David Grossman Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/david-grossman/ un blog di approfondimento culturale Tue, 19 May 2026 10:44:10 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg David Grossman Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/david-grossman/ 32 32 Quarant’anni di scrittura. Intervista con David Grossman https://minimaetmoralia.it/letteratura/quarantanni-di-scrittura-intervista-con-david-grossman/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/quarantanni-di-scrittura-intervista-con-david-grossman/#respond Tue, 19 May 2026 09:05:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=57445 In occasione dell’uscita, il 12 maggio, del doppio Meridiano che Mondadori dedica alle sue opere, David Grossman è stato tra gli ospiti più attesi del Salone Internazionale del Libro di Torino 2026, dove lo abbiamo incontrato. I due volumi (4060 pagine, 140 euro), curati da Wlodek Goldkorn e Gabriel Zoran, raccolgono romanzi, reportage letterari, racconti […]

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In occasione dell’uscita, il 12 maggio, del doppio Meridiano che Mondadori dedica alle sue opere, David Grossman è stato tra gli ospiti più attesi del Salone Internazionale del Libro di Torino 2026, dove lo abbiamo incontrato. I due volumi (4060 pagine, 140 euro), curati da Wlodek Goldkorn e Gabriel Zoran, raccolgono romanzi, reportage letterari, racconti per bambini e ragazzi, interventi civili e politici.

(fotografia di Claudio Sforza)

David Grossman nasce a Gerusalemme nel 1954. Romanziere, saggista, giornalista, autore per ragazzi, oggi è considerato una delle voci più importanti della letteratura contemporanea. Nei suoi libri ha raccontato la guerra, il conflitto israelo-palestinese, la Shoah, l’infanzia, il lutto, la memoria, il linguaggio.

Dopo gli studi in filosofia e teatro all’Università Ebraica di Gerusalemme, lavora alla radio israeliana. Negli anni Ottanta si impone con Il sorriso dell’agnello e soprattutto con Vedi alla voce: amore, romanzo sulla Shoah e sulla trasmissione del trauma. Da allora pubblica, tra gli altri, Che tu sia per me il coltello, Qualcuno con cui correreA un cerbiatto somiglia il mio amore, Caduto fuori dal tempo, Applausi a scena vuota — vincitore del Man Booker International Prize — e La vita gioca con me.

La sua opera è inseparabile dal suo impegno pubblico. Da decenni Grossman sostiene la necessità di una convivenza tra israeliani e palestinesi e denuncia il rischio che paura, guerra e occupazione producano una disumanizzazione reciproca. Nel 2006, durante la guerra in Libano, suo figlio Uri, carrista dell’esercito israeliano, muore in combattimento pochi giorni dopo un appello per il cessate il fuoco firmato insieme a Amos Oz e Abraham Yehoshua. Da quel momento il lutto entra nella sua opera, vastissima, con una forza ancora più radicale.

David Grossman, che effetto le fa vedere più di quarant’anni di scrittura raccolti nei Meridiani Mondadori?

Sono due volumi bellissimi e raccolgono racconti di diversi periodi della mia scrittura. L’unica cosa che mi dà un po’ di dolore è che i miei genitori non siano vissuti abbastanza a lungo da poterli vedere, toccare. So che ne sarebbero stati molto felici.

Qual è la cosa più importante che c’è in questi due volumi?

Spero che dentro questi Meridiani ci siano molte cose capaci di parlare al lettore italiano. Penso che il filo più importante, presente in tutte le storie — siano esse racconti per bambini o scritti di natura più politica — sia la storia di vita di un uomo che crede nelle parole, nella capacità dell’umanità di cambiare, e che è disposto a ascoltare. Un uomo che non resta congelato nelle proprie opinioni, ma affronta quell’atto, spesso spaventoso, che è esporsi all’altro.

Lei ha iniziato a scrivere molto giovane, in un Israele molto diverso da quello di oggi. Quanto la realtà del Paese in cui è cresciuto ha formato il suo immaginario letterario?

Sicuramente sono stato cambiato dalle circostanze esterne, ma anche Israele — e il mondo intero — sono cambiati. Oggi siamo diversi. Forse il cambiamento più evidente è che siamo diventati tutti molto più cinici e non crediamo più nella possibilità di raggiungere la pace nella mia regione. Questo ci porta a assumere comportamenti belligeranti, violenti, razzisti. Tutte cose che ci impediscono di costruire quella relazione di pace e di dialogo con i nostri vicini di cui avremmo invece estremo bisogno.

In Vedi alla voce: amore la Shoah entra nella letteratura in una forma narrativa radicale, lontana dal realismo tradizionale e attraversata da immaginazione, allegoria e frammentazione. Sentiva che un trauma come quello non potesse più essere raccontato con gli strumenti classici del romanzo?

È proprio così. In questo libro ho presentato quattro diversi modi di fallire nel tentativo di capire la Shoah. In realtà ne avevo immaginato anche un altro, un ulteriore modo di non riuscire a comprendere questo terribile avvenimento, ma mi è sembrato che quattro fallimenti fossero sufficienti. Ho pensato di non esagerare, di non lasciarmi sommergere dalla tragedia della Shoah, e di parlare piuttosto di come essa abbia cambiato profondamente la mia vita, quella della generazione dei miei genitori e quella della generazione dei loro genitori.

