E i grandi e piccoli quotidiani dimagriscono, prepensionano, ondeggiano sull’orlo del precipizio, non assumono, licenziano, sopravvivono con la cassa integrazione a rotazione, abbassano i compensi a un livello talmente infimo che scarseggia persino l’ossigeno… Dal Foglio al manifesto, dal neonato Garantista alle corazzate Repubblica e Corriere.

Certo, si potrebbe osservare, ancora con la carta nel 2014… Ma anche i giornali on-line sembra rischino di chiudere. Il sito del Paese sera – “la voce di Roma”, solo digitale da anni ormai – è ancora funzionante, ma seconda notizia in home page, dopo quella del traffico della Capitale lento e costoso, è questa: “La proprietà ha annunciato informalmente che tra qualche giorno porrà in essere la liquidazione della società. I contratti rinnovati dai giornalisti nel mese di marzo diventeranno carta straccia. Il gruppo Parsitalia Media ha fatto un passo indietro, nonostante avesse già fatto investimenti in funzione dell’ingresso nella società”. Italia Oggi nemmeno un mese fa declamava una sorta di bollettino medico per Linkiesta e per l’Huffington Post, un milione di euro di perdite annuali per uno. Un po’ meglio gli altri, ma con rossi considerevoli: Il Post, Lettera 43, Blitz Quotidiano
E infine in questi giorni d’estate – i peggiori per essere sensibili agli interessi dei lavoratori, me ne rendo conto – l’allarme suona per l’Unità. La casa editrice, la NIE di Matteo Fago, è in liquidazione; il PD non sa bene che fare. Renzi l’ultima volta che ne ha parlato ha buttato lì l’ipotesi di una spending review casareccia: due giornali per un partito sono troppi. Intendeva l’Unità ed Europa, che vive quasi solamente on line ormai.
E potrei continuare. A spulciare la rete, emerge una fungaia di comunicati sindacali agguerriti, di appelli dei giornalisti all’editore affinché con un orgoglio imprevisto salvi la baracca, agli investitori che samaritanamente ci ripensino, ai lettori che solidarizzino. L’impressione è quella di osservare una montagna che crolla, al rallentatore. Una parabola impietosa, ma forse normale, quasi fatale uno direbbe: nell’era dell’informazione su internet, tutto cambia, tutto ciò che è solido evapora nell’aria.
C’è un elemento di questo declino dei giornali che però appare meno prevedibile del resto. C’è una nota che stona nelle pagine dei commiati, delle lettere di solidarietà. I commenti.
I commenti dei lettori sono un coro decisamente uniforme, e – almeno per me – spiazzante. Dicono: “Chi è causa del suo male pianga se stesso. Se è diventata come i giornali di B. questa è la fine che merita.”, “Si trovino un lavoro con le loro competenze (se le hanno…), e se avranno successo sarà per meritocrazia e non grazie ai finanziamenti pubblici. La pacchia è finita!”, “Finalmente. Chiudessero ste merde”, “Se non hanno lettori perchè dovremmo pagare tutti noi i loro stipendi? Io non leggo quel giornale e quindi non voglio finanziarlo!”, “Godo. Giornale divoratore di soldi pubblici. Si cercheranno un lavoro vero. Come me, che lavoro senza che lo Stato mi sovvenzioni”. “Questi giornaletti senza aiuti di stato non vanno da nessuna parte. Speriamo ne chiudano altri, di quelli che prendono i nostri soldi”.
Su facebook, su twitter, ovunque, il tenore è simile. Chi si mette dalla parte dei lavoratori, viene sbeffeggiato. Chi ricorda la storia della testata o si appella al valore del pluralismo, considerato uno zombie. Chi difende il finanziamento pubblico, direttamente un ladro. Anche tra colleghi, tra giornalisti, la solidarietà è solo di facciata, si sente piuttosto un’aria da mors tua, viticina mea. È arrivato il repulisti. Soffiano gli spiriti animali.
Che senso ha tutto questo? Sono così brutti, vecchi, sorpassati, malgestiti questi giornali che chiudono, quelli sprofondati nella crisi nera, quelli che provano a respirare con più forza mentre noi vediamo la corda che si stringe rapidamente intorno al loro collo? Sono così mal pensati anche i giornali nuovi? Sono vittime di business model toppati in pieno quelli che accumulano debiti incompensabili?
A quale segno dei tempi stiamo assistendo? Cosa vuol dire: che la coscienza di classe è un residuato novecentesco canceroso da ripulire tipo l’eternit? Che una civiltà giornalistica di tutelati (professionisti, articolo 1…) sta finendo, distrutta dalle orde di freelance, forse preparati, sicuramente sottopagati, sconfitta – leggi: schiantata – dagli eserciti di opliti produci-click? Perché non si manifesta nessuna solidarietà tra lavoratori? Perché effettivamente ci si sente in due trincee opposte: i vecchi e i giovani? Perché c’è un retrogusto dolce a veder affondare quel giornale in cui un caporedattore l’altroieri mi ha rifiutato un pezzo, non rispondeva mai alle mail e adesso è disoccupato come me? O è una banalissima Schadenfreude? Gioiamo delle disgrazie altrui, proviamo un piacere misto al sublime nel contemplare il disastro, declini che somigliano a affondamenti: finalmente se ne vanno a casa, quelli scarsi, gli stipendiati coi soldi pubblici, i parassiti, chiedessero i soldi agli strozzini per pagarsi i mutui?
Ma seppure questa è la risposta di default, l’istinto, la reazione belluina, la dichiarazione à la Grillo – grande pedagogo dell’odia il prossimo tuo – c’è un altro interrogativo più pungente che ci si rivela appena le bollicine sulla superficie si sono dileguate e la pietra legata alla corda si è ormai inabissata: noi, siamo sicuri di essere quelli bravi noi? Quelli che – nella crisi di sistema – si salverebbero, perché hanno affinato le competenze: le lingue fluenti, la dimestichezza con wordpress e con le infografiche, la velocità, la disponibilità perenne, la versatilità?
E ancora, più a fondo, una domanda che scova un’altra domanda, come se avessimo scoperto una vena scavando in un terreno che non pensavamo così friabile: Noi, che cosa proviamo? Quale sentimento, dico?
Visto che non abbiamo avuto mai nessuna certezza, possiamo sempre sentirci al riparo nella stiva, come gli schiavi nelle rotte dall’Africa all’America nel 1700?
Conosciamo bene il futuro che ci aspetta; allora forse è preferibile soccombere nella prossima burrasca?

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La crisi a teatro secondo Fausto Paravidino https://minimaetmoralia.it/interviste/crisi-teatro-fausto-paravidino/ https://minimaetmoralia.it/interviste/crisi-teatro-fausto-paravidino/#comments Fri, 12 Apr 2013 13:30:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13948 Questo pezzo è uscito sul numero di aprile dei Quaderni del Teatro di Roma. (Foto: Ilaria Scarpa.)

“Crisi” è una delle parole più frequentate dalla politica e dall’arte nell’ultimo quinquennio. E anche se a tutti noi è chiaro il contorno di questa parola, le sue coordinate economiche e i suoi effetti possibili sul futuro, quello che ancora è immerso nella nebbia è la sua sostanza, il modo cioè in cui i numeri della crisi si traducono nell’incandescente materia della vita, né intaccano le abitudini e le sicurezze e a poco a poco trasformano le relazioni, gli affetti, le dinamiche sociali e lavorative. Per questo Fausto Paravidino ha scelto di partire da questa parola per avviare il suo laboratorio di drammaturgia, che si sta tenendo in più fasi al Teatro Valle Occupato nel corso di questa stagione.

«Abbiamo scelto di partire dalla ‘Crisi’ perché ci sembrava un tema unificante – spiega Paravidino – Per due motivi: da un lato è un tema all’interno del quale tutti quanti si possono riconoscere, perché è quello che stiamo vivendo tutti. Dall’altro parlare di crisi significa parlare di teatro: una commedia inizia quando un ordine entra in crisi».

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Questo pezzo è uscito sul numero di aprile dei Quaderni del Teatro di Roma. (Foto: Ilaria Scarpa.)

“Crisi” è una delle parole più frequentate dalla politica e dall’arte nell’ultimo quinquennio. E anche se a tutti noi è chiaro il contorno di questa parola, le sue coordinate economiche e i suoi effetti possibili sul futuro, quello che ancora è immerso nella nebbia è la sua sostanza, il modo cioè in cui i numeri della crisi si traducono nell’incandescente materia della vita, né intaccano le abitudini e le sicurezze e a poco a poco trasformano le relazioni, gli affetti, le dinamiche sociali e lavorative. Per questo Fausto Paravidino ha scelto di partire da questa parola per avviare il suo laboratorio di drammaturgia, che si sta tenendo in più fasi al Teatro Valle Occupato nel corso di questa stagione.

«Abbiamo scelto di partire dalla ‘Crisi’ perché ci sembrava un tema unificante – spiega Paravidino – Per due motivi: da un lato è un tema all’interno del quale tutti quanti si possono riconoscere, perché è quello che stiamo vivendo tutti. Dall’altro parlare di crisi significa parlare di teatro: una commedia inizia quando un ordine entra in crisi».

Come avete scelto di lavorare nel laboratorio?

Uno dei giochi che facciamo è studiare in pubblico. Invece che andare a casa a leggere libri per condurre l’inchiesta che serve per scrivere, la facciamo in maniera collettiva. Abbiamo deciso di occuparci di finanza, di occuparci di quello che c’è sui giornali, della crisi finanziaria. Per questo abbiamo organizzato degli incontri di economia: abbiamo invitato un liberista ferocissimo, che si chiama Carlo Stagnaro, e il nostro antiliberista di riferimento, Banares. Li abbiamo fatti anche incontrare tra di loro. L’altra pista che stiamo seguendo è il libro di Giobbe, perché parla della crisi dell’uomo con Dio. O meglio, parla del mistero del male e della sofferenza. Anche lì stiamo facendo un percorso di incontri.

Da queste due piste otteniamo delle suggestioni. Non traduciamo questa fase di studio in compiti immediati per gli autori. Anche se poi, successivamente, dei compiti ce li diamo. Quando abbiamo tentato di tradurre le nostre sessioni di studio attorno alla finanza in drammaturgia è stato molto interessante. Perché scrivere di finanza a teatro è difficile, è quasi sempre un fallimento. Chi ci si è avvicinato di più è Brecht, ma le parti dove parla di finanza sono quelle che i registi trattano peggio, di solito le sostituiscono con qualcosa di visuale, perché fa fatica a funzionare. E perché fa fatica a funzionare? Perché il teatro rappresenta l’uomo, il palcoscenico è il luogo dell’umano, e la finanza è la cosa più extra-umana che siamo stati in grado di inventare. Addirittura staccata dall’economia reale.

Uno dei primi compitini che ci siamo dati è prendere uno strumento finanziario, di quelli molto sofisticati come può essere un CDS o un derivato, e vedere di trasformarlo in una dinamica umana tra personaggi. Ecco un esempio: uno contrae un debito morale con una persona e cartolarizza questo debito morale, lo trasforma in qualcosa. Un altro giochino che abbiamo tentato, ispirandoci stavolta al libro di Giobbe, è di provare a vedere come un personaggio reagisce alla cosiddetta “doppia batosta”. Ti capita una cosa terribile, tu ti ristrutturi rispetto a questa tragedia, ne fai un uso redentivo, diciamo, e quindi ti aspetti un premio. E invece, inspiegabilmente, ti capita un’altra batosta terribile, in qualche modo è come se ti castigasse per il percorso redentivo che hai compiuto. Dopodiché cosa fai? Che ti succede? Naturalmente i nostri autori non sono obbligati a scrivere di questo in modo diretto, sono suggestioni. La maggior parte di loro scrive di crisi di coppia, per cui la loro lettura della crisi è più matrimonialista che finanziaria. Ma questo è caratteristico del teatro.

