Domitilla di Thiene Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/domitilla-di-thiene/ un blog di approfondimento culturale Fri, 09 Jan 2026 10:25:56 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Domitilla di Thiene Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/domitilla-di-thiene/ 32 32 Intorno alla fine dell’anno, amor materno e amor profano https://minimaetmoralia.it/poesia/intorno-alla-fine-dellanno-amor-materno-e-amor-profano/ https://minimaetmoralia.it/poesia/intorno-alla-fine-dellanno-amor-materno-e-amor-profano/#comments Fri, 09 Jan 2026 10:25:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=56613 di Domitilla di Thiene Mia madreè la madreio sono madrema scoloro in confrontoa mia madre mia madre ha forme di resistenza al mondoper esempio un rapporto unico con la pubblicitànon compra tutto quello di cui ricorda il nomedalla televisione dalle riviste o dalla radioesegue perlustrazioni tenaci negli scaffalialla ricerca del detersivo anonimopur di non darla vinta con […]

L'articolo Intorno alla fine dell’anno, amor materno e amor profano proviene da Minima et Moralia.

]]>
di Domitilla di Thiene

Mia madre
è la madre
io sono madre
ma scoloro in confronto
a mia madre

mia madre ha forme di resistenza al mondo
per esempio un rapporto unico con la pubblicità
non compra tutto quello di cui ricorda il nome
dalla televisione dalle riviste o dalla radio
esegue perlustrazioni tenaci negli scaffali
alla ricerca del detersivo anonimo
pur di non darla vinta con facilità

mia madre non mangia esseri viventi
da quando sono nata
(per cui tantissimi anni)
e a me piace pensare
che l’avermi dato vita
le ha levato voglia
di prenderla ad altri

mia madre a volte mi dice
considera questo
con chi faresti del tutto
a cambio di vita
pelli amori passi odori
e io rimango in silenzio
vergognosa (del desiderare le terrazze d’altri)

mia madre vorrebbe non farla tanto lunga
solo questo
sulle cose di tutti
che si invecchia
che è passata in un attimo
che molti non ci sono più
che ci si sente una truffa (perché erano migliori)
che non si è pronti
che tutto sfuma
e i ricordi confusi
di chi era e non è più e non sarà

************

Invece a volte mi sembra
che gli istanti non valgano tutti
la pena di essere vissuti
ma cumulati fanno la giornata
e allora diventa pericoloso

le ristrettezze del dare
tenere per sé un poco di amor proprio,
di spazio emotivo, di sicurezza interiore,
sono il modo migliore per crepare le cose

o forse sono meglio quelle storie avare
un centellinare spalmato su anni
che arriva a coprire tutta una vita
e perciò si spacciano per eterne

come il gatto sotto la coperta
pretende le gambe sollevate
per avere spazio vitale
lasciare posto
per far respirare

L'articolo Intorno alla fine dell’anno, amor materno e amor profano proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/poesia/intorno-alla-fine-dellanno-amor-materno-e-amor-profano/feed/ 2
Benedizione. Patti Smith a Stoccolma https://minimaetmoralia.it/musica/benedizione-patti-smith-stoccolma/ https://minimaetmoralia.it/musica/benedizione-patti-smith-stoccolma/#comments Fri, 25 Oct 2019 12:00:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41465 di Domitilla di Thiene

Travolta dall’emozione, lì di fronte a tutte quelle persone. E non è una novellina, sono quasi cinquant’anni che canta in pubblico. È vero che la canzone che sta cantando è una canzone di lui. Sì proprio di quell’uomo, di cui ha avuto una fotografia appesa al muro da quando aveva sedici anni. Di cui in realtà ha avuto non una sola fotografia, ma tante fotografie appese al muro.

Su tanti muri diversi, in tante diverse fasi della vita, con i diversi uomini con cui ha vissuto. Con Robert, che capiva le passioni ma il cui gusto estetico certo non passava verso quel musicista così basso un po’ storto, con quel modo di porsi quasi sbilenco davanti al microfono, appeso all’armonica o alla chitarra.

L'articolo Benedizione. Patti Smith a Stoccolma proviene da Minima et Moralia.

]]>
1ps

di Domitilla di Thiene

Travolta dall’emozione, lì di fronte a tutte quelle persone. E non è una novellina, sono quasi cinquant’anni che canta in pubblico. È vero che la canzone che sta cantando è una canzone di lui. Sì proprio di quell’uomo, di cui ha avuto una fotografia appesa al muro da quando aveva sedici anni. Di cui in realtà ha avuto non una sola fotografia, ma tante fotografie appese al muro.

