Elena Rui Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/elena-rui/ un blog di approfondimento culturale Wed, 20 May 2026 13:54:04 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Elena Rui Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/elena-rui/ 32 32 Effetto Strega: Elena Rui https://minimaetmoralia.it/libri/effetto-strega-elena-rui/ https://minimaetmoralia.it/libri/effetto-strega-elena-rui/#respond Wed, 20 May 2026 08:21:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=57458 In collaborazione con la Scuola del libro, vi proponiamo dodici interviste con gli scrittori e le scrittrici che hanno raggiunto la dozzina finale del Premio Strega edizione 2026. Le interviste sono state realizzate dalle allieve e dagli allievi del master Il lavoro editoriale, giunto alla sua XVIII edizione. I disegni sono opera di Annachiara Mezzanini, allieva del […]

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In collaborazione con la Scuola del libro, vi proponiamo dodici interviste con gli scrittori e le scrittrici che hanno raggiunto la dozzina finale del Premio Strega edizione 2026. Le interviste sono state realizzate dalle allieve e dagli allievi del master Il lavoro editoriale, giunto alla sua XVIII edizione. I disegni sono opera di Annachiara Mezzanini, allieva del corsoA questo indirizzo le puntate precedenti.

a cura di Chiara Pecchio, Luca Origo

Vedove di Camus (L’orma editore, 2025) di Elena Rui, candidato nella dozzina del LXXX edizione del Premio Strega, prende avvio da una data precisa che sconvolse il mondo intero: il 4 gennaio 1960. L’auto dei Gallimard sfreccia ad alta velocità prima di schiantarsi contro un albero. All’interno c’è lo scrittore Albert Camus, che muore sul colpo.

Sessantacinque anni dopo, Rui torna su quella tragedia per immaginare e ricostruire le reazioni delle quattro donne che hanno condiviso, in modi diversi, la vita dello scrittore, intrecciando finzione e verità storica. Sono la moglie Francine Faure, la teatrante Catherine Sellers, la giovane pittrice Mette Ivers e Maria Casarès anche lei attrice di teatro: quattro esperienze amorose ma anche quattro modi diversi di vivere il lutto.

Attraverso un capitolo per ciascuna, i loro rapporti con lo scrittore acquistano tridimensionalità, in una costruzione narrativa capace di svelarne affinità e divergenze. Elena Rui restituisce così un ritratto complesso di Albert Camus: un pensatore, uno scrittore carismatico capace di ispirare la creatività altrui, ma anche marito, padre e amante libero, convinto che l’amore non sottragga nulla, ma si sommi ad altro amore. Questo è uno dei grandi pregi di Rui: rappresentare il sentimento amoroso in tutte le sue possibili forme.

C.P.: Come si afferma nell’opera, questo libro è frutto di un grande lavoro di documentazione su fatti e persone reali. Un ritratto sfaccettato dello scrittore Albert Camus emerge infatti dalla ricostruzione delle relazioni d’amore con sua moglie Francine Faure e con le sue amanti: Maria Casarès, Catherine Sellers e Mette Ivers. Nella narrazione tuttavia si inserisce la sua penna, che in questo contesto ricama finzioni, ma sempre verosimili. Com’è stato approcciarsi a questo particolare tipo di scrittura, sospesa tra l’aderenza a fatti reali e documenti incontrovertibili da un lato, e la necessità di intervenire con la creatività artistica dall’altro?

E.R.: Rispetto ad altri libri di pura finzione che avevo scritto in precedenza, questo è stato, per certi aspetti, il più semplice. Durante la fase di progettazione del libro ci sono dei momenti in cui ci si sente in colpa, pur non avendo ancora iniziato a scrivere, per quel tempo sospeso. In quei momenti, la possibilità di fare delle ricerche mi aiutava a liberarmi da quel senso di colpa. La difficoltà vera è stata un’altra: autorizzarsi a mettere da parte tutto quello che si è appreso fino a quel momento e, a partire da quelle conoscenze, costruire la finzione. Inventare a partire da fatti reali fa parte del mestiere dello scrittore, ma non è sempre facile superare questa remora etica e convincersi di avere il diritto di farlo.