Siete riusciti a trovare una connessione tra la crisi finanziaria e il destino di Giobbe, del giusto che soffre anche se è giusto? Sembra, per altro, che la vicenda di Giobbe appartenga a un mito molto più antico della stessa Bibbia.

È vero, è un mito mesopotamico, quindi una delle prime cose che siano state “scritte” in assoluto. Curiosamente, lavorandoci su, mi sono accorto che le prime tracce della scrittura nella storia, che risalgono ai Sumeri, sono proprio il mito di Giobbe e delle liste commerciali, una sorta di cambiali, comunque quelli che potremmo definire degli “strumenti finanziari”. L’esigenza di scrivere nasce da questi due capisaldi: gestire le finanze e lamentarsi della cattiveria di Dio.

Rispetto a quello che stiamo scrivendo degli incroci ci sono, anche se non saprei sintetizzarteli a livello generale. Anche perché, dopo alcuni piccoli tentativi di scrittura di gruppo, abbiamo proceduto in modo abbastanza naturale verso la scrittura individuale: ognuno scrive per conti proprio, anche se poi ci si lavora su con tutto il gruppo.

Dal vostro lavoro è uscita una riflessione sul ruolo dell’individuo in un contesto di crisi globale?

Certo. E sai perché? Perché il teatro è azione. Le regole del teatro sono quelle che vivono dentro il canone occidentale: la scrittura in tre atti, il racconto in azione. È uno schema che non ha alcuna ragione di passare di moda, perché è il nostro tipo di respiro intellettuale. Ce lo abbiamo anche come spettatori, è il nostro modo di goderci le cose, di ragionare per tesi, antitesi e sintesi. Che parliamo di una fiaba, della Bibbia o dei film di Spielberg, il meccanismo è lo stesso. E questo schema “innato”, per così dire, comporta che la storia sia la storia di un uomo o di una donna che abbia un desiderio, di una forza che si contrappone a questo desiderio, e che questo generi un conflitto, che la risoluzione di questo conflitto porti a una commedia – di solito di tipo matrimonialista – oppure verso la tragedia, dove l’eroe soccombe. Questo tipo di andamento drammatico, che potremmo definire “virile”, si accorda molto male alla percezione contemporanea del mondo – che è quella che i nostri autori si portano appresso entrando a teatro. Il risultato? Tutti quanti, più che una tragedia con una finale netto, hanno il desiderio di raccontare un pantano, una soluzione dalla quale non c’è uno sblocco. Tutte le volte che intravede un possibile sblocco della situazione, questo viene riconosciuto come una banalità, come qualcosa di “vecchio”, che non parla dell’oggi, della nostra crisi. Per come la vedo io, l’urgenza che esce dal laboratorio è veramente di raccontare una situazione che non ha una soluzione visibile. Ma una situazione senza soluzione visibile è un atteggiamento antidrammatico.

E infatti viene alla mente Beckett…

Certo, viene in mente la drammaturgia mandata a schiantare a gran velocità.

E c’è un tema più specifico che esce fuori?

I partecipanti al laboratorio sono in media tutti miei coetanei, tra i 22 ai 55 anni. Un’età in cui è naturale parlare di figli. Ma i termini in cui se ne parla è: averne o non averne? che paura averne, etc… Si parla di coppie che litigano, di aborti, di figli uccisi o di figli desiderati che non nascono. I figli sono la proiezione di cosa c’è dopo la crisi. Un futuro possibile. Ma anche qui, non si vede una soluzione. D’altronde questo succede anche quando parliamo con il nostro liberista e con il nostro anti-liberista: nel pensiero del primo riconosciamo un’idea violenta dei rapporti sociali, che identifichiamo come “causa della crisi”, e non vediamo soluzione; ma nel pensiero dell’anti-liberista noi vediamo la critica all’esistente, ma non un modello alternativo. Insomma, restiamo impantanati, in bilico tra il male e la critica del male.

Ma qual è il ruolo del teatro in tempi di crisi?

Di elaborazione della realtà. Di solito si va a teatro di sera ed è giusto così. Nel senso che di giorno viviamo esperienze emotive e logiche di tipo caotico; la sera c’è il momento di organizzare questo caos in maniera drammatica. Io credo che il teatro risponda a questa necessità. Quando vai a dormire e sogni fai la stessa cosa, in maniera poetica: una rielaborazione del martellamento emotivo che vivi durante il giorno. In teatro lo fai in maniera drammatica, mettendo le tue esperienze in una sequenza di causa-effetto, in modo che sia condivisibile dalla cittadinanza. Il nostro bisogno primario, adesso più che mai, è di condividere le nostre sensazioni e le nostre esperienze. E il teatro è uno strumento e un luogo adatto alla condivisione. Lì la polis entra in un luogo dove si può confrontare con qualcuno, si può specchiare in qualcuno che si è assunto una responsabilità: il tentativo di dare un ordine di qualche tipo a tutto ciò. Si può riconoscere o meno, ma questa è la specialità del teatro, quella di avere una comunità che si raccoglie attorno a una narrazione condivisa.

È anche vero che tutto questo oggi funziona meno, ma il fatto che il teatro sia in crisi ci parla soltanto del crescente bisogno che abbiamo, non del superamento di questo bisogno.

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L’amore in tempo di guerra. I mass media e la crisi del 2012 https://minimaetmoralia.it/societa/mass-media-e-crisi-2012/ https://minimaetmoralia.it/societa/mass-media-e-crisi-2012/#comments Tue, 26 Feb 2013 10:40:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13226 Questo pezzo è uscito su Link. Idee per la televisione N12 – Insert coin/Game over. Puoi scaricare gratuitamente Link 12 per iPad qui. 

di Violetta Bellocchio

Accendere la tv, sfogliare una rivista, navigare in rete. Tutte azioni che ci consentono di sfuggire, almeno per un po’, alla lugubre atmosfera che ci circonda. Ma che in fondo ci riportano alla crisi, che sia per informarci sui suoi sviluppi o per farci ridere – amaramente – di essa. Tra frasi a effetto svuotate di senso e Sara Tommasi, la paura fa notizia.

Fatto: la realtà è contraddittoria, difficile da raccontare in 90’’.

Cronaca: alla realtà viene sovrapposto un frame narrativo, che nasconde le difficoltà, trasforma le contraddizioni in “normali” punti di svolta all’interno di una struttura a tre atti, e in generale si assume il compito di spiegare l’inspiegabile.

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di Violetta Bellocchio

Accendere la tv, sfogliare una rivista, navigare in rete. Tutte azioni che ci consentono di sfuggire, almeno per un po’, alla lugubre atmosfera che ci circonda. Ma che in fondo ci riportano alla crisi, che sia per informarci sui suoi sviluppi o per farci ridere – amaramente – di essa. Tra frasi a effetto svuotate di senso e Sara Tommasi, la paura fa notizia.

Fatto: la realtà è contraddittoria, difficile da raccontare in 90’’.

Cronaca: alla realtà viene sovrapposto un frame narrativo, che nasconde le difficoltà, trasforma le contraddizioni in “normali” punti di svolta all’interno di una struttura a tre atti, e in generale si assume il compito di spiegare l’inspiegabile.

Se ci mettiamo davanti a tv, quotidiani e testate web per come le conosciamo oggi, una delle tecniche usate più spesso è la personalizzazione della tragedia; un disastro di finzione si racconta tramite eroi a cui affezionarsi – cani, bambini malati, secchioni di buon cuore, Morgan Freeman –, in una cronaca si tende a premiare lo human interest story, la “storia di interesse umano”. Un riempitivo a lieto fine. Il terremoto in Giappone del 2011 aveva avuto Sumi e Jin Abe, nonna e nipote rimasti intrappolati sotto le macerie della loro casa ma sopravvissuti nove giorni, fino all’arrivo dei soccorritori. Servivano a uno scopo preciso, loro due. Permettevano di tirare il fiato in uno scenario terribile. Tra maggio e settembre 2012, i media italiani stabiliscono l’angoscia come unica chiave narrativa adatta al momento.

Qualcuno potrebbe vedere in noi l’esempio estremo della cultura della paura: la combinazione tra scarsa informazione (“siamo in crisi, nessuno sa perché!”) e allarmi sempre più generali (“siamo tutti condannati!”) rientra in una strategia dell’ansia da manuale, volta a non contenere il panico, anzi, ma seminarlo anche dove non ci sarebbe. (In breve: “Noi siamo i prossimi. Tu sei il prossimo”). Ma potrebbe essere tutto molto più semplice: non ci sono i soldi per raccontare meglio questo orrore.

Il timecode del baratro

Tra giugno e luglio 2012 il varietà The Daily Show manda in onda The Correspondents Explain, una serie di video dedicati all’economia con protagonisti alcuni volti noti del programma, sulla scia di un progetto simile in cui gli stessi volti “spiegavano” il bipartitismo. In uno di questi video, Recession & Depression, datato 10 giugno, Wyatt Cenac riassume così la differenza tra i due stati: “non importa che termine usate, vuol dire niente soldi. Probabile che non ne avrete per un bel po’”. (Seguono immagini di conigli in pentola, mentre Samantha Bee chiosa: “dovrete mangiare gli animali domestici dei vostri figli”). D’estate il Daily Show capitalizza il proprio successo; sa di poter contare su un pubblico fedele, che segue con affetto il programma. Però nessuno degli autori è convinto di stare sganciando scomode verità sugli spettatori ingenui, e nessuno cerca di cavarsela con qualche battutina; la nostra impreparazione è solo messa in evidenza dalla superficialità con cui i finti esperti sparano giudizi apocalittici.

Intanto, all’interno di uno show ancora più comico, Stephen Colbert intervista il premio Nobel per l’economia Paul Krugman, e gli chiede: “ovviamente l’America esce da una grande depressione quando scoppia la guerra in Europa… noi ne otterremo una?”. Il Daily Show e il Colbert Report non staccano mai. Le trasmissioni continuano, pioggia o sole; al massimo si salta qualche giorno. L’attualità resta in primissimo piano.

La satira italiana, durante l’estate 2012, è in vacanza. (Oppure osserva l’orizzonte degli eventi da dietro una tapparella, tenendosi in serbo le pallottole per i mesi di maggiore rilevanza). La sensazione di chiuso per aver finito i soldi aleggia ovunque. La tv va avanti a repliche, fondi di magazzino; si sfrutta quello che già c’è, e ovunque ti giri trovi filmini-blob di vecchi varietà, vecchie scenette, numeri musicali di star del passato. Tutto bellissimo, però che in un momento simile, alle otto e mezza di sera, come unico stacco dai tg venga proposto il geghegé non fa molto per mettere in quarantena lo spaesamento del cittadino medio.

Allo stesso modo, negli spazi dedicati all’informazione trionfa una vecchia tecnica: la ripetizione ossessiva di una singola parola che non spiega nulla. Stavolta di cose se ne ripetono due: la parola spread, e la frase “oggi è un giorno decisivo per le sorti dell’euro”. È un meccanismo paragonabile alla soap-operizzazione della politica, per cui di base non deve mai succedere niente, e si deve andare avanti a chiacchiere, finte conversazioni dove si resta sempre al punto di prima. Quando anche i talk show staccano la spina, ci resta solo uno spazio vuoto, un feedback loop di nulla che peggiora ogni minuto. Spread. Oggi è un giorno decisivo per le sorti dell’euro.

