Dario Borso Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/dario-borso/ un blog di approfondimento culturale Tue, 29 Mar 2022 09:58:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Dario Borso Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/dario-borso/ 32 32 Il viaggio in Italia di Antonio Canova https://minimaetmoralia.it/estratti/il-viaggio-in-italia-di-antonio-canova/ https://minimaetmoralia.it/estratti/il-viaggio-in-italia-di-antonio-canova/#respond Tue, 29 Mar 2022 09:52:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50224 È uscito da poco, in versione ammodernata (ossia leggibile ad un lettore medio), il diario di viaggio che un ventiduenne Antonio Canova stese per nove mesi (da Venezia a Napoli e ritorno) nel suo dialetto veneto d’entroterra e in una forma pressoché stenografica. Nel bicentenario della morte, una guida personalissima ai tesori d’arte nostrani, e […]

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È uscito da poco, in versione ammodernata (ossia leggibile ad un lettore medio), il diario di viaggio che un ventiduenne Antonio Canova stese per nove mesi (da Venezia a Napoli e ritorno) nel suo dialetto veneto d’entroterra e in una forma pressoché stenografica. Nel bicentenario della morte, una guida personalissima ai tesori d’arte nostrani, e non solo.

Premessa

di Dario Borso

Il diario canoviano dei nove mesi di viaggio sta in due Quaderni donati nel 1851 al Museo Civico di Bassano del Grappa dal fratellastro Giovanni Battista Sartori e pubblicati integralmente nel 1959da Elena Bassi in un’edizione critica che sta alla base di quella approntata nel 1994 da Hugh Honour (in A. Canova, Scritti, Salerno editrice, Roma 2007).

Ampi stralci dei Quaderni però aveva pubblicato Antonio Muñoz su “L’Urbe” tra il 1925 e il 1955,in otto puntate delle quali Bassi conosce solo la seconda, che cita giusto per liquidarla come basata su una copia purgata da errori ortografici ed espressioni dialettali.

In realtà, la seconda puntata consiste di due stralci, il primo proveniente come tutti gli altri dai Quaderni, e il secondo assai più breve(del16-18 maggio 1780) da una “Copia autentica di un giornaletto del Marchese Canova scritto di suo proprio pugno”.

Munoz non specificò l’origine diversa lasciando con ciò intendere che lo stralcio appartenesse ai Quaderni, e forse dunque ben gli sta. In compenso Bassi (e Honour, che ripete pedissequamente quanto da lei scritto) non entra nel merito della paternità, lasciando con ciò intendere che la copia sia di mano del Canova. E invece no, se l’estensore vi inserisce passi del tipo: “4 dicembre 1779. Manca la relazione di questa giornata, perché lasciata in bianco anche dall’autore”.

Giustamente Bassi definì la copia “purgata” da errori ortografici ed espressioni dialettali, frequentissimi in un autodidatta veneto d’entroterra di due secoli e mezzo fa. Bisogna aggiungere che lo è parzialmente, e che lo è pure da almeno un passo ritenuto sconveniente, del 2 gennaio 1780, riguardo a una bellezza romana. Ma soprattutto la purga coinvolge il testo intero, ossia il lessico italiano e più ancora la sintassi, sicché ne esce una parafrasi, con buona pace della fedeltà.

Quanto all’originale, a renderne ancor più ardua la comprensione è il carattere ellittico delle annotazioni diaristiche, vergate di notte nel tempo residuo dell’altro esercizio di penna, schizzi e disegni che Canova chiama “invenzione”.

Se dunque la copia, comprensibile al lettore medio di allora e di adesso, perde l’originale, l’originale perde la comprensibilità.

Da questa impasse ho cercato di uscire procedendo a un ammodernamento rispettoso dell’originale, a metà strada dunque tra Quaderni e Giornaletto. Così, oltre a tradurre tutte le espressioni dialettali, correggere tutti i lapsus e gli errori ortografici, sintattici, d’interpunzione e ricorrere al Giornaletto su punti rimasti oscuri nelle edizioni critiche stesse, ho svolto tutte le abbreviazioni puntate, riportato in lettere tutti i numeri fuorché date ed orari, corsivato i titoli delle opere d’arte, scandito il testo in capoversi e cassato due lunghi elenchi, fondamentalmente di spese.

Ho svolto infine per intero i nomi degli artisti e i luoghi d’arte, così che il Viaggio possa valere da guida turistica per il lettore-viaggiatore (reale o telematico che sia) cui venga voglia seguire un itinerario eccentrico che magari riflette il gusto dell’epoca, ma di un genio dell’epoca.

P.S. Ad introibo al viaggio, qui sotto lo stralcio iniziale di un’altra crux filologica, l’Abbozzo di Biografia del 1804-1805, di mano anonima e buon italiano ma scritto certamente su ispirazione di Canova stesso.

***

Antonio Canova nacque il primo di novembre del 1757 in Possagno villaggio del distretto d’Asolo della provincia trevisana nello Stato Veneto. Pietro suo padre onorato e valente lavoratore di pietra ed architetto morì in età di 26 anni, quando Antonio non ne toccava ancor quattro. Sua madre Angela Fantolin di Crespano, altro villaggio limitrofo al sopraindi­cato, rimasta vedova si rimaritò, ebbe altri figli ed è ancora vivente. Pasino di lui avo paterno, che avea mostrato molto talento e capacità in varie sue ope­re di architettura, e in qualche piccolo lavoro di scultura, nelle quali due arti avea studiato e approfittato da sé, gl’insinuò specialmente per la seconda un trasporto incredibile; quantunque nel tempo stesso colla dissipazione delle proprie sostanze per alimento dell’ozio recò all’animo sensibilissimo del nipote una grave agitazione riducendolo alla necessità di passare la gioventù fra mille angustie.

Giunto all’età di 13 in 14 anni, mediante il senator veneto Giovanni Falier, che ne avea scorto fin da principio il singolar genio e talen­to, e che villeggiava in que’ dintorni nella sua villa dei Predazzi, fu accettato nello studio dello scultore Giuseppe Bernardi, il quale soprannominavasi Torretti per essere stato nipote ed allievo d’altro scultore Giuseppe Torretti,ed erasi per certe sue circostanze ritirato da Venezia in Pagnano, villaggio poco discosto ai due surriferiti. Senza far prima i soliti studj, lavorò tosto nel marmo, dovunque applicavalo il maestro; e restò sotto la direzione del medesimo, finché esso cessò di vivere, cioè per lo spazio di due soli anni. Imperocché ritornatosene il Bernardi dopo un anno a Venezia per altre sue viste particolari, il giovinetto Canova lo seguì, e senza scemare nel consueto lavoro la sua diligenza, non mancò di frequentare l’Accademia del nudo. Muore il Bernardi l’anno appresso. Giovanni Ferrari nativo di Crespano, ma stabilito in Venezia, soprannominato Torretti ancor esso, nipote e scolare del defunto Bernardi dovea por termine a parecchie statue incominciate dal zio, e Canova lavorò sotto di essolui sei o sette mesi per la tenuissima corrisponsione di 45 soldi veneti al giorno.

Ma perché sotto il Bernardi avea do­vuto impiegar tutte le intere giornate o lavorando col maestro, o prestandogli anche i servigj più abietti senz’aver campo giammai d’applicarsi daddovero allo studio che divenivagli indispensabile, ottenne poscia dall’avo suo (ed è questa l’unica spesa, cui soggiacque a suo riflesso la famiglia) ottenne, dissi, ch’egli alienasse un piccol podere del valore di 100 ducati veneti correnti; all’esborso de’ quali acconsentì l’acquirente di supplire col passare durante un anno il pranzo al giovine artista, che perciò si pose ad occupare la metà del giorno nel lavoro per il dimezzato tenue lucro di soldi 22, dedi­candone l’altra metà agli esercizj accademici.

Poi di commissione del prelodato nobile Falier fece Due canestre di frutta elegantemente intrecciate con fiori e fogliami, e le diede al conte Farsetti lusingandosi di conseguirne per prezzo quanto bastasse per fare il viaggio di Roma. Ma vide deluse con una vile gratificazione le sue speranze, ed allora incaricato dal mentovato Senatore di un’Euridice da collo­carsi nella sua villa sopraccennata, all’età giunto di non ancora 17 anni, la fe­ce colà di grandezza naturale, di pietra dolce di Costoza vicentina, e ciò pel semplice vitto, e pel suddetto appanaggio di 45 soldi al giorno, avendo a suo carico le spese di ferri, modelli e cose simili. La rappresentò tratta per l’estremità del braccio all’inferno da una mano di Furia, ch’esce da certi vor­tici di fumo. Gli commise in seguito il medesimo mecenate Orfeo nel pun­to in cui, volgendosi in dietro per rimirare la sposa, di nuovo la perde. Il no­vello scultore lavorò questa statua, grande al vero essa pure, e colla stessa pie­tra in Venezia nel chiostro del convento di Santo Steffano, dove avevasi alle­stito un piccolo studio. II procurator Morosini riputò quest’opera degna della pubblica ammirazione, e la espose fra le molte altre degli accademici defunti e viventi, in tempo dell’Ascensa; acconsentendovi il Canova, ma con difficoltà e timore.

L’incontro ne fu felicissimo: la sala, dov’essa stava esposta, empievasi ogni sera d’immensa folla di gente, che vi accorreva per ammirarla: stupiano tutti, che autor ne fosse un giovane di non ancora 19 anni. Il costo di cadauna di queste due statue montò appena a 35 scudi romani. Prese quindi motivo l’anzidetto Falier per impegnare il procurator di San Marco Pietro Pisani ad ordinare a Canova un’altra opera in marmo. Questi ideò due gruppi, Dedalo con Icaro e la Morte di Procri. Fu scelto e commesso il primo da eseguirsi in grandezza naturale per il prezzo di 300 zecchini.  […] Trasferito il suo studio a San Maurizio sopra il Canal Grande, ed ivi termi­nato il gruppo di Dedalo con Icaro nel 1779, fu esposto ancor questo nell’Ascensa, e riscuoté i pubblici applausi per lo stile puro di natura senz’alcun vi­zio di maniera. Dedalo colle labbra ben chiuse, cogli occhi fissi ed immobi­li, colla fronte mesta e raccolta adatta un’ala alla destra spalla del figlio Icaro, il quale volge alquanto la testa, ed osserva sorridendo il lavoro.

Le statue fin qui menzionate sgrossavansi dall’autore stesso senza l’ajuto d’alcuno. L’in­contro del gruppo gli avrebbe procacciate ordinazioni di molti altri lavori; ma avendo civanzato del frutto di questo cento zecchini, meditò d’intraprendere il desiderato viaggio di Roma. Sentendo da alcuni veneti artisti, che l’antico solo era da seguirsi e da altri che conveniva appigliarsi unica­mente al nudo, e’ mostrò di preferire l’opinion de’ secondi[…]. II nobi­le Falier, benché mancante di ricchezze corrispondenti alla sua nobiltà e al suo merito, sempre però disposto a favorire quest’ottimo giovine, lo racco­mandò fervorosamente al cavalier Girolamo Zulian esso pure senator vene­to, quando fu questi destinato ambasciatore della sua Repubblica presso la Santa Sede: il quale fattolo a sé chiamare, gli chiese, se volea passare a Ro­ma, ed accettare colà il mantenimento per l’obbligo di non far per 4 anni, che copie dall’antico. Rispose Canova di essere bensì in disposizione di portarsi alla capitale delle belle arti, e di trattenervisi, finché avesse consumati i cento zecchini, e che per sublimarsi in esse non bastava il copiare, ma rendevasi pur necessario il creare.

Tal risposta sembrò un po’ altiera all’Ambasciatore, il quale perciò venuto a Roma ne fece il racconto a diversi artisti fors’anche con qualche esaggerazione ponendoli in una prevenzione per il Ca­nova poco favorevole: ma questa si cangiò tostoché si scorse l’assiduità in­stancabile ond’egli studiava e lavorava giorno e notte. Partì da Venezia in ottobre del detto anno 1779 con monsieur Fontaine francese studente di pittura.

 

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In direzione ostinata e contraria https://minimaetmoralia.it/libri/in-direzione-ostinata-e-contraria/ https://minimaetmoralia.it/libri/in-direzione-ostinata-e-contraria/#respond Fri, 10 Dec 2021 08:33:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49672 di Dario Borso Ho letto questo bel libro scritto dallo storico Lorenzo Pezzica e illustrato dal pittore Pietro Spica in seconde bozze, e mi aveva colpito che il capitoletto su Durruti finisse con una citazione da Hans Magnus Enzensberger, La breve estate dell’anarchia. Vita e morte di Buenaventura Durruti. Tradotto per Feltrinelli nel 1973, Pietro […]

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di Dario Borso

Ho letto questo bel libro scritto dallo storico Lorenzo Pezzica e illustrato dal pittore Pietro Spica in seconde bozze, e mi aveva colpito che il capitoletto su Durruti finisse con una citazione da Hans Magnus Enzensberger, La breve estate dell’anarchia. Vita e morte di Buenaventura Durruti. Tradotto per Feltrinelli nel 1973, Pietro infatti lo teneva con sé l’anno dopo nel suo viaggio in India (che fu anche nostro perché lì c’incontrammo, e lì me lo passò). Lo aveva appena utilizzato nella sua tesi di laurea sulla Rivoluzione spagnola, e fu per sempre il suo libro del cuore.

Enzensberger, tra le tante testimonianze, non era ricorso a quella di Karl Einstein, scrittore d’avanguardia e scopritore a inizio Novecento della cosiddetta “arte negra” che tanto influenzò scultura e pittura di quel periodo, ma soprattutto membro della Colonna Durruti, e più precisamente il membro incaricato di tenere parlare al funerale di Durruti, svoltosi a Barcellona il 22 novembre 1936.

Ho scoperto l’omissione poco prima di leggere le bozze solo perché sto studiando Einstein; così ho scritto a Pietro, chiedendogli se era al corrente della cosa e allegando l’elogio funebre.

Stranamente non mi ha risposto subito, né più mi risponderà: purtroppo è morto, di una malattia che fino all’ultimo non gli fece perdere la sua proverbiale vitalità, con la quale fece quasi dimenticare agli amici quanto stava soffrendo.

L’elogio fa così:

 Durruti, quest’uomo straordinariamente obiettivo e preciso, non parlava mai di sé stesso, della sua persona. Aveva bandito dalla grammatica la parola “io”, questo termine preistorico.

Nella colonna Durruti, non si conosce che la sintassi collettiva. I compagni insegneranno agli scrittori a cambiare la grammatica per renderla collettiva. Durruti aveva avuto l’intuizione profonda della forza anonima del lavoro. Anonimato e comunismo non fanno che una sola cosa.

Il compagno Durruti viveva ad anni luce da tutta questa vanità da protagonisti di sinistra. Viveva con i compagni, lottava come compagno. La sua radiosità era il modello che ci animava.

La base della nostra colonna, è la nostra reciproca fiducia e la nostra collaborazione volontaria. Il feticismo del comando, la fabbricazione di celebrità, lasciamole ai fascisti.

 Riflettendo: anarchia inizia e termina con A come amicizia; e il resto non sarà tutto fascismo, ma in buona parte purtroppo sì.

Qui qualcuno dei suoi quadri www.pietrospica.com, e qui qualcosa delle nostre vite www.youtube.com/watch?v=Oj5ihXkUCSE&t=6s.

 

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Tutto ciò che rimane https://minimaetmoralia.it/altro/tutto-cio-che-rimane/ https://minimaetmoralia.it/altro/tutto-cio-che-rimane/#respond Tue, 09 Nov 2021 13:02:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49516 Pubblichiamo l’introduzione di Dario Borso al libro di Claire Goll Cercando di afferrare il vento, uscito per Prospero edizione. Ringraziamo editore e autore. di Dario Borso Un giorno di maggio 1976 l’ormai ottantacinquenne Claire Goll, cui era appena stato diagnosticato un cancro, si lasciò intervistare e a un certo punto, parlando del suo divorzio, raccontò […]

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Pubblichiamo l’introduzione di Dario Borso al libro di Claire Goll Cercando di afferrare il vento, uscito per Prospero edizione. Ringraziamo editore e autore.

di Dario Borso

Un giorno di maggio 1976 l’ormai ottantacinquenne Claire Goll, cui era appena stato diagnosticato un cancro, si lasciò intervistare e a un certo punto, parlando del suo divorzio, raccontò di come l’editore Kurt Wolff, chiamato a testimoniare al processo, “fu troppo codardo per negare di essere stato il mio amante”, sicché i giudici addossarono a lei la colpa e le tolsero la figlioletta: “Sono stata contenta di come gli venne schiacciata la gabbia toracica. Tutte le persone che mi fanno del male crepano. Ne ho uccise tre: mia madre, Kurt Wolff e Paul Celan”[1].

L’intervista era iniziata con un ricordo d’infanzia, di quando Claire veniva ogni tanto affidata alla zia della cuoca, che lavorava ai bagni pubblici: “Proprio in quei bagni sono cresciuta. La zia era una donna meravigliosa. Da lei ho imparato il suono delle fiabe dei Grimm. Infatti, quando veniva tirata la catena, diceva: ‘Ascolta bene, sono i corvi dei Grimm’. Lei sviluppò la mia fantasia”.

Sei mesi dopo l’intervista uscì Cercando di afferrare il vento, dove ovviamente compaiono i tre “morti ammazzati” più tanto altro ancora: ma si tratta di un testo storiograficamente attendibile o di una bella, anzi brutta, fiaba? Qui ho cercato di sciogliere questo nodo, testando punto per punto la veridicità: semplicemente, se quanto dalla Goll affermato è vero, lascio correre, e dove afferma il falso, lo segnalo in nota[2].

La casa editrice Olivier Orban accompagnò l’autobiografia con questa quarta di copertina:

Al di là di una straordinaria galleria di ritratti celebri, le memorie di Claire Goll, poetessa, romanziera, giornalista, presentano un quadro angosciante e appassionato. Una vita, a immagine di un secolo e marcata dalle stesse stimmate di guerra, di rivoluzioni e persecuzioni. Claire Goll, presentandoci i suoi amici, i suoi nemici e i suoi compagni di strada – Yvan Goll, Joyce, Rilke, Malraux, Picasso, Chagall, Dalí, Einstein, Jung, Audiberti, Henry Miller, ci dice: l’avventura è meravigliosa anche se gli uomini non sono felici. I geni sono affascinanti ma egoisti, freddi, solitari.

Tutto, in questo racconto, è eccessivo, a misura di un destino eccessivo e fantastico: l’allucinante infanzia tedesca, dominata da una madre sadica, superba, miserabile, gli amori celebri e tumultuosi, il disprezzo per le donne definite “ammasso di ovaie”, l’odio per la Germania nazista, così come la scoperta del piacere carnale a 76 anni…

Non è una raccolta di ricordi aneddotici. Cercando di afferrare il vento traccia il bilancio intellettuale di un’esistenza fuori del comune che ha sposato un secolo tragico. Per il suo stile, il suo contenuto e la personalità dell’autrice, ecco un’autobiografia di cui si può dire: è un grande libro.

Esso inaugura la collana “Memoria per il presente” diretta da Adam Biro[3].

Claire ci aveva lavorato tutto il 1975 finché, impossibilitata a concludere data l’età, fu affiancata dal critico d’arte Otto Hahn[4].

