D-Repubblica Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/d-repubblica/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 19:14:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg D-Repubblica Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/d-repubblica/ 32 32 Le ragazze del fumetto https://minimaetmoralia.it/fumetto/le-ragazze-del-fumetto/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/le-ragazze-del-fumetto/#comments Wed, 04 Apr 2012 08:49:43 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7335 In questo articolo, uscito per «D di Repubblica», Tiziana Lo Porto ci presenta alcune giovani fumettiste della scena comics italiana, che intervistate sottolineano tutte quante l'importanza del web e dei social network per la diffusione delle loro opere.

Sono nate negli anni Ottanta, di mestiere fanno i fumetti, vivono dove le porta il disegno, hanno un blog. È in rete che bisogna cercare per incontrare le ragazze italiane del fumetto. Si annidano tra blog e social network, raccontano in forma di disegno il loro quotidiano vivere, concedono eleganza, umorismo e irriverenza all’altrimenti asettica dimensione virtuale. “Se fai fumetti avere almeno un blog è molto importante. A essere bravi e professionali si ha anche una pagina web. Bisogna sfruttare il più possibile gli aspetti positivi e l’aiuto che ti può offrire la rete per diffondere il tuo lavoro”.

A parlare è Alice Socal, nata a Mestre nel 1986. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Bologna e attualmente vive e studia ad Amburgo, da dove pubblica i suoi lavori sul blog vuoto-incipiente.blogspot.com, ed è autrice di una delle più folgoranti opere prime a fumetti pubblicate in Italia lo scorso anno.

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In questo articolo, uscito per «D di Repubblica», Tiziana Lo Porto ci presenta alcune giovani fumettiste della scena comics italiana, che intervistate sottolineano tutte quante l’importanza del web e dei social network per la diffusione delle loro opere.

Sono nate negli anni Ottanta, di mestiere fanno i fumetti, vivono dove le porta il disegno, hanno un blog. È in rete che bisogna cercare per incontrare le ragazze italiane del fumetto. Si annidano tra blog e social network, raccontano in forma di disegno il loro quotidiano vivere, concedono eleganza, umorismo e irriverenza all’altrimenti asettica dimensione virtuale. “Se fai fumetti avere almeno un blog è molto importante. A essere bravi e professionali si ha anche una pagina web. Bisogna sfruttare il più possibile gli aspetti positivi e l’aiuto che ti può offrire la rete per diffondere il tuo lavoro”.

A parlare è Alice Socal, nata a Mestre nel 1986. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Bologna e attualmente vive e studia ad Amburgo, da dove pubblica i suoi lavori sul blog vuoto-incipiente.blogspot.com, ed è autrice di una delle più folgoranti opere prime a fumetti pubblicate in Italia lo scorso anno.

Il racconto si chiama Luke. Anche i cattivi invecchiano (Giuda Edizioni) ed è un sequel geniale e surreale di Guerre Stellari con protagonista uno stropicciatissimo e a modo suo amletico Luke Skywalker. Finite le sue eroiche imprese, Luke è diventato uno di noi, è ingrassato, ha anche lui una vita squallida e monotona fatta di supermercati e piatti di lavare, deve prendersi cura del padre disabile, che nel disegno è la testa-maschera di Darth Vader, di volta in volta disegnata mentre sta appoggiata sul tavolo della cucina, cade dal tavolo della cucina, viene raccolta da terra e rimessa sul tavolo, beve un succo di frutta, chatta davanti al portatile.

“Certo, poi si finisce per perdere ore e ore a guardare foto dei tuoi vecchi compagni delle elementari, delle ex fidanzate dei fratelli e dei loro figli, cani e tutto il resto”, riprende Alice Socal continuando il suo ragionamento su pro e contro di blog e social network, “ma tant’è, è il prezzo da pagare”.

 D’accordo con lei MP5, acronimo di Maria Pia Cinque, fumettista e street artist nata nell’80, autrice insieme a Valerio Bindi del graphic novel Acqua storta (Meridiano Zero). Dice MP5: “I social network e i blog sono utili per diffondere qualsiasi cosa: musica, arte, fumetto, murales. Io sono sempre presente sul web, mutando forma e canali di volta in volta”. Al momento è mpcinque.com, sito pieno zeppo di illustrazioni, tavole a fumetti, foto di murales e di installazioni, animazioni. In bella vista la copertina nera e bianca del suo ultimo lavoro, Palindromi (GRRRzetic editrice), libro a fisarmonica che è anche serigrafia e poster e murales e quadro.

“Il concetto di palindromo mi ha sempre interessata”, spiega, “ho sempre bisogno di almeno due chiavi di lettura per leggere il mondo. Mi interessano gli enormi giri che facciamo per poi tornare al punto di partenza, la continua reiterazione. Sono partita da questa sola idea per realizzare Palindromi, senza sapere dove sarei andata a finire. All’inizio era un lungo murales per una mia personale al museo di Terni. Ho poi fotografato il tutto e l’ho montato su una struttura a fisarmonica per vedere come funzionava. Palindromi è un libro se vuoi che sia un libro, altrimenti aprendolo diventa un lungo murales dove i disegni si susseguono e ti mostrano ancora altre verità”.

Fatto a mano in 400 copie, Palindromi rientra a pieno titolo nella categoria dell’hand made, tornato in voga di recente (o forse mai passato di moda) nell’editoria e non solo (di vestiti, accessori, custodie di cd e quant’altro fatto a mano abbondano negozi, siti internet e mercatini).

“La possibilità di confezionarti il tuo libro a mano è il valore aggiunto dell’editoria indipendente. E l’essere indipendente è l’elemento più contemporaneo del fumetto italiano. Se fai o ti interessi di fumetti la scena dell’autoproduzione è quella da tenere d’occhio”, dice Eleonora Enid Antonioni, nata a Roma nell’83, autrice di magnifici albi a fumetti che si fabbrica da sé e vende in rete o alle fiere del fumetto e di un diario che pubblica quotidianamente online sul blog eleonora-antonioni.blogspot.com. Nessuna parentela con Antonioni il regista, e uno strano “Enid” tra nome e cognome preso in prestito a Enid Coleslow, eroina di Ghost World di Daniel Clowes, serie di culto a fumetti degli anni Novanta diventata film per la regia di Terry Zwigoff.

Quando è uscito per la prima volta il fumetto di Clowes, Eleonora doveva avere più o meno dieci anni. “Ma quand’è uscito il film di anni ne avevo diciotto”, dice, “e me lo ricordo benissimo. Ho visto prima il film e poi ho scoperto il fumetto. E in Enid mi ci sono ritrovata, anche fisicamente”. Le chiedo chi altre sono le sue eroine predilette, e lei cita Mikako Koda, la protagonista del manga di Ai Yazawa Cortili del cuore (è la storia di una ragazzina che sogna di fare la stilista, e ci riesce), poi mette da parte i fumetti e pesca nell’immaginario tout court, donne in carne e ossa incluse: Amélie Poulain, Louise Brooks, Palma Bucarelli. Eleonora mi racconta di quando da bambina leggeva i fumetti, “quasi unicamente Disney, e ogni tanto Il giornalino”, e la cosa che la interessava era il mestiere.

“Andavo a cercare i nomi dei disegnatori per capire come funzionava il fumetto come lavoro”, dice. “Poi da adolescente mi sono allontanata da quei fumetti lì e mi sono avvicinata ai manga. E ho iniziato a disegnare le prime storie che facevo girare a scuola tra i compagni di classe. Finito il liceo ho deciso di concretizzare tutto facendo la Scuola di Comics”.

Le chiedo secondo lei quanto siano necessarie le scuole per un mestiere del genere, e lei mi risponde che “sicuramente le scuole aiutano. Ti fanno migliorare molto, soprattutto tecnicamente, e lo fanno in fretta. Chi vuole fare fumetto lo può fare a prescindere dalle scuole, certo, e magari da autodidatta puoi raggiungere gli stessi risultati, ma ci metti più tempo. A scuola hai delle scadenze, di settimana in settimana, che ti fanno entrare nell’ottica del mestiere del fumettista. È a scuola che impari la disciplina e capisci cosa significa lavorare nel fumetto”. Poi aggiunge che quando andava a scuola lei le più disciplinate e puntuali nelle consegne erano le ragazze. “Prendevamo la cosa molto più seriamente”, dice, “e la maggior parte di noi ce l’ha fatta, siamo riuscite a fare del fumetto un mestiere”.

Le chiedo se da qualche parte si ritrovano, e più in generale se esiste una scena femminile del fumetto italiano presente e visibile su riviste, antologie o festival. Lei mi cita Teiera (teiera.blogspot.com), piccola preziosa casa editrice autoprodotta creata e curata da Giulia Sagramola e Cristina Spanò. Entrambe nate nell’85, entrambe fumettiste e illustratrici, entrambe blogger (giuliasagramola.blogspot.com e cristinaspano.blogspot.com), per passione e diletto nel 2010 hanno fondato una loro etichetta indipendente in cui pubblicano piccoli libri monografici e antologici legati all’illustrazione, al fumetto e alla grafica.

Molti degli autori in catalogo sono ragazze: tra le tante ci sono Eleonora Enid Antonioni con Il giorno che scommisi la testa col diavolo e Sarah Mazzetti (recentemente entrata tra le curatrici dell’etichetta) con Sutrino. Petit Kamasutra for people who love each other, e nelle antologie Anna Delforian, Cristina Daura, Irati Fernandez, Gemma Correll, Anke Weckman, Lilli Carré, Clara Tanit, Mireia Perez e le stesse Sagramola e Spanò.