Un singolo aspetto della crisi, però, è ritenuto degno di contributi filmati ex novo. Il crollo dei consumi. I servizi sui saldi dell’estate 2012 – ovviamente anticipati e ferocissimi, pur di limitare le pile dei resi – sembrano una passeggiata in un lebbrosario. La gente non compra più. Gli italiani sono poveri. Si eseguono carrellate su negozi vuoti e scaffali pieni, si passano microfoni a esercenti distrutti. Viene occasionalmente data la colpa ai cinesi. Si ripete un punto fermo: gli italiani, un giorno della passata primavera, si sono svegliati poveri. Oppure, gli italiani riscoprono la povertà. Là dove forse sarebbe cascato meglio “gli italiani danno nuove forme alla loro vecchia povertà”. Spread.

In primavera, davanti a un evento reale, la crisi della Grecia, veniva raccontato tutto quanto con la stessa frenesia delle ultime ore di papa Giovanni Paolo II (“fermi tutti, non è ancora morto!”) e con un messaggio esplicito: noi siamo i prossimi, Atene è insalvabile. Però esisteva l’azione; esisteva qualche novità da riportare, per giustificare il crescendo di tensione. Ecco la lettera del pensionato suicida Dimitris Christoulas, ecco il passaggio censurato: “vista la mia età avanzata, non ho modo di reagire in modo attivo – ma se un mio concittadino greco afferrasse un kalashnikov, sarei pronto a stare al suo fianco”. Ecco il Partenone sotto assalto, ed ecco la domanda: siamo noi i prossimi, oppure volesse Iddio tocca prima alla Spagna? 

Dopo tre mesi di nulla infilzato sui giorni decisivi per le sorti dell’Euro, la risposta sarebbe scendere in strada a bruciare macchine a caso. Non lo fa nessuno. O quasi.

La cronaca nera

I primi mesi del 2012 sono occupati dal boom dei suicidi. Un’epidemia che colpirebbe quasi soltanto uomini – pensionati come Christoulas o più giovani padri di famiglia – e che, secondo alcune indagini, andrebbe ridimensionata; secondo altri, si tratterebbe proprio di una “tendenza” creata ad arte, sulla base di pochi dati interpretati molto male. Un boom fatto nascere, non raccontato. Più consistenza avrebbero i gesti dimostrativi, dove gli uomini si asserragliano in banche e istituti di credito, minacciando di darsi fuoco, di tagliarsi le vene, di fare del male a se stessi e agli altri. (Frasi chiave: Non ho più credito; non ho più niente. Devo parlare. Fatemi parlare con qualcuno.) E i media italiani danno enorme spazio a questi incidenti – quando accadono in altri paesi, e finiscono col sangue; la storia dell’impiegato assassino Jeffrey Johnson, a New York, è per i tg nazionali una delle notizie del giorno, proprio come la strage di Denver.

Guardiamo all’estero perché da noi questioni simili si risolvono con l’intervento delle forze dell’ordine, prima che il responsabile di un potenziale gesto insano arrivi a togliersi la vita. Allora le notizie restano lanci, trafiletti. Da “Crisi: ha problemi con banca, uomo si suicida nel bolognese” si passa ad “Avellino, minaccia di darsi fuoco in banca”. Tutto a posto.

Quello che aumenta, sui media, sono i reati contro il patrimonio. E quello che arriva, di nuovo, sono le rapine ai videopoker. L’Italia è al sesto posto mondiale per volume del gioco d’azzardo – un settore che, in totale contro-tendenza, non presenta segni di crisi, e che non viene ostacolato in alcun modo. Il grosso di questo gioco si svolge in pubblico, a viso aperto; il denaro arriva dai videopoker sistemati in ogni bar, edicola, tabaccheria del paese. E ogni esercizio che ospita un videopoker ha bisogno di un cambiamonete, a volte incassato nelle pareti del locale, a volte no.

A luglio cominciano gli assalti ai cambiamonete. Furti con scasso, realizzati in piena notte, questi sì molto ripresi dalla stampa, soprattutto locale. Anche se manca il morto. I responsabili, mai arrestati né identificati, puntano a esercizi commerciali più o meno isolati, ma sempre dopo l’orario di chiusura; si lasciano dietro vetri rotti, serrande scassate, muri abbattuti e sbarre divelte dagli ingressi sul retro (belle foto, molto d’impatto), ma rispetto ad altri mini-boom del passato recente, come le rapine in villa effettuate da bande di rumeni, non si possono registrare feriti, stupri, ostaggi. I danni materiali toccano alle imprese che gestiscono i videopoker, e ai padroni dei singoli locali, che però trattengono solo una parte minima del ricavato – intorno al 5%, di solito. Sono danni, sì, ma non certo impressionanti come il fallout di una rapina in banca.

Cosa succede? È il gesto stesso a essere degno di monitoraggio, da parte di una cronaca che nell’estate 2012 decide di mettere questi furti in prima pagina, in tutto il paese, in una quasi assoluta mancanza di giudizio morale. Nessuno viene invitato a giocare meno, ma nessun criminale viene spacciato per Robin Hood. Spaccare pareti e sfondare vetri è una cosa che si fa, e basta. Gotham può essere serenamente ridotta in cenere. E ora, passiamo alla pornografia.

Lo sdegno

Tipico di ogni crisi è il piacere di vedere trascinato in rovina chi “non si merita” il proprio privilegio, il benessere esistenziale e materiale raggiunto: un nemico frequente, in Italia, sono i parlamentari, bersagli di proposte referendarie non troppo elaborate quando non di iniziative politico-virali destinate a non uscire mai dalle catene di Sant’Antonio. Lo stesso. L’importante è che il ricco perda tutto, riceva una punizione esemplare. Non perché tu possa così trionfare su di lui, ma perché tu possa vederlo rotolarsi nella stessa polvere, a pochi metri da te. Negli Stati Uniti era cominciata nel 2009, quando la crisi dei mutui, oltre a gettare famiglie medie sul lastrico, aveva tagliato il bilancio ai figli dei ricchi, costretti a lasciare gli stage non pagati e le zone boho chic delle grandi città perché i genitori non potevano più mantenerli a quel tenore di vita. Nessuno piangeva per loro, molti dicevano “ben gli sta, finalmente un po’ di giustizia”.

In Italia, nel 2012, c’è Sara Tommasi. Per parlare di lei nella realtà servirebbero tempo e fatica. (Un tentativo di riassunto? “Ex modella e personaggio televisivo la cui fortuna, secondo alcuni, si sarebbe compromessa nel 2011, con la pubblicazione sul Corriere del Mezzogiorno degli sms che lei aveva spedito a Silvio Berlusconi, e che oscillavano da “mi hai fatto ammalare… paga i conti dello psicologo” a “ti amo ancora”). Alla cronaca basta una frase: ragazza ricca, caduta in basso.

La caduta, qui, è preparata da una serie di iniziative personali, tutte ben documentate. C’è l’adesione al movimento di Scilipoti contro il signoraggio bancario, ci sono i video dove lei si toglie i vestiti, commentando “lo faccio solo perché si parli di questo grave problema”; poi ci sono gli striptease integrali per le strade di Roma, e le foto di lei che si struscia contro un Bancomat. Una scena che Robocop, con il suo “lo compro per un dollaro!”, se la sognava di notte.

A giugno Sara Tommasi interpreta un film pornografico. Sara contro tutti, poi rettificato in La mia prima volta. Resterà la notizia dell’estate. Non perché si tratti di un porno ben realizzato, o perché la modella sia la prima personalità pubblica ad accostarsi al genere. No. Quello che fa centro è la punizione della celebrità. Anche chi non visiona il film al completo non può non vedere gli screenshot degli occhi sbarrati della Tommasi, che per mesi vengono ripresi da stampa e tv nazionali; anche chi è disposto a lasciarsi trasportare non può ignorare che nel prodotto finito Tommasi scandisce “sono una zoccola” con l’aria di chi vorrebbe essere in qualsiasi altro posto. Con l’aria di non essere stata preparata affatto, da nessuno, alla prestazione lavorativa che sta svolgendo davanti alla videocamera. Lei si sta abbassando per questioni di sopravvivenza, non per desiderio di apparire o ambizioni più alte.

Sara Tommasi realizza quindi il finale di Requiem for a Dream a beneficio di chiunque abbia dimestichezza con le edicole, una buona connessione o un abbonamento a Sky.

Di fronte all’angoscia trasmessa dal film, alcuni parlano di circonvenzione di incapace, attribuiscono alla protagonista dolori segreti che spaziano dall’abuso di cocaina al disagio psichiatrico. Diversa luce, mediaticamente, hanno altre delle sue disavventure. Ecco Sara Tommasi che spazza il pavimento in un ristorante di Riccione, su richiesta di un utente YouTube; ecco Sara Tommasi che afferma “ho avuto un contatto con entità aliene, mi hanno impiantato un microchip nel cervello”, eccola in discoteca mentre i presenti intonano “sono tutte puttane”, ed eccola pellegrina a Medjugorje insieme alla madre. Se chiudi qui, hai anche il lieto fine. Una specie.

La punizione della celebrità, in Italia, è quello che passa per una storia di interesse umano. La ragazza ricca compie ogni attività considerata “degradante”, dalla doppia penetrazione alle pulizie. Diventa solo un’altra stagista impacciata, in una realtà-azienda che continuerà a esistere per molti anni, quando lei se ne sarà andata.

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Il dibattito sulla crisi dell’editoria https://minimaetmoralia.it/interventi/il-dibattito-sulla-crisi-delleditoria/ https://minimaetmoralia.it/interventi/il-dibattito-sulla-crisi-delleditoria/#comments Tue, 10 Jul 2012 19:02:58 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8633 Christian RaimoChristian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo […]

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Breve storia della crisi https://minimaetmoralia.it/estratti/breve-storia-della-crisi/ https://minimaetmoralia.it/estratti/breve-storia-della-crisi/#comments Fri, 03 Feb 2012 10:09:09 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6333 Questa testo è contenuto in appendice al saggio «Manifesto degli economisti sgomenti. Capire e superare la crisi» (pubblicato da Sbilanciamoci! e da minimum fax, 2012), un libro importante perché smentisce alcune false certezze sulla crisi economica che stiamo attraversano e fornisce delle misure alternative per fronteggiarla. Questa breve storia della crisi curata da Andrea Baranes ne è un assaggio.

di Andrea Baranes

Troppo debito?
Nella prima metà degli anni Novanta il governo Berlusconi annunciava un nuovo miracolo italiano fondato sulla crescita e lo sviluppo, prometteva tagli delle tasse per cittadini e imprese, investimenti pubblici per trasformare il paese.