C.P.: Il suo romanzo ricostruisce la figura di Camus intrecciando tra loro i diversi punti di vista delle donne che lo hanno amato. Un capitolo per ciascuna, partendo ogni volta dal tragico incidente che causò la morte prematura dello scrittore. Cosa l’ha mossa in fase di scrittura e, successivamente, in fase di editing a ricercare una simile struttura narrativa e a stabilire l’ordine in cui compaiono le varie ricostruzioni?

E.R.: L’ordine è arrivato soltanto alla fine del lavoro. Mi è sembrato naturale collocare le due figure più istituzionali all’inizio e alla fine del libro: la moglie apre la narrazione 一 anche se c’è un prologo in cui viene raccontato l’incidente, ma è la prima vedova a cui è dedicato un capitolo 一 e Maria Casarès la chiude, perché è stata l’altro grande amore della sua vita per quattordici anni. Le immagino quasi a guardarsi, una di fronte all’altra. Nel mezzo ci sono le altre due storie che, anche solo da un punto di vista temporale, sono state meno importanti. La relazione con Catherine Sellers durò poco meno di tre anni, mentre, al momento dell’incidente, Mette Ivers era entrata nella vita di Camus solamente da due anni.

C.P.: L’amore e le possibili strade che questo può percorrere emergono dalle varie relazioni raccontate. Passando da un capitolo all’altro, le diverse esperienze affettive mostrano punti di contatto, ma anche specificità uniche e in contrasto tra loro, soprattutto quelle di Francine e Maria: i due profili più significativi. Non è tanto Camus a esser visto da diversi punti di vista, ma l’amore stesso. Riflettendo sulla traiettoria delle sue opere precedenti, quanto è importante che i lettori si interroghino sulle sfaccettature dell’amore che nella nostra società si confonde ancora troppo con il possesso?

E.R.: Mi interessa che il lettore si interroghi sulle sfaccettature dell’amore, sulla personalità di Albert Camus, sulle figure di queste quattro donne e sulla complessità e contraddizioni del sentimento amoroso. Non mi interessa l’amore in senso contingente, legato a questo momento storico, ma l’amore in quanto tale. La questione del possesso è sicuramente uno degli interrogativi del libro, ma non voglio prendere una posizione. Non è un libro ideologico, non vuole sostenere che l’amore debba essere necessariamente poliedrico, mi limito ad osservare come, di fatto, spesso lo sia, come nel caso specifico della vita di Camus. È un macrotema che ritorna in altre mie opere. “La famiglia degli altri” evoca la concezione della coppia elaborata da Sartre e Beauvoir, che ha influenzato i protagonisti del mio romanzo. In “Affetti non desiderati”, una raccolta di racconti, l’amore è rappresentato in tutte le sue forme, compreso l’adulterio, ma senza che vi sia una presa di posizione da parte mia. Racconto l’amore per come lo vedo e lo sento nella mia vita e in quella degli altri e spesso ciò che emerge è proprio questa dimensione di pluralità.

C.P.: Un elemento che attraversa il libro tramite le vite di coloro che lo popolano è quello dell’arte. Francine Faure suona il pianoforte, Mette Ivers è una pittrice, Catherine Sellers e Maria Casarès sono attrici teatrali. Lo stesso Albert Camus è uno scrittore dedito al teatro. Due scene in particolare portano il lettore a riflettere sul rapporto che l’arte può intrattenere con la vita. Mette che nelle ore di attesa di Camus esercita il suo estro artistico al meglio. Maria che, pochi giorni dopo la scomparsa di Albert, vuole salire sul palco senza sapere se trattenere lacrime o risa. Qual è, per lei, il ruolo che l’arte svolge o può svolgere nella vita delle persone?

E.R.: Questo è un filo che attraversa tutta l’opera, perché Albert Camus era attratto da donne che avevano un talento artistico. Sua moglie era un’ottima pianista, anche se non volle andare a fondo in questa sua passione e farla diventare una professione, e tutte le donne della sua vita avevano in comunque questa dimensione creativa. Per quanto mi riguarda, non so se la scrittura possa essere considerata un’arte, ma so che non potrei vivere senza questo mezzo espressivo. Anche per me, dunque, è qualcosa che dà senso alla vita, come lo era per Albert Camus. Dava forma alla sua esistenza e ai suoi legami affettivi, infatti cercava sempre una relazione in cui potersi confrontare anche sul piano artistico. Forse è proprio questa dimensione ad avermi avvicinata alla sua storia.

