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di Antonella Lettieri

Davvero third time is the charm per Damon Galgut, che era già stato finalista per il Booker Prize nel 2003 e nel 2010 con i romanzi The Good Doctor e In a Strange Room, quest’ultimo tradotto in italiano con il titolo In una stanza sconosciuta da Claudia Valeria Letizia per edizioni e/o. Il 3 novembre, infatti, Galgut ha finalmente vinto il Booker Prize per il 2021 con il suo romanzo The Promise, tradotto in italiano con il titolo La promessa da Tiziana Lo Porto per edizioni e/o. Dal 1968, il Booker Prize premia il miglior romanzo scritto in inglese e pubblicato nel Regno Unito o in Irlanda.

Come tutti i premi letterari che si rispettano, nel corso dei decenni anche il Booker non si è certo fatto mancare polemiche e controversie. La più recente risale al 2014, quando la partecipazione al premio è stata allargata a tutti gli autori che scrivono in inglese, a prescindere dalla loro nazionalità. Se il nuovo requisito da una parte cerca di far cadere nel dimenticatoio un’imbarazzante eredità coloniale (prima del 2014, infatti, la partecipazione era aperta solo agli scrittori provenienti da Regno Unito, Irlanda, Commonwealth e Zimbabwe), ha però avuto anche l’effetto di spalancare le cateratte dell’Atlantico agli autori statunitensi che, in molti temono, finiranno per dominare il premio. Da un lato, la semplicissima contabilità delle cittadinanze può far pensare che queste apprensioni siano fondate: dei sei finalisti, infatti, ben tre erano statunitensi, mentre a rappresentare il Regno Unito c’era solo Nadifa Mohamed. Dall’altro, la vittoria del sudafricano Galgut dovrebbe far pensare anche ai critici più inquieti che, forse, non tutto è perduto.

Nadifa Mohamed, l’unica scrittrice britannica fra i finalisti, ha partecipato con The Fortune Men, un romanzo che racconta e reinventa narrativamente la vicenda vera di Mahmood Mattan, un marinaio somalo ingiustamente accusato di omicidio e tristemente passato alla storia nel 1952 per essere stato l’ultimo detenuto giustiziato a Cardiff e il primo a essere rimandato in appello, ovviamente in maniera postuma, dalla Criminal Cases Review Commission, l’organismo creato nel 1995 per investigare presunti errori giudiziari. Il romanzo di Mohamed racconta con straordinaria umanità ed empatia la storia di un uomo innocente due volte: innocente la prima volta perché, anche se di certo non estraneo a piccoli furti e giri loschi, non è un assassino, come verrà poi confermato in appello; innocente la seconda volta perché è convinto che la verità lo salverà e che le menzogne e, soprattutto, i pregiudizi non riusciranno a farsi strada nelle aule dei tribunali britannici, famosi in tutto il mondo per la loro imparzialità.

Mohamed, quasi a scongiurare sin da subito il lettore di non cadere nella tentazione di pensare che, dagli anni ’50, è passata tanta acqua sotto i ponti del Tamigi, inizia il romanzo con le parole “The King is dead. Long live the Queen”: tuttala storia si svolge, infatti, nei mesi appena successivi alla morte di Giorgio VI e all’incoronazione di Elisabetta II. Come a dire, le cose non sono poi cambiate così tanto da allora.

Oltre a Nadifa Mohamed e a Damon Galgut, la rosa dei sei finalisti comprendeva poi lo srilankese Anuk Arudpragasam con A Passage North e i tre statunitensi a cui si è già fatto cenno, ossia Patricia Lockwood con No One Is Talking About This, Richard Powers con Bewilderment (tradotto in italiano con il titolo Smarrimento da Licia Vighi per La nave di Teseo) e Maggie Shipstead con Great Circle.

A Passage North, come Anuk Arudpragasam stesso ammette, nasce come una sorta di penitenza privata per essere stato assente dallo Sri Lanka durante gli ultimi e sanguinosi anni della guerra civile, finita nel 2009. Nel romanzo, Krishan, il protagonista, riceve la notizia che Rani, la badante che si è occupata di sua nonna negli ultimi due anni, è morta inaspettatamente e in modo violento, forse addirittura da suicida. Il viaggio in treno che da Colombo lo porta nel nord del paese per partecipare al funerale e porgere le sue condoglianze fa da sfondo a un analogo viaggio interiore che spinge Krishan a ponderare, con una lucidità di pensiero e una nitidezza della prosa spesso pregevoli, i traumi della guerra civile che si è conclusa da poco, il suo recente passato di studente e la relazione finita con Anjum, di cui è ancora innamorato. Il romanzo accosta, come due binari destinati a incontrarsi solo in un punto remoto su un orizzonte che si sposta continuamente in avanti, la dissonanza cognitiva causata dalle immagini atroci del genocidio e il desiderio struggente di un qualcosa di indefinibile e in continua evoluzione.