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Questo testo è contenuto in appendice al saggio «Manifesto degli economisti sgomenti. Capire e superare la crisi» (pubblicato da Sbilanciamoci! e da minimum fax, 2012), un libro importante perché smentisce alcune false certezze sulla crisi economica che stiamo attraversano e fornisce delle misure alternative per fronteggiarla. Questa breve storia della crisi curata da Andrea Baranes ne è un assaggio. 

di Andrea Baranes

Troppo debito?
Nella prima metà degli anni Novanta il governo Berlusconi annunciava un nuovo miracolo italiano fondato sulla crescita e lo sviluppo, prometteva tagli delle tasse per cittadini e imprese, investimenti pubblici per trasformare il paese. A novembre 2011 il governo si dimette sotto il peso degli interessi da pagare, tra conti pubblici che non quadrano e nubi sempre più minacciose di possibili default. La pressione fiscale aumenta, a partire dall’Iva, assistiamo a tagli generalizzati di tutte le spese pubbliche mentre i soldi per gli investimenti e lo «sviluppo» sono un miraggio sempre più distante. Il nostro paese è uno dei principali problemi dell’Unione Europea.
Cos’è successo allora in questi diciotto anni? Perché nel 1994 l’Italia era sì un paese con un forte debito e diversi problemi, ma, così ci veniva raccontato, con ottime prospettive, mentre ci ritroviamo nel 2011 con l’acqua alla gola e in balia delle tempeste finanziarie? L’argomento che ci viene ripetuto è che l’Italia del 2011 è schiacciata da un rapporto tra debito e prodotto interno lordo che sfiora il 120% e sta strangolando la nostra economia. Bene. Qual era allora la situazione nella prima metà degli anni Novanta? Tra il 1993 e il 1995 il rapporto tra debito e Pil in Italia superava il 120%.
Occorre quindi analizzare meglio le cause politiche, sociali, industriali ed economiche che contribuiscono all’attuale rapido declino del nostro paese.

Le motivazioni reali
Ancora all’inizio del 2011 il nostro governo si vantava del fatto che la crisi del 2007-2008 avesse risparmiato l’Italia e della solidità dei conti pubblici, delle banche e del sistema produttivo.
La crisi al contrario c’era, ed era in primo luogo legata al dogma economico della continua crescita dei consumi e del Pil. Se diminuiscono produzioni e consumi, oltre alle ripercussioni sul mondo del lavoro e su quello imprenditoriale, diminuisce il Pil. Al diminuire del denominatore aumenta il rapporto debito/Pil, e quindi i conti pubblici peggiorano.
Non solo. Riprendiamo in esame questo rapporto che riveste oggi un ruolo così fondamentale. Al numeratore troviamo il debito pubblico, che, con qualche approssimazione, è costituito dalla massa di titoli di stato (Bot, Cct, Btp e altri) in circolazione in Italia, a cui si sommano i debiti delle amministrazioni locali e altre voci. Su questo debito l’Italia paga un interesse. Se il governo emette un Bot al 2%, su 100 euro di titolo ne dovrà pagare 2 di interessi. È allora chiaro che tanto più alti sono gli interessi da pagare tanto più le risorse del pubblico dovranno andare a rimborsare gli interessi sul debito, e non potranno essere utilizzate per altri scopi, dall’istruzione alla ricerca al welfare.
Semplificando il discorso, le risorse a disposizione dello stato sono principalmente le tasse pagate da cittadini e imprese. Se lo stato ogni anno ha delle entrate che crescono più rapidamente degli interessi sul debito, quest’ultimo è in qualche modo sostenibile. Una parte delle risorse aggiuntive saranno destinate a ripagare il debito e i suoi interessi, il resto potrà andare a politiche pubbliche. Al contrario, se il Pil non cresce e non vengono messe nuove tasse, non aumenta nemmeno il gettito fiscale. In queste condizioni gli interessi sul debito crescono e continua ad aumentare il debito, peggiorando ulteriormente il problema. Questo anche senza considerare che, essendo una parte rilevante del debito italiano in mani straniere (principalmente banche e fondi di investimento), la mole crescente di interessi comporta un progressivo impoverimento dell’Italia nel suo insieme.
All’inizio degli anni Novanta l’economia italiana, il Pil, cresceva, mentre gli interessi da pagare sul debito pubblico erano relativamente bassi. Nel 2011 ci troviamo nella situazione opposta.
Questa spiegazione contabile non è però che una delle motivazioni. A questo problema se ne lega un altro, ancora più pesante e che discende direttamente dalla crisi finanziaria: gli interessi aumentano a un ritmo incontrollabile. L’Italia deve oggi emettere titoli di stato con rendimenti sempre maggiori, il che peggiora ulteriormente i conti pubblici. Sono due le motivazioni che spiegano questo veloce aumento degli interessi sul debito: da una parte il costo dei piani di salvataggio della finanza messi in campo dai governi dopo la bolla dei mutui subprime esplosa nel 2007, dall’altra la dimensione di una finanza speculativa in grado di scommettere contro interi paesi.

La crisi del 2011
L’attuale crisi discende direttamente da quella che nel 2007-2008 ha travolto la finanza internazionale dopo lo scoppio della bolla dei mutui subprime negli Stati Uniti. Solo i giganteschi piani di salvataggio realizzati dai governi e dalle istituzioni pubbliche hanno permesso di salvare il sistema finanziario dalla crisi di cui esso stesso era in massima parte responsabile. Stime prudenziali parlano di almeno 14.000 miliardi di dollari versati dal pubblico al settore finanziario privato. Da una prospettiva speculare, negli ultimi anni un debito enorme è stato quindi trasferito dalla finanza privata al pubblico.

Il travaso di ricchezza dal lavoro alla finanza
Come è nato questo gigantesco debito? Per capirlo bisogna risalire alle radici dell’attuale crisi finanziaria. Da oltre un trentennio il sistema produttivo occidentale è entrato in una fase di sovrapproduzione. Questa, assieme alla possibilità delle imprese di delocalizzare la produzione verso i paesi dove sono minori i costi del lavoro, ha portato a una compressione dei salari.
Questo processo ha comportato un gigantesco spostamento della ricchezza dai salari e dal lavoro verso le rendite e i profitti finanziari. In Italia, nell’ultimo ventennio dello scorso secolo 120 miliardi di euro sono passati dai lavoratori ai profitti. In altre parole, i lavoratori e i cittadini si sono trovati progressivamente più poveri, mentre le imprese immettevano sul mercato sempre più prodotti.
Come risolvere questo paradosso? Come vendere sempre più automobili, più telefonini e più prodotti a persone sempre più povere? La soluzione è in apparenza molto semplice: favorendo l’indebitamento delle famiglie, delle imprese e degli stati per mantenere artificialmente alti i consumi, per drogare la crescita economica. È questa la spiegazione ultima della crisi dei mutui subprime negli Stati Uniti. Il settore immobiliare rappresenta una parte sostanziale della ricchezza e del Pil statunitense. Occorre allora costruire e vendere sempre più case per fare aumentare il Pil, che in accordo con il dogma economico fondato sulla crescita deve aumentare continuamente. Le leggi che hanno aperto la porta ai mutui subprime davano la possibilità alle banche di erogare dei mutui anche ai clienti senza reddito, senza lavoro e senza garanzie economiche. Strumenti finanziari sempre più rischiosi e incomprensibili permettevano alle stesse banche di scaricare questi debiti sui mercati finanziari, tramite un processo noto come cartolarizzazione dei mutui (e di qualunque altro prestito).
In pratica una montagna di debiti è servita a drogare i consumi per mostrare una ricchezza economica e una crescita inesistenti, perché nella realtà le persone erano sempre più impoverite dal progressivo trasferimento delle ricchezze verso il mondo finanziario.
Per riassumere, la finanza è stata il mezzo per mantenere alta la domanda di consumi, e nello stesso momento è stata un fine, garantendo tassi di profitti sempre più elevati ai grandi capitali. Le due cose sono strettamente legate: di fatto il 5% più ricco della popolazione diventa sempre più ricco e utilizza il surplus di reddito che non viene consumato per erogare prestiti al 95% della popolazione.
Detta in maniera ancora più semplice, la finanza prestava ai cittadini, con i dovuti interessi, i soldi che le aveva sottratto.
E quando i soldi sottratti sono diventati troppi, quando i redditi si sono polarizzati eccessivamente verso i più ricchi, il giocattolo si è rotto e la montagna di debiti è franata. Negli Stati Uniti, negli anni Settanta, l’1% più ricco della popolazione deteneva il 9% dei redditi, mentre nel 2007 la quota era salita al 23,5%, esattamente la stessa percentuale del 1928, alla vigilia della Grande Depressione. La ricchezza del 5% più ricco della popolazione è passata dal 22% del 1983 al 34% del 2007 così come è passata dal 24% del 1920 al 34% del 1928. Sembra proprio che oltre una certa soglia di disuguaglianza la società vada incontro a una crisi sistemica e a una vera e propria disgregazione per eccessiva concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochi.

Cos’è la finanza oggi?
Questo trasferimento di risorse dall’economia reale alla finanza è necessario anche per garantire i profitti in doppia cifra inseguiti dagli speculatori. Se il Pil del mondo cresce del 2% l’anno e la finanza deve garantire profitti cinque o dieci volte superiori, abbiamo però un problema. Nel lungo periodo, o il sistema finanziario vampirizza l’economia reale, continuando a prosciugare risorse, o la finanza crea ricchezza fittizia, gonfiando bolle che prima o poi scoppiano provocando crisi e miseria.
In altre parole, un Moloch finanziario intrinsecamente instabile ha continuamente necessità di nuovi mercati e nuovi capitali per riuscire a sostenersi. Questa continua ricerca di nuovi mercati è un motore fondamentale nel continuo attacco ai beni comuni e ai diritti, nella privatizzazione e successiva finanziarizzazione dei servizi essenziali. Tutti devono bere e mangiare, tutti hanno diritto all’istruzione e tutti prima o poi devono curarsi. Trasformare l’acqua, il cibo, l’istruzione e la sanità in merci significa garantire profitti enormi e duraturi alle imprese e aprire nuovi spazi di conquista alla finanza, ovviamente al prezzo di escludere da questi «mercati» chi non può permettersi la scuola o la sanità private.
Un discorso analogo, oltre che per i nuovi mercati, si può fare per i continui apporti di capitali necessari alla finanza per mantenersi. E il serbatoio siamo noi e i nostri risparmi. Come in una gigantesca catena di Sant’Antonio i nostri conti correnti, fondi di investimento e fondi pensione alimentano il trasferimento di risorse dal lavoro alla finanza. La gran parte dei capitali che girano sui mercati finanziari proviene in ultima istanza da lavoratori e piccoli risparmiatori. Come dire che, oltre che vittime di questa crisi finanziaria, ne siamo anche complici.
In questo quadro si inserisce perfettamente la nascita dei fondi pensione privati. Da una parte si trasforma un diritto assicurato dallo stato, quello alla previdenza, in una merce, chiamando ogni lavoratore a provvedere da sé, se può, alla propria pensione. Dall’altra i risparmi dei lavoratori vengono stornati ai mercati finanziari, e sono i soldi che alimentano il processo di finanziarizzazione dell’economia.

