Edoardo Albinati Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/edoardo-albinati/ un blog di approfondimento culturale Wed, 22 Dec 2021 21:58:52 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Edoardo Albinati Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/edoardo-albinati/ 32 32 Il sonetto in carcere https://minimaetmoralia.it/interviste/il-sonetto-in-carcere/ https://minimaetmoralia.it/interviste/il-sonetto-in-carcere/#respond Thu, 23 Dec 2021 08:00:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49769 Pubblichiamo, ringraziando la rivista e l’autrice, l’intervista di Giada Ceri a Edoardo Albinati (scrittore, traduttore e sceneggiatore, che da oltre vent’anni lavora come insegnante nel penitenziario di Rebibbia), uscita sul numero 277 di “Una città”. Si tratta della terza di una serie di interviste (qui la prima e qui la seconda) a persone variamente impegnate nell’ambito penitenziario per capire se e come la “cultura” possa svolgere una funzione rieducativa in una istituzione totale e che cosa significhi concretamente, oggi, rieducare una persona.

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Pubblichiamo, ringraziando la rivista e l’autrice, l’intervista di Giada Ceri a Edoardo Albinati (scrittore, traduttore e sceneggiatore, che da oltre vent’anni lavora come insegnante nel penitenziario di Rebibbia), uscita sul numero 277 di “Una città”. Si tratta della terza di una serie di interviste (qui la prima e qui la seconda) a persone variamente impegnate nell’ambito penitenziario per capire se e come la “cultura” possa svolgere una funzione rieducativa in una istituzione totale e che cosa significhi concretamente, oggi, rieducare una persona.

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Fermo restando che la cultura di per sé non rende più buoni, in carcere, dove si va per tentativi, questo può succedere attraverso la scuola, uno dei pochissimi strumenti a disposizione dei detenuti, per migliorare la loro vita, creando, malgrado lo squallore dell’ambiente, un piccolo spazio di libertà; le oscillazioni continue fra chiusure e aperture, dovute ai cambi di direttori e comandanti e alle periodiche campagne orchestrate da fuori. 

 

Giada Ceri: Nella situazione in cui si trova attualmente il carcere italiano temi come quello dell’istruzione rischiano di restare ai margini nel discorso pubblico. Prendendo spunto dall’esperienza brasiliana del Reembolso através da leitura, programma che prevede uno scambio fra libri letti e sconto della pena, vorrei parlare con te delle ambiguità della “cultura che rende liberi”. Qual è la tua opinione al riguardo?

Edoardo Albinati: Premetto che gli esperimenti bisogna farli e poi vedere com’è andata, dovrebbero cioè essere giudicati a posteriori, verificando cosa hanno prodotto nei fatti. Mi permetto di fare un’analogia col mondo della tossicodipendenza: personalmente non ho affatto idee chiare né sulla liberalizzazione degli stupefacenti, né sull’uso del metadone o di altre sostanze, ma se dopo cinque o dieci anni che è stato utilizzato un certo metodo per contrastare l’abuso di droghe e recuperare i tossici si scopre che ha funzionato, bene, lo approvo. L’unico modo per misurare l’efficacia di un provvedimento è metterlo alla prova, quindi non credo che si possa bocciare il Reembolso solo perché potrebbe essere utilizzato in modo strumentale, solo per strappare qualche beneficio, altrimenti qualsiasi iniziativa all’interno del carcere potrebbe essere intesa in senso strumentale, anche la scuola, o il teatro. Prendiamo ad esempio la “buona condotta”. Se tu non combini guai, non insulti le guardie, te ne stai buono, allora vuol dire che simuli, che lo fai solo per ottenere uno sconto di pena? Ma anche se fosse così, cosa ci sarebbe di sbagliato? La “buona condotta” è pur sempre uno sforzo di autocontrollo. La civiltà intera si basa su queste convenzioni. Dunque, il Reembolso: non sono affatto sicuro che sia efficace al cento per cento, però come giudicarlo in anticipo? Diamo da leggere i libri e premiamo chi li ha letti, anche fosse solo abbonandogli dieci giorni di galera, meglio di niente. Poi in capo a qualche anno si capirà se ne valeva la pena. Faccio un altro esempio. Io ero ideologicamente, o meglio idiosincraticamente avverso alla cosiddetta “giustizia riparativa”, perché l’idea che la vittima di un reato o i suoi parenti debbano confrontarsi e riconciliarsi con chi lo ha commesso mi sembrava un po’ viziata da un cattolicesimo facile…

Per l’idea del perdono che ci può essere dietro?

No, per l’assunto che occorra per forza sanare il vulnus, la ferita inferta, stabilendo un contatto tra chi ne è stato vittima e chi ne è stato autore. Io invece pensavo: il colpevole finisce in galera e si sconta la sua pena, mentre la vittima o chi per lui si tiene il suo dolore e il suo risentimento, e poi ognuno per la sua strada, perché mi sembrava un po’ melensa o perversa questa idea del riavvicinamento tra il criminale e chi il crimine l’ha subìto. Intendiamoci, sul piano privato va benissimo, è una cosa nobile e bella, ma come tramutarla in un protocollo gestito dall’istituzione? Però, a giudicare dagli esperimenti compiuti, pare che questa pratica abbia una sua efficacia, ricucendo almeno in parte il tessuto sociale lacerato dal crimine: se non risolve ogni singolo conflitto, complessivamente serve a ridurre la tensione provocata dal reato stesso.

Allora, se funziona, bene, andiamo avanti, estendiamola il più possibile, questa pratica. Questa è la mia posizione generale. Nel merito della lettura come strumento specifico, come negare che sia uno dei pochi, anzi pochissimi mezzi con cui accedere a una maggiore consapevolezza di sé e del mondo, e dunque provare a fare qualche passo avanti, o almeno di lato, scartando dal cammino segnato della delinquenza o dimostrando che non è l’unica strada percorribile? Del resto il carcere non offre quasi nulla in proposito, nessun percorso di riabilitazione o ripensamento. Certo, dubito che la lettura garantisca direttamente di essere reinseriti nella società, ma sicuramente non è nociva. E che poi qualcuno possa approfittarsene in modo un po’ cinico… be’, questo mi sembra nella natura di ogni provvedimento di attenuazione o di risoluzione. Combattere il luogo comune che la cultura renda le persone più buone secondo me è giusto e necessario nel mondo libero, non nel mondo carcerario. Io la retorica secondo cui chi legge libri è moralmente migliore, o superiore agli altri non la sopporto proprio: se pensiamo solo al Novecento, quanti intellettuali, filosofi, scrittori, scienziati, professori universitari sono stati a fianco delle dittature più feroci? E dire che di libri ne avevano letti…

Però stiamo ora parlando di una realtà particolare, il carcere, non del mondo libero, e qui la retorica del migliorarsi e riscattarsi attraverso la cultura resta una delle poche strade praticabili; altrimenti, dovrei abdicare prima di tutto alla mia stessa funzione di insegnante lì dentro. In effetti, nei momenti di crisi mi viene da chiedermi: ma che ci vado a fare? Ma le crisi sono fatte per risvegliare nuove risorse e proprio con quelle essere superate. Insomma, dobbiamo pensare veramente e intimamente che la scuola in carcere sia utile, serva sul serio, ed esserne convinti fino in fondo. E se mai ne dubitassimo, dobbiamo continuare testardamente a fare “come se”. Molti discorsi sul carcere in generale, sulla pena e sul reinserimento, non possono che basarsi sul “come se”. Occorre mantenersi fermi su questo, altrimenti tutto se ne andrebbe a carte quarantotto, la scuola, la politica, il diritto. E anche la democrazia andrebbe abolita… con tutte le sue magagne e ipocrisie.

Davvero non vedo più cosa dovremmo fare nella vita se restiamo paralizzati dal terrore di essere smentiti o di fallire. Dunque, non vi è alcuna certezza che studiare e leggere libri migliori l’individuo in assoluto; tra le persone acculturate ce n’è un buon numero di moralmente schifose, mentre un garagista e una donna delle pulizie possono essere migliori non solo moralmente, ma anche intellettualmente. Nel carcere si va per tentativi, si cerca di applicare dei correttivi, di limitare il danno procurato e quello subìto, avanzando anche di un solo millimetro nella consapevolezza, e per farlo ci sono al massimo due o tre opzioni. Non possiamo certo rinunciarvi perché potrebbero fallire.

Questo mi porta a un’altra domanda. Nel tuo lavoro prevale la dimensione dell’insegnante o la dimensione dell’insegnante-in-carcere?

Insegnare a dei maschi adulti che hanno commesso delitti non è ovviamente lo stesso che insegnare a ragazzini e ragazzine di quattordici, quindici o diciassette anni, anche se il livello scolastico è lo stesso. Sarebbe folle negare la differenza sostanziale, a partire dalle persone che frequentano la scuola e dagli ambienti in cui si svolge: celle fredde, puzzolenti, umide, per accedere alle quali si attraversano cancelli e blindati. Pensiamo solo al fatto che non abbiamo i libri di testo. Come potrebbe essere la stessa scuola? Ma anche qui, entra in azione il fattore di cui parlavo prima, il “come se”. La meravigliosa finzione di una normalità scolastica. Cioè, io fingo di stare facendo una lezione in una scuola qualsiasi, non in galera. La svolgo esattamente come la svolgerei, più o meno uguale, davanti a un uditorio di adolescenti, di signore interessate alla letteratura come quelle che vengono alle presentazioni di libri, o in un’aula universitaria. Penso che sia giusto così, fornire loro -sì, fornire è forse la parola più giusta- la stessa cosa che potrei fornire a chiunque altro, una lezione non addomesticata, semplificata, arrotondata in qualche modo. Separandoci per un’ora o due dal contesto, dall’afflizione della pena, e creando una bolla dove conta solo quello che stiamo studiando insieme. Quante volte un mio studente alle prese con la difficoltà di una formula matematica o della struttura metrica di una poesia mi ha detto: “Niente, professo’, oggi nun ce sto co la testa!” e io l’ho consolato e incoraggiato dicendogli: “Guarda, è proprio per questo che facciamo lezione, per provare a starci, con la testa”, magari rompersela pure, la testa, ma alla fine riuscire a risolverlo quell’esercizio e a capirla quella poesia. Non esiste nulla di più soddisfacente di uno sforzo fine a se stesso, come ad esempio quello dello sport, o del gioco. In fondo la scuola più simile a quella carceraria è la scuola serale, per adulti. Insegnare a degli adolescenti oppure a degli adulti: forse passa per di qui l’unico e vero discrimine. Ma a parte questo, il succo, la sostanza, il midollo del leone che uno dovrebbe provare a trasmettere per le sue competenze in una certa materia o in un’altra, secondo me dovrebbe essere rigorosamente uniforme col mondo libero.

Anche perché, lo ripeto, una delle poche utilità certe della scuola in carcere è appunto quella di ricreare una piccola porzione di mondo libero. D’accordo, lo spazio fisico è la cella, con le sbarre alla finestra, ma il tempo che si trascorre lì dovrebbe essere lo stesso che in quel momento si sta trascorrendo al liceo Parini. Compresa la noia… Va be’, non esageriamo, forse al Parini no, diciamo in un qualsiasi istituto tecnico sparso per l’Italia.

E questo è il tuo punto di vista. Mi chiedo quale sia quello dell’istituzione. Quel tempo di libertà che si cerca di ricreare viene condizionato da quello che in carcere è il primum, cioè la sicurezza?

È ovvio che l’istituzione carceraria, cioè la direzione e il comandante degli agenti penitenziari debbano rispettare questo primum, che di fatto giustifica la detenzione stessa; la sicurezza non si può metterla da parte tutt’a un tratto nel nome di qualsiasi altra esigenza o iniziativa.
Negli anni ho sperimentato però una oscillazione, una sinusoide di atteggiamenti che il carcere ha nei confronti delle attività provenienti dall’esterno, con periodi di apertura e poi di chiusura e poi di nuovo di apertura che hanno del resto caratterizzato l’intera storia repubblicana per quanto riguarda la legislazione sul carcere, con provvedimenti ciclici di segno opposto, come se vi fosse un movimento di sistole e diastole. Apri, chiudi, apri, chiudi. In più c’è la variabile locale dei singoli istituti, incomparabili tra loro e pressoché extraterritoriali, non sembrano nemmeno appartenere alla medesima nazione. E poi ci sono le direzioni che vi si avvicendano, che possono quasi ribaltare la situazione. Capita il direttore alla Brubacker, e molte attività si possono svolgere, alla grande, poi arriva un altro direttore che invece le vieta, non si capisce perché. Oggi come oggi il nostro raggio d’azione e di iniziativa all’interno del penitenziario di Rebibbia è sicuramente ridotto rispetto a quando ho cominciato, cioè nel 1994 -non parlo solo della scuola, ma in generale delle possibilità di intervento, da parte del volontariato e di attori esterni al carcere. Nei primi anni che stavo lì c’era molto fermento e una permeabilità maggiore, ma negli anni è subentrata una certa sfiducia, i direttori e i comandanti che si sono succeduti, e naturalmente la magistratura di sorveglianza che ha l’ultima parola sui permessi per entrare e uscire, si sono dovuti confrontare sempre più con vere e proprie guerre mediatiche non appena qualcosa andava storto. Vengono subito messi alla gogna e massacrati se succede qualcosa che contravviene ai principi di sicurezza: un’evasione, l’ingresso di qualcuno con della droga o con un telefonino… viene caricato tutto sulle spalle di chi ha concesso quel particolare permesso o beneficio, quindi posso anche capire l’irrigidimento. Verso la scuola nello specifico direi che l’istituzione penitenziaria tiene un atteggiamento duplice, ambivalente. La scuola dentro al carcere è una presenza ingombrante -un corpo insegnante numeroso, materiali che entrano ed escono- che comporta certi problemi, per cui, dal punto di vista di chi deve controllare questo traffico, la convenienza assoluta sarebbe quella di impedirla. E però, prendiamo l’anno scolastico appena trascorso, in cui noi da novembre in poi siamo rimasti fuori, fermati dalla pandemia: di sicuro abbiamo causato zero problemi però la nostra assenza ne ha creato un altro, un vuoto drammatico, il deserto assoluto: privati dei colloqui, della scuola, del contatto con i volontari, ai detenuti non restava che sbattere la testa sul muro…! Ecco perché, comunque sia, la scuola è benvenuta in un carcere, anzi, è un vero e proprio regalo, visto che lo stipendio ce lo paga un altro Ministero, quello dell’Istruzione, grazie al quale ai detenuti viene offerta la chance di svolgere un’attività che li tiene impegnati invece di stare a incattivirsi in cella tutto il santo giorno. Dunque è proficuo per il carcere avere una scuola, anzi, varie scuole di diverso livello, al suo interno, e il vantaggio quasi sempre è maggiore degli inconvenienti creati da questa ospitalità. Si sa che gli esterni potrebbero essere destabilizzanti o introdurre una serie di problemi, dal professore che si impietosisce per un certo studente e comincia a dare noia per difenderne i diritti, a quello che, magari inconsapevolmente, viola qualche regola, e poi ci vuole un certo numero di agenti che controllano l’andirivieni tra i reparti, quindi un’organizzazione per forza farraginosa, faticosa, che richiede buona volontà e buon senso da un po’ tutte le parti in gioco.

Al tempo stesso però la scuola, anche per la sua scansione regolare, è l’unica attività sul serio continuativa in galera, visto che il numero dei lavoranti è quello che è, minoritario rispetto al totale di reclusi, e occasioni di altro tipo sono episodiche, saltuarie. Noi attacchiamo a settembre e finiamo a giugno: quasi un anno di un’attività riconosciuta e che fa capo a un ministero statale, non a una qualche associazione da verificare nella sua attendibilità. Insomma, una scuola vera e propria, che risponde a due istituzioni diverse e garantisce che un certo numero di detenuti abbia accesso a un’occupazione che può essere considerata, credo più di ogni altra, “trattamentale”, altrimenti non si capisce il “trattamento” in cosa possa consistere. Molte volte abbiamo orecchiato una specie di mantra negativo nei confronti di noi insegnanti lì dentro (“Ah, voi passate sopra a tutto, siete amiconi dei delinquenti, li promuovete tutti…” -il che del resto non è assolutamente vero) e dall’altra parte sappiamo però che il pensiero inespresso è ben diverso e si basa su un calcolo di convenienza se non di umanità: “Ah, meno male che c’è la scuola, così almeno gli fanno fare qualcosa, altrimenti starebbero venti ore al giorno in cella”. Il carcere deve un po’ giocarsi questa carta, che, lo ripeto, per loro è a costo zero, ma è la scuola da fuori che deve premere, insistere, contrattare, quando il rapporto si fa conflittuale o comunque necessita un mercanteggiamento di spazi e di tempi. È la scuola insomma che deve trovarsi un dirigente “alla Brubacker”! Propositivo, combattivo, e capace di trattare. Io, all’inizio della mia “carriera carceraria”, quando ero molto più pimpante, con l’appoggio del dirigente di allora mi sono battuto perché venissero a scuola anche i transessuali, e alla fine li hanno fatti venire, perché era giusto così.

In classi miste?

Sì. Stanno in un reparto separato dagli altri, ma anche loro hanno diritto all’istruzione. E allo stesso modo abbiamo aperto una sezione di scuola superiore nella casa di reclusione femminile.

Prima non c’era, perché dicevano: le donne qui sono poche, scontano pene più brevi, che gliela apriamo a fare una scuola superiore solo per loro? L’atteggiamento del carcere era all’inizio molto scettico. E però, picchia e mena, prima è stata aperta una classe, poi un’altra, e ora c’è un corso intero che dà belle soddisfazioni.

Ecco, quello tra scuola e carcere è un rapporto non dico sindacale, ma insomma di quel tipo lì, di continua e inesauribile contrattazione. Occorre che le due amministrazioni si confrontino e, se necessario, si scontrino, però deve essere sempre la scuola il motore; l’amministrazione penitenziaria va continuamente pungolata, stimolata con richieste, con pressioni, lettere e telefonate e tampinamenti vari, al limite occorre quasi sfidarla su questioni sia pratiche sia di principio. È proprio una questione di pesi e di forze. L’ultima parola ce l’hanno loro, ma la prima la dobbiamo dire noi.

Sì, anche se la funzione degli stessi agenti penitenziari non dovrebbe essere semplicemente di custodia. Anche loro partecipano all’attività di trattamento, ma questo rimane sulla carta.

Guarda, quello che mi stupisce di più, e mi ha stupito da sempre, è la figura del cosiddetto “educatore”, o meglio, l’uso fuorviante di quel termine. Io all’inizio credevo che parlassero di noi, i professori, poi ho scoperto che gli educatori sono chiamati così, ma in realtà si occupano di tutt’altro, sono funzionari che amministrano l’iter carcerario del detenuto. Dove sarebbe l’aspetto educativo? E quello degli agenti qual è? È ovvio che hanno una funzione essenzialmente di custodia, è naturale che sia così.

E se ci fosse la possibilità di organizzare un’attività cui partecipino non solo detenuti, ma anche gli agenti?

Questo era stato immaginato fin dall’inizio, due o tre anni prima che arrivassi io. All’apertura della mia scuola, che è un istituto tecnico informatico, lo Jacob von Neumann, si era previsto che la possibilità di frequentarla fosse estesa anche agli agenti. Ma si creò una inevitabile contraddizione per il fatto che gli agenti sarebbero stati a disagio nel seguire le lezioni insieme ai detenuti. Si può anche capire perché senza bisogno di spiegarlo. Né noi potevamo organizzare a parte altre classi destinate soltanto agli agenti. Gli agenti devono pure lavorare, in carcere, mica stanno lì a studiare… Dunque l’idea per quanto suggestiva era destinata allo scacco e fu lasciata cadere. Talvolta, in seguito a momenti difficili dovuti a liti e disordini, un agente è stato costretto a stare in classe durante la lezione: bene, io non ho mai visto una persona tanto imbarazzata…

Imbarazzata?

Eh sì. Era molto imbarazzante il fatto che i detenuti magari sapessero cose che lui non sapeva. Si sentiva tagliato fuori.

Quello che hai detto circa la permeabilità mi richiama alcune dichiarazioni del garante nazionale delle persone detenute, circa appunto la necessità di una permeabilità tra dentro e fuori che l’ingresso del volontariato, per esempio, garantisce o almeno garantiva anche se a fasi alterne. Si parla a volte di un ruolo diverso del volontariato, addirittura di una sua partecipazione alla progettazione e costruzione delle politiche della pena. Una funzione para-istituzionale, diciamo. Cosa ne pensi?

Di sicuro, nelle discussioni che precedono una riforma legislativa, il volontariato avrebbe molto da dire. Alcune delle persone che ho conosciuto frequentano il carcere da molto tempo, sanno davvero come funziona, lo rovesciano come un calzino, quindi la loro expertise mi pare molto interessante. Una faccenda ben diversa è entrare a far parte del meccanismo giudicante, cioè dell’équipe che si riunisce per decidere dei benefici che un certo detenuto può o non può ricevere. Qualche anno fa venne condotta una battaglia ideale, diciamo così, che io comprendo bene anche se non condivido affatto, affinché dell’équipe possano far parte anche gli insegnanti, e ogni tanto questa rivendicazione viene rilanciata. È innegabile che un insegnante conosca il detenuto del cui destino si sta trattando molto meglio dell’educatore o dello psicologo, che magari lo hanno visto tre o quattro volte in tutto il percorso, mentre io l’ho avuto in classe, ho visto come si comportava e ci ho parlato per anni di fila quasi ogni giorno. Ma resto fermamente contrario a questa che sembrerebbe essere una promozione del nostro ruolo e un accrescimento della nostra importanza, perché in realtà ci equiparerebbe al meccanismo di custodia e di giudizio. Non accedendo alla funzione decisionale restiamo impotenti, però restiamo liberi. L’unica cosa che voglio decidere io è se promuovere o bocciare uno studente, e stop. Altrimenti quando do un tema da svolgere poi dovrei leggerlo non come un normale insegnante di italiano che gli corregge l’ortografia e gli errori grammaticali, ma con tutti altri occhi, come uno che sta interpretando un documento rivelatorio in base al quale potrà decidere se il detenuto se ne va a casa oppure no. Francamente io preferisco l’indipendenza del mio giudizio scolastico, a questo tipo di potere.

In ventisette anni di scuola in galera ho sempre fatto quello che mi pareva, all’interno del ruolo di insegnante. Non ci tengo affatto a occupare altri ruoli. Intendiamoci, io non mi sento affatto indipendente o libero, figuriamoci, lì dentro non si può essere liberi, però quando devo decidere se mettere tre, o sei, o nove, lo voglio decidere in perfetta autonomia, anche se poi questo tre, questo sei o questo nove non significheranno nulla sul piano pratico. Il massimo che ci veniva richiesto erano delle schede valutative, adesso non ci chiedono più nemmeno quelle. In tre righe scrivevamo qual era l’andamento complessivo dello studente, il suo livello di partecipazione. Il profitto poteva essere facilmente ricavato dalle pagelle, quindi nessuno di noi professori si è mai sentito obbligato a sostenere di uno studente pessimo che invece era fantastico, per aiutarlo. Insomma, nei confini di tutte le restrizioni e delle carenze di cui abbiamo parlato, l’insegnamento in quanto tale è libero. E questo lo rivendico abbastanza orgogliosamente.

