Elio Germano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/elio-germano/ un blog di approfondimento culturale Tue, 22 Feb 2022 19:50:39 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Elio Germano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/elio-germano/ 32 32 Paradiso XXXIII – Quando le stelle caddero tutte assieme https://minimaetmoralia.it/teatro/quando-le-stelle-caddero-tutte-assieme-il-xxxiii-di-germano-e-teardo/ https://minimaetmoralia.it/teatro/quando-le-stelle-caddero-tutte-assieme-il-xxxiii-di-germano-e-teardo/#respond Tue, 22 Feb 2022 09:35:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50033 Oh quanto è corto il dire e come fioco al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi, è tanto, che non basta a dicer ‘poco’. Mentre tento di accendere una sigaretta mezza rotta, il chiacchiericcio dei presenti si fa rumore indistinto, eppure elettrico. Ripenso a ciò che ho appena vissuto, e invoco Jankélévitch nella […]

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Oh quanto è corto il dire e come fioco
al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
è tanto, che non basta a dicer ‘poco’.

Mentre tento di accendere una sigaretta mezza rotta, il chiacchiericcio dei presenti si fa rumore indistinto, eppure elettrico. Ripenso a ciò che ho appena vissuto, e invoco Jankélévitch nella consapevolezza che molto difficilmente riusciremo, chi più, chi meno, a raccontare con parole piene l’indicibile bellezza di Paradiso XXXIII (Infinito Produzioni, coprodotto da Pierfrancesco Pisani).

La vaghezza di un qualcosa che non si può determinare, «a certain something» dicono gli inglesi , il nostro non-so-che, il nescio-quid del filosofo e musicologo francese. In fondo ha ragione Jankélévitch quando sostiene che nel momento in cui cerchiamo di parlare di musica, in realtà parliamo di tutt’altro. Un po’ come quando vogliamo definire il tempo. Eppure, proprio per questo grado di ineffabilità, Jankélévitch ritiene che si debba parlarne.
Ah, quante parole sono necessarie per dire che non si può dire nulla di qualcosa!

Comunicare l’incomunicabile, perché la perfezione necessita del filtro, magico/sacro/oscuro di un medium. Quel tramite si è fatto voce e corpo nella fisicità di Elio Germano che nell’ora iperdensa di un atto unico, ha regalato al pubblico un’esperienza transmediale, meravigliosa, ineffabile appunto.
Densità, sì. È la proprietà più consona per definire Paradiso XXXIII, uno spettacolo di e con Elio Germano e Teho Teardo, per la regia di Simone Ferrari e Lulu Helbæk, già alle prese con le immersioni del Cirque du Soleil fino al Giudizio Universale di Michelangelo.
L’attore, fra i più lodati e premiati del nostro cinema, da sempre curioso e radicale, si è adoperato per una drammaturgia dell’ultimo canto del Paradiso dantesco, assieme all’ormai fidato compagno di lavoro Teardo che ha curato la pièce sonora, potenziata dalla presenza di Laura Bisceglia e Ambra Chiara Michelangeli, violoncello e viola, dal disegno luci di Pasquale Mari, dai video firmati da Sergio Pappalettera e Marino Capitanio e infine dallo scene design di Matteo Oioli.

Or questi, che da l’infima lacuna
de l’universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,
supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l’ultima salute.

Buio, rannicchiato, cavernoso, agro, il corpo nascosto in una bolla protetta. È l’inizio di tutto, e della sua fine. Un uomo, un eremita, un prete, un santo? Il San Bernardo “dispiegato” da Elio Germano ci accoglie per l’ultimo tratto del viaggio ultraterreno di Dante, ora che ha raggiunto l’Empireo, dopo aver attraversato Inferno e Purgatorio, interrogando le vite altrui. E rivolgendosi alla Vergine Maria, la prega affinché interceda presso Dio e consenta a Dante la visione finale della sua essenza. Ma anche perché possa sopravvivere a quel momento, così da poter lasciare a la futura gente anche una sola scintilla del racconto di quell’immenso privilegio.

Se la parola della Commedia emerge, nella visione e nella spazializzazione del racconto, da una caverna che il visual design rende porosa – quasi un anfratto immerso nei glitter che ricorda i lavori di Shary Boyle alla Biennale di Venezia del 2013 – il dramma sonoro accade di lato, di sguincio, grazie al demiurgo Teardo.
Immerso nella familiare cabina di regia, quel simulacro del suono fatto di synth, campane tibetane, harmonium e campionatori, il compositore friulano, col semplice cenno di una mano sembra andare a compiere una direzione d’orchestra per la partitura ancestrale di viola e violoncello, al lato opposto. Due parentesi che accompagnano la parola, avvolgendo la narrazione terragna e piena di un Germano perfetto, nell’equilibrio teso di chi porta rispetto ma reinventa, “dispiegando’’ l’opera dantesca («nel senso di eliminare le pieghe da un tessuto quand’è troppo arricciato», aveva confessato l’attore a La Stampa lo scorso ottobre) senza tradirne mai, nemmeno per un verso, la carica umana, e tutta quella bellezza che disorienta.

Lì, nell’area in cui la percezione può divenire esperienza, e perciò, consapevolezza morale, scorgiamo l’urgenza del nostro vissuto assieme alle peripezie dantesche, come condizione necessaria per una sorta d’intelligenza delle emozioni. Il canto XXXIII non avviene solo davanti a noi ma è attorno, al di sopra della nostra fisicità, dentro una bolla in cui l’immaginario visivo non smette di sviluppare e suggerire nuovi ricordi.

Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’elli indige,
tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova

Interroghiamo allora l’estetica visuale, che trasfigura la grotta della preghiera di San Bernardo in distorsioni glitchate fino a traghettarci nello sguardo (l’occhio suggerito e manipolato ci accompagna fino alla conclusione) estasiato di chi mira i soffitti dipinti dal Mantegna o dal Tiepolo, maestri d’illusione. Tutto resta in scena, eppure si sposta, tramuta la propria natura, mentre la drammaturgia si sdoppia, nella parola e nel suono: entrambi liberi e padroni del proprio spazio, Germano e Teardo scrivono la partitura perfetta, ognuno con gli strumenti del mestiere. Se non è assolutamente vero che il paradiso non si può suonare, è altrettanto dimostrato che un nuovo approccio alla lectura Dantis non solo è possibile ma si rivela necessario.

Elio Germano consegna alla storia del teatro un nuovo modo di leggere (e vivere) la Commedia, lontanissima dalla sobrietà di Sermonti, dalla tragicità di Gassman o dall’afflato selvaggio di Bene, che almeno lanciò la possibilità di cantare il verso, aprendo così all’unione con la musica portata in scena dai nostri.
È tutto nuovo, tutto in movimento. Il Dante di Germano ha sete di cielo, e di luce e si strugge nella circolarità. Così come la dimora di un tempo nasce preghiera – in ginocchio – ma si fa rito e termina come nuda novella, sullo scalino al centro del palco, spogliata da ogni effetto, da ogni suono. Il segreto dell’eterna leggibilità della Commedia risiede proprio nella radice primaria, che è la persona umana: la realtà quotidiana e il tempo storico in cui vive l’uomo di Dante non lo rende altro da noi, tanto che riusciamo a empatizzare con quella voce, che parla di stelle, al centro della scena.

Germano, che non ha certo bisogno di confermare l’immensità del proprio talento, sembra riuscire a condensare in questo Dante mediatore molti dei suoi personaggi più risolti, dalla solenne verità del Leopardi di Martone alla scattosità di Accio Benassi passando per l’umanissima armonia del San Francesco di Fely e Louvet.

Non c’è niente di declamatorio nell’intimità condivisa del suo recitare; eppure pesano questi versi, e non c’è cosa più giusta. Versi sussurrati, registrati, risucchiati, spezzati e cadenzati. Alternati e intrecciati all’elettronica misterica e arcana di Teardo mentre la voce è lo strumento aggiuntivo, la base ritmica, della sconfinata partitura musicale che, dopo secoli, sa essere ancora la Divina Commedia.

Il suono di Teardo va a sfrondarne la natura eterea, la decifra, permettendoci di scoprire un senso nuovo, non un’accentuazione dell’udito, ma un senso collegato alla percezione del silenzio in cui erano soliti piombare i versi danteschi. Sembra quasi di poter sentire il leggero strato di polvere muoversi sul velluto rosso delle poltrone ora che ha abbandonato le pagine di Dante, la cera spostarsi sul legno del parquet mentre il caldo timoroso del violoncello percuote le modulazioni sintetiche pronte a scoppiare nella fragranza delle luci stroboscopiche.

È una bellezza totalizzante quella che fa incontrare il suono e la parola, una complicità che genera pudore e prolunga l’immersione nella serenità dello spazio. Si capisce immediatamente quanto sia forte il legame umano e professionale che lega i due artisti dopo anni di progetti condivisi, dopo aver codificato un linguaggio, tanto fisico quanto morale, della propria arte. Canalizzando la parola nel suono, questo si alza da terra, prende forma, assume volumi precisi.

A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle.

È un viaggio al termine dello stupore, di un’epifania. Si è pervasi da un primigenio straniamento per poi realizzare di non essersi mai sentiti così tanto centrati, così tanto contemporanei come nel tempo e nella geografia di Dante. Nel proprio habitat, in questo teatro colmo di essere mascherati, immersi nei propri abissi privati eppure fluttuanti nel rituale di una collettività trasformativa e benedetta.
C’è chi potrà storcere il naso di fronte al planetario di luci e ai volumi pervasivi in cui i versi si immergono ma la verità è che questo diviene il linguaggio più onesto e puro per consegnare Dante a un mondo che si è visto privare della speranza, della fiducia nella collettività, nella cooperazione. E che ha subito la mancanza di bellezza – fruita dal vivo – per troppi mesi: un settore, quello delle arti, che sta tentando di risollevarsi praticamente da solo, esposto più di altri, alle intemperie di un mercato fantasma.

Non c’è niente di più commovente dell’uomo di fronte alle possibilità, sembra suggerirci quest’ora preziosa, in cui la volta celeste si è disvelata nel suo mistero più insondabile.
Termina quel qualcosa che – anche se non lo riusciamo a spiegare – sappiamo per certo non dovrebbe mai avere fine: la nostra circuitazione cerebrale ne capta l’assenza, tutto sparisce di colpo, insieme al suono che come una bolla scoppia sulla superficie del silenzio.
Anche nell’inchino mantenuto, muscolare, dei quattro artisti in scena, c’è qualcosa di commovente, che parla di fiducia accordata e ripagata.
Ed è in serate come questa che le stelle ci cadono addosso, tutte insieme.