Qual era l’altro modo di fallire?

Grossman sorride. L’ho raccontato soltanto a mia moglie e ai miei figli. Chissà, magari un giorno riuscirò a raccontarlo in pubblico.

Nei suoi libri l’infanzia ritorna continuamente. I bambini sembrano vedere cose che gli adulti non riescono più a vedere. Che cosa continua a interessarla dello sguardo dell’infanzia?

I bambini hanno uno sguardo fresco, non sono ancora bloccati in formulazioni ormai statiche e radicate, non sono intrappolati dagli stereotipi, non sono cinici. Essere diventati così cinici è il grande problema della nostra epoca. E per cinismo intendo quei meccanismi che abbiamo creato per proteggerci, per non esporci a atrocità insopportabili. Ma se cediamo al cinismo, significa che abbiamo perso la guerra, che abbiamo perso la possibilità di conservare quello sguardo fresco e naturale capace di farci comprendere atrocità come la Shoah.

In libri come Che tu sia per me il coltelloA un cerbiatto somiglia il mio amore si ha la sensazione che la scrittura cerchi continuamente di avvicinarsi a qualcosa che sfugge. La letteratura nasce soprattutto da ciò che non riusciamo a dire nella vita reale?

Mi piace molto questa domanda, la trovo molto profonda. Credo che nei buoni libri ci sia sempre il tentativo, lo sforzo, di toccare ciò che è intoccabile, di raggiungere ciò che è irraggiungibile. Però deve esserci anche la sensazione di arrivare molto vicini senza riuscirci davvero. Penso che, di fronte a eventi orribili come la Shoah, tutti diventiamo un po’ bambini: davanti a ciò che è stato fatto non riusciamo a comprendere. Non riusciamo davvero a comprendere ciò che è stato fatto a noi ebrei. Per questo dovremmo porci due domande: come reagiremmo se fossimo noi gli assassini? E come ci comporteremmo se fossimo noi le vittime? Dovremmo farlo senza proteggerci dalle conclusioni a cui potremmo arrivare, magari nella solitudine della nostra stanza. Credo che questo sia un dovere morale di tutti, non soltanto degli ebrei, degli israeliani o delle persone che hanno vissuto quell’epoca.

Lei ha raccontato spesso il conflitto israelo-palestinese. Dopo il 7 ottobre ha condannato l’attacco di Hamas e, allo stesso tempo, ha criticato con parole sempre più dure la risposta israeliana a Gaza. Com’è possibile raccontare questa complessità senza essere immediatamente trascinati nella polarizzazione?

Questa è la tragedia della nostra situazione, perché non possiamo ridurne la complessità e le contraddizioni. Abbiamo anche la sensazione di essere destinati a vivere in una realtà fatta di odio e di violenza. Eppure, se vogliamo un futuro, dobbiamo agire in modo molto diverso da come abbiamo reagito dopo il 7 ottobre. È l’unico modo per poter avere una vita in Medio Oriente. Noi ebrei israeliani viviamo in un luogo dove non siamo amati. Viviamo in un mondo che forse si sentirebbe meglio se noi non ci fossimo, ma dobbiamo convincere il mondo che l’esito migliore è consentire la vita, una vita basata sul dialogo e non su comportamenti polarizzati da una sola parte. È tutto molto complesso e, per i cittadini che vivono in questa regione del mondo, servono una grandissima flessibilità e la capacità di trovare fiducia nel nemico, per arrivare un giorno a non percepirlo più come tale. Credo che si debba arrivare a una situazione in cui ebrei e arabi possano raccontare la propria storia in modo diverso, una storia in cui entrambe le parti ricordino ciò che hanno subito, ciò che è stato fatto loro, ma senza restare vittime della storia ufficiale che viene raccontata e narrata.

Lei ha spesso parlato dell’empatia come di una forma di resistenza alla disumanizzazione. Oggi sente che questa capacità di immaginare l’altro stia diventando più difficile?

È molto più difficile per tutto quello che abbiamo vissuto, non soltanto dopo il 7 ottobre, ma nei diversi periodi della nostra vita come persone e come società. È per questo che dobbiamo trovare un modo per riuscire a conversare nonostante l’antagonismo che proviamo reciprocamente: i palestinesi nei confronti degli ebrei e gli ebrei nei confronti dei palestinesi. È un compito psicologico molto difficile e probabilmente non tutti riusciranno a abbattere i meccanismi di difesa che abbiamo messo in atto. Però è l’unica scelta che abbiamo, l’unica possibilità per riuscire a avere una vita normale, per avere un futuro, per avere dei figli. Dobbiamo adottare questo approccio, che non è soltanto dialogo, ma richiede anche di capire che cosa significhi essere l’altro, che cosa significhi vivere in una società occupata. Perché questo cambia tutto, a partire da ciò che insegniamo ai nostri figli, fino alla propria intimità interrotta e spezzata nel cuore della notte dall’occupante.

Quando lei ha iniziato a scrivere la letteratura aveva una presenza pubblica diversa. Oggi, in un mondo saturo di immagini, opinioni e reazioni immediate, che cosa può ancora fare un buon romanzo che altri linguaggi non riescono a fare?