Lo hai scelto, di insegnare in carcere, oppure ti è capitato e poi sei rimasto?

Ho chiesto io di essere trasferito lì. Avevo insegnato per sette anni in un istituto tecnico della periferia di Roma ed ero arrivato molto rapidamente al capolinea di quell’esperienza. Me la cavo a spiegarlo con una battuta: insegnavo a dei mezzi delinquenti, e allora mi sono detto, inutile continuare con questi, andiamo dai delinquenti veri e propri! Cioè quelli riconosciuti dalla legge.

Era per me un mondo interessante, un mondo da scoprire, e poi c’era una ragione di cui mi sono reso conto solo dopo qualche anno, cioè la necessità di verificare (devo dire che la verifica è riuscita, tant’è che sono rimasto lì e ho continuato a insegnare) se le materie che insegno, e in particolare la lingua e la storia della letteratura italiana, potessero essere trasmesse, mantenendo e confermando il loro valore, anche in situazioni estreme. Cioè se anche in galera si poteva leggere, capire, amare un sonetto, poniamo, di Cavalcanti… Mi dicevo: se funziona anche lì, allora, come dire, si scolpisce nel marmo, la letteratura esiste e ha un valore grande, immenso, oggettivo, tale che possono accedervi anche persone che hanno avuto delle vite travagliate, che hanno commesso dei reati, che vengono da paesi lontani, da situazioni inimmaginabili nella scuola normale; e vuol dire oltretutto che io sono capace di insegnarla. Quindi vengono messi alla prova in un colpo solo la materia, i metodi per insegnarle e l’insegnante stesso. Fare il professore in carcere per alcuni versi può essere persino più facile, perché le persone con cui lavoro, essendo adulte e navigate, avendo conosciuto di prima mano il dolore, la morte, la vendetta, il sesso, quando si viene a questi temi che nella letteratura italiana sono molto forti e rasentano o addirittura scavalcano il codice penale, sanno benissimo di che stiamo parlando. Appunto, se leggiamo insieme la poesia di Cavalcanti “Perch’i’ no spero di tornar giammai”, loro sanno cosa vuol dire non tornare nel loro paese, la disperazione, la nostalgia… E se gli spiego Machiavelli, quella dottrina non solo la capiscono bene, e la condividono, ma la hanno anche in alcuni casi spregiudicatamente adoperata senza sapere che aveva un capostipite così illustre!

È un mondo estremo, quello di dentro, di cui la scuola fa parte e che gli studenti si portano dietro quando entrano in classe.

Ti assicuro che avviene una sorta di sospensione, e accade non solo nelle mie lezioni, ma in quelle di tutte le altre materie. Lo vedo dal finestrino quando aspetto fuori dalla cella che il collega termini la sua lezione. Durante la lezione viene creata una bolla e in quella bolla il carcere non entra, non deve entrare…
Nella scuola fuori invece gli studenti di questa bolla farebbero volentieri a meno.
Questa è la differenza fondamentale. L’una è la scuola dell’obbligo, più o meno, l’altra invece ha un’adesione volontaria. Nessuno costringe il detenuto a venirci. Normalmente si iscrive per tre o quattro ragioni, che possono essere tutte compresenti o alternative tra loro: prima di tutto, per uscire dalla cella; poi per incontrare i professori e le professoresse, persone diverse dalla solita gente che popola la galera, cioè agenti, avvocati e altri detenuti; quindi perché gli interessa davvero studiare o almeno qualche materia tra quelle insegnate nella nostra scuola, prima fra tutte l’informatica. E qui sorge un problema: mentre all’adolescente ragazzino puoi imporre di studiare tutto, la matematica, la scienza, l’italiano, la fisica, la chimica, l’inglese eccetera, un adulto è per forza di cose selettivo, e ha una mente e un carattere meno malleabili, difficile costringerlo alla completezza della scuola. Però poi alla fine lo si convince. Ho avuto una sola volta, un paio d’anni fa, uno studente che veniva solo per sentire le mie lezioni, come ad altri sarebbe interessata solo l’informatica, poniamo.

Ma alla fine, siccome era così appassionato, per lui è stata fatta una specie di deroga: veniva, ascoltava le mie lezioni e tornava in cella. Spesso la modalità generalistica tipica del bienno superiore viene contestata, si sostiene che in galera bisognerebbe fare un’altra scuola, un corso abbreviato di tre anni invece di cinque, pro­grammi condensati eccetera. Ma allora diventerebbe veramente la “scuola carceraria”. Mentre questa finzione che si tratti di una scuola qualsiasi con tutti i suoi rituali (ci manca solo lo squillo di campanella di fine lezione) io la difendo con le unghie e con i denti. Più la scuola del carcere assomiglia a una scuola normale, meglio è, non solo per ricreare nei detenuti questa parvenza di vita ordinaria, ma anche per garantire che all’interno della singola ora di lezione venga fatta solo scuola e nient’altro. Noi insegnanti per primi dobbiamo imparare a tenere ben distinte le figure, le funzioni, sappiamo benissimo che in alcuni casi uno può finire a fare l’assistente sociale, ad ascoltare i problemi personali, a portare le lettere… che, io dico, è cosa nobilissima, ma non c’entra niente col nostro lavoro. Io lo faccio in minima parte, quella indispensabile, altri miei colleghi lo fanno più di me e altri si sono totalmente smarriti dentro. Noi non dobbiamo fare né gli amici né i confessori, per quello c’è il prete, e se hai altri problemi, vai dallo psicologo… È vero che sono figure che i detenuti vedono molto più di rado, mentre la nostra frequenza è quotidiana. Però se cominciamo a fare solo quello, siamo fottuti come insegnanti. È una umanissima ma pericolosa confusione di ruoli. Ovviamente uno deve rispondere a delle persone, non solo a degli studenti in astratto, i detenuti hanno i loro guai, desideri, bisogni, che non possono essere respinti in toto ma neanche accettati in toto, per evitare che si creino rapporti ambigui.

Certe volte mi sono saltati all’occhio i comportamenti strumentali da parte di alcuni detenuti che si approfittavano vistosamente della disponibilità extra-didattica di alcuni insegnanti più ingenui, oppure semplicemente più generosi.

Dei tre, quattro motivi che hai citato, per cui uno studente in carcere va a scuola, almeno un paio mi sembrano fondamentali: il desiderio dell’incontro, della relazione, e la curiosità.

Il tutto si chiarisce abbastanza rapidamente, in un paio di mesi. Dopo Natale, normalmente, continua a venire a scuola solo chi ha dei seri interessi diciamo così, scolastici. Le altre ragioni per venire si esauriscono, perché è comunque un sacrificio, i detenuti rinunciano all’aria, saltano i pasti… E poi se uno viene in classe solo per evadere dalla cella, si trova di fatto a evadere dentro una cella ancora più vincolante, prigioniero due volte, delle guardie e dei professori, e gli tocca stare lì dalle 9 alle 13.

Un’ultima domanda. Le misure di distanziamento e sicurezza hanno avuto effetti pesantissimi anche sulla scuola carceraria. Si può pensare di ricominciare dal punto in cui ci si è interrotti o il carcere continuerà sulla strada della chiusura?

Mah, immagino e spero che noi a settembre potremo rientrare, in presenza, con tutte le precauzioni, vaccini completati a noi, alle guardie e ai detenuti. Del resto già eravamo rientrati nel settembre del 2020, in quello che poi però si sarebbe rivelato solo un momento di latenza della grande pandemia. La sola cosa che mi preoccupa è che l’eventuale insegnamento a distanza, (a noi comunque l’anno scorso non ci è stato permesso di fare nemmeno quello…), oppure i colloqui video con lo smartphone fornito dal carcere, possano diventare un surrogato permanente della presenza fisica. Il che sarebbe dannosissimo, sotto ogni profilo. Ecco, se ho un timore, è di questo tipo: che l’effetto della pandemia sulla società tutta, e sul carcere ancora di più, diventi permanente e presentato come la soluzione a tutti i problemi. Tutto avviene a distanza, lì dentro non entra più nessuno…

Sarebbe la conclusione di quella chiusura del carcere che -come hai accennato- si è verificata a fasi alterne nella storia repubblicana.

Sarebbe un passaggio ulteriore verso la “sparizione” del carcere: le galere diverrebbero luoghi totalmente extraterritoriali, come fossero su Marte, cui si accede solo virtualmente come stiamo facendo tu e io, ora, attraverso una piattaforma, e amen. Spero che non si arrivi a questo, che non venga strumentalizzata la possibilità per ridurre a zero il contatto umano con la doppia esigenza della sicurezza carceraria sommata a quella sanitaria.

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Dove nessun romanzo ha mai messo piede prima https://minimaetmoralia.it/letteratura/nessun-romanzo-mai-messo-piede/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/nessun-romanzo-mai-messo-piede/#respond Mon, 11 Nov 2019 09:54:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41567 Pubblichiamo la trascrizione dell'incontro Where No Novel Has Gone Before, tenutosi al FILL di Londra, con la partecipazione di Edoardo Albinati, Rachel Cusk e Claudia Durastanti. Il testo è a cura di Antonella Lettieri.

Il Coronet Theatre di Londra ha ospitato anche quest’anno il FILL (Festival of Italian Literature in London), ormai giusto alla sua terza edizione. Questo festival – che è nato nel 2016 come reazione allo shock della Brexit e nel tentativo di cominciare a comprendere e poi anche a sanare una frattura che ha colto di sorpresa la maggior parte degli italiani (e degli europei) qui nel Regno Unito – riunisce letterature e idee che provengono da percorsi diversi ma dimostrano assonanze che vanno oltre la superficie della nazionalità o della lingua. Proprio alla ricerca di queste assonanze, gli eventi propongono, spesso in abbinamenti nuovi e inattesi, scrittori e pensatori italiani in dialogo con le loro controparti da tutto il resto del mondo.

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Pubblichiamo la trascrizione dell’incontro Where No Novel Has Gone Before, tenutosi al FILL di Londra, con la partecipazione di Edoardo Albinati, Rachel Cusk e Claudia Durastanti. Il testo è a cura di Antonella Lettieri.

Il Coronet Theatre di Londra ha ospitato anche quest’anno il FILL (Festival of Italian Literature in London), ormai giusto alla sua terza edizione. Questo festival – che è nato nel 2016 come reazione allo shock della Brexit e nel tentativo di cominciare a comprendere e poi anche a sanare una frattura che ha colto di sorpresa la maggior parte degli italiani (e degli europei) qui nel Regno Unito – riunisce letterature e idee che provengono da percorsi diversi ma dimostrano assonanze che vanno oltre la superficie della nazionalità o della lingua. Proprio alla ricerca di queste assonanze, gli eventi propongono, spesso in abbinamenti nuovi e inattesi, scrittori e pensatori italiani in dialogo con le loro controparti da tutto il resto del mondo.

Durante l’incontro Where No Novel Has Gone Before, Edoardo Albinati e Rachel Cusk, con la moderazione di Claudia Durastanti, hanno discusso La scuola cattolica, la trilogia Outline, Transit e Kudos e il futuro del romanzo e cosa c’è al di là dei suoi limiti. Quanto segue èuna traduzione ridotta e adattata dei momenti salienti di questa discussione.

Claudia Durastanti. Oggi incontriamo Rachel Cusk ed Edoardo Albinati, che ringrazio per essere qui. In passato, ritenevo che l’uso della prima persona per parlare di se stessi fosse un qualcosa che poteva essere sacro, intimo, in un certo senso anche sporco e sgradevole. Mi ci è voluto molto, come scrittrice e traduttrice, per cambiare idea sulla prima persona. Entrambi affrontate molto bene nel vostro lavoro la questione dell’intimità e della prima persona e createla sensazione di una cancellazione dell’io. Come siete giunti a questo tipo di prima persona e che cosa significa per voi?

Edoardo Albinati. L’uso della prima persona è per molti versi confortevole. D’altro canto, però, può anche rappresentare quasi un ricatto per lo scrittore dal momento che,quando una persona scrive di sé, in genere l’ambizione è quella di dire qualcosa di profondamente sincero e connesso alla realtà. È però difficile arrivare al nocciolo delle cose. Si tratta di un argomento molto delicato per uno scrittore. Credo che sia una questione tecnica, un qualcosa che ha a che fare con la letteratura piuttosto che con la vita.

Rachel Cusk. Alcuni fra gli esempi peggiori di scrittura sono in prima persona. Questa è la prima voce che utilizziamo da giovani, quando ci sfoghiamo nei nostri diari e odiamo tutto e tutti oppure proviamo sentimenti che non siamo in grado di ammettere. Alla base di questo atteggiamento c’è una sorta di segretezza disinibita: la prima persona è un qualcosa di privato e segreto che offre un’assoluta libertà di parola. Per questo motivo credo che, da un punto di vista tecnico, la prima persona abbia il potenziale di diventare lo strumento più affilato a nostra disposizione. Nasce come pura soggettività ma, per renderla oggettiva, è necessario molto autocontrollo. Per me, questo è uno dei motivi per cui sono tornata a usarla.

CD: Rachel, a proposito della trilogia e della soggettività e oggettività della protagonista, mi sembra che quest’opera sia soprattutto un’autobiografia dell’ascolto. Naturalmente, quando a essere proposto è un soggetto femminile passivo, questa scelta non è del tutto innocente. Credo che, in un certo modo, venga tirato in ballo un senso di aspettativa: se una donna vuole scrivere in prima persona, deve rimuoversi da una posizione di centralità.

RC. Quando ho cominciato a pensare a questi libri, la protagonista aveva una posizione molto più in primo piano nel suo ruolo di macchina della verità: dal momento che è una scrittrice, sa decidere in base alle frasi usate dagli altri se questi stanno dicendo la verità oppure no.Questo è stato il mio approccio iniziale, ma poi mi sono stancata di questo tipo di controllo. Piuttosto, era proprio il controllo che volevo evitare, il controllo del dover offrire una versione. Per questo motivo, l’invisibilità non ha niente a che fare con la passività. La protagonista si sente sperduta ma non è passiva. Piuttosto, è esposta e vulnerabile. Ho deciso che non avevo bisogno di una voce narrativa: anche solo l’idea mi stufava. Se ne posso fare a meno, tanto meglio così. Il tipo di risposta alla trilogia di cui parli è stato per me inaspettato e non era nelle mie intenzioni.

CD. Entrambi affrontate il tema dell’emancipazione dall’autorità, sia questa dalla chiesa, da una tradizione o da un contesto culturale molto radicato. Si può dire che una delle vostre motivazioni a scrivere questi libriderivi da un senso di insoddisfazione nei confronti del romanzo in quanto genere? Prima che mi rispondiate, però, vorrei chiarire il fatto che, ovviamente, stiamo parlando di due tradizioni letterarie diverse. Gli italiani, infatti, in genere non scrivono romanzi o, se lo fanno, hanno approcci molto specifici.

EA. Per quanto riguarda l’appartenenza a una tradizione in cui non ci sono romanzi importanti rispetto al rilievo che hanno, ad esempio, la poesia o il teatro, credo che, da una parte, questo rappresenti un vantaggio straordinario perché offre una maggiore libertà e la possibilità di reinventare questo genere di volta in volta per provare a creare qualcosa di nuovo. Infatti, sarà sempre un qualcosa di nuovo poiché non esiste un romanzo tradizionale e quindi qualsiasi romanzo è sperimentale, in un modo o nell’altro. Questo per quanto riguarda l’aspetto positivo della questione. Il lato negativo, invece, sta nella mancanza di colleghi: ci sono altri scrittori ma non altri romanzieri e io stesso non sono un romanziere ma uno scrittore di libri. Alcuni di questi libri possono essere considerati romanzi e altri proprio no.

CD. Rachel, il tuo caso è differente poiché tu sei inserita in una tradizione diversa. Puoi parlarci di come hai affrontato le idee e le convenzioni sulla letteratura che ancora esistono in merito a che cos’è un romanzo e a qual è il suo ruolo?

RC. Oh, sono molto invidiosa della libertà di cui parla Edoardo. Tuttavia, credo che Natalia Ginzburg sia una romanziera italiana che ha scritto uno straordinario romanzo italiano e quindi non so se si possa poi dire che non esistono grandi romanzi italiani. L’idea di non avere questo tipo di tradizione, però, mi fa pensare che sarebbe molto più facile diventare chi si è realmente. Questi libroni sono i nostri genitori. Li imitiamo e poi ci ribelliamo e poi troviamo nuovi genitori che ci piacciono di più. E poi c’è il problema di capire se vogliamo più bene a nostra madre, Virginia Woolf, o a nostro padre, D. H. Lawrence? C’è molto su cui riflettere.

EA. Sai, Rachel, che nella letteratura italiana non ci sono padri e madri, ma solo un sacco di zii?

RC. [Ride] E scommetto che sono anche più simpatici. Mi ci è voluto davvero molto prima di sentirmi libera di fare quello che voglio. In un certo senso, siamo tutti molto consapevoli dei limiti e di che succede a chi li oltrepassa.

CD. Rachel, un aspetto che ho amato molto nella trilogia è il fatto che questi libri trasformano un argomento che ci ha francamente stancato, ossia la distinzione fra scrittura finzionale e non finzionale, in un problema molto pratico, in un elemento della vita quotidiana. Ad esempio, il modo in cui descrivi il matrimonio come una narrazione condivisa e poi arriva il divorzio ed ecco che, all’improvviso, vengono fuori due versioni diverse della verità.

RC. Credo che ci sia stato un momento molto importante nello sviluppo del romanzo in lingua inglese del XX secolo in cui questo genere, per dirla in poche parole, ha divorziato. L’universalità è diventata impossibile. George Eliot, quel tipo di voce, è diventato impossibile. Lo stesso vale per Dickens. Quell’universalità è diventata punto di vista nella struttura del romanzo. La mia reazione a questo cambiamento, però, è stata che mi sono detta che non ho voglia di seguire questo approccio, che non credo in questo approccio. Deve pur esserci un’universalità, deve pur esserci un modo per ottenerla. Ovviamente, però, è anche impossibile tornare al narratore onnisciente e onnipresente.

CD. Edoardo, c’è un momento difficile ne La scuola cattolica, la narrazione del massacro del Circeo. Ho chiesto prima a Rachel di parlare dell’invisibilità del soggetto e dell’invisibilità femminile. Nel tuo libro, ci sono pochissime donne. Le donne sono oggetto del desiderio, ma non sempre dai loro una voce. Al tempo stesso, ci sono anche molte riflessioni sulla violenza sessuale, il che è ovviamente molto incoraggiante in una cultura come quella italiana in cui lo stupro viene spesso addirittura negato. Non sono solita giudicare i libri per quello che non dicono e non voglio certo farne una questione ideologica, ma vorrei sapere perché, da un punto di vista estetico, hai scelto nello specifico di non dedicare maggior spazio alle vittime.

EA. Questo libro è intitolato La scuola cattolica proprio perché parla di una scuola esclusivamente maschile. È un mondo maschile. Nel libro, in verità vi sono alcuni personaggi femminili importanti. Questi personaggi sono importanti, però, perché separati, perché vengono visti con il cannocchiale. Non è tanto una battuta di spirito il fatto che la sola donna presente in questa scuola fosse la Vergine Maria. È proprio così. Io volevo riprodurre questa presenza della femminilità attraverso il suo non esserci o il suo essere vista a distanza, sempre troppo in alto o troppo in basso e mai nella realtà.

Sulle due vittime voglio dire solo questo: ho deciso, e si è trattata di una scelta deliberata, di non parlare di loro. Mi sarebbe sembrato di cattivo gusto o addirittura orribile inventare dettagli sulla donna morta. Lo stesso vale per quella rimasta in vita. Una caratteristica peculiare dello stupro è l’intercambiabilità della vittima. Non credo di aver recato offesa alle vittime dicendo che non importa chi fossero poiché le cose sono andate esattamente così. Al posto di quelle due ragazze, dovevano essercene altre due ma il risultato non sarebbe cambiato. È questa la caratteristica più clamorosa del reato sessuale. Lasciando anonime le due vittime io volevo rendere questa caratteristica quanto più chiara possibile.

CD. Rachel, dopo aver letto la trilogia, ho cominciato a mettere in discussione l’idea che utilizziamo le storie e i romanzi come un meccanismo per far fronte alla vita. Credo piuttosto che viviamo nel modo in cui scriviamo o raccontiamo le nostre vite e quindi il rapporto di interdipendenza fra la vita e il modo in cui la esponiamo è di tipo diverso. Ciò è evidente in Resoconto, ad esempio, nella prima conversazione con l’uomo sull’aereo. L’uomo racconta la storia dei suoi divorzi e, ovviamente, ne è il protagonista. Per me, questo personaggio rappresenta il classico esempio di una persona che vive proprio come racconta la sua storia. Quello che voglio chiederti è in che modo si è evoluta la tua opinione sul rapporto fra scrittura e vita?

RC. Il romanzo, e anche noi assieme a esso, deve ora cominciare a usare elementi dell’identità che non siano programmatici o predefiniti. Non c’è più niente da dire su tali elementi della nostra identità e nient’altro andrebbe detto. Questo è un problema a cui penso spesso: che cosa ho il diritto, per così dire, di raccontare? Ci sono così tante cose che non ho il diritto di dire, così tanti elementi dell’identità che devo accettare di non poter esprimere, e quindi devo trovare altri materiali che arrivino da altre fonti. Ciò significa provare a creare una sorta di non-spazio che prende il posto di quella certezza del passato. Per me è stato molto interessante accorgermi con quale facilità le cose si capovolgessero una volta compreso questo concetto e come metterlo in pratica da un punto di vista tecnico.

CD. Ho un’ultima domanda in merito allo stile. Rachel, mentre leggevo la trilogia, ho pensato spesso alla temperatura della scrittura. I tre libri hanno scopi diversi, ma tu sei riuscita a preservare in tutti e tre la stessa febbre fredda, per così dire, lo stesso livello di intensità. Questo effetto è particolarmente utile per portare a galla questioni come la violenza, l’autorità e i rapporti fra i sessi e le classi sociali. Come hai ottenuto questo risultato?

RC. A dire il vero, questo risultato deriva dalla tecnica di non descrivere l’aspetto fisico del mondo se non attraverso chi ne parla, il che rimuove l’elemento di stress intrinseco a questa materialità. Volevo scrivere un libro che non presentasse alcun senso di stress o di terrore, che non creasse quella tensione o addirittura tortura che ci sembra di amare tanto – e magari la amiamo davvero. Io, però, non ce la volevo in questo libro. Ciononostante, volevo che emergessero le grandi tematiche “iceberg” che la gente affronta nel corso della propria vita, ossia la giustizia, la violenza, la sofferenza… E quindi, come ottenere tutto ciò senza creare questo senso di terrore? Per me, la risposta più semplice sta nel racconto di un’altra persona. Ogniqualvolta un’esperienza di vita passa da una persona all’altra, avviene una mutazione e la sua essenza emerge un po’ di più.

CD. Edoardo, quando si parla di tensione e, in un certo senso, anche di pornografia, credo che tu abbia evitato questi rischi con grande bravura ne La scuola cattolica. Stasera, in questo teatro ci sono lettori non italiani che hanno determinate idee o immagini in merito a una storia italiana di violenza, che spesso viene raccontata tramite il luogo comune del crimine. Tu hai evitato questo approccio e piuttosto racconti la storia di una nazione in un momento storico molto preciso ma senza ricadere nel convenzionale crescendo di tensione e nella violenza dalla patina glamour che invece è molto comune nelle narrative italiane.