Da quel novembre 1976, l’autobiografia non venne più ristampata. In compenso lo Scherz Verlag di Monaco acquisì l’anno dopo i diritti esclusivi per la traduzione tedesca affidandola ad Ava Belcampo, la quale in precedenza aveva tradotto solo Sexual pleasure in marriage (1966) dei coniugi Rainer e Cura di bellezza (1970) di Mila Contini. Se la cavò con una traduzione liberissima, tendente cioè alla parafrasi, che uscì nell’autunno 1978 con una nuova quarta di copertina:

La poetessa e amica di uomini geniali, la “Grande Dame du Dada” indaga la sua e nostra epoca: impietosa e tagliente – turbata e compartecipe.

Come nessun’altra donna, la poetessa Claire Goll fu attrice e testimone oculare nei punti topici culturali e sociali degli anni Venti e Trenta; a Monaco, Berlino, Zurigo, Parigi e New York.

Il suo coinvolgimento con persone e in eventi, la partecipazione totale di questa “femme de lettres” e “femme fatale” fanno delle sue memorie una specie di lente di focalizzazione mediante cui lei brucia molti stereotipi biografici di celebrità. Così visti, i suoi ricordi sono “chronique scandaleuse” e al contempo coinvolgente indagine personale e storica.

Ma questo è il meno: da copertina e frontespizio scompare Hahn quale collaboratore, e il titolo è radicalmente mutato in Io non perdono nessuno. Una chronique scandaleuse[5] letteraria del nostro tempo.

Dei due aspetti accennati in chiusa di quarta, scandalo e indagine, il titolo lascia cadere il secondo, facendo scandalisticamente professare all’autrice la legge del taglione. Ma ciò non corrisponde al testo, dove delle 53 celebrità cui è dedicato un cammeo, 24 vengono elogiate, 16 presentate in chiaroscuro e 13 “non perdonate”[6].

Forse più grave ancora, il cambio di titolo ha costretto ad eliminare l’esergo, che è una citazione biblica da Ecclesiaste 1, 14, dove la vanità del mondo è equiparata al tentativo di afferrare il vento.

Passando al testo vero e proprio: cassati brani per un totale di 6.700 battute (siglati qui da doppie parentesi quadre), e in compenso surrettiziamente inserite due poesie di Claire, una lettera sua a Yvan e una di lui a lei.

Chi fu l’editor della versione tedesca?

Da escludere, se non altro per avvenuto decesso, un avallo di Claire Goll o un coinvolgimento autolesionistico di Hahn, resta un’ipotesi desumibile da un indizio: contemporaneamente all’autobiografia, nel 1978 Scherz ristampò la corrispondenza tra i due Goll pubblicata da Claire nel 1966, mantenendone il titolo Le note della mia anima. Il documento letterario di una vita fra arte e amore, ma affidandone il commentario alla germanista Barbara Glauert.

All’inizio degli anni Settanta la Glauert, dottoranda, aveva ricevuto da Claire l’incarico di ordinare le sue carte. Un primo risultato fu nel 1973 una mostra antologica sui due Goll curata a Magonza dalla Glauert, e un secondo nel 1976 la pubblicazione sempre a sua cura della corrispondenza tra Claire e Rilke[7].

Probabile dunque che a cassare dei brani e ad aggiungerne altri sia stata la stessa germanista, mentre il nuovo titolo puzza più di marketing redazionale.

Tra le celebrità cassate ce n’è una che ha avuto il privilegio di esserlo totalmente, ovvero di sparire dal testo: Paul Celan. Perciò ne tratto qui.

L’ormai universalmente nota accusa di plagio ai danni del marito Yvan mossagli da Claire Goll è stata definitivamente smontata da Barbara Wiedemann, la quale un ventennio fa presentò un dossier pressoché completo del caso[8]. Però al presunto plagio nel brano scomparso la vedova accenna appena, per concentrarsi su un atto di violenza sessuale di Celan ai suoi danni mai prima reso pubblico in seguito a un giuramento.

Ora, non doveva l’autobiografia, negli intenti almeno, essere scandaleuse? Certo, ma qui deve avere prevalso un intento opposto, di tutela della memoria di Celan[9].

Purtroppo, il brano cassato era già apparso in traduzione tedesca nell’aprile 1975 sul mensile ad alta tiratura “Westermanns Monatshefte”, con un’aggiunta:

Ho stoltamente rispettato per anni la promessa fatta a Celan poiché era stata fatta sulla memoria sacra del mio defunto. Ma a qual pro continuare ad aver riguardo per un Giuda che ha tradito Goll nella sua vedova e nella sua opera? Ho 83 anni, e già decisi un anno fa, in attesa della mia prossima dipartita, di smascherare pubblicamente Celan.

La mia interpretazione psicologica del suicidio di Celan è la seguente. Come Giuda egli aveva all’inizio della nostra frequentazione sempre chiamato Goll “amato maestro”. Come Giuda tradì il maestro, che gli aveva offerto l’amichevole “tu’”. Giuda s’impiccò. Celan si buttò nella Senna. Entrambi avevano un complesso di colpa.

Tutto ciò ovviamente non certifica affatto un tentativo di violenza carnale in assenza di testimoni, e a 25 anni di distanza poi, quando è impossibile procedere ad indagini tecniche.

Però, con una lettera del 22 maggio 1961 a Claire Goll un testimone si era presentato, ma a difesa di Celan e non si sa a proposito di cosa: Klaus Demus, amico fraterno all’epoca e accompagnatore di Celan in più visite fuori e dentro ospedale, il quale accenna a “dettagli a me ancora ben presenti che sarebbero davvero dannosi alla memoria di Yvan Goll; su preghiera di Paul Celan […] ho però tralasciato di farlo; potremmo tuttavia essere costretti a recuperarli senza riserve”.

Claire risponde immediatamente ricordando a Demus ch’egli non sempre fu presente, a partire dalla prima visita, ed alzando la posta in chiusa:

Il mio violento risentimento personale è da ricondurre a una forte choc umano da lui provocato, che nell’intimità sorta dopo la morte di Yvan mi ha sconvolto completamente. Paul Celan non parlerà. Io nemmeno. Ma anche lì lei non era “testimone”. Come può presumere di fare la parte dell’arbitro?

Il tutto è avvolto nel segreto, ma un argomento si può senz’altro escludere, il plagio, e un dato sottolineare: mentre il segreto di Demus è assolutamente vago, quello di Claire ha la caratteristica chiara del vincolo, per di più reciproco.

Oltre alle celebrità, nell’autobiografia incontriamo centinaia tra letterati, artisti, scienziati, politici: tratteggiarli anche brevemente in nota sarebbe stato estenuante, per il curatore non meno che per il lettore. Qui però la rete risulta preziosa: andando all’indice dei nomi (a differenza che nel testo, svolti per esteso con nome e cognome, luogo e data di nascita) si potrà facilmente sfruttare Wikipedia, che darà tutte le coordinate necessarie a inquadrare il soggetto in questione. Lo stesso vale per la protagonista Claire come per il deuteragonista Yvan, sondabili, oltre che in Wikipedia, a questo link.

Le stesse citazioni bibliografiche ho accorciato al massimo: il lettore potrà infatti risalire da lì all’indicazione estesa in rete, inclusi prezzo e disponibilità (e su SBN alle biblioteche per consultazione e prestito).

Ciò che invece il lettore non trova in rete e neanche in codesta introduzione è un mio giudizio sul libro, o la motivazione per cui l’ho tradotto. Sarà perché sono uno storico di professione, ma preferisco lasciar parlare le carte. Siccome però il lettore qualche diritto in merito l’ha, me la cavo citando fusi in uno Jan Lauwers e Viviane De Muynck, ossia il regista e l’attrice belgi di un monologo teatrale tratto da La poursuite du vent, che debuttò al Festival d’Avignon nel 2006: non coincido con loro, ma ci manca poco.

Quando abbiamo detto che volevamo metterlo in scena, certi amici scrittori del nostro giro erano scontentissimi, perché Claire Goll ha una cattiva reputazione.

Leggendola, è difficile sapere ciò che appartiene veramente alla realtà e ciò che proviene dalla ricostruzione della sua memoria; a volte la troviamo profondamente disonesta, intellettualmente parlando, a volte ci sembra straordinaria, molto giusta nella sua visione.

La sua reputazione solforosa viene anche dal fatto che si pronuncia in modo molto critico su altri artisti che la storia ha reso iconici.

Claire Goll aveva una fame insaziabile di arte. Le persone di cui parla più calorosamente sono quelle che le hanno trasmesso un poco la loro “saggezza”, ossia il loro modo di guardare il mondo.

Abbiamo immaginato Claire Goll alla fine della sua vita. Una persona che non sempre parla consapevolmente, che non racconta gli avvenimenti in un ordine cronologico. La sua memoria deraglia, le storie le sfuggono, partono in direzioni diverse.

È appassionante trascinare il pubblico in quel tempo suo, percorrere la storia di quegli incontri, chiedersi il perché e il come di decisioni simili, accorgersi che la coincidenza gioca un ruolo enorme nella vita. Si è padroni della propria esistenza, ma si dipende dagli incontri.

______________________

[1] J. Serke, Die verbranntenDichter (XI.1977); Claire era morta da poco, il 30.V.1977; Wolff il 21.X.1963, investito per strada da un camion.

[2][2] Un assaggio già su www.hookliterarymagazine.com/racconti/un-bambino-complicato-by-dario-borso.

[3] Ebreo ungherese esule dal 1956, Biro sarebbe diventato responsabile dei libri d’arte Flammarion. La collana cessò alla seconda uscita: A. Buhler, L’adieuaux enfants, sul pedagogo JanuszKorczak che in ghetto a Varsavia aveva diretto un orfanotrofio autogestito.

[4]Viennese d’origine, aveva contribuito a “LesTempsModernes” di Sartre con saggi su Robbe-Grillet, Ponge, Pavese et al.; curatore di mostre (Rauschenberg, Manzoni, Christo, Dubuffet et al.), direttore dal 1970 del trimestrale d’arte “VH 101”, autore di Masson (1965), Portrait d’Antonin Artaud (1968) e Warhol (1972). La Médiatèque di Saint-Dié-des-Vosges conserva tre quaderni e 13 dossier preparatori al testo definitivo redatto da Hahn, rivisto e approvato dall’autrice.

[5] Espressione giunta in auge nel tardo Ottocento previa riesumazione di un secentesco Traitédesbordels, da cui si estrapolò la Chroniquescandaleuse della prostituzione.

[6] Errata pure l’altra aggettivazione della chronique, “letteraria”, ché 20 di quei 53 sono artisti, e tre “fuori quota” (Einstein, Jung e Scheler).

[7] Dal 1978 proseguì il riordino dei due tronconi del lascito golliano (quello in tedesco a Marbach e quello in francese a Saint-Dié), curando poi negli anni più volumi in tedesco dei due Goll.

[8] Nell’a sua cura P. Celan, Die GollAffäre. Dokumentezueiner “Infamie” manca l’Interwiewmit Claire Goll di Elfriede Jelinek apparsa sull’“Abendzeitung” di Monaco del 31.VII.1973, dove l’intervistata afferma: “Celan ha copiato da Yvan che voleva adottarlo, finalmente viene a galla. Ha infangato un morto”.

[9] La Glauert nel 1969, prima di conoscere Claire, aveva preso accordi con Celan e la moglie Gisèle Lestrange per una mostra d’incisioni a Magonza.

 

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“Ostaggi d’Italia”: un estratto https://minimaetmoralia.it/estratti/ostaggi-ditalia-un-estratto/ https://minimaetmoralia.it/estratti/ostaggi-ditalia-un-estratto/#respond Sat, 29 May 2021 09:53:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48796 La quarta di copertina di Dario Borso, Ostaggi d’Italia. Tre viaggi obbligati nella Storia, uscito per Exòrma, recita: “Tre diari di soldati semplici, che cercano di tornare a casa dopo mesi e anni di guerra e prigionia, e tre disfatte di Stato: Adua, Caporetto e l’armistizio dell’Otto settembre. Testimonianze autentiche che illuminano mezzo secolo esatto […]

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La quarta di copertina di Dario Borso, Ostaggi d’Italia. Tre viaggi obbligati nella Storia, uscito per Exòrma, recita: “Tre diari di soldati semplici, che cercano di tornare a casa dopo mesi e anni di guerra e prigionia, e tre disfatte di Stato: Adua, Caporetto e l’armistizio dell’Otto settembre. Testimonianze autentiche che illuminano mezzo secolo esatto di storia italiana, dal 1896 al 1945. / L’alpino di Belluno, il granatiere e il marinaio trevisani scrivono in modo elementare, claudicante, ma danno farci rivivere in pieno la loro condizione di paura e di stenti, ma anche la loro tenace volontà di sopravvivere. / Dario Borso racconta come ciascuno di questi brevi testi sia venuto alla luce e ne ricostruisce con perizia storico-critica le trascrizioni, le fasi di revisione e di riscrittura di Giovanni Comisso, il contesto culturale e le vicende editoriali. / Sono pagine inedite (corredate da foto di repertorio, di oggetti personali e manoscritti) che attraversano le zone più intime di vite modeste, che furono vittime di guerre non volute e ostaggi di ideali totalmente estranei”. Qui sotto riportiamo il diario degli ultimi due mesi di prigionia (novembre-dicembre 1918) del granatiere Giuseppe Giuriati, catturato un anno prima dai tedeschi a Caporetto.

di Dario Borso

* * *

Ora mi sento male e tosse, marcai visita, di nuovo infermeria con la bronchite e quando fa un po’ di freddo mi gelo le mani e piedi e dolori di non poter resistere nella gamba destra si ha formato un buco che esce sempre acqua e medicine per noi non ce n’è, solo mi passano del cotone e fascie tutto di carta lavorata. Qualche volta noi dell’infermeria si va a spelare patate per i cucinieri francesi e quando non mi vedono le mangio così crude, quanto sono amare! ma c’era tanta fame.

Siamo ai 30 ottobre, io pensavo in Italia, a casa mia e con le lagrime agli occhi dicevo: “Quanti divertimenti si passava assieme con i miei genitori e famigliari a tavola calmi e sereni; ed ora invece trovarmi qui in queste condizioni”. E con le lagrime che mi bagnava il volto mi sono rivolto a quella piccola imagine che tenevo sempre con me e mi raccomandai al Signore almeno un po’ di salute, e che faccia venire a questo mondo sconvolto la tranquillità e la pace da tutti tanto desiderata.

Il giorno 31 mi trovavo al sole, presso un’altra baracca con miei compagni. Passò il tedesco volle che vadi di corvè alla stazione, e di ritorno eravamo per 2. Una nobile signora passeggiava con i suoi figli, poi diede un pezzo di pane al suo figlio maggiore che mi portasse a me, io stesi la mano contento, e lui invece di sporgermi il pane mi ha sputato in faccia, lo guardai fisso e mi mosse il pianto, era istruito così quel crudele da sua mamma e ridevano.

Entrati in baracca trovai il prete, parlava Italiano era vestito come un cittadino, gli domandai certe cose, lui rispose: “Fratello mio, ancora un po’ di pazienza e poi vedrai verrà la pace”. E mi regalò la figura del Crocefisso e un libro, e io li dissi: “Ma io ho paura che non mi toccherà vedere quel giorno”. Addio. Per ora i pacchi ànno fatto alt, ora la fame ha preso il suo vecchio camminamento ed ora à già raggiunto me. Povero Bepi!

Or siamo al 1° novembre festa di tutti i Santi, il Comitato Italiano a noi ammalati ci ha portato una razione di riso a testa, dopo un anno di prigionia finalmente si ha commosso e loro mangiavano sempre e ne vendevano ai tedeschi, erano tutta una lega fra interpreti e comitato!

Il giorno 6 si dice che il nostro governo mi manderà della galetta n. 15 ogni prigioniero alla settimana. Il giorno 7 passò il tedesco e mi mandò fuori dall’infermeria, io sono rimasto confuso, mi son messo a piangere perché sapevo che appena tornavo in compagnia mi tornava le bronchiti perché il mio corpo ci vuol gran rispetto dal freddo e dalla pioggia, dopo di tutti quei mali. Allora mi sono raccomandato al caporale sanitario e allo scritturale di ufficio e con le lacrime agli occhi gli feci compassione e son rimasto ancora lì, il tempo va male, pacchi non se ne vede più e la fame continua il suo lavoro.

Si dice sempre che presto verrà la pace, ma non si sente dire mai che è fatta, poi un’altra chiacchera: si dice che è partita la commissione per discutere e che il giorno 10 deve essere firmata la pace, speriamo di sì, ma intanto il tempo passa e gallette non arrivano e la fame continua e siamo ai 8 novembre ed è un pezzo che non ricevo più notizie da casa. Mi fermo qui. Addio buona sera.

Ai 10 si dice che non è più vero né di pace e né di armistizio, giorno dietro si sente dire che è fatto armistizio e che entro un mese dobbiamo essere tutti rimpatriati.

Era di lunedì e il rancio era del comitato, speriamo bene; poi si sente dire che è vero che l’armistizio è firmato il giorno 11, allora il mio cuore si è commosso e ò pianto dalla allegria e tutto un tratto si sente tutta quella gente che era sul campo che gridava di allegria, tutti assieme ma divisi in riparti di ogni razza. Erimo Italiani, Francesi, Inglesi, Russi, Americani, Rumeni, Portoghesi, Belgi Arabi infine di tutte le razze che aveva forma d’uomo e tutti gridava evviva, nella sua lingua, la guerra è finita speriamo presto liberarci da queste terribili e tristi terre maledette. Addio ciao.

Allora il comitato faceva rancio al bisogno per tutti e aveva dispensato i tedeschi di farmi la zuppa. Ora i pacchi arrivano a vagoni e dispensavano 2 pacchetti ogni 4 giorni a tutti senza quei quintali di riso che vendevano ai tedeschi di sera, tanto è vero che qualcuno moriva per aver troppo mangiato, allora io dissi ha ragione il proverbio che dice che dopo la carestia viene l’abbondanza. Così andiamo bene. Addio.

Dopo 7 giorni ne ànno dato anche ai Russi, poi ha incominciato a arrivare quelli dai lavori e allora il campo era proprio pieno, io mi trovo ancora in infermeria, poi il medico passò la visita e mi mandò nella baracca 14 allora non c’era più disciplina eravamo padroni del campo abbiamo bruciato tutti gli steccati che separavano il campo e i tedeschi tacevano e neanche non bastonavano.

Io ringrazio il Signore, io finora ne ho preso soltanto 3 baionettate nelle spalle, 5 nervate nella testa che mi fece male 15 giorni, tre calci nel culo con stivali e battiture col fucile e diversi schiaffi nel viso ecc.

Tra giorni hanno messo fuori un ordine chi voleva partire a piedi perché diceva che per noi non c’era treni, e il tempo piove fa freddo e vento, e allora come si fa partire? Il campo era aperto, chi voleva poteva anche uscire. Io sono uscito solo una sera con Fiorotto che mi sosteneva perché non potevo camminare, son andato entro una chiesa e facevano esposizione col Santissimo.

Ora non si ha più notizie, siamo ai 8 dicembre, poi si dice che fino ai 12 non si parte, allora potete pensare quanti pensieri e quanta rabbia; in più era scoppiata una malattia che si chiama gripe [spagnola] e ne moriva tutti i giorni dal più o meno una ventina, visto questo tanti partivano specialmente francesi e inglesi, facevano drapelli di 200 persone e 2 cavalleggeri suoi li accompagnavano alla frontiera ma io non mi fidai di partire, era freddo, piova, tutto gonfio e debole e senza scarpe, avevo le galosse grande che pareva due corazzate da guerra.