Foto di copertina ©Zani-Casadio 

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Phantasmagorica: intervista a Teho Teardo e MP5 https://minimaetmoralia.it/arte/phantasmagorica-intevista-teho-teardo-mp5/ https://minimaetmoralia.it/arte/phantasmagorica-intevista-teho-teardo-mp5/#respond Wed, 16 Nov 2016 07:00:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32705 Senza dubbio è un periodo di grande fermento per Teho Teardo, il prolifico compositore friulano noto per importanti colonne sonore e prestigiose collaborazioni, oltre che per le peculiari atmosfere che le sue opere sono in grado di evocare.

Dopo l'uscita del nuovo disco, Nerissimo, realizzato con Blixa Bargeld (leader dello storico gruppo sperimentale tedesco  Einstürzende Neubauten), il musicista ha da poco pubblicato la colonna sonora di La verità sta in cielo, il film di Roberto Faenza sulla morte misteriosa di Emanuela Orlandi, e continua a girare l'Italia con Elio Germano, proponendo la loro interpretazione del Viaggio al termine della notte, il capolavoro di Louis-Ferdinand Cèline.

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phantasm

Senza dubbio è un periodo di grande fermento per Teho Teardo, il prolifico compositore friulano noto per importanti colonne sonore e prestigiose collaborazioni, oltre che per le peculiari atmosfere che le sue opere sono in grado di evocare.

Dopo l’uscita del nuovo disco, Nerissimo, realizzato con Blixa Bargeld (leader dello storico gruppo sperimentale tedesco  Einstürzende Neubauten), il musicista ha da poco pubblicato la colonna sonora di La verità sta in cielo, il film di Roberto Faenza sulla morte misteriosa di Emanuela Orlandi, e continua a girare l’Italia con Elio Germano, proponendo la loro interpretazione del Viaggio al termine della notte, il capolavoro di Louis-Ferdinand Cèline.

In tutto ciò, è un altro il progetto, curioso quanto interessante, in cui l’artista è coinvolto, che desideriamo introdurvi.

Teardo non è nuovo a collaborazioni feconde con esponenti di altre forme artistiche: questa volta si confronta con MP5, poliedrica artista romana, impostasi da anni nell’ambito della ricerca grafica (è scenografa, animatrice, illustratrice) all’attenzione del pubblico più sensibile.

Insieme, hanno dato vita a Phantasmagorica, un evento live che ha debuttato in anterpima mondiale l’8 Settembre scorso a Roma, nello spazio La Pelanda a Testaccio.

Si tratta di un’esperienza sinestetica avvolgente, in cui il rigore straniante del segno di MP5 si sposa, e talvolta si scontra, con le suggestioni oscure delle composizioni di Teardo.

MP5 è artista dal fascino sobrio e dalla comunicazione diretta, Teho un alchimista del suono in costante evoluzione, sempre più consapevole e padrone delle soluzioni cangianti nel suo arsenale creativo.

Il loro connubio, per quanto ancora in fieri, dà vita ad alcuni momenti di inquietante dis-armonia, seguiti da epifanie improvvise, in un’atmosfera ipnotica, giocata su diverse sfumature di luce e buio, un’oscurità apparentemente informe in cui appaiono lampi imprevisti di significati, intuizioni, simboli dal potente valore archetipico.

Le immagini, come nelle fantasmagorie ottocentesche, vengono proiettate da una lanterna magica, ma il codice poetico della rappresentazione qui non si limita all’orrorifico, al macabro, allo stupefacente, volgendosi piuttosto, attraverso un uso straniante del contrasto fra musica e immagine, verso un’allegoria della condizione esistenziale nella società moderna.

Ma certamente, e questo è il fascino di tali progetti creativi, numerose altre sono le chiavi interpretative che il la sinergia di immagini e musica può ispirare ai diversi spettatori.

Ecco la nostra conversazione, in cui i due artisti illustrano il significato della loro collaborazione.

Come è nata la vostra collaborazione e l’idea del progetto?

MP5: L’idea di lavorare insieme c’era almeno da quattro anni. Ci siamo conosciuti in occasione di un suo concerto al Pigneto, per la quale avevo realizzato la locandina. Durante le prove, Teho stava suonando sul palco, mentre io stavo montando dei banner: in quel momento è scattato qualcosa. Io son rimasta colpita dalla sua musica e lui da un libro che avevo appena pubblicato, che vide durante quella stessa serata. Siamo diventati amici, fondamentalmente per un’ammirazione reciproca del nostro lavoro. Così, lentamente, più ci conoscevamo, più prendeva forma l’idea di realizzare qualcosa insieme, anche perché numerose coincidenze, relative ad artisti che apprezzavamo o conoscevamo, ci mostravano che c’era un terreno comune.

In particolare, per questo progetto, avete pensato che il concetto di “fantasmagoria” potesse conciliare bene le vostre diverse personalità artistiche?

Teho: Avevo da tempo un libro, Spectropia; or surprising spectral illusion, del 1864, ristampato recentemente da Kessinger che raccoglieva immagini illusorie di fantasmi. Per comunicare con MP5 preferisco riferirmi ad un contesto visivo, è quello il luogo in cui ci incontriamo. Ho cominciato ad individuare alcune immagini perché anche con il suono sono abituato a pensare per immagini collaborando frequentemente con teatro e cinema. Il progetto a cui stiamo lavorando in realtà è molto più vicino al teatro. Partendo da questa intuizione sulle immagini di fantasmi, abbiamo cominciato a scambiarci spunti, idee, intuizioni. Anche provocandoci fino a quando MP5 ha tirato fuori l’idea di Phantasmagorica.