“Il fatto di avere più donne che uomini in catalogo è una coincidenza”, dice Giulia, autrice del bel memoir a fumetti Bacio a cinque (Topipittori). “Di sicuro il fumetto è un genere narrativo ancora dominato da una forte presenza maschile. A differenza dell’illustrazione, ci sono più uomini che disegnano fumetti. Ma non voglio pensare che la difficoltà a emergere sia legata al proprio genere, spero di no. Anche se a volte sento una differenza nel come chi legge i fumetti percepisce le storie a seconda se queste siano scritte da uomini o da donne. Come se alcune storie scritte da donne, dovessero per forza pretendere un pubblico prettamente femminile”.

Le storie che pubblicano con Teiera non pretendono nessun pubblico prettamente femminile, e molto dicono del talento e senso pratico di queste ragazze che dell’essere donne ne fanno pregio e non difetto. Lo considerano a modo loro un valore aggiunto (e di fatto lo è). A sentirle parlare, dall’alto dei miei quarant’anni, mi viene in mente una vignetta di Quino in cui Mafalda è insieme alla madre che fa il bucato. Mafalda la guarda e dice: “Mamma, cosa ti piacerebbe fare se tu potessi vivere?”

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Uno spazio inviolato https://minimaetmoralia.it/libri/uno-spazio-inviolato/ https://minimaetmoralia.it/libri/uno-spazio-inviolato/#respond Thu, 01 Dec 2011 08:47:18 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5829 di Benedetta Marietti

Non tutte le storie d’amore raccontate in letteratura si equivalgono, ne esistono alcune più intense e commoventi di altre. Soprattutto se sono accadute realmente. Quella narrata magistralmente da Stefan Merrill Block nel suo secondo romanzo, La tempesta alla porta (Neri Pozza, pp. 378, 17,50 euro, traduzione di Stefano Bortolussi), è una storia di amore e follia, di attesa e passione, che cattura per autenticità e urgenza.

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di Benedetta Marietti

Non tutte le storie d’amore raccontate in letteratura si equivalgono, ne esistono alcune più intense e commoventi di altre. Soprattutto se sono accadute realmente. Quella narrata magistralmente da Stefan Merrill Block nel suo secondo romanzo, La tempesta alla porta (Neri Pozza, traduzione di Stefano Bortolussi), è una storia di amore e follia, di attesa e passione, che cattura per autenticità e urgenza. Perché è un “tentativo di ricostruzione”, come lo definisce Stefan, di ciò che è capitato ai suoi nonni materni, Katharine e Frederick Merrill, sposi felici e innamorati durante la seconda guerra mondiale, precipitati nell’abisso della disperazione in seguito al ricovero coatto di Frederick all’inizio degli anni ’60 in un ospedale psichiatrico: il famoso McLean Mental Hospital di Boston (nel libro ribattezzato Mayflower Home for the Mentally Ill), che nel corso degli anni ha ospitato pazienti illustri, da Sylvia Plath a Zelda Fitzgerald, da Marianne Faithfull a James Taylor, da Anne Sexton a David Foster Wallace. Ma cosa succede all’interno di una mente malata? Come cambia la personalità di un folle? E quali sono gli effetti sulla famiglia? L’amore è più forte della malattia mentale? Dopo Io non ricordo, bellissimo romanzo d’esordio pubblicato nel 2008 (da uno Stefan appena ventiseienne) e ispirato proprio dalla nonna Katharine, che affrontava il rapporto tra un ragazzino e la madre malata di Alzheimer, Merrill Block tenta di rispondere a interrogativi per lui incalzanti ritornando sui suoi temi prediletti: l’autobiografismo collegato al disturbo mentale. “I due romanzi sono molto diversi per tono e struttura ma li considero parte di un unico progetto”, spiega Stefan, poche ore dopo essere arrivato da Brooklyn in Toscana, ospite della Santa Maddalena Foundation di Beatrice Monti von Rezzori (dove ha scritto parte del libro). “Avevo necessità di conoscere la storia della mia famiglia prima di diventare adulto. Cercare di capire un passato ormai perduto al fine di comprendere un presente sempre più incerto è stato lo scopo principale dei miei vent’anni. Provavo una sorta di compulsione che mi spingeva a resuscitare i miei nonni con la forza dell’immaginazione. La sfida è stata quella di rimanere fedele ai pochi fatti documentati ricreando un mondo romanzesco. Non penso di essere arrivato a conclusioni definitive ma adesso che mi affaccio alla soglia dei trent’anni so che il progetto è arrivato alla fine. E provo un’eccitante sensazione di libertà”.
Quando si incontrano per la prima volta, mentre in Europa deflagra la seconda guerra mondiale, Katharine rimane incantata da un Frederick “avventuroso, tragico, brillante, il tipico caso di una vita vissuta in un modo troppo fuori dal comune”. Lui per due mesi la corteggia dedicandole attenzioni esclusive. Poi parte per la guerra, in Marina, ma per qualche motivo a lei sconosciuto viene ricoverato in un ospedale militare. Quando le invia un anello per posta, lei accetta di sposarlo. Ma il Frederick che torna a casa è un uomo irriconoscibile, sopraffatto dall’inedia. Troppo spesso prova “la tristezza di essere sempre distante dalla cose, al di sopra o al di sotto”. Katharine non si preoccupa: il suo amore e le sue cure lo avrebbero guarito. Così si sposano. Nascono quattro figlie (Susie, madre di Stefan, è la terzogenita). Per qualche tempo le cose funzionano: “in qualche caso la loro vita era stata la perfetta rappresentazione di una vita perfetta”. Poi iniziano le fughe di lui da casa, le sbornie, i tradimenti. Finché una notte esce per strada con addosso solo un impermeabile e si denuda davanti alle automobili di passaggio. Consigliata dai poliziotti che lo arrestano, Katharine decide di ricoverarlo alla Mayflower Home.
“Fin da piccolo sono rimasto affascinato dalla figura di mio nonno, morto molto prima che io nascessi”, spiega Merrill Block. “Anche perché ho da sempre una relazione fortissima con mia madre. È stata la mia insegnante e la mia migliore amica dato che non ho frequentato la scuola ma fino a 13 anni ho studiato a casa insieme a lei. È stato grazie a questa fondamentale esperienza che sono diventato uno scrittore. Mia madre ha permesso alla mia creatività di esprimersi, mi lasciava lavorare quanto volevo su qualsiasi cosa fosse di mio interesse. E il mio interesse era sempre scrivere. Quegli anni a casa hanno tratteggiato il mio futuro. E la mia vita quotidiana di scrittore, oggi, ora dopo ora, è molto simile a quella di studente casalingo. Con mia madre condividevo ogni cosa tranne quel dolore che sentivo l’aveva ferita da giovane: l’assenza di suo padre e la sua morte precoce. Attraverso di lei ho imparato a sentirmi molto vicino a mio nonno. Ma non solo per comprenderne la personalità misteriosa o per capire la sofferenza di mia madre. Ero irresistibilmente attratto da lui perché mi sentivo legato dal suo stesso destino. Gli assomiglio molto fisicamente, ho le sue stesse espressioni e i suoi tic, tanto che spesso i miei parenti si commuovono a vedermi. Forse se avessi capito la sua storia avrei saputo affrontare meglio il mio futuro. Tanto più che una notte di qualche anno fa, sdraiato nel mio letto in un campus universitario, anch’io ho sentito scattare qualcosa in me e per quattro giorni di fila non sono più riuscito a chiudere occhio. Quando ho parlato di questa strana e immotivata insonnia con una specialista, la sua diagnosi preliminare mi ha lasciato interdetto. Disturbo bipolare, sindrome maniaco-depressiva. La presunta malattia di mio nonno. E da quel momento scoprire che cosa gli fosse successo è diventata un’insopprimibile necessità”. Gli chiedo come vive la sua malattia e se pensa che suo nonno fosse veramente malato. “La notizia è stata uno shock ma non credo di essere bipolare anche se ho tendenze in quel senso. Penso invece che ogni processo creativo contenga in sé il bipolarismo. Per gli standard del 1962 mio nonno era sicuramente bipolare. Per quelli di oggi non so. È molto difficile diagnosticarlo, soprattutto se il disturbo è lieve. E le diagnosi sono strettamente legate a quello che la società ritiene debba essere un comportamento normale, regolato dall’opinione prevalente su cosa sia reale e cosa folle. Nel romanzo mi interessava anche scoprire come la sofferenza psichica possa peggiorare con trattamenti sanitari non adeguati”.
Prima del suo ritorno a casa, che rimetterà ancora a dura prova l’amore di Katherine e la stabilità della famiglia (con un finale sconvolgente del romanzo), Frederick rimarrà nell’ospedale psichiatrico per parecchi mesi. Dopo l’arrivo di un invasato e sadico psichiatra a capo della struttura, verrà sottoposto a elettroshock, chiuso in isolamento, costretto a imbottirsi di medicine stordenti. Eppure riuscirà in qualche modo a trasformare la carcerazione in un esercizio creativo. Aiutato dall’amicizia con il poeta Robert Lowell, realmente internato al McLean Hospital insieme a lui, Frederick scriverà alcune misteriose lettere che verranno recapitate a Katherine e che lei brucerà nel camino vent’anni dopo, senza farle leggere a nessuno. “Mia nonna ha conservato i suoi segreti fino alla morte. La distruzione di quei fogli è diventata per me il simbolo di tutte le perdite della mia vita. Mi sono sentito frustrato e rabbioso. Sono sicuro che contenessero informazioni importanti ma allo stesso tempo non credo fossero risolutivi per comprendere tutta la storia. Anche con mia nonna ero molto legato. Per un certo periodo, quando il suo Alzhemeir cominciava a peggiorare, è venuta a stare a casa nostra. Amavo passare il tempo con lei perché, studiando a casa, avevo pochi amici. Era una persona adorabile. Nel giro di poco tempo l’Alzheimer l’ha fatta regredire a uno stadio infantile, simile a quello di un undicenne. E dato che io avevo undici anni, il nostro rapporto divenne man mano simile a quello di due coetanei. Eravamo molto amici ma nello stesso tempo antagonisti perché non voleva rivelarmi niente del suo passato. Finché io crebbi e lei peggiorò sempre di più”.
Katharine non ha avuto una vita facile. Ha cresciuto quattro figlie da sola, ha affrontato difficoltà economiche, ha subito un marito bipolare e lo ha aspettato fine alla fine. Quando ha avuto occasione di rifarsi una vita si è tirata indietro. Le consuetudini della sua epoca erano più forti del desiderio di una vita più normale? Dice Stefan: “Mia nonna ha vissuto la vita domestica che ci si aspettava vivessero le donne del suo tempo. Cinicamente si potrebbe pensare che sia rimasta incatenata dai vincoli sociali. Ma credo che il motivo per cui sia rimasta sempre accanto a mio nonno sia più semplice: continuava ad amarlo, nonostante tutto. Il mio romanzo racconta la perdita del linguaggio, delle idee e delle storie ma alla fine parla di qualcosa di inesprimibile e concreto, che va al di là della ricerca delle parole: è una storia d’amore”. Ed è un amore anomalo, folle per l’appunto, quasi irrealizzabile, che contiene però in sé un’utopia possibile, la nostalgia per un’altra vita dove quell’amore diventi sufficiente, basti a se stesso senza bisogno di altro, e vinca l’impossibilità di un immediato futuro. Una vita dove la malattia mentale, perfino quella più cruenta e terribile da sopportare, soccomba di fronte alla forza dell’amore. “Provenendo da una famiglia come la mia, sofferente di varie forme di malattie mentali, non posso fare a meno di pensare che non siamo nient’altro che la cruda biologia dei nostri cervelli. Ma con i miei romanzi tento di trovare qualcosa che trascenda la verità inconfutabile del nostro sistema nervoso. Non sono sicuro di aver trovato una risposta ma penso che nel mistero dell’arte e in quello dell’amore ci sia uno spazio inviolato, esterno al caos e alla scienza dei nostri cervelli. Una sorta di paradiso temporaneo che ci creiamo l’un l’altro, e che continua a vivere nelle storie che raccontiamo”.