C.P.: Il momento centrale del libro, a partire dal quale si snodano le quattro ricostruzioni, è l’incidente mortale di Albert Camus, il 4 gennaio 1960. Il lutto funge da espediente che mette in moto ciascuna delle quattro narrazioni. Ogni donna viene infatti rappresentata nel tragico tentativo di gestire una mancanza improvvisa. Tuttavia, ognuna si è ricostruita una vita a modo proprio, mostrando sia il lutto che la sua rielaborazione. Considera il suo libro, per certi versi, in linea con quell’ottimismo tragico e per nulla ingenuo proprio di Albert Camus?

E.R.: Non vorrei scomodare Albert Camus per un’opera che non ha la pretesa di essere all’altezza delle sue. Il suo tono mi piace, mi appartiene e quindi mi piacerebbe che fosse in sintonia con quello del mio libro. Allo stesso tempo, nel rispondere a questa domanda, non vorrei risultare estremamente presuntuosa.

C.P.: Nel suo libro scrive “L’uomo progetta e Dio ride”, una frase molto bella in cui si possono intravedere vari aspetti della filosofia di Camus.

E.R.: Sì, si tratta nello specifico di un detto popolare che credo sia molto diffuso nell’ambiente ebraico. Ed effettivamente è abbastanza in sintonia con la tenera indifferenza verso mondo di Albert Camus.

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Quattro di cuori. Le Vedove di Camus di Elena Rui https://minimaetmoralia.it/libri/quattro-di-cuori-le-vedove-di-camus-di-elena-rui/ https://minimaetmoralia.it/libri/quattro-di-cuori-le-vedove-di-camus-di-elena-rui/#comments Fri, 30 Jan 2026 08:00:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=56822 di Ludovico Cantisani “Dovessi scrivere io un trattato di morale, avrebbe cento pagine, novantanove delle quali assolutamente bianche. Sull’ultima, poi, scriverei: ‘Conosco un solo dovere, ed è quello di amare’. A tutto il resto dico no. Dico no con tutte le mie forze”.  È da questa annotazione di Albert Camus del 1937, tratta dai Taccuini […]

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di Ludovico Cantisani

“Dovessi scrivere io un trattato di morale, avrebbe cento pagine, novantanove delle quali assolutamente bianche. Sull’ultima, poi, scriverei: ‘Conosco un solo dovere, ed è quello di amare’. A tutto il resto dico no. Dico no con tutte le mie forze”.  È da questa annotazione di Albert Camus del 1937, tratta dai Taccuini editi postumi, che prende le mosse Vedove di Camus, affascinante libro di difficile categorizzazione – non è un romanzo, ma men che meno un saggio – scritto da Elena Rui, italiana trapiantata in Francia, ed edito da L’Orma. Forse è vero che nell’ultimo decennio si è imposto un certo trend di romanzi sui filosofi e sugli scrittori: in questo sottogenere, Irvin D. Yalom con Le lacrime di Nietzsche e i successivi libri dedicati a Freud, Schopenhauer e Spinoza è maestro indiscusso, ma non possiamo non menzionare anche, per limitarci a pochi esempi, la trilogia di romanzi di Maylis Besserie dedicati alla morte di Samuel Beckett, alle vicissitudini post-mortem della salma di W.B. Yeats e al flusso di coscienza della balia del pittore Francis Bacon, La settima funzione del linguaggio di Laurent Binet, che prende le mosse dall’investimento di Roland Barthes, e Specchio d’argento di Olive Laing, ambientato nel 1975 e sospeso tra i due poli di Pier Paolo Pasolini e Federico Fellini. Paragonato però a tutti i titoli fin qui citati, Vedove di Camus di Elena Rui assume una prospettiva più laterale rispetto allo scrittore al centro della sua narrazione-trattazione, soffermandosi sull’elaborazione del lutto di quattro diverse donne sentimentalmente legate all’autore de Lo straniero e La Peste.

