«Il desiderio ci porta in luoghi che non conoscevamo prima. Ci dice qualcosa su quello che siamo, su dove stiamo, ci fa scoprire cose sulla nostra identità in modo insperato, come un effetto collaterale», scriveva due anni fa Elisa Cuter nel suo Ripartire dal desiderio. Ho pensato spesso a queste righe, leggendo Servirsi di Lillian Fishman (tradotto da Silvia Montis per E/O), e a Olivia Laing, che in Everybody scrive: «Il corpo è un oggetto la cui libertà è ridotta dal mondo, […] una forma di liberazione a pieno titolo». Parole evocative che confluiscono in qualcosa di emotivamente violento, e rivitalizzano le molteplici sfumature delle onnipresenti dinamiche tra sesso, potere e desiderio che governano le nostre vite.
Pensare che quella di Eve – trentenne newyorkese che dopo essersi scattata qualche nudo per gioco precipita in una relazione a tre che cambierà sensibilmente il suo universo fisico e interiore – sia soltanto la storia di una donna alle prese con forme di sessualità alternative, rischierebbe di evidenziare proprio il nostro distacco dalla centralità del desiderio nelle nostre esistenze, la disabitudine che abbiamo ad abitare il conflitto, e a considerare il sesso una materia incandescente, una forza propulsiva rivoluzionaria, e non solo esercizio fisico o una banale espressione dei sensi. In Servirsi, Fishman vuole lacerare l’immagine illusoria che abbiamo del piacere, un piacere che tendiamo a considerare statico o lineare anche quando, come avviene nel suo romanzo, è il prodotto di una lotta interiore e/o sociale. In questo senso, la trama diventa ulteriormente più spiazzante se consideriamo che a parlare è una donna bisex che intrattiene una relazione stabile e omosessuale, ma che finisce (tra le altre cose) per innamorarsi di un uomo, dopo un’infanzia passata a sperimentare e rivendicare l’attrazione per l’altro sesso. Disorientante è proprio ciò che accade a partire da una condizione che lei stessa ritiene definitiva, sicura, incontrovertibile: quella di una persona queer che all’improvviso intraprende un percorso inverso, e che per espandere la dimensione del proprio desiderio accetta di sprofondare nel caos, di sottoporsi a una costante tensione tra passione erotica, bisogno di dominio e innamoramento.
Eve sembra essere fatta soltanto di corpo. La sua è la vita stabile e piuttosto incolore di una giovane donna inghiottita dalla metropoli, tra le dinamiche di una relazione apparentemente appagante, un lavoro come barista per cui il padre non smette di colpevolizzarla, e le tentazioni del virtuale, tra cui proprio quella che la spinge, quasi senza troppa convinzione, a condividere online le sue fotografie. Saranno proprio quelle foto, che (cor)rispondono a un bisogno «volubile e assetato» neppure così sommerso, a trascinarla in un vortice ambiguo, quando viene contattata da una giovane pittrice sua coetanea, Olivia, che ben presto la coinvolgerà in una relazione sessuale a tre con Nathan, suo datore di lavoro ed ex compagno di università. Olivia e Nathan appartengono a una classe sociale ben diversa da quella di Eve, la corteggiano in ristoranti a cinque stelle e finiscono a cibarsi della sua bellezza nel lussuoso appartamento di lui; insieme, sembrano soddisfare la “perversione” quasi banale che spinge due individui a penetrare ancora più a fondo i recessi di un’unione già ricca di ambiguità, che a tratti lambisce il dominio e la violenza, e a tratti appare quasi ieratica, sottoposta a dinamiche nebulose sempre più difficili da comprendere e in cui farsi coinvolgere.
Per Eve diventa subito evidente che non si tratti di solo sesso. Dopo aver sperimentato una fase di attrazione esclusiva per Olivia, che sfugge ai suoi reiterati tentativi di seduzione, è il sesso che fa con Nathan – abbondante, fisico, emotivamente snervante – a creare una crepa dentro di lei.
Venivamo esortati a preoccuparci per lo stato di salute del mondo, ma la nostra capacità di lasciare un segno concreto in merito era molto discutibile. In genere, ci era stato detto che lo scarto tra obbligo e desiderio si era ridotto nei decenni precedenti, ma tutti sembravano concordare che l’assenza di obblighi non ci avrebbe resi liberi. La maggior parte di noi credeva nella complessità. Questo paradigma aveva i suoi vantaggi: ci permetteva di evitare condizioni estreme di dogmatismo e ignoranza […] ma giustificava anche un’estrema letargia. Guardandoci intorno e vedendo i compromessi morali di cui era impastata ogni singola scelta, l’inerzia sembrava a volte quella meno deplorevole.
Inoltrandosi in questa dinamica relazionale alternativa e inaspettata, Eve cerca innanzitutto di interrompere la letargia di cui parla; vuole sfuggirne per sfamare quel bisogno di «complessità» testimoniato dal suo corpo, un corpo amato e soddisfatto, che tuttavia continua a sfuggire al suo controllo e a chiedere di più. A poco a poco, Eve abbandona le «certezze condivise» della comunità queer, comunità che nel libro sembra paradossalmente rappresentare lo status quo, qualcosa che vede «la non conformità come una precisa categoria di consapevolezza etica» ormai stabilizzata, quasi data per scontata. Dice: «Condividevamo una speciale sensazione che le persone queer ritengono una loro prerogativa, la convinzione che le nostre prime esperienze con altre ragazze ci avessero condotto l’una all’altra – che da giovani fossimo inciampate in una botola, precipitando in una stanza piccola e luminosissima, trovandoci a vicenda tra pochi altri fortunati che erano ugualmente riusciti a scoprire quel magico anfratto». Ma sarà la sua relazione con Nathan e Olivia (e tra Nathan e Olivia, e con Olivia e Nathan singolarmente), a rappresentare la vera botola, a mettere in dubbio il valore di una sessualità cristallizzata nella presa di coscienza politica. E se è vero che politico è tutto quanto ci riguarda, compresi i movimenti del cuore e dei nostri organi sessuali, Eve impara, non senza dolore, che oltre l’eteronormatività e la rivendicazione di una sessualità altra, esiste un desiderio assoluto, una legge ingovernabile – cioè appunto quella del corpo – che costringe brutalmente a una presa di coscienza sempre nuova e imprevedibile.
