Damon Galgut Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/damon-galgut/ un blog di approfondimento culturale Thu, 06 Oct 2022 08:44:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Damon Galgut Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/damon-galgut/ 32 32 Il declino del sogno sudafricano. Intervista a Damon Galgut https://minimaetmoralia.it/interviste/il-declino-del-sogno-sudafricano-intervista-a-damon-galgut/ https://minimaetmoralia.it/interviste/il-declino-del-sogno-sudafricano-intervista-a-damon-galgut/#respond Thu, 06 Oct 2022 08:44:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51347 Pubblichiamo un’intervista uscita sul Messaggero, che ringraziamo. «Mandela resterà un gigante nella storia del Sudafrica. La sua promessa di un Paese nuovo è stata però tradita. Nulla può essere comparato all’apartheid, ma nessuno avverte più gli ideali di radicale trasformazione della società che erano concreti e di fronte a noi nel 1994». Le parole dello […]

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Pubblichiamo un’intervista uscita sul Messaggero, che ringraziamo.

«Mandela resterà un gigante nella storia del Sudafrica. La sua promessa di un Paese nuovo è stata però tradita. Nulla può essere comparato all’apartheid, ma nessuno avverte più gli ideali di radicale trasformazione della società che erano concreti e di fronte a noi nel 1994».

Le parole dello scrittore sudafricano Damon Galgut sono forti, quanto è dirompente il suo romanzo La promessa (edizioni e/o, 278 pagine, 18 euro, traduzione di Tiziana Lo Porto) che nel 2021 ha vinto il prestigioso Man Booker Prize.

La saga della famiglia Swart, che si sviluppa nel corso di tre decenni ed è segnata dal simbolismo di quattro funerali, fotografa la realtà del Sudafrica ancora diviso lungo la linea razziale e di classe, analizzando la questione chiave della proprietà della terra, tuttora in mano ai bianchi, e l’incapacità di restituire qualcosa del privilegio. Galgut esplora il passaggio del tempo e l’intreccio che si genera tra i cambiamenti individuali, politici e sociali nella prospettiva di una famiglia bianca sudafricana. Il romanzo disegna il declino di un sogno, che è quanto avvenuto negli ultimi quarant’anni dalla fine del regime di apartheid.

Che cosa significava vivere a Pretoria nel 1986, quando comincia la storia?

«Gli Swart raffigurano l’amalgama culturale della città in cui sono cresciuto. Gli anni Ottanta sono stati intensi e difficili, perché avevamo chiara l’emergenza. Il Paese danzava sull’orlo del baratro, colpito dall’enorme violenza senza dimenticare la condizione d’isolamento prodotta dal boicottaggio internazionale».

Qual è la dinamica interna della famiglia Swart?

«Il figlio maggiore è completamente concentrato su sé stesso. Crede di possedere il mondo. La sorella ha un’altra etica e a differenza del fratello comprende che storicamente quanto possiede non le appartiene. Pensa sia arrivata l’ora di restituire qualcosa del proprio potere e del privilegio. Essi corrispondono agli estremi opposti della personalità del Sudafrica bianco».

Perché la collaboratrice domestica Salome, alla quale hanno promesso di ereditare la piccola casa di servizio, non ha voce?

«L’intenzione è di far vivere al lettore l’esperienza di questi eventi attraverso la lente dei sudafricani bianchi. La vita di una donna nera nelle condizioni di Salome è come se non esistesse. Non è presa in considerazione. L’apartheid è stato superato, ma nulla si è trasformato nella sua quotidianità. Il silenzio nel romanzo raffigura il vuoto della sua posizione e il tradimento di una promessa».

Quale?

«Consisteva nell’idea di un Paese integralmente diverso, nel quale ognuno avrebbe avuto l’opportunità di cambiare lo status sociale ed economico. È stata come una forte reazione alla realtà precedente in cui tutto era bloccato dallo stesso gruppo di potere e non esistevano influenze culturali esterne. In questa apertura abbiamo sentito la percezione che tutto fosse possibile».

E oggi?

«È innegabile la maggiore libertà d’espressione, tuttavia il dialogo si ferma sulla soglia dello scontro. Il problema centrale riguarda l’immutata coincidenza tra le divisioni razziali, economiche e quelle di classe sulle quali la politica lucra».

Nel febbraio del 1990 Mandela fu liberato dopo ventisette anni di carcere. Era chiaro il sentore della svolta?