Dopo la crisi del 2007-2008
Riassumendo. La finanza negli ultimi trent’anni ha sottratto risorse all’economia reale, al sistema produttivo, alle famiglie e ai lavoratori. Questi ultimi sono stati spinti a indebitarsi sempre di più, mentre le grandi imprese imboccavano la strada di una sempre più spinta finanziarizzazione per supplire alla diminuzione dei tassi di profitto delle loro attività economiche. Un processo che ha ulteriormente aggravato e accelerato il travaso di risorse e di potere dall’economia reale alla finanza.
Il risultato è stato un enorme aumento dei debiti, a tutto vantaggio del mondo finanziario che vedeva crescere volume d’affari e profitti. Quando questo debito è diventato eccessivo il giocattolo si è rotto.
A questo punto, siamo nel 2008, gli stati sono intervenuti con somme gigantesche per salvare il sistema finanziario che aveva prima sottratto risorse ai cittadini e poi provocato la crisi.
Considerando che i soldi pubblici provengono dalle tasse e dal lavoro dei cittadini, la situazione è perlomeno paradossale, e non unicamente dal punto di vista della giustizia sociale. Questo sistema finanziario si è sviluppato sulla spinta neoliberista, che postula un sempre minore intervento dello stato nell’economia e la capacità dei mercati di autoregolarsi. In altri termini, nessuna regola e nessun vincolo. Salvo poi ricorrere al paracadute pubblico quando le cose vanno male. Privatizzazione dei profitti, socializzazione delle perdite. Una vera e propria truffa ideologica, perpetrata per decenni. Se socialmente appare inaccettabile, la ricetta poteva almeno avere una giustificazione, secondo la logica economica e finanziaria dominante, se fosse servita a fare ripartire l’economia.
Al contrario, le enormi risorse versate dal pubblico al sistema finanziario non sono nemmeno servite a rimettere in moto l’economia, perché sono andate in massima parte a tappare le falle del sistema bancario ombra, o shadow banking system, il gigantesco mondo parallelo fatto di società registrate nei paradisi fiscali, di cartolarizzazioni, di titoli tanto rischiosi quanto incomprensibili, che le banche hanno messo in piedi negli ultimi decenni per eludere le normative e i controlli.
Prima dello scoppio della crisi il sistema ombra aveva raggiunto i 20.000 miliardi di dollari di attività di intermediazione, quasi il doppio degli 11.000 miliardi del sistema ufficiale. A metà 2010 le cifre sono rispettivamente di 16.000 e 13.000 miliardi. Se c’è stato quindi un sensibile spostamento delle attività, ancora oggi il sistema bancario ombra è di fatto il cuore dell’intera circolazione dei capitali nella finanza mondiale.
Questo significa che gli stati hanno firmato un assegno in bianco alla finanza senza chiedere nulla in cambio e senza fare ripartire l’economia reale. Da tre anni si discute di proposte di regolamentazione della finanza, ma poco o nulla è stato fatto nel concreto. A fine 2011 il G20, che si è autonominato nuovo regolatore dell’economia globale, non è nemmeno riuscito a trovare un accordo per tassare le transazioni finanziarie. La finanza speculativa tira una boccata d’ossigeno e riparte come e peggio di prima. Oggi si specula sul cibo e sulle materie prime, giocando sulla fame dei più poveri come si gioca al casinò. Il mercato dei derivati non è mai stato così florido, i top manager della City e di Wall Street si gratificano con bonus miliardari, i grandi capitali rimangono al sicuro nei paradisi fiscali. Tutto questo ringraziando il Fondo monetario internazionale, il G20 e le altre istituzioni internazionali che hanno funzionato perfettamente nel 2008 per salvare le banche e non hanno fatto nulla da allora per fermare la finanza-casinò e salvare le persone.

Le conseguenze sui paesi
L’effetto più vistoso di questi piani di salvataggio è stato l’aumento del debito e quindi il peggioramento dei conti pubblici di molti paesi, che hanno dovuto allora ricorrere all’emissione di titoli di stato per finanziarsi. Un aumento di offerta di titoli di stato sul mercato, proprio in un momento di crisi, quindi con meno capitali disponibili da investire. Questo ci rimanda al primo dei motivi direttamente legati alla crisi che permettono di spiegare l’attuale situazione in Italia. In pratica oggi il governo, se vuole rifinanziare il debito emettendo Bot e Cct, deve fronteggiare la concorrenza della mole di titoli di stato di altre nazioni che si sono indebitate negli ultimissimi anni. A parità di interesse offerto, nessuno comprerebbe però dei titoli italiani quando sul mercato sono a disposizione quelli della Germania o di altri paesi considerati più sicuri. Per attirare i capitali e rifinanziare il proprio debito, l’Italia è allora costretta ad aumentare i tassi di interesse. È il famigerato spread con i bund tedeschi, ovvero la differenza di tasso di interesse tra i titoli di stato dei due paesi che negli ultimi mesi è diventato il nuovo parametro centrale per valutare lo stato di salute dell’Italia.

CDS e speculazione
E questo non è ancora nulla. Gli speculatori cavalcano le oscillazioni dei mercati. È difficile speculare sui titoli di stato tedeschi, perché il loro rendimento è pressoché invariabile. Molto più «divertente» scommettere su titoli molto volatili, quali quelli di nazioni in difficoltà come la Grecia, l’Irlanda o oggi l’Italia. Gigantesche scommesse che esasperano le oscillazioni dei prezzi e la stessa instabilità, attraendo nuovi squali del mondo finanziario.
Tutto questo può realizzarsi grazie a prodotti derivati chiamati credit default swaps, o CDS. Si tratta di contratti che permettono di assicurarsi contro il fallimento di un soggetto terzo. Se possiedo delle obbligazioni e temo che l’impresa emittente possa fallire, posso coprirmi contro tale rischio acquistando un CDS che mi assicura contro tale evento. In caso di default la controparte che me lo ha venduto è tenuta a rimborsarmi.
Rispetto a un’assicurazione esiste una differenza sostanziale. Nell’economia reale non posso acquistare una polizza che mi rimborsa nel caso che la casa del mio vicino vada a fuoco e più in generale assicurare beni che non sono nella mia disponibilità. Il motivo è evidente: se qualcuno appiccasse un incendio, io avrei solo da guadagnarci. Anche se non ci fosse la malafede, nel migliore dei casi questa sarebbe una scommessa da gioco d’azzardo, non una polizza assicurativa.
Nella finanza tale limite non esiste. I CDS permettono di trasferire a terzi il rischio di credito relativo a una transazione tra due parti e soprattutto di speculare su eventi futuri. Così, posso acquistare dei CDS che mi assicurano contro il fallimento della Grecia. Se la situazione del paese ellenico peggiora, aumenta il rischio di fallimento, e di conseguenza il prezzo per assicurarsi contro questo fallimento. I CDS che avevo comprato a un prezzo più basso valgono adesso di più, permettendomi di guadagnare dalle difficoltà altrui. Il gioco è ancora più interessante considerando che, tramite opportune manovre finanziarie sui titoli, consigli dati ai miei clienti e qualche articolo ben piazzato qui e là su autorevoli giornali finanziari, posso contribuire io stesso ad aumentare la percezione di rischio di un dato paese.
I CDS erano praticamente sconosciuti solo una quindicina di anni fa, e hanno raggiunto subito prima della crisi una dimensione pari al Pil dell’intero pianeta, misurabile in diverse decine di miliardi di euro. Fornire una cifra esatta è quasi impossibile, visto che oggi metà dei CDS vengono negoziati al telefono e che non esiste nessuna trasparenza in materia. Queste gigantesche masse di capitali speculativi stanno oggi contribuendo in maniera sostanziale alla grave situazione che affligge l’economia europea e quella italiana in particolare.

Quali soluzioni? Pareggio di bilancio e democrazia
In una nota favola risalente all’antica Grecia uno scorpione chiede di salire sulla schiena di una rana per attraversare un fiume. Di fronte ai timori della rana di essere punta e uccisa, lo scorpione spiega che in quel modo morirebbe annegato anche lui. La rana si fa convincere. A metà del fiume lo scorpione punge la rana. Entrambi stanno per morire, e la rana chiede allo scorpione il perché di questo folle gesto. È la mia natura, risponde lui.
Oggi la finanza-casinò approfitta del fatto che gli stati sono in difficoltà perché hanno salvato questo stesso sistema finanziario per guadagnare mediante attacchi speculativi, scommettendo sul fallimento di interi paesi, e rischiando di trascinare nel baratro i cittadini, gli stati, il sistema economico e quello finanziario.
È su queste basi che oggi ci vengono chiesti sacrifici e piani di austerità. È emblematica in tale senso la lettera riservata, poi divenuta di pubblico dominio, che lo scorso 5 agosto la Banca centrale europea ha inviato al governo italiano. La Bce chiede «la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali […] attraverso privatizzazioni su larga scala». Chiede di «ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende». Negli ultimi paragrafi la Bce arriva a scrivere che «vista la gravità dell’attuale situazione sui mercati finanziari […] sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale».
Non è chiaro se questa lettera sia più spaventosa nel merito o nel metodo. Nel merito, meno di due mesi dopo lo storico referendum in cui ventisette milioni di italiani hanno preso posizione sul problema dei servizi pubblici la Bce chiede privatizzazioni su larga scala. Chiede ai lavoratori già colpiti da una crisi dovuta al comportamento irresponsabile della finanza nuovi sacrifici per ristabilire la fiducia dei mercati. Ristabilire la fiducia. Come se non fosse il gigantesco casinò che ha preso il posto della finanza a dovere radicalmente cambiare rotta per tentare di riconquistare la fiducia dei cittadini. Come se non fosse la finanza ad avere totalmente smarrito il proprio ruolo sociale di strumento al servizio dell’economia per trasformarsi in un fine in sé stesso per fare soldi dai soldi. Ancora peggio, come se queste richieste non andassero esattamente nella direzione di esasperare l’ingiustizia sociale e la vergognosa distribuzione del reddito che sono in ultima analisi le cause che ci hanno condotto all’eccesso di debito e alla crisi. Lanciati come treni verso il baratro, la Bce ci chiede di accelerare.
Per quanto gravi siano queste richieste, il metodo è probabilmente ancora più terrificante del merito della lettera. Un’istituzione che nessun cittadino europeo vota o elegge democraticamente, che non risponde a nessuna autorità, invia una lettera segreta al nostro governo per definire le politiche che questo dovrà approvare. La Bce arriva a chiedere di modificare la nostra Costituzione, il contratto sociale fondamentale degli italiani, per rassicurare i mercati finanziari.
Oggi sembra quindi che la strada per uscire da questa situazione sia obbligata: stringere la cinghia e accettare piani di austerità per rimettere in sesto i conti pubblici. Come dire che l’eccesso di debito passato dalla finanza agli stati deve ora passare dagli stati ai cittadini. Ci viene detto che le banche non possono fallire, gli stati non possono fallire, quindi piuttosto devono fallire i cittadini. È il senso dei tagli alle spese pubbliche, al welfare, ai servizi essenziali e ai diritti.
Tutto questo con un’altra conseguenza molto interessante per mantenere in piedi il sistema attuale: la mancanza di risorse pubbliche diventa un alibi per un’ulteriore svendita ai privati dei servizi essenziali. Non ci sono i soldi per l’istruzione, la sanità, la ricerca, le pensioni e via discorrendo, perché c’è la crisi. Lo stato si fa da parte per mancanza di soldi, entrano i privati e la finanza. Ancora una volta ci viene spacciata come unica soluzione possibile l’esasperazione di alcune delle principali cause della crisi.

Diverse scelte di politica economica
Non è vero che le alternative non ci sono. Ammesso e non concesso che il debito vada pagato, l’unica strada possibile è il taglio delle spese, in accordo con la dottrina neoliberista imposta dalla Bce e dalle altre istituzioni internazionali? E ammesso e non concesso che si debbano tagliare le spese, davvero bisogna tagliare welfare e spese sociali? La manovra finanziaria riguarda l’uso delle nostre tasse, dei nostri soldi, per decidere il nostro futuro. Non è pensabile, in un sistema che si vuole democratico, che alcuni burocrati di Francoforte ci impongano misure pensate unicamente per compiacere la speculazione internazionale. Rimanendo alle poche scelte del nostro governo, non è pensabile che i cittadini non possano dire la loro rispetto alla decisione di spendere quindici miliardi di euro per acquistare dei cacciabombardieri, una cifra forse superiore per bucare la Val Susa contro il volere di un’intera comunità, mentre assistiamo a tagli all’istruzione, alla sanità, alla ricerca, alla cultura.
Risalendo: e se per migliorare i conti pubblici invece di tagliare le spese aumentassimo le entrate? L’evasione fiscale in Italia supera i 150 miliardi di euro l’anno. È però difficile parlare di lotta all’evasione mentre il governo annuncia condoni fiscali. Al di là dell’evasione, perché l’Italia non segue i paesi e le istituzioni europee che chiedono l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie per contrastare la speculazione e generare un gettito? Perché ancora oggi è così difficile parlare dell’introduzione di una tassa patrimoniale, mentre si decide di aumentare l’Iva? Sommando all’evasione fiscale il lavoro nero, i soldi della corruzione, quelli delle mafie, si scopre che oltre 500 miliardi di euro ogni anno sfuggono al fisco. In linea teorica, se queste somme fossero tassate come si tassa il lavoro, nel giro di poco più di un decennio l’Italia non avrebbe più nessun debito pubblico.

