Cristiano Godano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/cristiano-godano/ un blog di approfondimento culturale Mon, 20 Jun 2022 07:58:43 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Cristiano Godano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/cristiano-godano/ 32 32 Cristiano Godano – “Karma Clima”, tornare ai volti, sganciarsi dalla virtualità https://minimaetmoralia.it/interviste/cristiano-godano-karma-clima-tornare-ai-volti-sganciarsi-dalla-virtualita/ https://minimaetmoralia.it/interviste/cristiano-godano-karma-clima-tornare-ai-volti-sganciarsi-dalla-virtualita/#respond Mon, 20 Jun 2022 07:57:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50643 (foto di Marco Olivotto) Vedere Cristiano Godano sul palco raccontare di musica, aneddoti personali, godersela con il suo pubblico è un’esperienza strana, bella. Il tenebroso signore del rock italiano, quello di Catartica, schivo e nascosto dietro il muro di chitarre elettriche dei Marlene Kuntz, si accomoda con la sua chitarra acustica sotto i riflettori caldi […]

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(foto di Marco Olivotto)

Vedere Cristiano Godano sul palco raccontare di musica, aneddoti personali, godersela con il suo pubblico è un’esperienza strana, bella. Il tenebroso signore del rock italiano, quello di Catartica, schivo e nascosto dietro il muro di chitarre elettriche dei Marlene Kuntz, si accomoda con la sua chitarra acustica sotto i riflettori caldi di uno spettacolo intimo, ma non troppo, e snocciola storie e canzoni che sono un po’ percorsi di vita, visioni, letture e desideri.

La parola desiderio è forse il focus principale intorno al quale gira lo spettacolo “Parole e Musica”, un progetto che va avanti dal 2010 e che vede il frontman dei Marlene Kuntz in solitaria, o accompagnato da un interlocutore occasionale, raccontarsi e raccontare di musica, la propria ma anche quella dell’ampio immaginario a cui si ispira.

Perché Cristiano Godano non è solo un raffinato chitarrista e autore ma anche un energico e sofisticato intenditore di musica e lo si può ben vedere quando lo si sente parlare, in particolare, di Nick Cave e Sonic Youth. L’occasione di questa conversazione su scrittura, luoghi e musica, è stata il festival Inesauribili Bisbigli, a Salgareda, nella Casa delle Fate di Goffredo Parise, dove Godano è stato ospite, lo scorso 9 giugno.

Il luogo in cui ci troviamo, la Casa delle Fate, è stato rifugio e ispirazione per lo scrittore Goffredo Parise, che qui scrisse “I Sillabari”.

Dov’è la tua casa, dov’è che ti ricongiungi con l’ispirazione?

La mia casa si trova a Cuneo. A dire il vero, non sono in una fase molto conciliante con la mia casa, c’è qualcosa che me la rende ostica in queste periodo, attualmente sono alla ricerca di posti altri. Ho sempre rivendicato, però, la mia casa come il luogo dove creare e non ho mai avuto bisogno di andare a cercare situazioni esotiche per trovare l’ispirazione.

Casa mia è il luogo dove scrivo le mie cose, nella mia routine.

In questo mi sento molto vicino a Nick Cave, che ha sempre orgogliosamente ribadito le proprie abitudini lavorative: al mattino si alza, mette il suo vestito migliore e va nel suo ufficio, che è una stanza dove lui ogni giorno va a fare il suo lavoro.

“Parole e Musica” è uno spettacolo del 2010. Com’è nato questo progetto, che continui a portare in scena, e com’è mutato nel tempo?

Quando ho iniziato a prendere una chitarra acustica in mano non ero molto sicuro di me. Personalmente ho portato avanti il mio percorso di musicista rock sperimentando con la chitarra elettrica. Quello che pensavo per i Marlene lo pensavo in sala prove con l’amplificatore acceso.

L’idea di questo spettacolo è nata quando ho iniziato a immaginare delle cose in acustico, ipotizzando il desiderio di fare delle incursioni sui palchi anche da solo. Non avendo un repertorio da solista, risultava un’operazione molto complicata, considerato che gran parte delle canzoni dei Marlene nascono con una natura elettrica poco incline a interpretazioni in solitaria.

Poco per volta ho scoperto di essere molto a mio agio in quella dimensione, anzi ho scoperto di essere uno che parla sul palco e che si diverte mentre lo fa. Quattro anni fa ormai sicuro di me, e del mio range espressivo, ho fatto un album da solista, che è entrato di diritto nello spettacolo.

“Mi ero perso il cuore” (Ala Bianca, Al-Kemi), una produzione che ha visto in prima linea Gianni Maroccolo, un altro battitore libero come te, sebbene molto diverso.

Con Gianni ci conosciamo dai tempi di Catartica, è stato uno dei nostri primi interlocutori a livello discografico. Un lungo sodalizio mi lega a lui, per cui è stato un approdo molto naturale pensarlo per il mio primo album da solista.

Gianni è una via di mezzo tra la modestia e il riservo, ed è stato lui a volere nella produzione anche Luca Rossi, ex Ustmamò. 