Questo articolo-intervista è uscito per «D di Repubblica».

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Bronx & Poetry https://minimaetmoralia.it/cinema/bronx-poetry/ https://minimaetmoralia.it/cinema/bronx-poetry/#respond Tue, 22 Nov 2011 09:21:31 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5722 di Tiziana Lo Porto Si chiama To Be Heard (www.tobeheard.org) ed è un documentario girato nel Bronx che racconta le storie (vere) di tre adolescenti a cui la poesia ha cambiato la vita. Girato in quattro anni, e presentato nei mesi scorsi a festival del cinema e del documentario di mezza America (incassando anche parecchi premi e […]

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di Tiziana Lo Porto

Si chiama To Be Heard (www.tobeheard.org) ed è un documentario girato nel Bronx che racconta le storie (vere) di tre adolescenti a cui la poesia ha cambiato la vita. Girato in quattro anni, e presentato nei mesi scorsi a festival del cinema e del documentario di mezza America (incassando anche parecchi premi e soprattutto il consenso e l’entusiasmo unanime di pubblico e critica), il film nasce da un’intuizione di tre insegnanti newyorkesi che sette anni fa hanno deciso di avviare in un liceo pubblico del South Bronx un progetto di poesia. Il progetto si chiama Power Writing, e la filosofia che c’è dietro è ben sintetizzata nella frase: «Se non impari a raccontare la tua storia, sarà qualcun altro a farlo al posto tuo». Ragionamento che non fa una piega e che nella sua semplicità permette a ragazzi del Bronx e di altri quartieri di New York di capire l’importanza dello scrivere. Alle lezioni di Power Writing viene chiesto loro di mettersi in gioco, con la poesia o con il rap, di usare la parola per tirare fuori quello che hanno dentro. «Ognuno di noi tre ha iniziato a lavorare a Power Writing portandosi dietro un bagaglio di idee, di esperienze, e di metodi di insegnamento. Ma tutti e tre sapevamo da subito che non si trattava tanto di insegnare, quanto di ascoltare questi ragazzi», mi spiega Roland Legiardi-Laura, uno dei tre insegnanti del progetto, coregista e coproduttore del film, poeta con alle spalle anni di insegnamento in scuole pubbliche, carceri e ospizi per anziani. Gli altri due insegnanti sono Amy Sultan e Joe Ubiles, la prima impegnata da anni nel sociale e anche lei coregista e coproduttrice di To Be Heard, e il secondo ex professore di liceo. A codirigere il film i registi Edwin Martinez e Deborah Shaffer. E a interpretarlo tre ragazzi del Bronx – Anthony Pittman, Karina Sanchez e Pearl Quick – che con generosità hanno condiviso con registi e cameramen quattro anni della propria vita per scoprire insieme a loro quanto la poesia li avrebbe cambiati.

Proiettato una sera di fine settembre in un parco del South Bronx, il documentario si apre con una manciata di potentissimi versi di Anthony, Karina e Pearl, che senza girarci tanto intorno danno un quadro del contesto in cui sono cresciuti. Sono versi come: «Sono stanca di dovere scegliere tra la cena e il biglietto dell’autobus per andare a scuola». Oppure: «In questa città non ti aiuta nessuno. Ti danno solo un pallone da pallacanestro e una pistola, e ti dicono tira e fai canestro oppure tira il grilletto». O ancora: «Questo è il mio quartiere… io e mio fratello lo chiamiamo il Viale dei Sogni Infranti». I tre giovani protagonisti del film si sono conosciuti alle lezioni di Power Writing, e da lì sono diventati amici al punto da fare famiglia tra loro. Le rispettive famiglie, quelle vere, hanno un carico di problemi alle spalle talmente pesante da risultare loro malgrado inadeguate: il padre di Anthony è stato in galera per quasi tutta infanzia e adolescenza del figlio; la madre di Karina ha avuto (e continua ad avere – l’ultimo nasce durante i quattro anni di riprese del documentario) una sfilza di figli a cui Karina si ritrova a fare da madre più che da sorella maggiore; la famiglia di Pearl non può permettersi di pagarle gli studi, costringendola a trovarsi un lavoro part-time per pagarseli da sé. Per questi ragazzi la vita è così dura che prima ancora di arrivare a diciotto anni la rabbia rischia di diventare l’unico sentimento in grado di definirli. Da qui l’esigenza di canalizzare la rabbia, di fare in modo che esca fuori, in forma di versi o di rap che sia.

«Ai ragazzi che seguono i nostri corsi non diciamo subito di scrivere poesie», mi racconta Roland Legiardi-Laura, «diciamo loro di scrivere e basta. E a quell’età la cosa che viene fuori scrivendo è la passione. Spesso sono ragazzi poveri, di colore, neri o ispanici, cresciuti nella cultura rap e hip hop. Per cui anche se nessuno di noi chiede di scrivere rap e hip hop, loro trovano la loro voce e il loro posto nel mondo facendolo. Fare un corso del genere nelle scuole è una grossa sfida, perché non è una cosa a cui il sistema è preparato. Il sistema ti insegna il controllo, ti insegna a diventare un futuro consumatore di questo paese. Scrivendo, questi ragazzi imparano ad articolare la sofferenza e la rabbia che provano, e si ritrovano forzatamente a mettere in discussione il sistema». Come insegnanti, Roland, Joe e Amy sono considerati e si considerano degli outsider, sempre pronti a mettersi in discussione se stessi, mossi dall’ammirevole principio che la cosa più importante nell’insegnamento sia l’ascolto, e decisi nel dire che nelle loro classi nessuno è capo di nessuno. Dalle immagini del documentario si vede come i loro metodi educativi siano qualcosa che va al di là delle quattro pareti di una classe. Se uno dei ragazzi che frequenta le loro lezioni comincia ad assentarsi loro scendono in strada o vanno direttamente a casa sua a cercarlo, tengono i ragazzi il più possibile fuori della scuola, facendoli studiare a casa loro, o all’aria aperta, o portandoli il sabato a visitar musei o al cinema a vedere film in altre lingue sottotitolati. «È un modo per non farli sentire esclusi dalla cultura», dice Roland, «per far capire loro che la cultura è un diritto di tutti. Che se vuoi entrare in un museo qui a New York puoi pure lasciare un penny all’ingresso, perché il prezzo del biglietto sei tu a deciderlo, anche se nessuno te lo dice».

Poi aggiunge che il film non parla solo del Bronx, né del sistema scolastico americano. «Viviamo in un’epoca in cui l’alfabetizzazione è in crisi», dice, e a conferma mi dice che dai sondaggi del National Assessment of Adult Literacy lo scorso anno è venuto fuori che in America solo una persona su otto sa leggere a sufficienza da capire la costituzione. «Gli altri sette americani su otto non hanno idea di come funzioni il paese», dice. «L’America è una terra di ignoranti, e se fai parte della middle class pensi che la cosa non ti riguardi. To Be Heard è un film che parla del come se non sai né leggere, né scrivere, né parlare qui in America non hai il diritto di scegliere. E del come la nostra società stia diventando sempre più ignorante a scapito della democrazia». In pratica, mi spiega, il cattivo funzionamento del sistema scolastico è il sintomo e non la causa, e attribuire agli insegnanti o alle istituzioni responsabilità e colpe non risolve nulla. «In questo momento in America vengano attaccati gli insegnanti, dando a loro tutte le responsabilità del fallimento del sistema scolastico americano. Senza tenere conto del fatto che un dibattito sul sistema scolastico è già una questione che può essere affrontata solo da quella minoranza che sa leggere, scrivere e parlare, tagliando fuori il resto del paese».