Il debito va comunque pagato?
Andando ancora a monte di un discorso su entrate e uscite: il debito va pagato ad ogni costo? Prima di fare fallire gli esseri umani forse dovrebbero fallire le persone giuridiche e in particolare le banche il cui capitale è costituito di azioni, ovvero capitale di rischio. Se le banche non possono fallire questo rischio viene meno, falsando i meccanismi di base della stessa finanza: le banche possono assumersi rischi sempre maggiori, nella certezza che se le cose vanno bene aumentano i profitti privati, quando si mettono male interviene il pubblico per socializzare le perdite. È possibile pensare una via d’uscita dalla peggiore crisi finanziaria degli ultimi decenni continuando a premiare e garantire il sistema finanziario che ne è responsabile?
E in seconda battuta devono potere fare default gli stati. Nella situazione in cui si trova l’Italia, con gli interessi sul debito che crescono più velocemente della ricchezza reale e prosciugano qualsiasi manovra finanziaria, un default guidato potrebbe essere una via d’uscita obbligata. È in ogni caso urgente avviare un dibattito senza preconcetti, prima che la situazione economica peggiori ulteriormente. Come primo passo è necessario un «audit» del debito, ovvero un esame della provenienza del debito pubblico italiano e di chi ne è oggi in possesso, per valutare quale parte va pagata, quale ristrutturata, quale eventualmente dichiarare in insolvenza.
I casi di Islanda, Argentina ed Ecuador dimostrano che un default pilotato può essere una soluzione efficace per uscire da una situazione di grave crisi. Le conseguenze sarebbero pesanti, in particolare per le banche che detengono una parte rilevante del debito, e bisognerebbe probabilmente procedere a una nazionalizzazione di una parte del sistema bancario italiano, anche per garantire l’accesso al credito ai cittadini e alle imprese. In ogni caso un default guidato dal debitore, come nel caso dell’Islanda, è sicuramente da preferire a un default guidato dai creditori, come nel caso della Grecia.

Default e fallimento: decolonizzare l’immaginario
In ultimo, una considerazione più generale, che rimanda anche alla necessità di ripensare il linguaggio della finanza. Uno stato è in fallimento nel momento in cui, per tutelare i propri cittadini e il loro futuro, smette di pagare interessi agli speculatori internazionali? O al contrario uno stato che taglia le spese per la scuola pubblica e la ricerca, uno stato che chiude ospedali e teatri, uno stato che non riesce a dare lavoro ai giovani e mantiene privilegi inaccettabili è già uno stato in fallimento? E se uno stato è già in fallimento, che senso ha continuare a pagare il debito?
Un discorso analogo potrebbe ripetersi per un altro termine che ci sentiamo ripetere continuamente, ovvero il rischio di default di interi paesi. Se questo rischio è effettivamente reale e avrebbe conseguenze molto pesanti per i cittadini, cosa succederebbe in caso di default dell’intero pianeta, e non in ambito meramente finanziario? In qualche modo questa situazione è reale. L’intero pianeta è in default dal 27 settembre del 2011. Il 27 settembre è stato l’overshoot day, ovvero il giorno in cui l’umanità ha consumato tutte le risorse che la natura mette a disposizione in un intero anno in maniera sostenibile. In meno di nove mesi abbiamo mangiato tutti i pesci, abbattuto tutti gli alberi, inquinato e prodotto rifiuti per quanto la pur enorme capacità di vita e di rigenerazione della Terra è in grado di sopportare in un intero anno. Rimanendo con una metafora in ambito finanziario, abbiamo consumato in nove mesi tutti gli interessi che la Terra produce, gli ultimi tre mesi li viviamo intaccando il capitale. E mentre noi consumiamo sempre di più, il capitale di specie viventi e di biodiversità continua a ridursi. Mentre la politica e i media continuano a preoccuparsi di compiacere e salvare i mercati finanziari, quanta attenzione e quante risorse sono dedicate a salvaguardare l’unico pianeta che abbiamo?
I cittadini italiani sono chiamati a fare sentire la propria voce per cambiare questo stato di cose, per uscire dalla visione miope secondo cui «non c’è alternativa». Le alternative ci sono, e non ci sono difficoltà tecniche quanto una mancanza di coraggio e di volontà politica a realizzarle. È allora dal basso che dobbiamo iniziare a riappropriarci di ciò che è nostro. Come accennato, la gran parte dei soldi che alimenta la speculazione finanziaria proviene dai nostri risparmi, dai nostri fondi di investimento e fondi pensione.
È necessario ma non più sufficiente orientare i nostri consumi su prodotti meno inquinanti o prodotti secondo criteri di responsabilità sociale. Un analogo cambiamento di rotta deve avvenire nel settore finanziario e creditizio, e dobbiamo essere noi tutti a farlo, dal basso, cambiando i nostri comportamenti.
È necessario riportare la finanza alla sua funzione originaria. Non un fine in se stesso per produrre denaro dal denaro nel più breve tempo possibile ma un mezzo al servizio della società, che ponga il rispetto dei diritti umani e dell’ambiente al centro del proprio operato, attenta alle conseguenze non economiche delle proprie azioni e in cui la trasparenza sia un valore fondamentale. Se non vogliamo più essere complici della crisi della quale siamo vittime mentre gli squali della speculazione vogliono continuare a giocare alla finanza-casinò, se non vogliamo più che i nostri risparmi siano utilizzati per prestiti e finanziamenti che danneggiano l’ambiente e violano i diritti umani, abbiamo un’alternativa semplice quanto efficace: non con i miei soldi.

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«Io te ne faccio dono» https://minimaetmoralia.it/interventi/%c2%abio-te-ne-faccio-dono%c2%bb/ https://minimaetmoralia.it/interventi/%c2%abio-te-ne-faccio-dono%c2%bb/#comments Mon, 05 Dec 2011 10:47:21 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5859 Sul blog di Giorgio Fontana, un’interessante riflessione sul ruolo che devono (e possono) avere letteratura e scrittura in questo tempo di crisi.

Cosa può fare la letteratura in tempo di crisi? Cosa può, naturalmente, non cosa deve: non credo che la letteratura abbia altro dovere se non quello di raccontare delle buone storie e cercare di colpire il cuore delle cose. Ma la domanda è pressante. Per quanto sia isolata la nostra torre, la realtà bussa con insistenza alla porta, e da un po’ di tempo è sempre più difficile fare finta di nulla.

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Sul blog di Giorgio Fontana, un’interessante riflessione sul ruolo che devono (e possono) avere letteratura e scrittura in questo tempo di crisi. 

di Giorgio Fontana

Cosa può fare la letteratura in tempo di crisi? Cosa può, naturalmente, non cosa deve: non credo che la letteratura abbia altro dovere se non quello di raccontare delle buone storie e cercare di colpire il cuore delle cose. Ma la domanda è pressante. Per quanto sia isolata la nostra torre, la realtà bussa con insistenza alla porta, e da un po’ di tempo è sempre più difficile fare finta di nulla.

In un articolo che pubblicai per Ilsole24ore.com, due anni fa la mettevo così: il problema non è soltanto economico o politico, ma innanzitutto relativo all’esistenza: la precarietà è diventata una forma trascendentale e uniforma quasi tutti gli aspetti comuni del vivere.La reazione corretta, argomentavo, non è quella di farsi cronisti della crisi (e dunque raccontare il mio precariato, la mia solitudine, il mio schifo in quanto tali), bensì diventare i suoi poeti: corteggiarla, trarne fuori tutte le possibilità di rinnovamento che contiene. (E chiudevo con un appello augurandomi che nascessero “scrittori all’altezza del compito, che credano ancora nel potere forse non salvifico, ma quantomeno etico, della parola”).

Bene: in un certo senso continuo a pensarla così, ma a due anni di distanza vedo tutto il vuoto che si porta dietro una frase affascinante ma formale come “farsi poeti della crisi”. Dunque mi pongo nuovamente la domanda, sperando di poter dare una risposta più concreta: cosa può la letteratura in tempo di crisi?

Forse può tentare una strada diversa, poco battuta. In tempi in cui le uniche parole sono state parole di odio, inviti all’egoismo, o anche continuo e radicale incitamento (godete! indignatevi! protestate! fottetevene! firmate! cliccate!), la letteratura potrebbe offrire quantomeno una parola di consolazione. Forse siamo destinati a cadere, ma possiamo cadere insieme e non ognuno per conto proprio.

Attenzione: per consolazione non intendo una forma intrattenimento facile, o una pillola soporifera che ci aiuti a dimenticare o lenire quello che c’è là fuori. Al contrario. La letteratura può offrire una comprensione profonda del nostro disorientamento, e insieme una voce di speranza attiva, qualcosa in grado di suggerire — senza pretendere di definirlo una volta per tutte — che a questo disorientamento c’è fine.

È la consolazione di cui parla Stig Dagerman: “Il mondo è dunque più forte di me. Al suo potere non ho altro da opporre che me stesso — il che, d’altra parte, non è poco. Finché infatti non mi lascio sopraffare, sono anch’io una potenza. E la mia potenza è temibile finché ho il potere delle mie parole da opporre a quello del mondo, perché chi costruisce prigioni s’esprime meno bene di chi costruisce la libertà.” E questo, per Dagerman, è “una consolazione più bella di una consolazione e più grande di una filosofia, vale a dire una ragione di vita”.

Una ragione di vita. Può la letteratura mostrare questo ideale? Infondere coraggio nel lettore senza arrogarsi altri diritti o finire nel buco del realismo più piatto? La mia risposta è sì, e non credo che il discorso si limiti alle questioni su come raccontare il tempo presente, o l’Italia berlusconiana. La domanda è molto più ampia e include una verifica dei poteri della letteratura di fronte alla crisi — in qualsiasi tempo.

Un esempio in questo senso l’ha portato Marco Mancassola con il suo ultimo libro, Non saremo confusi per sempre: spezzare il tremendo sigillo della realtà e apporvi quello della fiaba, di un nuovo fine — non una conclusione posticcia e irenica, ma molto di più: come le cose sarebbero dovute andare, o anche solo come avremmo dovute rileggerle noi, comprenderle noi, farle nostre e finalmente elaborarle per confrontarci con un nuovo futuro.

Il secondo sguardo e la leva del fantastico hanno qui un doppio potere — ci consolano e ci invitano a una nuova forma di impegno: le storie possono essere diverse da come sono, e la confusione (tutto il carico di dolore, difficoltà, inquietudine; tutte le volte che hai sentito la terra cedere sotto di te) avrà fine.

Ecco, questa potrebbe essere una buona risposta da parte della letteratura. La strada dell’imperativo retorico è senza uscita, quando si narra (e, mi sembra, ormai anche quando si fa politica). Per il lettore, così come per il cittadino e il bimbo, valgono molto di più un buon esempio e una parola carica di umanità. Questo vorrei, dunque — una letteratura che non mi tradisca. In un tempo in cui ogni forma di tradimento è legittimata, che almeno le storie non mi abbandonino.