Ora incomincia mancare il rancio, poco e anche tristo quei pochi di pacchi che arrivano erano tutti sfasciati ne rubavano la roba migliore in più faceva anche camorra e vendeva, ora si fa fame di nuovo. Il comitato Italiano aveva raccolto i sigari e tabacco e lo vendeva 60 Pfennig al pachetto e 50 i sigari e ne dava più volentieri ai tedeschi che a noialtri, e se parlavimo rispondevano male ed era roba nostra, poi si reclamava per il rancio che era poco, e i Russi avevano ancora dei sacchi di riso nostri, e noi ci toccava mangiare ancora la farinata, andava bene così? Era farina di grano turco che puzzava da marcio e i russi mangiavano benone.

Ora incomincia arrivare galette, me ne danno una al giorno, poi il S. Padre ci mandò una scatoletta di carne e cioccolatta per 3 giorni, e una medaglietta per suo ricordo, e a quelli del lazzaretto 10 ciascuno e 30 pezzi di cioccolata, poi si incominciò a fare delle spedizioni.

Siamo ai 20 dicembre, io mi trovo ancora qui e la gripe continua e morti tanti tantissimi che non fanno neanche tempo a seppelirli. Le galette continuavano lente, lente. I tedeschi non parlano più con noi e sulle partenze mi prendono in giro.

Un giorno un italiano girava per le baracche dei francesi che erano vuote, entrò un tedesco e non si sa come che è andata, solo che l’abbiamo trovato morto e nascosto sotto i pagliericci e le immondizie.

Si avvicina il Natale, speriamo di passarlo bene. Alla vigilia pane e acqua calda e il giorno di Natale al mattino fava, ceci, orzo, e ascoltare la S. Messa e dopo mezzogiorno il solito, dove si credeva bene, poi il rancio si finisce, si fanno il caffè non fanno più il rancio e di partire non se ne parla; allora Fiorotto mio compagno tornava a rubare patate di notte e a me qualcuna ne dava perché suo fratello Giuseppe non voleva perché diceva che potevo rubare anch’io, ma io non ero capace, né di saltare, né di correre.

Fino al giorno 29 nulla di nuovo, al 30 hanno fatto una chiamata e dissero tenetevi pronti; il tempo è vario, speriamo presto di partire si no qui son pasticci. Addio ciao buona fortuna.

Poi mi hanno chiamato e il comitato mi diede una scatoletta di carne e 5 galette e alle 8 si passa in rango mi diede un paio di stivali a me non passava stivali da gonfio i piedi, mezza scatola di carne di cavallo era salata, e una pagnocca e poi ci mettiamo in viaggio per andare alla stazione non potete imaginare quanto confusione, quanti gridi di allegria ed io facevo le lagrime il mio cuore palpitava, pareva fino che avesse da uscire. Avevo la cassetta in spalla e un sacco a tracolla parevo un Re Magio che veniva dall’oriente.

* * *

Per saperne di più si vedano il preambolo al libro  leorugens.wordpress.com/2021/04/16/preambolo-a-ostaggi-ditalia-dario-borso/, un’intervista scritta www.lestroverso.it/1libroin5w-dario-borso-ostaggi-ditalia-exorma/?fbclid=IwAR0URCgiUT-dPts91kmE-3haHP48ywbl9bAmR_VIfOVMVKcBmVXyo56cy3I, e una parlata www.youtube.com/watch?v=mbpS2l0MgNI.

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Don Abbondio in Germania https://minimaetmoralia.it/cultura/don-abbondio-in-germania/ https://minimaetmoralia.it/cultura/don-abbondio-in-germania/#respond Sat, 10 Apr 2021 09:45:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48333 di Dario Borso Jean Paul (1763-1825), il teorico-pratico per antonomasia dell’umorismo, scrisse il romanzo breve Viaggio a Flätz attorno al 1808, nel pieno delle guerre napoleoniche. Con esso, a parer suo e dei contemporanei, raggiunse “il vertice del comico”, senza rinunciare al suo serissimo pacifismo. Un predicatore di campo (l’equivalente luterano del nostro cappellano militare) […]

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di Dario Borso

Jean Paul (1763-1825), il teorico-pratico per antonomasia dell’umorismo, scrisse il romanzo breve Viaggio a Flätz attorno al 1808, nel pieno delle guerre napoleoniche. Con esso, a parer suo e dei contemporanei, raggiunse “il vertice del comico”, senza rinunciare al suo serissimo pacifismo. Un predicatore di campo (l’equivalente luterano del nostro cappellano militare) è stato licenziato in tronco, e per protestare si reca nella capitale chiedendo udienza al ministro della guerra. Al ritorno, redige un resoconto che attacca:

Corrono a Flätz e dintorni voci assurde che me la sia squagliata (così volgarmente si dice) da battaglie importanti e che poi, quando s’è cercato un predicatore di campo che tenesse le prediche di ringraziamento per la vittoria, non lo si sia trovato. Il ridicolo risalterà qui al meglio se dico che non ho assistito proprio a scontro veruno, bensì parecchie ore prima dello stesso mi sono portato molte miglia dietro, dove la nostra gente, appena fosse stata battuta, mi avrebbe necessariamente incontrato. In nessun momento la ritirata è certo così buona ­– ma una buona ritirata viene ritenuta il capolavoro dell’arte della guerra – e attuabile con tanto ordine, forza e sicurezza che giusto prima dello scontro, quando appunto non si è ancora battuti. 

Dà poi varie attestazioni del suo coraggio solidamente retto da prudenza (ad es.: Al fine di preservare la mia vita, passeggio sempre almeno dieci acri lontano da ogni riva gremita di bagnanti e nuotatori solo perché prevedo con certezza che, nel caso uno di loro stesse affogando, d’acchito – il cuore infatti sorpasserebbe il cervello – per salvare lui, l’imbecille, mi tufferei in un qualsiasi abisso senza fondo dove entrambi annegheremmo), e chiude la lunga premessa con:

Basti ancora una storia per dimostrare quanto ridicola appaia spesso esternamente al volgo proprio la prudenza più seria pervasa d’interiore coraggio. I cavalieri conoscono da sempre i pericoli di un cavallo in fuga. La mia cattiva stella volle che a Vienna mi trovassi a montare un cavallo a nolo, ch’era sì un bell’esemplare color miele, ma vecchio e di bocca dura come Satana, sicché la bestia con me sopra infilò la prima via senza più fermarsi, e invero – purtroppo solo al passo. Nessun alt, nessuna stratta ebbe effetto; alla fine dall’autocontraddittorio destriero lanciai un segnale di emergenza dopo l’altro e gridai: «Fermatelo, gente, per l’amor di Dio fermatelo, il mio ronzino va per conto suo!» Ma siccome i babbei vedevano il cavallo andare lento come il corteo del Consiglio aulico imperiale e la diligenza ordinaria: non potevano assolutamente capacitarsi della cosa, finché agitandomi tutto come un ossesso urlai: «Ma fermatelo, mammalucchi, non vedete che non posso più tenere l’animale?»

Ora ai fannulloni un cavallo di bocca dura incedente al passo sembrò ridicolo – mezza Vienna si accodò così qual coda di cometa dietro la coda a treccia del mio destriero e dietro il mio codino – il Principe Kaunitz, miglior cavaliere del secolo (quello passato), si trattenne per seguirmi – io stesso stavo ritto e galleggiavo come ghiaccio alla deriva sul cavallo color miele che proseguiva passo passo per conto suo – un poliedrico postino in frack consegnava a destra e a manca le sue lettere ai piani e tornava stabilmente da me con espressioni satiriche del viso perché il cavallo era troppo lento – il lavastrade (notoriamente l’uomo che le percorre su una cisterna d’acqua tirata a due e le pulisce con un tubo di gomma lungo tre cubiti fuoriuscente da un imbuto di latta) seguì le natiche del mio cavallo e durante il suo ufficio umettava quelle e me stesso, benché sudassi freddo abbastanza per non abbisognare di refrigerio ulteriore – capitai sul mio infernale cavallo troiano (solo, ero io stesso la soccombente Troia che cavalcava) a Matzleinsdorf (un sobborgo viennese), o erano per i miei sensi afflitti tutt’altre vie.

– Infine a tarda sera al Prater dopo lo sparo di coprifuoco dovei per mio ribrezzo e contro tutte le leggi di polizia girovagare ancora sul cavallo fuorilegge, e avrei fors’anzi pernottato in sella se mio cognato, il dragone, non mi avesse visto e trovato ancora saldo sul ronzino alla deriva.  Non fece complimenti – afferrò il bruto – pose la dilettevole domanda: «Perché non avete volteggiato?»,pur sapendo benissimo che acciò serve un cavallo di legno che stia fermo – e mi tirò giù – e così tutti gli esseri cavalcanti giunsero senza rischiare e senza cavalcare a casa.– – Ma ora finalmente al mio viaggio!

Letto ad alta voce tra l’ilarità generale da Ludwig Tieck durante un ricevimento a Dresda, il Viaggio a Flätz entusiasmò poi molti, da Kierkegaard ad Arno Schmidt. In Italia, Italo Svevo lo amò a tal punto da plagiarne il finale nel finale della Coscienza di Zeno, e Gadda tentò invano di tradurlo, limitandosi a elogiarne l’autore nella Cognizione del dolore. Ora esce da me tradotto per Del Vecchio Editore, col bonus di un commentario lungo mezzo romanzo.

 

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Il poeta Male[de]tto https://minimaetmoralia.it/poesia/il-poeta-maledetto/ https://minimaetmoralia.it/poesia/il-poeta-maledetto/#comments Mon, 15 Mar 2021 13:00:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48077 di Dario Borso Nella primavera del 1955 il ventenne marchigiano Massimo Ferretti stampò a sue spese una raccolta di poesie intitolata Allergia (l’ultima edizione è di due anni fa, Gionetti & Antonello, Macerata 2019) e la inviò a Pier Paolo Pasolini redattore della rivista bimestrale «Officina». PPP rispose chiedendogli una selezione, e così sul numero […]

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di Dario Borso

Nella primavera del 1955 il ventenne marchigiano Massimo Ferretti stampò a sue spese una raccolta di poesie intitolata Allergia (l’ultima edizione è di due anni fa, Gionetti & Antonello, Macerata 2019) e la inviò a Pier Paolo Pasolini redattore della rivista bimestrale «Officina».

PPP rispose chiedendogli una selezione, e così sul numero di febbraio 1956 ne apparvero sei, più un’inedita Lode d’un amico poeta.

Mesi prima Ferretti aveva letto su «Officina» l’elegia pasoliniana I campi del Friuli («Noi, non popolani, nella stretta / del popolo contadino, della magra / folla paesana, amati quanto / ci ardeva l’amare»), e da qui prendeva spunto la sua Lode: «Tu sei della stirpe di chi vince: / il male che scalfisci non ti tocca, / la tua maturità non ha timori» verso «gli alfieri delle “leggi” del partito, / i sacrestani delle muse benedette».

La corrispondenza continuò: PPP lo ritiene un «fantastico mistero», Ferretti risponde che l’unico suo mistero è un’endocardite reumatica; PPP lo critica («estetizzi, ti compiaci del maledettismo»), Ferretti ribatte («non recito nessuna parte da maledetto: non m’importa niente della poesia, anzi la odio»); PPP lo carica («non fare il superuomo, il solito poetastro rompicoglioni»), ma poi ritratta («ho esagerato un po’ nel fare il filisteo») e sul numero di giugno 1957 pubblica due nuove poesie di Ferretti accanto ad altre di Arbasino, Pagliarani e Sanguineti.

Intanto, sul numero di novembre 1956 era uscita Una polemica in versi, dove PPP accusa gli intellettuali comunisti di essersi assuefatti «al voluto tacere, al calcolato parlare», e dichiara di avere al contrario praticato «gli inutili angoli sperduti / del mondo, con qualche grido, qualche lume, / qualche parola di uomini venduti / nei più scuri mercati della vita. / Ne ho riportato attestati muti / d’allegria in cuore a una città nemica».

La cosa non passò inosservata a Franco Fortini, che sul numero successivo replicò con Al di là della speranza, coinvolgendo di striscio il laudatore Ferretti: «Quella libertà / che ti perdoni, ad altri tu la togli / e del nulla sei complice e del male / del tuo popolo. A corte, poi, ti vale / leggere come l’anima disciogli / nei tuoi poemi in limpide querele, / fra chi, come te, sa» e «vanta nel verso tuo la Vita / miele dei morti e del peccato».

Ferretti lesse su «Officina» sia la Polemica di Pasolini che la replica di Fortini, e dopo un po’ compose La canzone del filisteo, inviandola a PPP.

Passò un anno, inframmezzato da un incontro interlocutorio a Natale, finché nel giugno 1958: «ti mando nella stesura definitiva la seconda poesia che ho scritto per te (La canzone del filisteo). Voglio che – rispettando il testo dal titolo alla data – tu la passi al più presto possibile a qualche rivista. Naturalmente non sei obbligato a niente: ma non ti sembra che stizzirsi proprio ora sia da una parte comodo e da un’altra stupido? L’Ode uscì su “Officina” un mese dopo che te l’avevo mandata: questa è un anno che ce l’hai ed è più bella dell’ode: lo hai scritto tu».

La Canzone rimase inedita (esce qui per la benevolenza del fratello Maurizio, che ringrazio) e i rapporti peggiorarono ulteriormente, come emerge da una lettera di Ferretti del luglio 1959: «Mi scrivi di capire tutto di me: e dimostri di non capire niente. 1- Il “desiderio di morire” appartiene alla tua psicologia, alla mia è del tutto estraneo. 2- Né l’Italia né io siamo in pericolo per il mio presunto e potenziale fascismo: l’Italia ­ come sempre ­ è minacciata dalla sua sacra ed eterna Natura, io dall’Indifferenza».

Il climax fu raggiunto nel giugno 1962, quando Ferretti stroncò per lettera l’appena uscito racconto giovanile dell’antagonista («Il sogno di una cosa è la prova folgorante – tu che sei ancora innocente a quarant’anni – che innocente non lo sei mai stato. Sii generoso, ti prego, tu che sei marxista, con la mia gioia decadente») e PPP reagì pubblicamente con Il sogno della ragione, lunga apostrofe a un imprecisato «ragazzo dalla faccia onesta e puritana» che inizia con: «L’alibi della speranza dà grandezza, / ammette nelle file dei puri, di coloro, / che, nella vita, si adempiono. / Ma c’è una razza che non accetta gli alibi, / una razza che nell’attimo in cui ride / si ricorda del pianto, e nel pianto del riso», e chiude con: «Io mi vanto di essere di questa razza. / Oh, ragazzo anch’io, certo! Ma / senza la maschera dell’integrità».

Non finì così, a conferma di una ferita mai chiusa: nel 1974, anno della morte sopraggiunta per crisi cardiaca, Ferretti lavorava alla storia en travesti tra un illustre Osbert Owen Odds e un oscuro Maletto che gli dedica il Ditirambo per O.O.O. e in cambio riceve lettere dov’è «abominevole il tono delle lodi. Frasi come “sei una statua nera” o frammenti come “prepotente originalità”, “prematura maturità” e simili vanno sepolte dentro molta sollecita compassione. Più originale la sua tensione a crearsi un utero, sia pure ipoplastico e anteflesso. Ma non bisogna smettere di tener conto che tutto il mondo civile sapeva che Odds era un omosessuale evoluto e praticante, mentre Maletto Trunkful neanche lo sospettava», fino a scoprirlo su rivista e inviargli «un biglietto bianco dove era scritto soltanto: “La cosa non mi ha meravigliato. Però non lo sapevo e penso che avresti fatto bene a spiegarti prima”. Della replica di Odds solo l’inizio esclamativo (“Ma sei proprio un bambino!”) era dignitoso. Poi tutto rotolava verso abissi televisivi di volgarità (“tu forse hai idee preconcette sull’argomento”)» per finire in «un rovinoso consiglio da negoziante progressista: “leggi Freud: le cose assumeranno un aspetto scientifico con l’annesso distacco e l’annessa serenità”».…

Una certa serenità Ferretti comunque la raggiunse, pubblicando per Feltrinelli due romanzi sponsorizzati da Nanni Balestrini e instaurando un rapporto di amicizia vera con Antonio Porta, di cui casomai un’altra volta.

Qui piuttosto vale rinviare il lettore interessato a www.minimaetmoralia.it/wp/approfondimenti/mortem-ppp-un-articolo-ritrovato-elvio-fachinelli/, e ricordargli che Die Puppe di Ernst Lubitsch  (noto in Italia come La bambola di carne) è visibile in web www.youtube.com/watch?v=YYvE4mm0Q6M.

 

*

LA CANZONE DEL FILISTEO

Io non sapevo, e tu lo sai –
e credo che mai nessuno al mondo
ha odiato quanto me
la poesia.

Oh, cosa darei per uno specchio gigante:
che quando uno piange si vede che ride
e quando uno ride si vede che piange!

Proprio io, l’esperto di cose sessuali
che assediato da un gruppo di compagni
davanti al cinema assonnato
dove davano
La bambola di carne
ho tenuto un comizio di due ore
per spiegare tutti i segni fallici
e che t’avevo con gran disinvoltura
assegnato tutti i miei complessi
dei fatali malesseri del tempo
e della pena d’una vita infame,
non avevo capito un accidente.

Ma ora che vorrei tanto colpirti
con una crudeltà pari all’ardore
che mi spinse a distinguerti in un’ode
non trovo che parole di tristezza:
t’ho ammirato come un fratello superiore,
il fratello eletto andato avanti
nella dura conquista della vita:
ed io che in te ho cercato la salvezza
ora che mi ritrovo tanto salvo
non so cosa farei per aiutarti;
ma l’adolescenza ormai è un ricordo
e i suoi impulsi troppo generosi
hanno l’atroce luce dello sguardo
di chi da poco è diventato adulto:
e mi scopro veramente solo,
condannato a riaprire le ferite
per riprendere la forza del cammino.

Non giudico la forza del tuo male –
ma nella luce del tuo destino umano
ho perduto per sempre la mia fede,
la fede di credere nel mondo
ignorando il dolore di difendermi
dal cupo tarlo della diffidenza
che avvelena i palpiti più puri.

E se togliamo al canto la purezza
nell’età del romanzo funzionale,
che possiamo pretendere dai versi
che scriviamo per il mondo
e li leggiamo solo noi,
facendoci le corna e le moine,
troppo orgogliosi per sentirci in gruppo
e troppo vili per restare soli?

E per averti cantato dentro un grido
di chi ha patito tanto
da avere fiducia nel dolore,
ho dovuto subire l’invettiva
dei versi esangui d’un ideologo contrito:
io il miele me lo mangio sopra il pane,
e i miei peccati li sconto in questo mondo
dove nacquero e dove resteranno
implorati alla sacra maestà della Natura
e a lei ridati con grata devozione.

E poi verranno gli Specialisti dell’Acido:
ma a loro offro solo un muro
dove allinearli con molta simmetria
e fucilarli con una gran pisciata.