«Nessuno della mia generazione credeva che sarebbe finita la sua prigionia. Nessuno immaginava che tutto sarebbe avvenuto in un arco temporale molto breve fino alle elezioni democratiche del 1994 con la fine del bando dell’African National Congress. È stato un grande salto».

Che cosa ricorda della liberazione?

«Ero a Londra, quando rilasciarono Mandela: è stato un momento incredibile che ho seguito con le trasmissioni televisive. La sua immagine era stata bandita, non sapevamo quale sembianza avesse ormai. Quella giornata rappresenta la più importante memoria politica non solo della mia vita».

Lei come si misura con la storia e la politica?

«Gli scrittori sudafricani hanno un problema: il passato recente del Paese è irrisolto. Di conseguenza si avverte un senso di confinamento nel quale ogni storia deve confrontarsi con esso. Ho speso parte della mia vita di scrittore a fuggire da questo recinto».

La promessa non ha la dimensione prettamente politica dei romanzi di Nadine Gordimer, ma è profondamente sudafricano.

«Sì, non ho represso la mia natura. L’ho abbracciata ed è nato il mio libro più sudafricano capace di raggiungere un’audience ben oltre le frontiere della terra da cui provengo».

È rimasto sorpreso dalla vittoria del Booker Prize?

«In Sudafrica esiste ancora un radicato pregiudizio culturale. Il Regno Unito resta il centro del mondo. La vita di un libro sudafricano è spesso legata alla qualità della ricezione della critica britannica. La promessa, se non fosse entrato nella lista del Booker Prize e avesse vinto questo premio importante, non sarebbe stato preso in considerazione nel mio Paese. Mi ha colpito che gli afrikaner siano stati i lettori più forti del romanzo. Credevo reagissero negativamente all’asprezza della storia che li coinvolge, mentre è divenuta spesso un’occasione per guardarsi dentro».

 

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La promessa del Booker Prize https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-promessa-del-booker-prize/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-promessa-del-booker-prize/#respond Tue, 09 Nov 2021 09:11:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49503 (fonte immagine) di Antonella Lettieri Davvero third time is the charm per Damon Galgut, che era già stato finalista per il Booker Prize nel 2003 e nel 2010 con i romanzi The Good Doctor e In a Strange Room, quest’ultimo tradotto in italiano con il titolo In una stanza sconosciuta da Claudia Valeria Letizia per […]

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(fonte immagine)

di Antonella Lettieri

Davvero third time is the charm per Damon Galgut, che era già stato finalista per il Booker Prize nel 2003 e nel 2010 con i romanzi The Good Doctor e In a Strange Room, quest’ultimo tradotto in italiano con il titolo In una stanza sconosciuta da Claudia Valeria Letizia per edizioni e/o. Il 3 novembre, infatti, Galgut ha finalmente vinto il Booker Prize per il 2021 con il suo romanzo The Promise, tradotto in italiano con il titolo La promessa da Tiziana Lo Porto per edizioni e/o. Dal 1968, il Booker Prize premia il miglior romanzo scritto in inglese e pubblicato nel Regno Unito o in Irlanda.

Come tutti i premi letterari che si rispettano, nel corso dei decenni anche il Booker non si è certo fatto mancare polemiche e controversie. La più recente risale al 2014, quando la partecipazione al premio è stata allargata a tutti gli autori che scrivono in inglese, a prescindere dalla loro nazionalità. Se il nuovo requisito da una parte cerca di far cadere nel dimenticatoio un’imbarazzante eredità coloniale (prima del 2014, infatti, la partecipazione era aperta solo agli scrittori provenienti da Regno Unito, Irlanda, Commonwealth e Zimbabwe), ha però avuto anche l’effetto di spalancare le cateratte dell’Atlantico agli autori statunitensi che, in molti temono, finiranno per dominare il premio. Da un lato, la semplicissima contabilità delle cittadinanze può far pensare che queste apprensioni siano fondate: dei sei finalisti, infatti, ben tre erano statunitensi, mentre a rappresentare il Regno Unito c’era solo Nadifa Mohamed. Dall’altro, la vittoria del sudafricano Galgut dovrebbe far pensare anche ai critici più inquieti che, forse, non tutto è perduto.