EA. In genere, io amo molto il modo freddo di trattare cose calde e questo approccio, secondo me, in realtà è molto tradizionale. Io sono abbastanza favorevole, in generale, al distacco laddove il tema è molto caldo, laddove appunto serve quella distanza di cui parlava anche Rachel. Anche perché l’enfasi è una malattia, non della letteratura ma della vita pubblica italiana. Quindi, evitarla ogni tanto, l’enfasi, dovrebbe essere una missione civile, o perlomeno lo è per me.

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Cuori fanatici: Albinati e la sfida a Pasolini https://minimaetmoralia.it/libri/cuori-fanatici-edoardo-albinati/ https://minimaetmoralia.it/libri/cuori-fanatici-edoardo-albinati/#comments Fri, 08 Mar 2019 07:00:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39697 Pubblichiamo un pezzo uscito sul Corriere della Sera, che ringraziamo. di Emanuele Trevi Amore e ragione è il sottotitolo di Cuori fanatici, il nuovo romanzo di Edoardo Albinati. Ovvero, Ragione e sentimento, come noi italiani siamo abituati a ricordare il capolavoro di Jane Austen, Sense and Sensibility nell’originale. L’ironico omaggio di Albinati alla grande maestra […]

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Corriere della Sera, che ringraziamo.

di Emanuele Trevi

Amore e ragione è il sottotitolo di Cuori fanatici, il nuovo romanzo di Edoardo Albinati. Ovvero, Ragione e sentimento, come noi italiani siamo abituati a ricordare il capolavoro di Jane Austen, Sense and Sensibility nell’originale. L’ironico omaggio di Albinati alla grande maestra inglese sottintende una consapevolezza: l’arte narrativa può mutare nel tempo con clamorose rivoluzioni, ma la materia umana a disposizione degli scrittori è pur sempre la stessa. È un vero paradosso per il romanzo, che ha sempre preteso di essere il genere più moderno e avventuroso. Le vecchie, eterne forze contrarie sono ancora i motori narrativi più efficaci. Come, appunto, il fatale squilibrio, o il conflitto all’ultimo sangue, dell’amore e della ragione. E l’eventuale, momentaneo accordo fra i due opposti princìpi: che è una felicità fuggitiva e un’estasi laica.

Per certi aspetti, con Cuori fanatici Albinati completa una trilogia avviata nel 2012 con Vita e morte di un ingegnere, e proseguita con La scuola cattolica (2016). L’affinità di questi tre libri consiste nel fatto che il ricorso alla memoria (nel doppio senso dell’evocazione di un tempo storico e di un tempo privato) fornisce ad Albinati molti fatti, e l’occasione di meditarci sopra con un suo particolare stile ibrido e sospeso tra il gusto del racconto, l’indagine morale, un saggismo sempre capace di esercitare una grande intelligenza del mondo. In Cuori fanatici però Albinati volta le spalle al racconto in prima persona e dà forma a un azzardato esperimento romanzesco, con molti personaggi e intrecci fatti di relazioni ed eventi sapientemente «montati» tra di loro, con una tecnica che mi ha ricordato, più che dei precisi antecedenti letterari, certi capolavori del cinema come Short Cuts di Robert Altman (ispirato ai racconti di Raymond Carver) e Magnolia di P.Th. Anderson. Ciò significa che è del tutto impossibile rendere un’idea credibile di Cuori selvaggi riassumendone la trama, che di fatto nemmeno esiste.

I personaggi di Albinati non collaborano allo sviluppo di una storia che li riguarda tutti, dotata di uno svolgimento e di una conclusione. Come se si passassero una staffetta, salgono alla ribalta, si fanno conoscere quanto basta a farci affezionare e incuriosire, per poi cedere il passo a un nuovo episodio, a un nuovo punto di vista, a una nuova configurazione simbolica della realtà. È addirittura inutile aggiungere che questa tecnica narrativa esige un grandissimo senso della misura e delle simmetrie necessarie a reggere l’edificio: ancora di più in un testo scritto che in un film, probabilmente, perché il lettore che si sobbarca il peso di immaginare non deve mai avere l’impressione di trovarsi di fronte a un’accozzaglia di frammenti, cosa che lo indurrebbe rapidamente ad abbandonare il libro. Ebbene, Albinati supera in scioltezza questa difficile prova. Se disgrega l’unità d’azione, in compenso si attiene rigorosamente a quella di tempo (gli anni Ottanta) e di spazio (Roma). A partire da Nico e Nanni, amici e caratteri misteriosamente complementari, quasi tutti i personaggi sono giovani, intorno ai trent’anni, e se fanno cose da adulti (come mettere al mondo figli, o insegnare a scuola) pagano tutto il prezzo psicologico della precocità, sono ancora alle prese con una condizione di apprendisti che tende ad allungarsi più del previsto. Il loro ceto è una borghesia romana più sagace e ironica che effettivamente illuminata.

Il momento storico è quello degli Anni di Piombo, indagato non tanto nella sua sostanza ma nelle sue più sottili e impercettibili conseguenze psicologiche. Più che il segreto e la violenza, i personaggi di Cuori fanatici percepiscono all’opera una forza più oscura di ogni definizione, un principio implacabile di erosione della realtà. Ma tra la storia collettiva e la vita dei singoli, esiste pur sempre un largo, incommensurabile spazio occupato dalla città: questo luogo davvero unico al mondo nel quale non è mai possibile distinguere esattamente l’eternità dalla pigrizia, e dove la bellezza scorre impercepita come il suo fiume prigioniero di argini che lo rendono invisibile. Proprio al Tevere a alla sua inquietante «clandestinità» sono dedicate alcune delle pagine più memorabili del libro di Albinati, che sembra sfidare in campo aperto Pasolini sovrapponendo la propria capacità di visione a quella del maestro. Da Petrolio inoltre, l’estremo capolavoro di Pasolini, Albinati sembra aver derivato un tono narrativo vagamente sapienziale, ironico e allegorico, capace di sottrarre peso alle sue mutevoli apparizioni («più le cose sono tremende più siamo spericolati, i racconti si sono distaccati dai corpi fisici e ora vagano in un mondo fatto di pura sincerità, un universo sportivo dove il dolore originario viene solo simulato»). Corrobora molto questo proposito uno stile singolarissimo, attraverso il quale l’autore ci ricorda sempre le sue prerogative, la sua capacità di fare e disfare i suoi fantasmi. Spiazzante ed efficace a questo proposito mi sembra il continuo gioco dei tempi verbali, che oscillano imprevedibilmente tra il presente storico e il passato (un esempio tra mille: «I suoi capelli non la convincono. Provò ad aggiustarli con le mani»). In questo modo, ogni storia che ci viene raccontata, priva com’è di un finale esplicitamente dichiarato, non solo vale per sé, ma allude sempre a un ulteriore significato possibile, a un livello di verità che non può essere direttamente afferrato dalle parole e dalla loro organizzazione narrativa. Ciò di cui leggiamo, insomma, è il risultato irrimediabile di una rifrazione, non è arrivato in maniera diretta sulla pagina, seguendo il percorso più breve e rettilineo.

Il dio si nasconde sempre nei particolari, nelle digressioni, e l’unico modo decente di svolgere un tema è quello di andare fuori tema. Ne possiamo ricavare l’immagine mentale di uno scrittore arguto e sapiente, che ritaglia con cura le sue figure come se volesse farne (per lui e per chi lo legge) uno schermo da opporre a una luce troppo intensa: la luce del tempo, che è anche fatalmente quella del destino, della mortalità, delle domande ultime che risorgono sempre, come malinconiche fenici, dalle loro ceneri. Quello di Cuori fanatici, in ultima istanza, può ricordare il coro di una tragedia greca. Con la differenza che il coro classico commenta un mito, ben visibile al centro del dramma: le fatiche di Ercole, le sventure di Edipo…Albinati ci ricorda che per noi, timidi e spennacchiati epigoni degli antichi, il coro sopravvive a un mito che nessuno è più capace di raccontare e che probabilmente è scivolato via dalla città come il marciume trascinato dalla corrente del suo fiume.

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Carne da canone https://minimaetmoralia.it/letteratura/carne-da-canone/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/carne-da-canone/#comments Tue, 29 Nov 2016 13:30:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32689 (fonte immagine)

di Luigi Loi

L’occidentale credeva ingenuamente che le opere d’arte belle fossero anche le più importanti. Abbiamo collocato Bach, Mozart, i Beatles al centro di questa geografia dell’importanza. Peccato che la storia prima o poi metta tutti in imbarazzo. Nel loro tour in Italia del 1965 i Beatles furono accompagnati da Peppino di Capri. Dopo più di 50 anni l’aneddoto ci fa sorridere perché dimentichiamo una cosa: il bello in termini assoluti non esiste, il bello ha sempre un contesto e una storicità. I Beatles hanno influenzato tutte le successive generazioni di musicisti, oggi sono belli e imprescindibili. Nel 1965 anche Peppino di Capri evidentemente lo era.

Insomma, quello che accade in musica accade in letteratura, perché anche qui dove sta il bello nessuno più osa dirlo con certezza. Se venisse lanciato un nuovo programma Voyager, cosa decideremmo di mettere dentro la piccola libreria italiana per extraterrestri?

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di Luigi Loi

L’occidentale credeva ingenuamente che le opere d’arte belle fossero anche le più importanti. Abbiamo collocato Bach, Mozart, i Beatles al centro di questa geografia dell’importanza. Peccato che la storia prima o poi metta tutti in imbarazzo. Nel loro tour in Italia del 1965 i Beatles furono accompagnati da Peppino di Capri. Dopo più di 50 anni l’aneddoto ci fa sorridere perché dimentichiamo una cosa: il bello in termini assoluti non esiste, il bello ha sempre un contesto e una storicità. I Beatles hanno influenzato tutte le successive generazioni di musicisti, oggi sono belli e imprescindibili. Nel 1965 anche Peppino di Capri evidentemente lo era.

Insomma, quello che accade in musica accade in letteratura, perché anche qui dove sta il bello nessuno più osa dirlo con certezza. Se venisse lanciato un nuovo programma Voyager, cosa decideremmo di mettere dentro la piccola libreria italiana per extraterrestri? Forse avremo pochi dubbi sugli anni ‘70: La Storia, I sillabari e Todo modo. Forse anche per ’80: Altri libertini, Seminario sulla gioventù, Diario di un millennio che fugge. Più difficile dire degli anni ’90 dove convivono Gioventù cannibale e Alonso e i visionari. Ma quando si cerca di stabilire cosa rimarrà nei prossimi 15 anni della letteratura italiana scritta dal 2000 a oggi?

Una delle possibili risposte sta in Canone 2030, saggio edito da Enrico Damiani Editore, che vede gli interventi di Paolo Di Paolo, Cristiano De Majo, Gabriele Pedullà tra i tanti. Se ormai non riusciamo più a stabilire in termini teologici, né filosofici o giuridici dove risieda il bello, Canone 2030 ha un pregio: col metro di una vocazione storicista cerca di decidere almeno quali siano i libri più importanti degli ultimi 15 anni pubblicati in Italia.

Nei suoi episodi più interessanti Canone 2030 centra il bersaglio: emerge un panorama molto differenziato, che smentisce alcune delle mitologie critiche nostrane. Non potrebbe essere diversamente, considerando gli autori trattati: Nicola Lagioia, Edoardo Albinati, Elena Ferrante, Giordano Tedoldi, Antonio Tabucchi, Alessandro Piperno, Serena Vitale, Roberto Saviano, Milena Magnani, Caterina Serra, Simona Vinci, Andrea Bajani, Francesco Pecoraro, Leonardo Pico Ciamarra, Lucia Calamaro, Milo De Angelis. Alcuni di questi sono molto letti, altri sono solo prediletti, perché la critica non può fare a meno di sondare, osservare, valutare i libri del presente, dando anche qualche stoccata come accade in questo saggio. E sebbene appare evidente la difficolta di dare un canone quando un corpo sociale è così suddiviso in microcomunità emerge un dato perlomeno statistico: le tribù letterarie in Italia sono grossomodo tre: letteratura di genere, nonfiction e autofiction.

Non è la fiction

Non è un caso che Paolo Maccari, nel suo intervento su Il defunto odiava i pettegolezzi di Serena Vitale, scriva sul senso di «saturazione verso le ‘storie finte’ e di un bisogno diffuso dell’effetto realtà che si avverte un po’ a tutti i livelli». Gilda Policastro continua: «la suspension of disbelief sembra non poter riguardare almeno un paio di generazioni che la confidenza col virtuale ha reso quasi per paradosso più scettiche, meno avvezze alla finzionalità romanzesca, da cui rifuggono per un sentore di stantio, di muffa e di separatezza dal mondo». L’autofiction conosce il suo zenit con Trevi, Genna, Nesi e Piccolo. Curiosa dimenticanza di questo saggio è l’assenza dell’autore che più rappresenta questo genere in Italia: Walter Siti. Per contrasto emerge un’altra figura che Francesco Longo identifica con l’autore di Inseparabili, Piperno, che «sembra ignorare i generi egemoni oggi in Italia e tira dritto lungo la strada del romanzo. Sembra che per lui esistano solo i romanzi».

Il corpo negato

Negli ultimi 15 anni solo due italiani hanno avuto una dimensione davvero internazionale: la Ferrante e Saviano. Entrambi sono presenti nel discorso pubblico, ma da una posizione di evanescenza più o meno ideale; la prima assenza è voluta, la seconda imposta dalle drammatiche circostanze. Sono tra noi ma allo stesso tempo sono irraggiungibili, sono autori senza corpo, avatar. Se per Paolo Di Paolo «la forza di Ferrante è, più che nei suoi libri, nel suo non esserci», per Cristiano De Majo la grandezza di Gomorra risiede nel cortocircuito che il corpo minacciato del suo autore imprime all’opera letteraria quando diventa testimonianza civile. Altrove il corpo negato è quello dell’editore. Accade che lo scrittore che più ha investito sulla cifra della radicalità negli ultimi anni, Giordano Tedoldi, dopo Io odio John Updike e I segnalati, decida di autopubblicare e vendere su Amazon il suo romanzo Deep Lipsia. Analogo destino è quello di Fallire di Beppe Sebaste, anch’esso autopubblicato su Amazon.

Tra quindici anni saranno carta solo pochissimi libri, l’autore sarà il sinonimo di un prisma ottico da cui partiranno una serie di informazioni, gli editori da evocare in seduta spiritica?

L’importanza genetica delle interazioni artistiche

Nessun canone ha la pretesa di essere esaustivo e di farsi regolamento, tantomeno questo Canone 2030. Tuttavia qualsiasi esplorazione geografica, anche la più spericolata, esercita la nostra capacità di relativizzare l’esperienza artistica. Se dall’arcipelago di ghiaccio del ‘900 emergono con forza i vari Levi, Manganelli, Landolfi, Ginzburg, Morante, questa vittoria l’hanno subita i vari Raffaello Brignetti, Ottiero Ottieri, Vittorio Gorresio e i tanti di cui non rimane che il fenomeno allucinatorio. A rileggere il passato non si può che essere d’accordo con esso: in pochi oggi baratterebbero una pagina de La tregua con le trecento di Tempi stretti.

Torniamo a monte. L’aneddoto su Peppino di Capri ci fa sorridere perché sappiamo la storia ineluttabile, dimenticando che il vero campo di battaglia è il presente. È suggestivo immaginare un presente dove ha vinto il gene di Peppino di Capri su quello di Lennon e soci, o dove Liala sovrasta Calvino. Improbabile e ormai impossibile, eppure sappiamo la casualità forte quanto la genetica: nel 2030 forse non sentiremo più la necessità di una sintesi interpretativa perché non ci sarà più nulla da leggere e interpretare.

Fissate nella memoria questa scena: lo scrittore Flavio Soriga, inviato speciale di Rai Letteratura al Salone del Libro di Torino 2016, intervista il cantautore Motta, che presenta il suo nuovo album La fine del vent’anni. Soriga chiede: «tu sei un lettore?». Motta sorride alla telecamera. La risposta è superflua, immaginatela. Ciò che conta è proprio la domanda. Proviamo a rovesciarla: «tu ascolti musica?».

Bene, nel 2030, di chi sorrideremo: di Flavio Soriga o di Francesco Motta?

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Stregati: la cinquina https://minimaetmoralia.it/letteratura/stregati-la-cinquina/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/stregati-la-cinquina/#respond Thu, 16 Jun 2016 13:59:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31310 E così, "abbiamo la cinquina". In ordine di preferenze, i libri finalisti al Premio Strega sono La scuola cattolica (Rizzoli) di Edoardo Albinati, L’uomo del futuro (Mondadori) di Eraldo Affinati, Se avessero (Garzanti) di Vittorio Sermonti, Il cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax) di Giordano Meacci La femmina nuda (La nave di Teseo) di Elena Stancanelli. Di seguito riproponiamo i pezzi che abbiamo ospitato nelle settimane scorse, ringraziando nuovamente gli autori e le testate (fonte immagine).

La scuola cattolica — recensione di Francesco Piccolo

La prima scelta che bisogna fare nel parlare di La scuola cattolica, il nuovo romanzo di Edoardo Albinati, è se occuparsi del fatto che sia lungo 1300 pagine. Sì, esatto, 1300 pagine. Sono tante? Sono troppe? Per un romanzo, si potrebbe rispondere quasi sempre sì. Se si tratta di un tentativo di capire il mondo, o, come nel caso del libro di Albinati, ancora più precisamente un tentativo di trovare un modo di starci, nel mondo, allora no. Allora sono poche. Sono sempre poche.

L’operazione narrativa che ha fatto Albinati, che pure è autore di libri interessanti e/o importanti comeMaggio selvaggio o Vita e morte di un ingegnere, è quasi disarmante per la sua evidente potenza. Ha preso un nucleo intorno al quale ragionare, e da lì ha fatto scaturire invece che un romanzo, una specie di grappolo di narrazioni che di solito nella storia di uno scrittore occupano la vita intera.

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E così, “abbiamo la cinquina”. In ordine di preferenze, i libri finalisti al Premio Strega sono La scuola cattolica (Rizzoli) di Edoardo Albinati, L’uomo del futuro (Mondadori) di Eraldo Affinati, Se avessero (Garzanti) di Vittorio Sermonti, Il cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax) di Giordano Meacci La femmina nuda (La nave di Teseo) di Elena Stancanelli. Di seguito riproponiamo i pezzi che abbiamo ospitato nelle settimane scorse, ringraziando nuovamente gli autori e le testate (fonte immagine).

La scuola cattolica — recensione di Francesco Piccolo

La prima scelta che bisogna fare nel parlare di La scuola cattolica, il nuovo romanzo di Edoardo Albinati, è se occuparsi del fatto che sia lungo 1300 pagine. Sì, esatto, 1300 pagine. Sono tante? Sono troppe? Per un romanzo, si potrebbe rispondere quasi sempre sì. Se si tratta di un tentativo di capire il mondo, o, come nel caso del libro di Albinati, ancora più precisamente un tentativo di trovare un modo di starci, nel mondo, allora no. Allora sono poche. Sono sempre poche.

L’operazione narrativa che ha fatto Albinati, che pure è autore di libri interessanti e/o importanti comeMaggio selvaggio o Vita e morte di un ingegnere, è quasi disarmante per la sua evidente potenza. Ha preso un nucleo intorno al quale ragionare, e da lì ha fatto scaturire invece che un romanzo, una specie di grappolo di narrazioni che di solito nella storia di uno scrittore occupano la vita intera.

Spesso, degli autori basta mette in fila i libri che hanno scritto per concludere che il grande romanzo lo hanno scritto così, una puntata alla volta, durante l’arco di una carriera. Albinati, invece, partendo da un’esperienza anche banale perché affrontata da tutti gli esseri umani, gli anni della scuola, fa germogliare il mondo intero, facendo partire una quantità di racconti e temi  e riflessioni e collegamenti impressionanti.

La scuola è il San Leone Magno intorno alla via Nomentana; l’obiettivo dove il romanzo punta è il delitto del Circeo, uno dei primi più appassionanti e feroci della cronaca nera (legato a giovani che hanno frequentato quella scuola). Ma i temi sono innumerevoli, e sembra riduttivo elencarne solo alcuni: la formazione del maschio, l’educazione cattolica, la famiglia, la borghesia, il sesso, la violenza come risultato spesso poco sotterraneo delle frustrazioni che creano tutte queste cose insieme. Ma mentre scrivo questo elenco di massima, i temi, i ragionamenti, le storie che affiorano sono tante e tante ancora. E sarebbe uno sforzo inutile cercare di riassumere qui.

Albinati macina pagine e pagine in modo del tutto consapevole, dialogando a volte con i lettori e l’argomento è proprio quello della ponderosità, o comunque della necessità: “Abbiate pazienza se proseguo qui per qualche pagina a parlare di famiglia. Se non scrivessi ancora qualche riga, se non ci ragionassi sopra con calma, i ragazzi di questo libro resterebbero incollati come figurine su grandi fogli bianchi.” A volte invece concede al lettore, se non gli va di approfondire un capitolo, di saltare avanti. Altre volte si scusa, fa un sunto dei capitoli che state per affrontare, casomai non dovessero interessare.

Ecco, la questione è che non soltanto questo libro è importante, a volte grandioso, non soltanto necessita di tutte queste pagine, ma grazie a questo tempo che si prende, a questo spazio che si prende, genera un tipo di narrazione assolutamente originale che, insomma, può rimanere un punto fermo degli anni letterari che stiamo vivendo.

Il protagonista si chiama Edoardo, e probabilmente è anche letteralmente il romanzo della vita di Albinati, per quanto possa esserlo un romanzo, cioè mai; ma è soprattutto un libro molto ambizioso; non perché il nucleo sostanziale sia originale o potente, ma quasi al contrario: perché è un romanzo contenitore, e contiene il tentativo, lo sforzo meraviglioso di mettere in gioco tutti i tasselli che la vita ti ha messo davanti, raccoglierli tutti, tutti, uno per volta, e cercare, avendoli messi insieme, di capire la propria esistenza, quella della propria scuola, del quartiere (il quartiere Trieste); per cercare di comprendere le radici o la follia di un delitto spaventoso, e quindi i modi in cui un Paese intero li accoglie, li digerisce e alla fine cerca in qualche modo di espellerli.

Prende tutta questa materia e cerca pian piano, appassionatamente, un modo per attraversare il mondo con un senso, avendoci capito qualcosa, e soprattutto provando a pensare che alla fine poi un modo di stare al mondo si trova.

Quindi il racconto si prende tutto il tempo, tutta la libertà che vuole. E in questo consiste la sua specialità (e quindi le sue 1300 pagine ne costituiscono quasi la ragione principale della sua forza). È proprio questo il dialogo con il lettore: io lo devo fare, devo andare per la mia strada, ho rotto gli argini del tempo e dello spazio da occupare, se li ho rotti vado dove voglio per quanto tempo voglio. Puoi seguirmi o no, per un tratto o disordinatamente. Ma io vado. E in questa formula di libertà, si concede praticamente tutto. E in questo concedersi tutto sta praticamente la potenza espressa al massimo della sua scrittura, ma anche della letteratura in sé.