Credo che la letteratura debba offrire opinioni diverse, punti di vista diversi. E il coraggio di metterci nei panni dei nostri nemici. La letteratura consente di essere flessibili, coraggiosi. È consapevole della necessità della diversità, del fatto che non possa esistere un unico punto di vista e che non si debba cedere alle nostre paure, né collaborare con esse. Questo è molto importante soprattutto oggi, in un tempo in cui il futuro appare fragile e il presente molto debole. Abbiamo bisogno della letteratura per riconoscere ciò che rischiamo di perdere se cediamo agli stereotipi e al razzismo. Naturalmente uno scrittore non è consapevole di questa missione mentre scrive. In quel momento la sua unica responsabilità è scrivere un buon libro. Però credo che nell’arte ci sia anche questo ruolo importante, continuare a ricreare mondi diversi e nuovi, costantemente, altrimenti rischiamo di pagare un prezzo molto caro. E questo è il problema del giornalismo di oggi, che invece ha ceduto a un’unica voce, a un’uniformità di opinione, alla tentazione di soggiogare le menti, di collaborare con la paura. E questo ci impedisce di essere liberi e indipendenti come esseri umani.

Come si può oggi avere un giornalismo libero?

Ecco, quello che ho detto della letteratura — e cioè che l’unica responsabilità dello scrittore è scrivere un buon libro — non vale necessariamente per i giornalisti. Per loro è un po’ diverso, perché credo che abbiano invece un ruolo educativo, un impegno, una responsabilità nei confronti della realtà. I giornalisti devono raccontare la situazione nel modo più accurato possibile e con quante più sfumature possibile. Ho grandi aspettative nei loro confronti, mi aspetto molto dai giornalisti, soprattutto oggi che il giornalismo è diventato una professione molto diversa da quella che era in passato. Ritengo fondamentale, importantissimo, che i giornalisti riescano a essere liberi, flessibili, privi della paura di esprimere il proprio pensiero per timore del prezzo che rischiano di pagare. Ma effettivamente fare il giornalista, oggi, è diventato un mestiere molto delicato, molto sensibile.

Scrittori e giornalisti lavorano con le parole ogni giorno. Quali sono oggi, secondo lei, le parole più pericolose?

Le parole possono essere tutte pericolose. Dipende da che cosa se ne fa: se si cede al loro potere, se si è in grado di neutralizzarle, se si cerca di combatterne l’uso manipolatorio anche attraverso l’istruzione. Non parlo soltanto di Israele. Ormai tutto il mondo è esposto alle catastrofi. E in tempi così fragili molte parole vengono manipolate.

E le parole che dovremmo provare a salvare?

Le parole da salvare, soprattutto per noi israeliani e palestinesi, sono le parole che oggi più nessuno osa dire, cioè “pace”, “dialogo”, “fiducia”, “speranza”. Nell’epoca di Trump c’è una parola che non viene usata o viene usata male. È la parola “dialogo”. E anche “credibilità”.

Cosa significa, realmente, essere un uomo libero?

Significa essere indipendenti, non cedere alle paure che ci circondano e usare il nostro vocabolario, le nostre parole, non quelle che ci vengono imposte dagli altri.

Oggi si scrivono ancora grandi romanzi? O la crisi del romanzo ha una parte nella crisi dell’editoria?

Sempre meno. È vero che dietro le quinte della nostra professione ci sono molte esitazioni, molte discussioni, e la sensazione che non possano più essere scritte grandi storie. Devo dire però che non sono del tutto d’accordo. Forse non nell’immediato, non subito, ma credo che in futuro vedremo tornare scrittori capaci di creare romanzi di grande densità e ampiezza, scrittori che ritroveranno il piacere di raccontare molti personaggi, di descriverli uno a uno, facendo scaturire dalla propria penna mondi diversi e godendosi la creazione di queste realtà multiple. Certo, lo si può fare anche con il racconto breve, ma nulla regge il confronto con la stratificazione e la complessità di un romanzo.

Dopo una vita passata a scrivere per capire se stesso e gli altri che cosa le resta ancora da capire?

Secondo me è un po’ come nello sport, o nella corsa. A un certo punto si pensa che un essere umano abbia raggiunto un record imbattibile, che non si possa correre più veloce di così. E invece arriva qualcuno che dimostra di avere la capacità di correre ancora più veloce. È una questione di allenamento, ma anche di atteggiamento psicologico. Credo che nella scrittura accada qualcosa di simile e che si possa andare sempre più in profondità, sempre più in profondità. Non so se si arriverà mai a un limite. Quello che resta, però, è la sete, il desiderio di raggiungere la profondità dell’essere umano.

Grossman si sofferma un attimo e poi riprende a parlare.

Aggiungo solo un’ultima cosa: quando i giovani scrittori mi chiedono consigli — cosa che trovo peraltro abbastanza strana — dico loro di insistere sulle sfumature, perché è proprio insistendo sulle sfumature che si ha la possibilità di entrare nel grande mistero che è l’essere umano.

