di Giada Ceri

Pubblichiamo, ringraziando la rivista e l’autrice, l’intervista di Giada Ceri a Stefania Amato, uscita sul numero 274 di “Una città”. Si tratta  della prima di una serie di interviste a persone variamente impegnate nell’ambito penitenziario per capire se e come la “cultura” possa svolgere una funzione rieducativa in una istituzione totale e che cosa significhi concretamente, oggi, rieducare una persona.

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Il progetto, già in atto in Brasile, di fare del libro uno strumento per il recupero del detenuto: 4 giorni di riduzione della pena per ogni libro letto, con un massimo di 48 giorni all’anno; un modo per rendere concreta l’idea che “la cultura libera” in un mondo in cui, non solo in carcere, l’analfabetismo di ritorno cresce; le limitazioni del 41bismarrivate al numero di 750, diverse delle quali riguardano la lettura. 

Giada Ceri: Il Reembolso através da leitura, possiamo partire da qui: un programma di recupero avviato in alcuni Stati del Brasile a partire dal 2012 che prevede uno scambio tra la persona detenuta, autorizzata dal giudice in base al reato che ha commesso, e l’amministrazione penitenziaria. Questa “pena della lettura” prevede che la lettura di un libro venga ricompensata con quattro giorni di sconto della pena, fino a un totale di quarantotto giorni in un anno. La notizia del Reembolso è arrivata anche in Italia e ha suscitato reazioni diverse. In ogni caso può servire a discutere e mettere alla prova tanti luoghi comuni sulla “cultura che rende liberi”.

Stefania Amato: Qualcuno ci ha già provato, senza successo: liberarsi attraverso la cultura, letteralmente, oltre che letterariamente. Scintille di questa idea si accendono qua e là, ma per ora subito si spengono. Eppure è talmente ovvio: ce lo hanno ripetuto fin dall’infanzia che per imparare a scrivere, a parlare, a comunicare, in una parola a esistere nel mondo, dobbiamo prima imparare a leggere. E quanto bisogno c’è, di comprensione del mondo, nel mondo annullato del carcere, di raccogliere vite deragliate tentando un’instillazione di senso, indicando un percorso vero, e non solo immaginato, come impone l’articolo 27 della Costituzione. Purtroppo l’esperienza del carcere, vissuta da operatori, da volontari, da avvocati, racconta che una grande parte dei detenuti non dispone delle basilari abilità linguistiche, non maneggia la lingua italiana, scritta e parlata, se non a un livello elementare. E non mi riferisco solo ai tanti detenuti stranieri: spesso anche quelli italiani trovano difficoltà anche solo nel firmare per ricevuta un atto giudiziario.

Eppure, quanto meno prima della pandemia, sia pur in maniera disomogenea e discontinua le carceri italiane ospitavano molte attività culturali, corsi di scrittura, laboratori di lettura e così via che se, a mio avviso, contribuiscono ad alimentare una certa retorica sui presunti effetti ricreativi e riabilitanti della cultura, presentano anche alcuni elementi di utilità. Per esempio, e non è cosa da poco, fanno entrare in carcere il mondo di fuori – penso, per esempio, al volontariato penitenziario – rendendo meno chiusa un’istituzione che altrimenti rimarrebbe priva di osservatori che costringono, diciamo così, l’istituzione totale a limitarsi nell’esercizio del proprio potere. E poi quelle attività permettono alle persone detenute di uscire dalla cella… L’importante è essere consapevoli di quello che si sta facendo quando appunto si fa “cultura in carcere”.

Capita spesso che, nelle ore vuote e interminabili, il detenuto si trovi in mano un libro e decida di addentrarsi nella storia che contiene, restando magari agganciato all’intreccio, affascinato dal protagonista, stregato dal mondo che si apre attraverso le pagine. Oppure che sia invogliato dall’educatore di turno a partecipare a un laboratorio di lettura: sempre meglio che starsene sdraiato sul letto nei tre metri quadrati di spazio a disposizione che (finalmente) le Sezioni unite della Cassazione hanno detto dover essere netti, non si conta il letto a castello.