È un gioco allegro difendersi da loro,
ma per difendermi dalla mia coscienza
ho crocefisso l’ultima illusione.
E a costo di sventrare la panciera
a qualche pitonessa da salotto,
e di fare orinare nei calzoni
gli inibiti delle redazioni,
ma all’onestà non posso rinunciare,
alla forza di essere me stesso
nella chiarezza e nelle confusioni
nella paura e nel coraggio estremo
nella furia e nelle debolezze;
non posso rinunciare alla potenza
di distinguere la vita dalla morte,
il bene immoto dal male sempre vivo.

 

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In punta di penna https://minimaetmoralia.it/scrittura/in-punta-di-penna/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/in-punta-di-penna/#comments Sat, 16 Jan 2021 09:36:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47586 Premessa di Dario Borso Muro viene dal latino, e ha la stessa radice di moenia, le mura della città: munire, fortificare a difesa, riparare (da cui proviene parete), proteggere, che in origine equivaleva a coprire con tegmina-tegole-tetto. Così, in poche parole, abbiamo costruito una casa, termine ancora latino per luogo coperto. La sua radice sanscrita, […]

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Premessa di Dario Borso

Muro viene dal latino, e ha la stessa radice di moenia, le mura della città: munire, fortificare a difesa, riparare (da cui proviene parete), proteggere, che in origine equivaleva a coprire con tegmina-tegole-tetto.

Così, in poche parole, abbiamo costruito una casa, termine ancora latino per luogo coperto. La sua radice sanscrita, ska-, rimanda al fare ombra: troppa luce accieca, troppo caldo asfissia. Questione di quantità dunque, di equilibrio: e a ciò è delegata la finestra.

Radice sanscrita di finestra èphan-, da cui deriva il greco phaino = splendo, illumino. La finestra consente, oltre che di respirare, di vedere affacciandosi, e faccia infatti, come face-fiaccola, ha la stessa radice.

L’erezione dei primi muri, una cui vaga traccia risale a 20.000 anni fa, fu un passo fondamentale dell’homo abilis che così s’incamminò verso la storia lasciandosi alle spalle l’età della pietra. Ma la storia produce non di rado paradossi; tanto ad esempio ha moltiplicato i muri, da confinarne gli artefici all’isolamento: muratori che si murano, per un destino già racchiuso nella radice sanscrita mu– che richiama il chiudere, ché se a chiudersi è la bocca, abbiamo mu-to.

Le esperienze svoltesi quest’anno con il supporto del MiBACT alla neonata Biblioteca Inclusiva della Fondazione Bertini Malgarini di via Caroli 12 Milano tendono tutte, nel loro piccolo, a superare questo paradosso aprendo vani-luce nel muro spesso dell’esistenza singola e collettiva.

Per quanto riguarda più specificatamente il laboratorio di scrittura, si è fatto tesoro del lavoro collettivo già svolto al Museo del Novecento (documentato in In opera, Armando Ed., Roma 2018).

Il coinvolgimento dei tre partner di allora (Museo, Fondazione Empatia Milano, Cooperativa Lotta contro l’Emarginazione) all’interno del progetto  Biblioteca Inclusiva ha indotto novità importanti, così riassumibili: partecipazione, oltre che di persone con esperienza di disagio mentale, di abitanti del quartiere e di professionisti della scrittura in ambiti diversi dalla narrativa; passaggio (anche a causa dell’emergenza Covid) dal sistema di incontri bisettimanali più scambio di email allo streaming settimanale supportato da una pagina facebook sempre aperta; discussione ed editing degli elaborati singoli da parte di tutti i partecipanti. Principi guida: eguaglianza e collaborazione.

L’esperienza è durata un quadrimestre abbondante, coinvolgendo stabilmente una trentina di partecipanti. Qui presentiamo una selezione, senza dimenticare che altri racconti compiuti (segnatamente quelli di Sofia Brandinali, Anna Maria Carpi, Pierpaolo Casarin, Francesco Cataluccio, Bruno Chiaranti, Enzo d’Antonio, Alberto Massari e Alessandra Scudella) attendono solo un’occasione per farsi leggere.

Il laboratorio si è svolto in parallelo con quello di lettura condotto da Gianfranco Massa e in collegamento stretto con l’Archivio delle Identità, dove persone con esperienza di disagio mentale elaborano singolarmente i loro profili biografici. Tutto poi ha trovato coronamento nel Muro delle Pagine allestito all’interno della Biblioteca Inclusiva il 10 ottobre scorso, giornata mondiale della salute mentale, con la collaborazione, oltreché degli enti succitati, dei redattori di “Fuori di Milano”, magazine prodotto dall’Associazione La Salute in Testa. Perciò sta qui in copertina, oltre che stabilmente in Biblioteca.

“Paesaggio in prestito” chiamano i giapponesi ciò che si vede da una finestra senza essere proprietà della casa, oltre quindi il muro di cinta. È un paesaggio largo, tendenzialmente infinito, ricco di sorprese. Come questi “quadri”, come questi “racconti”.

 

Il settimo fratello 

di Leo Appratti

Ecco, stanno per venire sette
anni di grande abbondanza
in tutto il paese d’Egitto.
Genesi, 41,29

1. Eravamo sei fratelli nella Milano degli anni ’80. Vivevamo in una casa di ringhiera vicina alla stazione centrale e, grazie a Dio, a un grande oratorio salesiano, lo stesso cantato da Celentano nella canzone Azzurro.

Mio papà lavorava alla ATM, la mamma da operaia alla Manifattura Tabacchi. Entrambi provenivano dalla provincia di Salerno, immigrati. Il lavoro fu una grande benedizione per entrambi. Con il lavoro arrivò anche la mutua della ATM che significò poter essere curati e le colonie estive.

Eravamo cattolici, anche i miei genitori che sono poi diventati testimoni di Geova. Tra le tante attività di mia mamma, non paga di dover badare a sei figli, vi era il lavoro di volontaria all’Anfas, una delle prime associazioni dedicate al mondo della disabilità. Mio papà seguiva la mamma con piglio meno missionario. Diciamo che cercava di emularla impegnandosi con il fare di chi abbia molte colpe da espiare. Cosa vera peraltro.

Godevamo tutti di buona salute. Eravamo abbastanza sereni, anche se in casa le cose non andavano sempre bene. Mio padre era eccessivamente dispotico. La casa era piccola per otto persone. Il bagno di appena 2 mq., unico, non permetteva neppure quel piccolo attimo di intimità. La porta era a soffietto e col tempo si erano create delle fessure che mio padre, credo, si era guardato bene dal chiudere per poterci controllare anche lì.

Nel 1983 eravamo tutti e sei figli contemporaneamente impegnati a scuola, in gradi di istruzione diversi. Noi più piccoli, io, Amedeo, Ugo e Anna, stavamo in una stanza di circa 20 mq. coi letti a castello. Un tavolo per fare i compiti, a turno. Una finestra, un grande armadio quattro stagioni, quattro come noi. Mia sorella Anna ha patito moltissimo la mancanza di privacy. Se comprava caramelle e le custodiva nel suo armadio, noi tre, come topini, gliele mangiavamo. Non vi erano serrature in casa mia.

2. Quell’anno tornavo da una vacanza nella colonia dell’oratorio a Ponte di Legno. Arrivato di sera, i miei genitori mi dissero che vi era un ospite addormentato in camera loro, una delle quattro stanze in tutto. Mi sono subito affacciato, e ho visto dormire una persona adulta.

Non era raro avere ospiti a casa mia. Come molti meridionali, anche i miei genitori avevano fatto da testa di ponte per i loro parenti, peraltro numerosi. Mio papà poi era stato panettiere in gioventù e sapeva fare la pizza. Spesso a casa mia mangiavamo in 13 o 17. Come dire, uno in più non faceva differenza.

Quando vidi Sandro dormire, non feci domande e andai a riposare sereno, come se nulla fosse. Solo, una frizzante curiosità che avrei sfoderato il giorno seguente.

La mamma di Sandro era stata ricoverata d’urgenza in ospedale, e lui rimase per ore sotto casa quando l’ambulanza se n’era andata. Qualcuno aveva avuto la prontezza di avvisare il signor Tizzoni presidente dell’Anfas, il quale chiamò mia mamma per dirle che era giunto il momento di convertire in fatti le parole. Lei non se lo fece ripetere due volte e Sandro era arrivato a casa nostra. Noi bambini non avevamo ancora avuto modo di vedere una persona affetta da sindrome di Down, all’epoca si diceva più comunemente mongoloide, ma non ci fu nessun problema a parte forse l’età di Sandro: era sulla trentina, molto più grande di tutti noi figli.

Sandro era milanese, e parlava un milanese abbastanza stretto. A volte non lo capivamo. Solo la mamma, donna di mondo, non aveva problemi particolari. Parlavamo sempre italiano a casa, soprattutto mia mamma ci teneva molto. Una delle prime parole milanesi che ci misero in difficoltà fu “cadrega”, mai sentita prima. Sandro chiese quale fosse la sua “cadrega” e noi ci guardammo spaesati. Forse in quanto down, aveva un suo modo peculiare di comunicare: non era lui che doveva sforzarsi di farsi capire, eri tu che dovevi sforzarti di capirlo. Quindi, mentre ripeteva la parola “cadrega”, anche un po’ divertito, non si sforzava affatto di farci segno a cosa intendesse. Avessimo avuto un vocabolario Italiano-Milanese, lo avremmo usato. Mia mamma in futuro ne comprerà uno, ma quella volta impiegammo parecchio a scoprire che “cadrega” non è altro che la sedia, “seggia” in napoletano.

Il meglio di sé, l’apoteosi delle differenze culturali, la si raggiunse pochi giorni dopo. La camera da letto dei miei genitori confinava con una stanza divisa in due da un armadio, sempre di 20 mq., dove dormivano i miei fratelli maggiori, Lucia e Giulio. Quella sera, mentre il resto della famiglia è seduto a tavola in attesa della cena, Lucia va nella sua parte di camera a prendere qualcosa e involontariamente butta un occhio nella camera dei miei genitori. Si precipita da noi con aria sconvolta indicando a braccio teso la camera da letto. Preoccupati, i miei genitori sono corsi a vedere e dopo pochi secondi ho sentito mio padre esclamare a gran voce parole dure nei confronti di Sandro. Mia mamma cercò di calmare mio padre. Noi quattro più piccoli eravamo a tavola e non capivamo niente. Sandro, in previsione della cena, si stava mettendo due giarrettiere da uomo per tenere su le calze ormai vecchie senza più elastico al polpaccio. Secondo mio padre, le giarrettiere le usavano solo le donnine di malaffare, erano segno di lussuria per lui, ex frequentatore di case di tolleranza. Ci volle tutta la pazienza della mamma per fargli capire che Sandro non era un pervertito, che giarrettiere così si usavano in passato. Noi ci siamo fatti delle sonore risate, Sandro non se la prese più di tanto: non aveva capito niente dell’aria offesa del papà e quando la buriana si placò, venne a tavola con il solito appetito.

Il tempo con Sandro, da noi detto Sandrone perché non era piccolo né di statura né di età, all’inizio volò. Noi giocavamo in cortile o in oratorio e lui ascoltava la sua radiolina rigorosamente sintonizzata su Radio Italia, tutto il giorno.

La mattina noi venivamo svegliati a turno dalla mamma per andare in bagno senza litigare. All’inizio nessuno si preoccupò di Sandro. Errore. Sandro aveva la peculiarità di stare molto tempo in bagno. Si appoggiava con la mano al muro del water e attendeva paziente che gli uscisse la pipì. Aveva un solo dente già allora, un incisivo, e passava minuti a lustrarselo col suo spazzolino. Non solo. Una mattina Lucia, indispettita dal troppo tempo che il nuovo ospite impiegava, andò a vedere e scoprì con raccapriccio che stava provando a turno tutti gli spazzolini da denti posti nel bicchiere sul lavandino. Sandrone in bagno era un vero terremoto. Qualcuno gli aveva insegnato a lavarsi la faccia soffiando poderosamente il naso. Risultato di questa buffa e sonora pratica era che lo specchio del bagno finiva con l’essere coperto dagli spruzzi, non solo di acqua. Faceva tutto insieme, lavaggio faccia e soffiatura del naso. Ci siamo intesi!

Mia mamma risolse la cosa con saggezza. Svegliava Sandro prima di tutti noi e dopo che lui aveva finito, puliva il bagno.

3. Passarono settimane, e la mamma di Sandro uscì dall’ospedale. Sandro potè tornare a casa sua, ma intanto aveva imparato a memoria il nostro numero di telefono e si era affezionato a noi e alla tivù, che avevamo a colori mentre la sua era ancora in bianco e nero. La domenica noi ragazzi uscivamo, così lui veniva in autobus a godersi la tivù tutta per sé. Guardava tutta Domenica In, non ne perdeva un minuto.

Sandrone era goloso, molto goloso. Quelle domeniche, capitava che ci portasse una busta piena di dolcini. Li “comprava” alla Alemagna per il prezzo simbolico di 200 lire che gli facevano per pietà gli addetti allo spaccio. Noi eravamo molto felici di ricevere quella busta che conteneva prodotti vecchi o danneggiati, non vendibili in negozio. Caramelle, brioscine, cioccolatini o altro. In casa nostra non se ne era mai vista di quella roba ed era una festa. Col tempo mia mamma insegnò a Sandro che non era il caso di recarsi alla Alemagna, prima di tutto perché le cose vanno pagate al loro giusto valore (questa lezione non gli andava giù) e poi perché tanti dolci fanno male. La Alemagna comunque da lì a poco chiuse.

Nei due o tre anni successivi sua mamma ebbe due o tre ricoveri durante i quali Sandrone stava a casa nostra. Un giorno sua mamma non fece ritorno dall’ospedale. Morì e lui rimase solo.

La sua reazione alla morte della mamma fu particolare. Quando entrò in camera mortuaria per un estremo saluto, parve distratto, disinteressato. Su invito di mia mamma, dopo qualche minuto si avvicinò al corpo della sua e accennò un bacino. Poi si girò verso noi e risoluto disse: “Andem!”. Tutto qui. Non una lacrima, un tentennamento. viveva solo il presente, per lui non esistevano né passato né futuro.

Essendo rimasto solo, Tizzoni e mia mamma andarono dal giudice a chiedere l’affidamento. Eravamo poveri ma Sandro era abbastanza autonomo da un punto di vista economico. Il giudice fece presente a mia mamma le difficoltà del caso e in particolare chiarì che avrebbe dovuto rendere conto esatto di cosa faceva coi soldi di Sandro. Lei accettò tutto ma pregò il giudice di fidarsi di lei, senza rendere inutilmente cavillosa la giustificazione delle spese. Quando poi il giudice fece notare a Sandro che mia mamma aveva già sei figli, lui si limitò a rispondere: “E mi fu sett”. Fu così che nel 1986 Sandrone divenne un membro della mia famiglia a tutti gli effetti. Il settimo di sette fratelli.

4. Memorabile era la lingua di Sandro. Non avevo mai visto una lingua tanto grande e lunga. Era una lingua strana, tutta piena di spaccature come quelle dei terreni troppo secchi, arsi dal sole. Con la lingua riusciva a toccarsi la punta del naso e il mento, in parte anche perché era senza denti. I primi tempi gli chiedevamo spesso di farci vedere le sue evoluzioni di lingua e lui ci accontentava sempre volentieri.

A proposito di lingua. La prima lezione di vita che Sandro mi ha impartito è avvenuta una volta a colazione. Anche noi eravamo voraci. La mattina a turno si andava dal prestinaio a comprare un chilo di michette vuote (buonissime) e si faceva colazione con tè, due michette a testa e magari qualche sottomarca della Nutella. Latte e burro erano considerati costosi.

Le prime mattine con Sandro, unico a bere il caffelatte in una scodella nella quale spezzettava il pane, noi bambini eravamo indispettiti dal suo atteggiamento guardingo, geloso. Mentre mangiava, sembrava che qualcuno dovesse togliergli il cibo davanti al naso da un momento all’altro, sicché circondava scodella e michette con un braccio e guardava tutti di sottecchi.

Per divertirci, io o Amedeo allungavamo un braccio e gli rubavamo una delle michette. Sandro mugugnava e chiamava la mamma che ci invitava a ridargli il pane e piantarla. Ripetemmo questo giochino forse tre volte, finché Sandro, riavuto il pane, fece una cosa speciale. Estrasse la sua poderosa linguona e dette una leccata a tutta la michetta dicendoci poi: “Tola adess”, prendila adesso! Non abbiamo più fatto quello stupido dispetto.

Il tempo passava. Noi quattro più piccoli frequentavamo chi le medie chi le superiori. Io amavo studiare con Sandro. Lui non sapeva niente e non capiva niente di quello che gli dicevo, ma aveva un fiuto per gli errori, una speciale sensibilità nel capire quando qualcosa non quadrava. Del resto, non avrei mai mentito a Sandro. Così ripetevo a lui le lezioni e la cosa funzionava. Sandro non era in grado di imparare, ma si sentiva lusingato dal mio rispetto e orgoglioso di poter essere utile.

La domenica mattina si andava alla messa delle dieci. Io, che ero il più religioso dei fratelli e a Sandrone volevo un bene speciale, avevo il compito di accompagnarlo. Avevo provato in tutti i modi a convincerlo di farsi dare l’ostia in mano e poi metterla in bocca da solo piuttosto che spalancare la bocca ed estrarre la sua lingua sensazionale. Niente da fare. Il prete i primi tempi sobbalzava ma poi ci fece l’abitudine.

A Sandro piaceva avere compagnia la notte e per lui, che si alzava spesso per andare al bagno, avevamo preso quelle lucine notturne che si usava inserire nelle prese elettriche. Gli ultimi anni ho dormito con lui e ho scoperto un’altra sua specialità. Sandro teneva un comportamento relativamente “casto” durante la giornata ma, quando andavamo a letto, avveniva la trasformazione. Aveva come un goniometro o una bolla nella testa, così, finché il busto era sollevato pensava a dire le preghiere, come si stendeva in posizione supina, scattava la molla del desiderio e come dottor Jekill e MrHide cominciava a dire cose erotiche o affini, facendo versi buffi tra il serio e il faceto. Bastava fargli riacquistare una posizione semieretta che Sandro tornava quello di prima. La cosa andava avanti per un po’, poi si addormentava come un bambino recitando una lunga preghiera della sera che cominciava:

Signur mi vu in let
cun l’angel perfet
cun l’angel magiur
cun la grazia del Signur.

5. La tensione troppo spesso si accumulava in casa a causa di mio padre sempre infastidito fino alla violenza dalle nostre piccole mancanze di bambini soprattutto a tavola, dove pretendeva un atteggiamento marziale. Usava dire che quando si mangia non si parla e invece si fa i conti con la morte. Per noi, al contrario, il pasto era il momento più bello, il momento in cui ci si raccontava e si rideva.

Quando mio padre si arrabbiava minacciando castighi e botte a destra e a manca, Sandro i primi tempi ne era spaventato ma col tempo cominciò a reagire. Non verbalmente, no, non era da lui, per educazione e per carattere. No, Sandro lanciava le sue proverbiali occhiate di rimprovero a mio padre, oppure guardava noi destinatari del sopruso con la sua più riuscita aria di rammarico e pietà. Oppure si alzava da tavola, andava nel corridoietto che portava alle camere e, non visto da mio papà, faceva tutta una serie di facce buffe e mugugni. Dopo poco, tornava a tavola più tranquillo di prima. Sapevamo che protestava in nome nostro e gliene eravamo grati.