Il mese scorso su Harper’s Magazine, in un lungo articolo intitolato «Getting Schooled. The Re-Education of an American Teacher», lo scrittore e saggista americano Garret Keizer scriveva più o meno le stesse cose, osservando come gli insegnanti spesso non abbiano colpe e che la maggior parte dei cambiamenti che ha subito la scuola negli ultimi decenni di fatto siano di natura tecnologica: più onde elettromagnetiche dentro gli edifici scolastici, e ragazzi che vanno negli spogliatoi non a fumare ma a mandare sms.

Alla stessa conclusione è arrivato Roland Legiardi-Laura, che nel dirmi quanto i cellulari siano importanti per i ragazzi («per loro sono più importanti delle scarpe», dice), aggiunge che è una battaglia persa quella dei docenti e genitori per cercare di impedirne o ridurne l’uso. «Quando sette anni fa abbiamo avviato il progetto», mi racconta Roland, «davamo a ogni ragazzo un diario su cui scrivere le proprie poesie. Negli ultimi due anni ci siamo accorti che nessuno se lo portava più a lezione, e che le poesie le scrivevano direttamente sui cellulari. Così mi sono messo a fare qualche ricerca, e ho scoperto da uno studio del Pew Research Center che il 75 % degli adolescenti americani possiede un cellulare, e che un adolescente americano su tre manda più di 100 sms al giorno. Nessuno di questi ragazzi è disposto a rinunciare al proprio cellulare, e allora tanto vale sfruttarlo». Ha ideato così un’applicazione che si chiama Power Poetry e che permette ai ragazzi di condividere le proprie poesie mettendole in rete e di farle circolare. “Le poesie che scrivono questi ragazzi parlano di abusi sessuali, di violenze domestiche, di amore, di prigione, di esperienze dirette condivise e condivisibili. Farle circolare non può che essere di aiuto”.

Chiedo a Roland che cosa fanno oggi Anthony, Karina e Pearl, che ne è stato di loro dopo il film, e dopo il liceo. E lui mi dice che dei tre il più problematico è Anthony. Che la scrittura di sicuro lo aiuta, ma che ancora non sta basta. «Durante le riprese del documentario è stato arrestato per avere fatto sesso con una minorenne ed è come se la cosa lo avesse stigmatizzato», mi dice. «Da quando è uscito dal carcere c’è tornato tre volte per non avere rispettato il coprifuoco mentre era in libertà vigilata. Continua a scrivere, scrive un sacco, ma deve ancora accettare il fatto che non tutte le colpe sono della società, che è anche lui responsabile della propria vita». Le due ragazze, invece, sembrano cavarsela meglio. «Pearl è entrata a settembre al Sarah Lawrence College, studia più che mai, è innamorata, ed è assolutamente felice. Mentre Karina è andata via di casa e vive col suo compagno, con cui ha avuto un bambino. Promette che proverà a entrare anche lei al college, e prima o poi manterrà la promessa. Intanto ci dà una mano insegnando poesia ai nostri corsi, ed è un’insegnante meravigliosa».

Nel frattempo nel parco del Bronx la proiezione del film prosegue sullo schermo e i pochi spettatori occasionali (un manipolo di bambinetti, qualche ragazzo e un paio di barboni) sono inchiodati alle immagini. Guardano attenti e interessati alla possibilità che la scrittura sia davvero una via di fuga, un’alternativa, un modo per uscire dal ghetto.

A confermarmi che il messaggio arrivi è una bambina del Bronx. Nera, più o meno sette anni, la faccia sveglia, mille treccine in testa e altrettante mollette colorate. Dev’essersi accorta che sono l’unica bianca tra gli spettatori, e a fine proiezione si avvicina e mi dice: “Tu non sei di qua”. Le dico che no, non sono del Bronx. Mi chiede: «E allora che ci fai qua?» Le dico che sono venuta per il film, che ci tenevo a vederlo, che voglio scriverne. Ci pensa un po’ su e poi mi dice che anche lei vorrebbe scrivere, che vorrebbe scrivere libri, ma non ci riesce, e allora prende dei pezzi dei libri che ha casa, li mette insieme, e fa dei libri tutti suoi. Le dico: «Bello», affascinata da lei più di quanto lei possa esserlo da me. Poi comincia a snocciolare un’infilata di titoli di libri per bambini, chiedendomi di ognuno se sono stata io a scriverlo. Le dico di no, uno dopo l’altro. È un po’ delusa, ma non lo dà a vedere, e continua la sua improbabile indagine a caccia del libro che potrei avere scritto. Alla fine si arrende, e con tutto il candore e l’ottimismo dei suoi sette anni, dice: «Va bene, ho capito, ancora non sei famosa. Ma, non preoccuparti, se scrivi prima o poi lo diventerai». Poi mi sorride, e se ne torna a giocare.

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Intervista a A.M. Homes https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-a-m-homes/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-a-m-homes/#respond Fri, 18 Nov 2011 08:47:55 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5702 Li avevamo lasciati sapendo già come andava a finire. Sposati, lui in carriera, lei a casa, due bambini piccoli, una villetta con giardino in cui Elaine e Paul vivevano impantanati in una vita che si prospettava tutta uguale. A muoverli il desiderio di andare avanti così, poi quello di restare da soli, poi ancora quello di essere “da soli insieme”. Già protagonisti a inizio anni novanta del racconto Adulti da soli della raccolta della scrittrice americana A.M. Homes La sicurezza degli oggetti, ritornano nel romanzo Musica per un incendio (Feltrinelli, traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini).

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di Tiziana Lo Porto

Li avevamo lasciati sapendo già come andava a finire. Sposati, lui in carriera, lei a casa, due bambini piccoli, una villetta con giardino in cui Elaine e Paul vivevano impantanati in una vita che si prospettava tutta uguale. A muoverli il desiderio di andare avanti così, poi quello di restare da soli, poi ancora quello di essere “da soli insieme”. Già protagonisti a inizio anni novanta del racconto Adulti da soli della raccolta della scrittrice americana A.M. Homes La sicurezza degli oggetti, ritornano nel romanzo Musica per un incendio (Feltrinelli, traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini). Nel sequel della storia, l’incendio del titolo accade quasi subito. Un incendio doloso con cui Elaine e Paul, appesantiti da dieci anni di matrimonio alle spalle, infelici e totalmente incapaci di immaginare una vita diversa da quella che vivono, cercano una facile scappatoia: bruciare la casa in cui abitano per ricominciare in qualche modo da qualche altra parte. Più avanti nel libro, Paul chiederà a Elaine: “Perché l’abbiamo fatto?” Ed Elaine gli dirà: “L’abbiamo fatto perché non c’era altro da fare”. Il gesto, per quanto inevitabile, si rivelerà disastroso a sufficienza da fare del romanzo quanto di più simile ci possa essere a unRevolutionary Road ambientato ai giorni nostri. Pubblicato in America alla fine degli anni Novanta, amato dalla critica e dai lettori, il romanzo esce finalmente anche in Italia.

“Di fatto un libro puoi averlo scritto ieri come dieci o vent’anni fa, e per uno scrittore non cambia assolutamente nulla”, mi dice A.M. Homes parlandomi del libro in un caffè di Manhattan, a pochi passi da Washington Square. Poi continua: “Scrivere un libro è un processo talmente interiore, talmente radicato nella testa di chi scrive, che parlarne dopo che è finito è sempre e comunque strano, anche se si tratta dell’ultimo romanzo che hai scritto”.

Perché ha scelto proprio Elaine e Paul per riprendere una storia a quasi dieci anni di distanza?
Perché per me rappresentano l’evoluzione di un matrimonio, tutto quello che si attraversa, come talvolta si cominci in un modo e poi si finisca in un altro, e come pur essendo sposati non si sia veramente insieme. E poi ero semplicemente curiosa di sapere cosa ne fosse stato di loro.

L’ha scoperto scrivendone?
In parte, e in parte lo sapevo già.

Sa già anche che ne è di loro adesso?
Non ci ho ancora pensato, ma sono curiosa. Il libro finisce in tragedia e sono curiosa del come facciano a ricominciare partendo da lì. Questa volta sono curiosa soprattutto di sapere che ne è del figlio maggiore, Daniel, che cosa fa, chi è diventato. E sto pensando di riprendere ancora una volta la storia dove l’ho lasciata per farne un racconto in cui il punto di vista è quello di Daniel.

Alcune delle cose peggiori e migliori del romanzo le fanno proprio Daniel e gli altri bambini della storia. È così che li vede lei i bambini, gli artefici del meglio e del peggio delle vite degli adulti?
Sì, e ho sempre scritto romanzi in cui i bambini hanno un ruolo centrale. Trovo che il loro comportamento dica moltissimo di quanto sta accadendo agli adulti. Anche nel romanzo che sto scrivendo adesso i veri protagonisti saranno i bambini. Il comportamento dei figli e il modo in cui si relazionano con gli adulti è fondamentale.

Quand’è che secondo lei si passa dall’altra parte? Quando si smette di essere bambini e figli per diventare adulti?
Non credo si smetta mai. Quantomeno non in America. Forse la generazione prima della nostra lo faceva: crescevano, si sposavano, indossavano i loro abiti da adulti. Fino agli anni sessanta c’era un confine ben delineato tra adulti e bambini. Adesso non è più così. Elaine e Paul sono l’esempio perfetto di adulti che si comportano da bambini, senza tenere conto del fatto che sono genitori di qualcun altro. È una cosa molto narcisistica, e infantile.