Il Reembolso parte da un’idea di scambio in qualche modo strumentale ma esplicito, che porta alla luce del sole l’obiettivo, legittimo, per carità, e comprensibile, di vedere ridotto il proprio periodo di pena da parte del detenuto. Non diversamente da quanto succede adesso con la liberazione anticipata, che è quell’istituto per cui a fronte, in teoria, di una condotta corretta in carcere, associata ad una partecipazione attiva al percorso di rieducazione, si ha lo sconto di quarantacinque giorni ogni sei mesi di pena. In pratica, per quello che purtroppo vediamo tutti i giorni, si tratta quasi di un automatismo. Ci si basa sul fatto che il detenuto non ha avuto rapporti disciplinari, quindi non ha aggredito nessuno, non si è fatto sanzionare disciplinarmente, per cui automaticamente gli vengono dati quarantacinque giorni. In realtà è difficile vedere una valutazione del magistrato di sorveglianza che concede il beneficio prestando attenzione alla partecipazione concreta del detenuto alla rieducazione. I magistrati di sorveglianza non hanno il tempo per questo, perché i detenuti sono troppi e non ci sono gli strumenti, non ci sono i mezzi anche umani perché si possa davvero vagliare questo aspetto. Non ci sono i numeri per un’effettiva rispondenza alla ratio dell’istituto della liberazione anticipata. Questo è quello che noi vediamo in concreto. Poi ci sono le eccezioni, vediamo detenuti che si attivano e partecipano con convinzione alle proposte trattamentali. Però diciamo che la media è piuttosto piatta. Se mi passi il termine.

Concordo, sulla base della mia diretta esperienza. D’altra parte non mi è mai capitato di leggere o di sentire i conduttori di un corso per esempio di scrittura affermare la bontà di quello che fanno perché “almeno veniamo a rappresentare un pezzetto del mondo” o perché “i detenuti hanno la possibilità di uscire dalla cella almeno un paio d’ore”… Mi viene in mente Walser, che dopo l’internamento a Herisau rifiuta ogni forma di scrittura perché, diceva, lui non si trova lì per scrivere ma per fare il matto. La libertà, dice, è il solo terreno sul quale uno scrittore può essere produttivo.

Bisogna partire da un dato di realtà. Io faccio l’avvocato, assisto tanti detenuti, e vedo il livello di scolarizzazione. Non parlo solo degli stranieri, parlo anche degli italiani. L’analfabetismo di ritorno è qualcosa che riscontro spesso. Persone che magari hanno anche un diploma di scuola media inferiore ma non sono in grado di scrivere, scrivono a fatica il proprio nome. Io incontro persone tutt’oggi, nel 2021, che firmano con il crocesegno. Esistono. Ci sembra una cosa incredibile ma è così. Oppure incontro persone che se dici Questi sono gli atti del suo processo, glieli lascio così intanto se li guarda, se li legge, ne parliamo insieme, dicono che non sono in grado di leggere e comprendere degli atti processuali, e prima ancora un testo scritto. Quindi partiamo da qui nell’ipotizzare scenari possibili e futuri.