Una sera di giugno, Anna ebbe un’accesa discussione con mio padre. Sandro che era già a letto sentì tutto. Quando capì che il papà era andato a letto si alzò, controllò nella nostra camera se c’era Anna, andò dalla mamma e chiese: “In dui la è andata la mi surela?”… La mamma riuscì solo a dirgli che ne avrebbero parlato il giorno dopo. Aveva il cuore gonfio di dolore. Anna se n’era andata e non sarebbe più tornata a casa.

Il militare fu una esperienza devastante per mio ratello maggiore Giulio che tornò cambiato. In particolare, aveva cominciato a bere alcolici in grande quantità e fumare hashish. Tutto questo non giovava al rapporto con mio papà. Dopo un po’, venimmo a conoscenza del fatto che Giulio non era esattamente un alcolista ma che soffriva di disturbi schizoaffettivi. Vennero tempi difficili di ricoveri in psichiatria e ubriacature. Sandro non capiva cosa stava accadendo a suo fratello e soffriva per il dolore che vedeva negli occhi di mia madre.

Giulio venne ricoverato in comunità. Con le nostre inesistenti conoscenze, la penuria economica e il fatto, forse, di essere comunque dei terroni, gli fu assegnata una comunità in provincia di Savona, letteralmente in culo ai lupi. Mia mamma non sapeva guidare e per andare da lui una volta ogni due settimane, anche per portare la biancheria lavata, faceva ore di treni e doveva anche pagare un taxi. Sandro si offriva sempre di farle compagnia. Sempre. Quando arrivavano in comunità, si sdraiava sul lettino di Giulio e prendeva un riposino, lasciando agli altri due il tempo di parlare da soli.

Una volta salutato Giulio da dietro la rete, Sandro chiedeva come mai restasse lì, borbottava mostrando scontento ma seguiva mia mamma e il suo dolore. Sul treno poi, non accettava mai di appisolarsi se prima mia mamma non gli aveva fatto un sorriso di dimostrazione che aveva allontanato dal cuore il dolore.

Intorno ai 17 anni anche Ugo cominciò a manifestare segni di instabilità. Studiava con poco profitto, anzi nullo, e frequentava amici con cui era uso fumare hashish. Anche lui si scontrò con mio padre e anche a lui diagnosticarono un disturbo del comportamento simile a Giulio. Sandrone si trovò ad affrontare altra tensione in casa e altri ricoveri. Pareva che non avesse fatto un grande acquisto con la nostra famiglia. Certo che a guadagnarci eravamo stati noi. Non capiva la malattia dei miei fratelli. Non erano ritardati come lui, sembravano solo “cattivi”, “inadatti” ma normali. Non era l’unico a non capire ma era il più spiazzato di tutti.

Arrivammo agli anni ’90, anzi al ’92 per la precisione. Sandro cominciò a stare male. Ci dissero che le persone down hanno spesso un repentino invecchiamento. Purtroppo tra i vari sintomi comparvero anche frequenti crisi epilettiche. La mamma non riusciva ad alzarlo da terra quando cadeva e aveva paura che si facesse male. Così decise di chiedere ai servizi sociali se c’era una struttura adatta. Gli consigliarono una clinica per anziani fuori Milano.

L’ultimo anno di vita ho visto Sandro solo due volte. Era diventato improvvisamente vecchio e canuto. Nonostante la mamma lo avesse fatto già operare di cataratta, non vedeva quasi più, indossava un paio di occhiali con lenti molto spesse e montatura un po’ datata. Non era mai riuscito ad abituarsi alla dentiera che pure mia mamma gli aveva fatto fare più di una volta.

Ci ha lasciato il 3-3-1993. Non ricordo molte date, ma questa è per me indimenticabile. Aveva portato il sorriso in una casa che aveva conosciuto il male, direi l’inferno.

Intorno al 2000 anch’io ho cominciato a soffrire di una grave depressione. Mi hanno infine diagnosticato una forma di schizofrenia. Sono felice che Sandro non abbia avuto il dolore di vedere cadere anche me.

 

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Fachinelli grottesco https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/fachinelli-grottesco/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/fachinelli-grottesco/#comments Fri, 20 Mar 2020 13:30:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42712 di Dario Borso

L’editore Italosvevo ha pubblicato a mia cura le Grottesche dello psicanalista Elvio Fachinelli. Per problemi di spazio, è saltata l’introduzione storica, che così recita:

I. Appena laureatosi in Medicina a Pavia, Elvio Fachinelli si trasferì nel 1953 a Milano, dove lavorò per qualche anno come microbiologo in una grossa industria farmaceutica.

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di Dario Borso

L’editore Italosvevo ha pubblicato a mia cura le Grottesche dello psicanalista Elvio Fachinelli. Per problemi di spazio, è saltata l’introduzione storica, che così recita:

I. Appena laureatosi in Medicina a Pavia, Elvio Fachinelli si trasferì nel 1953 a Milano, dove lavorò per qualche anno come microbiologo in una grossa industria farmaceutica. Di sera, frequentava una compagnia così descritta quasi mezzo secolo dopo dal poeta Elio Pagliarani, allora giornalista del quotidiano socialista L’Avanti!:

Il ritrovo dove ci si vedeva più spesso era la trattoria di Poldo, in via Borgospesso, dove costituivamo un gruppetto abbastanza fisso e piuttosto affiatato: c’era e c’è il mio Virgilio, Luciano Amodio, guida assatanata e indistruttibile, non solo di me medesimo (per lui conobbi i Solmi, Vittorini, Fortini, Basso, Chiara Robertazzi, le tre sorelle Bortolotti, Giancarlo Majorino, Michele Ranchetti, Ettore Capriolo, Sergio Caprioglio che se n’è andato appena un mese fa, Antonino Tullier fra Dada e surrealismo, scomparso già da molto tempo) ma di tutta la giovanissima intellighenzia milanese in quegli anni, almeno così a me pareva allora e ne sono convinto ancora, e c’era Elvio Fachinelli, che non c’è più da troppo tempo.[1]

In un dibattito riportato su «Il Tempo» del 19 dicembre 1976, Fachinelli aveva ironicamente specificato le dinamiche del gruppetto, dichiarando che nel 1955

era sorta l’idea di fare una rivista, che si chiamasse «Borgospesso», perché mangiavamo tutti in via Borgospesso. C’erano Elio Pagliarani, Gianni Bosio, Amodio, Giuseppe Bartolucci e tanti altri[2]. E c’era, telefonato, Fortini. Verso l’ora del profiterol infatti arrivava un cameriere, chiamando Amodio al telefono. Grande irritazione di tutti, sia verso Amodio, che era il prescelto, che con Fortini, che telefonava per «dare la linea», per farci sapere cosa andava, e cosa no.

E un appunto sparso datato 20 dicembre 1954 (il primo in assoluto conservatoci) fotografa la posizione di Fachinelli stesso, ironica e disincantata:

In una saletta, davanti a una decina di ricchi, Fortini dice: «Per anni, siamo vissuti di discussioni». Muove le mani a semicerchio, a cabrata lenta d’aereo, sott’occhi d’incantamento – la rivoluzione del costruttivismo rimane nei gesti.[3]

II. Entriamo nella seconda metà degli anni Cinquanta: nel mondo, crisi del modello sovietico dopo la morte di Stalin e rivolta d’Ungheria; in Italia, inizio del boom economico con Milano apripista. E nel nostro gruppetto di area socialista, due ali che si divaricheranno col tempo sempre più, per forma mentis ancor prima che per idee politiche: Fortini e Amodio da un lato, Pagliarani e Majorino dall’altro[4].

Coetanei questi ultimi di Fachinelli, poeti d’avanguardia entrambi con interessi sociali preminenti: Majorino esordì nel 1959 per l’editore Arturo Schwarz con La capitale del Nord, un poemetto sulla Milano industriale[5]; Pagliarani si affermò nel 1960 su «Il Menabò» di Vittorini con La ragazza Carla, poemetto che ha a protagonista una dattilografa milanese.

Pagliarani aveva iniziato a comporlo nel 1954, e l’idea primigenia era stata di farne un soggetto cinematografico da presentare a Zavattini e De Sica[6].

In quello stesso anno Fachinelli iniziò come inviato speciale al Festival di Venezia una collaborazione a «Cinema nuovo», rivista di area marxista che si batteva per un rinnovamento critico del neorealismo; e sempre nel 1954 pubblicò sotto pseudonimo in vari settimanali  racconti brevi di vita moderna che sono interpretabili a tutti gli effetti come soggetti cinematografici.

Interessante infine, sempre a proposito di Pagliarani, l’esergo dubitativo che l’autore pose alla riedizione mondadoriana del 1962 de La ragazza Carla e altre poesie:

Un amico psichiatra mi riferisce di una giovane impiegata tanto poco allenata alle domeniche cittadine che, spesso, il sabato, si prende un sonnifero, opportunamente dosato, che la faccia dormire fino al lunedì. Ha un senso dedicare a quella ragazza questa «Ragazza Carla»?

L’amico è Fachinelli, e l’aneddoto è perfettamente in linea con quelli riportati qui in Grottesche, come il lettore avrà modo di constatare.

III. In effetti il 1962 fu un anno decisivo per Fachinelli: neospecializzato in neuropsichiatria, inizia a lavorare sotto la direzione di Gaddo Treves alla casa di cura  «Villa Turro». Enzo Morpurgo, psichiatra e psicanalista amico di entrambi, così descrive quel particolare rapporto lavorativo:

Elvio ebbe come grande amico e maestro Gaddo Treves […] un uomo che portava nel suo lavoro di psichiatra una vitalità e una generosità straordinarie, unite alla passione politica di sinistra e a un grande senso dell’umorismo. Ebbene, Elvio fu allievo di Gaddo e lavorò lungamente a Villa Turro con lui e con Franco Fornari. Villa Turro era una clinica privata per le malattie mentali, molto avanzata per i tempi, come apertura all’approccio psicodinamico. Elvio a Villa Turro si occupò tra l’altro di terapia dell’anoressia nervosa.

Quando Gaddo morì, troppo presto, di malattia cardiaca, Elvio gli dedicò un necrologio che cominciava con le parole: «A Gaddo Treves, mio ironico maestro». Certamente l’ironia apparteneva più a Elvio, che era di temperamento controllato e distaccato, come si conviene a chi è ironico, che non a Gaddo che era passionale anche nella sua vis comica.[7]

Ad accomunare i due fu pure la passione per il cinema, che spinse il più anziano a partecipare come esperto in materia al  telequiz «Lascia o raddoppia?» oltreché a recitare, diretto da De Sica, nel film del 1961 Il giudizio universale[8].

Sempre nel 1962 Fachinelli inizia un’analisi didattica con lo psicanalista Cesare Musatti e in contemporanea traduce con la moglie Herma Trettl L’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud[9].

Aprendosi al campo psicanalitico, avrà certo incrociato o ripreso Psicopatologia della vita quotidiana e Il motto di spirito, due classici freudiani strettamente imparentati anche dal punto di vista formale, in quanto sono gli unici a presentare una serie nutrita di aneddoti gustosi – che in fondo è la struttura di Grottesche.

E un altro spunto può averlo fornito il Diario fenomenologico di Enzo Paci, uscito per Il Saggiatore verso la fine del 1961: ugualmente alieno da connotazioni strettamente private, rispetto al diario di Paci quello di Fachinelli, da cui provengono le Grottesche, si sarebbe tentati di chiamarlo un diario psicosociologico, nel cui primo quaderno a risaltare è il valore emblematico che singoli aneddoti assumono riguardo al passaggio epocale da una realtà agricola a una industriale – una fenomenologia del miracolo economico insomma, con un’attenzione particolare per le tensioni paradossali che esso immette nei costumi degli italiani[10].

IV. Sta di fatto che a metà 1963 Fachinelli inizia a redigere il suo diario a spron battuto, tant’è che a fine 1964 ha già collezionato circa duecento annotazioni.

Come vedrà il lettore dalle mie note al testo, le annotazioni hanno tutte una rispondenza reale, si riferiscono cioè a fatti realmente accaduti.

Da ciò la ricerca di uno stile piano, zavattiniano potremmo dire, che si avvale di metariferimenti al margine sporadici ma precisi: Baudelaire («Trouver la frénésie journalière»)[11]; Jules Renard («La creazione vera, cioè povera»)[12]; Montaigne («Je n’ay pas plus faict mon livre que mon livre m’a faict, livre consubstantiel à son autheur, d’une occupation propre, membre de ma vie»)[13].

E decisivo comunque, come messa a punto stilistica, è un appunto sparso del 18 marzo 1964:

Nello scrivere: la spontaneità di se stesso, la chiarezza. L’una proporzionale all’altra. Il febbrile, l’ubriacatura: cioè come intendevo una volta lo scrivere. Era forzare se stesso; porsi dall’esterno rispetto a un compito, come fosse davanti, anziché, penso ora, interno, già fatto per così dire. Donde la tensione, la frase scolpita, e insieme lo schematismo, il ragionamento a fil di ferro, il ritmo ridondante. Essere come sono, accettarmi. Non il cipiglio, il freddo marmo (alla Fortini); non il poetico ultra-intelligente (alla Leonetti) oscuro-claudicante. Il discorso.

V. Il diario rallenta nel decennio 1965-74, ma non si arresta e anzi guadagna in qualità. Complice l’affinamento dell’approccio psicanalitico, la scelta dei fatti si orienta sul loro carattere paradossale, e ciò ha effetto sullo stile, che volge più decisamente all’aforisma, con una sensibilità particolare per la pointe.

Anche qui traspaiono abbastanza nette due sollecitazioni «estreme», proprie cioè di territori estranei alla letteratura canonica: da una parte la frequentazione di raccolte kōan della tradizione zen, da cui Fachinelli trascrive lietamente sorpreso[14]; dall’altra la fonte inesauribile dell’infanzia.

Come noto, all’inizio degli anni Settanta Fachinelli fu tra gli animatori di un asilo nido autogestito, ma anche dopo fu sempre ricettivo agli echi che venivano dalla scuola primaria, come dimostra appunto una raccolta di temini delle elementari che comparve sul numero di marzo-aprile 1975 de «L’erba voglio» con titolo redazionale L’occhio storto – storto appunto, capace cioè di scoperchiare la realtà da un’angolatura eretica, come questi due «pensierini» di Lucia e Bernardo che riporto perché del tutto assonanti con gli aforismi di Grottesche:

Un sabato il maestro portò a scuola un disco su cui era incisa della musica di Beethoven e precisamente l’introduzione del Coriolano. Appena la ascoltammo, io dissi: «Signor maestro, ma quella è la musica dell’amaro Petrus».
Mio fratello si è arruolato in finanza e ora sta a Milano. Il lavoro di mio fratello si svolge nel laboratorio di medicina della Carlo Erba dove controlla la lavorazione dell’Eroina e della Morfina. Io quando mi farò grande mi arruolo anch’io perché mi piace essere armato di mitra e di pistole.[15]

Per tutti gli anni Ottanta infine prende corpo nel diario una vena epigrammatica spesso e volentieri caustica, che prende a bersaglio la figura dell’intellettuale in tempo di riflusso.

VI. Verso la fine del 1985 Fachinelli riprende in mano i quaderni del diario e inizia a trascrivere gli aforismi più significativi lì contenuti in un nuovo quaderno recante a titolo Grottesche.

La scelta del titolo, a metà tra il letterale sostantivato delle decorazioni antico-romane e il metaforico aggettivato del genere letterario ottocentesco[16],  si capisce da sé; ma è interessante notare come nel corpus freudiano la categoria di grottesco, pur così imparentata con l’altra fondamentale di unheimlich, sia del tutto assente[17].

Assai lunga, in ambito critico, la sfilza di sinonimi o limitrofi per circostanziarlo: il comico, il paradossale, il parodico, il caricaturale, il bizzarro, il macabro… o, a tentare una dinamica: quando il comico diviene inquietante, e il paradossale assurdo…

Ma vale forse restare all’instar omnium ovvero al dato bruto, riprendendo l’esempio segnalato da Pagliarani nel suo esergo: cosa rende grottesca la giovane impiegata? Prendere un sonnifero che la inchioda in catalessi al letto da sabato sera a lunedì mattina, ossia che annulla il tempo libero, di svago, del piacere. Grottesca è l’assenza totale del Lustprinzip, grottesco il dominio assoluto del principio di realtà, che riduce la ragazza a un automa. Il grottesco insomma è iperrealismo puro, realizzato (iperrealizzato, verrebbe da dire, se non rasentassimo così anche noi il grottesco), un raddoppiamento della realtà che è poi un altro modo per definire la ripetizione col suo Zwang.

Jean Paul, il primo e forse massimo teorico-pratico del grottesco, dette una definizione icastica del tema: «Antropoliti: uomini impietriti»[18] .

Ma per tornare a Fachinelli: che in questo senso andasse anch’egli, lo possiamo desumere dal fatto che la categoria di grottesco gli si presenta a metà anni Ottanta in contemporanea con l’altra di estatico[19].

E pure questa seconda categoria fuoriesce dal dizionario freudiano, in direzione opposta al grottesco, quasi a formare due condizioni-limite dell’umano: da una parte l’iperrealtà orrida della pietra, dall’altra l’irrealtà sublime della brezza marina.

______________________________

 

[1] E. Pagliarani, Pro-memoria a Liarosa, Marsilio, Venezia 2011, p. 47. A parte i noti come Lelio Basso ecc. e gli altri che compariranno infra: Robertazzi, storica dell’Africa; Dodi Bortolotti, artista; Ranchetti, storico delle religioni; Capriolo, storico del teatro e traduttore, Caprioglio studioso di Gramsci, Tullier critico d’arte.

[2] Bosio, storico del movimento operaio; Bartolucci, critico teatrale.  Sul contesto, cfr. G. Fofi, Psicoanalisi e pratica politica, in N. Pirillo (a cura di), Elvio Fachinelli e la domanda della Sfinge, Liguori, Napoli 2011, pp. 27-34.

[3]   «Discussioni» fu una rivista attiva dal 1949 al 1953 per opera di Fortini, Amodio, Caprioglio, Renato Solmi, Roberto e Armanda Guiducci. Dopo la chiusura, con altri nuovi si riunivano in vista della fondazione di «Ragionamenti», che durerà dal 1955 al 1957. Su ciò, cfr. F. Fortini, Dieci inverni. 1947-1957, Feltrinelli, Milano 1957 (Catalogo del Fondo Fachinelli della Biblioteca Comunale di Luserna, Provincia Autonoma di Trento 1996, Cat. 1065); V. Strinati, Politica e cultura nel Partito socialista italiano 1945-1978, Liguori, Napoli 1980; F. Chiarotto (a cura di), Aspettando il Sessantotto. Continuità e fratture nelle culture politiche italiane dal 1956 a 1968, Accademia University Press, Torino 2017.

[4] Su ciò, cfr. J. Martin-P. Moroni, La luna sotto casa. Milano tra rivolta esistenziale e movimenti politici, Shake, Milano, 2007; G. Scirocco, «Le fiaccole di Prometeo». Circoli politico-culturali e centro-sinistra a Milano (1957-1969), in C. Lacaita-M. Punzo (a cura di), Milano. Anni Sessanta. Dagli esordi del centro-sinistra alla contestazione, Lacaita, Manduria 2008, pp. 131-170.