In definitiva: un libro di 1300 pagine, allora, vuol dire che è già per questo un libro importante? La risposta è no. Per quanto riguarda invece questo libro, la risposta invece è: decisamente sì. Un libro importante. Questo è quello che bisogna, in fondo, dire. Perché si finisce dentro un mondo e una vita e non si ha nessuna fretta di uscirne, e intanto che si gode l’alternanza tra racconto e ragionamento (ma non è questa la vita? Vivere e ragionare su come si vive?) si prova un’enorme ammirazione e un morboso piacere.

Insomma, le recensioni non lo dicono quasi mai, per una forma di pudore, ma stavolta vale la pena farlo: La scuola cattolica è un grande libro, Edoardo Albinati è un grande scrittore.

L’uomo del futuro — recensione di Gabriele Santoro

Eraldo Affinati sostiene che spesso per distinguere il buono dal cattivo maestro, basta vedere negli occhi dei suoi scolari: se brillano, oppure restano spenti. Due anni fa gli occhi dello scrittore brillavano, quando nel corso di un’intervista accennò alla personale ricerca di don Lorenzo Milani, suo riferimento culturale fondamentale. La visione e le gambe per camminare, assumendo il senso del limite: «don Milani continua a essere inafferrabile: è una domanda inevasa, la spina nel nostro fianco, un pensiero in movimento. Non ci lascia un’opera, una filosofia, un sistema, un progetto, ma energia allo stato puro. L’inquietudine che c’è prima dell’azione. Come se non fosse possibile tenerlo fermo per esaminarlo, sfugge a qualsiasi definizione», scrive Affinati.

Da qualche giorno nelle librerie è arrivato L’uomo del futuro (Mondadori, 177 pagine, 18 euro): dieci capitoli in seconda persona nei luoghi e nel fuoco della controversia accesa dal priore, e altrettanti capitoli per i diari di viaggio dal Gambia a Volgograd in soggettiva sulle tracce dello spirito di Barbiana. Con la scelta della seconda persona l’autore sembra mettersi di fronte a sé stesso, però a corta distanza, nel tentativo di fondere azione e riflessione. È un testimone della propria esperienza: «Un amico mi ha detto che in questo modo è come se avessi fatto un esame di coscienza. Per me scrivere e leggere significa anche questo. Ecco perché nei miei testi c’è spesso una bibliografia: serve a lasciare le tracce del cammino che ho compiuto», spiega. Barbiana oggi si propone in chiave multiculturale con la questione posta da Milani con radicalità: l’uguaglianza delle posizioni di partenza, che non assomiglia neanche un po’ all’egualitarismo e al solidarismo retorico.

Affinati ci illustra ancora una volta la propria idea di letteratura che vive sull’esperienza e in cui la scrittura rappresenta l’elaborazione, il momento ultimo. Come credi possibile che una terza persona, per di più esterna, quale sei tu, possa riuscire a percepire, se non a raccogliere un lascito incredibile?, si domanda. E risponde: «D’istinto quasi schiacci il pulsante interiore dei tuoi vent’anni: la letteratura serve a questo, altrimenti non avrebbe senso né leggere, né scrivere».

Stavolta la traccia è un’esistenza che non è scomparsa. Ridefinisce la sconcertante attualità del carisma pedagogico di don Milani: «Non vuoi ammettere che ogni cosa finisce in polvere? No, altrimenti non potresti trovare la forza di scrivere». Ritroviamo la sintassi di Romoletto, lo spirito primigenio de La città dei ragazzi e quell’urgenza di paternità mai sopita. La solitudine della propria adolescenza, che ancora interroga, quella dello scrittore, impastate nella coralità vivificata dalla scuola di Barbiana. Il lavoro che più lo appassiona, ce lo ripete: «Cercare i rapporti, ricucire gli strappi; mettere in relazione libri e destini».

Questo testo, che non percorre la scorciatoia del romanzo, commuove dopo la lettura non solo Aldo Bozzolini, il più piccolo fra gli allievi del priore, ma chiunque sia nato o abbia deciso di rinunciare al privilegio per condividere il cammino sul lato polveroso della strada, della vita. Il maestro, scrittore, politico, educatore; prete ribelle e rispettosissimo rinunciò innanzitutto ai privilegi della propria estrazione sociale alto borghese, senza sostituire l’aristocrazia materiale con quella morale. Lacerare i tessuti, rovesciare i banchi del tempio: è la necessità per immaginare di poter guardare chi non è come te, per guardare dentro a Il quartiere di Vasco Pratolini.

«Certe fotografie del piccolo Lorenzo fanno impressione: le camicette immacolate, le scarpette bianche, i capelli ben pettinati. Egli, sin dalla più tenera età, sentì tutto questo come una zavorra insopportabile, altrimenti non avrebbe chiesto al fattore di Montespertoli, dove la sua famiglia aveva una lussuosa residenza, di far entrare in quel giardino dorato i bambini poveri», racconta Affinati. Non fu dunque una conversione sulla via di Damasco, ma già percepibile nelle stagioni dell’infanzia e dell’adolescenza.

Visitando la Tenuta La Gigliola, casa di campagna della famiglia Milani, distante dieci chilometri da Firenze, si sofferma sul campo da tennis posto accanto alla villa padronale, dove Lorenzo pare che spingesse a giocare a pallone i suoi amici. Qui evoca un confronto con Giorgio Bassani e il Giardino dei Finzi Contini: «Sì, mi ha procurato una serie di risonanze emotive e culturali sulle quali ho lavorato. Insomma la rivoluzione bisogna farla prima dentro noi stessi: ecco cosa ci dice il priore».

Quando uno liberamente regala la sua libertà è più libero di uno che è costretto a tenersela, scrisse Milani alla madre. Per essere veramente liberi s’incarna un limite, quale nucleo di ogni vera tensione pedagogica. Andare oltre l’efficacia; a scuola si cerca l’efficacia prima della giustizia.

Quando anche la vostra rivoluzione avrà trionfato, scrive nella lettera a Pipetta, il comunista di San Donato di Calenzano, il mio posto sarà sempre al fianco degli assetati e degli affamati della giustizia. Il senso della sconfitta storicizzata del mito novecentesco dell’uguaglianza non è ragione sufficiente per smettere di essere una spina nel fianco del privilegio che fa scandalo.

Lo scrittore insegnante non imbalsama colui che chiama profeta. La perfezione inaridisce, l’elogio dell’errore come quello del ripetente alimenta i don Milani inconsapevoli sparsi per il mondo. I beni non spesi perdono valore. Affinati scrive quel che sa, quello che sperimenta alla Scuola Penny Wirton con i ragazzini egiziani sperduti, che nella lingua rincorrono un orientamento. Gettarsi nella mischia, ferirsi, prima dei registri, prima dei voti. «La scuola ha un problema. I ragazzi che perde», argomentava Milani. Respiriamo a polmoni aperti, sottraendoci alla logica binaria scuola od officina.

La rivoluzione è aspettare i ritardatari: un’utopia? Andare a cercarsi i ragazzi uno per uno, far scattare una scintilla, essere autentici, fare sul serio: non salverà il mondo, ma dona vite. «C’è un punto in cui l’educatore accetta la propria impotenza, esce dal tribunale della storia e torna alla lavagna chinando il capo. Fu in seminario che Lorenzo cominciò a capire come si dovrebbe sentire chi insegna agli adolescenti difficili: un po’ sconfitto, un po’ vittorioso. Non significa forse questo essere padri?»

Dall’ateismo al seminario, dall’agiatezza alla povertà. Consacrato sacerdote nell’ottobre 1947 a San Donato di Calenzano, capire don Milani significa anche contestualizzare l’unicità nel clima del cattolicesimo fiorentino pre e post conciliare di padre Ernesto Balducci, don Giulio Facibeni e Giorgio La Pira. Conciliarista ante litteram, Milani, come asserisce Affinati, getta scompiglio nel rapporto con le istituzioni ecclesiastiche senza tradire un solo principio sul quale si fondava la comunità. Nella Lettera ai Giudici, sulla quale torneremo più avanti, conosciuta anche come L’obbedienza non è più una virtù, Milani risalta proprio una delle conquiste conciliari, rispetto alla non violenza che non era ancora la dottrina ufficiale di tutta la Chiesa: «Il Concilio invita i legislatori ad avere rispetto per coloro i quali o per testimoniare della mitezza cristiana, o per riverenza alla vita, o per orrore di esercitare qualsiasi violenza, ricusano per motivo di coscienza o il servizio militare o alcuni singoli atti di immane crudeltà cui conduce la guerra».

Monsignor Mario Tirapani, insegnante di Sacre scritture al seminario, nelle vesti di vicario generale dell’arcidiocesi, lo fece trasferire nella chiesetta sperduta di Sant’Andrea a Barbiana. La periferia avrebbe dovuto condannare all’oblio anche quel “pretino di famiglia mezza ebrea” dallo spirito indipendente, dal gran temperamento che non si lasciava certo irretire dall’indecisione. Inconsapevolmente il monsignore gli aveva aperto una distanza strepitosa da coprire, al contempo minima e sterminata, fra la cupola del Brunelleschi, fra una capitale della cultura e il terzo mondo della collina di Barbiana senza strade, luce, acqua e telefono. Il sottoproletariato agricolo destinato a estinguersi nell’agglomerato indistinto della città rivelò invece tutte le potenzialità inespresse.

È interessante, in questo senso, la recensione di Luciano Bianciardi su Esperienze pastorali citata nel testo: «Un moralismo che noi non accettiamo nei suoi fondamenti dottrinari, ma che tuttavia auspichiamo di veder emergere fra chi accetta la dottrina cristiana, e con il quale siamo certi di poter discutere con reciproco frutto». All’epoca la Congregazione all’Arcivescovo di Firenze suggerì di ritirare dal commercio per ragioni di prudenza, di non ristampare o tradurre il libro di don Milani, scritto nel 1954 e pubblicato nel 1957. Le parole di Ernesto Balducci ne sintetizzano la portata: «Venuto dal di fuori aveva colto subito il punto di inerzia che intercettava e falsificava i contatti tra chiesa e mondo e ne fece un’analisi spregiudicata nel suo primo libro, Esperienze pastorali». Balducci lo definisce radicalismo illuministico: «La qualità di quelle pagine mette allo scoperto gli assunti di un apparato in cui le intenzioni ideali e le pratiche reali riuscivano a convivere in tranquillissima contraddizione». Discorso e testimonianza coincidono in Milani, che si considerava «parte viva della Chiesa, anzi suo ministro», malgrado l’incomprensione di quest’ultima.

Incarnare un limite, oggi più che mai questo aspetto dello spirito milaniano potrebbe esserci utile di fronte alla deflagrazione del desiderio cui assistiamo, dice Affinati. «Esperienze pastorali è un’inchiesta straordinaria su un paese, l’Italia, tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e il “miracolo economico”. Non ha niente da invidiare a nessuna inchiesta sociologica contemporanea e successiva. Ha il vantaggio di una necessità che viene dagli scopi che l’autore si proponeva: di conoscenza e riflessioni attive finalizzate a un intervento religioso e sociale. È probabilmente l’opera più ricca del suo autore piena di indicazioni la cui attualità è andata crescendo. È esplosa nella nostra società che ha fatto dello spettacolo, del divertimento, del tempo libero il proprio fulcro ideologico e, attraverso i media, il principale strumento in mano alle classi dirigenti per la propria perpetuazione e per il controllo delle coscienze», scrive Goffredo Fofi (La Ricreazione, e/o). Giuseppe D’Avack elogiò l’utilizzo della statistica da parte di don Milani, che caratterizzerà anche Lettera a una professoressa.

A quasi cinquant’anni dalla morte di don Milani, Affinati ci ricorda il fuoco espressivo delle sue lettere. Un patrimonio straordinario del quale si nutre L’uomo del futuro: «Come si fa a negare valore letterario, per fare un solo esempio, alla Lettera ai Giudici? Solo un pregiudizio di marca crociana potrebbe impedirci di collocare Milani fra i più notevoli scrittori del suo tempo, di stampo epistolare, nel solco più puro della letteratura italiana. Con una differenza essenziale: che lui, non ricopiando in bella, gettava un’ombra lunga sull’autonomia dell’opera, conferendole valore intoccabile. Anche in questo senso è stato un profeta. Uno fra i più misteriosi scrittori italiani fra quelli che si sono nascosti dietro il proprio talento per cause di forza maggiore, ha negato sé stesso con pervicacia degna dell’ultimo Tolstòj».

Sull’altura del Mamajev Kurgan, dove si riuniscono i soldati russi in licenza dalla Cecenia, Affinati ha incontrato Ivan, che ha smarrito le ragioni, l’euforia della scelta di arruolarsi. Lo scempio di Groznyj, che Anna Politkovskaya ci raccontava, l’ha reso antimilitarista. L’obiettore Ivan affronterà la cella. Si appellerà all’articolo 59.3 della Costituzione. Un taccuino di viaggio che ci rivela ancora l’attualità di don Milani. Il 12 febbraio del 1965 una minoranza, autoproclamatasi maggioranza, dei Cappellani militari in congedo della Toscana redasse un comunicato, diffuso poi da La Nazione, nel quale sostanzialmente si associò l’obiezione di coscienza a un insulto alla patria. Né le autorità religiose, né quelle civili avevano reagito al testo. Circa venti giorni più tardi Milani pubblicò una lettera di risposta, stampata in mille copie, e successivamente, nel mese di marzo, ripresa da Rinascita.

Reclamò, tra l’altro, contro l’uso distorto del concetto di patria: «Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia patria, gli altri i miei stranieri».

A Barbiana giunsero insulti e minacce di stampo fascista. Un gruppo di ex combattenti denunciò Milani e la rivista per apologia di reato. Impossibilitato a recarsi in tribunale, a causa della malattia che poi lo spense, preparò una Lettera ai giudici, che sta lì dove stanno le stelle da rimirare. In che modo un cittadino può reagire all’ingiustizia?

«È l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità (e in questo somiglia alla vostra funzione), dall’altro la volontà di leggi migliori cioè di senso politico (e in questo si differenzia dalla vostra funzione). La tragedia del vostro mestiere di giudici è che sapete di dover giudicare con leggi che ancora non son tutte giuste. In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate».

Lui a scuola aveva esclusivamente figlioli di contadini e di operai. Lo Stato la luce elettrica a Barbiana l’aveva appena portata, ma le cartoline di precetto arrivavano a domicilio fin dal 1861. Ai giudici scrive che si è impegnato, si è sforzato nel cercare sui libri di storia la categoria di guerra giusta, tuttavia non l’ha trovata in regola con l’articolo 11 della Costituzione italiana:

«Ci è stato però di conforto tenere sempre dinanzi agli occhi quei trentuno ragazzi italiani che sono attualmente in carcere per un ideale. Vi ho dunque dichiarato fin qui che se anche la lettera incriminata costituisse reato, era mio dovere morale di maestro scriverla egualmente. Ma è poi reato? L’assemblea costituente ci ha invitati a dar posto nella scuola alla Carta costituzionale “al fine di rendere consapevole la nuova generazione delle raggiunte conquiste morali e sociali”. Una di queste conquiste è l’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”.

Noi gente della strada diciamo che la parola ripudia è molto più ricca di significato, abbraccia il passato e il futuro. È un invito a buttar tutto all’aria: all’aria buona. La storia come la insegnavano a noi e il concetto di obbedienza militare assoluta come la insegnano ancora. A Norimberga e a Gerusalemme sono stati condannati uomini che avevano obbedito. Condannare la nostra lettera equivale a dire ai giovani soldati italiani che non devono avere una coscienza, che devono obbedire come automi».

Se avessero — recensione di Cristina Taglietti

Lo definisce «opera ultima», Vittorio Sermonti, il romanzo autobiografico intitolato Se avessero (Garzanti). A 86 anni, questo attore, traduttore, dantista, drammaturgo, romanziere che, nella scrittura come nella pratica culturale, ha attraversato tutti i generi mantenendo sempre integra e riconoscibile la sua voce, fa i conti con se stesso senza rinunciare, ancora una volta, a sperimentare. Il vizio di scrivere si intitolava il volume uscito lo scorso anno da Rizzoli con cui Sermonti riordinava tutte le declinazioni del suo ingegno, che fossero libretti d’opera, versi, lezioni di metrica, o interviste a Giulio Cesare. Con Se avessero siamo decisamente nel regno del memoir e non dell’ucronia come potrebbe far pensare il titolo che, fin dalla prima pagina, viene svolto chiaramente: se tre giovani partigiani entrati con il mitra nel vano d’ingresso del villino al numero 41 di via Domenichino (zona Fiera) di Milano, i primi di maggio 1945 avessero sparato a mio fratello…

Sermonti non immagina realmente un’altra possibilità, anche perché, come conclude nelle ultime righe, quella svolta eventuale avrebbe potuto cambiare il mondo ma nessuno se ne sarebbe accorto. L’episodio assomiglia di più al bandolo di un gomitolo che serve per srotolare i ricordi «in un disordine fazioso e devastato», soggetto agli intermittenti «soprusi della memoria» e l’episodio che riguarda il fratello maggiore, frater maximus (FM nel libro) è una specie di ricorrenza che torna ogni volta che le vie del ricordo sembrano frantumarsi nei tanti sentieri narrativi in cui solo apparentemente lo scrittore si perde.

Si comincia da quella casa in zona Fiera dove la famiglia di nove persone (padre, madre, tre sorelle, quattro fratelli) è sfollata, lasciando la casa di Roma con tanto di tre piani, tennis («anche se da ultimo parzialmente adibito a orticello di guerra»), garage, mimosa e parapetti di roselline dove si insedia la Croce Rossa australiana. FM, bello, biondo, affascinante, ex sottotenente di un reparto regolare parafascista, risponde ai tre partigiani: non so se ammazzarmi vi conviene poi tanto. Il 25 aprile ha appena rimescolato tutte le carte: prima di quel giorno, scrive Sermonti, «c’erano in giro per l’Italia poco meno di 45 milioni di fascisti», poi la schiera si assottiglia.

Sermonti attraversa quei giorni (e quegli anni) concitati e drammatici mentre il filo della matassa lo riporta sul lago di Como dove va a trovare la prima ragazza («piccola, con le scarpe ortopediche e stracarina»). Evoca scene perfettamente dipinte che danno corpo e vita alle figure famigliari, quelle del «privilegiato ceppo» materno siciliano, enclave di antifascismo, e del più umile ceppo paterno. La nonna quasi analfabeta che lo chiama Vitorrio e lo dota di «un bel campionario di ipercorrettismi» molto prima che sapesse come si chiamavano; il nonno materno, onorevole, avvocato penalista, il primo a farsi uscire di bocca in un tribunale del Regno la parola mafia.

Gli amici: Groucho (che in realtà si chiama Giulio) con cui una mattina del febbraio 1945 si presenta in una scuola adibita a caserma della X Mas nell’intento di lasciarsi arruolare (ma non ha ancora 16 anni); il torinese Saverio, con cui studia il russo, che ancora oggi è il suo migliore amico, anche se è morto tre anni fa «indignato da quell’obbligo di morire»; Cesare (Garboli ndr) che con Saverio condividerà sempre sentimenti di reciproca ostilità.

È soprattutto la figura del padre, che così spesso allora trovava goffo e vanitoso e imbarazzante, a prendere, anche emotivamente, la scena. Pisano, orfano di un doganiere, capofamiglia a 13 anni, fascista minoritario nella grande famiglia borghese antifascista della moglie (il nonno paterno a un certo punto cominciò a riferirsi a Mussolini col perentorio appellativo «il porco») muore nel ‘73 «senza lasciarci una lira o un metro quadrato di proprietà, e di questo lo amo per sempre», scrive Sermonti. È lui, con il suo cattivo tedesco, che vuole accanto a sé, nello studio, il quattordicenne Vittorio per tradurre insieme il Faust e nel ‘40 va a piedi da Civitavecchia a Siena «con una microscopica Divina Commedia 5X4 Barbera editore» e «di tempo in tempo si metteva a sedere su un muricciolo, cacciava il librettino dalla tasca della sahariana, apriva a caso, accendeva una Macedonia, si alzava gli occhiali sulla fronte come un ciclista al giro e solfeggiava piano piano un canto, mezzo canto, tre terzine». La madre appare soltanto a pagina 170: un essere inesplorato, una prigioniera che avrebbe voluto essere una suora, che il padre teneva «fuori dalla portata mentale dei suoi figli».

Sermonti racconta azioni e passioni: dall’adesione giovanile al fascismo a una sorta di «metacomunismo tragico», dopo una breve iscrizione al Pci a ridosso dei fatti di Ungheria; ricorda l’ostilità di Pier Paolo Pasolini che non gli passava mai la palla nelle partite a calcio tra filologi filosofi poeti e critici cinematografici contro ragazzini di borgata; ripercorre l’accensione per la lettura e la letteratura, per il teatro, per Praga, «città sconosciuta e fatale come un primissimo amore a quindici anni» dove lo scrittore vive per quindici mesi. Guarda alla sua vita in un dopoguerra infinito con gli occhi di quel quindici-sedicenne che è stato e con la scrittura di oggi, raffinata, ricca di digressioni, con frequenti rimandi a pagine precedenti, capace di mescolare la lingua aulica del letterato al lessico del ragazzino di allora, di trovare la giusta distanza, la misura perfetta, tra emozione e distacco.

Il cinghiale che uccise Liberty Valance — recensione di Giorgio Vasta

Un giorno Apperbohr, «una massa che i secoli hanno plasmato a forma di cinghiale», aggirandosi nelle campagne tra Toscana e Umbria – gli zoccoli che scavano nella torba, le mele rubate e mangiate – si ritrova su una sua personale via di Damasco: la luce che lo abbaglia non lo redime ma lo precipita nel baratro del linguaggio. Perché il presentimento della lingua – la possibilità che i suoni significhino e che in ogni loro miscuglio ci sia l’ambizione (se non la tracotanza) di estrarre dal mondo qualcosa di comprensibile – non potrà che essere per lui gloria e tormento, ciò che suo malgrado lo separa da tutti, siano essi cinghiali o umani, costringendolo in un punto intermedio, a metà del guado, uno spazio-tempo minuscolo e insieme smisurato in cui non può stare nessuno se non lo stesso Apperbohr e la sua esperienza delle parole.

A rendere ancora più struggente questa solitudine sarà l’innamoramento per una sua – ormai non più – simile («“Llhjoo-wrahh, amore mio”, è questo e solo questo che vorrebbe dirle»), il tempo in cui le parole «non hanno significato, sono distruttive, invadenti, sono il male che interviene a spiegare quello che è già tutto lì»; al posto delle parole c’è solo l’inadeguatezza, e l’unico senso che emerge è un’invocazione originaria e impronunciabile: «non mi lasciare solo».

Non sappiamo da quale polla dell’immaginazione di Giordano Meacci sia scaturito Apperbohr – personaggio epifanico di una tenerezza fiera, l’inscalfibile messo in scena nella sua maestosa vulnerabilità –, e non sappiamo in che modo, appena nato, questo cinghiale sia riuscito a fare irruzione nel capolavoro di John Ford del 1962 (un film in cui leggendario e reale si incrociano rivelando l’epica western nella sua costitutiva ambiguità) fino a incastonarsi nel suo titolo; non sappiamo neppure quale sia l’embrione di Corsignano, «addormentata e sola sulle colline da cui nasce», il piccolo centro apparentemente immoto in realtà febbrile dove si svolgono i fatti narrati, un frammento di provincia tra Toscana e Umbria (uno spazio corale che esiste con la stessa intensità di Winesburg e di Yoknapatawpha, di Macondo e di Brigadoon) – le c aspirate e gli armaioli, il corteo funebre e il derby contro l’A.S. Torracchio, il bar, le confidenze e i tradimenti, l’abitacolo in orgasmo di una Panda, le adolescenze timide e impetuose, i fantasmi etruschi: «tutti i riferimenti minimi e puntuali di cui sono fatte le vite di ogni paese dacché gli uomini esistono».