Il Reembolso può valere allora come una provocazione per ragionare in modo più ampio sul mondo deprivato del carcere, che ormai da anni è divenuto, secondo la definizione che dette Alessandro Margara, una discarica sociale. E una cartina di tornasole della società, come sostengono alcuni. Quello che hai detto sull’analfabetismo lo conferma: in Italia il 28% della popolazione fra i 16 e i 65 anni, secondo l’ultima indagine Piaac-Ocse, sa leggere ma non capisce quello che legge. C’è insomma una convergenza in tutto questo, cioè da una parte una collettività che è sempre più incapace di comprendere (la lingua, e da qui il resto) e, dall’altra, un carcere che diventa sempre di più albergo degli ultimi, italiani e non. Ora, dall’inconsapevolezza del fatto che ci sono delle regole nella lingua italiana all’ignoranza delle regole che ci sono nella convivenza civile il passo non è così lungo, eppure si insiste molto sul valore riabilitativo del lavoro e poco sull’istruzione. Allora anzitutto si tratta di capire se quello all’istruzione, e più in generale alla “cultura”, è un diritto che di fatto vale davvero per tutti, fuori dal carcere e dentro. Recentemente l’autorità giudiziaria ha vietato a un detenuto al 41 bis nel carcere di Viterbo l’acquisto di un libro scritto da Marta Cartabia (già presidente della Corte costituzionale e attuale ministro della Giustizia) e dal criminologo Adolfo Ceretti.

Questa vicenda si inquadra nel grande tema della “sicurezza”, sotteso al 41-bis. Si tratta, nonostante l’attenzione dei media, di una landa semisconosciuta ai più. Tutti sanno che si tratta del “carcere duro per i mafiosi”; pochi conoscono la sterminata serie di restrizioni pratiche che questo tipo di regime penitenziario comporta, gran parte delle quali poco ha a che vedere con la finalità del regime speciale. Si va dalle limitazioni dei contatti con l’esterno, utili a impedire la prosecuzione dei rapporti con le organizzazioni criminali di appartenenza, a prescrizioni sul numero di matite che è possibile tenere in cella, sul numero e dimensione delle fotografie dei propri cari, sul numero di bottigliette d’acqua, solo per fare alcuni esempi. Il 41-bis è stato concepito, dopo le stragi di mafia dei primi anni ’90, per isolare i detenuti più pericolosi, tagliando loro ogni contatto con le realtà criminali di provenienza. Doveva essere una norma emergenziale e transitoria: dopo trent’anni, invece, rimane e produce situazioni al limite del surreale, come quella che hai ricordato. Una circolare del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia del 2 ottobre 2017 ha raccolto e ordinato in modo capillare le regole della vita quotidiana dei detenuti sottoposti al regime speciale (ve ne sono circa 750). Quanto alla ricezione di libri, giornali e riviste periodiche, è stato ribadito il rigoroso divieto di riceverli dall’esterno. Per comprendere quanto accaduto e per affrontare il tema “libri in carcere”, occorre innanzitutto prendere atto di una pronuncia recente della Corte Costituzionale, che ha riguardato proprio la legittimità dell’imposizione di quel divieto con un atto amministrativo (non con una legge): la sentenza n. 122 del 2018. Con quella pronuncia è stata risolta una questione di legittimità costituzionale, promossa dal Magistrato di sorveglianza di Spoleto, che riguardava i libri e, appunto, i detenuti al 41-bis. Il divieto era stato sottoposto all’attenzione della Corte Costituzionale con un dubbio di contrasto, tra l’altro, con il diritto di libera manifestazione del pensiero, nell’accezione del diritto ad informarsi (articolo 21 della Costituzione), con il diritto allo studio (articoli 33 e 34), con quello di libertà della corrispondenza (articolo 15). Era stata invocata un’attenzione particolare per la natura del tutto peculiare dell’oggetto-libro e per il significato che può assumere lo scambiarsi libri con persone appartenenti al proprio orizzonte affettivo. Nell’ordinanza il magistrato si soffermava sull’utilità dell’oggetto libro dal punto di vista umano: “Se per chiunque il rapporto fisico con un libro che sia stato letto o anche solo acquistato da un congiunto rappresenta un valore e la manifestazione di un legame, la cui esperienza è comune e ci deriva da un bagaglio socioculturale che affonda nei secoli della nostra tradizione, di tal che la necessità di conservare nel tempo i libri dei nostri familiari è generalmente posta per importanza tra quelle più stringenti, per un detenuto, già tanto deprivato di ogni rapporto fisico con i propri familiari per giuste ragioni di prevenzione del pericolo di passaggio di ordini, informazioni relative alla vita dei gruppi criminali, ciò acquista un significato tutto peculiare e costituisce un residuo di umanità”. E dunque: il libro come succedaneo di una umanità tarpata all’interno del carcere.