Nel 2008 hai publicato una raccolta di racconti, “I Vivi” (Rizzoli), mentre nel 2019 è stata la volta di “Nuotando nell’aria” (La Nave di Teseo), una sorta di biografia dei Marlene Kuntz. Com’è avvenuto il passaggio tra queste forme di scrittura diverse, com’è stato sbordare dalla scrittura di una canzone a quella di un racconto?

Personalmente ho una deferenza assoluta nei confronti della letteratura, per me l’arte più completa e credo che dominare la bestia romanzo sia un’arte complessa che in pochi possiedono.

Quando ho scritto il primo racconto di quella raccolta è stato uno dei primi momenti in cui mi lasciavo andare nella prosa.

La parola poetica è preziosa e insostituibile, ne puoi usare poche in una poesia, quelle poche devono essere le migliori possibili, da due punti di vista: il suono e il significato. Passare da una condizione così stringente, sebbene molto stimolante, ad una in cui le parole le puoi utilizzare in libertà, è un passaggio sempre un po’ destabilizzante.

Ho scritto un romanzo, ma temo di averlo perso. Non lo trovo più.

La provincia, come concetto, come stato dell’animo, nell’arte può rappresentare una voragine disastrosa oppure una immensa riserva dalla quale attingere un ampio immaginario.

Qual è stato il tuo rapporto con la provincia?

Una volta avrei risposto che non me ne fregava molto. Non ero riuscito ad andare via subito dal luogo in cui vivevo, la sala prove dei Marlene era a Cuneo ed io stavo lì forse anche per inerzia. In quel tempo mi sono costruito un immaginario da portare avanti, anche spesso aiutato dalle letture. Come dicevo prima, non ho mai cercato l’ispirazione necessariamente nei luoghi: quella posso trovarla benissimo in un buon libro, in della buona musica, in una intuizione, in un’occasione, in qualcosa che si accende dentro di me.

Oggi direi che forse, in definitiva, se i Marlene Kuntz sono arrivati fin qua è perché ci siamo trovati a Cuneo, in quel preciso momento.

Direi che la provincia mi ha costretto ad essere concentrato.

Dopo cinque anni di silenzio i Marlene Kuntz sono tornati con il singolo “La Fuga”, brano che anticipa l’album “Karma Clima”, un nome che sembra quasi un manifesto ideologico. 

Si tratta di un progetto al quale abbiamo lavorato nell’ultimo anno e che è nato e cresciuto in un contesto di residenze artistiche nei nostri luoghi: Ostana, alle pendici del Monviso, Piazzo, un paese alle porte delle Langhe e Paraloup, una piccola borgata di montagna, luogo in cui si è formato il primo nucleo della resistenza partigiana. È in questi luoghi dalla particolarità fortemente evocativa che è nato “Karma Clima”, un disco in cui ritornano i temi della resilienza, della sostenibilità, attitudine green nei confronti della vita e uno sguardo sulla preziosità della natura. Karma Clima è un lavoro che si slancia verso un’idea di comunità, soprattutto verso la volontà di sganciarsi dalla virtualità e il ritorno ai luoghi, alle persone in carne e ossa. Non possiamo, né intendiamo, portare soluzioni all’attuale drammatica situazione ambientale, ma in qualità di artisti possiamo proporre delle riflessioni, questo è un compito che possiamo e dobbiamo darci, affrontando il tema in modo laterale, tangibile e mai nascosto. Solo con atti concreti, anche se piccoli, possiamo preserva il Pianeta dalla protervia antropocentrica.

 

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Dalla beat generation a Michele Mari: le letture di Manuel Agnelli https://minimaetmoralia.it/letteratura/dalla-beat-generation-michele-mari-le-letture-manuel-agnelli/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/dalla-beat-generation-michele-mari-le-letture-manuel-agnelli/#comments Fri, 25 Nov 2016 07:00:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32895 Manuel Agnelli, fondatore e leader degli Afterhours, è uno dei venticinque musicisti intervistati da Pierluigi Lucadei nel suo nuovo libro Letture d’autore, appena pubblicato da Galaad, che indaga i profondi legami tra narrativa e canzone d’autore (fonte immagine).

Quali sono stati i primi romanzi a colpire la tua immaginazione?

Durante l’infanzia, L’isola del tesoro. E poi Oliver Twist e tutto quel genere di letteratura lì. Ho sempre amato le epopee e questo amore mi accompagna ancora oggi. Non è un caso che uno dei romanzi recenti che ho apprezzato di più sia stato Roderick Duddle di Michele Mari, che ha avuto il coraggio di riprendere un genere letterario, quello delle epopee appunto, ormai abbandonato forse perché poco cool. Ti dico senza mezzi termini che secondo me Michele Mari è il più grande scrittore italiano vivente. Dal punto di vista tecnico, stilistico, della libertà mentale, lo ritengo una punta di diamante.

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Manuel Agnelli, fondatore e leader degli Afterhours, è uno dei venticinque musicisti intervistati da Pierluigi Lucadei nel suo nuovo libro Letture d’autore, appena pubblicato da Galaad, che indaga i profondi legami tra narrativa e canzone d’autore (fonte immagine).

Quali sono stati i primi romanzi a colpire la tua immaginazione?