Su tanti muri diversi, in tante diverse fasi della vita, con i diversi uomini con cui ha vissuto. Con Robert, che capiva le passioni ma il cui gusto estetico certo non passava verso quel musicista così basso un po’ storto, con quel modo di porsi quasi sbilenco davanti al microfono, appeso all’armonica o alla chitarra. Sam che non aveva miti e mal sopportava altre figure maschili che incombessero (anche se sua moglie aveva i suoi tempi). E poi Fred, sempre e solo Fred, ma Fred era un musicista lui stesso e poteva capire bene la sua passione.

E poi questo era già dopo, quando anche lei era salita sul palcoscenico, quando le foto appese erano di una persona che continuava ad idolatrare ma che anche era diventato un collega, quasi un amico.

Come aveva potuto incepparsi proprio su quella canzone, che aveva scelto lei e che conosceva così bene da quando era una ragazzina, dal 1963, e che aveva ascoltato mille e mille volte in religioso silenzio. Certo che la sapeva a memoria. E non può essere l’emozione del pubblico, nella sua vita si è esibita in pubblico mille e mille volte, anche cantando proprio quella canzone. Erano presenti un re e una regina quella sera, ma lei era americana, veniva da un paese senza regnanti, le interessava poco. E se proprio avesse dovuto scegliere un re per il suo paese era proprio l’uomo che aveva scritto quella canzone.

Ecco, forse quello era stato l’ultimo pensiero che le aveva fatto incrinare la voce, incrinare le parole. Stava cantando in vece del re degli Stati Uniti. Davanti a quelle teste coronate, poeti laureati, nobel per la pace o per la medicina. E il risultato è stato il blocco.

Rimanere zitti, senza parole. L’incubo di qualsiasi cantante, di qualsiasi performer, di chiunque calchi un palcoscenico. Si era sentita cantare la prima strofa. Se ti ascolti ti blocchi, lo sanno anche gli oratori più incalliti. Le era parso di avere una voce tremolante, che faticava a emergere; mentre si ascoltava, mentre si giudicava, si era bloccata. Froze, congelata, così dicono gli inglesi. Cosa fare? Lei sa cosa fare, come sempre nella sua vita, come sempre la salva l’onestà. I apologize, really, I am so nervous. Bastano queste poche parole per avere tutto il pubblico con sé in un attimo, per ritrovare la fiducia per le strofe successive. La regina sorride, tutti i presenti in sala sorridono. Tutti sanno cosa vuol dire. Chi non ha avuto paura di bloccarsi in pubblico? E continua e sbaglia di nuovo e risbaglia ancora, proprio non le torna in mente questa canzone, la canzone, che ha scelto lei, su cui non ha avuto dubbi fin dall’inizio.

L’ho scelta per Rimbaud e le ragioni della sofferenza umana, così ha sintetizzato i motivi per aver deciso di cantare proprio quella canzone. I due miti della sua giovinezza, Rimbaud e il menestrello di Hibbing, ma uno era morto un secolo prima l’altro è diventato improvvisamente vicino, quasi intimo, addirittura da andare al suo posto alla serata del Nobel per la letteratura. A lei che si sentiva poeta grazie a lui, che ben prima degli altri ha capito la potenza dei suoi versi.

E sbaglia ancora, si impiccia, si blocca di nuovo per un secondo ma riprende da un verso a caso, un verso in cui dice che ridono tutti e continua stoica, fino alla fine. L’ultimo verso per assurdo dice proprio But I’ll know my song well before I start singin’ , ma è abituata che nella vita nulla capita per caso, tutto ha un significato, che il destino fa gli sberleffi.

Come l’aveva presa lui, lui che da sempre storpia tutte le sue canzoni fino a renderle irriconoscibili; Le aveva dato un mandato però, cosa poteva aver pensato. Non ha avuto la possibilità di parlare con lui direttamente. Può sembrare strano, le ha chiesto di andare a ritirare il nobel a suo posto ma non le ha parlato direttamente. È una persona molto privata lo giustifica lei, impegni precedenti, forse aveva da fare nella sua grande casa. La famiglia però l’ha informata che erano contenti; e il figlio ha aggiunto, papà ha detto che nessuno è in grado di incasinare le sue canzoni più di se stesso. È la benedizione.

____________

Testi di Domitilla Di Thiene sono apparsi su Cadillac, L’Inquieto, Nazione Indiana e minima&moralia.