Nadifa Mohamed, l’unica scrittrice britannica fra i finalisti, ha partecipato con The Fortune Men, un romanzo che racconta e reinventa narrativamente la vicenda vera di Mahmood Mattan, un marinaio somalo ingiustamente accusato di omicidio e tristemente passato alla storia nel 1952 per essere stato l’ultimo detenuto giustiziato a Cardiff e il primo a essere rimandato in appello, ovviamente in maniera postuma, dalla Criminal Cases Review Commission, l’organismo creato nel 1995 per investigare presunti errori giudiziari. Il romanzo di Mohamed racconta con straordinaria umanità ed empatia la storia di un uomo innocente due volte: innocente la prima volta perché, anche se di certo non estraneo a piccoli furti e giri loschi, non è un assassino, come verrà poi confermato in appello; innocente la seconda volta perché è convinto che la verità lo salverà e che le menzogne e, soprattutto, i pregiudizi non riusciranno a farsi strada nelle aule dei tribunali britannici, famosi in tutto il mondo per la loro imparzialità.

Mohamed, quasi a scongiurare sin da subito il lettore di non cadere nella tentazione di pensare che, dagli anni ’50, è passata tanta acqua sotto i ponti del Tamigi, inizia il romanzo con le parole “The King is dead. Long live the Queen”: tuttala storia si svolge, infatti, nei mesi appena successivi alla morte di Giorgio VI e all’incoronazione di Elisabetta II. Come a dire, le cose non sono poi cambiate così tanto da allora.

Oltre a Nadifa Mohamed e a Damon Galgut, la rosa dei sei finalisti comprendeva poi lo srilankese Anuk Arudpragasam con A Passage North e i tre statunitensi a cui si è già fatto cenno, ossia Patricia Lockwood con No One Is Talking About This, Richard Powers con Bewilderment (tradotto in italiano con il titolo Smarrimento da Licia Vighi per La nave di Teseo) e Maggie Shipstead con Great Circle.

A Passage North, come Anuk Arudpragasam stesso ammette, nasce come una sorta di penitenza privata per essere stato assente dallo Sri Lanka durante gli ultimi e sanguinosi anni della guerra civile, finita nel 2009. Nel romanzo, Krishan, il protagonista, riceve la notizia che Rani, la badante che si è occupata di sua nonna negli ultimi due anni, è morta inaspettatamente e in modo violento, forse addirittura da suicida. Il viaggio in treno che da Colombo lo porta nel nord del paese per partecipare al funerale e porgere le sue condoglianze fa da sfondo a un analogo viaggio interiore che spinge Krishan a ponderare, con una lucidità di pensiero e una nitidezza della prosa spesso pregevoli, i traumi della guerra civile che si è conclusa da poco, il suo recente passato di studente e la relazione finita con Anjum, di cui è ancora innamorato. Il romanzo accosta, come due binari destinati a incontrarsi solo in un punto remoto su un orizzonte che si sposta continuamente in avanti, la dissonanza cognitiva causata dalle immagini atroci del genocidio e il desiderio struggente di un qualcosa di indefinibile e in continua evoluzione.

A prima vista, e soprattutto se ci si ferma alla prima parte, No One Is Talking About This di Patricia Lockwood non potrebbe essere più diverso dalla serena meditazione filosofica di A Passage North. Eppure, inaspettatamente, anche questo romanzo giunge a parlare di un dolore vero e viscerale. All’inizio del libro, la protagonista senza nome è completamente immersa nell’affanno tutto contemporaneo della vita nel “portal” – ossia, fuori di metafora, su internet. Dopo essersi conquistata fama virale sui social con il tweet “Can a dog be twins?”, la protagonista si è costruita una carriera da internauta di professione che la vede ora addirittura invitata in tutto il mondo a parlare dei nuovi mezzi di comunicazione. Il ritratto di una mente avvelenata dai meme è puntuale e spesso divertente, ma il senso di sconforto di fronte a un’intelligenza che frammenta la sua attenzione in lotti così piccoli da diventare del tutto irrilevanti porterà molti lettori, ci scommetterei, a ripromettersi che mai e poi mai si ridurranno in questo stato, salvo poi interrompere la lettura per scorrere indolenti venti o trenta post. Se però il romanzo fosse tutto qui, ci sarebbe ben poca sostanza: una notizia lieta e poi incredibilmente dolorosa cambierà, infatti, la vita della protagonista e della sua famiglia. Anche se la corazza ironica e autoironica rimarrà tutto sommato intatta, dopo questa esperienza niente potrà mai più essere come prima e, finalmente, la protagonista proverà amore e dolore vivi, pulsanti e autentici.