Durante l’infanzia, L’isola del tesoro. E poi Oliver Twist e tutto quel genere di letteratura lì. Ho sempre amato le epopee e questo amore mi accompagna ancora oggi. Non è un caso che uno dei romanzi recenti che ho apprezzato di più sia stato Roderick Duddle di Michele Mari, che ha avuto il coraggio di riprendere un genere letterario, quello delle epopee appunto, ormai abbandonato forse perché poco cool. Ti dico senza mezzi termini che secondo me Michele Mari è il più grande scrittore italiano vivente. Dal punto di vista tecnico, stilistico, della libertà mentale, lo ritengo una punta di diamante.

Quali sono le tue abitudini di lettore?

Leggo esclusivamente a letto. Mi piace farmi rapire totalmente e l’unico momento in cui ci riesco è nell’ora prima di dormire. Non sono capace di leggere in viaggio, per esempio. E non mi piace scrivere o sottolineare mentre leggo. La mia compagna, che è una lettrice accanita, è abituata a prendere appunti sulle pagine, a fare le orecchie: lo trovo disdicevole (ride, nda).

Sei solito rileggere libri già letti?

Mi piacerebbe molto ma non l’ho mai fatto, forse per indole sono incuriosito maggiormente dalle cose nuove. Vorrei, però, rileggere Kafka. Da ragazzo, leggendo i suoi racconti e i suoi romanzi avevo trovato qualcosa che ancora ricordo in modo molto forte. Non ricordo quasi nulla della trama, ciò di cui parlo sono sensazioni fortissime che, a distanza di trentacinque anni, mi sono rimaste addosso. Ecco, mi piacerebbe rileggere La metamorfosi, o anche Il castello e Il processo.

Molto tempo fa hai scritto un libro, Il meraviglioso tubetto, a cui non hai mai dato seguito. Molti altri tuoi colleghi sono approdati in libreria con i libri più diversi. Che opinione hai del fenomeno?

Di tutti, Emidio Clementi è lo scrittore. Si vede dal suo percorso che è diventato uno scrittore e forse lo è sempre stato, anche perché non è un cantante. Comunque non credo che scrivere testi sia uno sport di serie B. Io, Cristiano Godano, Cristina Donà, Francesco Bianconi non facciamo uno sport minore. Scrivere testi, anzi, è difficilissimo. Io mi ritengo uno scrittore, sappilo (ride, nda). Scrivo testi. Quei libri, a partire dal mio, che era una raccolta di scritti e racconti giovanili, erano un po’ un’operazione di marketing, ma ti posso dire che io l’ho fatto perché volevo legittimare in quel modo il nostro essere scrittori. Non ho e non avevo velleità di altro tipo, non devo scrivere un romanzo. Cioè, mi piacerebbe un giorno farlo, ma non mi sento obbligato.

Invidi qualcosa agli scrittori e al loro modo di lavorare?

Invidio la pazienza di chi compie un lavoro in un arco di tempo molto lungo e ampio. Invidio le geometrie, gli impianti dei romanzi. Sono cose, però, per le quali devi essere tagliato. Io con gli ultimi due album degli Afterhours ho cercato di rifarmi a quel tipo di struttura lì, ma resto troppo istintuale, la musica continua a servirmi per buttare fuori delle tossine al momento. Perciò la capacità di sedersi, avere pazienza e lasciar maturare del materiale la invidio.

Ti è capitato di scrivere canzoni influenzato dalla lettura di un libro?

Canzoni in particolare no. Non ho questa mania tutta italiana di fare dei riferimenti letterari nelle canzoni, che trovo un po’ codarda. Però indubbiamente i libri letti mi hanno influenzato. Per esempio, Furore di John Steinbeck è stato importante per Padania, per aiutarmi a scrivere qualcosa che avesse anche una connotazione geografica, che avesse una sorta di occhio esterno. Un altro libro che mi ha influenzato è stato La strada per Los Angeles di John Fante, prima ancora che Chiedi alla polvere.

I tuoi testi sono stati spesso associati alla scrittura di Burroughs e alla tecnica del cut-up. Che rapporto hai con Burroughs?

Lo amo. Amo Il pasto nudo. La beat generation l’ho vissuta da adolescente ma non la rinnego affatto. Di tutti, Burroughs era il più terroristico e mi ha ispirato davvero molto. Per me e per il mio percorso è stato un rivoluzionario che ha cambiato la mia visione delle cose. Gli devo tantissimo.

Quali sono i tuoi tre romanzi preferiti?

Se non ti dispiace sceglierei anche delle raccolte di racconti. Quindi dico Gara di resistenza di Emidio Clementi, la sua prima raccolta, molto semplice ma molto potente. Come romanzo Roderick Duddle di Michele Mari. E poi Cattedrale di Raymond Carver. A proposito di Carver, ritengo che sia molto più forte come narratore che come poeta, al contrario di Bukowski, del quale invece apprezzo molto di più le poesie che i racconti.

C’è uno scrittore con cui non sei mai riuscito ad entrare in sintonia?

Pennac. Sarà un mostro di tecnica, anche geniale, ma ho letto diversi suoi romanzi e non sono mai riuscito ad entrarci in sintonia. È un problema mio.

Quali sono i libri che hanno raccontato Milano nel modo migliore?