“Non è un segreto che ‘l’Unica’, come l’aveva ribattezzata Camus, non fosse affatto la sola, ma l’immaginario collettivo resta affezionato all’associazione indissolubile Camus-Casarès”, scrive la Rui nelle prime pagine del suo libro: se l’attrice spagnola Maria Casarès sarebbe rimasta nell’immaginario letterario collettivo come l’amante-simbolo di Camus, di recente tornata alla ribalta con la pubblicazione lungamente attesa dell’epistolario Saremo leggeri, lo scrittore rimase tutta la vita sposato a un’altra donna, Francine Faure, madre dei due figli Catherine e Jean, nati gemelli nel 1945, poco tempo dopo la fine della guerra. Scandito in quattro parti con una premessa, un epilogo e una nota finale, Vedove di Camus lascia spazio anche ad altre due donne con cui, nell’ultima parte della sua vita, lo scrittore aveva intrecciato relazioni sentimentali: Catherine Sellers, anch’essa attrice, e la giovane pittrice Mette Ivers, di origini danesi, delle quattro l’unica ancora in vita.

Vedove di Camus non può che prendere le mosse dal 4 gennaio 1960, data dell’incidente mortale in auto che coinvolse Camus, morto sul colpo, il suo editore Michel Gallimard, deceduto in ospedale pochi giorni dopo, e la moglie e la figlia del secondo, rimaste illese. Il libro della Rui inizia la sua narrazione dalla prospettiva della moglie Francine Faure, e immagina che al momento del riconoscimento legale del cadavere la donna si faccia forza ricordando che nel romanzo Lo straniero l’atteggiamento irrituale tenuto da Meursault alla veglia funebre della madre giocasse a suo sfavore nel successivo, inaspettato processo. Significativa, nel capitolo dedicato alla Faure, anche la ricostruzione dell’organizzazione dei funerali, nel piccolo centro di Lourmarin in Provenza dove da poco Camus aveva acquistato una casa. Per Francine i funerali comportano qualche difficoltà per via del pensiero del marito in materia di religione – “dove seppellire un ateo: nella parte cattolica o in quella protestante del cimitero di Lourmarin?” – ma la scelta del luogo della cerimonia laica si rivela strategica per evitare polemiche o tentativi di riconciliazione post mortem: “se le esequie avessero avuto luogo a Parigi, Sartre, Beauvoir e la loro combriccola si sarebbero interrogati sull’opportunità di sotterrare l’ascia di guerra, superare il diverbio nato intorno alla pubblicazione de L’uomo in rivolta e fare atto di presenza. Una cerimonia privata a ottocento chilometri di distanza toglie tutti dall’imbarazzo e risolve il problema alla radice”.

Vedove di Camus sa addentrarsi bene nella psicologia di Francine Faure e nella complessità del suo legame coniugale con Camus, arrischiandosi anche a immaginare veri e propri monologhi interiori della donna rispetto al rapporto col marito e la sua opera: “La caduta lo doveva a lei! Era lei che lo aveva ispirato, ed è lei la donna che Jean-Baptiste Clamence si sente colpevole di non salvare dall’annegamento; lei che ha tentato di buttarsi dal balcone e che Albert è riuscito ad afferrare prima che passasse dall’altra parte della balaustra. Lo deve a lei quel libro, ai loro drammi coniugali, ne è certa e, ironia della sorte, sono state le vendite di quel monologo, mille al giorno nel primo mese, che gli hanno permesso di allontanarsi ancor più e vivere una vita da scapolo con le sue amanti”.  In un tono piacevolmente pragmatico, Vedove di Camus collega il crescente successo editoriale che i libri di Camus riscuotevano in Francia e in tutto il mondo occidentale con il miglioramento delle condizioni di vita per Camus e la sua famiglia: “è stata La peste a permettere quella nuova, migliore sistemazione” a rue Madame, “poi La caduta gli ha dato i mezzi per pagarsi il suo pied-à-terre. Il Nobel gli ha consentito di esaudire l’ultimo desiderio: i cieli mediterranei della Provenza. Ma quel desiderio lo ha ucciso”.  Interessante anche l’approfondimento che il libro della Rui fa del ruolo che il poeta René Char ebbe in qualità di esecutore testamentario del lascito di Camus, fatto non suffragato da nessun documento scritto ma confermato anche da altri della cerchia di Camus come Suzane Agnely – “cercano di proteggere lo scrittore da sua moglie, ma anche sua moglie dallo scrittore, visto che la corrispondenza con Maria Casarès è già sparita”.