Il dolore della perdita è al centro anche di Bewilderment di Richard Powers: Theo ha perso sua moglie Alyssa, un’attivista ambientale, in un incidente stradale e, a due anni dalla tragedia, suo figlio Robin, un bambino neurodivergente di nove anni, è ancora pieno di rabbia per l’accaduto. Alla radice della sua sofferenza c’è una doppia scomparsa: Robin sta perdendo piano piano i ricordi di sua madre, che è morta quando lui aveva solo sette anni, e le specie animali che Alyssaha difeso con passione per tutta la vita continuano a estinguersi nel disinteresse più completo di tutti, o quasi.

A questo punto, il romanzo vira inaspettatamente verso la fantascienza, anche se di tipo soft. Una nuova tecnologia sperimentale, basata sull’intelligenza artificiale, aiuta Robin a “replicare” i percorsi neurali di sua madre, che si era offerta come volontaria durante le prime fasi dello sviluppo di questa nuova terapia emotiva poco prima della sua morte. Dalla madre, Robin impara a replicare un senso di estasi che improvvisamente calma i suoi comportamenti più esplosivi e lo spinge ad abbracciare con ancora più entusiasmo la causa ambientalista, fino a diventare una vera e propria celebrità. Il rapporto di amore cieco e feroce fra padre e figlio presentato in questo romanzo può apparire a tratti claustrofobico e qualche lettore si sorprenderà forse a desiderare che Theo abbia la risolutezza di contrapporre un po’ di buon senso adulto alla moralità assoluta e che non scende a compromessi di Robin. Eppure, il romanzo tratta la posizione di Robin e Theo come l’unica possibile, anche fino alle conseguenze più estreme, e la domanda che Robin continua a porre con insistenza caratteristica – come possiamo continuare a distruggere il pianeta su cui viviamo? – è una domanda a cui nessuno di noi può più esimersi di rispondere.

L’ultimo dei non vincitori, Great Circle di Maggie Shipstead, è un poderoso volume che racconta con grande abilità le storie intrecciate di Marian Graves, un’aviatrice finzionale scomparsa nel 1950 con il suo aereo nella Barriera di Ross, in Antartide, durante il tentativo di circumnavigare la terra longitudinalmente passando per i due poli, e della sua controparte contemporanea, Hadley Baxter, un’attrice hollywoodiana che accetta il ruolo di Marian nel film sulla sua vita per provare a salvare carriera e reputazione dopo uno scandalo finito su tutti i siti di gossip. Sebbene Marian e Hadley siano due personaggi molto diversi, così come molto diverse sono anche le voci che le raccontano nel passato e nel presente, le loro vite sono attraversate da fili sottili e pressappoco invisibili che, proprio come i meridiani, si incontrano ai due poli del libro: verso l’esterno, nel problema dell’ambizione femminile e di come difenderla dalle minacce sempre in agguato della vita domestica e dell’addomesticamento; verso l’interno, nell’impossibilità di conoscere fino in fondo la vita interiore di qualsiasi persona e il tormentato senso di inadeguatezza che ogni tentativo di approssimazione porta con sé.

Anche il nostro cerchio massimo attorno ai finalisti del Booker Prize si chiude, com’è ovvio, tornando al punto di partenza. The Promise è ambientato a Pretoria e racconta la storia della famiglia Swart a partire dagli anni ’80. Le quattro sezioni di cui si compone il libro hanno cadenza più o meno decennale e si aggregano attorno alla famiglia che si riunisce in occasione di quattro funerali. Sullo sfondo, la fine dell’apartheid e l’inizio di una nuova era per il Sudafrica. La promessa del titolo è una promessa concreta che, nella prima sezione, Rachel esige, in punto di morte, da suo marito Manie: a Salome, la cameriera nera che l’ha accudita negli ultimi mesi di malattia, verrà donata la casetta diroccata in cui vive e il fazzoletto di terra che la circonda. Manie promette ma non ha alcuna intenzione di mantenere la parola data. Amor, la figlia tredicenne della coppia, ha però sentito tutto e farà di questa promessa la sua personalissima crociata che la porterà a scontrarsi con tutto il resto della famiglia. La promessa del titolo è, ovviamente, anche metaforica: è la promessa di una nuova generazione di sudafricani che avrebbe dovuto mettere a frutto l’enorme potenziale di trasformazione del momento storico per dar vita a una nazione nuova e invece si è rivelata tanto compromessa, corrotta e moralmente indifferente quanto la generazione precedente.