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La sinistra italiana e Israele https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-sinistra-italiana-e-israele/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-sinistra-italiana-e-israele/#comments Wed, 16 Mar 2016 13:30:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30292 Riprendiamo un intervento di Alessandro Leogrande apparso su Lo Straniero.

C’è una linea di frattura che corre attraverso Israele e il mondo della diaspora ebraica, in questi anni. Essa può essere illustrata da due episodi recenti.

Il primo. L’11 gennaio 2015, a pochi giorni degli attentati terroristici nella redazione di Charlie Hebdo e nell’Hyper Cacher di Porte de Vincennes, si tiene a Parigi l’imponente manifestazione cui partecipano oltre tre milioni di persone. A sera, il premier israeliano Netanyahu si reca per una commemorazione delle vittime nella grande sinagoga, e qui ricorda a “ogni ebreo e ogni ebrea che vorrà fare l’aliyah in Israele” che “verranno ricevuti da noi a braccia aperte e con calore. Non arriveranno in un Paese straniero, ma nella Terra dei Padri.”

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rabinandarafat

Riprendiamo un intervento di Alessandro Leogrande apparso su Lo Straniero.

C’è una linea di frattura che corre attraverso Israele e il mondo della diaspora ebraica, in questi anni. Essa può essere illustrata da due episodi recenti.

Il primo. L’11 gennaio 2015, a pochi giorni degli attentati terroristici nella redazione di Charlie Hebdo e nell’Hyper Cacher di Porte de Vincennes, si tiene a Parigi l’imponente manifestazione cui partecipano oltre tre milioni di persone. A sera, il premier israeliano Netanyahu si reca per una commemorazione delle vittime nella grande sinagoga, e qui ricorda a “ogni ebreo e ogni ebrea che vorrà fare l’aliyah in Israele” che “verranno ricevuti da noi a braccia aperte e con calore. Non arriveranno in un Paese straniero, ma nella Terra dei Padri.”

Allorché il rabbino Moshe Sebbag gli ha risposto: “La nostra casa è la Francia”. Per giorni, a margine del dibattito sulla natura del terrorismo dello Stato islamico, sulla guerra globale in atto, sul diritto di satira di “Charlie” se ne apre un altro, solo apparentemente più ristretto, sul rapporto tra Israele e il mondo ebraico francese (e più in generale europeo). Dove corre il discrimine dell’identità e dell’appartenenza? Può il premier dello stato israeliano parlare a nome di tutti gli ebrei del mondo? Quali sono oggi i tratti salienti della diaspora? Come vive questa il nuovo antisemitismo? Per la cronaca, proprio nel corso del 2015 il numero degli ebrei francesi che si sono trasferiti in Israele è nettamente aumentato…

Il secondo è più recente. A fine gennaio, negli stessi giorni in cui alla Statale di Milano viene conferita la laurea honoris causa a Amos Oz, in Israele il gruppo di estrema destra “Im Tirtzu” lancia una campagna contro David Grossman, Abraham Yehoshua e lo stesso Oz, definendoli “talpe nella cultura”, e accusandoli – in pieno stile maccartista – di essere dei traditori, per il solo fatto di essere storicamente vicini alla sinistra del paese, e continuare a credere nella soluzione dei “due stati”.

I due episodi, più o meno a un anno di distanza, evocano un cumulo di confusioni e sovrapposizioni, spesso reciproche. Chi oggi difende il progetto di Grande Israele portato avanti dal governo di Netanyahu, e da una destra spostata sempre più a destra, oltre a rigettare nella pratica ogni passo verso la soluzione dei “due stati” (oggi indebolita anche a causa delle fratture interne al mondo palestinese), produce intenzionalmente una costante identificazione tra Israele, stato ebraico, mondo ebraico al di fuori del paese e adesione incondizionata alle politiche di questo governo. Chi viene meno all’ultima adesione, risale presto l’intera catena (data per oggettivamente logica) fino a essere associato alla categoria di traditore, se non addirittura a quella di antisemita.

Viceversa, rovesciando la stessa catena logica, ma in fondo sussumendola in toto nei propri ragionamenti, chi critica le politiche di questo governo, spesso arriva a sparare a zero non solo contro l’intero progetto dello Stato israeliano, ma contro gli “ebrei” in quanto tali. Nel mezzo di questa doppia rincorsa viene stritolata ogni considerazione che tenga conto delle differenze, delle pluralità, delle stratificazioni, e dell’esercizio del diritto di critica (o di tradimento) di ogni ideologia o contro-ideologia. Esattamente, cioè, la pasta di cui sono fatti i romanzi e i saggi di Amos Oz.

Da un’angolatura particolare ha guardato a tale universo di questioni e scissioni Roberto Delera, che a lungo ha lavorato a un libro stampato solo dopo la sua morte, con la prefazione di Gad Lerner e Luigi Manconi: L’asinello di Elisha. La solitudine degli ebrei di sinistra in Italia, dal dopoguerra all’attentato a Rabin (edizione fuori commercio; per informazioni scrivere a betti.guetta@fastwebnet.it).