I milanesi ammazzano al sabato di Scerbanenco e i romanzi di quel periodo che hanno raccontato una Milano che non esiste più. Ma forse è una risposta un po’ banale. Altrimenti ti dico Daisy Miller di Henry James che, nonostante racconti di alcuni americani emigrati a Roma e sia stato scritto cento anni prima, mi ha sempre fatto pensare ai milanesi degli anni Ottanta e Novanta.

Un romanzo che ti ha scosso più di altri?

Libertà di Jonathan Franzen, che credo sia uno dei più grandi scrittori viventi. Mi ritrovo molto in lui, anche per certe prese di posizione rispetto a temi come internet o la comunicazione. Credo ci sia un sacco di romanticismo in Franzen, niente di sdolcinato naturalmente, ma un romanticismo asciutto, che non è cinismo né nichilismo, proprio quello di cui abbiamo bisogno nella nostra epoca. Un altro scrittore che mi ha scosso e che ritengo un gigante è David Foster Wallace. Tra i suoi libri ti direi sicuramente Infinite Jest, ma anche Questa è l’acqua, che mi sta prendendo molto in questo periodo con la sua potenza molto vicina alla poesia. Wallace non aveva paura di essere libero e anche violento, senza mai essere splatter. Mi ricorda molto i romanzieri russi, che non avevano paura di essere pesanti, con i contenuti prima che con il linguaggio.

Un romanzo che parla di rock’n’roll?

Di solito rifiuto di leggere romanzi che parlano di rock. Infatti, nonostante ami Michele Mari, non ho letto Rosso Floyd, il suo romanzo sui Pink Floyd, che anche la mia compagna mi ha suggerito di leggere. Ho paura che, romanzato, il percorso di un artista, che magari conosco già molto bene, invece che potenziato finisca per essere ai miei occhi indebolito. D’altro canto, ho letto molte biografie che mi sono piaciute molto. Per esempio, Up-Tight, la biografia dei Velvet Underground, e l’autobiografia di Frank Zappa scritta insieme a Peter Occhiogrosso.

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L’ultimo dei marziani https://minimaetmoralia.it/estratti/david-bowie/ https://minimaetmoralia.it/estratti/david-bowie/#comments Mon, 11 Jan 2016 16:30:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12341 In questa triste giornata ripubblichiamo un testo scritto da Nicola Lagioia come prefazione di L'ultimo dei marziani, un libro-antologia su David Bowie curato da Leo Mansueto e pubblicato da Caratterimobili qualche tempo fa. Il libro raccoglie scritti di Pierpaolo Capovilla, Morgan, e una serie di contributi da parte di musicisti come Manuel Agnelli, Paolo Benvegnù, Garbo, Cristiano Godano, Tricarico, Massimo Zamboni, Federico Fiumani e altri ancora.

Di marziani provenienti da marte ne avevo visti già parecchi. Ma i marziani venuti dalla terra furono un’assoluta novità. Così, se il viaggio di 2001 Odissea nello spazio può finire con una camera da letto dove sperimentiamo la sensazione di trovarci faccia a faccia con noi stessi, è solo quando Ziggy Stardust si ricorda di essere stato un europeo che la parabola iniziata nel 1967 tocca, dieci anni dopo, il suo primo vero apice.

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In questa triste giornata ripubblichiamo un testo scritto da Nicola Lagioia come prefazione di  L’ultimo dei marziani, un libro-antologia su David Bowie curato da Leo Mansueto e pubblicato da Caratterimobili qualche tempo fa. Il libro raccoglie scritti di Pierpaolo Capovilla, Morgan, e una serie di  contributi da parte di musicisti come Manuel Agnelli, Paolo Benvegnù, Garbo, Cristiano Godano, Tricarico, Massimo Zamboni, Federico Fiumani e altri ancora.

Di marziani provenienti da marte ne avevo visti già parecchi. Ma i marziani venuti dalla terra furono un’assoluta novità. Così, se il viaggio di 2001 Odissea nello spazio può finire con una camera da letto dove sperimentiamo la sensazione di trovarci faccia a faccia con noi stessi, è solo quando Ziggy Stardust si ricorda di essere stato un europeo che la parabola iniziata nel 1967 tocca, dieci anni dopo, il suo primo vero apice.

Questo per dire che il David Bowie da me più amato è quello della trilogia berlinese. “Low”, “Heroes” e “Lodger” sono tre gemme torbide e stranamente luminose che esprimono un’impossibile “lontananza del qui” meglio di qualunque spider from Mars. La mia impressione è che, prima di trasferirsi a Berlino dopo un periodo piuttosto turbolento, David Bowie avesse cercato con troppo estro e volontà di far credere al mondo intero di essere un extraterrestre. Magari a un certo punto se ne era addirittura convinto, ma è solo quando si pianta nel cuore d’Europa che, proprio malgrado, lo diventa. È come se la “marzianità” a cui aveva aspirato esercitandosi con tanta dedizione si fosse incubata in lui al di là delle proprie stesse pianificazioni, decidendo di sbocciare in via del tutto autonoma nel luogo simbolo del Novecento.

Non potendo credere alla buona coscienza di JFK, è solo ascoltando la prima volta “Heroes” o “Sound and Vision” che ho avuto voglia di aprire la finestra per sussurrare “Ich bin ein Berliner”.