A prima vista, e soprattutto se ci si ferma alla prima parte, No One Is Talking About This di Patricia Lockwood non potrebbe essere più diverso dalla serena meditazione filosofica di A Passage North. Eppure, inaspettatamente, anche questo romanzo giunge a parlare di un dolore vero e viscerale. All’inizio del libro, la protagonista senza nome è completamente immersa nell’affanno tutto contemporaneo della vita nel “portal” – ossia, fuori di metafora, su internet. Dopo essersi conquistata fama virale sui social con il tweet “Can a dog be twins?”, la protagonista si è costruita una carriera da internauta di professione che la vede ora addirittura invitata in tutto il mondo a parlare dei nuovi mezzi di comunicazione. Il ritratto di una mente avvelenata dai meme è puntuale e spesso divertente, ma il senso di sconforto di fronte a un’intelligenza che frammenta la sua attenzione in lotti così piccoli da diventare del tutto irrilevanti porterà molti lettori, ci scommetterei, a ripromettersi che mai e poi mai si ridurranno in questo stato, salvo poi interrompere la lettura per scorrere indolenti venti o trenta post. Se però il romanzo fosse tutto qui, ci sarebbe ben poca sostanza: una notizia lieta e poi incredibilmente dolorosa cambierà, infatti, la vita della protagonista e della sua famiglia. Anche se la corazza ironica e autoironica rimarrà tutto sommato intatta, dopo questa esperienza niente potrà mai più essere come prima e, finalmente, la protagonista proverà amore e dolore vivi, pulsanti e autentici.

Il dolore della perdita è al centro anche di Bewilderment di Richard Powers: Theo ha perso sua moglie Alyssa, un’attivista ambientale, in un incidente stradale e, a due anni dalla tragedia, suo figlio Robin, un bambino neurodivergente di nove anni, è ancora pieno di rabbia per l’accaduto. Alla radice della sua sofferenza c’è una doppia scomparsa: Robin sta perdendo piano piano i ricordi di sua madre, che è morta quando lui aveva solo sette anni, e le specie animali che Alyssaha difeso con passione per tutta la vita continuano a estinguersi nel disinteresse più completo di tutti, o quasi.

A questo punto, il romanzo vira inaspettatamente verso la fantascienza, anche se di tipo soft. Una nuova tecnologia sperimentale, basata sull’intelligenza artificiale, aiuta Robin a “replicare” i percorsi neurali di sua madre, che si era offerta come volontaria durante le prime fasi dello sviluppo di questa nuova terapia emotiva poco prima della sua morte. Dalla madre, Robin impara a replicare un senso di estasi che improvvisamente calma i suoi comportamenti più esplosivi e lo spinge ad abbracciare con ancora più entusiasmo la causa ambientalista, fino a diventare una vera e propria celebrità. Il rapporto di amore cieco e feroce fra padre e figlio presentato in questo romanzo può apparire a tratti claustrofobico e qualche lettore si sorprenderà forse a desiderare che Theo abbia la risolutezza di contrapporre un po’ di buon senso adulto alla moralità assoluta e che non scende a compromessi di Robin. Eppure, il romanzo tratta la posizione di Robin e Theo come l’unica possibile, anche fino alle conseguenze più estreme, e la domanda che Robin continua a porre con insistenza caratteristica – come possiamo continuare a distruggere il pianeta su cui viviamo? – è una domanda a cui nessuno di noi può più esimersi di rispondere.