Delera non solo ricostruisce il rapporto spesso difficile tra Israele e la sinistra italiana, specie dopo la guerra dei Sei giorni nel 1967 (riesamina le posizioni filo-israeliane del Psi e di Nenni, da sempre vicino all’esperienza dei kibbutzim; e quelle anti-israeliane del Pci, con la pressoché unica eccezione, tra gli alti dirigenti, di Umberto Terracini), ma analizza, nello specifico, il tormentato percorso degli “ebrei di sinistra” rispetto a tali questioni.

Il percorso, cioè, di coloro i quali (non pochi) per biografia, scelta, militanza, si sono trovati nell’intersezione fra i due mondi, nel momento in cui i due mondi si sono distanziati, ed è a tratti emerso – Delera non usa mezzi termini – un nuovo, strisciante antisemitismo di sinistra, che è passato dalla critica delle politiche adottate da Israele verso i palestinesi (del tutto legittima, e sovente sacrosanta) alla condanna dell’esistenza stessa di Israele, se non addirittura degli ebrei, tout court. Di questo si sono occupati anche Matteo Di Figlia in Israele e la sinistra (Donzelli) e Gadi Luzzatto Voghera in Antisemitismo a sinistra (Einaudi).

Spesso, scrive Delera con l’attenzione a tanti piccoli passaggi che gli deriva dall’aver militato nelle formazioni della nuova sinistra italiana, quegli “ebrei di sinistra” si sono trovati schiacciati tra chi – nel mondo ebraico – pretendeva una adesione incondizionata alle decisioni dei governi israeliani e a tutto il rosario di guerre che si sono susseguite nei decenni, proprio “perché ebrei”; e chi – nelle formazioni di sinistra, sia parlamentare, sia extraparlamentare – chiedeva loro non semplicemente di dissociarsi da quelle scelte, ma di operare una sorta di abiura radicale proprio “perché ebrei”. E questo indipendentemente dal fatto che quegli “ebrei di sinistra”, esattamente come gli “israeliani di sinistra”, abbiano criticato radicalmente l’uso della forza e delle armi quale risoluzione di ogni controversia.

La pietra di paragone di questo rovesciamento è la guerra semantica (a volte sommersa, a volte del tutto esplicita) intorno al termine “sionismo”, oggi spesso ridotto a sinonimo di “colonialismo” o “imperialismo”… Eppure, come dice David Bidussa citato da Delera: “Il sionismo è un movimento il cui lessico politico è omologo, o almeno contiguo, a quello della sinistra europea, di una sinistra di matrice libertaria e populista più che socialdemocratica. E per quanto all’interno del movimento sionista siano presenti aree politiche assimilabili alla destra nazionalista, ai liberali, ai movimenti politici confessionali, non sono queste aree a dare forma al discorso politico sionista. È la cultura politica della sinistra a dare forma al sionismo.”

Al di là dell’eredità di figure come Martin Buber o Gershom Scholem (oggi praticamente rimosse dal dibattito pubblico), la contiguità di cui parla Bidussa è evidente nelle biografie di molti. Prendiamo in considerazione, ad esempio, i fratelli Sereni: Enzo, sionista socialista, dopo aver fatto aliyah in Palestina e aver fondato il kibbutz di Givat Brenner, tornò in Italia per partecipare alla Resistenza, fu catturato e torturato dai nazisti e morì a Dachau; Emilio fu invece militante comunista clandestino e ministro dei primi governi antifascisti. Emilio Sereni si era laureato alla Scuola superiore di agricoltura di Portici insieme all’amico Manlio Rossi-Doria, e Portici è un luogo chiave per comprendere l’intreccio tra socialismo, meridionalismo e sionismo negli anni venti e trenta del secolo scorso. In fondo, c’era una intuizione molto simile che spinse molti italiani ad andare al Sud e molti ebrei italiani ad andare in Palestina: fare della rivoluzione nelle campagne (sia nei rapporti di lavoro, sia nei rapporti tra lavoratori, sia nei modi di produzione) la leva per una trasformazione generale della società.

Quando, allora, il sionismo è stato interpretato come altro da sé, fino a essere travisato in un modo tale per cui l’antisionismo è giudicato da molti una forma di anti-imperialismo? Da dove nasce tale confusione? Sono responsabili coloro i quali, nella destra israeliana e tra i suoi alleati fuori del paese, hanno rivestito di un involucro sionista le politiche degli ultimi decenni? O sono responsabili anche coloro i quali – specie a sinistra – hanno accuratamente rimosso l’intreccio tra sionismo e socialismo nella storia di una costola importante della stessa sinistra europea (e mediorientale)?

Sono le domande che si pone Roberto Delera lungo tutto l’arco del suo saggio, che si conclude evocando la figura di Yitzhak Rabin, forse l’ultimo grande leader sionista in grado di contribuire alla costruzione di una pace reale con i palestinesi. Il suo assassinio, al termine di un comizio nel novembre del 1995, segna uno spartiacque decisivo nelle vicende mediorientali, e in quelle ovviamente interne al paese. È evidente che, in seguito, c’è stato un netto scivolamento verso posizioni sempre più conservatrici delle politiche dei governi che si sono succeduti, e che molti termini politici sono stati ridefiniti negli anni di Netanyahu.