L'articolo Benedizione. Patti Smith a Stoccolma proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/musica/benedizione-patti-smith-stoccolma/feed/ 1
Evergreen (a whiter shade of pale, live in Denmark 2006) https://minimaetmoralia.it/racconti-brevi/evergreen-whither-shade-of-pale-live-denmark-2006/ https://minimaetmoralia.it/racconti-brevi/evergreen-whither-shade-of-pale-live-denmark-2006/#comments Sat, 04 May 2019 09:57:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40170 di Domitilla Di Thiene

Non cambiava. Avesse potuto contare il numero di volte che l’aveva cantata.

Rivedeva i vecchi video. Inizi anni settanta, palandrane colorate sulle spalle nei video in bianco e nero, occhi strizzati dal poco sonno e i molti acidi. Quell’espressione persa che aveva all’Isola di Wight, era il sonno, il freddo della brina della mattina o cosa?

L'articolo Evergreen (a whiter shade of pale, live in Denmark 2006) proviene da Minima et Moralia.

]]>
1procul

di Domitilla Di Thiene

Non cambiava. Avesse potuto contare il numero di volte che l’aveva cantata.

Rivedeva i vecchi video. Inizi anni settanta, palandrane colorate sulle spalle nei video in bianco e nero, occhi strizzati dal poco sonno e i molti acidi. Quell’espressione persa che aveva all’Isola di Wight, era il sonno, il freddo della brina della mattina o cosa?

Qualche romantico poteva pensare fosse l’ispirazione, il sentire la musica, ma si conosceva già abbastanza allora per sapere che doveva avere a che fare con qualche tiramento di culo del momento. Il freddo, il dormire scomodi, la perenne umidità inglese. E però cantava, con quell’espressione ispirata.

E non ricordava che sensazione avesse nel cantarla, in quelle parole. Forse solo pensava che era una canzone, fra le tante che cantava, che avrebbe cantato. Non la canzone.

Più di quarant’anni dopo, sempre lì, un’altra nazione in realtà, ma sempre le stesse parole, la stessa melodia. Un educato pubblico danese ascoltava l’assolo iniziale dell’orchestra. Eccola, ora ve la do, ora inizia. Mi ha nutrito per quarant’anni pensava. Questa canzone ha nutrito me e miei figli e le tre ex mogli. Le devo volere bene, si ripeteva. Eppure a ogni inclinazione di voce, a ogni appoggio del tono, a ogni acuto della chitarra a cui seguiva la sua voce arrochita dagli anni e dai quattro interventi alle corde vocali, a ogni suono si chiedeva se avesse senso, se dovesse continuare a cantarla. Non sopportava più i nostalgici di ogni età, le vecchie signore coi pantaloni scampanati e i vecchi attempati che venivano a vederli.

Ma quelli che proprio non sopportava erano i giovani, i ragazzi trentenni, più giovani dei suoi figli, che cantavano a squarciagola; loro li avrebbe voluti prendere a mazzate in faccia, gli suscitavano una violenza incredibile. Che ci fate qui imbecilli, gli avrebbe voluto dire, lo sapete che capita una sola volta, ve lo hanno detto o no, lo avete capito o no, una sola volta si è giovani, pochi mesi, una manciata di anni, poi basta. Andate a cercarvi una canzone vostra invece di rimacinare la mia; questa è già così usurata e consumata da tutti noi che ci abbiamo scopato, mangiato, pianto e ci siamo drogati per tutti questi anni. Lo sai quanti anni che rimorchio con questa canzone ragazzino? 46. La prima volta tua madre non aveva ancora le mestruazioni e a me già non me ne fregava un cazzo.

Questo pensava, davanti alle sedie ordinate del festival danese la vecchia gloria inglese, la barba ordinata sale e pepe, attento risultato delle alchimie del suo barbiere di Londra; altrimenti sarebbe bianca, bianca candida, bianca sepolcro ragazzi miei, come queste note vecchie che vi bevete ancora.

L'articolo Evergreen (a whiter shade of pale, live in Denmark 2006) proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/racconti-brevi/evergreen-whither-shade-of-pale-live-denmark-2006/feed/ 4
L’aeroporto è il nostro luogo naturale https://minimaetmoralia.it/racconti-brevi/laeroporto-nostro-luogo-naturale/ https://minimaetmoralia.it/racconti-brevi/laeroporto-nostro-luogo-naturale/#respond Wed, 27 Feb 2019 14:00:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39606 Photo by Dennis Gecaj on Unsplash

di Domitilla di Thiene*

L’aeroporto è il nostro luogo naturale, il nostro utero accogliente, la luce artificiale, i pavimenti lucidi e le vetrine luminose, ci forzano alla veglia, al luccichio del viaggio, alla promessa della partenza, ti vedo da lontano, hai una camicia nuova, la barba lunga, ti ridono gli occhi, li abbassi per pudore. Siamo a Istanbul, uno degli scali in cui ci incontriamo più spesso. Lo conosciamo a menadito, il negozio di cachemire d’angolo, l’assurda hall con il cibo.