Come mai delle strazianti storie d’amore all’ombra del muro o le psicosi di un uomo chiuso a chiave in una stanza suonano più credibili e toccanti se a raccontarle è un alieno algido e distante anziché un normale essere umano col proprio carico di dolore rovesciato ai nostri piedi? La spiegazione che mi sono dato è che il mondo, a partire da un certo punto, sia diventato un posto talmente invivibile, cinico, spietato e grossolano che i nostri sentimenti più autentici, per non morire, sono stati costretti a trasferirsi altrove. Smaterializzatisi da una parte, si sono rifugiati pressoché intatti in una fredda galassia ideale che è poi il luogo da cui Bowie decide di parlarci. Stabilirsi nella città che in poche manciate d’anni aveva visto il cabaret e Kurt Weil, gli espressionisti e i roghi dei libri, le camicie brune e i bombardamenti, l’erezione del muro e l’esplosione delle controculture, significava allora (nel 1977) posizionarsi nel luogo insieme più vicino e più distante dove immaginare un approdo per fare i conti col proprio disordine. È solo sulla cuspide di un simile paradosso (vestire i panni di un terrestre sprofondato esistenzialmente negli abissi del proprio pianeta, in quel centro della terra vero e proprio che fu Berlino durante la guerra fredda) che David Bowie può parlare a nome delle nostre zone più nascoste e delicate.

I capolavori non sono mai del tutto il frutto di una forza di volontà, né di un talento sia pure enorme. Così è successo che Bowie, per scrivere i suoi, ha avuto bisogno di una città. “Ricordo quei giorni in cui potevo andarmene in giro per Berlino senza essere riconosciuto per la strada, a piedi o in bicicletta, lo ricordo come un periodo di assoluta libertà”, dirà il cantante molti anni dopo parlando della sua vita berlinese. Solo che quello fu per Bowie anche un periodo di angoscia, rinascita, travaglio e strana speranza in un futuro che non sarebbe potuto mai arrivare. La trilogia berlinese è molto più di un geniale travestimento. È il cuore siderale dell’Europa che decide di parlare con la voce del più bianco dei suoi orfani.

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Letture d’autore: Brunori Sas https://minimaetmoralia.it/interviste/letture-dautore-brunori-sas/ https://minimaetmoralia.it/interviste/letture-dautore-brunori-sas/#comments Wed, 04 Nov 2015 16:30:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28971 (fonte immagine)

Si firma Brunori Sas, ma è nato Dario Brunori trentotto anni fa in provincia di Cosenza. Nel 2009 ha fatto il suo esordio nel panorama cantautorale italiano con “Vol. 1”, che gli è valso il Premio Ciampi (“miglior debutto discografico dell'anno”) e il Premio Tenco (“autore emergente”). Sono seguiti “Vol. 2 – Poveri Cristi” nel 2011 e “Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi” nel 2014 che, pur mantenendo un'attitudine indipendente, ne hanno accresciuto la popolarità al punto da trasformare il recente tour teatrale in un grande successo di pubblico. Dopo Federico Fiumani , Paolo Benvegnù e Cristiano Godano, anche Dario Brunori ci parla del suo rapporto con la narrativa.

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Si firma Brunori Sas, ma è nato Dario Brunori trentotto anni fa in provincia di Cosenza. Nel 2009 ha fatto il suo esordio nel panorama cantautorale italiano con “Vol. 1”, che gli è valso il Premio Ciampi (“miglior debutto discografico dell’anno”) e il Premio Tenco (“autore emergente”). Sono seguiti “Vol. 2 – Poveri Cristi” nel 2011 e “Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi” nel 2014 che, pur mantenendo un’attitudine indipendente, ne hanno accresciuto la popolarità al punto da trasformare il recente tour teatrale in un grande successo di pubblico. Dopo Federico Fiumani, Paolo Benvegnù e Cristiano Godano, anche Dario Brunori ci parla del suo rapporto con la narrativa.

Quando hai iniziato a leggere romanzi?

Intorno alla quarta elementare. Il primo libro è stato Il richiamo della foresta o forse Oliver Twist, o Ventimila leghe sotto i mari, non ricordo bene. Ricordo però che la lettura, soprattutto serale, mi eccitava tantissimo. Era un momento della giornata che aspettavo con trepidazione, forse perché, a quell’età, rappresentava uno dei pochi momenti di intimità e beata solitudine.

I romanzi letti in adolescenza ti toccavano più o meno dei romanzi letti oggi?

Da adolescente i romanzi mi catapultavano in un altrove che mi consolava del fatto di vivere in un piccolo paesino di poche centinaia di anime. Mi nutrivo di storie altrui e vivevo altre esistenze, molto più interessanti della mia. Insomma era una lettura di evasione e di fantasia. Oggi leggo con occhio più analitico e mi lascio affascinare dagli autori che riescono a darmi una chiave di lettura nuova della realtà circostante.

Hai abitudini o tic particolari quando leggi? Sottolinei, scrivi, fai le orecchie alle pagine?

No, anzi cerco in modo maniacale di preservare il libro e di mantenerlo intatto. Soffro terribilmente per le orecchie o quelle volte che i fogli si stropicciano o si macchiano di acqua o di caffè. Mi prende così male che vorrei comprarne un’altra copia. Adoro mettere il naso in mezzo alle pagine ogni tanto e annusare la carta.