Uno degli aspetti che più colpiscono in The Promise è la voce del narratore, con il suo punto di vista che si sposta da un personaggio all’altro in maniera repentina, alle volte anche all’interno della stessa frase. Damon Galgut stesso ha spiegato che, a un certo punto durante la prima stesura, il romanzo si era arenato e non sapeva come disincagliarlo. Nel frattempo, aveva accettato di lavorare a una sceneggiatura cinematografica. Sebbene l’esperienza in sé, pare, non sia stata particolarmente appagante, il pensare in maniera cinematografica ha rivoluzionato la voce che narra il romanzo, una volta che lo scrittore vi ha rimesso mano. Il narratore, infatti, salta da un attore all’altro, zooma sui dettagli e poi fa una carrellata indietro. La voce lo segue da vicino, commenta, ironizza, è a suo agio sia in prima che in terza persona. Alle volte, e qui la mano si fa un po’ pesante, guarda direttamente nella macchina da presa e fa l’occhiolino. Sono peccati veniali, però, e il risultato è nel complesso assolutamente riuscito.

L’unico punto di vista che manca quasi del tutto all’appello è quello di Salome. Qualcuno potrebbe storcere il naso e dire che l’omissione è particolarmente grave. Che, ancora una volta, Salome e quelle come lei vengono private di quasi tutti i diritti, compreso quello alla parola. Questa osservazione non sarebbe ingiusta, anche alla luce di una certa tendenza poco simpatetica verso gli altri personaggi femminili, eppure Damon Galgut ha dichiarato risolutamente che la sua è stata una scelta cosciente: nelle sue intenzioni, la cacofonia di voci bianche deve delineare, per contrasto e in assenza, la mancanza di voci nere, della voce nera di Salome. Tale mancanza deve infastidire e disturbare il lettore e spingerlo a chiedersi dove sono le voci che rimangono silenziose in questo libro.

Come gli Swart, anche il Booker Prize ci ha messo parecchi anni prima di mantenere la promessa fatta a Damon Galgut. La promessa fatta a noi lettori di selezionare e premiare libri intelligenti e ben scritti, invece, per fortuna l’ha mantenuta puntualmente anche quest’anno.

 

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Umuzungu https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/umuzungu/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/umuzungu/#respond Fri, 06 Apr 2012 10:47:42 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7373 Tre romanzi, usciti da poco in Italia, utili per indagare quella salutare inquietudine che caratterizza il nostro rapporto con l'altro. Carlo Mazza Galanti per «il manifesto».

Umuzungu, toubabu, oyinbo, fauré, umlungu: diversi termini per denotare, nel continente africano, una sola “entità”: l’uomo bianco. Ma quante sono le sfumature del bianco nel corso della storia, nel presente, nella vita quotidiana e sullo sfondo spesso opaco e sfuggente delle società africane? Quante le maschere, quanti gli abiti indossati in terra africana dall'uomo occidentale come individuo e rappresentante della propria civiltà? La letteratura può aiutarci a capirlo.

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Tre romanzi, usciti da poco in Italia, utili per indagare quella salutare inquietudine che caratterizza il nostro rapporto con l’altro. Carlo Mazza Galanti per «il manifesto».

Umuzungu, toubabu, oyinbo, fauré, umlungu: diversi termini per denotare, nel continente africano, una sola “entità”: l’uomo bianco. Ma quante sono le sfumature del bianco nel corso della storia, nel presente, nella vita quotidiana e sullo sfondo spesso opaco e sfuggente delle società africane? Quante le maschere, quanti gli abiti indossati in terra africana dall’uomo occidentale come individuo e rappresentante della propria civiltà? La letteratura può aiutarci a capirlo.

Sono stati pubblicati in Italia, recentemente, tre bei romanzi che corrispondono ad altrettante declinazioni di una differenza, quella tra bianchi e neri, capace di precisarsi all’interno di una dialettica che Ivan Illich, parlando di altro (di differenze di genere), ha così espresso: «“Due” può essere concepito in due modi differenti. Quando dico uno, due può significare primariamente, emozionalmente, concettualmente, l’altro, oppure può significare una replica dello stesso». Tra l’estrema concettualizzazione di un’alterità assoluta, al limite dell’allucinazione – quell’Africa fantasma (per dirla con Leiris) definitivamente immortalata dal conradiano Cuore di Tenebra – e l’assunzione di una umanità “illuministicamente” intesa come comune e universale denominatore di ogni popolo e cultura, nel quadro di questa polarità che sembra nonostante tutto irrinunciabile, si muove quella «salutare inquietudine» che – nelle parole di Kapuscinski – ci accompagna nell’incontro (e nello scontro) con l’altro. E  nella sua più o meno arbitraria, più o meno solidale, riduzione allo “stesso”.