[5] Proseguirà ne «Il Menabò» del 1963 con poesie che usciranno anni dopo per Mondadori in Lotte secondarie (Cat. 1825), titolo riferito al riverbero nel quotidiano della primaria lotta di classe; dal 1965 dirigerà il semestrale «Il Corpo», che il coredattore Fachinelli abbandonerà l’anno dopo per frizioni con Amodio.

[6] Cfr. la Cronistoria minima in appendice a E. Pagliarani, I romanzi in versi, Mondadori, Milano 1997, p. 123. Forte dev’essere stata la suggestione del film Miracolo a Milano (1951). La raccolta successiva, Id., Lezione di fisica, Scheiwiller, Milano 1964 (Cat. 2184), arricchita nella riedizione Feltrinelli del 1968, correrà parallela ai primi testi psicanalitici di Fachinelli ne «Il Corpo».

[7] E. Morpugo, Ricordo di un’amicizia (1990), in M. Conci, F.  Marchioro, (a cura di), Intorno al ’68. Un’antologia di testi, Massari Ed., Roma 1998, p. 242.

[8] Sceneggiato da Zavattini, è un remake in salsa napoletana di Miracolo a Milano. Treves recitò nello stesso anno, diretto da Nelo Risi, in un episodio del film-inchiesta Le italiane e l’amore.

[9] Quella con Musatti «è stata una buona analisi: ho ricevuto sorprese, […] ho imparato e mi sono anche divertito», E. Fachinelli, Sull’«impossibile» formazione degli analisti, conversazione del 1987 con Sergio Benvenuto, ora in M. Conci, F.  Marchioro, (a cura di), Intorno al ’68, cit., p. 204. L’interpretazione dei sogni sarebbe uscita per Boringhieri nel 1966, in concomitanza con la fine dell’analisi didattica e l’avvio della professione privata.

[10] Qualche suggestione possibile anche da Diario minimo di Umberto Eco, uscito per Mondadori nel gennaio 1963.

[11] 21 ottobre 1963, da Mon coeur mis à nu, trovato in una bancarella parigina.

[12] 8 settembre 1964, da Lo stile e il gusto, tr. it. di V. Lugli, Bompiani, Milano 1951 (Cat. 2443).

[13] 21 settembre 1964, dagli Essays, N.R.F., Paris 1946, II, 18 (cat. 2030).

[14] Questo ad es. di ferragosto 1978,, tratto da N. Senzaki-P. Reps, 101 storie zen,  tr. it. di A. Motti, Adelphi, Milano 1977 (Cat. 3070): «Il maestro Shoju chiese al suo allievo Hakuin: “Cos’è il Mu di Joshu?”. Hakuin rispose esaltato: “Pervade l’universo! Nemmeno un punto da afferrare!”. Appena diede questa risposta, Shoju gli afferrò il naso e glielo tirò. “Mi è facile afferrarlo”, disse Shoju ridendo».

[15] Questo filone s’incrementerà dopo l’arrivo nel 1983 della figlia Giuditta, parecchie uscite infantili delle quale finiranno nel diario.

[16] Chissà se Fachinelli conosceva il classico Wolfgang Kayser, Das Groteske in Malerei und Dichtung, Rowohlt, Hamburg 1960; certamente conosceva la tesi di laurea sul grottesco di Aldo Braibanti, posta in appendice a Id., Le Prigioni di Stato, Feltrinelli, Milano 1969 (Cat. 1018).

[17]  Compare una volta sola il termine «grottesche», in senso letterale dunque, a proposito di un giardino padovano, in uno dei primi sogni analizzati ne L’interpretazione dei sogni.

[18] In Viaggio a Flätz (1808), di prossima uscita a mia cura per i tipi di Del Vecchio. Ma sul grottesco come malattia e omeopatia al contempo della civiltà moderna, come phàrmakon insomma, cfr. Id., Vorschule der Ästhetik (1804).

[19] Il riferimento qui è a E. Fachinelli, La mente estatica, Adelphi, Milano 1989.

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Fachinelli, trent’anni dopo https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/elvio-fachinelli-trentanni-dopo/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/elvio-fachinelli-trentanni-dopo/#respond Wed, 08 Jan 2020 13:11:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42034 di Dario Borso

Questa è una sintesi della presentazione di Grottesche, inedito di Elvio Fachinelli a cura di Dario Borso, Italo Svevo ed., svoltasi il 21 dicembre scorso alla Libreria Popolare di via Tadino, MI, in occasione del trentennale della morte di Fachinelli.  In coda, le prime grottesche del testo.

GROTTESCHE

1

«Non riesco più a scrivere, non riesco più a pensare.» – «Almeno scrivi quello che hai pensato anni fa.» – «Non lo ricordo».

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di Dario Borso

Questa è una sintesi della presentazione di Grottesche, inedito di Elvio Fachinelli a cura di Dario Borso, Italo Svevo ed., svoltasi il 21 dicembre scorso alla Libreria Popolare di via Tadino, MI, in occasione del trentennale della morte di Fachinelli.  In coda, le prime grottesche del testo.

GROTTESCHE

1

«Non riesco più a scrivere, non riesco più a pensare.» – «Almeno scrivi quello che hai pensato anni fa.» – «Non lo ricordo».

2

Al medico che stende la cartella clinica, operaie e contadine dicono con pudore, parlando delle mestruazioni: «Le mie cose». Alcune tentano il termine tecnico e ne vengono: mesturazione, mostruzione, e simili. Quasi: mostruosità.

3

Un istruttore di guida giura alla moglie sulla testa del figlio che non la tradirà con nessuna delle sue allieve. Poi va in chiesa ad accendere un cero per il figlio.

4

Una vecchia signora si sente perseguitata dalla pubblicità. «La Palmolive mi manda i suoi messaggi. Io non aderisco. La Palmolive mi perseguita». Alla fine va dal droghiere e chiede: «Mi dia un DDT veramente omicida».

5

Una banda di adolescenti, d’estate, va al fiume a fare il bagno. Qui incontra una ragazza un po’ scema, accompagnata da un cuginetto di una decina d’anni, che dovrebbe farle da guardia. La ragazza non sa nuotare e subito qualcuno le propone di insegnarle, lei accetta fiduciosa. In acqua, a turno, palpeggiamenti un po’ selvaggi, interrotti dal cuginetto che, dalla riva, scaglia pietre e grida: «Lascia stare mia cugina! Giù le mani da mia cugina!». Allegro trambusto. Ma la ragazza impara effettivamente a nuotare.

6

La campagna intorno a Milano: astratta. Idea di un paesaggio non sentimentale.

7

Marina M. psicanalista, piange al telefono.

8

Agosto. Un ometto alto un metro, con cappotto pesante, sciarpa di lana sulla testa, guanti spessi, entra in un bar e chiede «i tappi della San Pellegrino». Il barista risponde che non ne ha, li butta via aprendo le bottiglie. Il piccolo strepita: «Ce l’avete con me, devo proprio alzarmi di notte…», e altre cose oscure, con fare giocoso irritato. Se ne va, contento, dopo che il barista gli ha dato un tappo.

9

Dura plebs, sed plebs.

10

Assalto a un treno postale inglese, che frutta tre milioni di sterline, da parte di rapinatori in tuta d’idraulico, disarmati.

11

Un giovane infelice scrive lunghe lettere alla madre. Questa e colpita da un passaggio: «So bene che i genitori stanno svegli la notte a parlar male dei bambini». Prima ne ride; poi sta male. Finisce per non leggere più quelle lettere.

_____________________________________
1. [VI.1963] Dal diario emerge che il primo interlocutore è Luciano Amodio (1926-2001), intellettuale di area socialista i cui scritti sono raccolti in Storia e dissoluzione, Quodlibet, Macerata 2003, il secondo la moglie Herma Trettl.
2. [VI.1963]
3. [VI.1963]
4. [8.VII.1963] Palmolive, colosso americano dell’igiene; nel 1962 la biologa ambientalista Rachel Carson aveva dimostrato gli effetti cancerogeni del DDT.
5. [VII. 1963]
6. [VII.1963]
7. [29.VII.1963]
8. [1.VIII.1963] La S. Pellegrino aveva sfondato negli anni Cinquanta con l’aranciata e il chinotto.
9. [VIII.1963] Parodia di Dura lex, sed lex, adagio giurisprudenziale di tradizione scolastica.
10. [10.VIII.1963] Great train robbery dell’8 agosto sulla linea
Glasgow-Londra.
11. [10.VIII.1963] Il giovane e Giampiero Dell’Acqua, critico cinematografico e giornalista, allora a «Stasera», poi in altri quotidiani fino alla redazione milanese de «La Repubblica».

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Tre quadernetti indiani, una prefazione di Valerio Magrelli https://minimaetmoralia.it/libri/quadernetti-indiana/ https://minimaetmoralia.it/libri/quadernetti-indiana/#respond Thu, 26 Sep 2019 12:49:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41158 Photo by Patrick Hendry on Unsplash

Valerio Magrelli, che ha scritto una breve premessa ai Tre quadernetti indiani (postillati ancor più brevemente da Chandra Livia Candiani), offre qui una versione maggiorata della stessa. Il libro esce oggi nelle librerie.

di Valerio Magrelli

Un’estate di quasi mezzo secolo fa due ragazzi italiani si incontrarono per caso al Crown Hotel di Delhi. Reduci entrambi da un altro classico viaggio di iniziazione, negli Stati Uniti, fraternizzano subito, partono insieme per Benares, da lì a tappe raggiungono il Nepal, dove si separano: Pietro Spica torna a Milano, Dario Borso prosegue da solo per Calcutta, dove scopre di avere la malaria, e da lì per Madras, dove ha l’idea di tenere un diario.

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Photo by Patrick Hendry on Unsplash

Valerio Magrelli, che ha scritto una breve premessa ai Tre quadernetti indiani (postillati ancor più brevemente da Chandra Livia Candiani), offre qui una versione maggiorata della stessa. Il libro esce oggi nelle librerie.

di Valerio Magrelli

Un’estate di quasi mezzo secolo fa due ragazzi italiani si incontrarono per caso al Crown Hotel di Delhi. Reduci entrambi da un altro classico viaggio di iniziazione, negli Stati Uniti, fraternizzano subito, partono insieme per Benares, da lì a tappe raggiungono il Nepal, dove si separano: Pietro Spica torna a Milano, Dario Borso prosegue da solo per Calcutta, dove scopre di avere la malaria, e da lì per Madras, dove ha l’idea di tenere un diario.

Di ritorno, Dario mostra i tre quadernetti a Pietro che li illustra a china, poi i quadernetti si infilano chissà dove per rispuntare solo adesso, che i loro autori sono diventati rispettivamente uno storico della filosofia gran traduttore e un notissimo pittore-illustratore.

La prima cosa da notare, ad apertura di pagina, è il costante richiamo all’Italia, un’Italia rappresentata dalla provincia d’origine di Borso: “Madras, 1 ottobre. Oggi riaprono le scuole. A Bassano il primo ottobre coincide con la festa del patrono e la fiera del bestiame”. Dietro i più esotici paesaggi indiani, possiamo dunque scorgere il profilo del Veneto (magari via Goffredo Parise). E d’altronde, anche nel cuore del subcontinente, “gli altoparlanti in strada […] trasmettono a tutto volume come al cinema parrocchiale nelle domeniche d’estate…”

Siamo di fronte a un tratto stilistico tenace, che punta a riportare il nuovo al familiare, l’esotico al consueto, o addirittura, come nelle righe che seguono, il naturale all’umano. Infatti, anche davanti a un commovente tramonto, l’autore confessa la sensazione di quando, finito lo spettacolo, “la vecchia Zelinda si sfilava i burattini dalle mani. L’incanto svanisce, le cose tornano al loro posto, e viene quasi fame”.

C’è tuttavia almeno un brano in cui questa capacità associativa viene riportata a una legge più generale: “Ancora sugli scalini dell’ashram, con tutte le luci sotto. Dico che mi ricordano San Francisco dal ponte,anche Bassano (gli alpini); dico che più una cosa è indistinta, più me ne ricorda altre”. Qui tocchiamo con mano il meccanismo che fa scattare l’analogia, ossia il percorso India-California-Veneto. In ogni caso, la tappa finale delle equivalenze rimane sempre quella della patria, o se si vuole, della madre-patria linguistica – dunque (e qui il pensiero va a Luigi Meneghello), della lingua madre.

Borso_COP.qxp_Layout 1 Primi anni Settanta, India: inevitabile parlare di stupefacenti. Oltretutto, il grande poeta belga delle droghe, Henri Michaux, dedicò a quel paese uno dei suoi memorabili diario di viaggio: Un barbaro in Asia. Borso traccia così una piccola ma acuta fenomenologia delle distorsioni cognitive, attraverso una serie di appunti estremamente perspicui. Questo è il primo in cui ci imbattiamo: “Io so che con l’hashish i miei pensieri sono più alti del normale: se infatti li trascrivo, passato l’effetto fatico a capirli e devo procedere in salita”. Ecco invece uno scorcio più svagato, ma non meno sottile: “Nel buio più nero si vedono due lucine. Sono identiche, ma si comportano diversamente.  O è morta, o si è addormentata. (Io so chi sono queste due lucine: la prima è lo zampirone che sta sullo spigolo della testiera, la seconda il joint che ho appena fumato da steso)”.

Certo è, però, che considerazioni simili non avrebbero un interesse particolare, se non si congiungessero con alcune note di carattere specificamente letterario, e dunque legate all’essenza stessa del testo. “Succede con l’hashish di cadere vittima delle parole. Si sta seguendo un filo, si formula una frase, ed ecco che una parola qualsiasi, anche un avverbio, anche una particella, sale sul palco e chiama altre sorelle a improvvisare. La mente, adusa a camminare sul sicuro,impara così a sue spese quanto labili, quanto sdrucciole e assassine siano le parole, e precipita e supplica: basta, prometto, non vi trascurerò più!”

Succede con l’hashish di cadere vittima delle parole… è vero, ma succede anche con la poesia, con quella poesia che più tardi, tornato dal Nepal e dall’India, Borso si troverà a versare in italiano.

Così il progetto di scrittura prende forma poco a poco facendosi sempre più attento ai dettagli del mondo circostante. Le osservazioni si dipanano senza un filo preciso, ma accomunate da un notevole acume figurativo: ora vediamo un letto circondato da fiammiferi e mozziconi che fanno pensare a “strane dighe di castoro”; ora un uomo intento a schioccare una frusta compiendo movimenti “illuminati dalla solenne indifferenza con cui li eseguiva”.

Un bel giorno si scopre che la banda di ragazzacci che saltellano fradici di pioggia, “passandosi a turno una scatola nera di legno laccato”,sta in realtà celebrando il funerale di un neonato;in un’altra occasione, viceversa, l’attenzione è attratta piuttosto dalla compostezza di alcuni bassorilievi, “più belli quando mantengono zone di pietra viva. Così sospesi rivelano fatica e rispetto, più fede”.E poi, via via, spigolando: “La corriera tenta di fuggire l’alba spingendo al massimo, povero topino a molla, dove credi di andare!”, oppure: “Un asino spettinato sta ritto dietro il muro, le orecchie appena sotto il bordo. La posizione tesa è la stessa di chi gioca a nascondino. Speriamo che non lo scoprano”, e ancora: “L’albergo ha un nome lungo quanto i corridoi”.

Sarebbero ancora molti i passi da segnalare, a partire dalle toccanti considerazioni sul contrasto fra il silenzio del padre e la loquacità della madre. Bella ad esempio l’idea che il divano occidentale-orientale di Goethe sia in verità trapunto di chiodi, e bella la visione della corriera che, senza vetri e con due lunghi teloni di protezione, si gonfia di vento come una barca a vela. Strana comunque, almeno per noi cattolici, l’apparizione di una madonna dipinta con due infanti in braccio, “meno vergine del solito…” – bilanciata, per fortuna, da quella di un venditore le cui variopinte mollette da bucato, appese alle sue spalle, formano quasi l’aureola di un santo. Ad ogni modo, se dovessi scegliere un cameo, indicherei senz’altro la pagina dove l’autore osserva come i biscotti a forma di cuore che teneva nello zaino gli girino in corpo alla stregua di “pianeti orbitanti control’azzurro del sacco a pelo”.

Per terminare, però, mette conto sottolineare due precise linee direttrici che, in una congerie di dettagli slegati, attraversano tutto il diario. Mi riferisco all’interesse con cui Borso si dedica al problema della luce.

Si comincia con “un cielo impossibile,artificiale [..] raddoppiato in due metà, una di un grigio fosforescente elettrico, l’altra blu inchiostro accesa a intermittenza da lampi”; si prosegue con l’irruzione del sole, il quale, prima di morire, ha incendiato la nuvola che aveva tentato di oscurarlo (“Così impara”); si passa poi a descrivere “sciabolate di luce”, una lucciola caduta sul letto, o la luna piena, sola contro gli attacchi di cumuli neri, grigi, violacei, “e non può neanche fuggire […] Ora la stanno soffocando, pare proprio spacciata – ma no! ce la fa, reagisce, e infine li infilza!” Insomma, non sembra eccessivo sostenere che questo diario vive di bagliori, riverberi, tenebre: “Lo specchio grande del barbiere è un lago di luce”, leggiamo, e poco dopo: “Si viene abbagliati a tratti dal luccichio delle acque”. Ma ovunque la realtà sembra mostrarsi solo sub specie optica, tanto negli interni (“La chiesa è tutta illuminata”), quanto negli esterni (“Le foglie rare dei banani a metà collina, di un verde tenue, trasparente, hanno catturato tutta la luce e adesso gongolando se ne beano, in barba alle vicine che incupite tremano”).

E se scie di luce “si rincorrono, si tagliano, si disperdono”, se il viaggiatore scorge ”una lucente sfera rossa”, se “tutti attendono che il sole proprio ora atterrato s’inabissi”, se quattro grandi riflettori, insieme a molte lampade da fotografo, a miriadi di candeline e minuscoli neon a stella, a mezzaluna, a sfera sospesi per aria tempestano di luci lo specchio abbagliante del laghetto – in breve, se la realtà si tramuta in luna-park, come non darne adeguata testimonianza?

Arriviamo così ad una scena di rara intensità. Borso ha appena narrato di come il mare depositi sulla sabbia grandi masse di plancton, ragion per cui, toccando la rena, ne  sprizzano fuori improvvisi riflessi argentati. Da qui la sua sorniona deduzione: “Quelli che di notte camminano sulla risacca lasciandosi dietro una scia luminosa, devono appartenere a qualche razza superiore”. Così, per una volta, il brutto termine può rivelarsi plausibile, legandosi a un segreto inestimabile. Eccolo, infine, l’unico requisito per accedere allo status di superuomo: la razza superiore esiste, è vero, ma è quella a cui appartiene chi, a vent’anni, al buio, abbandonato il proprio mondo, produce luce mentre va passeggiando sul bagnasciuga indiano.

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“Le isole dei pini” di Marion Poschmann: un estratto https://minimaetmoralia.it/libri/le-isole-dei-pini-marion-poschmann/ https://minimaetmoralia.it/libri/le-isole-dei-pini-marion-poschmann/#comments Mon, 29 Apr 2019 12:30:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40136 Esce in questi giorni per la casa editrice Bompiani il romanzo breve Le isole dei pini di Marion Poschmann, più nota come poetessa. Reduce da un grande successo in patria, il libro esce contemporaneamente in nove lingue, tra cui l'italiano, a cura di Dario Borso. Riportiamo l'incipit, buona lettura.