MP5: Le coincidenze ci hanno guidato, poiché ogni volta che mi mandava un’immagine diversa sentivo che la direzione era quella giusta. Paradossalmente, è stato molto semplice arrivare alla realizzazione del progetto. C’è una profonda sintonia artistica.

Teho: Sono talmente affascinato dal rapporto tra immagini e suono che tutti i meccanismi di generazione di musica ed immagini per me sono possono essere sempre motivo di ricerca. Quindi, dopo una ricerca di anni il cui il risultato si può apprezzare anche nella copertina di Still Smiling, sono rimasto affascinato dalle fotografie degli spiritisti degli anni ’20: l’evocazione, attraverso un mezzo visivo, di qualcosa che non si vede, che forse non esiste nemmeno. Abbiamo fatto le prove con una vera macchina fotografica del 1910, che imprimeva su delle lastre di vetro sulle quali va spalmata una sostanza puzzolentissima. Avevamo in mente un’idea molto precisa e l’abbiamo voluta mettere in pratica, senza filtri, senza Photoshop. In Phantasmagorica, accade qualcosa di simile: non è che avessi tutta questa confidenza artistica con MP5, me ne sono uscito con un libro sui fantasmi, lei poteva tranquillamente pensare che avessi un serio disturbo e dirmi: “guarda, sei un deficiente, non se ne fa nulla”. Non sarebbe stata la prima volta! In alcuni casi le proposte assurde spingono la creatività ad un nuovo limite.

A livello compositivo com’è nata l’opera, hai composto ispirato dalle immagini di MP5 o viceversa?

Teho: Ho preparato una prima stesura di pochi minuti e gliel’ho inviata prima dell’estate per capire se c’era possibilità di sviluppare l’idea. Ci siamo trovati subito in sintonia. Quindi è iniziato questo gioco interessante, in cui io cominciavo a comporre immaginando le sue immagini prima ancora di vederle. Altrimenti, sarebbe diventato un semplice commento musicale. A me interessa ricercare altro. Deve essere un processo d’invenzione, in cui inevitabilmente qualcosa funziona e qualcos’altro no. Dunque, la musica doveva cominciare prima, doveva ispirare delle immagini, sulle quali si è riadattata una volta che il lavoro di MP5 ha raggiunto la forma che hai potuto vedere la sera del debutto.

Una cosa che mi affascina della tua opera è che hai uno stile compositivo molto connotato e riconoscibile, eppure sei sempre aperto a collaborazioni con artisti anche molto differenti fra loro, in ambiti molto diversi. Credi sia proprio la tua forte personalità artistica che ti consente di sposare diversi progetti, da Cèline recitato a teatro alle colonne sonore fino a Phantasmagorica?

Teho: Ogni progetto è una sfida, e il primo ad essere fatto a pezzi in ogni sfida sono proprio io. In qualche modo è come se dovessi dimenticarmi di me, per ricominciare sempre in un modo differente. Se dovessi pensare all’idea di collaborazione, se potessi allontanarmi come un drone dall’alto ed osservare tutte le differenti figure con cui ho collaborato credo apparirebbe una sorta di band ideale. Una band in cui Blixa canta, MP5 disegna, al violoncello avremmo il bravissimo Erik Friedlander e le foto le farebbe quell’artista straordinario che è Charles Frégèr. Una band che può ridursi o estendersi all’infinito. Penso spesso alle mie collaborazioni e credo che in un certo senso possano essere interscambiabili, mi piacerebbe ad esempio che un giorno MP5 lavorasse con Charles, per una questione di punti in comune che credo di aver individuato.

Dovresti fare un giorno “Teho Teardo and Friends”… scherzo, eh!

Teho: Non ci penso nemmeno!

MP5: Credo che non lo chiamerebbe mai così!

Teho: Magari da morti, se qualcuno ci evocasse, potremmo fare un concerto simile, The Legacy of Dead Friends.

phantasmagorica_flyer

In passato avevo già scritto su Changeslibro di MP5 ispirato all’I ChingHo ritrovato anche in Phantasmagorica la presenza di elementi simbolici, certo in maniera meno sistematica rispetto ad un’opera ispirata ad un testo dal valore oracolare. Ti sei lasciata guidare dalle suggestioni musicali o hai consapevolmente seguito una narrazione per simboli?

Mp5Changes è il libro che ho dato a Teho prima di iniziare il progetto! Quindi, è quello che lui ha avuto all’inizio come riferimento per lo stile che avrei voluto seguire. In un certo senso, anche se Phantasmagorica vira completamente al nero mentre Changes si basa sull’opposizione e l’armonia di bianco e nero, possiamo dire che è nato in quella stessa atmosfera stilistica.

Al di là del valore simbolico delle immagini, sicuramente presente, c’è chiaramente una narrazione, sia per immagini che per musica. Una narrazione non didascalica, meno intuibile rispetto al Teatro di Parola, ma sicuramente presente. Stiamo tuttora lavorando sulla comunicabilità di certi passaggi. Affrontiamo temi come la Morte e l’Amore, in un modo che non è semplice da spiegare, perché si tratta di un’opera colma di suggestioni ed influenze reciproche.