All’estremo conradiano di questa breve rassegna troviamo un libro scritto da uno svizzero di lingua tedesca, Lukas Bärfuss, già affermato drammaturgo e qui alla sua prima prova narrativa, decisamente ben riuscita. Cento giorni (Einaudi, trad. di Daniela Idra), racconta l’esperienza africana di un trentenne svizzero alle dipendenze della Direzione della cooperazione allo sviluppo della Confederazione elvetica: pieno di buone intenzioni e di inconfessati fantasmi, David Hohl attraversa titubante i mesi precedenti la guerra civile che portò in Rwanda, nel 1994, all’uccisione di centinaia di migliaia di Tutsi, un genocidio che raggiunse il suo acme durante quei cento giorni che danno il titolo al romanzo. Il modo in cui Bärfuss descrive l’atmosfera all’interno della cooperazione svizzera e come questa ha condotto le proprie operazioni durante gli anni del sinistro potere Hutu è un vero e proprio atto di accusa all’acquiescenza e all’inerzia (interessata) dell’istituzione. Alla cecità politica dei progetti di sviluppo cui pure partecipa con il dovuto zelo, Hohl aggiunge la sua irrequietezza da neofita incapace di ammettere i confini tacitamente concordati dai suoi colleghi tra la loro esistenza di lavoratori bianchi occidentali e quella dei rwandesi “assistiti”. La sua ambigua relazione erotica con una donna locale e la percezione dell’aumento di tensione dei conflitti etnici cui l’uomo attribuisce un senso oscuramente antropologico (il furore dionisiaco del mondo africano che ribolle sotto l’apparente tranquillità della vita quotidiana, pronto a erompere da un momento all’altro), non riescono a fornirgli soddisfacenti chiavi di accesso a quell’universo da cui il protagonista non saprà comunque sottrarsi, sprofondandoci dentro come il Kurtz di Conrad. Al momento di abbandonare il Rwanda insieme ai colleghi, Hohl non si farà trovare e trascorrerà, unico bianco, quei cento giorni in mezzo all’«orrore»: dove il volto atroce della barbarie, e l’abbassamento graduale del giovane europeo al suo stesso livello, saranno l’ultimo atto del suo infelice tentativo di “riconoscimento”.

Al polo opposto rispetto a Bärfuss, un altro notevole romanzo scritto da un bianco, questa volta africano, nello specifico zimbabwese: Uomini e bestie (e/o trad. Di Claudia Valeria Letizia) di Ian Holding, al secondo libro dopo un esordio folgorante (Nel mondo insensibile, Einaudi). Che il “paradigma conradiano” non faccia presa nella sensibilità di un uomo nato e cresciuto nel continente Africano non stupisce più di tanto, a maggior ragione trattandosi di un giovane (classe 1978) che ha trascorso la propria vita in una paese dove i ruoli dei bianchi e dei neri si sono in qualche modo bruscamente ribaltati nel volgere di pochi anni. Stupisce tuttavia come, seguendo una pista “allegorica” aperta da altri autori (bianchi) sudafricani (Coetzee su tutti, ma anche un giovane talentuoso come Damon Galgut ne Il buon dottore), Holding abbia saputo fare il giro a trecentosessanta gradi del razzismo (bianco e nero) per spalancare le porte di un’alterità, e di una pietà, capace di sospendere le ipoteche dell’universalismo occidentale e affacciarsi verso una dimensione del tutto inedita, molto più sfumata e in una certa misura imprevedibile. Non conviene entrare troppo nel dettaglio, trattandosi di una rivelazione di cui è intessuta la trama del romanzo, e che emerge gradualmente nell’intercalarsi delle due vicende di cui si compone questo libro: quella di un “individuo” schiavizzato in un indeterminato mondo post-catastrofico che potrebbe sembrare una versione della Strada di McCarthy, vista dalla parte dei “cattivi”; e il diario, del tutto realistico, di un insegnante di liceo bianco che si prepara ad abbandonare il suo paese (lo Zimbabwe), per lasciarsi alle spalle lo squilibrato revanscismo di Mugabe, la gestione impazzita dello stato, il rischio della barbarie.