Ti sei mai sentito spinto a scrivere una canzone dalla lettura di un romanzo?

Sì, ma non sono mai riuscito a tirarne fuori qualcosa di buono. L’unico pezzo che si riferisce ad uno scritto è «Pornoromanzo», contenuto nel mio ultimo album. L’ho scritto ispirandomi a Lolita dopo aver visto il film di Kubrick, quindi non vale, almeno finché non leggerò il romanzo.

Credi che letteratura e musica abbiano diversi motivi ispiratori?

Penso che rispondano a necessità differenti: la musica è più come la fotografia, la letteratura come una pellicola cinematografica.

Che tipo di emozioni – e in che misura diverse – musica e letteratura riescono a dare a chi ascolta o a chi legge?

Per quanto mi riguarda, la musica muove la parte emotiva inconscia, tira fuori qualcosa di cui non ho netta consapevolezza e che non riesco ad esprimere nel mio quotidiano. Volendo distinguere grossolanamente l’uomo in tre parti (istintiva, emotiva, razionale) e considerando che ognuna di queste parti ha a sua volta tre declinazioni in essa, direi che la musica tocca il lato emotivo della mia parte emotiva. Mentre la letteratura stimola il lato emotivo della mia parte razionale.

Qual è il personaggio letterario con cui sei maggiormente entrato in sintonia?

Moscarda di Uno, nessuno e centomila. In effetti, dal suo personaggio avevo tratto una canzone che poi ho modificato allontanandomi dall’ispirazione iniziale.

C’è un personaggio letterario femminile di cui ti sei innamorato?

No, perché non entro nella storia in modo così profondo. Piuttosto mi posso innamorare dell’autrice.

Un classico che non ti è mai andato giù?

I demoni di Dostoevskij. L’ho preso in mano almeno quattro o cinque volte. Niente, ad un certo punto lo mollo e inizio a leggere altro.

C’è un autore che ha raccontato la Calabria in modo efficace?

Senza dubbio Corrado Alvaro: Gente in Aspromonte è un gioiellino che mi ha toccato e commosso, e soprattutto mi ha aiutato a comprendere meglio l’origine di un certo modo di essere umani.

Quali sono i tuoi tre romanzi preferiti?

Uno, nessuno e centomila di Pirandello, un romanzo che ha messo in crisi una serie di certezze su cui poggiava la mia esistenza interiore e ha stimolato in me una ricerca introspettiva sfociata poi nello studio delle filosofie orientali e delle scuole russe dei primi del Novecento (Gurdjieff, Ouspensky).

La filosofia nel boudoir di De Sade, perché mi ha concesso il lusso di praticare l’autoerotismo in chiave intellettuale.

I demoni di Dostoevskij perché rappresenta il mio limite di lettore: quando lo leggerò con piacere sarò un uomo migliore.

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Letture d’autore: Cristiano Godano https://minimaetmoralia.it/interviste/letture-dautore-cristiano-godano/ https://minimaetmoralia.it/interviste/letture-dautore-cristiano-godano/#comments Thu, 14 May 2015 16:00:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26860 La prima e la seconda puntata di Letture d'autore sono qui e qui. (fonte immagine)
Cristiano Godano, da venticinque voce e chitarra dei Marlene Kuntz, è uno dei migliori parolieri del rock italiano. Dai numerosi riferimenti letterari disseminati nel suo canzoniere si è capito da tempo quanto grande fosse il suo amore per la narrativa oltre che per la poesia, per Vladimir Nabokov innanzitutto, e per autori molto diversi tra loro come John Updike e Carlo Emilio Gadda. Una chiacchierata unicamente incentrata sui libri ci permette, però, di scoprire anche le altre sue passioni, le insospettabili idiosincrasie e di ricordare il suo tentativo, speriamo non isolato, di misurarsi con la prosa.

Come hai conosciuto Nabokov? A che età, con quale romanzo? Che ricordi hai del tuo primo incontro con la sua opera?

Fu “Lolita” il primo suo romanzo. Ricordo molto bene quando avvenne: ero in ospedale a Fossano in attesa di non ricordo più cosa (nulla di grave in ogni caso, probabilmente attendevo gli esiti di alcuni esami, ancor più probabilmente non miei), e iniziai a leggere. Erano pochi giorni primi della mia partenza per Calenzano, dove avremmo iniziato a registrare ufficialmente “Catartica”, il nostro primo disco. Dunque avevo 27 anni. Ricordo che quello che leggevo era tanto affascinante quanto strano, poiché avevo come l'impressione, istintiva più che razionale, che Nabokov giocasse a qualche livello con il lettore (e non alludo al fatto che “subodorai” fin da subito che ero al cospetto di un incredibile autore metanarrativo – lo avrei scoperto con calma, sia che lui lo fosse sia che la metanarrativa fosse una sorta di ramo consistente della letteratura del novecento – quanto al fatto che il tono delle parole pareva sempre voler alludere, sottindendere, nascondere, parodiare, fingere, esagerare). Un altro flash mi riporta invece nello studio di registrazione, qualche settimana dopo, quando fra una sessione e l'altra, in pausa, mi imbattei con emozione in una delle tante descrizioni paesaggistiche che appaiono qua e là nel libro: erano sensazionali, magnifiche, sensuali. Inarrivabili.