Ciò che sappiamo è che Il cinghiale che uccise Liberty Valance, il romanzo d’esordio di Giordano Meacci – già autore della raccolta di racconti Tutto quello che posso e di Improvviso il Novecento. Pasolini professore – appena pubblicato da minimum fax, è un libro che non lascia scampo.

Nell’arco di quattrocentocinquanta pagine che smontano e riannodano tra loro una serie di vicende avvenute tra il 1999 e il 2000 (ma in realtà nel Cinghiale il tempo non se ne sta mai fermo – freme si inarca si comprime e si dilata come la sintassi che gli fa da scheletro), la scrittura di Meacci accumula una materia espressiva multiforme, dalle percezioni sensoriali («la parabola di graffio le frigge con l’intensità liminare delle bruciature improprie: le sfioràte di carta tagliente sul polpastrello, o i patimenti d’amore quando si è ragazzi») alle consapevolezze teologiche (per esempio a proposito del «Dio raccogliticcio che immaginiamo sul bordo dell’infinito, quasi fosse un inquilino del piano di sopra cui s’è smurato il soffitto») alle intuizioni su che cos’è l’anticipazione («può essere che ci sia qualcuno in grado di vedere prima – un segno labile nel tempo, un accento, un apostrofo luminoso, una particella di azoto, un coriandolo fucsia a passeggio per la ionosfera – il momento di passaggio tra un tempo e l’altro»), e in questo modo dà forma a una narrazione sbalorditiva fondata su un continuo irrefrenabile esondare (e se il rischio che corre è la dissipazione, ben venga, ma soprattutto grazie, perché il romanzo di Giordano Meacci rassicura sul fatto che esistono ancora immaginazioni letterarie per le quali tra il patrimonio e la sua dilapidazione non ci sono differenze).

Affetto da quella che Peirce chiamava semiosi illimitata – l’impulso a una significazione percussiva, il testo come luogo di rispondenze interne tra le parole, di vincoli, rime, allusioni, parentele – Meacci trasforma la sua patologia in una forma di splendore: osservando il progressivo fabbricarsi del linguaggio sotto la fronte del cinghiale, ci rendiamo conto che il romanzo è il luogo in cui si dà la parola a ogni fenomeno, anche al più negletto e infinitesimale, soprattutto al più negletto e infinitesimale (compresi i versi degli animali e i rumori delle cose); raccontare, del resto,vuol dire battezzare ancora nuove parole, ancora nuove particelle di realtà.

Il tutto in una tonalità fastosa e assorta, seria e cialtrona, ribalda e commossa, tra il Decameron e leBeatitudini, il Tristram Shandy e il Cantico delle creature: in Meacci la furfanteria suprema di chi nel salto nasconde la mano che toccherà il pallone deviandolo in rete coesiste con l’estro di chi un attimo dopo, le nocche ancora rosse dell’urto contro la sfera, si inoltra in qualcosa che a calcio è guizzo dribbling serpentina e in letteratura è l’avventura della lingua, la luccicanza delle frasi, certi passaggi di punteggiatura prodigiosa, le parole che sciamano attraverso la pagina come stelle in una galassia.

Sulla falsariga di Robert Bresson, che nel 1966 aveva fatto dello sguardo di un asino il punto di vista tramite cui rivelare l’umano a se stesso (e non a caso Balthazar è il nome con il quale a un certo punto il cinghiale verrà battezzato), ciò che terminata la lettura del romanzo di Meacci resiste indelebile è il grifo cupo e misericordioso di Apperbohr che – cosciente dell’impossibilità di ogni linguaggio – ci guarda, e nei suoi occhi c’è quell’unico infinito rimpianto che domina Il cinghiale che uccise Liberty Valance: «Se si potesse dire amore in cinghialese: se si potesse dire amore in qualsiasi lingua».

La femmina nuda — recensione di Annalena Benini

Le storie d’amore non finiscono, nemmeno quando finiscono. Non ci si libera di una scheggia nel cuore, né della sensazione, che arriva come un lampo in un pomeriggio qualunque, di quanto era caldo quel corpo sdraiato accanto. Il caldo di un modo di stare insieme che aveva la pretesa di essere l’unico possibile. Le cose sceme che ci dicevamo, il reciproco incanto, inspiegabile, non basato sulla condivisione di niente: la condivisione arriva dopo, forse, l’incanto basato solo sull’incanto del cuore e dei corpi: stare sdraiati su una lastra di ghiaccio a guardare le stelle come in quel film, “Se mi lasci ti cancello”.

Le storie d’amore non finiscono, ma quando quell’incanto finisce, quando lui risponde “no” al telefono, e riaggancia, ed è infastidito, aggressivo, e forse sta scaldando un’altra, adesso, perché qui davanti a lui fa invece un freddo cane, allora questa fine fa qualcosa, sempre, alle persone. Le ferisce, a volte le cambia. Toglie via uno strato, sgretola parti che prima erano salde.

Costringe a scendere più in basso, a guardarsi là dove non ci si era mai guardati, dove lo specchio rimanda una faccia banale, un po’ meschina, sofferente, gelosa e priva di forza. La fine di un amore non toglie solo l’amore, strappa via altre cose che giuravamo essere la nostra identità. La mia intelligenza, ad esempio. Il mio distacco. Il mio uso di mondo. Io che non sono una spiona. Io che non leggo i messaggi sul telefono di nascosto perché lo trovo ripugnante. Io che lo so, che ci si innamora di altri, si prova disagio, si mente sempre più spesso, si va via non riuscendo ad andare via davvero. Ci si trasforma, mentre si sente quel freddo cane, mentre si grida al telefono, mentre ci si inginocchia sul marciapiede per il male che fa.

Elena Stancanelli ha raccontato con semplicità ed esattezza, in questo romanzo appena uscito per La nave di Teseo (la casa editrice di Elisabetta Sgarbi) e già candidato al premio Strega da Silvia Ronchey e Francesco Piccolo, la femmina nuda, che è anche il titolo del romanzo. Nuda perché spogliata di tutto per impossibilità di opporsi all’impazzimento amoroso. Nuda perché Anna, la protagonista di “La femmina nuda”, non riesce a tenersi addosso la dignità.

Le è scivolata via, nell’ostinazione di restare comunque aggrappata alla fine di quell’amore, se l’è tolta per inseguire l’altra donna e attribuirle una potenza che forse nemmeno ha (ma l’altra donna è comunque potente perché vince senza nemmeno combattere, senza essere migliore, vince fregandosene di vincere). Eppure Anna aveva pensato sempre: io no. Io non sono Madame Bovary, io non sono Anna Karenina, non sono nemmeno la moglie abbandonata di Elena Ferrante, ne “I giorni dell’abbandono”, non sono quella pazza miliardaria di Anabel, la ex moglie in “Purity” di Jonathan Franzen, che continua a telefonare al marito, a spogliarsi davanti a lui, a sdraiarsi sotto di lui, a inginocchiarsi e tirare fuori un coltellino e pugnalare tutti i preservativi.

Eppure. Anna credeva di trovarsi nella parte giusta dell’umanità, la parte razionale, intelligente, leale, forse anche un po’ eroica. Credeva in un’idea cinica e presuntuosa: che davvero l’umanità si divida in due, gli intelligenti e gli stupidi. E ha sentito, nettamente, di scivolare nella parte stupida. “Dove non ti raccapezzi, dove non sei altro che una cosa tremante e sperduta”. Una che fruga nel cellulare dell’uomo che non la ama più, che indovina le password di Facebook, resta incantata dalle foto senza mutande dell’altra donna, proprio da quella zona senza mutande e depilata. Una donna adulta, indipendente, sicura, che non mangia più, non vive più, anche mentre finge di vivere e di mangiare, anche mentre si toglie il trucco che il pianto ha sciolto e si trucca di nuovo.

Perdi una sola persona e tutto il mondo si spopola, magari è davvero stupido ma succede. Il dolore si mescola alla vergogna e allora il compito di uno scrittore è stanare la vergogna, illuminarla e mostrarla a tutti, indagarla negli angoli più indicibili, non avere paura di tirare fuori il peggio.

Spiegare qual è il cammino attraverso cui si entra in una piccola storia ignobile e si impara almeno a sciogliere la durezza nei confronti dell’umanità, a perdere l’arroganza. Ad avere pietà dei gesti miseri, delle tattiche penose, della cartellina che Anna tiene sulla scrivania del computer, con dentro una decina di lettere che ha scritto all’altra donna, immaginando di diventare sua amica e di riceverne la solidarietà, fantasticando sulla possibilità che l’altra donna (ha un soprannome significativo, lo troverete già nella prima pagina di questo libro) le chieda scusa, vinta dalla superiorità di Anna, dall’importanza della sua storia d’amore.

Elena Stancanelli ha trovato le parole e la chiarezza per entrare nella profondità dell’annientamento di sé, attraverso la voce di Anna, con una specie di fierezza molto netta, un’assunzione di responsabilità, senza mai indietreggiare o nascondersi, senza lasciare la presa attorno alle conseguenze del dolore: agli esseri umani accadono anche queste cose, che non li migliorano ma li rivelano, li rendono nudi e folli.

Non serve essere vittime per lasciarsi dominare dall’ossessione e infilarsi laggiù, in un buco nero fatto di comportamenti miseri e sofferenti, sapendo benissimo che stiamo precipitando, ma con il bisogno furioso di farlo ancora e ancora: siamo noi i responsabili della discesa agli inferi, e scopriamo di non essere in grado nemmeno di sceglierci una sofferenza adeguata al senso alto che abbiamo di noi stessi. Anna racconta il proprio impazzimento a un’altra donna, l’amica, e lo fa per ringraziarla di averle salvato la vita, standole accanto e di fronte giorno dopo giorno, senza chiederle nulla, senza darle consigli, senza giudicarla, anche solo guardandola piangere al ristorante.

Anna scrive all’amica, prima di cominciare un flusso di coscienza limpido e spaventoso: se non mi fossi vergognata così tanto, se avessi avuto il coraggio di pronunciare il mio dolore e di dirti: lo sto spiando, mi sto comportando in questo modo ignobile e non riesco a smettere, forse mi sarei fermata. Ma forse proprio per questo Anna tiene nascoste le miserie del suo dolore, per non fermarsi. Se tieni coperta quella vergogna, se nessuno la vede oltre a voi due, allora puoi continuare a entrare nella pagina Facebook per spiare i messaggi privati e poi cancellare l’avviso di ingresso dall’account di posta elettronica

Descrive una condizione simile Jonathan Franzen in “Purity”, l’ultimo romanzo appena uscito in Italia per Einaudi. Nel mostrare la fine dell’amore per Isabel, e la fine infinita della loro relazione, dentro il sesso, le recriminazioni, gli incontri, l’incapacità di staccarsi, parla di “umiliazione”. “Era umiliante fare l’albero delle decisioni con lei. Umiliante la prontezza con cui le contestavo ogni minimo punto, umiliante che continuassi a farlo dopo l’infernale quantità di volte in cui lo avevo fatto negli ultimi dodici anni. Era come contemplare la mia dipendenza da una sostanza che non mi dava più un briciolo di piacere. Ed era per questo che i nostri incontri dovevano svolgersi nella massima segretezza. In qualunque posto tranne che in mezzo ai boschi ci saremmo troppo vergognati di noi stessi”. La dipendenza dall’abbrutimento è così attraente, ha una voluttà, giura di non lasciarti andare, di tenerti aggrappato ancora alle macerie di quell’amore, e la cosa che ti riprometti di non abbassarti mai a fare è proprio quella che finirai per fare. Nel romanzo di Franzen loro due litigano e fanno l’amore in mezzo ai boschi, in modo disperato e ostile.

Nel romanzo di Elena Stancanelli, Anna, in ginocchio sul marciapiede, si augura di morire, che lui la strattoni più forte, facendole sbattere la testa per terra. E poi grappa e Xanax, tutto insieme. Rannicchiarsi sul pavimento. Pensare perfino: è necessario che io la uccida. Che uccida l’altra donna prima che lei uccida me. Così loro due non si siederanno mai più a bere vino dove potrei incontrarli, lei non lo chiamerà più, non manderà più messaggi, non manderà mai più “nessuna foto della sua fica”. Mai più quel sentimento fra il suo ex compagno e l’altra donna che dentro l’ossessione non è una storia qualunque ma l’idea di un amore assoluto, inedito, mai visto da nessuno sulla terra.

Elena Stancanelli rivela quello che possiamo diventare, e sono pensieri così vicini, anche quando sono brutti, disperati, tremanti, paranoici, impazziti, che bisogna riconoscerli e accoglierli. Avere il coraggio di dire: sono io, potrei essere io. Perché l’umanità è anche questo, sono le ombre e la debolezza e il dolore insensato che ci agguanta e noi che non vogliamo davvero liberarcene e anzi restiamo lì a farci cullare, a scivolare un po’ più giù. E ciò che rende importante un libro è il racconto di una verità, qualcosa di autentico e mai preoccupato di sembrare perbene.

Questo romanzo non è perbene, e contiene una verità che ci riguarda, racconta senza reticenza anche la paura che provoca il confronto con un’altra donna: forse succede la stessa cosa anche agli uomini, può darsi, ma in questo romanzo c’è la descrizione precisa dell’ossessione verso un’altra donna, e dentro l’ossessione c’è il corpo, il sesso, l’audacia: cosa faceva lei che io non sapevo e non avrei mai saputo fare? “Ecco. quando arrivavo lì ero al centro perfetto del dolore. Lì faceva male come nessun’altra cosa. Potevo solo sfiorarlo, quel pensiero. Poi dovevo abbandonarlo, in fretta. Centellinarlo. Solo un po’, fin quando non crollavo”.

Le persone intorno continuano la vita sempre allo stesso modo, il cielo è identico, qualcuno dice: stai bene, sei dimagrita. Qualcun altro pensa che sia tutto a posto, forse gli manca un pezzo di cervello e allora dice: l’ho visto, il tuo ex, era con una, non brutta. Così il mondo può crollare di nuovo, e il corpo ritornare molle, quel dolore allo stomaco, tutto ancora uno schifo, un’umiliazione che non finisce mai. L’umiliazione però non è soltanto un peggioramento di sé, la rivelazione di un baratro in cui si potrà cadere ancora. L’umiliazione ha ancora dentro l’amore, e quello che resta della tenerezza, e il bisogno, forse malato chi se ne importa, di restare ancora vicini. Il pallino blu, allora, il pallino blu dell’applicazione “Trova il mio iPhone”, che Anna tiene sempre accanto per vedere dov’è Davide, almeno fino a quando lui non lo scopre e cambia la password di iTunes, fa tenerezza, è commovente.

È umiliante, certo, sedersi al ristorante con il telefono appoggiato sopra la borsa, in modo da vederlo solo voltando la testa e sfiorando lo schermo. Guardare la pallina blu prima di dormire, prima di parlare con le persone, prima di lavorare.

È umiliante passare le notti a guardare la pallina blu muoversi, o peggio vederla stare ferma sempre nello stesso posto, in quella zona, in quel grumo di strade. La casa dell’altra. Più la pallina restava ferma in quel posto più Anna si disperava. “Ogni volta che la pallina scivolava via dal quartiere di merda prendevo fiato”. È   un’umiliazione così estrema, così vicina ad altre possibilità ancora più estreme di distruzione, eppure in fondo così innocua (una pallina blu su uno schermo per fingere di essere ancora insieme, pensando: come farò a sopravvivere quando non saprò più dove si trova lui in ogni momento?), che una cosa minuscola, spiona, ridicola, acquista grandezza, diventa, più dell’uomo che indica, la testimonianza dell’amore. Dell’abbandono totale, dell’intimità che Anna ha offerto, e per un po’ ricevuto, con fiducia. Delle cose sceme che era bellissimo fare insieme.

Dell’idea che solo con l’uomo della pallina blu si sarebbe divertita a stare sdraiata su una lastra di ghiaccio a guardare le stelle, come nel film con Kate Winslet e Jim Carrey. Soltanto con lui al mondo. Allora, adesso, mai più con nessuno. Anche fuori dal dolore pazzo, rinsavita, di nuovo dignitosa e in salvo, guarita: mai più con nessuno.

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Stregati: “La scuola cattolica” di Edoardo Albinati https://minimaetmoralia.it/letteratura/stregati-la-scuola-cattolica-di-edoardo-albinati/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/stregati-la-scuola-cattolica-di-edoardo-albinati/#comments Mon, 02 May 2016 05:30:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30766 Proseguiamo con la serie dedicata ai dodici libri candidati al Premio Strega: pubblichiamo una recensione di Francesco Piccolo, uscita sul Corriere, del libro di Edoardo Albinati La scuola cattolicaRingraziamo la testata e l'autore.

di Francesco Piccolo

La prima scelta che bisogna fare nel parlare di La scuola cattolica, il nuovo romanzo di Edoardo Albinati, è se occuparsi del fatto che sia lungo 1300 pagine. Sì, esatto, 1300 pagine. Sono tante? Sono troppe? Per un romanzo, si potrebbe rispondere quasi sempre sì. Se si tratta di un tentativo di capire il mondo, o, come nel caso del libro di Albinati, ancora più precisamente un tentativo di trovare un modo di starci, nel mondo, allora no. Allora sono poche. Sono sempre poche.

L’operazione narrativa che ha fatto Albinati, che pure è autore di libri interessanti e/o importanti come Maggio selvaggio o Vita e morte di un ingegnere, è quasi disarmante per la sua evidente potenza. Ha preso un nucleo intorno al quale ragionare, e da lì ha fatto scaturire invece che un romanzo, una specie di grappolo di narrazioni che di solito nella storia di uno scrittore occupano la vita intera.

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Proseguiamo con la serie dedicata ai dodici libri candidati al Premio Strega: pubblichiamo una recensione di Francesco Piccolo, uscita sul Corriere, del libro di Edoardo Albinati La scuola cattolicaRingraziamo la testata e l’autore.

di Francesco Piccolo

La prima scelta che bisogna fare nel parlare di La scuola cattolica, il nuovo romanzo di Edoardo Albinati, è se occuparsi del fatto che sia lungo 1300 pagine. Sì, esatto, 1300 pagine. Sono tante? Sono troppe? Per un romanzo, si potrebbe rispondere quasi sempre sì. Se si tratta di un tentativo di capire il mondo, o, come nel caso del libro di Albinati, ancora più precisamente un tentativo di trovare un modo di starci, nel mondo, allora no. Allora sono poche. Sono sempre poche.

L’operazione narrativa che ha fatto Albinati, che pure è autore di libri interessanti e/o importanti come Maggio selvaggio o Vita e morte di un ingegnere, è quasi disarmante per la sua evidente potenza. Ha preso un nucleo intorno al quale ragionare, e da lì ha fatto scaturire invece che un romanzo, una specie di grappolo di narrazioni che di solito nella storia di uno scrittore occupano la vita intera.

Spesso, degli autori basta mette in fila i libri che hanno scritto per concludere che il grande romanzo lo hanno scritto così, una puntata alla volta, durante l’arco di una carriera. Albinati, invece, partendo da un’esperienza anche banale perché affrontata da tutti gli esseri umani, gli anni della scuola, fa germogliare il mondo intero, facendo partire una quantità di racconti e temi  e riflessioni e collegamenti impressionanti.

La scuola è il San Leone Magno intorno alla via Nomentana; l’obiettivo dove il romanzo punta è il delitto del Circeo, uno dei primi più appassionanti e feroci della cronaca nera (legato a giovani che hanno frequentato quella scuola). Ma i temi sono innumerevoli, e sembra riduttivo elencarne solo alcuni: la formazione del maschio, l’educazione cattolica, la famiglia, la borghesia, il sesso, la violenza come risultato spesso poco sotterraneo delle frustrazioni che creano tutte queste cose insieme. Ma mentre scrivo questo elenco di massima, i temi, i ragionamenti, le storie che affiorano sono tante e tante ancora. E sarebbe uno sforzo inutile cercare di riassumere qui.

Albinati macina pagine e pagine in modo del tutto consapevole, dialogando a volte con i lettori e l’argomento è proprio quello della ponderosità, o comunque della necessità: “Abbiate pazienza se proseguo qui per qualche pagina a parlare di famiglia. Se non scrivessi ancora qualche riga, se non ci ragionassi sopra con calma, i ragazzi di questo libro resterebbero incollati come figurine su grandi fogli bianchi.” A volte invece concede al lettore, se non gli va di approfondire un capitolo, di saltare avanti. Altre volte si scusa, fa un sunto dei capitoli che state per affrontare, casomai non dovessero interessare.

Ecco, la questione è che non soltanto questo libro è importante, a volte grandioso, non soltanto necessita di tutte queste pagine, ma grazie a questo tempo che si prende, a questo spazio che si prende, genera un tipo di narrazione assolutamente originale che, insomma, può rimanere un punto fermo degli anni letterari che stiamo vivendo.

Il protagonista si chiama Edoardo, e probabilmente è anche letteralmente il romanzo della vita di Albinati, per quanto possa esserlo un romanzo, cioè mai; ma è soprattutto un libro molto ambizioso; non perché il nucleo sostanziale sia originale o potente, ma quasi al contrario: perché è un romanzo contenitore, e contiene il tentativo, lo sforzo meraviglioso di mettere in gioco tutti i tasselli che la vita ti ha messo davanti, raccoglierli tutti, tutti, uno per volta, e cercare, avendoli messi insieme, di capire la propria esistenza, quella della propria scuola, del quartiere (il quartiere Trieste); per cercare di comprendere le radici o la follia di un delitto spaventoso, e quindi i modi in cui un Paese intero li accoglie, li digerisce e alla fine cerca in qualche modo di espellerli.

Prende tutta questa materia e cerca pian piano, appassionatamente, un modo per attraversare il mondo con un senso, avendoci capito qualcosa, e soprattutto provando a pensare che alla fine poi un modo di stare al mondo si trova.

Quindi il racconto si prende tutto il tempo, tutta la libertà che vuole. E in questo consiste la sua specialità (e quindi le sue 1300 pagine ne costituiscono quasi la ragione principale della sua forza). È proprio questo il dialogo con il lettore: io lo devo fare, devo andare per la mia strada, ho rotto gli argini del tempo e dello spazio da occupare, se li ho rotti vado dove voglio per quanto tempo voglio. Puoi seguirmi o no, per un tratto o disordinatamente. Ma io vado. E in questa formula di libertà, si concede praticamente tutto. E in questo concedersi tutto sta praticamente la potenza espressa al massimo della sua scrittura, ma anche della letteratura in sé.

In definitiva: un libro di 1300 pagine, allora, vuol dire che è già per questo un libro importante? La risposta è no. Per quanto riguarda invece questo libro, la risposta invece è: decisamente sì. Un libro importante. Questo è quello che bisogna, in fondo, dire. Perché si finisce dentro un mondo e una vita e non si ha nessuna fretta di uscirne, e intanto che si gode l’alternanza tra racconto e ragionamento (ma non è questa la vita? Vivere e ragionare su come si vive?) si prova un’enorme ammirazione e un morboso piacere.