Più difficile collocare all’interno di queste coordinate il romanzo di Mia Couto, Veleni di Dio, medicine del diavolo (Voland, trad. di Daniele Petruccioli). Uno scrittore autoctono, bianco mozambicano di lingua portoghese, evoca in questo caso l’arrivo in un villaggio africano di un giovane medico portoghese, giunto alla ricerca di un’ammaliante ragazza (nera) mozambicana conosciuta in Europa. Anch’egli in qualche modo attratto dal magnetismo dell’altrove, in fuga dalla «solitudine» e dal «vuoto» della sua esistenza europea, è «pronto a trasformarsi in altro». Ma la ragazza non compare e il mondo in cui si trova accolto si rivela presto «con troppa trama e pochi personaggi»: pieno di doppi fondi, giochi indecifrabili, fastidiosi misteri. Lo sguardo conradiano dell’uomo bianco risucchiato nella vertigine del continente nero è qui tuttavia messo a distanza dalla rappresentazione poetica di un Mozambico impenetrabile e allo stesso tempo impalpabile, rarefatto, quasi fiabesco, dove le fantasie occidentali non riescono ad attecchire, scivolano sulla superficie. Couto diluisce nella sua lingua volatile e lirica (e in un immaginario ibrido che ricorda quello del realismo magico sudamericano) le contraddizioni africane, distillandone un tono malinconico, molto più pacificato di quello dei due autori precedenti. È come se in queste pagine ci mostrasse un paese che si lecca le ferite, senza grandi clamori e conflitti, nel suo angolo semi abbandonato del pianeta. La voce indistinta, senza origine né identità precisa, che narra questa “favola” postcoloniale è quella di un individuo forse bianco, forse nero (o forse meticcio), spaesato e sradicato come tutti gli altri personaggi di cui parla: la polarità è momentaneamente elusa, non c’è opposizione, così come non esiste un chiaro e definitivo orizzonte morale. Africani o Europei, siamo tutti – sembra suggerirci Couto, da una prospettiva più “sapienziale” che politica – alla ricerca di un po’ di consistenza e di pace, sapendo che nella confusione presente anche il veleno può essere medicina e che «il segreto, in una vita a brandelli, e tener pronto ago e filo e approfittare delle occasioni».

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In una stanza sconosciuta https://minimaetmoralia.it/libri/in-una-stanza-sconosciuta/ https://minimaetmoralia.it/libri/in-una-stanza-sconosciuta/#comments Wed, 08 Jun 2011 14:13:11 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4490 Questo articolo è uscito per Alias.

Quello del recensire libri sarebbe un mestiere piuttosto ingrato, abbastanza monotono e relativamente (diciamolo pure) compromesso: troppo spesso disturbato da moleste interferenze: amicizie, convenienze, esigenze redazionali. Sarebbe tale e tale resterebbe se nella quotidiana peregrinazione attraverso il prevedibile paesaggio delle “novità” non capitasse saltuariamente, raramente, d’imbattersi in qualche bene prezioso, in libri che valgono da soli la fatica di leggerne molti altri.

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Questo articolo è uscito per Alias.

Quello del recensire libri sarebbe un mestiere piuttosto ingrato, abbastanza monotono e relativamente (diciamolo pure) compromesso: troppo spesso disturbato da moleste interferenze: amicizie, convenienze, esigenze redazionali. Sarebbe tale e tale resterebbe se nella quotidiana peregrinazione attraverso il prevedibile paesaggio delle “novità” non capitasse saltuariamente, raramente, d’imbattersi in qualche bene prezioso, in libri che valgono da soli la fatica di leggerne molti altri. In questi casi l’indubbio, inconfondibile accadere della letteratura – di quella che davvero conta – ripaga il perplesso consumatore di prodotti occasionali. Qualcosa s’impone, e tutto il resto cade in secondo piano. Se si parlasse soltanto di libri simili credo basterebbe una minuscola percentuale delle informazioni oggi fornite da terze pagine, riviste, blog, siti d’informazione culturale, eccetera. Quella sfera in continua espansione di discorsi, promozioni, dibattiti che, un po’ come la famosa mappa borgesiana in scala 1:1, tende a neutralizzare la naturale funzione della critica giornalistica e militante. Ovvero orientare, selezionare, dividere il grano dal loglio.