Questo vorrei. Un canto in grado di dire: non tutto è un ghigno malefico o un orribile e continuo sforzo per difendersi dalla realtà: non tutto va ridotto all’enfasi paratattica e a una lingua incapace di amare: anche in questi tempi, anche in questo inferno un altro mondo possibile esiste, e io te ne faccio dono. Da qui, da questa forma attiva e consapevole di consolazione, si può ricominciare.

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L’uomo che voleva uccidere suo padre:ritratto di Giorgos Papandreou https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/l%e2%80%99uomo-che-voleva-uccidere-suo-padreritratto-di-giorgos-papandreou/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/l%e2%80%99uomo-che-voleva-uccidere-suo-padreritratto-di-giorgos-papandreou/#comments Fri, 25 Nov 2011 08:58:44 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5751 È come se, all’ultimo momento, sulla strada di Tebe, avessero impedito a Edipo di spronare i suoi cavalli fino al famoso bivio. Che ne sarebbe stato della storia del pensiero Occidentale se il cocchio del ragazzo non fosse sopraggiunto proprio mentre dal senso inverso procedeva il carro di suo padre Laio, re di Tebe? Se avessero impedito a Edipo di uccidere il padre. Quello che è capitato a Giorgos Papandreou nei giorni scorsi, a qualche centinaio di chilometri da quel bivio. E che ne sarà ora di lui e della Grecia? Tutto era pronto in casa Papandreou per festeggiare finalmente, davanti al popolo, il parricidio.

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È come se, all’ultimo momento, sulla strada di Tebe, avessero impedito a Edipo di spronare i suoi cavalli fino al famoso bivio. Che ne sarebbe stato della storia del pensiero Occidentale se il cocchio del ragazzo non fosse sopraggiunto proprio mentre dal senso inverso procedeva il carro di suo padre Laio, re di Tebe? Se avessero impedito a Edipo di uccidere il padre.

Quello che è capitato a Giorgos Papandreou nei giorni scorsi, a qualche centinaio di chilometri da quel bivio. E che ne sarà ora di lui e della Grecia?  Tutto era pronto in casa Papandreou per festeggiare finalmente, davanti al popolo, il parricidio. Certo, Andreas Papandreou è morto da quindici anni, ormai, ma chi conosce un po’ la storia turbolenta del XX secolo ellenico sa che non ha abbandonato mai davvero la sua posizione padronale. I più raffinati analisti arrivano addirittura a lasciarsi scappare che nei giorni scorsi è stato lui stesso a sfuggire al colpo che il figlio stava per lanciargli. Tocca andare con ordine, però. A sua volta figlio d’arte (il padre Georgos fu leader politico fra gli anni Venti e Sessanta in interminabili battaglie tra carcere e esilio che gli valsero l’epiteto di «padre della democrazia»), Andreas è stato il più grande uomo di potere della Grecia moderna. Nessuno, fra politici di lungo corso, colonnelli, dittatori e re, ha segnato con altrettanto carisma la storia del Paese nell’ultimo mezzo secolo. Il Movimento Socialista Panellenico – il Pasok – fu lui a fondarlo nel 1974, appena tornato dall’esilio cui lo aveva costretto la dittatura, e sul Pasok dominò indiscusso fino alla morte. Primo premier socialista (eletto con una schiacciante maggioranza nel 1981) ha cambiato il volto del Paese con oltre dieci anni complessivi di potere, rendendo l’apparato statale una gigantesca macchina inerte e sovrappeso – il vero problema con cui oggi i Greci sono costretti a fare i conti. Clientelismo spudorato: il voto in cambio dell’assunzione e della certezza di non avere più doveri, ma solo diritti.
A spartirsi il sistema del cosiddetto rusvet, dal turco ottomano che definiva il favore dell’uomo di potere nei confronti del suddito supplicante, i due partiti maggiori che si alternano ormai da quasi quarant’anni al potere in un sistema sostanzialmente maggioritario: il Pasok e Nea Demokratia, il partito conservatore. Le responsabilità di Andreas nell’edificare questo sistema sono indiscutibili. Uccidere il padre, in questi anni, significava quindi per Giorgos sostanzialmente disfare quel mondo. Ma un parricidio non è tale se non si realizza completamente. E un parricidio politico si realizza a due condizioni: innanzitutto quando il figlio è del tutto responsabile delle proprie azioni e in secondo luogo quando le sue azioni sono democraticamente accompagnate dal consenso dei cittadini. Entrambe queste condizioni sono mancate a Giorgos finché non ha deciso di spazzare via ogni dubbio con una mossa d’azzardo che gli è stata infine negata.
I fatti li abbiamo tutti sotto gli occhi: salito finalmente al potere nel 2009, Giorgos Papandreou ha dovuto far fronte alla crisi, una crisi che i numeri taroccati dalle precedenti amministrazioni avevano nascosto. Leggi finanziarie da lacrime e sangue imposte dalla cosiddetta troika (la triade di controllori: Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale, Commissione UE) si sono accompagnate a riforme strutturali dell’apparato amministrativo e statale. Spezzare le catene della burocrazia e snellire una macchina pachidermica da anni al collasso sono stati i compiti principali del suo governo, ossia la distruzione sistematica del potere costruito dal padre. Ma il padre era retore brillante, capace di far sognare il popolo e forte di uno slogan che all’orgoglio greco suonava come canti di sirene: «La Grecia ai Greci». Giorgos ha tutta un’altra tempra. Cresciuto con la famiglia in esilio, soprattutto in America, dove ha studiato nelle migliori Università, non ha perfetta dimestichezza con la lingua. Più volte nel suo greco risuona l’eco di costruzioni anglosassoni e scivolano via pronuncia e accento d’oltreoceano. Una scarsa retorica, dunque, che concentra in sé una grande colpa, quella di apparire quasi come uno straniero pronto a consegnare la Grecia agli stranieri.
Pochi analisti, in questi ultimi mesi, hanno sottolineato l’importanza dell’orgoglio greco, il senso di identità, uno spirito patrio temprato da secoli di dominio turco e da strenue lotte per l’indipendenza. «La Grecia ai Greci» hanno ricominciato a gridare per le strade di Atene e Salonicco nei mesi di indignazione giovani e vecchi che hanno ribattezzato Pasok in Batsok, ossia più o meno: porcile di sbirri. La troika è una tutela che i Greci non riescono a tollerare, ben diversamente da quel che capiterebbe ad esempio in Italia. Per Papandreou allora spingere i Greci a sentirsi artefici del proprio destino è diventato l’obiettivo primario. Ecco il motivo che lo ha spinto alla mossa di poker: indire un referendum per mettere i cittadini di fronte a una scelta consapevole. La mossa con cui avrebbe definitivamente fatto dimenticare il padre. Ma il Pasok, zeppo di politici che non hanno nessuna intenzione di veder crollare il sistema del rusvet, si è ribellato. Il nome dell’antagonista interno lo conoscono tutti e suona assai bene perché pare uscire dall’ennesima dinastia di politici greci. In realtà Evangelos Venizelos nulla a che fare con Eleftherios, lo statista di inizio Novecento eponimo dello scintillante aeroporto, nonché di molte strade di tutta l’Ellade. Né si tratta di un uomo votato da sempre alla politica, ma piuttosto di un costituzionalista dalle grandi doti oratorie. Un’abilità che in lui scoprì proprio Andreas Papandreou, quando Venizelos lo difese da accuse di corruzione in tribunale. Il vecchio leader lo volle subito nel partito. Era il 1989. Quattro anni dopo Venizelos sarebbe diventato suo portavoce. Nel 2007 poi avrebbe tentato la scalata al partito, perdendo però la sfida con Giorgos. Oggi Venizelos ha incarnato il suo vecchio mentore, Andreas Papandreou, per certificare la fine politica del figlio e la sconfitta del sogno parricida. Rifiutando con veemenza l’idea del referendum, lo ha infatti costretto a rinunciare alla sua sfida e a dimettersi.
Che ne sarà ora? La contingenza politica la conosciamo. Governo di unità nazionale eppoi al voto. Ma quale voto potrà mai risolvere la disaffezione che ormai travalica ogni spirito di appartenenza politica? Lo stesso Samaras, leader di Nea Demokratia appare ostaggio di se stesso e della propria ambizione. Sullo sfondo, un parricidio incompiuto. Un politico rigoroso che ha cercato di far sua la lezione del Pericle raccontato da Tucidide. Il condottiero che dà fiducia al popolo quando il popolo è impaurito e gli mette paura quando è eccessivamente baldanzoso. Ma già nel V secolo a. C, agli albori della democrazia, il pericolo maggiore allignava in una specie di politico da tutti i commentatori giudicata nefasta: la specie dell’adulatore, colui che asseconda i desideri delle masse e non si propone di correggerli e indirizzarli. Con il suo debole greco, probabilmente era impossibile per Giorgos confrontarsi con Pericle e sconfiggere gli adulatori. Di lui forse si ricorderà solo un episodio relativo all’adolescenza. Era il 1967 e aveva quattordici anni. Uomini armati entrarono in casa Papandreou e si trovarono il ragazzetto davanti. Gli puntarono una pistola alla tempia. Lui non gridò non pianse, non tremò. Restò immobile mentre gli uomini gli intimavano di rispondere: «Dov’è tuo padre? Dicci dov’è tuo padre». Aspettò che smettessero di urlare eppoi mosse impercettibilmente le sopracciglia: «Tranquilli, calmi,» disse «mio padre non è in casa». Mentiva.

Questo articolo è uscito per il «Venerdì di Repubblica»

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Italia amore: insolvenza https://minimaetmoralia.it/interventi/italia-amore-insolvenza/ https://minimaetmoralia.it/interventi/italia-amore-insolvenza/#comments Thu, 17 Nov 2011 10:09:39 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5694 di Christian Raimo e Marco Mancassola
La rubrica mensile di «Rolling Stone» sulle passioni e i mali del nostro Paese.

Christian Raimo: Padre, rimetti a noi i nostri debiti: ossia, azzerali, pagali tu per noi, liberacene. I genitori sono bene o male gli unici esseri umani che nella nostra vita ci danno dei soldi senza volerli indietro. Ma la crisi che stiamo attraversando sempre di più mostra uno scenario futuro diverso da quello in cui i padri rimettono i debiti dei figli.

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di Christian Raimo e Marco Mancassola

La rubrica mensile di «Rolling Stone» sulle passioni e i mali del nostro Paese.

Christian Raimo: Padre, rimetti a noi i nostri debiti: ossia, azzerali, pagali tu per noi, liberacene. I genitori sono bene o male gli unici esseri umani che nella nostra vita ci danno dei soldi senza volerli indietro. Ma la crisi che stiamo attraversando sempre di più mostra uno scenario futuro diverso da quello in cui i padri rimettono i debiti dei figli. Sembra piuttosto che sulle giovani generazioni graverà l’incalcolabile peso di un’accumulazione di debito contratto da chi ha pensato di vivere in una bolla che non era solo finanziaria, ma metafisica: un’idea immaginifica della realtà. Lo vogliamo dire in un modo più chiaro? Se il prodotto interno lordo del mondo intero nel 2010 è stato di 74 mila miliardi di dollari, il moloch della finanza creativa l’ha surclassato. Il mercato mondiale delle obbligazioni vale 95 mila miliardi di dollari, le borse di tutto il mondo 50 mila miliardi, i derivati 466 mila miliardi: una biblioteca di Babele di valore possibile. Enti che non esistono, metropoli progettate nel deserto. Quando la bolla scoppia – e le bolle inesorabilmente scoppiano, nonostante la pervicacia ottimistica che fa dire ai Greenspan e ai Tremonti: “Questa volta, ve lo giuriamo, è diverso” – la situazione diventa immediatamente disastrosa. L’America degli anni 30, ma anche – per restare vicino a noi – il Messico degli anni 80, la Russia post-sovietica, l’Argentina di qualche anno fa, la Grecia del 2008. E chissà, l’Italia del 2012. Il crack è una specie di detonatore di realtà: ci fa immediatamente ricordare ciò che siamo. A meno che, anche questo capita spesso, ci affanniamo a pensare di mettere ancora pezze a quella bolla, pur di salvarne i lacerti. E giù salvataggi di banche, manovre di emergenza, dichiarazioni di ottimismo, marketing dell’illusione.