Lei dice che è una cosa esclusivamente americana?
Questo non lo so, negli altri paesi però non mi sembra che la cosa sia così esasperata. Certo, gli italiani soni famosi per il modo in cui sono legati alle mamme, e forse ogni paese ha la sua variante, forse il problema è comune a tutti. Quello che so per certo è che in America gli uomini e le donne non crescono. O quantomeno diventano adulti molto più tardi di quanto dovrebbero. Qui da noi non si diventa adulti prima dei trent’anni, che è tardissimo. A quell’età la maggior parte dei nostri genitori erano già sposati con figli.

La sua Elaine però quando diventa madre in qualche modo è costretta a crescere, a essere più madre che figlia…
Sì, appunto, è costretta a farlo, e di fatto poi si rifiuta di diventare adulta. Si ostina a volere indietro quello che non può più avere, e la cosa la distrugge.

Anche il rapporto che Elaine e Paul hanno con il sesso, il modo in cui nel romanzo ne fanno la soluzione a tutto, è per lei una cosa generazionale?
Non so se sia una cosa generazionale. Ma se è della generazione di Elaine e Paul, lo è ancora di più delle generazioni dopo la loro. È interessante vedere come rispetto agli anni novanta, quando ho scritto il libro, con internet il sesso abbia preso sempre più spazio. Basti pensare a Anthony Weiner, il deputato democratico che ha messo online le sue foto nudo e s’è rovinato la carriera. La gente ha iniziato a usare il sesso per esprimersi, per manifestare il proprio malessere, o semplicemente per attirare l’attenzione. Ed è una cosa molto infantile, in cui non ci si preoccupa delle conseguenze.

Lei trova che il sesso sia una delle cose che definisce un matrimonio?
No.

E cosa allora lo definisce: l’amore, le convenzioni, i figli?
Probabilmente ogni matrimonio è definito da cose differenti. Per alcuni sì, magari è il sesso a definirlo. Per altri è il sentirsi complici. Oppure i figli.

Lei crede nel matrimonio?
Leggendo i miei libri tutti mi vedono come una persona trasgressiva ed estrema, ma la cosa buffa è che in cuor mio sono quanto di più all’antica ci possa essere. Per cui sì, credo nel matrimonio. Anche se non sono sposata. E mi sposerei se trovassi qualcuno di sposabile.

Cioè?
Qualcuno con cui potere essere me stessa. Sono una donna, e una donna di successo, e non voglio smettere di esserlo. Non potrei mai stare con qualcuno con cui dovere essere sempre in competizione. O che mi sminuisca. Vorrei qualcuno che sia veramente pari a me, e che sia un compagno. In pratica un uomo che nella vita reale non esiste.

Nel suo romanzo, Elaine è sicuramente molto più accomodante di lei. Lei e Paul si tradiscono, ma il tradimento passa quasi in secondo piano rispetto al resto…
Sì, ma quelli sono loro, e io non la penso come loro. Lo so che non è realistico pensare che si possa essere sposati con qualcuno che non ti tradirà mai. La fedeltà non è nella natura degli uomini. E tuttavia non smetto di pensare a quanto sia devastante il tradimento, soprattutto per una donna. La vita è già così complicata in sé che in un matrimonio o in una relazione di lunga durata non ci si può permettere di devastare l’altro.

Il suo libro racconta una storia molto vicina a Revolutionary Road di Richard Yates. E anche se accade mezzo secolo dopo, si ha l’impressione che per le coppie le cose sembra vadano sempre allo stesso modo.
Sì, assolutamente. Scrivendo pensavo a Richard Yates, ma anche a John Cheever. Entrambi raccontano le paure delle persone, il bisogno che hanno di essere visti pubblicamente in un modo quando privatamente sono in un altro modo, l’infelicità che provano con se stessi e con gli altri. E questo gap, questa distanza tra pubblico e privato, è una cosa che mi ha sempre affascinato e che cerco di raccontare anch’io nelle mie storie.

Però, rispetto a April di Revolutionary Road, Elaine non è prigioniera delle convenzioni, o di quello che la gente può dire, o di una qualunque altra motivazione esterna. Elaine non va via di casa solo perché non riesce a immaginare dove altro andare.
Esatto. È impantanata. Quando riprenderò a scrivere di lei non sarà facile inventarmi un modo per farla uscire dallo stallo…

Musica per un incendio finisce in modo tragico per tutti. A che punto ha deciso che doveva finire in dramma?
L’avevo deciso prima ancora di cominciare a scrivere il romanzo. E scrivendo non ho mai perso di vista la consapevolezza della fine.

Scrive così tutti i suoi libri? Sapendo già come vanno a finire?
Sì, anche se di solito ho solo un’idea generale. Non so esattamente come si evolverà, ma so in partenza l’emozione che voglio trasmettere alla fine. Per cui si tratta solo di darle una forma.

Dov’è lei nella storia di Elaine e Paul? È Elaine, Paul, o è uno dei figli? È all’inizio, o alla fine della storia?
Non ci sono.

Mai?
No, non entro mai nelle storie che scrivo. Non scrivo mai dal mio punto di vista, o in modo che il punto di vista di uno dei personaggi sia identico al mio. Sono più come una piovra con i tentacoli, che sì, sono sempre parti di me, ma vanno a finire ognuno in un personaggio diverso. Quando scrivo fiction, è sul serio fiction. L’unico libro che ho scritto in cui ho superato il confine tra finzione e autobiografia è In un paese di madri, in cui ho romanzato pezzi della mia vita. Ma di solito è pura finzione. E posso dire di avere una grande immaginazione.

È più facile scrivere fiction?
Sì, molto più facile. In un paese di madre è stato il più faticoso dei miei libri.

Lei insegna scrittura alla Columbia. Le piace insegnare?

Sì, anche se la cosa che mi piace di più dell’insegnare non c’entra niente con la scrittura. Mi piace lavorare con i giovani perché stanno attraversando un momento delle loro vite in cui possono fare tutto. Hanno un sacco di opportunità, e non credo se ne rendano conto. Ed è di questo che mi piace parlare con loro, delle infinite possibilità che hanno davanti, anche di quelle che non c’entrano niente con la scrittura. E poi cerco di farli lavorare moltissimo sulla creatività, di insegnare loro a usare l’immaginazione. Uno scrittore quando comincia a scrivere di solito scrive cose autobiografiche, scrive solo di se stesso. Ma è una cosa che puoi fare solo per un tempo limitato, prima o poi sei costretto a confrontarti con la necessità di scrivere fiction, di immaginare e creare le cose. Ecco, questa è la cosa che mi piace di più insegnare: come usare l’immaginazione.

Anche lei impara qualcosa dai suoi studenti?
Sicuramente a essere paziente.

E dai suoi insegnanti? Da allieva cos’ha imparato?
L’insegnante migliore che ho avuto è stata Grace Paley. Non mi ha insegnato molto sulla scrittura, ma mi ha parlato della vita. E la vita è un soggetto di gran lunga migliore della letteratura. Poi è stato importante studiare la storia, che per uno scrittore è più interessante della letteratura. Col tempo ho scoperto quanto per uno scrittore siano importanti la storia, l’economia, il comportamento delle persone, o il modo in cui funzionano le cose. Tutta roba più interessante e utile dello studiare letteratura e basta.

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Il re pallido https://minimaetmoralia.it/libri/il-re-pallido-2/ https://minimaetmoralia.it/libri/il-re-pallido-2/#respond Wed, 16 Nov 2011 12:36:33 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5692 Questa tavola è una recensione disegnata de «Il re pallido», ultimo romanzo di David Foster Wallace, uscita per «D-Repubblica».
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di Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta

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Imperial Bedrooms https://minimaetmoralia.it/fumetto/less-then-zero/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/less-then-zero/#comments Mon, 24 Oct 2011 09:48:40 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5516 Questa tavola è una recensione disegnata di Meno di zero di Bret Easton Ellis, uscita per D-Repubblica. Cliccando sull’immagine è possibile ingrandirla.

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di Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta

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We get the media we deserve https://minimaetmoralia.it/fumetto/brooke-gladstone-e-i-media/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/brooke-gladstone-e-i-media/#comments Thu, 20 Oct 2011 08:44:51 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5496 Questo articolo è uscito per D-Repubblica. di Tiziana Lo Porto The Influencing Machine è un libro a fumetti che andrebbe regalato a tutti quelli che a vent’anni hanno rinunciato in partenza a credere nei media, a chi a sessanta non ci ha mai creduto o ultimamente ha smesso di crederci, a quelli che vedono complotti […]

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Questo articolo è uscito per D-Repubblica.