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La prima e la seconda puntata di Letture d’autore sono qui e qui. (fonte immagine)

Cristiano Godano, da venticinque voce e chitarra dei Marlene Kuntz, è uno dei migliori parolieri del rock italiano. Dai numerosi riferimenti letterari disseminati nel suo canzoniere si è capito da tempo quanto grande fosse il suo amore per la narrativa oltre che per la poesia, per Vladimir Nabokov innanzitutto, e per autori molto diversi tra loro come John Updike e Carlo Emilio Gadda. Una chiacchierata unicamente incentrata sui libri ci permette, però, di scoprire anche le altre sue passioni, le insospettabili idiosincrasie e di ricordare il suo tentativo, speriamo non isolato, di misurarsi con la prosa.

Come hai conosciuto Nabokov? A che età, con quale romanzo? Che ricordi hai del tuo primo incontro con la sua opera?

Fu “Lolita” il primo suo romanzo. Ricordo molto bene quando avvenne: ero in ospedale a Fossano in attesa di non ricordo più cosa (nulla di grave in ogni caso, probabilmente attendevo gli esiti di alcuni esami, ancor più probabilmente non miei), e iniziai a leggere. Erano pochi giorni primi della mia partenza per Calenzano, dove avremmo iniziato a registrare ufficialmente “Catartica”, il nostro primo disco. Dunque avevo 27 anni. Ricordo che quello che leggevo era tanto affascinante quanto strano, poiché avevo come l’impressione, istintiva più che razionale, che Nabokov giocasse a qualche livello con il lettore (e non alludo al fatto che “subodorai” fin da subito che ero al cospetto di un incredibile autore metanarrativo – lo avrei scoperto con calma, sia che lui lo fosse sia che la metanarrativa fosse una sorta di ramo consistente della letteratura del novecento – quanto al fatto che il tono delle parole  pareva sempre voler alludere, sottindendere, nascondere, parodiare, fingere, esagerare). Un altro flash mi riporta invece nello studio di registrazione, qualche settimana dopo, quando fra una sessione e l’altra, in pausa, mi imbattei con emozione in una delle tante descrizioni paesaggistiche che appaiono qua e là nel libro: erano sensazionali, magnifiche, sensuali. Inarrivabili.

Come hai incontrato Updike, invece?

Poco più avanti nel tempo, con un libro di racconti, “Fratello cicala”, sicuramente non celebrato come il suo più famoso, ma di una eleganza e una raffinatezza magiche. Ricordo distintamente l’effetto incantatore della sua prosa difficile e impeccabile, ricchissima di sottigliezze nella descrizione dei sentimenti e arguta nello scovare i dettagli più nascosti, per farli risplendere e palpitare. Sono racconti scritti da una persona ormai quasi anziana, che parlano di persone anziane e dei loro ricordi, e il tono ha sempre una sua calibratissima definizione, in grado di accogliere tutta la gamma degli stati d’animo senza mai privilegiare niente, tanto meno il sentimentalismo di bassa lega o lo sdolcinatezze. Eppure non c’è nulla di algido in ciò che il lettore legge. E poi ci sono il ritmo e il respiro dell’incedere della prosa, maestosamente aggraziato… Racconti fantastici.

Credi che un buon romanzo sia destinato a restare nel tempo più o meno di un buon disco?

Curiosa e interessante domanda: alla quale credo di non poter rispondere se non, forse, banalmente. Un buon romanzo invecchia bene come un buon disco, e parimenti un cattivo romanzo invecchia male come un cattivo disco. Perché quando sono ottima letteratura/musica sanno volare un po’ più in alto rispetto alle effimere contingenze, e dunque la loro densità artistica si fa riconoscere senza dubbio anche a distanza di anni e decadi. Se proprio dovessi scegliere, comunque, direi che forse un buon romanzo ha qualche chance in più: contiene parole e ciò che esse significano, e non altro, e in quanto tali, probabilmente, sono più aderenti alla trasversalità nel tempo dei tratti tipici della nostra natura di esseri umani.

Il protagonista di un romanzo con il quale ti sei più identificato?

Temo, ahimè, il protagonista de “La cognizione del dolore” di Gadda, che è un tipo assurdo (gaddiano a tutti gli effetti? Certo che si, visto che penso che sia nient’altro che una versione romanzesca dell’autore stesso), in certa misura imparagonabile (proprio perché gaddiano, in primis, dunque geniale e inarrivabile, e poi perché le sue fisime e manie, nel romanzo, sono davvero poco invidiabili nella loro estremità), ma i cui sensi di colpa nei confronti della madre sono strazianti e accomunabili alle esperienze, secondo me, di molti (siano esse nei confronti di una madre come di una qualsiasi altra persona particolarmente cara).

Il capolavoro della letteratura che ti ha fortemente deluso?

Più che di un capolavoro parlerei di un autore con il quale non sono riuscito minimamente a entrare in sintonia, e che anzi mi ha stufato non poco con la sua prosa che è un po’ all’opposto di ciò che attrae me (almeno stando, a onor del vero, alla lettura di un suo unico libro che ho fatto, “Il soccombente”): sto parlando di Thomas Bernhard, che credo abbia un nutrito raggruppamento di fans in giro per il mondo, e la di cui sensibilità non desidero certo urtare con queste mie parole.