L’ultimo dei non vincitori, Great Circle di Maggie Shipstead, è un poderoso volume che racconta con grande abilità le storie intrecciate di Marian Graves, un’aviatrice finzionale scomparsa nel 1950 con il suo aereo nella Barriera di Ross, in Antartide, durante il tentativo di circumnavigare la terra longitudinalmente passando per i due poli, e della sua controparte contemporanea, Hadley Baxter, un’attrice hollywoodiana che accetta il ruolo di Marian nel film sulla sua vita per provare a salvare carriera e reputazione dopo uno scandalo finito su tutti i siti di gossip. Sebbene Marian e Hadley siano due personaggi molto diversi, così come molto diverse sono anche le voci che le raccontano nel passato e nel presente, le loro vite sono attraversate da fili sottili e pressappoco invisibili che, proprio come i meridiani, si incontrano ai due poli del libro: verso l’esterno, nel problema dell’ambizione femminile e di come difenderla dalle minacce sempre in agguato della vita domestica e dell’addomesticamento; verso l’interno, nell’impossibilità di conoscere fino in fondo la vita interiore di qualsiasi persona e il tormentato senso di inadeguatezza che ogni tentativo di approssimazione porta con sé.

Anche il nostro cerchio massimo attorno ai finalisti del Booker Prize si chiude, com’è ovvio, tornando al punto di partenza. The Promise è ambientato a Pretoria e racconta la storia della famiglia Swart a partire dagli anni ’80. Le quattro sezioni di cui si compone il libro hanno cadenza più o meno decennale e si aggregano attorno alla famiglia che si riunisce in occasione di quattro funerali. Sullo sfondo, la fine dell’apartheid e l’inizio di una nuova era per il Sudafrica. La promessa del titolo è una promessa concreta che, nella prima sezione, Rachel esige, in punto di morte, da suo marito Manie: a Salome, la cameriera nera che l’ha accudita negli ultimi mesi di malattia, verrà donata la casetta diroccata in cui vive e il fazzoletto di terra che la circonda. Manie promette ma non ha alcuna intenzione di mantenere la parola data. Amor, la figlia tredicenne della coppia, ha però sentito tutto e farà di questa promessa la sua personalissima crociata che la porterà a scontrarsi con tutto il resto della famiglia. La promessa del titolo è, ovviamente, anche metaforica: è la promessa di una nuova generazione di sudafricani che avrebbe dovuto mettere a frutto l’enorme potenziale di trasformazione del momento storico per dar vita a una nazione nuova e invece si è rivelata tanto compromessa, corrotta e moralmente indifferente quanto la generazione precedente.

Uno degli aspetti che più colpiscono in The Promise è la voce del narratore, con il suo punto di vista che si sposta da un personaggio all’altro in maniera repentina, alle volte anche all’interno della stessa frase. Damon Galgut stesso ha spiegato che, a un certo punto durante la prima stesura, il romanzo si era arenato e non sapeva come disincagliarlo. Nel frattempo, aveva accettato di lavorare a una sceneggiatura cinematografica. Sebbene l’esperienza in sé, pare, non sia stata particolarmente appagante, il pensare in maniera cinematografica ha rivoluzionato la voce che narra il romanzo, una volta che lo scrittore vi ha rimesso mano. Il narratore, infatti, salta da un attore all’altro, zooma sui dettagli e poi fa una carrellata indietro. La voce lo segue da vicino, commenta, ironizza, è a suo agio sia in prima che in terza persona. Alle volte, e qui la mano si fa un po’ pesante, guarda direttamente nella macchina da presa e fa l’occhiolino. Sono peccati veniali, però, e il risultato è nel complesso assolutamente riuscito.

L’unico punto di vista che manca quasi del tutto all’appello è quello di Salome. Qualcuno potrebbe storcere il naso e dire che l’omissione è particolarmente grave. Che, ancora una volta, Salome e quelle come lei vengono private di quasi tutti i diritti, compreso quello alla parola. Questa osservazione non sarebbe ingiusta, anche alla luce di una certa tendenza poco simpatetica verso gli altri personaggi femminili, eppure Damon Galgut ha dichiarato risolutamente che la sua è stata una scelta cosciente: nelle sue intenzioni, la cacofonia di voci bianche deve delineare, per contrasto e in assenza, la mancanza di voci nere, della voce nera di Salome. Tale mancanza deve infastidire e disturbare il lettore e spingerlo a chiedersi dove sono le voci che rimangono silenziose in questo libro.

Come gli Swart, anche il Booker Prize ci ha messo parecchi anni prima di mantenere la promessa fatta a Damon Galgut. La promessa fatta a noi lettori di selezionare e premiare libri intelligenti e ben scritti, invece, per fortuna l’ha mantenuta puntualmente anche quest’anno.

 

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