di Tiziana Lo Porto

The Influencing Machine è un libro a fumetti che andrebbe regalato a tutti quelli che a vent’anni hanno rinunciato in partenza a credere nei media, a chi a sessanta non ci ha mai creduto o ultimamente ha smesso di crederci, a quelli che vedono complotti sempre e dovunque, a chi è convinto di abitare in un romanzo di George Orwell, o in uno di Ray Bradbury, a chi pensa che l’opinione pubblica subisca e non agisca, a chi ha smesso di fidarsi di giornali, radiogiornali, telegiornali e si tiene informato navigando su Internet convinto che l’informazione online sia più indipendente (e quindi affidabile) di quella ufficiale, a chi le notizie le legge solo su Google, sul proprio Smartphone, mentre corre sul tapis roulant nella palestra sotto casa, a chi le notizie non le legge affatto, né sui giornali né su Internet, a chi definisce i media “la macchina che ci influenza” senza capire che è lui a influenzarla.
A disegnare (magnificamente) il volume è stato Josh Neufeld, già disegnatore di Harvey Pekar nella sua storica serie a fumetti American Splendor e autore di testi e disegni di uno degli esempi migliori di graphic journalism degli ultimi anni, ovvero il reportage sul post-uragano Katrina A.D.: New Orleans After the Deluge (pubblicato negli States nel 2006, inedito in Italia, e a lungo nelle classifiche dei bestseller del New York Times). A idearlo e scriverlo è stata Brooke Gladstone, pluripremiata e brava giornalista newyorkese, da anni autrice e conduttrice del seguitissimo programma radio On the Media. Un’esperta di media che ama il proprio mestiere più di ogni altra cosa, trasformandosi in tutti gli effetti in paladina dell’informazione. Per farlo ha deciso di usare le immagini, scrivendo un graphic essay (primo nel suo genere, trattandosi di un saggio e quindi non di un reportage né di un memoir né di un romanzo a fumetti) per dimostrare la propria argomentatissima tesi. Vale a dire, mi spiega Brooke Gladstone a Brooklyn (dove abita, insieme al marito, giornalista anche lui, Fred Kaplan), subito dopo avere presentato il suo libro alla Brooklyn Historical Society: “Non è affatto vero che i media sono la macchina che ci influenza. I media sono solo lo specchio di chi li usa. Uno specchio a volte deformante, è vero, ma che comunque riflette le nostre immagini e quelle di chi non ci piace affatto. Chi ama i media li ama non solo per l’incredibile lavoro di informazione che fanno, ma perché ci raccontano come stiamo, quello che proviamo. Qui a New York è successo subito dopo l’attacco alle Torri Gemelle, e poi è successo a New Orleans con Katrina. Entrambi gli eventi tecnicamente non hanno avuto una copertura adeguata, ma chi era lì è riuscito a raccontare la nostra angoscia e il nostro dolore. E il risultato è stato, in entrambi i casi, un’audience altissima. Questo per dire che i media siamo noi. Sta a noi decidere cosa farne. Abbiamo tutti gli strumenti per condizionare o cambiare quello che va in onda, e soprattutto abbiamo l’incredibile opportunità di scegliere cosa ‘consumare’”.
Il titolo è un po’ sviante (“Mal me ne incolse quando ho deciso di chiamarlo così, ma il mio intento era puramente ironico”, mi dice Gladstone), ma i disegni sono inequivocabili: più di centocinquanta tavole in cui una buffa versione a fumetti della giornalista radiofonica guida i lettori attraverso la rocambolesca storia del giornalismo americano per dimostrare che come mestiere è nato già con tutti i suoi difetti, ma che di esempi di buon giornalismo è costellato il suo cammino, e che è un dovere di tutti “partecipare attivamente, fidarsi dei giornalisti che si sono dimostrati affidabili, accettare di fare parte del villaggio globale”.
Le chiedo perché ha scelto proprio il fumetto per raccontare la sua storia, e mi risponde con una serie di validissime ragioni: “Prima di tutto, le immagini sono molto più efficaci e restano più impresse delle parole. E poi, in termini produttivi il fumetto è un mezzo molto più economico della radio, ma è anche il mezzo più simile alla radio che esiste. Il che può sembrare un controsenso, è vero. Ma anche se la radio non ha immagini, resta comunque il più narrativo dei media. E soprattutto dà l’illusione di un contatto individuale e diretto tra conduttore e ascoltatore. Sei lì che ascolti e senti il respiro di chi parla, ed è come se si stabilisse una relazione molto più forte di quella che hai con gli altri media. Quando accendi la tv, sei sempre consapevole che ci sono milioni di persone che in quel momento stanno guardando la stessa immagine. Quando ascolti la radio, perdi quella consapevolezza, ti dimentichi degli altri, in quel momento siete solo tu e la voce che ascolti. E io volevo fare esattamente questo: scrivere dentro dei baloon per innescare una conversazione, riuscire a guardare i lettori negli occhi e parlare loro direttamente. E il modo migliore per farlo era il fumetto”.
Aggiunge, scherzando, che diventare il personaggio di un fumetto è stato il coronamento del sogno di una vita: “Sono diventata come l’uomo ragno”. Ma ammette che i veri supereroi del fumetto sono quelli che come Joe Sacco, coi loro reportage disegnati, stanno cambiando in meglio lo stato delle cose. “Negli ultimi anni si sono resi conto tutti che gli adattamenti a fumetti della narrativa non fiction, dai memoir ai reportage di guerra, hanno il pregio di restare impressi nella mente di chi legge. La narrativa non fiction è diventata giornalismo a tutti gli effetti. E anche se non so se e in che misura un reportage di Joe Sacco possa influenzarne uno dell’inviato del New York Times, di sicuro l’irrompere in questi ultimi anni del graphic journalism mostra chiaramente che c’è una trasformazione in atto, che le parole hanno smesso di essere l’unico modo per trasmettere informazioni”. E narrativa non fiction a fumetti è anche il suo The Influencing Machine, anche se ci tiene a precisare che “nel mio caso ho cercato di usare il fumetto in modo non narrativo, frantumando la narrazione per riuscire ad andare avanti e indietro nel tempo. La tesi che volevo dimostrare era basata su una lunghissima serie di aneddoti storici, a cominciare dall’invenzione della scrittura fino al XXI secolo, e il necessario lavoro di sintesi non poteva essere lineare. Non è stato facile, ma mi sono divertita”. Capita così di incontrare, dentro il fumetto e a poche tavole di distanza, Thomas Jefferson e Albert Camus, e ancora, Carl Bernstein e Bob Woodward, e Michael Herr, nel 1967 corrispondente in Vietnam per la rivista Esquire e autore, dieci anni dopo, del magnifico e accurato reportage di guerra Dispacci.

Tra le tavole più belle c’è quella in cui Douglas Adams, autore di Guida galattica per autostoppisti, dice: “Tutto quello che c’è al mondo quando nasci è normale e ordinario ed è solo una parte materiale del modo in cui funzionano le cose. Tutto quello che inventano tra i tuoi quindici e i trentacinque anni è nuovo, eccitante e rivoluzionario. Tutto quello che inventano dopo che hai fatto trentacinque anni è contro l’ordine naturale delle cose”. O l’ultima eloquentissima tavola del libro, in cui Brooke in piedi in mezzo a decine di colleghi coi microfoni in mano, guarda il lettore e dice: “Abbiamo i media che ci meritiamo”.

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Il sangue è randagio https://minimaetmoralia.it/libri/il-sangue-e-randagio/ https://minimaetmoralia.it/libri/il-sangue-e-randagio/#comments Tue, 18 Oct 2011 09:03:25 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5469 Una recensione disegnata di Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta al romanzo Il sangue è randagio, di James Ellroy, apparsa su D-Repubblica. Cliccando sull’immagine è possibile ingrandirla.

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Una recensione disegnata di Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta al romanzo Il sangue è randagio di James Ellroy, apparsa su D-Repubblica. Cliccando sull’immagine è possibile ingrandirla.

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Come diventare una flapper https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/come-diventare-una-flapper/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/come-diventare-una-flapper/#comments Mon, 20 Jun 2011 12:55:41 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4576 di Tiziana Lo Porto

Di tutti i costumi fabbricati in casa e indossati per le feste di carnevale della mia infanzia, ce n’è uno che ricordo più degli altri. Era un vestito anni venti, bordeaux e ghiaccio, eravamo nel 1983, e io avevo undici anni. Arrivata alla festa il mio abito anni venti mal si adeguava al resto dei costumi nella stanza facendomi sembrare quanto mai un’aliena, una ragazzina piovuta da un altro pianeta.

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di Tiziana Lo Porto

Di tutti i costumi fabbricati in casa e indossati per le feste di carnevale della mia infanzia, ce n’è uno che ricordo più degli altri. Era un vestito anni venti, bordeaux e ghiaccio, eravamo nel 1983, e io avevo undici anni. Arrivata alla festa il mio abito anni venti mal si adeguava al resto dei costumi nella stanza facendomi sembrare quanto mai un’aliena, una ragazzina piovuta da un altro pianeta. Eppure, a ripensarci adesso, posso dire che mai ci fu abito in cui mi sentii così a mio agio. A modo mio ero una flapper, anche se ancora non sapevo cosa volesse dire la parola “flapper”. Lo avrei scoperto una manciata d’anni dopo, leggendo i romanzi di Francis Scott Fitzgerald, guardando i film muti con Louise Brooks e Mary Pickford, scoprendo che non si trattava di una moda, ma di un’attitudine, di un modo di scegliere chi volere essere senza mai perdere di vista sé stessi.
Alcuni dizionari traducono la parola “flapper” con “ragazza emancipata”, altri con “maschietta”. Ma come definizione nessuna delle due è sufficiente. Il termine flapper viene dal verbo flap e allude allo sbatter d’ali degli uccellini che imparano a volare. Il primo a usarlo per definire una precisa categoria di ragazze fu Desmond Coke, nel 1903, nel suo The Sandford of Merton: a Story of Oxford Life, romanzo parodia del classico per l’infanzia The History of Sandford and Merton di Thomas Day. La flapper in oggetto era una ragazza giovanissima che in qualche modo emanava irriverenza: una sorta di Lolita che fumava, beveva e ballava lo shimmy e il charleston evocando col fruscio dei vestiti il flapping degli uccellini al loro primo volo. Flapper diventarono così tutte le giovani donne che negli anni venti sfidarono, con il loro modo di vestire, parlare e comportarsi, le convenzioni dell’epoca. Protofemministe anche loro, anche se in modo talmente irriverente e politicamente incorretto da essere viste con un misto di diffidenza e antipatia dalle coetanee suffragette. Mentre queste ultime si battevano per essere pari agli uomini nel lavoro o in politica infischiandosene dell’aspetto estetico, le flapper usavano la propria bellezza e femminilità come armi per emanciparsi dall’immagine della donna infelice e vittima, prigioniera di una famiglia non sempre desiderata, personaggio secondario e mai protagonista della propria vita. La parità la cercavano anche loro, ma di notte, fumando e bevendo come uomini negli speakeasy e nei nightclub. A dar loro popolarità, facendo della flapper un modello di vita per le donne più o meno giovani, furono Francis Scott Fitzgerald e le attrici del muto. Il primo fece della moglie Zelda (indiscutibilmente regina delle flapper e autrice lei stessa del Panegirico della flapper, pubblicato dal Metropolitan Magazine nel giugno del 1922) un’icona rendendola irresistibile protagonista dei suoi popolarissimi romanzi e racconti. Le seconde (da Clara Bow a Louise Brooks e Anna May Wong), diventarono flapper tanto sul grande schermo che nelle vite reali. E tutte vennero amate e imitate dalle giovani donne dell’epoca.
Oggi, quasi un millennio dopo, continuano a tornare utili i consigli delle flapper, rintracciabili indirettamente in alcuni film e telefilm (la serie tv Boardwalk Empire prodotta da Martin Scorsese, per esempio, o l’atteso Grande Gatsby diretto da Baz Luhrmann) e in modo più diretto nell’accurato saggio di Joshua Zeitz Flapper. A Madcap Story of Sex, Style, Celebrity, and the Women Who Made America Modern (Three River Press), nei racconti e poesie di Dorothy Parker, nelle innumerevoli biografie di Zelda Fitzgerald, Louise Brooks & co., e nel dizionario della flapper pubblicato nel luglio del 1922 dalla rivista Flapper (consultabile online sul blog bookflaps.blogspot.com). Quanto segue non vuole essere un manifesto, ma solo un po’ di saggezza condivisa. Dodici consigli evergreen per giovani donne che alle mode condivise preferiscono la consapevolezza dell’essere e apparire uniche, e che al fare come fanno le altre prediligono il fare quello che vogliono.