La storia però non è un soggetto che avete scritto ma si è formata attraverso le suggestioni reciproche…

MP5: Esatto, non abbiamo scritto un soggetto a monte, abbiamo composto la narrazione man mano che la collaborazione prendeva forma. Sapevamo però sempre dove stavamo andando.

Sicuramente, l’opera è ancora in fieri, l’anteprima a cui ha assistito è stata molto importante per noi, per comprenderne i meccanismi interni.

Teho: C’è un racconto. Un racconto che nasce da tensioni anche contrastanti. Ci sono momenti in cui non si vede nulla e c’è solo la musica. Alcune storie si raccontano anche per evocazione, per suggestione, senza bisogno di essere didascalie. Anche col cinema non ho mai voluto commentare nulla. Né lei, né io siamo figure adatte a narrare in maniera tradizionale. Ma possiamo raccontare ciò che per noi è urgente per evocazione, per contrasto. L’anteprima è stata un’esplosione, è la prima volta che lo abbiamo effettivamente “fatto”. Stiamo ancora riflettendo su alcuni aspetti. L’impatto emotivo è stato molto forte. Tutto il mio lavoro è basato su un continuo divenire.

Prima ti dicevo che inizialmente le ho inviato delle prime idee musicali, molto embrionali. Quando lei poi mi ha portato le prime immagini, ho ripreso a comporre in maniera molto più diretta, razionale, se vogliamo tradizionale. Ci sono dunque momenti in cui il racconto è molto chiaro, altri dove si dilata e conduce altrove.

MP5: Ovviamente, a me sembra tutto chiaro! Ma, altrettanto ovviamente, sono consapevole che ci siano diversi strati di lettura. L’esperienza è teatrale, quindi presuppone un coinvolgimento dello spettatore, ma è anche per molti versi un concerto, dunque a maggior ragione prevede una partecipazione emotiva. Ci sono diversi livelli che concorrono all’esperienza: anche il buio ha una sua parte nella narrazione.

Il buio mi sembra abbia il ruolo dello “spazio bianco” nel fumetto, in cui lo spettatore, guidato dalla mera suggestione musicale, deve creare i legami invisibili della narrazione tramite la sua immaginazione.

Teho: Il buio potrebbe essere una sorta di sospensione in cui rivedere i nostri pensieri. Come nelle canzoni, non c’è bisogno di spiegare il significato di ogni strofa, altrimenti se ne smarrisce la magia. Eppure, il codice della canzone esiste da secoli, in una forma ormai tradizionale. Questo è il problema gigantesco dell’arte concettuale contemporanea: se non vai a leggere il testo esplicativo rischi di rimanere sospeso. Spero che ciò non accada con Phantasmagorica.

MP5: A me ad esempio interessa moltissimo sapere la reazione delle persone dopo lo spettacolo, e non ho proprio voglia di imporre la mia interpretazione. Il fruitore deve fare la sua parte, non deve rimanere passivo. Le letture diverse dei singoli spettatori sono fondamentali: vuol dire che siamo riusciti a tirar fuori qualcosa dagli spettatori, non li abbiamo “riempiti” di nostri contenuti.

Immagino sia presto per parlarne, ma, al di là del fascino di questa opera, credo ci sia un potenziale enorme di sinergia creativa. Avete già preventivato futuri progetti insieme?

Teho: Siamo ancora completamente dentro questa! C’è ancora tanto da fare e capire su questo progetto. E mi fa piacere stare “qui”, trovo sia un luogo meraviglioso questo in cui ho incontrato MP5, di cui ho enorme stima. Sono sicuro, però, che il futuro riserverà nuove connessioni fra i nostri percorsi. Dico questo perché sento che nel suo mondo c’è uno spazio per me. Spero che anche lei senta quanto il suo mondo possa essere accogliente per la mia musica.

MP5: Assolutamente sì. Basti pensare che spesso, come in questo caso, non ho nemmeno bisogno di rispondere. Quello che dice lui durante le interviste è in perfetta sintonia con i miei pensieri. E non è una cosa né frequente, né banale.

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A proposito di Alaska, il film di Claudio Cupellini https://minimaetmoralia.it/cinema/alaska-film-claudio-cupellini/ https://minimaetmoralia.it/cinema/alaska-film-claudio-cupellini/#comments Mon, 16 Nov 2015 14:15:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29105 di Valerio Valentini (fonte immagine).

Dopo aver visto il trailer ufficiale di Alaska, credevo francamente di aver visto anche troppo del film: di aver visto, cioè, in quei centocinquantuno secondi, come i due protagonisti (Fausto e Nadine) si fossero conosciuti, perché Fausto fosse finito in galera, i motivi della loro rottura, l’intromissione di un altro uomo e di un’altra donna. Avevo visto perfino l’istante dell’incidente in macchina in cui era rimasta coinvolta Nadine. Davvero troppo. Il gusto della sorpresa – resto convinto che gran parte del piacere del cinema stia nel non sapere cosa si va a vedere – mi sembrava irrimediabilmente compromesso.
E invece, alla fine delle due ore e passa di proiezione, mi sono ritrovato a ringraziare il mio amico che aveva tanto insistito per trascinarmi in sala: Alaska è uno dei più bei film che mi sia capitato di vedere quest’anno.

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di Valerio Valentini (fonte immagine).