La risposta della Corte è stata negativa: il libro è un oggetto potenzialmente pericoloso, può essere veicolo di messaggi illeciti; il detenuto può acquistare libri o riviste solo attraverso i canali penitenziari. Nel caso di Viterbo, tuttavia, il diniego ha lasciato un po’ tutti di stucco.

L’autorità giudiziaria lo ha motivato dichiarando che il possesso di quel libro metterebbe il detenuto in posizione di privilegio aumentandone il carisma criminale. Ora, a parte la questione dei privilegi che esistono di fatto anche in carcere e che si potrebbero affrontare entrando seriamente nel merito, sappiamo che la persona detenuta dovrebbe reinserirsi nel contesto sociale sulla base di una “osservazione scientifica della personalità” condotta dall’amministrazione penitenziaria. Ora, in carcere si è sempre sotto lo sguardo di qualcuno – educatore, agente, volontario. Che genere di personalità può venire fuori in una condizione così poco naturale? Mi sembra che ci muoviamo in una zona opaca, tutt’altro che scientifica. E torno qui al carisma criminale.

È uno degli aspetti che sempre viene evocato. Nel caso di Viterbo tutti hanno puntato subito l’attenzione sull’importanza del libro ma soprattutto sull’autorevolezza degli autori, l’attuale ministro della Giustizia ed ex presidente della Corte costituzionale e Adolfo Ceretti, è un criminologo di fama assoluta, oltretutto impegnatissimo sul fronte della giustizia riparativa. Il libro parla di questo, Un’altra storia inizia qui, parte dal magistero del cardinale Martini per parlare di altre ipotesi di giustizia riparativa, alternativa, quindi sembrava un libro “buono”, diciamo così, un libro da leggere, un libro assolutamente al riparo da qualsiasi ipotesi di inadeguatezza. Tutti hanno detto questo: l’amministrazione si tira un po’ la zappa sui piedi, diciamo così, impedendo che un detenuto acceda a un libro così buono, così importante. Però questo può suggerire una riflessione ulteriore rispetto a quella dell’assurdità in sé del fatto che venga impedito a un detenuto di scegliere che libro vuole leggere. Non dimentichiamo che l’articolo 19, ultimo comma dell’ordinamento dice che è favorito l’accesso alle pubblicazioni contenute nelle biblioteche degli istituti penitenziari con piena libertà di scelta delle letture, quindi è normata la libertà della scelta del detenuto di leggere quello che vuole con il solo limite che sia a disposizione della biblioteca del carcere. Per i detenuti non a regime di 41-bis c’è anche la possibilità di procurarsi i libri in altro modo, acquistarli dall’esterno o farseli mandare.

Ecco, a proposito dei “buoni libri”, di cui ha parlato anche un ex dirigente dell’amministrazione in un articolo recente in cui peraltro criticava la scelta del divieto fatto a quel detenuto: la bontà è una categoria giuridica? Siamo in uno Stato di diritto o in uno Stato etico? Cosa accadrebbe se un detenuto chiedesse di leggere le Bagatelle per un massacro, oppure Mein Kampf? Mein Kampf lo possiamo anche mettere tra parentesi, magari, ma Céline?

Céline, be’… Premesso che secondo me i buoni libri sono solo quelli scritti bene, non posso che essere d’accordo. L’operatore penitenziario che stigmatizza il divieto come uno sbaglio perché non si è compreso quanto buono era quel libro e quanto avrebbe fatto bene a quel detenuto in realtà a me sembra un’espressione del più deteriore paternalismo e di una visione eticizzante inaccettabile da parte di uno Stato che si arroga il diritto di affermare ciò che è buono e non è buono da leggere.