Se il capitolo dedicato a Francine Faure è forse il più denso in termini biografici e, assieme a quello su Maria Casarès, il più corposo, resta profondamente suggestiva la frase che, secondo la ricostruzione della Rui, Catherine Sellers rivolge a Mette Ivers, in teoria sua rivale in amore sulla base dei principi dei rapporti sentimentali convenzionali: “dobbiamo essere delle belle vedove”, da cui deriva il titolo del libro. I capitoli incentrati su Catherine Sellers e sulla Casarès fanno emergere bene anche l’amore che Albert Camus aveva per il teatro, non solo e non tanto come scrittura quanto come microcosmo a sé fatto di prove, esibizioni e rapporti creativi, fino a considerare l’amicizia con gli attori una specie di rapporto di ordine superiore. Bella anche la descrizione del passato biografico della sua amante più celebre e duratura: “un’infanzia felice, a piedi nuti, in contatto con la Natura e poi, senza transizione, con l’orrore della guerra: questa è stata la sua formazione, da là è nata Maria Casarès e il suo senso del tragico – ma è anche una condizione endemica della Spagna”. Se con la Casarès Camus favoleggiava delle “nozze del 1973” come di un lontanissimo traguardo da raggiungere di riabilitazione del loro legame nei confini dell’amore borghese, dal libro della Rui emerge anche l’ipotesi, vaga e mai data per certa, che fosse proprio Mette Ivers la “donna della sua vita”, sulla base di confidenze e mezze frasi sfuggite allo scrittore nell’ultimo periodo della sua vita; ma Vedove di Camus non è interessato a tracciare graduatorie tra le sue quattro protagoniste, e anche nel tratteggiare la figura di Francine Faure l’autrice è stata ben attenta a rifuggire stereotipi; un senso di finitezza e di serena malinconia del resto attraversa tutti e quattro i capitoli del volume, riecheggiato nell’epilogo dall’epifania della “tenera indifferenza del mondo” che pervade il tratto di strada oltre Villeblevin che Camus e i Gallimard non arrivarono a percorrere, la sera del 4 novembre 1960.

 “Molti ostentano l’amore della vita per eludere l’amore. Ci si prova a godere e a ‘fare delle esperienze’. Ma è un’astrazione. Ci vuole una vocazione rara, per saper godere”, scriveva Camus ne L’estate ad Algeri. È questa distinzione, più che la cronaca sentimentale di un’esistenza, a costituire il sottotesto più profondo di Vedove di Camus: l’amore come pratica incarnata, esposta al tempo e alla perdita, irriducibile tanto all’edificazione morale quanto alla mitologia del genio. Nel restituire parola a quattro figure femminili, tre delle quali rimaste ai margini del racconto canonico sulla vita dello scrittore, Elena Rui sottrae Camus alla sua stessa leggenda e riconduce l’esperienza amorosa a una misura tragicamente umana, dove il godimento non è mai astrazione, ma esercizio precario e finito. È in questa zona di esposizione, dove non vi sono né assoluzioni né condanne, che Elena Rui colloca le sue protagoniste, sottraendole tanto alla retorica del sacrificio quanto a quella della trasgressione, e restituendo all’esperienza amorosa una densità tragica che è, senza forzature, profondamente camusiana. Affrontare la figura di uno scrittore della caratura di Albert Camus attraverso le prospettive divergenti delle donne che lo hanno amato poteva trasformarsi facilmente in un’arma a doppio taglio ma Vedove di Camus riesce a non cadere nel facile sentimentalismo e non fa neanche l’errore inverso di provare a imitare la prosa e l’immaginario del premio Nobel francese. Con Vedove di Camus Elena Rui ha saputo costruire una narrazione polifonica e centripeta che restituisce tutta la complessità della vita e dell’opera dello scrittore, e che si presenta anche come un racconto di valenza universale sulla perdita e sul lutto.

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