Dopo aver visto il trailer ufficiale di Alaska, credevo francamente di aver visto anche troppo del film: di aver visto, cioè, in quei centocinquantuno secondi, come i due protagonisti (Fausto e Nadine) si fossero conosciuti, perché Fausto fosse finito in galera, i motivi della loro rottura, l’intromissione di un altro uomo e di un’altra donna. Avevo visto perfino l’istante dell’incidente in macchina in cui era rimasta coinvolta Nadine. Davvero troppo. Il gusto della sorpresa – resto convinto che gran parte del piacere del cinema stia nel non sapere cosa si va a vedere – mi sembrava irrimediabilmente compromesso.
E invece, alla fine delle due ore e passa di proiezione, mi sono ritrovato a ringraziare il mio amico che aveva tanto insistito per trascinarmi in sala: Alaska è uno dei più bei film che mi sia capitato di vedere quest’anno.

Innanzitutto per gli attori. Su Elio Germano si sono spesi tutti i complimenti che era possibile spendere: e sono tutti meritati. In questo film, in particolare, è disarmante la sua capacità di passare con apparente semplicità non solo da uno stato d’animo all’altro, ma – viene da dire – da una condizione antropologica all’altra: assecondando così, e al contempo esasperando, i mutamenti a cui il suo personaggio (Fausto) è costretto. Basta un semplice tic che improvvisamente scompare, la diversa intensità di un suo sguardo, la repentina perdita di fluidità nei movimenti, e Germano è in grado di rendere con esattezza la nuova condizione esistenziale in cui Fausto è immerso. Il modo in cui, nelle scene finali, riesce a far evaporare la pesantezza della tragedia vissuta dai due protagonisti con un paio di battute e di sorrisi, è semplicemente commovente.

Poi c’è Astrid Berges-Frisbey (Nadine), attrice di inconsueta bellezza e di gran talento. Anche lei regala un’interpretazione sontuosa di un personaggio fragile e determinatissimo, che attraversa, senza mai evitarle, le peripezie in cui resta inviluppata. Un altro attore che dimostra la sua bravura è sicuramente Valerio Binasco: il suo Sandro è il personaggio in cui la dimensione comica e quella tragica si amalgamano meglio per creare un grottesco che in certi momenti (come quando, coi postumi della sbornia di Capodanno, si mette ad esplodere dei petardi nel parcheggio di un Autogrill) richiama alla memoria i disgraziati più riusciti del cinema di Scola o Monicelli.

E però, se gli attori offrono nel complesso una così alta prova di sé, lo si deve anche ad una sceneggiatura che, proprio nella costruzione dei personaggi, ha i suoi meriti maggiori. E dire che non era scontato dare coerenza all’evoluzione di uomini e donne che, come s’è detto, vivono cambiamenti bruschi e incessanti, e soprattutto di farlo senza scadere nella banalizzazione o nella giustapposizione di tante scene volte soltanto a mostrarci quei cambiamenti (un altro regista che insiste molto sul ribaltamento dei suoi personaggi, come Ivano De Matteo, cade spesso proprio in questo errore: e non del tutto a torto, infatti, per La bella gente e per I nostri ragazzi si è parlato di «sociologismo»). Quando Nadine decide di passare il veglione di Capodanno nella discoteca diretta da Fausto – l’Alaska, appunto – sappiamo già che evidentemente ha deciso di riannodare i fili spezzati del loro rapporto, e dunque non restiamo sorpresi dal fatto che faccia di tutto per avvicinare il suo ex ragazzo. E tuttavia, se nel momento esatto in cui gli dice «Ci sono ancora delle tue cose a casa» è difficile non sentire una stretta al cuore, è perché Cupellini riesce, con quella frase, a rappresentare bene, ma senza ricorrere a stereotipi, l’intima macerazione in cui il pentimento di Nadine dev’essere maturato.

Non solo la sceneggiatura, però, dimostra il valore di Cupellini. Anche per quel che riguarda la regia, Alaska è senza dubbio il suo miglior film (almeno fino al prossimo, si spera). Basta vedere come Cupellini riesce ad inserire, in molte delle scene di maggiore gravità (un suicidio, un incontro in carcere) un controcanto ironico o beffardo che in realtà non stempera la suspense, ma anzi la rende più vera. Proprio quello che è mancato – viene spontaneo pensarci, anche in virtù della collaborazione di Cupellini e Sollima nella serie Gomorra – in Suburra, dove la ricerca ostinata dell’enfasi sconfinava nella retorica, se non nel kitsch.

Non ho ancora parlato della trama, è vero. Ma forse più che la successione fattuale di eventi, ciò che sostanzia la narrazione in Alaska è la ripetizione di un unico motivo: l’impossibilità dei due protagonisti di vivere, entrambi nello stesso momento, la propria felicità. Perennemente in controtempo l’uno rispetto all’altra, Fausto e Nadine sembrano condannati a rincorrersi nell’intrico delle loro disavventure senza mai incontrarsi davvero nella gioia o nel dolore. La fortuna dell’uno coincide con la sciagura dell’altra, e viceversa.

Emblematico di questa discordanza è il modo in cui dialogano i due protagonisti, i quali per lunghi tratti del film non riescono ad utilizzare la stessa lingua. «Puoi parlare in italiano», dice Nadine a Fausto, come per rassicurarlo della sua comprensione, della sua volontà di accoglierlo nella sua vita: e infatti è nell’italiano di Fausto che Nadine si mette a nudo, raccontando le proprie paure; senonché Fausto, inibito nella sua stessa capacità di confidarsi da due anni di carcere, risponde spesso in un francese meccanico.