Si tratta quindi di capire anche che cosa c’è nelle biblioteche dei penitenziari. Quali libri sono benvenuti? I gialli? Lì ci scappa quasi sempre il morto ammazzato, d’accordo, però in genere poi c’è il detective che fa giustizia. Ma cosa accade con libri nei quali emergono temi che nell’istituzione totale ancora oggi creano disagio e magari scandalo? Libri che potrebbero turbare o creare occasioni, diciamo così, di disordine interno?

Circa la formazione e arricchimento delle biblioteche degli istituti, qualche anno fa, insieme a tanti colleghi della camera penale di Brescia e ai magistrati del nostro tribunale, avevamo deciso di fare una donazione di libri alle due biblioteche dei due istituti che abbiamo a Brescia. Si trattava di libri sia usati sia nuovi che chi voleva poteva raccogliere e regalare. Però non abbiamo potuto fare una donazione diretta, cioè portare agli istituti i libri che, materialmente, fisicamente, insieme ai magistrati avevamo raccolto. Abbiamo dovuto appoggiarci al circuito bibliotecario provinciale, perché le due biblioteche, almeno da noi è così, sono inserite nel circuito provinciale, quindi abbiamo fatto riferimento a un centro di raccolta a livello della provincia e li abbiamo portati lì. Dal centro i libri sono arrivati agli istituti e poi con le direzioni abbiamo avuto un’interlocuzione, ci hanno ringraziato, però io ho motivo di ritenere che si sia fatta una selezione a livello di direzione di concerto con l’incaricato della gestione della biblioteca, che, secondo quanto prevede l’ordinamento penitenziario, è affidata a un educatore.

Diciamo che c’è un criterio. L’unico criterio rinvenibile nelle norme, almeno che io sappia, è quello del pluralismo culturale. Una norma del regolamento dell’ordinamento penitenziario, il dpr del 2000, parla di scelta dei libri e dei periodici da acquisire alla biblioteca degli istituti realizzata con un’equilibrata rappresentazione del pluralismo culturale esistente nella società. Che è un’ottima indicazione di base, però sicuramente non dà ulteriori specifiche, e ci mancherebbe che ne desse, nel momento in cui si prevede la libertà di scelta dei libri da leggere. Il tema del chi decide cos’è “buono” e su quali basi non è irrilevante.

Un articolo di Manconi uscito recentemente su questi temi faceva riferimento alla vicenda del detenuto al 41-bis cui era stata respinta la richiesta di acquistare una rivista pornografica. Qui si apre tutto un ambito molto sensibile, che è quello della sessualità, del diritto all’affettività in carcere, un tema estremamente delicato e importante, e anche attuale, che era stato oggetto anche dei lavori degli Stati generali dell’esecuzione penale e su cui c’è ampia riflessione. Perché obiettivamente in Italia viviamo, i detenuti vivono una situazione, da quel punto di vista, di menomazione di un diritto basilare e fondamentale che è quello alla sessualità, che è inaccettabile. A mio avviso e ad avviso di molti. E questo è un problema che dovrà essere affrontato e risolto, prima o poi. Laddove si parla di libri che investono quella sfera l’attuale situazione sicuramente mi porta a pensare che non sarebbero ammessi.

Sul carcere italiano e sul sistema della giustizia nel nostro Paese pesa ancora, mi pare, una dimensione paternalistica. La nostra appare una giustizia moraleggiante e sostanzialmente retributiva. Penso ai lavori cosiddetti socialmente utili, che peraltro lasciano aperta la domanda: quali sono i lavori socialmente inutili? Ce ne sono di socialmente inutili? La logica della giustizia riparativa potrebbe aiutarci a uscire da questa dimensione per cui si cerca di trasformare il detenuto in un buon detenuto e poi il buon detenuto in una brava persona.