1. Fate quello che vi pare
La flapper, scriveva Zelda nel 1921 nel suo Panegirico, “era consapevole del fatto che le cose che faceva erano le cose che aveva sempre voluto fare”. Diventate anche voi consapevoli che quello che state facendo è quello che avete sempre voluto fare. E se così non è, non abbiate paura di cambiare: a fare quel che si è sempre voluto fare si migliora solo la qualità della vita. Propria e altrui.

2. Siate voi stesse
E siatelo dappertutto. Anche sul lavoro. Nel 1925 la ventitreenne Lois Long cominciò a scrivere sull’appena nato magazine New Yorker. Anche lei era una flapper, e firmava la sua seguitissima rubrica di cronaca mondana con il nom de plume Lipstick. Lois Long passava le notti negli speakeasy e ai party più in e sfrenati di New York. Poi, alle prime luci dell’alba, si presentava direttamente in redazione, senza passare da casa, in abito da sera e totalmente ubriaca. Quando dimenticava la chiave del cubicolo con la sua scrivania, scalciava via le scarpe e noncurante di chi le stava intorno scavalcava.

3. Non siate un luogo comune
“La cosa che le flapper detestano più di tutte sono i luoghi comuni”. Così dichiarava una flapper diciottenne intervistata nel 1922 dal New York Times Book Review and Magazine. Di fatto i luoghi comuni non piacciono a nessuno. Smettete dunque di essere voi stesse un luogo comune e siate qualcos’altro.

4. Siate irriverenti
O meglio, usate tutta l’irriverenza di cui disponete per ottenere quello che volete. Non abbiate paura che gli altri vi giudichino sfrontate. Furono le flapper a inventare l’abitudine di imbucarsi alle feste. Nel loro vocabolario crasher era chi andava una festa senza essere invitato, e un crashing party era una festa in cui senza invito ci si presentava in tanti, giovani, belli e rigorosamente in gruppo. Mentre i petting party erano i party in cui ci si strusciava. Tutti il tempo.
5. Baciate
Baciate gli altri, baciate voi stesse, usate con gli uomini il bacio con la stessa facilità con cui usate le parole. Dice Zelda: “Gli uomini sposeranno le donne che sono riusciti baciare prima di averle chieste in moglie ai loro papà”. E se proprio dovete usare le parole, inventatele. Fate come le flapper, che chiamavano “manette” gli anelli di fidanzamento, “spremilimoni” gli ascensori e “ombrelli” gli uomini da usare come accompagnatori il pomeriggio e scaricare la sera.
6. Sorridete
Uno dei motivi per cui Zelda si teneva alla larga dalle altre donne era la sua idiosincrasia per la gente che si piange addosso. Le donne che si lamentano non piacciono agli uomini. E nemmeno alle donne. Smettete di fare le martiri, e vivete al meglio la vita che avete. Piangere non serve altro che a farvi venire più rughe. Saggio chi ha detto: “Ridi molto e quando sarai vecchia avrai le rughe nei punti giusti”.
7. Mettetevi in mostra e trattateli male
“Tutti i riflettori sono puntati sulle sue battute”, scriveva Dorothy Parker in una poesia. La poesia si chiamava The flapper e finiva così: “La sua regola d’oro è abbastanza semplice: sceglierli giovani e trattarli male”. Come darle torto.
8. Siate fedeli solo a voi stesse
Con ciò non vi vogliamo spingere sulla strada dell’infedeltà. Diciamo solo che è meglio tradire che essere tradite. E che è ancora meglio lasciare prima di essere tradite. Sempre Dorothy Parker, in Congedo: “Non offendetemi miei cavalieri, e giudicatemi con tenerezza. È la mia forza e la mia debolezza – li ho amati finché amavano me”.
9. Circondatevi di uomini
Le giovani flapper, a detta di Zelda, più che di amici avevano bisogno di folle. E più maschi c’erano in quelle folle, più si affollavano intorno alle giovani flapper. A dirla in altri termini: se siete belle e volete anche diventare popolari, sarà più facile farlo circondandovi di uomini che non di donne. Fidatevi.
10. Non mentite
Nemmeno sull’età. Tanto è inutile. Ed è anche noioso. Scrive Louise Brooks nella sua autobiografia: “Non avendo mai avuto bisogno di mentire a casa, feci il mio ingresso nel mondo con una radicata abitudine alla verità, eliminando automaticamente dalla mia vita quella piatta monotonia che devono provare i bugiardi. Tutte le bugie si assomigliano”. È vero.
11. Vivete bene
Zelda Fitzgerald, secondo la sua biografa Nancy Milford, “vedeva nella flapper un codice per vivere bene”. E dato che vivere bene è un concetto relativo, sta a voi trovare il modo di farlo. À chacun sa vie!
12. Soprattutto non siate noiose
Scriveva infine Zelda nel suo Panegirico della flapper: “E si rifiutava di essere annoiata soprattutto perché non era noiosa”. Una frase talmente illuminante che nel 1990 i Pet Shop Boys ci fecero quello che sarebbe diventato uno dei loro singoli più amati. La canzone si chiamava Being Boring e, parlando di Zelda, a un certo punto faceva così: “She said. ‘We were never feeling bored / ‘Cause we were never being boring / We had too much time to find for ourselves”. Annoiarci noi? Naaaa.

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Buon compleanno Bob (una lettera in 33 tempi) https://minimaetmoralia.it/musica/buon-compleanno-bob-una-lettera-in-33-tempi/ https://minimaetmoralia.it/musica/buon-compleanno-bob-una-lettera-in-33-tempi/#comments Tue, 24 May 2011 11:00:54 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4399 Caro Bob Dylan,
1. il primo tuo disco che è entrato a casa mia me lo sono dovuta comprare da me. Avevo tredici anni, mia madre ascoltava solo Lucio Battisti, mio padre era in fissa coi Pink Floyd, e mia sorella era innamorata di Bruce Springsteen. Il giorno che ho deciso di trovare anch’io la mia musica, sono entrata in un negozio di dischi e ti ho visto sulla copertina di Blonde on Blonde: è stato amore a prima vista.

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di Tiziana Lo Porto

Questo articolo è uscito sabato su D-Repubblica.