Ci sono però delle infrazioni a questa norma: una molto bella sta nella stessa scena dell’incontro in discoteca citata in precedenza, quando Nadine, mentre invita Fausto a tornare in quella che era la loro casa, vira sul francese: il che è, certo, un espediente per non farsi comprendere da Francesca (la nuova ragazza di Fausto, interpretata da una Elena Radonicich brava a rendere il suo personaggio insopportabile), ma è anche un tentativo di recuperare una certa intimità tra Nadine stessa e Fausto, ricorrendo ad un linguaggio per certi versi solo loro. (Ed è un bene dunque che il film non sia stato doppiato nelle sue parti in francese, conservando tutte le sfumature di significato che il plurilinguismo implica: per contrasto, si pensi all’orrido appiattimento causato dal doppiaggio al recente The Walk, che giocava anch’esso sull’alternanza e la compresenza di inglese e francese).

Non è un caso, dunque, se una prospettiva di salvezza, per Fausto e Nadine, si concretizzerà soltanto quando uno dei due riuscirà ad abbassarsi – ma trovando finalmente, proprio in quell’umiliazione volontaria, la propria realizzazione – per recuperare la vicinanza della persona amata: quasi a dirci che smaniare per il proprio successo personale, nell’attesa che la redenzione del partner renda completa la perfezione della coppia, non funziona: è nell’accompagnare il riscatto di chi ci sta accanto che s’intravede l’unica pace da poter condividere.

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“Non so bene chi sono”: intervista a Elio Germano https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-a-elio-germano/ https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-a-elio-germano/#comments Tue, 27 Oct 2015 16:30:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28858 Questo pezzo è uscito sul numero di ottobre di GQ. Ringraziamo l'autore e la testata.

di Malcom Pagani

Indeciso tra Shakespeare e i fratelli Vanzina, Elio Germano decise di essere. Accadde molto tempo fa quando scegliere tra il palcoscenico offerto da Giancarlo Cobelli e il set de Il cielo in una stanza, dice: «Non mi fece dormire per qualche settimana». Quasi vent’anni dopo, tra un David di Donatello e un premio a Cannes, le stanze non hanno più pareti e l’unico architetto del proprio futuro è lui: «Avevano ragione i miei insegnanti di recitazione: “Se hai fatto l’attore protagonista al cinema essere chiamati in teatro non è improbabile, l’ipotesi contraria, il salto dal teatro al cinema, è molto più difficile”». Dopo aver lavorato in ordine sparso con De Matteo, Vicari, Franchi, Salvatores, Luchetti, Martone, Guadagnino, Scola, Virzì e Abel Ferrara, il giovane favoloso che sa trasformarsi in cattivo tenente, in operaio e in giocatore d’azzardo, ha puntato su Stefano Sollima.

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germano

Questo pezzo è uscito sul numero di ottobre di GQ. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Malcom Pagani

Indeciso tra Shakespeare e i fratelli Vanzina, Elio Germano decise di essere. Accadde molto tempo fa quando scegliere tra il palcoscenico offerto da Giancarlo Cobelli e il set de Il cielo in una stanza, dice: «Non mi fece dormire per qualche settimana». Quasi vent’anni dopo, tra un David di Donatello e un premio a Cannes, le stanze non hanno più pareti e l’unico architetto del proprio futuro è lui: «Avevano ragione i miei insegnanti di recitazione: “Se hai fatto l’attore protagonista al cinema essere chiamati in teatro non è improbabile, l’ipotesi contraria, il salto dal teatro al cinema, è molto più difficile”». Dopo aver lavorato in ordine sparso con De Matteo, Vicari, Franchi, Salvatores, Luchetti, Martone, Guadagnino, Scola, Virzì e Abel Ferrara, il giovane favoloso che sa trasformarsi in cattivo tenente, in operaio e in giocatore d’azzardo, ha puntato su Stefano Sollima.

Con il regista di una tv che irride i contenitori, vola alto e guarda al grande cinema (Romanzo Criminale e Gomorra), Germano ha interpretato Suburra per lo schermo grande. Il film, ispirato al libro di Carlo Bonini sarà in sala da ottobre e l’attore che ha trovato il proprio centro in periferia risiedendo nei quartieri semplicisticamente descritti come autonome repubbliche del malaffare, non si è sentito in terra straniera: «Sollima ha detto che è un film sul potere e non ha torto, ma io credo sia soprattutto un film di genere all’americana.

C’è uno spunto tratto dalla cronaca, un arco temporale individuabile nelle dimissioni del Papa, qualche personaggio più o meno riconoscibile, ma per il resto siamo lontani dal cinema di inchiesta o da quello di denuncia autoriale di stampo italiano ed europeo. Non ti chiedi se quel che accade sia vero, come guardando Gli Intoccabili di Brian De Palma non ti domandavi se si stesse raccontando la storia di Al Capone o di qualunque altro boss». Di capi, sudditi, banditi, spari e re dal trono precario è affollato anche Suburra. Germano è Sebastiano. Un organizzatore di eventi. Un uomo di pubbliche relazioni. Un ragazzo che progetta feste: «Conosce tutta la Roma che decide e conta, vive di leggerezza, di mondanità in una corsa all’arricchimento, al privilegio e al lusso che coinvolge trasversalmente i protagonisti della storia».