La giustizia riparativa, che ha in Italia delle applicazioni ancora molto limitate, soprattutto in ambito minorile, comporta un ribaltamento di prospettiva, per entrare in un’altra dimensione, che è una dimensione dove l’aspetto utilitaristico, strumentale, diciamo così, del raggiungimento di uno scopo da parte dell’autore di reato, è proprio messo da parte. Sicuramente una prospettiva dirompente. Pensando alla “pena della lettura” annunciata nell’aprile 2013 dalla Corte di giustizia dello Stato di San Paolo e a una sua possibile importazione in Italia, penso che i libri e la cultura potrebbero essere utilizzati non tanto come strumento per ottenere qualcosa, ma come mezzo per creare un contatto, perché la giustizia riparativa quello fa, mette a contatto e a confronto autori e vittime di reato, con un mediatore ovviamente esperto che facilita lo scambio e l’incontro. Nell’esperienza della giustizia riparativa il libro, l’esperienza culturale, l’insegnamento, l’apprendimento, il percorso di studio si porrebbero come una specie di perno attraverso il quale far ruotare la riflessione, perché l’importanza dello scambio sta nella comprensione che anche la vittima promuove e provoca nell’autore di reato rispetto al male che ha fatto, al dolore che ha causato, alla ferita che ha provocato in un’altra persona. Per far capire l’entità di questo male può venire dalla vittima l’indicazione di un testo, per esempio letterario, che parli di questo, parli di dolore, di strappi, di ferite. Questo può servire all’autore di reato per fare un passo avanti nel percorso di comprensione dell’altro, potrebbe essere uno spazio nuovo per la lettura, per il libro, per la cultura.

Nel 2014 l’allora assessore alla Cultura della Regione Calabria presentò una proposta di legge che prevedeva l’istituzione di un corso di lettura e analisi critica per i detenuti inquadrato entro una concezione non punitiva ma rieducativa della pena e fondato su questo assunto: chi legge conosce più parole, e chi ha più parole ha più idee; possedere più idee significa avere una visione del mondo, e qui torniamo al reo, perché chi ha una visione del mondo riesce a distinguere il bene dal male. Dunque non basta essere cittadini rispettosi della legge? Il carcere deve renderci anche delle “brave” persone?

Posso esprimerti la mia personale convinzione su ciò che il carcere non deve fare: annientare la dignità del detenuto, soprattutto quello che parte, per storia personale, con lo svantaggio di strumenti culturali limitati. Questo non gli impedisce, spesso, di custodire un sé una carica di umanità esplosiva che, quando si traduce in desiderio di conoscenza e trova una guida adeguata, può rivoluzionare la vita “dentro” e, al momento giusto, “fuori”.

Be’, che dire? Concluderei suggerendo a tutte le direzioni delle carceri di introdurre nelle biblioteche Il vagabondo delle stelle di Jack London.

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Autore

giadaceri@minimaetmoralia.it

Giada Ceri (Firenze, 1972) ha lavorato presso case editrici, riviste (“Exibart” e “Testimonianze”), organizzazioni del Terzo settore impegnate nell’ambito penitenziario. Ha insegnato la lingua italiana a persone straniere (soprattutto migranti e immigrate). Dal 2020 lavora come docente di materie letterarie nella scuola secondaria di primo grado. Ha pubblicato "L’uno. O l’altro" (Giano Editore, 2003), "Il fascino delle cause perse" (Italic Pequod, 2009), "Gli imperatori. Sei volti del potere" (Melville Edizioni, 2016), "La giusta quantità di dolore" (Exòrma Edizioni, 2018). Nel 2014, per la Fondazione Circolo Fratelli Rosselli, ha curato il Quaderno «È una bella prigione, il mondo» sui temi del carcere italiano contemporaneo. Ha scritto per volerelaluna.it e attualmente collabora, oltre che con minima&moralia, con la rivista «Una Città» e il blog «Il primo amore».

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