(foto di Marco Olivotto)
Vedere Cristiano Godano sul palco raccontare di musica, aneddoti personali, godersela con il suo pubblico è un’esperienza strana, bella. Il tenebroso signore del rock italiano, quello di Catartica, schivo e nascosto dietro il muro di chitarre elettriche dei Marlene Kuntz, si accomoda con la sua chitarra acustica sotto i riflettori caldi di uno spettacolo intimo, ma non troppo, e snocciola storie e canzoni che sono un po’ percorsi di vita, visioni, letture e desideri.
La parola desiderio è forse il focus principale intorno al quale gira lo spettacolo “Parole e Musica”, un progetto che va avanti dal 2010 e che vede il frontman dei Marlene Kuntz in solitaria, o accompagnato da un interlocutore occasionale, raccontarsi e raccontare di musica, la propria ma anche quella dell’ampio immaginario a cui si ispira.
Perché Cristiano Godano non è solo un raffinato chitarrista e autore ma anche un energico e sofisticato intenditore di musica e lo si può ben vedere quando lo si sente parlare, in particolare, di Nick Cave e Sonic Youth. L’occasione di questa conversazione su scrittura, luoghi e musica, è stata il festival Inesauribili Bisbigli, a Salgareda, nella Casa delle Fate di Goffredo Parise, dove Godano è stato ospite, lo scorso 9 giugno.
Il luogo in cui ci troviamo, la Casa delle Fate, è stato rifugio e ispirazione per lo scrittore Goffredo Parise, che qui scrisse “I Sillabari”.
Dov’è la tua casa, dov’è che ti ricongiungi con l’ispirazione?
La mia casa si trova a Cuneo. A dire il vero, non sono in una fase molto conciliante con la mia casa, c’è qualcosa che me la rende ostica in queste periodo, attualmente sono alla ricerca di posti altri. Ho sempre rivendicato, però, la mia casa come il luogo dove creare e non ho mai avuto bisogno di andare a cercare situazioni esotiche per trovare l’ispirazione.
Casa mia è il luogo dove scrivo le mie cose, nella mia routine.
In questo mi sento molto vicino a Nick Cave, che ha sempre orgogliosamente ribadito le proprie abitudini lavorative: al mattino si alza, mette il suo vestito migliore e va nel suo ufficio, che è una stanza dove lui ogni giorno va a fare il suo lavoro.
“Parole e Musica” è uno spettacolo del 2010. Com’è nato questo progetto, che continui a portare in scena, e com’è mutato nel tempo?
Quando ho iniziato a prendere una chitarra acustica in mano non ero molto sicuro di me. Personalmente ho portato avanti il mio percorso di musicista rock sperimentando con la chitarra elettrica. Quello che pensavo per i Marlene lo pensavo in sala prove con l’amplificatore acceso.
L’idea di questo spettacolo è nata quando ho iniziato a immaginare delle cose in acustico, ipotizzando il desiderio di fare delle incursioni sui palchi anche da solo. Non avendo un repertorio da solista, risultava un’operazione molto complicata, considerato che gran parte delle canzoni dei Marlene nascono con una natura elettrica poco incline a interpretazioni in solitaria.
Poco per volta ho scoperto di essere molto a mio agio in quella dimensione, anzi ho scoperto di essere uno che parla sul palco e che si diverte mentre lo fa. Quattro anni fa ormai sicuro di me, e del mio range espressivo, ho fatto un album da solista, che è entrato di diritto nello spettacolo.
“Mi ero perso il cuore” (Ala Bianca, Al-Kemi), una produzione che ha visto in prima linea Gianni Maroccolo, un altro battitore libero come te, sebbene molto diverso.
Con Gianni ci conosciamo dai tempi di Catartica, è stato uno dei nostri primi interlocutori a livello discografico. Un lungo sodalizio mi lega a lui, per cui è stato un approdo molto naturale pensarlo per il mio primo album da solista.
Gianni è una via di mezzo tra la modestia e il riservo, ed è stato lui a volere nella produzione anche Luca Rossi, ex Ustmamò.
Nel 2008 hai publicato una raccolta di racconti, “I Vivi” (Rizzoli), mentre nel 2019 è stata la volta di “Nuotando nell’aria” (La Nave di Teseo), una sorta di biografia dei Marlene Kuntz. Com’è avvenuto il passaggio tra queste forme di scrittura diverse, com’è stato sbordare dalla scrittura di una canzone a quella di un racconto?
Personalmente ho una deferenza assoluta nei confronti della letteratura, per me l’arte più completa e credo che dominare la bestia romanzo sia un’arte complessa che in pochi possiedono.
Quando ho scritto il primo racconto di quella raccolta è stato uno dei primi momenti in cui mi lasciavo andare nella prosa.
La parola poetica è preziosa e insostituibile, ne puoi usare poche in una poesia, quelle poche devono essere le migliori possibili, da due punti di vista: il suono e il significato. Passare da una condizione così stringente, sebbene molto stimolante, ad una in cui le parole le puoi utilizzare in libertà, è un passaggio sempre un po’ destabilizzante.
Ho scritto un romanzo, ma temo di averlo perso. Non lo trovo più.
La provincia, come concetto, come stato dell’animo, nell’arte può rappresentare una voragine disastrosa oppure una immensa riserva dalla quale attingere un ampio immaginario.
Qual è stato il tuo rapporto con la provincia?
Una volta avrei risposto che non me ne fregava molto. Non ero riuscito ad andare via subito dal luogo in cui vivevo, la sala prove dei Marlene era a Cuneo ed io stavo lì forse anche per inerzia. In quel tempo mi sono costruito un immaginario da portare avanti, anche spesso aiutato dalle letture. Come dicevo prima, non ho mai cercato l’ispirazione necessariamente nei luoghi: quella posso trovarla benissimo in un buon libro, in della buona musica, in una intuizione, in un’occasione, in qualcosa che si accende dentro di me.
Oggi direi che forse, in definitiva, se i Marlene Kuntz sono arrivati fin qua è perché ci siamo trovati a Cuneo, in quel preciso momento.
Direi che la provincia mi ha costretto ad essere concentrato.
Dopo cinque anni di silenzio i Marlene Kuntz sono tornati con il singolo “La Fuga”, brano che anticipa l’album “Karma Clima”, un nome che sembra quasi un manifesto ideologico.
Si tratta di un progetto al quale abbiamo lavorato nell’ultimo anno e che è nato e cresciuto in un contesto di residenze artistiche nei nostri luoghi: Ostana, alle pendici del Monviso, Piazzo, un paese alle porte delle Langhe e Paraloup, una piccola borgata di montagna, luogo in cui si è formato il primo nucleo della resistenza partigiana. È in questi luoghi dalla particolarità fortemente evocativa che è nato “Karma Clima”, un disco in cui ritornano i temi della resilienza, della sostenibilità, attitudine green nei confronti della vita e uno sguardo sulla preziosità della natura. Karma Clima è un lavoro che si slancia verso un’idea di comunità, soprattutto verso la volontà di sganciarsi dalla virtualità e il ritorno ai luoghi, alle persone in carne e ossa. Non possiamo, né intendiamo, portare soluzioni all’attuale drammatica situazione ambientale, ma in qualità di artisti possiamo proporre delle riflessioni, questo è un compito che possiamo e dobbiamo darci, affrontando il tema in modo laterale, tangibile e mai nascosto. Solo con atti concreti, anche se piccoli, possiamo preserva il Pianeta dalla protervia antropocentrica.
Giornalista, si occupa di teatro, viaggi e società. Collabora, tra gli altri, con le riviste Il Tascabile e CheFare.