Insomma, le recensioni non lo dicono quasi mai, per una forma di pudore, ma stavolta vale la pena farlo: La scuola cattolica è un grande libro, Edoardo Albinati è un grande scrittore.

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Un giorno con Raffaele La Capria https://minimaetmoralia.it/interviste/un-giorno-con-raffaele-la-capria/ https://minimaetmoralia.it/interviste/un-giorno-con-raffaele-la-capria/#respond Sun, 20 Mar 2016 06:30:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30320 Questo pezzo è uscito sul Foglio, che ringraziamo.

di Salvatore Merlo

“Un tempo era più facile capire, c’era la buona letteratura e c’era la cattiva letteratura. Oggi c’è la falsa buona letteratura. Quasi tutti scrivono bene, qualcuno anche benissimo, ma sono senz’anima. Libri costruiti. Goffredo Parise, il Parise del Sillabario, faceva diventare poetico il senso comune, perché solo la poesia rende un libro animato, vivo”. E quando gli si chiede di fare un esempio di libro artificioso, lui è forse quasi sul punto di citare il suo amico appena scomparso, Umberto Eco (ma non lo fa): “Penso ai libri dei personaggi televisivi, libri che loro si promuovono reciprocamente”.

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Questo pezzo è uscito sul Foglio, che ringraziamo.

di Salvatore Merlo

“Un tempo era più facile capire, c’era la buona letteratura e c’era la cattiva letteratura. Oggi c’è la falsa buona letteratura. Quasi tutti scrivono bene, qualcuno anche benissimo, ma sono senz’anima. Libri costruiti. Goffredo Parise, il Parise del Sillabario, faceva diventare poetico il senso comune, perché solo la poesia rende un libro animato, vivo”. E quando gli si chiede di fare un esempio di libro artificioso, lui è forse quasi sul punto di citare il suo amico appena scomparso, Umberto Eco (ma non lo fa): “Penso ai libri dei personaggi televisivi, libri che loro si promuovono reciprocamente”.

Dunque mette su un tono ironico, accompagnato da quell’inflessione napoletana che lui è capace di modulare, di accendere e di spegnere all’occorrenza, come se pensasse che in talune occasioni non si debbano sfuggire le reminiscenze regionali poiché farlo equivarrebbe a dare alle parole un che di neutro, d’inconsistente. Così quando è ironico, lui è anche napoletano. “In libreria si trovano i libri di cani e porci, i miei non si trovano mai”.

E allora gli si racconta di una visita a casa del vecchio Ettore Bernabei: le pareti dello studio foderate di volumi, iscritte in un rettangolo di carta rilegata e di legno color noce, e su uno scaffale – sorprendentemente incongruo – ecco un libro di Fabio Volo, addirittura annotato, con dei segnalibro che sbucano da ogni parte. E Bernabei che spiegava: “L’ho letto per curiosità, volevo capire cos’è la narrativa contemporanea che vende, quella che fa numeri”.

E cos’è? “È il nulla dell’esistenzialismo. L’espressione di una società che vive il momento, non sa niente del passato e non si pone il problema dell’avvenire”. Così lui, dopo aver ascoltato di Bernabei, ride a questo racconto. “Bernabei è sempre stato un uomo intelligente”, dice. “Quando lavoravo in Rai si raccomandava: ‘Tieni sempre presente che noi dobbiamo fare dei programmi per quelli che scendono dagli alberi’”, come le scimmie, i macachi. E fu Bernabei ad assumerlo in Rai, lui e pure Eco, assieme a molti altri scrittori, intellettuali… Era una forma di mecenatismo. In questo modo Bernabei finanziava la cultura italiana, poi quasi nessuno di loro lavorava troppo alla televisione, in realtà. “Debbo confessare che sono stato un parassita”, dice con uno sguardo quasi da monello. “Ma poi mi dico pure: era meglio fare il bravo impiegato, o scrivere tutti i romanzi che ho scritto in quegli anni? Forse sono stato più utile così alla società”.

Il vecchio, largo ascensore color noce scivola rapido verso l’ultimo piano di Palazzo Doria, spalancato su Piazza Grazioli, con la sua scala monumentale, che ci passerebbe comodamente anche una Jeep o una Land Rover (ma è vero che i Doria Pamphilj affittarono questi appartamenti agli scrittori, perché volevano essere circondati dagli intellettuali, come in una corte del Rinascimento? “Vivo qui dal 1961, ed è vero che hanno tenuto gli affitti sempre un po’ più bassi, rispetto al mercato”). Ed eccolo finalmente, al quinto piano, ecco Raffaele La Capria, che bianco di capelli e piccolo d’ossa, ma con qualcosa di solido e d’affettuoso nel gesto, nello sguardo, sta in piedi come un giunco oscillante sulla soglia di casa e sorride contagiosamente: la giacca a quadretti, un po’ anni Cinquanta, il volto che raggia un’intelligenza vitale. “Io ho novantatré anni”, dice. “Lei quanti anni ha?”. Trentatré. “Eh, chissà se ci capiremo. Sono curioso, venga dentro”.

Il piccolo ingresso, poi una seconda saletta, con un divano e le poltroncine, lascia intravedere una terza stanza, appena in ombra: la scrivania e un solitario telefono, che ogni tanto squilla e strepita, ma invano, trascurato. Pare che questa casa possieda la più bella terrazza della città, imperiosamente aperta sui tetti di Roma, ma non mi sarà mostrata, e nemmeno lo chiedo. Ogni passaggio, da una stanza all’altra, è scandito da una diversa, fitta libreria. I vecchi volumi Einaudi, poi i Meridiani Mondadori, e tra questi ce n’è anche uno con il suo nome sul dorso, ovviamente: La Capria, Opere (“lo guardo, e non so perché mi viene da ridere. ‘Opere’. Non sarà troppo solenne?”). Così, mentre si cala con precauzione sulla poltroncina, alle spalle di un’allegra finestra sui tetti, l’ultimo grande scrittore italiano mi avverte, con spiritosa serietà: “Poiché sono un po’ sordo, ho studiato la disposizione dei posti. Lei si metta qui”, dice, indicando una sedia che lui piazza proprio di fronte a sé, di modo tale che tra le mie gambe e il bracciolo a cui lui si appoggia non c’è quasi soluzione di continuità.

“Ho novantatré anni e la morte non mi fa più paura, ho piuttosto paura dell’eternità”, dice. “Penso che non bisogna superare il senso del limite. E la morte è un limite sacro”. E mentre pronuncia queste parole si capisce che le ha già tutte in testa, gli pulsano come vene. “Poi, però, insorge dentro di me un altro La Capria, che mi avverte: ‘È inconcepibile vivere senza la certezza che i buoni saranno premiati e i cattivi puniti’. E la mia idea della morte oscilla, come il mio segno zodiacale, che è la bilancia”. Crede in Dio? “E come fai a rispondere, dai. Ti sei mai fatto un’idea dell’infinità dell’universo? Figurati se puoi rispondere sull’esistenza di Dio. Non vado in chiesa. Ma suppongo di essere un uomo religioso. Credo nel mistero. Nell’insufficienza dell’uomo”, dice, sporgendo appena dalla poltrona, dove adesso pare seduto un po’ in bilico.

Ma è vero, gli si chiede, che negli anni Novanta lei sceneggiò Nanà, il romanzo di Zola, con Peppino Patroni Griffi, e preparaste così una fiction televisiva di Berlusconi, uno sceneggiato che doveva essere interpretato dalla sua favorita di quei tempi, da Francesca Dellera? “Che fosse la favorita di Berlusconi non lo sapevo, ma quella è davvero una storia irrilevante, me l’ero persino dimenticata. A lei chi lo ha detto?”. Mi sono informato. “D’altra parte viviamo nel mondo dell’irrilevanza”, mormora, quasi fuggevolmente, e senza protervia. D’altra parte lui è soprattutto lo sceneggiatore di Le mani sulla città, altro che fiction. E a proposito d’irrilevanza: dicevamo di Fabio Volo. “Ah, sì, ecco. Io Fabio Volo non l’ho letto, lo metto da parte. In questo caso sono ignorante, la mia è una ignoranza procurata”, sorride. “Ma guardi qua invece”, e indica un volume di oltre milleduecento pagine, l’ultimo romanzo di Edoardo Albinati. “Libri come questo fanno capire che da qualche parte c’è ancora ambizione. Lo presento allo Strega”.

La Capria lo vinse nel 1961, quando lo Strega era ancora lo Strega, all’apogeo del premio: raccontano che dal ’61 in poi lui sia stato fondamentale, determinante nell’attribuzione dei premi successivi. Allora glielo dico, ma forse lui non mi sente, la sua lieve sordità è d’altra parte selettiva: tanto più la domanda è incerta, timida, o appena insidiosa, tanto più si acuisce il difetto d’udito. “Dopo la vittoria tutti i miei amici cominciarono a diffidare del libro”, che era Ferito a Morte, racconta. “Compresa Elsa Morante, che pure lo aveva presentato. Elsa era una donna impulsiva, la sua non era meschinità, semplicemente s’era forse accorta quanto io le fossi in realtà estraneo: il mio partito era quello del senso comune, della logica elementare, dei sentimenti, mentre tutt’intorno, in Italia, spirava una certa idea dell’impegno ideologico, c’era Pasolini… E invece, guardi, tutta la storia della letteratura è composta da una semplice e sublime sostanza: la comunicazione dei sentimenti, delle emozioni. La Storia, quella con la esse maiuscola, ci racconta l’assedio di Troia da parte degli Achei. Ma la letteratura è composta dai sentimenti di Andromaca e di Ettore”.

Lei non ama la televisione, “io la televisione la odio. Sembra fatta per bambinetti di nove anni, e cretini un po’, per giunta”.  E al cinema ci va? “E come potrei? Cammino come un piccione, mi appoggio al bastone, e quando mi guardo mi commisero persino. Sono arrivato a pensare che la vera vita non sia quella che si vive, bensì quella che si scrive. La vita vera è quella contemplativa, perché osservando la vita, e osservando te stesso, capisci”. E chi è lo scrittore italiano più elegante? “Parise”. Sciascia? “A me non piace tanto. Diciamo che la complicazione mafiosa delle sue trame si riflette anche nella sua lingua”. Guido Morselli? “Non l’ho mai letto”. Sto leggendo Federico De Roberto. “La prima parte dei Vicerè è degna di Proust”. A Croce non piaceva, lo considerava un minore. “Anche Omero ogni tanto si addormentava”.

Nel 1957 La Capria fece un viaggio in America, fu invitato per tre mesi dall’Università di Harvard con Giovanni Urbani, il famoso critico d’arte, che da allora divenne uno dei suoi più cari amici. Entrambi partirono accompagnati dalla speranza di poter guarire d’un grande e infelice amore, “le cose tra me e mia moglie”, Fiore Pucci, la nipote di Ernesto Rossi (“vivevamo a Vigna Clara e il suo appartamento era esattamente sotto il nostro”), “non andavano più come prima”. Poi lei sposò Sandro Viola, il grande giornalista, uno dei fondatori di Repubblica, morto qualche anno fa. E allora La Capria racconta, non senza intenzioni scherzose: “Sandro Viola mi ha sollevato da parecchie responsabilità. Alla fine diventammo persino amici, anche se lui aveva cominciato a frequentare mia moglie quando eravamo ancora sposati. Mi ricordo, a questo proposito, una conversazione con mia madre, che era un tipo particolarissimo. Io mi lamentavo, mi struggevo dicendo che ero stato tradito, mentre lei mi rispondeva così: ‘Ma Viola è tanto a modo, tanto simpatico, tanto per bene’, insomma me lo raccomandava. Era un tipo da commedia inglese, mia madre, più che da commedia napoletana. Quando mio padre morì, lei mi telefono, dicendo: ‘Sai, credo che babbo sia morto’. E io: ‘Che vuol dire credo?’. E lei: ‘Credo, credo, perché lo vedo fermo davanti al televisore, gli parlo e non mi risponde’. Era una conversazione assurda, me ne rendo conto. Ma era fatta così”.

Negli Stati Uniti conobbe Kissinger, allora rettore di Harvard, “che era spiritoso, e aveva pure delle amiche belline. Gli traducevo il proverbio napoletano ‘ogni scarafone è bello a mamma sua’, e scandivo: ‘Every bug is beautiful for his mother’, lui si sbellicava dalle risate. Chissà cosa capiva”.

E quella di La Capria è stata un’esistenza costellata di donne più o meno importanti nell’economia della sua vita sentimentale: l’amore, i litigi, l’attrazione erotica, come ripensa oggi a tutte queste cose? “Tutto ciò che piace al mondo è breve segno. Mi capita di ripensare a tutto questo genere d’emozioni vissute come fossero un sogno, come una storia che qualcuno mi sta raccontando”. Ma intanto la mente gli dipana persone, luoghi, cose, tastandovi un ordine, un senso. “Proprio l’altro giorno mi domandavo: le donne mi piacevano o non mi piacevano? Perché devo confessare che non me lo ricordo più il rapporto che avevo con il sesso. Mi ricordo invece la bellezza, questo sì, che è come una corazza, una corazza che l’uomo deve perforare, con fatica, perché tanto più una donna è bella tanto più la corazza è tosta”.

E a quarant’anni, dopo il primo matrimonio, lui sposò una delle donne più ammirate d’Italia, Ilaria Occhini. “Lei mi inibiva”, dice. E allora lo scrittore novantenne si solleva lentamente dalla poltrona, e tira fuori una fotografia in bianco e nero, il volto magnifico di giovane donna, di attrice, di modella corteggiata dall’obiettivo di Vogue. “Devi passare da questo ritratto inaccessibile”, spiega, “a quest’altro”, aggiunge, indicando un’altra foto di donna: ma questa volta accanto alla Bella, in barca, c’è la Bestia, cioè lui. In un suo racconto, evidentemente autobiografico, ma narrato in terza persona, il suo alter ego, Dudù, una notte, a letto, scambia questo genere di battute con la sua bellissima moglie: “La tua bellezza mi distrae”, dice. E lei: “Che faccio, spengo la luce?”.

Di sinistra, eppure mai dentro la chiesa del Partito comunista, non è mai stato quello che un tempo si chiamava intellettuale organico. Eppure La Capria era circondato dai comunisti: è da sempre amico di Giorgio Napolitano, “e di tanti altri che sono morti e di cui tengo scrupolosamente la contabilità, come misura del tempo, il mio conto alla rovescia”: Francesco Rosi, Giuseppe Patroni Griffi, Moravia, Parise, Ghirelli… Erano quasi tutti comunisti i suoi amici, com’è che lei non lo è stato mai? “E se è per questo molti erano pure froci. Ma io non sono mai stato frocio. A me del comunismo non me ne è mai importato nulla, per via di quella che chiamo ‘logica elementare’ che si contrappone alla ‘logica ideologica’”. E a loro tutti, agli amici di una vita, adesso lui ha dedicato un libro, che uscirà a breve, e che ha per titolo una terzina di Dante, “Ai dolci amici addio”.

La Capria ha scritto delle pagine spassosissime, strepitose su Moravia: era tirchio. “Era lapalissiano”. E allora l’anziano scrittore ricostruisce il passato, in immagini secche e brevi, ma vivide. “Una volta eravamo al mare insieme, e io ero arrabbiato con lui, mi infastidiva la facilità con la quale riusciva a scrivere, come un fiume, per tutto il giorno, mentre io invece zoppicavo. Così a cena ero molto di malumore. E quando a un certo punto venne servito del pesce castagna, io dissi, incazzoso, “sembra di mangiare una castagna bollita”. Mentre Moravia, trionfante, col sorriso di Lapalisse: ‘È proprio per questo che viene chiamato pesce castagna’”.

Un po’ assurdo. “Ma era fatto così. Il pesce castagna secondo lui si chiamava così perché aveva il sapore di castagna. Ed era anche un incredibile pessimista, Moravia. Ma a livelli patologici. Un mattino in barca, con un sole che spaccava le pietre, mentre io gli magnificavo il clima della Costiera amalfitana, e la giornata superba, lui, corrugando la fronte, tagliava corto: ‘Adesso viene a piovere’. Era pessimista, ma in realtà era uno che viveva bene, anche con se stesso. Tutto il contrario di Ennio Flaiano, con il quale ci vedevano nella trattoria di via della Croce, un ristorante molto economico frequentato da artisti, scrittori, gente del cinema: c’erano spesso Fellini, Arbasino, Enzo Siciliano, Parise, persino Maccari. Adesso è molto cambiato quel posto, è un luogo qualunque…”.

Ma diceva di Flaiano. “Ah sì, Moravia s’atteggiava a umor nero, ma viveva comodo, stava bene con se stesso. Flaiano invece aveva la battuta spiritosa, l’epigramma lucente, ma soffriva, aveva una figlia nata malata, la sua vita intima non era felice”. In quella trattoria di via della Croce venivano anche Bassani e Soldati. “Li ho frequentati meno. Soldati era un chiacchierone esuberante, vizioso come tutti i cattolici. Aveva saputo estrarre dal suo cattolicesimo le cose migliori, trasmettendole nei suoi scritti, è riuscito a mettere a frutto il senso del peccato”.

Ma a questo punto La Capria s’interrompe, sembra cercare degli argomenti, metterli insieme nella testa, poi però li scaccia con una scrollata di spalle. Forse si è un po’ stancato. Fissa in avanti senza posare davvero lo sguardo. Me ne accorgo, e faccio per congedarmi. “Mi piace incontrare i giovani”, dice, “anche se mi chiedo sempre come si fa a creare una connessione”. E il suo sguardo adesso è un dolce, indulgente interrogativo.

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Albinati, Nori e la didattica della scrittura narrativa https://minimaetmoralia.it/letteratura/albinati-nori-e-la-didattica-della-scrittura-narrativa/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/albinati-nori-e-la-didattica-della-scrittura-narrativa/#respond Wed, 23 Dec 2015 06:30:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29490 (fonte immagine)

In una striscia dei Peanuts – a suo modo una piccola lezione di scrittura – Snoopy è alle prese con il suo infinito romanzo. Seduto sul tetto della cuccia, le zampe sulla tastiera della macchina da scrivere, fantastica una serie di situazioni narrative fiammeggianti. Si sente l’immaginazione al lavoro, una fame di scene: quello che non si riesce a capire è come il beagle inventato da Schulz riuscirà a collegare tra loro i diversi nuclei drammaturgici. Un dubbio che presto evolve in tormento e che lo stesso Snoopy rende palese nell’ultima vignetta: «Ho paura di essermi stretto alle corde», pensa.

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snoopy

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In una striscia dei Peanuts – a suo modo una piccola lezione di scrittura – Snoopy è alle prese con il suo infinito romanzo. Seduto sul tetto della cuccia, le zampe sulla tastiera della macchina da scrivere, fantastica una serie di situazioni narrative fiammeggianti. Si sente l’immaginazione al lavoro, una fame di scene: quello che non si riesce a capire è come il beagle inventato da Schulz riuscirà a collegare tra loro i diversi nuclei drammaturgici. Un dubbio che presto evolve in tormento e che lo stesso Snoopy rende palese nell’ultima vignetta: «Ho paura di essermi stretto alle corde», pensa.

Se E.M. Forster avesse avuto modo di soccorrerlo, il suo suggerimento sarebbe stato essenziale: raccontare una storia è «only connect». Nient’altro che connettere. Una formula – la ritroviamo non solo in Casa Howard ma anche al centro del monumento dedicato allo scrittore inglese nella chiesa di Saint Nicholas a Stevenage – che sintetizza quanto Forster svilupperà nel 1927 in Aspetti del romanzo, uno di quei libri in cui un narratore, modificando per un momento la propria postura, non racconta ma si mette a ragionare sul suo lavoro. Non necessariamente con strumenti critici rigorosi, semmai in quella particolare attitudine, al contempo acuta e rarefatta, propria di chi con un determinato tema, in questo caso la scrittura, intrattiene un rapporto agonistico.

La medesima attitudine che riconosciamo in Oro colato. Otto lezioni sulla materia della scrittura di Edoardo Albinati (Fandango), un libro in cui lo scrittore romano raccoglie le riflessioni sulla scrittura maturate (anzi, per usare un’espressione cara allo stesso Albinati, «messe a frutto») negli anni di insegnamento a Rebibbia.

Centrali, nel suo ragionamento, sono due parole. Materia, che ricorrendo a partire dal sottotitolo chiarisce la natura fisica della scrittura, la sua qualità di fatto concreto e contraddittorio, una sostanza discontinua e incoerente di cui Albinati esplora il riverbero con una precisione che fa pensare a quella meditazione sullo scrivere che Adorno concentra nelle quattro pagine che aprono la seconda parte di Minima moralia. La seconda parola è dissipazione: «L’atto creativo è stimolato dalla distruzione di un immenso lavoro preparatorio buona parte del quale viene svolto in maniera automatica e pressoché inconsapevole nell’ascolto quotidiano», scrive Albinati. Ciò che diventerà scrittura è l’effetto di un’ininterrotta silenziosa arsione di alternative, ipotesi differenti se non contrastanti, un processo di negoziazione interiore durante il quale chi scrive non liquida l’alone che circonda ogni termine ma lo riconosce come ciò di cui prendersi cura. La pagina che il lettore si ritrova tra le mani è l’eco di quel processo, una forma necessaria alla condivisione eppure incommensurabile al lavorio invisibile della negoziazione interna.

Quando Albinati parla del rogo come «figura del testo» viene in mente un’intuizione di Antonio Franchini che nel ’96, in Quando vi ucciderete, maestro?, unendo nella medesima riflessione letteratura e combattimento descriveva le ostea leukà: così come del corpo del guerriero bruciato sulla pira resta percepibile, tra le fiamme, solo un biancheggiare d’ossa, allo stesso modo nella nostra memoria le parole di una narrazione poco a poco si dissolvono, la maggior parte delle scene sparisce e resistono soltanto alcuni microscopici particolari. La combustione, dunque, come misura non solo dell’origine ma anche dell’esito del testo.

In Scuola elementare di scrittura emiliana per non frequentanti con esercizi svolti (Corraini Edizioni, illustrazioni di Yocci) Paolo Nori prende spunto dalla sua esperienza didattica e in sei lezioni ondivaghe racconta la scrittura lontano da qualsiasi tentazione prescrittiva. Collegando tra loro Šklovskij, le autobiografie orali raccolte da Alfredo Gianolio in Vite sbobinate e i precetti di Bukowski, Nori chiarisce che per scrivere occorrono straniamento (che rallentando il riconoscimento permette di passare dal déjà vu al jamais vu), semicolti (nel senso del tenere viva la percezione di ciò che accade quando nel parlato si allenta «la sorveglianza sintattica e grammaticale sulle cose che diciamo») e poi una sedia. Nonché – e qui Nori condivide con Albinati il medesimo bisogno di tangibilità – occorre «usare le parole sentendo il peso e il materiale di cui sono fatte, scrivere come se si prendesse in mano la penna per la prima volta».

Sentire la scrittura come corpo, dunque, se non come organismo. «Io penso alle mie frasi come a piccoli organismi neri, maculati gialli o rosso vivo, tondeggianti, dotati di tentacoli: delle specie di ofiure» scriveva nel ’97 Giulio Mozzi in Parole private dette in pubblico, un altro libro fondamentale per riflettere su quella specifica declinazione del linguaggio che è la narrazione.