Il romanzo che ti ha più turbato e scosso?

“La cognizione del dolore”, indubbiamente.

Quali sono i tre romanzi più importanti della tua vita?

Ancora “La cognizione del dolore” per l’impatto emotivo (ma anche la scrittura di Gadda regala orgasmi intellettuali a ripetizione), poi “Lolita” (il libro della scoperta del mio autore preferito, colui che, unico, da quel momento in avanti ho desiderato conoscere sempre meglio, informandomi con il fanatismo che ho dedicato altrimenti solo ai miei musicisti preferiti) e, direi, “Le anime morte” di Gogol, dall’inventiva scoppiettante e a tratti esilarante (e con un eroe, Cicikov, fra i più incredibili della letteratura mondiale).

Ci sono molti esempi di romanzi che hanno trattato l’argomento musicale. Ce n’è qualcuno che ti ha colpito più degli altri e che credi abbia dato la giusta connotazione letteraria ad una materia così poco “raccontabile” come quella musicale?

Mi viene in mente “Tutta un’altra musica” di Nick Hornby, divertentissimo e assai arguto nell’andare a fondo delle questioni legate alla creatività di un autore rock. E non solo: anche se purtroppo non ricordo esempi circostanziati, ricordo benissimo lo stupore provato qua e là (e forse anche e soprattutto nelle ultime pagine) nel constatare certe consapevolezze di Hornby sull’essere musicista di una qualche fama, su ciò che comporta, e sulle storture interpretative (assai bene stilizzate nel romanzo e anche assai bene canzonate) di buona parte del pubblico in genere, soprattutto dei fans… Ricordo che pensai: un giorno o l’altro ne parlo in qualche mio intervento in rete, sperando che qualcuno colga e magari si renda conto che… sto parlando proprio di lui. Cosa che poi non feci.

Conosci personalmente qualche scrittore?

Ho conosciuto Stefano Benni nei camerini di un concerto particolare di Nick Cave (una sorta di reading del suo “Bunny Munro”, dove Benni leggeva in italiano un pezzo del libro di Cave in qualità di ospite-anfitrione), conosco Aldo Nove (assai simpatico e contagiosamente stralunato), ho conosciuto Giuseppe Genna (irrefrenabile e vulcanico) alle prove di uno spettacolo su/per Lou Reed di cui eravamo entrambi ospiti, conosco Enrico Brizzi, “antico” estimatore dei Marlene e dispensatore di tanti fantastici elogi al nostro riguardo. Non ricordo altri e temo di star dimenticando qualcuno.

Sono passati alcuni anni dalla pubblicazione della tua raccolta di racconti “I vivi”. Che rapporto hai oggi con quel libro?

Una piacevole prima esperienza con la prosa, ambito nei confronti del quale sono estremamente deferente e timoroso. Esperienza di cui vado sostanzialmente fiero perché non ho dovuto pentirmene, come un po’ in verità temevo mentre lo scrivevo (la comunità degli scrittori e dei lettori è piuttosto diffidente, non senza ragioni, nei confronti di intrusi tipo i cantanti, esattamente come i poeti lo sono nei riguardi, sempre, dei cantanti, se questi ultimi sono ritenuti poeti – con o senza virgolette – dall’opinione pubblica e, soprattutto, se non dimostrano qualche tipo di sdegnosa umiltà nel respingere al mittente tali elogi). Non ho dovuto pentirmene, dicevo, perché molti dei complimenti che ho ricevuto provenivano da persone che mi sono sembrate più che buoni lettori e, se non pare presuntuosa come affermazione, francamente intelligenti. Ciò non toglie che in rete, fra i lettori “strutturati” della suddetta comunità, mi sia imbattuto in sarcasmi e insolenze niente male. Ma per fortuna non mi hanno scalfito.

Ne “I vivi” che tipo di omaggio c’era a Joyce?

Mentre allestivo il finale dell’ultimo racconto (per il quale decisi poi il titolo “I vivi” in contrapposizione, giustappunto, ai morti di Joyce), a un certo punto ebbi la sensazione che l’ambiente scelto (una stanza d’albergo, la notte, mentre fuori nevica), i protagonisti (un uomo e una donna, ufficialmente coppia), il nome di un’amica della donna (il cui nome è lo stesso di una delle due celeberrime zie del protagonista maschile di “The Dead”), e, infine, una canzone a suo modo cruciale che balena in testa alla mia donna (al pari della famosa canzone che scatena la terribile, decisiva malinconia romantica della donna di Joyce), fossero elementi che caratterizzavano il finale di quel racconto (“The Dead”, anch’esso, altro fattore di comunanza, titolo eponimo come il mio). Sono anche andato a rileggermelo, e ho scoperto che sì, le cose stavano proprio così. E ne ero particolarmente felice. Per cui, come ho detto, decisi di intitolare il mio racconto “I vivi” (e poi il libro stesso). Un umile omaggio a un genio della letteratura, ovviamente.

Ti misurerai con il romanzo?

Spero di averne la tempra e il coraggio. Spero di sì.

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