Servirsi è abitato da un bisogno disperato e crudissimo di dare voce a una condizione emotiva ed erotica impellente, da una volontà incessante di scarnificare senza pietà né compromessi le zone protette in cui ognuno di noi decide di collocarsi e trovare rifugio. Ogni pagina di Fishman sembra gridare che è necessaria una legittimazione più profonda e ampia di un desiderio che appare quasi personificato, sempre mutevole, complesso, perfino scomodo e disturbante. Come scrive Laing, accogliere la possibilità che perfino alcune forme di dominazione o violenza siano legittime, vuol dire ad esempio considerare che esista «la possibilità di sottomettersi al corpo in sé, al regno spaventoso e struggente dell’indicibile». E del resto, è ancora Laing a chiedersi: «Non è quello il punto del sesso – abbandonare l’io parlante, essere scaraventati nell’infinito?» (il corsivo è mio). Eve sa che la risposta è sempre sì, benché la strada per imparare ad ammetterlo sia costellata di dubbi e rivelazioni anche molto dolorose. Sa che il desiderio non chiede permesso né per favore, e non solo capisce che ciò che desideriamo può governarci: vuole urlarlo, legittimarlo, portare in superficie l’innocenza di questa volontà.
Fishman scrive: «Il sesso ci costringe a indietreggiare di un passo, facendoci sprofondare in una sorta di timore reverenziale – rivela quant’è difficile conoscere davvero qualcuno, quante attenzioni e autoinganni occorrono per evocare la magia dell’amore». “Autoinganni” e “magia”, due parole che esprimono bene due tensioni cardine nel romanzo: la volontà di lacerare un velo per mostrare l’immagine sovresposta della realtà, come quelle polaroid in cui i corpi appaiono così illuminati da perdere quasi i loro connotati fisici; e insieme il bisogno, la tendenza, lo slancio a una versione del sesso e delle relazioni che non trascenda il romanticismo, anzi che lo inglobi. Questo diventa evidente nel tentativo disperato di Eve di rendersi visibile a Olivia, che le impedisce di vedere i suoi quadri estromettendola dalla sua vita davvero privata, e che per lei rappresenta l’oggetto del desiderio inappagato, il bisogno di costruire una relazione che prescinda dal piacere tout court, la volontà di dare a un corpo una storia e scoprire in quali punti quella storia può connettersi con la sua. Eve scrive di avere l’impressione che il sesso sia «un oracolo, una bocca della verità, ferma da qualche parte» in attesa di smascherarla; si considera, per gran parte del romanzo, come un corpo ancora prima che un individuo con pensieri e bisogni complessi; resta colpita quando Nathan le dice: «Sembri nata per essere scopata», una frase che spogliata dalle sue intenzioni erotiche (vagamente inquietanti), serve più che altro a evidenziare quella spersonalizzazione che viviamo ogni volta che ci immergiamo nel sesso così a fondo da smarrire la percezione di ogni altra cosa, la perdita di ogni confine tra noi e il mondo.
Non era avvilente che una storia romantica mi richiedesse tanto spesso di perorare la mia causa, di confidare di poter essere amata solo dopo aver dimostrato di essere solo in grado di eccitare qualcuno e prendermene cura – che la relazione insomma sembrasse dipendere dalla mia capacità di convincere una donna del mio valore?
Servirsi è una lotta incessante in cui il desiderio intende legittimare la sua innocenza sfuggendo al controllo, alla razionalità, talvolta al consenso. Perché la vita sia splendente, scrive Fishman, servono «molti partecipanti: servivano gli uomini, le donne, servivano rispetto e spregiudicatezza, l’amore e la voluttà dell’odio». E ancora: «Ci era stato fatto credere che la bellezza fosse sospetta, che la vanità fosse un peccato, che il desiderio fosse predatorio». Eve sceglie di esporsi senza indulgenza per intraprendere quello che definisce un percorso di «comprensione», come se tutte le domande più urgenti si dispiegassero all’improvviso davanti a lei in virtù di questa nuova relazione. Comprensione che, come scrive, ha il potenziale per realizzare «una nuova occasione di libertà», una parola inevitabilmente connessa all’ingovernabilità del corpo (proprio come dimostra Laing in Everybody) e alle sue necessità. Che restano sempre e comunque «le nostre storie d’amore. L’unica occasione che avremo di vedere il paradiso».
Gaia Tarini è nata a Perugia nel 1989 ed è editor e libraia. Nel 2019 ha frequentato il corso principe per redattori editoriali Oblique. Scrive su minima et moralia, Limina e altre riviste online. Ha fatto parte delle Classifiche di Qualità dell’Indiscreto e nel 2024 ha fondato a Milano Supernova, un bookclub che parla di antropocene, insieme a Ferdinando Cotugno.