Scrivere di scrittura – che si tratti di una riflessione intenzionale oppure, come per la Lettera di Lord Chandos di von Hofmannsthal o per LTI, i taccuini di Victor Klemperer sulla lingua del Terzo Reich, di libri che non nascono con un obiettivo didattico – è nella sua manifestazione migliore un discorso mai normativo, raramente del tutto logico e compiuto, semmai un avventurarsi rabdomantico che procede per collaudi empirici, un dire facendo e un fare dicendo. Una specie di rêverie. Se ciò che Albinati e Nori (e prima di loro Franchini, Mozzi e altri ancora) hanno scritto insegna è perché i loro libri procedono senza l’obbligo di un’utilità immediata e misurabile: perché divagano concentrati, si permettono la fantasticazione, capovolgono prospettive, sciolgono i nessi dati. Perché sentono sempre che la lingua è materia in azione. Sperpero naturale, dialogo fitto con l’errore, smarrimento strategicamente indotto.

Resiste come unica certezza (ma sono possibili obiezioni anche su questo) la risposta che Wisława Szymborska diede a una lettrice nella sua posta letteraria: «Tutto a questo mondo si distrugge per il continuo uso, tranne le regole grammaticali. Se ne serva con più coraggio, Signora – bastano per tutti!»

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Ricordando David Foster Wallace / 2 https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ricordando-david-foster-wallace-2/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ricordando-david-foster-wallace-2/#respond Thu, 12 Sep 2013 11:45:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15449 Questo articolo è uscito sulla rivista Tradurre. (Foto: Giovanni Giovannetti)

di Norman Gobetti

Moriva, il 16 dicembre 1991, Pier Vittorio Tondelli. Prolifico operatore culturale, oltre che amatissimo scrittore, Tondelli aveva fondato nel 1990, insieme ad Alain Elkann ed Elisabetta Rasy, il quadrimestrale di letteratura «Panta». Dopo la morte di Tondelli, nel comitato editoriale di «Panta» subentrò lo scrittore statunitense Jay McInerney, che nel 1993 curò un numero dedicato ai nuovi narratori americani. Il volume presentava i racconti di quindici autori all’epoca quasi tutti inediti in Italia, fra cui Jennifer Egan, Jeff Eugenides, Mark Leyner, Donna Tartt e William T. Vollmann, tradotti da scrittori italiani come Michele Mari, Sandra Petrignani, Claudio Piersanti, Sandro Veronesi e Valeria Viganò. Fra gli altri c’era anche, nella versione di Edoardo Albinati, un racconto dal titolo Per sempre lassù. Nella sua introduzione, McInerney scriveva a proposito dell’autore di quel racconto: «Uno sperimentatore postmodernista [...] furiosamente creativo. [...] Le sue ambientazioni e le sue strategie narrative sono varie, ma sempre attualissime» (McInerney 1994, 14). Sono probabilmente le prime parole mai pubblicate in Italia a proposito di David Foster Wallace.

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Questo articolo è uscito sulla rivista Tradurre. (Foto: Giovanni Giovannetti)

di Norman Gobetti

Acqua in bocca, ovvero Tradurre l’infinito. David Foster Wallace in Italia

La vita è come il tennis vince chi serve meglio
Infinite Jest
(traduzione di Edoardo Nesi, Grazia Giua e Annalisa Villoresi, p. 1144)

Moriva, il 16 dicembre 1991, Pier Vittorio Tondelli. Prolifico operatore culturale, oltre che amatissimo scrittore, Tondelli aveva fondato nel 1990, insieme ad Alain Elkann ed Elisabetta Rasy, il quadrimestrale di letteratura «Panta». Dopo la morte di Tondelli, nel comitato editoriale di «Panta» subentrò lo scrittore statunitense Jay McInerney, che nel 1993 curò un numero dedicato ai nuovi narratori americani. Il volume presentava i racconti di quindici autori all’epoca quasi tutti inediti in Italia, fra cui Jennifer Egan, Jeff Eugenides, Mark Leyner, Donna Tartt e William T. Vollmann, tradotti da scrittori italiani come Michele Mari, Sandra Petrignani, Claudio Piersanti, Sandro Veronesi e Valeria Viganò. Fra gli altri c’era anche, nella versione di Edoardo Albinati, un racconto dal titolo Per sempre lassù. Nella sua introduzione, McInerney scriveva a proposito dell’autore di quel racconto: «Uno sperimentatore postmodernista […] furiosamente creativo. […] Le sue ambientazioni e le sue strategie narrative sono varie, ma sempre attualissime» (McInerney 1994, 14). Sono probabilmente le prime parole mai pubblicate in Italia a proposito di David Foster Wallace.

Poco più che trentenne, Wallace era all’epoca uno scrittore di ottime speranze. Aveva esordito venticinquenne, nel 1987, con un romanzo ambizioso, The Broom of the System, che aveva conquistato molti lettori e aveva ricevuto un’accoglienza critica perplessa ma affascinata, di cui resta emblematica la recensione sul «New York Times» dell’autorevolissima Michiko Kakutani, secondo cui il giovane romanziere aveva sì talento da vendere, però «il problema è che spesso troviamo presunzione invece che vera intelligenza, verbosità invece che eloquenza» (Kakutani 1986; traduzione mia). In seguito Wallace aveva pubblicato su svariati periodici – da «Fiction» a «Harper’s», da «Playboy» alla «Paris Review» – una serie di racconti in gran parte confluiti nel 1989 in Girl with Curious Hair, e si stava anche affermando come saggista, con recensioni per i quotidiani più importanti («New York Times», «Washington Post», «Los Angeles Times» e altri), lunghi articoli per riviste su temi che andavano dalla narrativa contemporanea al tennis alla televisione e, nel 1990, un volume sul rap, Signifying Rappers: Rap and Race in the Urban Present, scritto insieme a Mark Costello.

In Italia era praticamente sconosciuto. Poi uscì su «Panta» la traduzione di Forever Overhead (in seguito incluso in Brief Interviews with Hideous Men e destinato a diventare un piccolo classico) e c’è chi dice di esserne rimasto folgorato. Edoardo Nesi racconta: «Sin dalla prima pagina mi parve che Per sempre lassù fosse il Racconto Degli Anni 90, straordinariamente capace com’era di catturare – in diretta – una specie di “sfiorato” zeitgeist di quegli anni inafferrabili, e di farlo senza volere» (Nesi 1996). E ancora, diversi anni dopo: «Io lo capii subito che Wallace era di un’altra categoria rispetto a tutti. Fin da Per sempre lassù, il suo primo racconto pubblicato in Italia. Su “Panta”. Fu quel miracoloso “Ciao” alla fine…» (Consonni 2011).

Il ghiaccio era rotto e, poco più di un anno dopo, uscì da Theoria Nuovi narratori americani. Racconti della Post-generation, una selezione di nove racconti, tradotti da Cristiana Mennella e tratti dall’antologia curata da Michael Wexler e John Hulme Voices of the Xiled, che comprendeva anche, di Wallace, Ragazzina dai capelli curiosi. Cristiana Mennella, all’epoca a inizio carriera (aveva appena esordito, sempre per Theoria, con i Marginalia di Poe), negli anni successivi si sarebbe affermata come traduttrice proprio di nuovi narratori americani (fra cui Saunders e Vollmann), ma non avrebbe più avuto occasione di lavorare su Wallace, che, ricorda oggi divertita, all’epoca le era sembrato «un poco fuori di testa» (Mennella 2012).

Nel giro di pochi anni Girl with Curious Hair sarebbe stato tradotto altre due volte, da Francesco Piccolo per Einaudi e da Martina Testa per minimum fax. Quest’ultima ebbe in seguito modo di raccontare quanto la lettura di Nuovi narratori americani l’avesse colpita, e avesse anche rappresentato per lei il primo incontro con Wallace:

Quando lessi Nuovi narratori americani non sapevo chi era David Foster Wallace, non avevo letto Infinite Jest, non immaginavo che quello sarebbe diventato il mio libro di culto per eccellenza, non immaginavo che Wallace stesso sarebbe diventato il mio autore di culto e uno dei miei esseri umani preferiti sulla faccia della terra; non mi sognavo neanche che sarei diventata una traduttrice e un’editor (non sapevo neanche cosa volesse dire, editor), tantomeno che avrei tradotto lui. E a dire il vero, il racconto di David Foster Wallace contenuto nell’antologia […] non era neanche fra i miei preferiti. Era la storia di un ricco psicolabile iperviolento, e mi sembrava che l’autore non fosse altro che un Bret Easton Ellis più cerebrale e sborone (Testa 2006).

Nella nota biografica che precedeva il suo racconto, Wallace veniva presentato così: «Sta lavorando a qualcosa di lungo per Little, Brown & Co. che ha tutta l’aria di non essere pronto per la scadenza, non è mai stato, in nessun luogo, per nessun motivo in ritardo con qualcosa, ragion per cui è un po’ fuori fase, attualmente» (Wexter e Hulme 1995, 39). Il qualcosa di lungo sarebbe diventato Infinite Jest.

Negli Stati Uniti a quel punto David Foster Wallace era considerato the next big thing, il Nuovo Grande Scrittore che tutti attendevano. Come ha ricordato David Lipsky a proposito dell’ambiente dell’editoria newyorkese, Wallace aveva «fatto sì che un’intera città di editor e scrittori bercianti, sgomitanti e pronti a gambizzare chiunque, si innamorasse di lui perdutamente» (Lipsky 2011, 16). Il 1º febbraio 1996 Infinite Jest era in libreria: 1079 pagine, 388 note, e in copertina un cielo ingombro di nuvole che lasciava presagire tutto fuorché una lettura serena. Anche questa volta le recensioni non furono unanimamente positive. Michiko Kakutani scrisse che Wallace era «uno scrittore dal talento virtuosistico che sembra in grado di fare qualunque cosa», però scrisse pure che a tratti il romanzo sembrava «una scusa per fare sfoggio del suo talento e svuotare la sua mente irrequieta» (Kakutani 1996; traduzione mia); e piuttosto simile fu il verdetto di Jay McInerney (McInerney 1996). Ma Infinite Jest si conquistò subito un nutrito seguito di ferventi ammiratori, veri e propri fan che in breve tempo ne fecero un libro di culto nel senso più pieno della parola. Ne è segno fra molti il fatto che il sito The Howling Fantods, interamente dedicato alle opere di Wallace, venne fondato nel marzo 1997, quando l’utilizzo di massa di internet era ancora agli albori (il dominio Google, ad esempio, fu registrato solo sei mesi dopo, il 15 settembre 1997).

Mentre nella maggior parte delle nazioni europee Infinite Jest veniva subito liquidato come intraducibile (in Germania il libro sarebbe uscito solo nel 2009; in Francia non è ancora uscito ed è annunciato per il 2014), l’Italia fu uno dei primi paesi a drizzare le antenne, e nel giro di qualche mese diversi editori si misero sulle tracce dei libri di Wallace. Fra le case editrici interessate, una fra le candidate più plausibili pareva la Fanucci, dove Luca Briasco e Mattia Carratello stavano fondando la collana «Avant Pop», il cui primo titolo, pubblicato nel settembre 1998, fu l’antologia a cura di Larry McCaffery Schegge d’America. Nuove avanguardie letterarie. Era la terza raccolta uscita in Italia nel giro di pochi anni a includere un racconto di Wallace, in questo caso Tri-Stan: I Sold Sissee Nar to Ecko (nella traduzione di Piergiorgio Nicolazzini e Maria Cristina Pietri), anch’esso destinato a confluire nel 1999 in Brief Interviews with Hideous Men. Nella sua articolata rassegna in appendice all’edizione italiana dell’antologia, McCaffery parlava anche di Girl with Curious Hair, descrivendolo come uno dei libri più esplicitamente Avant Pop della nuova letteratura americana (McCaffery 1998, 405-6); ci si poteva quindi aspettare di trovare Wallace accanto a Vollmann e a Philip Dick nel futuro catalogo della nuova collana di Fanucci, ma non andò così.

Marco Cassini, il direttore commerciale di minimum fax, ricorda: «“Compralo, compralo che te lo fottono”, mi consigliava anni fa con fraterno afflato, all’uscita di un reading di Ian McEwan, Sandro Veronesi”» (Cassini 2003). E fu all’uscita del reading di Ian McEwan al primo Festivaletteratura di Mantova che Sandro Veronesi chiese a Susanna Basso di tradurre Infinite Jest per la neonata Fandango (Basso 2012). Domenico Procacci aveva infatti acquistato i diritti italiani di entrambi i romanzi di Wallace, Infinite Jest e The Broom of the System. Sul piatto restava la raccolta di racconti Girl with Curious Hair. Come ha raccontato Cassini sul sito della casa editrice (Cassini 2003), minimum fax aveva firmato nel giugno 1997 un contratto per i diritti italiani del libro. Nonostante ciò, nel settembre 1998 uscì da Einaudi Stile libero (allora al secondo anno di vita) La ragazza con i capelli strani, in una traduzione firmata da Francesco Piccolo da cui mancavano tre dei dieci racconti: John BillyHere and There e Westward the Course of the Empire Takes Its Way. La spinosa situazione si risolse solo cinque anni più tardi, quando, in seguito a un accordo stipulato fra minimum fax e l’agente di Wallace, Einaudi ritirò dopo trenta mesi il suo libro dal commercio, e da minimum fax uscì La ragazza dai capelli strani in una nuova, più puntuale traduzione di Martina Testa che ripristinava i racconti mancanti.

Nel frattempo minimum fax aveva pubblicato altri quattro libri di Wallace: nel settembre 1998 Una cosa divertente che non farò mai più (traduzione di Gabriella D’Angelo e Francesco Piccolo) e nel maggio 1999 Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più) (traduzione di Vincenzo Ostuni, Christian Raimo e Martina Testa) – cioè la raccolta di saggi del 1997 A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again smembrata in due volumi -, nel giugno 2000 Il rap spiegato ai bianchi – cioè Signifying Rappers nella traduzione di Martina Testa e Christian Raimo – e nell’aprile 2001 (nella traduzione di Martina Testa) Verso occidente l’impero dirige il suo corso, cioè il racconto lungo (o romanzo breve) Westward the Course of the Empire Takes Its Way non incluso nella traduzione di Martina Testa/Einaudi di Girl with Curious Hair.

Ricorda Martina Testa:

Ecco come sono diventata una traduttrice: nel 1998 ho comprato A Supposedly Fun Thing… in una libreria internazionale di Roma: il primo pezzo mi ha lasciata interdetta, il secondo mi ha tenuta sveglia quasi per tutta una notte, il libro intero mi ha esaltata come forse non aveva mai fatto nessun altro libro prima di allora; io e un mio amico abbiamo sentito dire che una casa editrice cercava un traduttore proprio per quel libro; non avevamo esperienza; gli abbiamo chiesto di farci provare; ci hanno fatto provare; la prova gli è piaciuta (Testa 2008).

Martina Testa divenne poi, oltre che una delle principali traduttrici di Wallace, anche la direttrice editoriale di minimum fax, e i libri di quella casa editrice diedero un contributo fondamentale alla diffusione di David Foster Wallace in Italia, ma il pezzo forte, quello più atteso, restava Infinite Jest.

Nell’autunno del 1997 Susanna Basso aveva ricevuto il libro. Aveva subito pensato, ricorda oggi (Basso 2012), di non potersi concedere il lunghissimo tempo e la dedizione assoluta che le parevano necessari per tradurlo, e l’aveva proposto, riservandosi di farne poi la revisione, a Grazia Giua, all’epoca una traduttrice giovane ma non priva di esperienza, che aveva accettato.

Così, per nove mesi, assistita da Susanna Basso in un ruolo che oggi definisce da coach (Giua 2012), Grazia Giua (che anni dopo sarebbe diventata editor Einaudi) si dedicò anima e corpo a una traduzione che la assorbì completamente e la pose di fronte a «insidie sconfinate». Oltre a essere mastodontico – Wallace disse una volta che ai commessi delle librerie sarebbe toccato aiutare chi lo comprava a caricarlo in macchina (Bruni 1996) – il libro era scritto in una lingua enormemente complessa, che costrinse la traduttrice non solo ripercorrere le funambolesche evoluzioni di una sintassi acrobatica, ma anche a impadronirsi di una miriade di lessici iperspecialistici:

Centinaia di pagine di appunti, centinaia, molte, di mail. E i libri: compendi di fisica, di matematica, manuali sul tennis e sul football americano, volumi sulla droghe, sintetiche e no, il Physician Desk Reference e il prontuario farmaceutico (carpito a un sospettosissimo farmacista), dizionari del cinema e di qualunque altra cosa. E i colloqui infiniti e meravigliosi con gli informant, di ogni ordine grado e professione, dai due lati dell’oceano. Non tutto mi è servito, e di certo non mi è bastato, ma ricordo la sensazione – ossessiva, immagino; delirante, mi dicevano – di vagare per scaffali, vetrine, palestre, strade, mondo, e pensare, sempre, eh sì, questo mi può servire, questo lo troverò, in qualche momento, a qualche punto, e allora mi servirà (Giua 2008).

Il romanzo però prima o poi sarebbe dovuto uscire, e ben presto si creò uno scollamento fra le esigenze della traduttrice, cui sembrava necessario dedicare a quel lavoro un tempo e una cura maggiori di quelli concessi dal suo contratto, e quelle dell’editore, Domenico Procacci, e del direttore della collana «Mine vaganti» in cui il romanzo sarebbe uscito, Sandro Veronesi, che non ritenevano di poter rimandare la pubblicazione di un libro così atteso. Nel giro di qualche mese lo scollamento sfociò in una rottura e, dopo aver tradotto le prime 385 pagine con relative torrenziali note, Grazia Giua fu rimpiazzata da un’altra giovane traduttrice, Annalisa Villoresi, e dallo scrittore Edoardo Nesi.

Una delle rarissime testimonianze di Annalisa Villoresi sul proprio lavoro al romanzo si trova in un articolo pubblicato dal «Tirreno» il 23 dicembre 2000 in occasione dell’uscita del libro:

«Non è stato facile restituire in italiano lo slang e il particolare stile letterario di Wallace – racconta la co-traduttrice – soprattutto per me che ero alla prima esperienza». Trentacinque anni, madre di due gemelle di 5, Villoresi è subentrata alla precedente traduttrice romana [sic, ma Grazia Giua non è romana], lavorando da marzo del 1998 fino ad agosto di quest’anno per circa sei ore al giorno. «Avevo smesso di lavorare per stare con le mie figlie ma ora, dopo questa esperienza, spero di avere altre occasioni. Non credevo che sarei riuscita a tradurre un romanzo così complesso in così poco tempo». Lo stesso Nesi definisce «sorprendente» il risultato e aggiunge: «Annalisa è stata bravissima, ha fatto un grande lavoro soprattutto con notevole e costante impegno». Lo scrittore imprenditore pratese, che deve a Procacci anche la realizzazione del suo primo film Fughe da fermo nelle sale a marzo, si è occupato della “ripulitura” (Bernacchioni 2000).

Da parte sua, così racconta Edoardo Nesi:

Pur potendomi appoggiare a una prima traduzione di Annalisa Villoresi e Grazia Giua, tradurre in italiano Infinite Jest mi è costato l’inverno e la primavera e l’estate 2000, e per varie ragioni: l’estrema complessità della trama che si supera e si ripiega e si rincorre continuamente; le dozzine di vividissimi personaggi e le loro complesse interazioni; la lingua ricchissima dell’autore, le lunghe dissertazioni tennistiche e farmacologiche e chimiche e cinematografiche con uso continuo di termini specialistici; la frequente coniazione di nuove parole in americano; l’uso di prefissi greci legati a oscuri termini medici; la decisione di non aggiungere note di traduzione non assolutamente necessarie per via delle moltissime pagine di note al testo già scritte dall’autore; la presenza nel romanzo di numerosissimi refusi d’autore poiché ben pochi dei personaggi sanno parlare o persino pensare in un inglese corretto (Nesi 2001).

Intanto, nel novembre 1999, da Fandango era arrivato in libreria La scopa del sistema, il primo romanzo di Wallace, in un’edizione che si segnalava, oltre che per la bella illustrazione di Gianluigi Toccafondo in copertina, per una quarta genialmente essenziale, appena tre parole: «Mi manca chiunque». La traduzione era di Sergio Claudio Perroni, che oggi ricorda i mesi dedicati a lavorare su quella scrittura «di straordinaria intelligenza» come un periodo molto felice, una delle pochissime occasioni nella sua carriera (già all’epoca ben avviata) in cui l’estrema difficoltà non fu per lui «una rottura di scatole» ma «un enorme piacere» (Perroni 2012). E poi, il 10 dicembre 2000, dopo più di tre anni di lavorazione complessiva, finalmente uscì Infinite Jest. All’interno del volume la traduzione era accreditata a «Edoardo Nesi con la collaborazione di Annalisa Villoresi e Grazia Giua», ma in copertina c’era scritto: «Traduzione di Edoardo Nesi». Da quel momento nel parlare comune Nesi sarebbe stato il traduttore di Infinite Jest.

Nel giro di due o tre anni appena, giusto gli anni di fine millennio, in Italia Wallace era così passato dallo status di sconosciuto a quello di autore di primo piano, sebbene ancora letto solo da un pubblico di nicchia, con ben otto volumi usciti fra il settembre 1998 e l’aprile 2001. L’apice di questa fulminea consacrazione fu probabilmente la lettura integrale di Infinite Jest (una non-stop di 72 ore) organizzata da Fandango al cinema Politecnico di Roma fra il 15 e il 17 dicembre 2000, quando, fra l’apertura di Alessandro Baricco e la chiusura di Fernanda Pivano, a leggere il romanzo si alternarono decine e decine di persone, celebri o meno.

Ancor più sorprendente è dunque, soprattutto col senno di poi, che fino ad allora fra i traduttori di Wallace ben pochi fossero professionisti affermati. Edoardo Nesi, che stava mietendo i primi successi come romanziere, aveva tradotto solo cinque libri (di Malcolm Lowry, Michael Hornburg, Buster Keaton, Stephen King e Quentin Tarantino), e dopo Infinite Jest non avrebbe quasi più tradotto. Quanto allo scrittore e sceneggiatore Francesco Piccolo (che aveva firmato La ragazza con i capelli strani per Einaudi e, insieme a Gabriella D’Angelo, Una cosa divertente che non farò mai più per minimum fax) non aveva tradotto nessun altro libro e non ne avrebbe tradotti altri. Martina Testa, che invece come traduttrice avrebbe poi fatto molta strada, era allora alle primissime armi (il che non le aveva impedito di meritare e vincere insieme a Christian Raimo il Premio Procida – Isola di Arturo per Il rap spiegato ai bianchi, un libro decisamente arduo da rendere in italiano), e alle primissime armi erano anche Raimo e Ostuni.