Se vuoi sapere qualcosa dei pini –
vai dai pini.
Matsuo Bashō

Aveva sognato che sua moglie lo tradiva. Gilbert Silvester si svegliò ed era fuori di sé. I capelli neri di Mathilda si spandevano sul cuscino accanto a lui, tentacoli di una maligna medusa intinta nella pece. Folte ciocche si muovevano adagio con i suoi respiri, strisciavano verso lui. Si alzò piano e andò in bagno, per un po’ fissò stranito lo specchio. Uscì di casa senza fare colazione. Quando la sera rientrò dall’ufficio, si sentiva ancora sotto choc, quasi tramortito.

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Esce in questi giorni per la casa editrice Bompiani il romanzo breve Le isole dei pini di Marion Poschmann, più nota come poetessa. Reduce da un grande successo in patria, il libro esce contemporaneamente in nove lingue, tra cui l’italiano, a cura di Dario Borso. Riportiamo l’incipit, buona lettura.

Se vuoi sapere qualcosa dei pini –
vai dai pini.
Matsuo Bashō

Aveva sognato che sua moglie lo tradiva. Gilbert Silvester si svegliò ed era fuori di sé. I capelli neri di Mathilda si spandevano sul cuscino accanto a lui, tentacoli di una maligna medusa intinta nella pece. Folte ciocche si muovevano adagio con i suoi respiri, strisciavano verso lui. Si alzò piano e andò in bagno, per un po’ fissò stranito lo specchio. Uscì di casa senza fare colazione. Quando la sera rientrò dall’ufficio, si sentiva ancora sotto choc, quasi tramortito. Il sogno nel corso del giorno non si era dileguato e neanche sbiadito abbastanza da potervi applicare lo stupido proverbio Il sogno è ubbia e crederci è follia. Al contrario l’impressione della notte era diventata sempre più forte, più convincente. Un inequivocabile monito dell’inconscio a lui, l’ingenuo, ignaro io.

Entrò in corridoio, lasciò teatralmente cadere la cartella e mise alle strette sua moglie. Lei negò tutto. Ciò valse solo a dimostrare quanto fosse fondato il suo sospetto. Mathilda gli sembrò cambiata. Oltremodo impetuosa. Agitata. Vergognosa. Lo accusò di essere sgattaiolato via al mattino presto senza salutarla. Brutti. Pensieri. Come. Hai potuto. Tu. Almeno. Rimproveri senza fine. Una misera manovra diversiva. Quasi che la colpa fosse improvvisamente di Gilbert. Lei andò troppo oltre. Lui non gliela fece passare.

Dopo, Gilbert non sapeva più se l’aveva sgridata (probabile), menata (forse) o se le aveva sputato addosso (be’), poteva essere che nella concitazione del parlare gli fosse schizzata di bocca un po’ di saliva, a ogni modo raccattò in fretta due o tre cose, prese le sue carte di credito e il suo passaporto e uscì di casa, e poiché lei non lo chiamò né seguì, continuò lungo il marciapiedi, prima un po’ più lento e poi più veloce, fino alla successiva stazione della metropolitana. Era scomparso nel sottosuolo, aveva attraversato la città come un sonnambulo, si sarebbe detto con il senno di poi, ed era riemerso soltanto all’aeroporto.

Passò la notte al terminal B, coricato alla meglio su due sedie concave di metallo. Controllava il suo smartphone in continuazione. Mathilda non gli aveva mandato nessunissimo messaggio. Il suo volo era al mattino successivo, il primo intercontinentale prenotabile all’ultimo momento.

Nell’airbus in rotta per Tokyo bevve tè verde, vide due film di samurai nel retro del sedile davanti e si convinse ulteriormente che non solo aveva agito bene, ma che il suo agire era stato inevitabile, che sarebbe rimasto inevitabile in futuro, a suo giudizio personale e a giudizio del mondo.

Si era ritirato. Non aveva ribadito il suo diritto. Aveva spianato la strada. A chiunque. A un macho insoddisfatto. Al suo capo, il preside della scuola. A un ragazzino di bell’aspetto appena maggiorenne di cui lei in teoria si occupava. A un supplente. A una delle sue invadenti colleghe. Nel caso di una donna non avrebbe potuto farci niente. Nel caso di un uomo magari il tempo sarebbe stato dalla sua. Avrebbe potuto attendere gli sviluppi, sospendere tutto finché lei non ci ripensava. Era anzi logico che il fascino del proibito prima o poi si sarebbe dissolto. Ma contro una donna era impotente. Purtroppo il sogno su questo punto non era stato del tutto chiaro. Però nel complesso abbastanza chiaro. Molto chiaro. Come se l’avesse presagito. In fondo l’aveva presagito. Già da parecchio tempo. Non era stata sorprendentemente ben disposta nelle ultime settimane? Addirittura allegra? E pure ostentatamente cordiale con lui? Di una cordialità diplomatica che diveniva di giorno in giorno più insopportabile, che sarebbe divenuta del tutto insopportabile se avesse saputo prima cosa c’era dietro. Così invece era riuscita a cullarlo a lungo nelle certezze. E lui si era lasciato addormentare: un chiaro fallimento da parte sua. Non era stato abbastanza in guardia, si era lasciato ingannare perché la sua sfiducia non era cresciuta all’infinito.

L’hostess giapponese, lunghi capelli neri raccolti in un nodo da geisha, gli versò ancora del tè con un sorriso incantevole. Ovviamente questo sorriso non valeva per lui in particolare, ciò nonostante gli attraversò tutto il corpo, come se gli avessero versato addosso un secchio di balsamo. Sorseggiò il tè e notò che lei manteneva quel sorriso passando per tutto il corridoio, che lo donava a chiunque dei passeggeri, immutabile, un fascino da maschera che centrava il suo obiettivo con sconvolgente efficienza.

Aveva sempre temuto di essere troppo noioso per Mathilda. Da un punto di vista esteriore il loro rapporto sembrava integro. Ma a lungo andare non poteva offrirle molto: nessuno svago sociale, nessuna tensione geniale, nessuna profondità di carattere.

Era uno studioso poco in vista, un libero docente. Non era riuscito ad avere una cattedra perché gli mancava il background familiare giusto, perché non aveva saputo allacciare contatti utili, non aveva capito di dover adulare, non si era fatto valere. Aveva compreso troppo tardi che nell’ambito universitario il merito era in secondo o terzo piano, prima contava l’esercizio del potere dentro un sistema gerarchico. Aveva commesso errori, una miriade di errori. Aveva criticato il suo relatore di tesi. Se n’era reso conto troppo tardi. Poi, intimorito, si era defilato nelle situazioni in cui invece avrebbe dovuto mettersi in mostra.

Mentre sotto di lui transitava una spessa coltre di nuvole, nel suo ricordo scivolarono via gli anni passati, un’opprimente massa grigia di umiliazioni e insuccessi. Da giovane aveva creduto di avere un’intelligenza superiore alla media, di spiccare sulla moltitudine di gretti, conformistici prestatori d’opera e di penetrare con filosofico acume le vicende del mondo. Adesso si trovava di nuovo in condizioni precarie, si barcamenava da un contratto a progetto all’altro e si vedeva professionalmente sganciato dai suoi vecchi amici, che avevano scritto cose assai peggiori e mai espresso idee proprie. Amici che, bisognava dirlo, erano molto meno competenti di lui, ma possedevano invece quella furbizia che per la carriera era l’unica cosa utile.

Mentre gli altri si sistemavano in case di proprietà, mettevano su famiglia e si adagiavano nella routine, lui era costretto a svolgere lavori idioti e mal pagati, commissionatigli da gente che disprezzava. Per anni aveva vissuto nell’angoscia di doversi piegare al punto da non riuscire più a connettere. Poi l’angoscia si era attenuata e aveva fatto posto a una generale indifferenza. Eseguiva quanto gli veniva richiesto, impiegava il suo acume nei compiti più stupidi e nel frattempo imparò, purtroppo in ritardo di anni e di decenni, a far buon viso a cattivo gioco, a non mostrarsi mai contrario, bensì favorevole.

L’hostess giapponese venne con un cesto che emanava vapore. Gli porse con una pinza metallica un asciugamano caldo arrotolato. Lui si pulì meccanicamente le mani, strizzò l’asciugamano intorno alle sue articolazioni, lasciò penetrare il calore pungente nel suo polso – che sollievo questa usanza, pensò, che strano questo volo in cui si faceva di tutto per rassicurarlo. Si passò il panno sulla fronte, una mano straordinariamente materna, ma già iniziava a raffreddarsi, se lo mise sul viso, solo pochi secondi, finché fu solo un cencio freddo, umido.

Il progetto che seguiva allora lo aveva reso un esperto in tipologie di barba. Difficilmente superabile quanto a discutibilità, gli garantiva comunque un reddito fisso per qualche anno. E con il tempo gli era persino riuscito di trovare piacevole l’ineffabile argomento, il che del resto corrispondeva alla regola secondo cui l’interesse per i dettagli cresce quanto più ci s’immerge in un sistema. A scuola guida si era entusiasmato per le norme di circolazione stradale, alla scuola di ballo per le sequenze di passi, non è così eccezionale identificarsi con una cosa.

Gilbert Silvester, ricercatore all’interno di un progetto universitario sulle tipologie di barba, sponsorizzato dall’industria cinematografica della Renania settentrionale-Vestfalia, nonché, in percentuali minori, da un’organizzazione femminista di Düsseldorf e dalla comunità ebraica della città di Colonia.

Il progetto indagava l’importanza delle rappresentazioni della barba nel cinema. Entravano in gioco i cultural studies, la teoria del gender, l’iconografia religiosa e questioni filosofiche sui rapporti tra espressione e immagine.

Come sempre si trattava di un progetto di ricerca dove i risultati erano già stabiliti in partenza. Eseguì il lavoro di compilazione, raccolse dettagli, dimostrò con la ricchezza del materiale la sua stessa importanza, attestò l’applicabilità universale delle deduzioni cultural-teoriche e contribuì così alla manipolazione del pubblico su scala mondiale.

La mattina andava in biblioteca, spegneva il cellulare e sprofondava nei quadri di maestri italiani, in mosaici e miniature di codici medievali. Le immagini di barbe erano onnipresenti, e si chiese a lungo come mai interrogativi tanto fondamentali non fossero stati affrontati già da molto tempo. Stili di barba e immagine di Dio era il titolo della sua ricerca, che secondo l’umore del giorno percepiva come enormemente fertile, anzi elettrizzante, o come totalmente assurda e profondamente demoralizzante.

Quale ultimo baluardo della sua resistenza personale, riprese certe abitudini nostalgiche di quando era al liceo. Annotazioni scritte a mano solo con penna stilografica, su taccuini neri con cuciture a filo. Borsa in pelle scurita dai decenni, mai uno zaino di nylon. In ogni situazione, giacca e camicia. Da studente era riuscito così are colpo e affermare lo status di raffinato intellettuale. Adesso tali caratteristiche erano ormai espressione della sua sconfitta. Si aggrappava a valori decrepiti e a strumenti del passato, lo circondava un che di stantio. Aveva tentato di compensare con cravatte postmoderne e fazzoletti da taschino dai colori fluorescenti, ma non era servito a nulla. Nell’ambiente universitario passava per un esteta reazionario. Il fumo di sigaretta gli causava emicranie. Non s’interessava di calcio e non mangiava carne.

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Comisso e Parise tra Bacco e Venere https://minimaetmoralia.it/letteratura/comisso-parise-bacco-venere/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/comisso-parise-bacco-venere/#comments Wed, 03 Apr 2019 13:39:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39895 di Dario Borso

È noto che, alle nozze svoltesi il 29 agosto 1957 tra Parise e la bella Mariola, Comisso fece da compare allo sposo, donandogli per l’occasione un anello costituito da: giada acquistata in Cina raffigurante un libro + montatura d’oro ottenuta per fusione dei pennini delle stilografiche con cui aveva scritto i suoi libri. Meno si è meditato invece sul senso del dono, peraltro lampante: l’ultrasessantenne Comisso passa le consegne tecniche al suo giovane pupillo, cui indica pure l’Oriente come meta. Questo bisogno di figliare (così classicamente pederastico) fu una costante del trevisano, che già nel 1946 aveva battezzato in casa Giuseppe Berto, pubblicandogli l’opera prima Il cielo è rosso.

Certo che quello con Parise fu un gran colpo di fulmine, se giusto chiuso Il prete bello, Comisso si precipitò a Vicenza per incontrare l’autore, ahimè assente. L’incontro era solo rimandato di poco: a metà luglio 1954 infatti  Comisso presentò Parise a S. Pellegrino, in un convegno dove, tra altre coppie, Ungaretti presentò Zanzotto.

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di Dario Borso

È noto che, alle nozze svoltesi il 29 agosto 1957 tra Parise e la bella Mariola, Comisso fece da compare allo sposo, donandogli per l’occasione un anello costituito da: giada acquistata in Cina raffigurante un libro + montatura d’oro ottenuta per fusione dei pennini delle stilografiche con cui aveva scritto i suoi libri. Meno si è meditato invece sul senso del dono, peraltro lampante: l’ultrasessantenne Comisso passa le consegne tecniche al suo giovane pupillo, cui indica pure l’Oriente come meta. Questo bisogno di figliare (così classicamente pederastico) fu una costante del trevisano, che già nel 1946 aveva battezzato in casa Giuseppe Berto, pubblicandogli l’opera prima Il cielo è rosso.

Certo che quello con Parise fu un gran colpo di fulmine, se giusto chiuso Il prete bello, Comisso si precipitò a Vicenza per incontrare l’autore, ahimè assente. L’incontro era solo rimandato di poco: a metà luglio 1954 infatti  Comisso presentò Parise a S. Pellegrino, in un convegno dove, tra altre coppie, Ungaretti presentò Zanzotto. Nella sua relazione, con pochi tocchi sbarazzini il grande vecchio (il migliore in assoluto dei narratori veneti, secondo una definizione data da Rigoni Stern poco prima di morire) esaltava il proseguirsi di una linea veneta che, iniziatasi dalle relazioni degli ambasciatori della Serenissima, per Nievo giungeva fino a… Goffredo, appunto.

Da quanto s’è detto, si capisce che il Parise amato da Comisso fu quello del Prete bello, mentre manco è sicuro che abbia letto i due romanzi precedenti, Il ragazzo morto e le comete (1951) e La grande vacanza (1953). Si può ora aggiungere che anche in seguito sarà così, nel senso che tanto Il fidanzamento (1956) quanto Atti impuri (1959) nulla aggiungeranno al giudizio, mentre Il padrone (1965), ultimo romanzo di Parise d’ambientazione milanese (unico dunque non-vicentino) e d’impostazione moraviana, toglierà assai, e non solo al giudizio ma ancor più all’amicizia.

Non che fossero mancati screzi anche prima, e uno piuttosto grave tra il 1959 e il 1960, quando Comisso tentò di imporre al presidente delle Longanesi Mario Monti Il soldato nudo, opera prima di Giampiero Bona che Parise, all’epoca braccio destro di Monti, reputò “non eccezionale”, attirandosi le ire del mentore. Ma fino al 1964 appunto l’amicizia tiene, nutrendosi per varie vie dell’humus veneto; e a dimostrarlo è questo breve scambio epistolare.

Lettere di Comisso a Parise non ce n’era, finché Manuela Brunetta del Centro Parise di Ponte di Piave ne ha scovata una entro un libro gaddiano appartenente alla biblioteca di Parise.

Di lettere di Parise a Comisso ne risultavano 34, di cui 32 pubblicate da Piero Urettini e 2 da Ilaria Crotti.  Ora, ispezionando il medesimo Archivio Comisso della Biblioteca Comunale di Treviso  ma attingendo da un altro fascicolo, ne ho scovata una trentacinquesima, che è la risposta all’altra.

* * *

                                                                              22.XII.6,  S. M. del Rovere Treviso

Mio caro Edo, se vuoi il Tocai del Conte Attimis[1] di Buttrio che è il migliore, costa £. 320 alla bottiglia e puoi averne subito un assaggio di 12 bottiglie che ti faccio spedire dal Sig. Rossi di Treviso, che ne à il deposito, contro assegno. Dammi il via e il vino parte. Sono stato a Vicenza con Alfredo[2] e il Conte Perusini[3], il quale deve fare pubblicare un libro di ricette della cucina friulana compilate da sua madre, presso Neri[4]. Neri mi à fatto vedere tutti i libri stampati da lui: una meraviglia. È straordinario.

Poi tutti assieme li ò portati in Corso Padova 18 dalla mia vecchia amica Guerrina De Vettori. Prima cosa la casa (la stamberga) dentro al cortile di un vecchio palazzo (che lo stesso Scapin[5] non conosceva) fece a tutti gridare, io in testa: questa è la Vicenza di Edo. Tu avessi visto, ossia tu l’ài già visto. Cumuli di biciclette vecchie, ballatoi, gente povera di famiglie che si odiano tra loro, brave massaie, mistiche e puttane, saffiche diventate idoli delle giovanette, lei poi, la Guerrina, che non si sapeva se era uscita da un manicomio, da un carcere o da una emigrazione in Svizzera. Di una memoria limpidissima ricordava tutte le lunghe estati calde passate con lei a Vicenza negli anni della guerra. Tutte le sue amiche che concedeva a noi, ora sono oneste donne con 7 o 8 figli. Pensa in questa sua grande stanza a piano terra: una poltrona settecentesca che offriva a tutti, un albereto di natale, tre letti disfatti, un tavolo con bicchieri sporchi bottiglie e fiaschi vuoti, un’aringa salata. Su una sedia un catino con acqua sporca. E fuori sulla portiera in gingillo natalizio una lampadina con grandissimo paraluce di cartone pendeva dal soffitto. Diceva che ora va a messa tutte le mattine. Una donna che tu devi vedere. Legge romanzi gialli. Un grande volto tra capelli bianchi tagliati corti, grandi occhi chiari, mammelle sode e spaziose, corpo immenso. E parlò sempre lei senza una inflessione dialettale, volubile, spigliata, affettuosa, considerava Virgilio un ragazzino. Vieni su per vederla e contemplarla. Tutti erano istupiditi.

Non ò visto Mariola perché la giornata fuggì via rapida. Il giorno 8 gennaio vado a Milano per regolare tante cose con Monti[6]. Non pare sia completamente stordito dal nuovo amore che segue come un cagnolino da per tutto. Ti abbraccio

                                                         tuo Giovanni

 I tuoi ànno trovato casa[7], ma un appartamento al 4° piano senza ascensore e senza riscaldamento centrale. Ve n’erano di migliori ma tua madre à voluto così.