Gli stessi spazi di elaborazione politica si sono ridotti. In questo, complici anche i diktat dei nuovi conflitti globali e l’avanzata dell’islamismo radicale (che ha fatto propri i canoni della predicazione antisemita), la solitudine degli ebrei di sinistra, in Italia e in Europa, si è accresciuta. Per certi versi, è speculare alle stesse accuse di tradimento di cui sono oggetto i più noti intellettuali progressisti israeliani.

Tuttavia, proprio nel momento in cui il sentiero sembra farsi più stretto, e i motivi di confusione si infittiscono, è inevitabile tornare a far riferimento a quella complessa stratificazione di esperienze che stavano alla base dell’intreccio tra pensiero ebraico, movimenti d’emancipazione, dibattito intorno al sionismo, creazione di rapporti nuovi con gli arabi. Non resta che tener viva quella stessa fiammella che attraversa le pagine di Oz o di Grossman. Chi nega che tutto ciò esista o sia esistito, soprattutto da sinistra, rende il migliore dei servigi alla retorica di Netanyahu.

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Un festival per raccontare la scrittura e gli scrittori https://minimaetmoralia.it/scrittura/scrittura-festival/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/scrittura-festival/#comments Wed, 13 May 2015 14:00:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26803 Dal 18 al 24 maggio a Ravenna si terrà la seconda edizione di Scrittura festival. Pubblichiamo un intervento del direttore artistico Matteo Cavezzali. (Fonte immagine)

di Matteo Cavezzali

C’è chi scrive per raccontare una storia. C’è chi scrive per ammazzare il tempo. C’è chi scrive perché non sa fare altro. C’è chi scrive perché gliel’ha ordinato la maestra. C’è chi lo fa per necessità. C’è chi scrive per dire che è in ritardo, chi per mandare un bacio, c’è chi scrive perché un giorno non ci sarà più. C’è chi scrive per fermare un pensiero sulla carta. C’è chi scrive per non dimenticare, chi per dimenticare. C’è chi scrive prima di andare a letto e chi scrive perché non riesce a dormire. C’è chi scrive perché vuol ricevere apprezzamenti, c’è chi scrive perché non ha paura di farsi odiare. C’è chi scrive perché ha un libro in testa, c’è chi scrive perché vuole essere chiamato “scrittore”. C’è chi scrive perché non ha voce per gridare. C’è chi scrive come terapia. C’è chi scrive perché è innamorato e quella sera c’è la luna piena. C’è chi scrive perché si annoia. C’è chi scrive perché è stonato o non sa disegnare. C’è chi scrive perché si è trovato una penna in mano e un foglio bianco. C’è chi scrive davanti alla finestra, chi sul treno e chi sul water. C’è chi scrive perché il computer non riesce più a connettersi a internet. C’è chi scrive solo per portarsi a letto le ragazze. C’è chi scrive perché ha un rimorso.

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Dal 18 al 24 maggio a Ravenna si terrà la seconda edizione di Scrittura festival. Pubblichiamo un intervento del direttore artistico Matteo Cavezzali. (Fonte immagine)

di Matteo Cavezzali

C’è chi scrive per raccontare una storia. C’è chi scrive per ammazzare il tempo. C’è chi scrive perché non sa fare altro. C’è chi scrive perché gliel’ha ordinato la maestra. C’è chi lo fa per necessità. C’è chi scrive per dire che è in ritardo, chi per mandare un bacio, c’è chi scrive perché un giorno non ci sarà più. C’è chi scrive per fermare un pensiero sulla carta. C’è chi scrive per non dimenticare, chi per dimenticare. C’è chi scrive prima di andare a letto e chi scrive perché non riesce a dormire. C’è chi scrive perché vuol ricevere apprezzamenti, c’è chi scrive perché non ha paura di farsi odiare. C’è chi scrive perché ha un libro in testa, c’è chi scrive perché vuole essere chiamato “scrittore”. C’è chi scrive perché non ha voce per gridare. C’è chi scrive come terapia. C’è chi scrive perché è innamorato e quella sera c’è la luna piena. C’è chi scrive perché si annoia. C’è chi scrive perché è stonato o non sa disegnare. C’è chi scrive perché si è trovato una penna in mano e un foglio bianco. C’è chi scrive davanti alla finestra, chi sul treno e chi sul water. C’è chi scrive perché il computer non riesce più a connettersi a internet. C’è chi scrive solo per portarsi a letto le ragazze. C’è chi scrive perché ha un rimorso.

Pensando a tutti loro è nata l’idea di creare un festival, per chiedere agli scrittori cos’è per loro la scrittura. Perché hanno deciso di scrivere e in che modo hanno voluto farlo. Lo abbiamo chiamato semplicemente “Scrittura festival” e da due anni si svolge a Ravenna dal 18 al 24 maggio. Abbiamo scelto autori che con la propria penna avessero raccontato storie dal forte impatto sociale attraverso la narrazione, come Luis Sepulveda, ospite l’anno scorso, e David Grossman che sarà a Ravenna il 23 maggio.

Sepulveda e Grossman sono due autori che hanno vissuto, prima di scrivere. Hanno messo la propria vita in gioco. Sepulveda trascorrendo anni nelle carceri della dittatura di Pinochet, Grossman esponendosi in prima persona contro le politiche di Israele, al punto da vedersi negare il premio Israele per la letteratura per un esplicito veto posto da Nethanyau. Hanno vissuto, e poi hanno scritto.