Quando per esempio qualche anno fa la crisi dei mutui ha investito l’Islanda, si è scoperta una piccola nazione con un PIL annuo di 9 miliardi e mezzo di euro indebitata con gli investitori inglesi e olandesi per 50 miliardi. Ma – diversamente da ogni abitudine precedente – i cittadini islandesi con un referendum hanno detto no al piano di restituzione del debito già approntato per loro dalle banche europee: hanno deciso insieme di non pagare, creando un precedente forse rischioso ma affascinante. E se facessimo tutti così?

Quest’idea, la rivendicazione di un diritto all’insolvenza (in un mondo in cui certi padri non solo non rimettono i debiti, ma ne creano di giganteschi) si sta facendo strada anche da noi, non a nome di qualche facinoroso drop-out ma anche da parte di qualche economista come Andrea Fumagalli, che ne ha scritto in tanti luoghi facilmente reperibili in rete. Forse alcune volte, se certi padri non sono stati capaci di insegnare il valore del fallimento, è meglio ammettere noi di aver sbagliato; forse è meglio dichiarare default, invece di pensare di salvare l’insalvabile e foraggiare quelle banche che hanno creato questa montagna di valore inesistente. Se ora anche molti economisti ipotizzano che sarebbe un bene un default controllato di una Grecia o un’Irlanda, qualcun altro come Andrea Fumagalli dice semplicemente che potremmo pensare di non far pagare questa crisi a chi non l’ha creata. Sperando questa volta che siano i figli, consapevoli di un principio di realtà a cui non erano stati educati, a insegnare qualcosa ai padri.

Marco Mancassola Avevo sedici anni quando mio padre perse il poco che aveva, la casa dove vivevamo fu espropriata. Ufficiali giudiziari che bussano alla porta, creditori che urlano minacce al telefono, le speranze di andare all’università che evaporano e la strada della tua vita che si fa in salita. Ero il ragazzo povero in un posto, la provincia veneta, che al tempo grondava soldi. Sono cresciuto tra gente più ricca di me, e non credo che questo mi abbia allenato all’invidia ma piuttosto a riconoscere il vuoto, la bolla di irrealtà che i soldi creano nella vita delle persone.

Oggi la legge sui fallimenti si è fatta meno stringente verso i piccoli imprenditori. Eppure il fallimento è rimasto un’idea-spettro dentro di me, una sorta di principio logico e crudele. Mi dico: un uomo che non riesce più a pagare i suoi debiti viene dichiarato fallito. Cosa accade però se allarghiamo il concetto del debito oltre i debiti aziendali, oltre i debiti personali, e consideriamo anche il debito pubblico pro-capite? Se consideriamo l’intero debito economico, ecologico, geopolitico della società in cui viviamo?

Un tale tipo di debito è ovviamente impossibile da ripagare. Nessuno ormai può riuscirci. E accade dunque che intere generazioni, da un punto di vista logico, sono fallite in partenza. Avete vent’anni, siete falliti. Ne avete dieci, siete falliti. Nascete ora, falliti. Membri di una società e di un’epoca che non saprà mai pagare il suo debito.

Il default, il downgrade, la crisi del debito. Quelle degli articoli di economia sono parole-tentacolo che ci afferrano e trascinano in giù verso spirali di incertezza. Se le parole suonano astratte, gli effetti sono concreti. Oggi si tratta di sperimentare precarietà, disoccupazione, sottoccupazione, lavoro in nero, impossibilità di progettare una vita. Domani magari le mense popolari e gli ostelli per senzatetto, che già registrano afflussi record. E le rivolte, i disordini sociali di cui vediamo qua e là il sinistro scintillare. Come si spezza la spirale?

Smettendo di pagare, dice qualcuno. Un sano diritto all’insolvenza. Creare un punto di rottura, resettare il mondo intero. Can’t pay, won’t pay è il motto inglese usato da numerose campagne: ricorda il Sotto paga! Non si paga! del lavoro teatrale di Dario Fo, scritto negli anni Settanta. Certe idee sono nell’aria da un po’.

In prospettiva, la domanda può farsi più specifica e cruciale. Esiste il diritto di certe generazioni di non pagare i debiti di quelle precedenti? E su un piano esistenziale, di che diritto si tratta, visto che siamo ciò che siamo grazie anche a chi è venuto prima? Diritto a dichiarare fallito, finanziariamente e moralmente, il mondo com’è stato finora. È ovvio che per acquisire un simile diritto bisogna fare un passo ulteriore. Bisogna abbandonarlo, il mondo com’è stato finora, per passare a qualcosa di radicale altro. Non puoi rifiutarti di pagare i debiti e continuare con la tua vita di prima.

Quanto a mio padre, penso alla sua faccia. Le rughe di cuoio da vecchio cowboy. La vita incisa su quella faccia, come una mappa su cui vorrei essere in grado di leggere cosa sarà di me, cosa sarà di noi.

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Nelle borse, nelle strade https://minimaetmoralia.it/interventi/nelle-borse-nelle-strade/ https://minimaetmoralia.it/interventi/nelle-borse-nelle-strade/#comments Thu, 11 Aug 2011 16:55:30 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4972 di Marco Mancassola Ho saputo che i disordini erano scoppiati anche a Brixton quando sulla metropolitana hanno annunciato che il treno non avrebbe fermato in quella stazione: era chiusa per “vandalismo”. Nel frattempo i disordini si erano sparsi in varie parti della città e a Tottenham, a pochi passi da dove vivo, si sentiva ancora […]

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di Marco Mancassola

Ho saputo che i disordini erano scoppiati anche a Brixton quando sulla metropolitana hanno annunciato che il treno non avrebbe fermato in quella stazione: era chiusa per “vandalismo”. Nel frattempo i disordini si erano sparsi in varie parti della città e a Tottenham, a pochi passi da dove vivo, si sentiva ancora l’odore di bruciato nell’aria. Le macchine incendiate erano state rimosse in fretta, ma avevano lasciato lunghe sagome annerite sull’asfalto.

“Negli altri paesi le rivolte scoppiano per domandare democrazia o far cadere un governo, qui scoppiano per assaltare i negozi”, afferma un amico anglosassone quando infine lo raggiungo a Brixton. Joe mi accompagna a vedere il negozio di attrezzature elettriche Currys a un centinaio di metri da casa sua. Lo hanno saccheggiato poche ore prima. Non c’è molto da vedere oltre alle solite vetrine infrante, serrande abbassate ormai inutilmente, un mucchio di merce calpestata sulla soglia.

Quella sera le sirene urlanti, elemento già fin troppo tipico nel paesaggio sonoro della capitale, riempiono le strade. Le volpi del boschetto in fondo alla strada, che di solito col buio si avventurano fuori, schizzano via al passaggio di ogni convoglio di polizia. In tivù un notiziario sta facendo il punto sugli avvenimenti globali con un montaggio di immagini in diretta: a un tratto, una piccola epifania. Sullo schermo diviso in due si vede da una parte un edificio in fiamme a Croydon, Londra sud, dall’altra la campanella di chiusura della borsa di New York alla fine dell’ennesima giornata nera. Il caos per le strade e il tonfo finanziario. L’accostamento ha qualcosa di così emblematico da lasciare muta, per qualche secondo, persino la voce del loquace commentatore.

Il rapporto diretto fra speculazioni finanziarie e impoverimento delle fasce deboli, fra politiche economiche e disperazione giovanile, è un argomento lampante e viene usato da più parti, in questi giorni, per abbozzare letture politiche degli avvenimenti inglesi. Mentre i tabloid invocano la tolleranza zero, gridano allo scandalo dei baby-rivoltosi (“Un saccheggiatore di 7 anni!” era il titolo di una recente copertina) e applaudono la polizia quando usa maniere forti, l’opinione pubblicaliberal si interroga sul fallimentare contesto economico-educativo in cui crescono i ragazzi dei quartieri difficili.

Gli amici politicizzati mandano link di analisi rivoluzionarie. In tutta Europa, come in occasione di altre sommosse di strada, varie voci salutano l’avanguardia della sollevazione prossima ventura. Letture a cui sfugge, forse, il carattere scivoloso dei fatti inglesi. La velocità con cui la protesta per l’uccisione da parte della polizia del giovane Mark Duggan si è trasformata in una cronaca di saccheggi, incendi e atti vandalici estranei a ogni ordine simbolico – i negozi colpiti erano a volte di grandi catene, molte altre negozietti a conduzione familiare – parla di un tipo di sommossa che si beffa delle analisi, delle letture, delle sovrastrutture politiche e degli stessi ordini simbolici.

Su Youtube, i video di Grime Report celebrano questa obliquità tra politico e non politico, tra ciò che è possibile militanza e ciò che è la semplice appartenenza a una gang. Grime è il nome del genere musicale, una forma di hip-hop, sviluppato da anni nei ghetti londinesi. I video in questione mostrano montaggi di immagini delle rivolte e dei luoghi devastati con il sottofondo di brani incalzanti. Un nuovo genere a metà tra il videogiornalismo e il videoclip. Sempre su Youtube, ha fatto scalpore il video di un ragazzo ferito durante le sommosse. Sputa sangue sull’asfalto. Alcuni dei saccheggiatori si avvicinano, sembrano volerlo aiutare, mentre altri in realtà si avvicinano da dietro, gli aprono lo zaino e lo derubano con noncuranza. Il video, nella sua banalità, ha qualcosa di disturbante: seppure riferito a un episodio isolato, sembra delineare un orizzonte di singoli all’attacco, senza molta solidarietà reciproca.

Chi vive a Londra conosce la cronaca quotidiana di omicidi, aggressioni, coltellate che hanno per protagonisti gli adolescenti della città. Gli adolescenti girano per i quartieri, sfaccendanti, con le loro scarpe da ginnastica bianchissime, assorbendo le contraddizioni di un’intera metropoli, di un’intera società. Quando l’inquietudine trova la scintilla per diventare disordine, ecco che l’evento prende forma quasi di estremo flash-mob, happening del qui e ora, sfogo febbrile a metà tra la disperazione di chi non ha nulla da perdere e il rito anarchico-liberatorio. Spaccare tutto è appagante. Questi ragazzini “senza coscienza” non fanno ciò che il nostro inconscio di adulti occidentali, di fronte agli scricchiolii macabri del sistema, sempre più spesso sogna di fare?

Croydon brucia, le borse crollano. Criticabili o meno, dotate di rivendicazioni ideali oppure occasioni di saccheggio vigliacco, le sommosse urbane – plurali, con pulsioni diverse, intrecciate tra loro e a volte indistinguibili – sembrano avere un’aria drammaticamente inevitabile. Ken Livingstone, ex sindaco di Londra, dice in tivù che questi ragazzi “non pensano di fare parte di questa società”. In fondo non siamo a casa di Margaret Thatcher? La profetessa del neoliberismo, colei che affermava: “La società non esiste.”

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