Le eccezioni erano Sergio Claudio Perroni – che aveva già in curriculum una ventina di romanzi, di autori come Highsmith, Ellroy, Vonnegut, Houellebecq e Moody – e soprattutto Ottavio Fatica, che aveva alle spalle una lunga esperienza con classici della stazza di Kipling, Stevenson, Conrad, James e molti altri. Ma forse Fatica, quando nel 1999 Paolo Repetti di Einaudi «Stile libero» affidò a lui e Giovanna Granato Brief Interviews with Hideous Men, non trovò Wallace particolarmente nelle proprie corde, perché riservò per sé solo pochi racconti e lasciò gli altri alla co-traduttrice, che oggi ricorda:

C’è un episodio significativo di com’è stato per me tradurre Wallace. Mentre lavoravo al primo racconto, La persona depressa, all’improvviso è saltato il computer e si è cancellato tutto. E io, come nulla fosse, ho subito ricominciato da zero. Tradurre quel racconto aveva prodotto in me questa sensazione di abbandono totale. Si trattava di lasciarsi travolgere dal vortice della sua scrittura, abbassare le difese, lasciarsi andare e, semplicemente, seguire la luce chiarissima che emanava dalle sue pagine (Granato 2013).

Quel libro comprendeva anche un racconto che all’epoca a Fatica e Granato parve intraducibile, Datum Centurio. Così, come era già accaduto nel caso di La ragazza con i capelli strani, e come purtroppo spesso accade nelle edizioni italiane di raccolte di racconti straniere, si decise di tralasciarli (e, di conseguenza, per non alterare troppo la struttura del libro, di tralasciare anche la Breve intervista n. 59 e Tri-Stan, già uscito nell’antologia di Fanucci Schegge d’America), una scelta da cui fra l’altro si evince come all’epoca Wallace non avesse ancora quello statuto di classico contemporaneo che oggi ci appare scontato.

Esauritasi così l’intera backlist, negli anni fra il 2002 e il 2007 il ritmo delle uscite rallentò. Furono però gli anni in cui, come ricorda Martina Testa, in Italia la fama dello scrittore si consolidò:

All’inizio c’è stato un lentissimo crescendo di attenzione. Nei primi anni Duemila, per dire, la raccolta di saggi Tennis, tv, trigonometria, tornado si vendeva così poco che a un certo punto rischiammo di doverne macerare qualche centinaio di copie. A partire dalla nostra edizione della Ragazza dai capelli strani (2003), che andò subito molto bene, ci è sembrato che l’interesse del pubblico crescesse, anche nei confronti degli altri titoli, che infatti, nel corso degli anni, non sono mai andati fuori catalogo. Probabilmente è stato in quel periodo che si è verificato il fatidico “passaparola dei lettori” (Gregorio 2011).

Fu in questo periodo che Einaudi riuscì ad aggiudicarsi le nuove uscite – nel 2004 la raccolta di racconti Oblivion, tradotta da Giovanna Granato come Oblio, e nel 2006 la raccolta di saggi Consider the Lobster, tradotta da Adelaide Cioni e Matteo Colombo come Considera l’aragosta – e ad acquistare i diritti di Infinite Jest e della Scopa del sistema (che non erano stati rinnovati a Fandango), per poi ripubblicare i due romanzi nella collana «Stile libero Big» rispettivamente nel 2006 e nel 2008, senza apportarvi alcuna correzione o modifica. Presso la casa editrice di divulgazione scientifica Codice uscì invece nel 2005 Tutto, e di più, la traduzione (di Giuseppe Strazzeri e Fabio Paracchini) dell’impegnativo saggio di logica matematica Everything and More: a Compact History of Infinity.

Wallace aveva ormai, grazie a Infinite Jest ma forse ancor più a La scopa del sistema, un’affezionata platea di lettori italiani, e non a caso fu proprio in Italia che lo scrittore fece una delle sue rarissime apparizioni al di fuori degli Stati Uniti, intervenendo nel 2006 – insieme a Nathan Englander, Jeffrey Eugenides, Jonathan Franzen e Zadie Smith – al festival Le conversazioni a Capri, organizzato da Antonio Monda. Ricordò in seguito Martina Testa, che in quell’occasione fu la sua interprete:

Continuava a dire che eravamo vecchi amici (anche se in realtà ci eravamo incontrati solo due o tre volte, e detti poco più che ciao). Mi dava pacche sulle spalle, mi abbracciava, mi scroccava sigarette con un sorriso imbarazzato (aveva smesso di masticare tabacco, ma ancora non poteva fare a meno della nicotina) e mi chiedeva di stargli vicino; una volta, quando mi sembrava di aver combinato un disastro nel fare da interprete a un altro autore, si mise subito a rassicurarmi del fatto che ero andata benissimo. Nonostante si facesse un gran parlare di quanto era a disagio in mezzo alla gente, in realtà aveva un calore e una dolcezza che sarebbero rari da trovare in chiunque – figuriamoci poi in un genio, o nel tuo scrittore preferito (Testa 2008).

Era la fine di giugno – scrisse diversi anni dopo Antonio Monda – nell’atmosfera rilassata del festival Le conversazioni a Capri, e nessuno, neanche tra i più intimi, poteva immaginare che quel viaggio avrebbe rappresentato uno degli ultimi momenti di serenità della sua esistenza destinata a spezzarsi tragicamente due anni dopo (Monda 2011).

E in effetti, quando il 12 settembre 2008 lo scrittore fu trovato dalla moglie Karen Green impiccato nel patio della loro casa di Claremont, in California, furono in molti a sentirsene personalmente feriti. Come scrisse all’epoca Nicola Lagioia:

Il suicidio di David Foster Wallace ha lasciato scioccata un’intera generazione di lettori. Al di là dei coccodrilli e del tran tran dignitosamente ordinario di una breve commemorazione mediatica, le autostrade telematiche sono state rapidamente invase da messaggi pieni di sgomento e di dolore autentico. Sui siti internet, nei blog, nei forum di discussione e poi, fuori dalla rete, nelle conversazioni tra appassionati (spesso molto giovani) di letteratura contemporanea: «è morto uno di noi…», «lo sentivo vicino come un fratello…», «adesso mi sento persino più solo di prima…», «si può provare tanto dispiacere per una persona che non si è mai frequentata fuori dalla pagina?» (Lagioia 2008).

Un’impressione confermata dalla testimonianza di Tommaso Pincio:

Vengo a sapere che David Foster Wallace si è impiccato. […] Poco dopo squilla il telefono. Un amico vuole commentare il fatto. Siamo entrambi sconcertati, affranti. Nessuno dei due può dire di aver conosciuto Wallace, eppure ci è naturale parlarne come di una persona cara (Pincio 2011, 108).

E se lettori e critici si sentirono toccati così nell’intimo dalla morte improvvisa di uno scrittore che sentivano insolitamente vicino, tanto più si sentirono chiamate in causa le persone che avevano tradotto, editato o pubblicato i suoi libri. Data l’intricata storia editoriale di Wallace in Italia, non stupisce che più d’uno si sia sentito in quel momento di poter rivendicare una sorta di primogenitura, o comunque un legame privilegiato con lo scrittore scomparso. In un paginone interamente dedicato a Wallace, ad esempio, l’«Unità» affiancava, sotto il poco felice titolo La maratona della memoria, una serie di trafiletti commemorativi. Procacci, direttore editoriale di Fandango, dichiarava: «Non l’ha mai saputo, D.F.W., e ormai non lo saprà mai, ma una piccola casa editrice, la nostra, la Fandango Libri, è nata per pubblicare un suo lavoro, il monumentale Infinite Jest» (Procacci 2008); e a fianco Veronesi:

Io credo che Infinite Jest sia il più grande romanzo che sia stato scritto nel dopoguerra. […] Averne fortemente voluto la traduzione, aver fondato una casa editrice, con Procacci, praticamente a questo scopo, rappresenta probabilmente il mio più alto merito letterario; averne organizzato la lettura integrale, nel dicembre del 2000, al Politecnico di Roma, una delle cose più belle che abbia fatto nella vita (Veronesi 2008);

e Cassini, direttore commerciale di minimum fax: «Eravamo i primi folli editori al mondo a voler pubblicare un suo libro al di fuori dell’America e infatti ne comprammo i diritti per cinquecentomila lire» (Cassini 2008). Anche Fernanda Pivano parlò di lui, sul «Corriere della Sera», come di «un altro amico, dolce, fragile e generoso che se ne va», inserendolo in una sorta di genealogia di scrittori suicidi suoi amici, da Pavese a Hemingway a Wallace (Pivano 2008). Martina Testa scrisse sul sito di minimum fax:

Nessuno è stato altrettanto difficile e gratificante. Su nessuno mi sono impegnata con tanto amore. Ogni volta che ho tradotto qualcosa di suo, gli ho mandato delle domande. Lui rispondeva con riluttanza, era in difficoltà, continuava a dire che una certa storia era impossibile da tradurre in maniera dignitosa e fedele – il che a volte mi faceva venire da piangere; e poi scriveva pagine intere per spiegarmi una singola parola o una singola frase, e concludeva dichiarando la sua totale fiducia nelle mie capacità di traduttrice – il che, di nuovo, mi faceva venire le lacrime agli occhi (Testa 2008).

Come negli Stati Uniti, anche in Italia si tennero eventi in sua memoria, il principale dei quali si svolse il 12 ottobre (a un mese dalla morte) al Teatro Ghione di Roma. In quell’occasione si ritrovarono tutti gli editori italiani di Wallace (minimum fax, Fandango, Einaudi e Codice), molti suoi traduttori e diversi scrittori che si consideravano suoi «compagni di strada». Cominciò poi, come inevitabilmente capita in casi simili, una nuova fioritura di edizioni italiane. Minimum fax, che proprio in quel momento stava celebrando il quindicennale della casa editrice con la speciale collana «I Quindici», nel 2008 ripubblicò in questa nuova veste, arricchita da una grafica molto curata e da nuovi apparati ed «extra», La ragazza dai capelli strani (con Brave persone in appendice, un estratto da quello che in seguito sarebbe diventatoIl re pallido), nel 2009 Burned Children of America (un’antologia di nuovi narratori americani, uscita la prima volta nel 2001, che si chiudeva con il racconto di Wallace Incarnazioni di bambini bruciati, da cui il titolo) e nel 2010 Una cosa divertente che non farò mai più. Seguirono le nuove edizioni di tutti i libri di Wallace nei «Sotterranei».

Einaudi alle riedizioni affiancò alcuni inediti. Uno degli ultimi testi scritti da Wallace era una conferenza, un commencement address (ossia una prolusione) pronunciato di fronte ai neolaureati del Kenyon College il 15 maggio 2005. Qualche mese dopo la morte dell’autore, la Little, Brown & Co. (che a partire da Infinite Jest era diventata la casa editrice di Wallace) lo aveva pubblicato col titolo This Is Water. Some Thoughts, Delivered on a Significant Occasion, about Living a Compassionate Life. In quel volumetto a ogni singola frase del breve e intenso discorso era riservata un’intera pagina, così che le parole dell’autore venivano a trovarsi circondate da grandi spazi bianchi, una sorta di aura che trasmetteva al lettore la sensazione di avere fra le mani un testo sapienziale, o magari, come ebbe a scrivere Zadie Smith, «un librettino di self-help da leggere al cesso» (Smith 2010, 378).

L’insolita scelta editoriale della Little, Brown & Co. si inseriva in quella che qualcuno definì la «beatificazione» di David Foster Wallace (Salis 2011), uno scrittore che, se agli esordi era stato considerato un epigono dei postmodernisti, un ironico acrobata delle parole (Bajani 1999), col tempo si era spostato sempre più verso una concezione morale, se non esplicitamente spirituale, della letteratura (un’evoluzione già ben compresa nel 1998 da Mattia Carratello nella sua lucidissima postfazione a La ragazza con i capelli strani), e che proprio per questo aveva suscitato nei suoi lettori un coinvolgimento così viscerale. In un articolo su «Slate», Nathan Heller si era chiesto perché Wallace ispirasse una tale devozione nei suoi ammiratori, e al termine di un’approfondita analisi delle sue opere si era risposto:

È stato l’intellettuale del 21° secolo che ha insegnato ai lettori a provare sentimenti, lo scrittore che ha spiegato come sia possibile vivere in modo ricettivo e umano senza rinnegare una cultura pesantemente, eminentemente critica (Heller 2011; traduzione mia).

Anche Tim Jacobs, su «Rain Taxi», aveva azzardato una risposta: «Non era Gandhi e non è morto per i vostri peccati, ma i concetti di servizio e di sacrificio personale, soprattutto nell’ambito della scrittura, li prendeva palesemente sul serio» (Jacobs 2008-2009; traduzione mia).

In questo contesto Einaudi «Stile libero» preferì non incoraggiare ulteriormente una lettura di Wallace che molti ritengono fuorviante, o comunque dannosa. Wallace era sì un genio, precisa ad esempio Martina Testa, ma

penso che connotarlo come una specie di unicum, di “monstrum”, di prodigio sia inopportuno, non giovi alla percezione che il pubblico ha di lui, gli faccia più male che bene, e personalmente non vorrei contribuire ad alimentare in nessun modo l’aura quasi mitica che ormai lo circonda (Testa 2012).

Sulla stessa posizione Giovanna Granato, la traduttrice di This Is Water: «È un errore farne un culto perché non era l’immagine che lui voleva dare di sé» (Granato 2013). La casa editrice italiana decise dunque di far uscire, in concomitanza col primo anniversario della morte dell’autore, il discorso intitolato Questa è l’acqua in un omonimo volume, curato da Luca Briasco, che recuperava anche cinque racconti, perlopiù giovanili, ancora inediti in Italia (e tuttora uncollected negli Stati Uniti), fra cui il primo in assoluto mai pubblicato da Wallace (nel 1984), Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta, in cui lo scrittore raccontava l’insorgere della depressione e della dipendenza dai farmaci.

C’era però in cantiere un inedito ben più importante. Alle Conversazioni a Capri Wallace aveva letto un brano di prosa chiamato Estratto senza titolo da un qualcosa di più lungo che ancora non è neanche lontanamente scritto (pubblicato all’epoca in una plaquette con a fronte una traduzione di Martina Testa). Quel brano era poi stato ritrovato, insieme a centinaia di altre pagine, sulla scrivania di Wallace il giorno del suo suicidio (Max 2009; Pietsch 2011). Quelle pagine erano il dattiloscritto incompiuto di quello che avrebbe dovuto diventare il suo terzo romanzo e, dopo un lungo e complesso lavoro di riordinamento e collazione da parte di Michael Pietsch (l’editor di Little, Brown & Co. che già aveva lavorato a Infinite Jest), sarebbero uscite nel 2011 col titolo The Pale King. Einaudi affidò anche questo libro a Giovanna Granato, che ricorda:

La difficoltà più superficiale, ma molto fastidiosa è stata dover cercare tantissimi riferimenti, cosa che porta via un sacco tempo. Invece non è difficile la struttura della frase, perché la sua scrittura, per quanto complessa e piena di meandri, non è mai ambigua, è lucida e solida. Le sue architetture verbali sono di una solidità mostruosa. Il difficile è restituire il grandissimo spessore che si cela sotto quelle che possono anche apparire storielle in cui non succede niente di che. Le strutture sono ripetitive ma leggere e limpidissime, la difficoltà sta sotto, nella fittissima rete dei riferimenti che danno un senso profondo al tutto. Affrontare la lunghezza delle frasi è solo una cosa muscolare. Basta allenarsi, fare un respiro profondo e buttarsi nel vortice. La sua scrittura non dà grandi margini di movimento, perciò devi per forza essere letterale. È tutto troppo solido, non si lascia scalfire (Granato 2013).

In questo caso però, racconta ancora la traduttrice, c’era una difficoltà più profonda:

Lavorare al Re pallido è stato come mettere le mani nella carne viva, dovendo affrontare in molte parti un testo “sporco”, non ancora ripulito dall’autore con la sua solita cura maniacale. Mi capitava di provare un imbarazzo da voyeur, come trovandomi a vedere quello che lui non avrebbe voluto farci vedere, il corpo nudo della sua scrittura. È stato pesantissimo dal punto di vista psicologico. Anche perché in passato Wallace non aveva mai scritto in modo così nudamente autobiografico. È stato come camminare costantemente sui confini di un territorio in cui non mi sembrava giusto entrare, intrattenendo con l’autore un rapporto personale, mentre non deve essere così. Per questo ho cercato di avere il massimo rispetto del testo, trattandolo non tanto come un romanzo, ma come un documento. Perciò, dove la scrittura è sporca, è stata lasciata sporca. In questo caso la resa è stata ancora più letterale del solito, e mi sono data la regola di non correggere anche laddove evidentemente Wallace in un secondo tempo sarebbe intervenuto. Ad esempio, di solito la punteggiatura è meravigliosa, perfetta, chiarissima. In questo caso invece a volte non lo era, ma non è stata toccata. In questo l’Einaudi, e soprattutto Alessandra Montrucchio, che ha fatto la revisione e mi ha aiutata nelle ricerche sui termini tecnici, mi hanno sostenuta molto (Granato 2013).

Con Il re pallido può dirsi conclusa la grande stagione editoriale di David Foster Wallace in Italia, sebbene altre nuove uscite ci siano state e continueranno probabilmente a esserci. Nel 2012 da Einaudi è stato pubblicato, ancora in una traduzione di Giovanna Granato, e con grande successo, Il tennis come esperienza religiosa, che raccoglie due reportage, uno inedito in Italia, Democrazia e commercio agli US Open, e uno, già uscito nel 2010 da Casagrande in una traduzione di Matteo Campagnoli, dal titolo Roger Federer come esperienza religiosa. Per il 2013 sono annunciate diverse novità di non poco conto: Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, ovvero la prima biografia di Wallace, scritta da D. T. Max e tradotta da Alessandro Mari; la traduzione di Giovanna Granato dei saggi uncollectedpubblicati nel 2012 da Little, Brown & Co. col titolo Both Flesh and Not; una nuova edizione di Brevi interviste con uomini schifosi che finalmente recupera i tre racconti mancanti; una nuova edizione del Re pallido (negli «Einaudi Tascabili») che presenta in appendice le quattro nuove scene inserite nel paperback dell’edizione statunitense; e infine una nuova edizione di Infinite Jest in cui sono stati corretti i numerosi refusi presenti nelle edizioni cartacee (solo in e-book, un assaggio di quella che sarà l’edizione speciale per il ventennale del libro nel 2016).

Da minimum fax invece è in uscita la traduzione delle Conversations with David Foster Wallace curate da Stephen J. Burn (2012), una raccolta delle non molte ma preziose interviste rilasciate nel corso degli anni da Wallace, fra cui, essenziali e citatissime, quelle di Larry McCaffery per la «Review of Contemporary Fiction» (1993) e di Laura Miller per «Salon» (1996). Resta da tradurre la tesi di laurea in filosofia del 1985 Fate, Time, and Language: An Essay on Free Will (Columbia University Press, 2010), e ben poco altro.

Oggi, a vent’anni dalla prima comparsa di un suo testo in Italia, e a cinque dalla morte, la popolarità e l’influenza David Foster Wallace nel nostro paese non accennano a diminuire. Lo dimostrano, oltre alle molte nuove uscite annunciate, la nascita nell’aprile 2011 del sito Archivio David Foster Wallace Italia e la pubblicazione di alcuni saggi critici e libri di interviste (Pennacchio 2009; Lipsky 2011; Susca 2012; Karmodi 2012), nonché di un «diario del dolore» scritto subito dopo la sua morte (Infinite Loss di Salvatore Toscano, 2009). E se è certamente vero che la sua scomparsa tragica e prematura ha contribuito a trasformare lo scrittore in una sorta di personaggio leggendario – e non è certo la prima volta che succede: basti pensare, senza scomodare le rockstar, al caso per certi versi analogo di Roberto Bolaño, e da noi a Sergio Atzeni o, fra i traduttori, Angelo Morino -, non si può non riconoscere che, se per tanti lettori e scrittori del nostro paese Wallace è diventato un punto di riferimento, il merito va anche ai traduttori. Ci troviamo di fronte a un felice paradosso: un autore che molti consideravano intraducibile (e che si considerava intraducibile) è stato non solo tradotto ma tradotto con grandissima fortuna.

I termini della sfida li aveva spiegati lui stesso nell’intervista rilasciata a «Salon» in occasione dell’uscita di Infinite Jest:
Il progetto che vale la pena portare avanti è fare della roba che mantenga la ricchezza e il coraggio e la difficoltà emotiva e intellettuale dell’avanguardia, roba che costringa il lettore ad affrontare le cose invece di ignorarle, ma farlo in modo tale che sia anche piacevole da leggere. Allora il lettore sente che qualcuno sta parlando con lui invece di mettersi in posa (Miller 1996; traduzione mia).

È una sfida che, nonostante le tortuosità, e talvolta le ambigue opacità, delle vicende editoriali di David Foster Wallace in Italia, i traduttori hanno vinto.

 

L’elenco completo delle traduzioni italiane e dei riferimenti bibliografici è sul sito della rivista Tradurre

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Un’altra Galassia https://minimaetmoralia.it/letteratura/unaltra-galassia/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/unaltra-galassia/#respond Fri, 18 May 2012 09:00:53 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7919 Dal 18 al 20 maggio a Napoli il festival Un'altra Galassia

Programma

Venerdì 18  maggio  2012

• Ore 16,00 (Piazza San Gaetano) Reading per i cento anni di Elsa Morante. Da “Lo Scialle Andaluso” leggono Andrea Bajani, Rossella Milone, Valeria Parrella, Pier Luigi Razzano, Piero Sorrentino, Massimiliano Virgilio

•  Ore 16,30 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Incontro con Laurent Mauvignier. Interviene Andrea Bajani

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Dal 18 al 20 maggio a Napoli il festival Un’altra Galassia

Programma

Venerdì 18  maggio  2012

• Ore 16,00 (Piazza San Gaetano) Reading per i cento anni di Elsa Morante. Da “Lo Scialle Andaluso” leggono Andrea Bajani, Rossella Milone, Valeria Parrella, Pier Luigi Razzano, Piero Sorrentino, Massimiliano Virgilio

•  Ore 16,30 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Incontro con Laurent Mauvignier. Interviene Andrea Bajani

•  Ore 18,30 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Incontro con Michela Murgia. Interviene Rossella Milone

•  Ore 20,30 (Napoli Sotterranea) Seduta Spiritica. Michele Mari Carlo Emilio Gadda ed Emilio Salgari

Sabato 19 maggio 2012

•  Ore 11,30 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Incontro con Giorgio Fontana. Interviene Pier Luigi Razzano

•  Ore 16,30 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Incontro con Edoardo Albinati. Interviene Massimiliano Virgilio

•  Ore 18,30 (Sala Capitolare di San Lorenzo Maggiore) Reading di Patrizia Cavalli su musiche di Diana Tejera

•  Ore 20,30 (Napoli Sotterranea) Seduta spiritica. Walter Siti evoca Pier Paolo Pasolini

•  Ore 22,30 (Refettorio di San Paolo Maggiore) Concerto di Tarall&Wine

Domenica 20 maggio 2012

• Ore 11,30 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Incontro con Walter Siti. Interviene Valeria Parrella

• Ore 16,00 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Reading di Diego De Silva.

• Ore 18,00 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Incontro con Domenico Starnone. Interviene Piero Sorrentino

UNDER 18

LibLab

18/19  maggio 2012-04-12

•  Ore  16,00-19,00 (Antico refettorio di San Paolo Maggiore)

20 maggio 2012

• Ore 11,30-13-30 (Napoli Sotterranea)

A seguire

‘La metamorfosi della Sirena-rinascita di Partenope’, spettacolo di marionette a cura della compagnia Vecchia Selvaggia del Cerillo

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