Hemingway diceva che non si può scrivere senza prima aver vissuto. Non so se sia vero, ma per loro è stato così. Per altri forse lo è stato meno. Philip Dick sicuramente non aveva mai visto androidi o cloni, ma la sua vita era stata movimentata al punto da farla allontanare molto dalla norma. Nel bene o nel male. Su Bukowski si sente dire di tutto, anche che fosse in realtà un bravo ragazzo lontano dagli eccessi che descriveva. Anche se in molti lo hanno visto spesso all’ippodromo. Kafka o Pessoa avevano vite meno romantiche, ma non per questo non sono stati grandi autori. E allora cos’è che ci porta a scrivere? Qual è quell’impulso che porta una persona a scrivere una storia anziché a raccontarla a voce agli amici o dimenticarla?

Pare che il primo testo scritto sia comparso negli ultimi secoli del quarto millennio prima di Cristo in Mesopotamia. Non era un racconto, né tantomeno una poesia, ma si trattava dell’archivio di un magazzino. Quanto grano era entrato, quanto ne era uscito e soprattutto chi aveva dei debiti da saldare con il proprietario. Insomma forse l’inventore della scrittura era un commerciante che voleva ricordarsi chi gli doveva dei soldi. Un inizio che dava poche speranze, direi. Come si è arrivati a Shakespeare e Dante partendo da un elenco di debitori della Mesopotamia? Beh, ovviamente il linguaggio scritto è un contenitore che si adatta e si modifica a seconda del contenuto. I linguisti hanno compiuto studi molto affascinanti per scoprire se in una persona nasce prima il pensiero, che viene poi ordinato nella parola, o se è la stessa parola che ha in qualche modo generato il pensiero dandogli una forma.

Lo stesso procedimento, in maniera leggermente diversa, si potrebbe riportare alla parola scritta. Perché scriviamo diversamente da come parliamo? Cambiamo modo di pensare quando parliamo con un lettore sconosciuto, di cui non sappiamo nulla, rispetto a una persona che abbiamo davanti in carne e ossa? Il retaggio culturale che ha portato il linguaggio scritto ad allontanarsi della forma orale sarà forse superato con il massiccio uso della scrittura “istintiva” introdotto dai social network? Sicuramente questi nuovi mezzi che riportano in auge la scrittura influiranno molto nei giovani autori, ma in che modo? Seguendone i canoni (e anche i vizi) o discostandosene?

A Scrittura festival parleremo anche di questo. Parleremo di libri, di editoria e di parole. Ne parleremo con editori, giornalisti e autori come Andrea De Carlo, Marco Missiroli, Carlo Lucarelli, Christian Raimo, Lidia Ravera e Francesco Piccolo, che peraltro ha scritto un interessantissimo pamphlet intitolato “Scrivere è un tic” edito da minimum fax proprio sui metodi e le piccole ossessioni degli scrittori. Nel libro Piccolo parla di chi non riusciva a scrivere senza caffè come Balzac e anche di chi per vivere faceva un lavoro molto diverso dallo scrittore, come Fenoglio che lavorava per un’azienda vinicola e scriveva i suoi romanzi nel retro dei documenti. Documenti in cui l’azienda vinicola appuntava i nomi di chi gli doveva dei soldi, proprio come quell’antico mercante della Mesopotamia.

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Rushdie a Tirana https://minimaetmoralia.it/letteratura/rushdie-a-tirana/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/rushdie-a-tirana/#comments Tue, 08 May 2012 09:10:47 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7719 Pubblichiamo un articolo di Alessandro Leogrande sulle reazioni della comunità musulmana alla notizia della pubblicazione in Albania delle opere di Salman Rushdie. Una versione più breve di questo articolo è uscita su «La Lettura» del «Corriere della Sera».

Pubblicare Salman Rushdie a Tirana è un atto di coraggio. Nel ventennale della fatwa khomeinista del 1989 contro l'autore dei Versetti satanici, Christopher Hitchens notò come questa, oltre ad aprire un nuovo fronte di guerra contro la libertà d'espressione su scala globale, aveva creato uno straordinario collante nell'islam radicale e ultraconservatore, divenendo un detonatore sempre pronto a esplodere, nei luoghi più disparati, anche nel XXI secolo.

Quanto sta accadendo in Albania in questi giorni lo conferma ampiamente. Arlinda Dudaj, giovane direttrice della omonima casa editrice, la più importante e dinamica del paese, ha reso noto in una intervista rilasciata sul quotidiano “Shiqptarja” di aver acquistato i diritto dei Versetti satanici. Dudaj è una casa editrice che traduce molto. Ha pubblicato José Saramago, Cormac McCarthy, Stieg Larsson, gli italiani Roberto Saviano, Paolo Giordano, Fabio Geda... Il suo maggior successo editoriale è Kurban, autobiografia politica di Edi Rama, leader dell'opposizione contro la deriva “bielorussa” del sistema-Berisha. Nell'ultimo mese, oltre a mandare in libreria To the End of the Land di David Grossman, Dudaj ha pubblicato L'incantatrice di Firenze dello stesso Rushdie e annunciato la pubblicazione, nei prossimi mesi, del suo “memoir” Joseph Anton e congiuntamente dei Versetti satanici, sinora mai tradotti in albanese.