Caro Bob Dylan,
1. il primo tuo disco che è entrato a casa mia me lo sono dovuta comprare da me. Avevo tredici anni, mia madre ascoltava solo Lucio Battisti, mio padre era in fissa coi Pink Floyd, e mia sorella era innamorata di Bruce Springsteen. Il giorno che ho deciso di trovare anch’io la mia musica, sono entrata in un negozio di dischi e ti ho visto sulla copertina di Blonde on Blonde: è stato amore a prima vista.
2. Una volta comprati e ascoltati tutti i tuoi dischi, ho iniziato a leggere le tue biografie. Finite anche quelle, ho continuato coi libri che avevi letto alla mia età. Così ho scoperto John Steinbeck, L’anima buona del Sezuan di Bertolt Brecht e La dea bianca di Robert Graves. Clementina, la libraia di Palermo dove da ragazzini si andava a comprare i romanzi, non faceva che chiedermi: chi è ti consiglia libri così belli? Io restavo sul vago dicendole: un amico. E lei: portalo in libreria che lo voglio conoscere.
3. In Chronicles dici che da ragazzino volevi andare via da casa e farti chiamare Robert Allen. Ti sembrava il nome di un re scozzese e ti piaceva. Poi hai pensato che Allyn suonasse più esotico, e hai deciso che saresti diventato Robert Allyn. Poi ti è capitato di vedere le poesie di Dylan Thomas e sei diventato Bob Dylan.
4. Anch’io a quell’età volevo andare via da casa, cambiavo sempre idea, e me ne andavo in giro leggendo La dea bianca di Graves.
5. Nelle prime pagine avevo trovato un personaggio che si chiamava Dylan. Era un dio, e io pensavo che è da lì che avessi preso il tuo Dylan. Lo pensavo solo io, e mi piaceva avere una storia sul tuo nome che fosse solo mia.
6. I miei amici dicono che ci somigliamo. Dicono che è perché casa mia è sempre stata piena di tue foto alle pareti, e a forza di guardar qualcuno si finisce per somigliargli. I miei amici dicono che siamo talmente uguali che potrei essere tua figlia. Forse è per questo che ogni volta che mio padre ti vede su un giornale o alla tivù mi chiama per dirmi che lui di rughe ne ha meno di te. Credo sia geloso.
7. Il giorno dei tuoi sessant’anni sono arrivata a casa e ho acceso la tivù su un tg iniziato. C’era un servizio su di te che sembrava un coccodrillo post-mortem, e io non mi ricordavo che era il tuo compleanno. In lacrime ho iniziato a fare zapping cercando di capire perché il tg parlasse di te. Poi mi ha chiamato mio padre, e mi ha detto: “Visto quante rughe c’ha Bob Dylan? E ha fatto solo sessant’anni”.
8. Ai tuoi concerti continuo a venirci anche se mi fai sentire addosso tutti gli anni che ho. L’ultima volta è stato a Roma, ero in piedi nelle prime file soddisfatta di essere, per una volta, la più giovane dei fan sottopalco. M’ingannavo. A mezz’ora dall’inizio del concerto si è avvicinato un ragazzino, mi ha bussato sulla spalla e educatamente mi ha chiesto: “Mi scusi, signora, non è che mi fa passare? Dovrei raggiungere mio padre. È il tizio infoiato che canta in prima fila”.
9. I tuoi concerti mi piacciono tutti. Anche quelli in cui non tocchi chitarra.
10. Come ha detto una tua fan nel ’65: resterei a guardarti anche solo sputare sul pavimento.
11. Hai vinto il Pulitzer alla carriera e te lo meriti. Però avrebbero potuto dartelo pure per il tuo Chronicles: è un libro pazzesco.
12. A Newport nel ‘63 sarai pure riuscito a percepire il cuore palpitante della tua generazione, ma ti assicuro che percepisci anche quello di chi all’epoca proprio non c’era.
13. Lo sai che siamo amici su Facebook? Quando ti ho chiesto l’amicizia, sospettavo non fossi veramente tu. Nel dubbio te l’ho chiesta comunque. E dato che non rispondi mai ai miei messaggi e che l’unica amica che abbiamo in comune è (la vera) Suzanne Vega, comincio a sospettare che tu sia veramente tu.
14. Da quando ho iniziato a dividere la gente in quelli che ti amano e quelli a cui non piaci affatto tutto è diventato più semplice. Ti piace Bob Dylan? Allora possiamo frequentarci, lavorare insieme, fidanzarci, sposarci, fare dei bambini, se ti servono ti presto anche dei soldi, quello che vuoi. Non ti piace Bob Dylan? Qualunque cosa tu stia per chiedermi, lascia perdere.
15. Non è stata una grande idea dare a Grossman l’Elvis che ti aveva regalato Andy Warhol in cambio di un divano. Però ti capisco, da qualche parte bisognava pur sedersi. E un divano non lo puoi rubare.
16. Il tuo Live in Japan del ’78 l’ho rubato, e non l’ho fatto per emularti né perché non avessi i soldi per comprarmelo. L’ho preso solo perché era a casa di un tizio che non ti meritava. È stato un atto di giustizia musicale.
17. Nel mio iPod ci sono più canzoni tue che dei Beatles. Ci tenevo a fartelo sapere. E ogni volta che presto il mio iPod a qualche amico, dopo un po’ l’amico me lo ridà perplesso e dice: “Com’è che se l’ascolto in shuffle, una su due salta fuori Bob Dylan?”
18. Dice Pamela Des Barres che l’unico musicista che vale ancora la pena di conoscere sei tu. Io questa cosa l’ho sempre pensata, e se fossi vissuta all’epoca della groupie nella vita avrei fatto di certo la tua groupie. Invece sono qui che ti scrivo una lettera che non leggerai mai. I tempi sono cambiati. Sì.
19. Scriverti questa lettera è un po’ come scrivermi da sola, mi rendo conto. Ma sei tu che dici It ain’t no use a-talking to me, it’s just the same as talking to you. E allora mi scrivo.
20. Da quando mi sono accorta che ci somigliamo, ho smesso di pettinarmi. Ho smesso pure di tagliarmi i capelli. L’hai detto tu: “Più capelli hai fuori, meno ce ne sono dentro a intasarti la testa”.
21. Chi se ne importa se in Vietnam e in Cina ti sia dovuto censurare. Lì in Oriente c’hanno bisogno di qualcuno che canti canzoni d’amore. Anche qui in Occidente ne abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di canzoni d’amore eccome. Le tue canzoni d’amore sono canzoni di protesta. E tu sei un cowboy, non un pifferaio magico.
22. Non fanno che dire quanto tu sia americano e quanto sia americana la tua musica. Ma anche qui in Italia ad ascoltare le tue canzoni ci troviamo benissimo.
23. Mi dispiace per i tuoi disastri amorosi, ma hai ragione quando dici che non si può essere allo stesso tempo saggi e innamorati. E un Never Ending Tour può essere comunque una valida alternativa a tutto.
24. Ogni tanto interrogo il libro con i testi delle tue canzoni al posto dell’I Ching. Ed è un po’ come parlare con te. Posso chiederti qualsiasi cosa, e tu hai sempre una risposta. Tipo: Ci incontreremo prima o poi? E tu: Honey, do you have to ask?
25. Tu dici: I’ll let you be in my dreams, if you let me be in yours. E io, da parte mia, posso dirti che ti sogno moltissimo.
26. Nel suo diario della Rolling Thunder Revue, Sam Shepard a un certo punto racconta di una ragazza che ti aspettava al gelo fuori dalla sala di mattoni rossi di Plymouth, Massachusetts. La ragazza: “Non l’ho mai visto dal vivo. Mai visto Dylan. Anche se l’ho visto nella mia stessa stanza. Per questo ero curiosa di questa persona che non ho mai visto ma che continua ad apparirmi in sogno. Insomma, se continua ad apparire in questo modo qui, di notte, se continua a entrare nella mia vita mentre dormo, allora devo cercare di vederlo sul serio quando sono sveglia”. Il ragionamento non fa una piega.
31. Anche nei miei sogni hai un’aria familiare.
27. Di tutte le tue canzoni la mia preferita è Don’t Think Twice, It’s All Right. Potresti cantarla a giugno a Milano?
P.S. Anche One of Us Must Know (Sooner or Later) mi piace moltissimo.
28. E Nashville Skyline è un album tutto bello. Dice un tuo fan sul tuo sito che è un album lindo, bello, tenero, amoroso. Dice un altro fan sul tuo sito che it’s sooooo good.
29. Dice Bob Wilson sul tuo sito che se la gente ancora si azzuffa per decidere se sia o no un album country è perché molti dei musicisti che ci suonarono erano rockers. O venivano dal soul. E nelle uniche due registrazioni (e nessuna prova) del disco, ognuno faceva quello che sapeva fare. Da qui la grandezza, e la bellezza, di Nashville Skyline.
30. Nelle note di copertina di The Freewheelin’ Bob Dylan hai scritto una cosa illuminante su cosa sia la bellezza. Hai scritto che prima per te la bellezza era brutta, che i suoni spezzati tritati scassati erano la sola bellezza che capivi. E poi un giorno, ascoltando la voce perfetta di Joan Baez che avevi sempre evitato, sei rimasto spiazzato. Lì hai capito che nell’inatteso stava la sola bellezza possibile.
31. Quando negli anni alcuni tuoi fan si sono sentiti traditi o delusi dal tuo costante cambiare, altri c’hanno visto solo la tua bellezza.
32. Un giorno hai detto: “Tra qualche anno, tutte queste teste di cazzo parleranno un sacco delle cazzate che scrivo. Non so da dove cazzo escono. Non so che cazzo vogliono dire. Saranno loro a scrivere cosa vogliono dire”. Ed ecco che mezzo secolo dopo il mondo straripa di teorie, interpretazioni e saggi su di te e sulle tue canzoni. Non sei tu a essere un profeta, sono gli altri a essere prevedibili.
33. Oggi fai settant’anni e io ti trovo sempre molto sexy. Buon compleanno, Bob!

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Delfini di Banana Yoshimoto https://minimaetmoralia.it/libri/delfini-di-banana-yoshimoto/ https://minimaetmoralia.it/libri/delfini-di-banana-yoshimoto/#respond Fri, 20 May 2011 23:16:39 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4374 di Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta Questa recensione disegnata è uscita su D di Repubblica. Cliccando sull’immagine è possibile ingrandirla. minima&moraliaMinima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente

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di Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta

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Pigmeo https://minimaetmoralia.it/libri/pigmeo/ https://minimaetmoralia.it/libri/pigmeo/#respond Tue, 03 May 2011 12:09:21 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4298 di Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta Questa recensione disegnata è uscita su D di Repubblica. Cliccando sull’immagine è possibile ingrandirla Tiziana Lo PortoÈ nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e […]

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Sorella Oates https://minimaetmoralia.it/letteratura/sorella-oates/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/sorella-oates/#comments Fri, 22 Apr 2011 05:54:43 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4195 di Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta Questa tavola è uscita su D-Repubblica. Cliccado sull’immagine è possibile ingrandirla. minima&moraliaMinima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente

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La vita interiore di Martin Frost https://minimaetmoralia.it/libri/4052/ https://minimaetmoralia.it/libri/4052/#respond Sun, 27 Mar 2011 10:05:09 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4052 di Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta Questa tavola è uscita su D-Repubblica. Cliccado sull’immagine è possibile ingrandirla. minima&moraliaMinima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente

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Alabama Song https://minimaetmoralia.it/libri/alabama-song/ https://minimaetmoralia.it/libri/alabama-song/#comments Sat, 05 Feb 2011 15:12:53 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3737 di Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta Questa recensione è uscita su D-Repubblica. Tiziana Lo PortoÈ nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, […]

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