L'articolo L’aeroporto è il nostro luogo naturale proviene da Minima et Moralia.

]]>
dennis-gecaj-1361121-unsplash

Photo by Dennis Gecaj on Unsplash

di Domitilla di Thiene*

L’aeroporto è il nostro luogo naturale, il nostro utero accogliente, la luce artificiale, i pavimenti lucidi e le vetrine luminose, ci forzano alla veglia, al luccichio del viaggio, alla promessa della partenza, ti vedo da lontano, hai una camicia nuova, la barba lunga, ti ridono gli occhi, li abbassi per pudore. Siamo a Istanbul, uno degli scali in cui ci incontriamo più spesso. Lo conosciamo a menadito, il negozio di cachemire d’angolo, l’assurda hall con il cibo.

L’aeroporto è il nostro luogo naturale, non ne abbiamo altri, separati da decenni e continenti diversi, ci incontriamo sulle moquette silenziose, le scale mobili lente, le nostre facce vicine tra 21A e 21B , soddisfatti dalle bottigliette da 37.5 di pessimo rosso, i vetri appannati sopra le nuvole.

L’aeroporto è il nostro luogo naturale, non ne abbiamo altri, ci dà la nausea quando siamo soli, gioia se siamo insieme. All’uscita non c’è mai nessuno ad aspettarci, procediamo sicuri conoscendo il percorso e le porte di sicurezza non abbiamo bagaglio ad appesantirci, l’ultima porta ci spaventa anche se non lo ammettiamo. A Roma troviamo la Magliana e poi la Cristoforo Colombo. Conosciamo l’imbottigliamento prima di San Giovanni, tu ti volti e mi chiedi se vogliamo girare prima.

A Gerusalemme prendiamo la 443, a me non piacciono le barriere alte che nascondono i settlements oltre le colline, i blocchi militari che ci fermano. Ci accoglie la dolce collina di Al Quds, piena di luci bianche e azzurre, il loro nazionalismo univoco.

A Stoccolma c’è sempre la neve, anche se è estate. Ti vedo con la giacchetta di lino, a meno quindici, ancora la sabbia del deserto sullo zaino, aspiri avidamente una sigaretta, hai i jeans stretti e ti allontani nel ghiaccio mentre aspettiamo l’autobus, non vuoi far sentire lo svedese degli annunci dell’altoparlante al telefono, starai gelando penso, ragazzetto magro degli anni settanta.

A Khartoum mi aspetti in mezzo alla folla all’uscita vetrata. Due ore per i controlli, non si capisce mai da dove escono i bagagli, welcome to Africa mi dicono per prendere in giro il mio visibile indispettimento, mi vieni incontro tra le teste velate, arrivo sempre a notte fonda, non resisti mai dall’abbracciarmi di fronte a un paese bloccato dalla sharia, non ti restituisco l’abbraccio e mi svincolo imbarazzata di fronte allo sguardo severo di un vecchio col turbante, allora mi trascini via quasi di peso, verso la macchina, la portiera è ancora rotta, mi infili dallo sportello di dietro, uscire dal parcheggio è un’impresa di diplomazia e autodeterminazione. Siamo sull’Africa road, trafficatissima nonostante l’ora, l’aria è piena di sabbia c’è stata una Abbouba[1] nel pomeriggio, non diciamo nulla, ogni tanto ti volti a guardarmi, sorridi.

L’aeroporto è il nostro luogo naturale, fuori siamo un po’ spersi. Mi porti sempre l’acqua all’arrivo, frizzante nei paesi in cui c’è, liscia negli altri.

L’aeroporto è il nostro luogo naturale, è quello che ci definisce, non importa se è un arrivo o una partenza, importa il nostro incontro, non dobbiamo andare da nessuna parte.

__________

[1] Abbouba: tempesta di sabbia

* Testi di Domitilla Di Thiene sono apparsi su Cadillac, L’Inquieto, Nazione Indiana e su minima&moralia con Mille volte hai detto vado.

L'articolo L’aeroporto è il nostro luogo naturale proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/racconti-brevi/laeroporto-nostro-luogo-naturale/feed/ 0