 * * *

                                                                          Roma, 2 dicembre

Carissimo Giovanni,

ricevo solo ora la tua del 22 e ti ringrazio delle rapide, tizianesche pennellate, fosche, cupe a tratti ma come fumiganti di incenso o fumo di vecchio focolare incrinato e cadente sotto la volta ancora più oscura e befanesca della cappa, da dove scendono i folletti nani, gobbi bitorzoluti e col cazzo enorme che rendono folli le menti delle vicentine. Conosco quella casa e quella stanza, e conosco Guerrina, e il negozio di erbivendola, sorta di teatrino, di sipario multicolore che come una scena nasconde dietro di sé quel sogno dell’interno, quel cupo allegro incubo di cui è fatto il nostro mondo veneto. Lo conosco e ora, dopo la resurrezione fatta da te e i fumi miei personali che annebbiano ricordi e precisione di particolari, mi pare sorgere dal ricordo come un antro gonfio di vecchie e ferruginose latrine, di gatti vestiti da ballerini professionisti di tango e fox trot, o da telepati e maghi di stazione termale, di seleghe[8]  dall’occhio grande bistrato, seleghe avide, querule e nascoste sotto croste di anni, di cieli e di spirali natalizie appena più giù dei tetti, e immagino la grancassa panza di Virgilio inoltrarsi in quella oscurità giallo scuro, illuminata visceralmente dalle lampadine di poche candele di prima della guerra, la panzona virgiliana coperta di gualdrappe scientillanti [sic], berretto a corno, e Giovanni poeta con tricorno e polpe, e occhio lucente, di barone di Munchausen [sic] e il topone Neri, re dei topi del Bacchiglione che gli mantengono la sua casa editrice col rodimento ai culi delle banche che affondano nel fiumaccio lordo di preservativi, di testamenti fatti e rifatti di malattie e di feti, e il tondo Alfredo con viola d’amore, o mandolino, roseo e liscio dal labbro avido e ricevente, e la matta Guerrina troneggiante, oramai pingue sibilla del settedento [sic] veneto e lanotte [sic] … la notte stellata e fredda distesa su tutto ciò, bleù [sic] di Prussia, bleu zaffiro, tagliente, e vagamente rumorosa, con sottili strisci come di diamante sul vetro.

Fammi mandare pure le bottiglie e ti ringrazio, caro il mio Giovanni. Finita la pagina, finita l’ispirazione, tale è la mia pigrizia e tale la mia attuale prigionia coniugale. Meglio non parlare.

Mia mamma è molto contenta per la casa, dice che le altre costavano molto di più. Ma non ti spaventare per gli scalini. Siediti sul vento della tua arte e… pfffffff ffff, entra in casa dalle finestre dell’ultimo piano, beninteso con una mano sul tricorno, perché non se ne voli.

Ti abbraccio, tuo

                             Goffredo

_____________________

[1] Conte Gianfranco d’Attimis Maniago.

[2] Alfredo Beltrame (1924-1984), fondatore della catena dei ristoranti “El Toulà”, aveva aperto il primo a Treviso nel 1962.  La sua prima esperienza come “gourmet” risale al dopoguerra, quando prestò servizio in un ristorante ad Alessandria d’ Egitto. All’epoca gestiva l’hotel Brennero di Bassano del Grappa.

[3] Gaetano Perusini, collezionista etnologo, morto il 4 giugno 1977 assassinato da ignoti, in un gioco sessuale omoerotico.

[4] Giuseppina Perusini Antonimi, Mangiar friulano, con una prefazione di Giovanni Comisso, Venezia : N. Pozza, (gennaio) 1963.

[5] Virgilio Scapin (1932-2006), lanciato sul “Mondo” alla fine degli anni 50 come Pozza.

[6] Mario Monti (1925-1999), presidente della Longanesi, presso cui lavorava Parise.

[7] La madre Wanda Bertoli e il padre adottivo Osvaldo Parise si trasferirono all’inizio del 1962 a Treviso.

[8] Sélega (dial. veneto), s. f.: Passero.

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Goffredo Parise e le coppole rosse https://minimaetmoralia.it/letteratura/goffredo-parise-le-coppole-rosse/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/goffredo-parise-le-coppole-rosse/#comments Thu, 14 Mar 2019 13:13:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39740 di Dario Borso

Nel corso degli anni 70 e oltre il Corriere della sera ospitò tre commentatori politici d’eccezione: Pasolini, Calvino, Parise. Politici nel senso che a mo’ di sismografi sapevano intercettare, ciascuno a modo suo, i sommovimenti del costume, ovvero l’etica.

Possono dirci ancora qualcosa? Secondo me sì. E in ogni caso spero che il lettore mi sarà grato se riesumo un articolo parisiano del 23 febbraio 1983, mai più ristampato, recante a titolo: DAI PRODOTTI FURTICIDI ALLE POESIE DI CUTOLO.

In un negozio di ferramenta e casalinghi a Roma ho visto esposto un prodotto dal nome: “furticida”. Si tratta di una catena d’acciaio foderata di nylon blu, con lucchetto, pesantissima, confezionata dentro una scatola. Ne avevo già viste in vendita, ma si trattava di prodotti provvisori, fatti all’uopo e artigianalmente, a metraggio. Qui si tratta invece di un prodotto industriale, inscatolato, brevettato. Mi ha condotto a varie riflessioni di cui la più interessante è questa.

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di Dario Borso

Nel corso degli anni 70 e oltre il Corriere della sera ospitò tre commentatori politici d’eccezione: Pasolini, Calvino, Parise. Politici nel senso che a mo’ di sismografi sapevano intercettare, ciascuno a modo suo, i sommovimenti del costume, ovvero l’etica.

Possono dirci ancora qualcosa? Secondo me sì. E in ogni caso spero che il lettore mi sarà grato se riesumo un articolo parisiano del 23 febbraio 1983, mai più ristampato, recante a titolo: DAI PRODOTTI FURTICIDI ALLE POESIE DI CUTOLO.

In un negozio di ferramenta e casalinghi a Roma ho visto esposto un prodotto dal nome: “furticida”. Si tratta di una catena d’acciaio foderata di nylon blu, con lucchetto, pesantissima, confezionata dentro una scatola. Ne avevo già viste in vendita, ma si trattava di prodotti provvisori, fatti all’uopo e artigianalmente, a metraggio. Qui si tratta invece di un prodotto industriale, inscatolato, brevettato. Mi ha condotto a varie riflessioni di cui la più interessante è questa. Che nel nostro Paese il furto si è istituzionalizzato al punto da produrre industrie, con tanto di operai, macchine, paghe sindacali eccetera, per prevenire le conseguenze di un’altra industria: quella appunto del furto. In tutti i tempi è esistito il ladro ma mai su scala istituzionale e industriale.

Così invece avviene nel nostro Paese che tacitamente accetta il furto come una “produzione” che ovviamente obbliga alla fioritura di altre “produzioni” per così dire collaterali. Come i pezzi di un’automobile. Esiste l’industria automobilistica ed è noto che esiste intorno all’industria automobilistica tutta una costellazione di industrie piccole e grandi collaterali e in un certo qual modo conviventi, con e per mezzo dell’industria dell’automobile. Così per il furto.

Questo tipo di catene che servono, così dice la pubblicità, per auto e motorini, implicano non soltanto l’esistenza ma ovviamente la fioritura e il successo dell’industria maggiore che le giustifica e le fa vivere, cioè ancora una volta il furto. Come dire: si sa, è noto che contro il furto non c’è niente da fare, è noto che è ormai una istituzione, che non viene punito né risarcito da alcuno né ammortizzato. Dati questi presupposti reali, è necessaria una fabbrica collaterale al furto e altrettanto reale, che in qualche modo tenti di impedirlo, di prevenirlo. Ed ecco le catene confezionate industrialmente, in serie, con tanto di slogan come nel migliore dei mondi possibili.

Al tempo stesso, insieme agli innegabili e reali successi della camorra (nessun maggiore successo è possibile ottenere oltre la morte, la sparizione dalla faccia della terra del nemico) si hanno i primi annunci di una produzione poetica che inneggia a questi successi e soprattutto alla realtà della camorra.

Il Catullo della produzione industriale della morte, leggi camorra, non poteva essere altri che Raffaele Cutolo, appunto il re e il poeta della camorra. Egli ha composto la poesia seguente, in dialetto napoletano: “Te mena ‘a curtellata a scassa-scassa / sott’ ‘o prummone, ca te verà ‘a tosse / te fa spuntà ‘nu poche ‘e schumma rossa / te vere caré a terra e po’ te lassa”. (Ti dà una coltellata da parte a parte sotto il polmone, che ti fa venire la tosse e sputare un po’ di schiuma rossa. Ti vede cadere a terra e poi ti lascia).

Anche la poesia, si sa, è, oltre che un’arte, un’istituzione. È dovere critico e linguistico (di analisi stilistica) dire che questa poesia, nella sua ferocia, è molto bella. È il realismo, il materialismo italiano puro, e la poesia si richiama a quel realismo di Porta e Belli a cui, secondo il mio parere, non ha nulla da invidiare. Anzi, porta con sé una carica di materia che nessun poeta, a mia memoria, ha mai conosciuto. Ma il fatto che questa breve e feroce descrizione abbia in qualche modo potuto concretizzarsi in realizzazione poetica nella mente del Principe (come viene chiamato Cutolo, creando in questo modo una inconsapevole quanto esatta analogia storico-letteraria) significa che il realismo è, nel nostro Paese, in piena fioritura. Quale tipo di realismo? Ma quello italiano, della tradizione storica italiana, che fece la grandezza italiana. Quella “schumma rossa” di gatto sgozzato è il “clou” del componimento poetico, anche, se vogliamo, ideologicamente. Da dieci anni viviamo dentro la “schumma rossa”, e perché non descriverla, non metterla in poesia? Ogni istituzione porta con sé i suoi Principi e i suoi poeti. 

Isaia Sales nella seconda edizione de La camorra, le camorre (Roma 1993) segnalò che quei versi compresi nella cutoliana raccolta Poesie e pensieri (Napoli 1980) erano in realtà tratti dal sonetto Coppola rossa composto a fine 800 dal giornalista e poeta napoletano Ferdinando Russo.

Oltracciò il napoletano Antonio Franchini ne L’abusivo (Venezia 2001), parlando dell’“esibizionismo mio quando recitavo ai milanesi” proprio quella quartina di Coppola rossa, ne ha descritto l’autore così: “nella vita preferiva più atteggiarsi a guappo che a scrittore; posava anche lui, insomma, alla sua maniera e come si poteva ai suoi tempi per fare il personaggio, ma poi fu dimenticato al punto che Cutolo s’impadronì impunemente dei suoi versi senza che nessuno intervenisse a precisare”.  E generalizzando: Russo, “membro della nostra borghesia napoletana”, è “uno di noi che, ancora oggi, per differenziarci dall’unanime mediocrità, ostentiamo una supposta confidenza col crimine, come se da questa vicinanza ce ne venisse una superiore scaltrezza, una più profonda scienza del mondo, il riverbero sinistro che dovrebbe esaltare il nostro saperci convivere”.

La prospettiva di Franchini, per quanto distante da quella di Parise, sembra dunque convergere, con una correzione però: il realismo di cui il secondo vedeva i prodromi  è tanto potente quanto farlocco, riflesso sociologico di quella vanteria che per Aristotele è il contrario dell’ironia oltreché della verità.

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Dalla Bassa: racconti di un giovane Gianni Brera https://minimaetmoralia.it/libri/dalla-bassa-racconti-un-giovane-gianni-brera/ https://minimaetmoralia.it/libri/dalla-bassa-racconti-un-giovane-gianni-brera/#respond Tue, 05 Feb 2019 13:11:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39390 Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, la prefazione di Dario Borso al volume Dalla Bassa, una raccolta di quattro racconti scritti da Gianni Brera in età giovanile.

L’arte di narrare storie è sempre
quella di continuare a narrarle.
Walter Benjamin

«Ho riflettuto molte volte sulla diversa natura del descrittore e del narratore, e ho dedotto che, contrariamente al descrittore, costretto a ricoprire le cose delle sue colorite immagini e nei suoi scritti necessariamente multiforme, il narratore può essere un’anima semplice. Le vicende corrono gonfie di significati diversi dalla mente al cuore, dal cuore ancora alla mente e, senza particolari deformazioni, dalla mente alla penna».

A parlare così non è un critico, né uno scrittore al termine della sua carriera, bensì un sottotenentino che ha appena compiuto ventidue anni: Brera Giovanni, nato l’8 settembre 1919.

Il quale continua, precisando così profilo e ruolo: «Una conferma nuova mi offrì di questo il mio caporal maggiore Battaglino, che si preparava a superare gli esami di sergente.

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, la prefazione di Dario Borso al volume Dalla Bassa, una raccolta di quattro racconti scritti da Gianni Brera in età giovanile.

L’arte di narrare storie è sempre
quella di continuare a narrarle.
Walter Benjamin

«Ho riflettuto molte volte sulla diversa natura del descrittore e del narratore, e ho dedotto che, contrariamente al descrittore, costretto a ricoprire le cose delle sue colorite immagini e nei suoi scritti necessariamente multiforme, il narratore può essere un’anima semplice. Le vicende corrono gonfie di significati diversi dalla mente al cuore, dal cuore ancora alla mente e, senza particolari deformazioni, dalla mente alla penna».

A parlare così non è un critico, né uno scrittore al termine della sua carriera, bensì un sottotenentino che ha appena compiuto ventidue anni: Brera Giovanni, nato l’8 settembre 1919.

Il quale continua, precisando così profilo e ruolo: «Una conferma nuova mi offrì di questo il mio caporal maggiore Battaglino, che si preparava a superare gli esami di sergente. Egli è senza dubbio un’anima semplice, – non per altro certamente mi ha proposto di dargli qualche tema da svolgere: “Voi scrivete su per i giornali, e con la vostra scuola mi sarà facile superare ogni difficoltà”. L’uomo si lusinga di tutto ciò che non gli sappia di critica e di offesa, perciò nonostante la mia pigrizia, fui lusingato della proposta di Battaglino. Ecco – pensavo, – che avendo ancor tanto (tutto) da apprendere io stesso, già posso permettermi il lusso di avere un allievo nell’arte dello scrivere».

A farla breve, Brera gli assegnò il tema: «Ne venne fuori un capolavoro; e Battaglino si salvò soltanto in grazia della sua straordinaria conoscenza dei servizi di compagnia e del maneggio delle armi».

Ma cosa aveva scritto Brera sui giornali fino ad allora?

È presto detto (dopo l’opera mia di recupero però, comicamente matta e disperata): un mazzetto di poesiole d’occasione, svariati articoli di cronaca locale soprattutto sportiva e una dozzina di racconti “dal vivo” – il tutto sparso tra bollettini parrocchiali, quotidiani di provincia e il mensile “Ticinum”. I quattro qui presentati componevano la galleria Quadri di casa nostra, uscita tra febbraio e giugno 1939 su “Il popolo di Pavia”[1]; li ho scelti “a naso”, per l’aura gastronomica che da essi potentemente emana.

Odorerà il lettore.

Tornando al grigioverde ottobre 1941 da cui ero partito, bisogna specificare che di stanza a Barletta come fante, Giuânén spasimava in  attesa di una chiamata da Tarquinia, avendo egli fatto domanda d’entrare nell’avveniristico corpo paracadutisti, non senza avvertire con baldanza i familiari[2].

Risposero costoro tutti distintamente nella stessa lettera, di cui qui va almeno citata la reazione della «sorella-madre» Alice: «Poco tempo fa, i giornali parlavano di un reduce d’Albania che è venuto in licenza e si è ucciso tornando dai campi con un comunissimo carro agricolo. Di fronte a queste cose, tu senti che vale la pena di osare, per una cosa bella, tutto l’osabile. A parte scrivo la ricetta per il risotto».

Manna per gli occhi del Nostro l’acconsentimento, e manna per il palato la ricetta. Che in quattro e quattr’otto eseguì alla lettera (o quasi,  penuria stante degl’ingredienti): «Ho dinanzi un grembiule di bucato, sto trafficando intorno ai fornelli. Brodo di carne, cipolle, uno zinzino di burro (che non se ne trova più, mannaggia), riso, zafferano. Mia sorella Alice è stata precisa, nel compilare la ricetta. Ha tuttavia dimenticato una cosa: il tempo. Debbo aggiungere il brodo, quando il riso è tostato un poco; ma ogni quanti minuti? Buon Dio, vediamo un po’… il foglio della ricetta ha già tante impronte che potrebbe essere servito per antipasto: condito ottimamente».

Finché «si spande un grato odore per la casa. Arrivo io con la zuppiera fumante – modestia a parte, so anche servire con stile: un mestolo a te, uno a lui, si mangia».

E al commilitone (meridionale), che gli chiede cosa sarebbe questo:  «Risotto alla milanese – dico, e la mia voce è angelica».

[1] Altre due dozzine ne pubblicherà entro l’8 settembre 1943 anche sotto pseudonimo (primus inter pares Gian del Po), altrettanto  sparsi ed ora in cerca di editore.

[2] Mi avvalgo qui del fondo archivistico conservato alla Fondazione Arnaldo e Alberto Mondadori, oltreché del miliare P. Brera-C. Rinaldi, Gioannfucarlo, Boroli, Milano 2004.

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Histoire D’Elle – un quiz di mezza estate https://minimaetmoralia.it/arte/histoire-delle-un-quiz-mezza-estate/ https://minimaetmoralia.it/arte/histoire-delle-un-quiz-mezza-estate/#comments Thu, 26 Jul 2018 12:11:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37852 di Dario Borso

Prima Puntata

Talora ci si aspetta di scoprire uno sbaglio di natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,il filo da
sbrogliare che finalmente ci mettanel mezzo di una verità.
E.M.

Tutto iniziò molti anni fa al Dopolavoro ferroviario, una sera di primavera che Giampiero Neri avrebbe letto sue poesie (era un mio pallino, diventerà un amico).

Ci portai gli studenti del Poli (i migliori, cui ancora adesso sono legato tanto da collaborare a SAFT) e il collega Decio, architetto di genio (≠ Boeri, per intenderci).

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di Dario Borso

Prima Puntata

Talora ci si aspetta di scoprire uno sbaglio di natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,il filo da
sbrogliare che finalmente ci mettanel mezzo di una verità.
E.M.

Tutto iniziò molti anni fa al Dopolavoro ferroviario, una sera di primavera che Giampiero Neri avrebbe letto sue poesie (era un mio pallino, diventerà un amico).

Ci portai  gli studenti del Poli (i migliori, cui ancora adesso sono legato tanto da collaborare a SAFT) e il collega Decio, architetto di genio (≠ Boeri, per intenderci).

Neri era accompagnato da un bassista elettrico fuori programma che, quando fu presentato al pubblico, ci fece trasalire (in dialetto veneto: nega fato vegner su e paste dea cresima): Steve Piccolo, ex dei LoungeLizards!

A voler specificare:io ero un cultore del loro primo lp  (Steve in piedi a destra), Decio un fan di Arto Lindsay, chitarra, gli studenti anzi studentesse stravedevano per il sax di John Lurie (sineddoche vagamente porno, degna di un Benigni).

Dopo il reading, mentre io pallineggiavo con Neri, Decio & c. pressavano Steve, chi su Arto chi su John, ma il bello fu che infine scoprimmo nel bassista uno studioso di… Edoardo Persico.

Scoccò l’iskra, e il giorno dopo andammo a trovarlo fuori Milano. Scoprimmo che traduceva in inglese testi italici di architettura e stava nel bel paese da un lustro. Lasciandoci, mi regalò il suo lp di quando faceva il broker a Wall Street (ce l’ho ancora, arato)e Decio ed io lo invitammo alle nostre session universitarie da Maurizio Vogliazzo (laboratorio di sintesi finale per i laureandi)…

*

Chi è Elle?

Si può tirare a indovinare sin da questa prima puntata settimanale del linkonto (in argot patafisico: conte à link), senza attendere la quarta e ultima.

Cosa c’è in palio?

Be’, quiz ipsum praemium est, come affermavano gli stoici IX 4, ma con un tocco di Sai Baba: il premio sarà Elle même, précieuse pas de tout ridicule.

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