Questo preambolo solo per segnalare Damon Galgut come uno di quei rari scrittori che non conoscere sarebbe un vero peccato. Uno di quelli che, appunto, s’impongono. I suoi libri bastano a se stessi: indicarli è semplicemente il minimo che un critico letterario abituato a navigare nel caotico mercato editoriale potrebbe e dovrebbe fare. E anzi, volendo essere ancora più tranchant, a dover scegliere un “TQ” (per dirla con una sigla all’ordine del giorno) nell’intera area della letteratura in lingua inglese Galgut sarebbe senz’altro tra i miei principali candidati. Molto prima di Franzen, di Coe, di Eggers e di altri campioni con il posto eternamente garantito nelle vetrine delle librerie e sulle prime pagine dei giornali.
Tra gli autori sudafricani della generazione successiva a quella di Coetzee e Breytenbach quello di Damon Galgut – nato nel 1963 e già autore di una decina di opere abbondantemente premiate e apprezzate in giro per il mondo – è in effetti il nome che viene fuori più spesso. Da noi sono stati tradotti solo un paio di romanzi per Guanda (tra cui Il buon dottore, un libro splendido, evidentemente riconducibile al filone più “kafkiano” di Coetzee, ma senza nulla di epigonale), e quest’ultimo pubblicato da e/o. Diversamente dai suoi libri precedenti, In una stanza sconosciuta non contiene nessun riferimento alla condizione politica, sociale, culturale del paese dove lo scrittore è nato e cresciuto. Si tratta di un romanzo autobiografico composto di tre racconti lunghi ma organici, omologhi, che nel giro di poco più di duecento pagine ci fanno letteralmente attraversare il pianeta terra: dallo Zimbawe all’Inghilterra, dalla Svizzera all’India. Mesi e mesi di spostamenti, migliaia di chilometri, decine di paesi: eppure confinare questo testo nel pur vasto e poroso reparto della letteratura di viaggio rischierebbe di mancarne completamente la qualità specifica. O almeno, se di letteratura di viaggio si tratta, abbiamo a che fare con un esemplare del genere assolutamente originale. Galgut, come Chatwtin, viaggia perché non può farne a meno, perché qualcosa d’imperativo e d’irresistibile lo obbliga al nomadismo, a fare lo zaino e lasciare il proprio mondo per un altro dai contorni sconosciuti (o “strani”: In a strange room è il titolo originale del libro – citazione faulkneriana tratta da As I Lay Dying). L’Altro di Galgut, tuttavia, non ha nulla a che fare con la specificità dei luoghi e delle culture incontrate. È impressionante la suprema noncuranza “conoscitiva” dello scrittore, quasi lo spreco verrebbe da dire. I paesaggi restano lontani come splendidi fondali, i costumi, le genti, la politica dei paesi attraversati sono del tutto assenti: appena qualche tratto, più che altro accidentale, sfuggito quasi suo malgrado alla penna del narratore. Galgut, come già ha dimostrato in passato, è un abilissimo illustratore di rapporti, incontri, combinazioni relazionali. Ma rapporti, incontri, relazioni appaiono adesso strappati a qualsiasi indice culturale, radice storica o funzionale, liberati di tutto ciò che non sia il semplice e incontrovertibile fatto umano di due individui a confronto. Confronto che nell’esperienza del viaggio e in particolare del viaggiare insieme (i protagonisti di questi racconti sono proprio i viaggiatori che accompagnano Galgut) assume una dimensione tanto rischiosa quanto paradossale: quasi il partire, l’abbandono dei luoghi famigliari, invece di “aprire” isolasse le persone in una sorta di mondo parallelo. Il viaggio, inteso come “utopia mobile”, esercizio di deprivazione, spoliazione di qualsiasi eredità simbolica (e la scrittura estremamente asciutta di Galgut ne testimonia, splendidamente) è allora occasione per sublimare l’essenza chimica dei rapporti, la loro nuda meccanica evoluzionistica, al di fuori di pretesti e contesti, liberando l’avvicendarsi dei temi intimi, dei motori immobili dell’interiorità, dove psicologia diventa sinonimo di destino e la sua rappresentazione narrativa si espande nel dominio rarefatto dell’allegoria. “Il seguace”, “l’amante”, “il guardiano”: sono i titoli dei tre momenti che scandiscono il romanzo, tre modulazioni essenziali dello stare insieme (il potere, l’amore, la cura), tre personaggi/emblemi che il narratore riconosce in sé e nell’altro, o meglio nello spazio tra i due: uno spazio tutto interno alla voce narrante che perciò oscilla continuamente tra prima e terza persona. Elemento stilistico, quest’ultimo, assai caratterizzante, gestito e valorizzato benissimo da Galgut e in qualche modo legato anche al ruolo che investe la memoria nella ricostruzione narrativa del tempo trascorso. Racconto oggettivo e soggettivo, Io passato e Io presente: confusi o alternati nel gioco dei punti di vista. Come nell’ultimo libro di Coetzee (Summertime), l’autobiografia diventa un esercizio di spossessamento. La sincerità un obiettivo difficile da cercare al di fuori di sé.

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