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Pubblichiamo un articolo di Alessandro Leogrande sulle reazioni della comunità musulmana alla notizia della pubblicazione in Albania delle opere di Salman Rushdie. Una versione più breve di questo articolo è uscita su «La Lettura» del «Corriere della Sera».

Pubblicare Salman Rushdie a Tirana è un atto di coraggio. Nel ventennale della fatwa khomeinista del 1989 contro l’autore dei Versetti satanici, Christopher Hitchens notò come questa, oltre ad aprire un nuovo fronte di guerra contro la libertà d’espressione su scala globale, aveva creato uno straordinario collante nell’islam radicale e ultraconservatore, divenendo un detonatore sempre pronto a esplodere, nei luoghi più disparati, anche nel XXI secolo.

Quanto sta accadendo in Albania in questi giorni lo conferma ampiamente. Arlinda Dudaj, giovane direttrice della omonima casa editrice, la più importante e dinamica del paese, ha reso noto in una intervista rilasciata sul quotidiano “Shiqptarja” di aver acquistato i diritto dei Versetti satanici. Dudaj è una casa editrice che traduce molto. Ha pubblicato José Saramago, Cormac McCarthy, Stieg Larsson, gli italiani Roberto Saviano, Paolo Giordano, Fabio Geda… Il suo maggior successo editoriale è Kurban, autobiografia politica di Edi Rama, leader dell’opposizione contro la deriva “bielorussa” del sistema-Berisha. Nell’ultimo mese, oltre a mandare in libreria To the End of the Land di David Grossman, Dudaj ha pubblicato L’incantatrice di Firenze dello stesso Rushdie e annunciato la pubblicazione, nei prossimi mesi, del suo “memoir” Joseph Anton e congiuntamente dei Versetti satanici, sinora mai tradotti in albanese.

La reazione islamica, in quello che fino a vent’anni fa era costituzionalmente l’unico stato ateo al mondo, non si è fatta attendere.

Ermir Gjinishi, leader della comunità islamica albanese, ha subito detto che la pubblicazione del libro è una provocazione inaccettabile per il mondo musulmano: “Offende il profeta e il corano, e creerebbe inutili tensioni in Albania”. Su posizioni più radicali Roald Hysa del Forum musulmano: “Salman Rushdie è uno scrittore mediocre che ha scritto cose molto offensive”: A suo dire Dudaj intende solo commercializzare tali offese: “Non è possibile calpestarci in questo modo. Noi siamo contrari al rogo dei libri, non siamo certo l’Inquisizione. Tuttavia non possiamo escludere che qualche credente possa sentirsi autorizzato a compiere atti estremi. Non garantiamo nulla.”

L’intuizione di Hitchens sembra materializzarsi davvero. Vent’anni sono passati invano. Nel luglio del 1991 Ettore Capriolo, traduttore del libro in italiano, venne pugnalato nella sua casa milanese. Fortunatamente sopravvisse all’attentato, a differenza del  traduttore giapponese, Hitoshi Igarashi, che venne ucciso a Tokyo pochi giorni dopo. L’editore norvegese William Nygaard venne invece ferito a colpi d’arma da fuoco nell’ottobre del ’93.

Oggi come ieri, le intimidazioni contro editori e traduttori di Rushdie partono immediatamente al solo annuncio della pubblicazione, mesi prima dell’uscita effettiva in libreria, creando una condizione di tensione crescente. Ma oggi più di ieri l’odio e gli insulti si moltiplicano in rete, nei commenti anonimi intrisi di offese maschiliste contro l’editrice “blasfema”. Arlinda Dudaj afferma molto lucidamente: “Il problema non è l’islam, ma l’islamismo politico che pretende di governare ogni aspetto della vita, e di ridurre l’intera società alla sua interpretazione. Invece ogni autorità (religiosa, politica, culturale, economica) deve poter essere criticata. È questo il senso di una società moderna, libera da autoritarismi. E se vogliamo farne parte, dobbiamo tenerne conto.”

Sullo sfondo si delinea uno scontro culturale tra due Albanie: una colta, laica, cosmopolita e una avvitata intorno alle sue tradizioni, a presunte “radici” riscoperte negli anni del post-comunismo. Ma il caso-Rushdie funziona anche come cartina al tornasole delle trasformazioni interne all’Islam albanese, nell’unico paese europeo in cui il 70% della popolazione si definisce musulmano. Chiaramente si sta delineando una frattura. Da una parte c’è un islam tradizionale, blandamente conservatore, di derivazione ottomana. Dall’altra ci sono alcune nuove moschee finanziate dagli stati del Golfo. Sono queste il luogo di ritrovo dei filo-arabi, tendenzialmente più giovani, e potenzialmente sedotti dalla retorica radicale. In un paese in rapida trasformazione sociale e culturale, il caso-Rushdie (di cui ormai si parla in tutte le tv e su tutti i giornali) li sta facendo uscire allo scoperto.

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