In questa trasversalità, osserva Germano: «Politici, criminali e gente comune finiscono per somigliarsi e i confini tra bene e male, tra ambienti sani e ambiti corrotti, a diventare labili». Sebastiano sarebbe buono, spensierato, inconsistente: «Ma quando vede il suo microcosmo franare e i vantaggi evaporare all’improvviso insieme alla Porsche, si trasforma in una belva. Scivola con facilità irrisoria dall’altra parte della barricata, tradisce l’unico amico che ha, si sacrifica al denaro, al male, alla perdizione, alla violenza». All’ambiguità dei propri personaggi, Germano ha saputo concedere sempre qualcosa di sé. Uno spaesamento, un’inquietudine, uno spettro di maschere, una varietà di interpretazione che, non nega, lo lascia di volta in volta un po’ confuso.

Gli fai notare che Sebastiano sembra quanto di più distante da quel che si sa della sua biografia ed Elio ti spiazza: «Non so chi bene chi sono, ma forse faccio l’attore proprio per questa ragione». Vive ancora ai margini della città, a Roma Ovest: «In quelle periferie descritte come luoghi irrecuperabili» ed è interessato come ieri «a chi recita una parte nella vita». Per non avere un ruolo a tutti i costi, come avrebbe detto De Gregori, Germano ha scelto la semplicità. Vacanze molisane, a Duronia, Campobasso, il posto delle fragole della sua famiglia e ritorno a casa con vista sulla Valle dei Casali, tra il serpentone di Corviale e Kafka: «La Valle dei Casali sarebbe un bel luogo, un luogo naturale protetto, una riserva, ma a volte è usato come una discarica e a forza di dimenticare la manutenzione, la natura tende e riprendersi i propri spazi. Un paio d’anni fa, con altri abitanti del quartiere, ci armammo di falcetto e ramazza per potare il canneto ai bordi della strada. Ci multarono. Un paradosso che spiega bene le contraddizioni di una città in cui chi delinque di nascosto la fa spesso franca e chi dà una mano di propria iniziativa viene bastonato».

Germano, va da sé, si sente dalla parte dei secondi: «La gente che senza enfasi, lucidamente, mi sembra che stia reggendo le sorti di un’Italia in sofferenza e magari nel tempo libero fa volontariato sottraendo un’ora agli addominali in palestra. Se a scuola impariamo qualcosa, al ristorante mangiamo bene o alle poste veniamo ascoltati senza sbadigli o distrazione, è per gli sforzi individuali di persone che si fanno carico anche della fatica di chi ha abdicato da un pezzo alla propria funzione. Sono persone che si sforzano di portare qualcosa alla collettività, che si  rallegrano per la soddisfazione di aver offerto un servizio e fatto bene il proprio mestiere, non per i soldi. È interessante. Dovrebbe essere normale, purtroppo è diventata l’eccezione». La malattia, secondo Germano, si chiama individualismo: «Una malattia diffusa ovunque, anche nel cinema».

In un’epoca lontana c’era il mondo contadino: «Un mondo che storicamente ci appartiene e che si abita sapendo che senza condivisione, non si sopravvive. Ci si guardava negli occhi e ci si fidava del vicino, poi è arrivato l’individualismo e anche grazie a film che propugnavano l’immagine dell’uomo che vince, scavalca il prossimo, ce la fa da solo e se serve a compiere l’impresa, uccide senza remore, ci siamo definitivamente persi. Tendiamo a fottere l’altro, a fregarlo, a schiacciarlo.  La competizione ossessiva è diventata una professatissima religione. Il profitto, un dio da onorare a qualsiasi prezzo. Nel mio mestiere, nel suo, ovunque voglia posare l’occhio. In realtà, anni di corsa sfrenata al successo hanno creato infelicità profonde, solitudini, rancori e vite in cui la qualità si è abbassata fino a sparire».

È scomparsa o almeno non gode di ottima saluta neanche la politica. Germano non ne parla più perché «ho sempre pensato che la politica è quella che si fa e non quella che si enuncia o si declama. Andare in giro a esprimere la mia opinione non mi interessa così come non ardo per far sapere a tutti quel che penso. Una volta il pugno chiuso, un’altra la polemica con Salvini, sono caduto troppo spesso nella trappola giornalistica della dichiarazione contro qualcuno o del gesto mal interpretato e adesso ho imparato a tenermi alla larga da un giornalismo che, per esigenze anche comprensibili, trasforma un tema serio in gossip. La politica per me non è mai un fatto personale, ma una questione di idee. Me le tengo e magari evito di manifestarle pubblicamente quando è inutile, proprioper alimentare un circo in cui non mi riconosco».

Germano non vuol sembrare quel che non è. Lo scambiano per l’erede di Volonté e lui è sincero: «Fino a qualche anno fa non sapevo neanche chi fosse». Però gli ha dedicato una scuola di cinema gratuita perché quando ricorda che quando decise di fare l’attore niente era già scritto. E perché: «Studiare cinema è un lusso. Non sono nato in una famiglia ricca e per permettermi di inseguire i desideri, i miei genitori si sono sacrificati. Li ringrazio ancora». Figlio unico senza fratelli persuasi che Chinaglia potesse giocare a Frosinone come nella canzone di Gaetano: «Almeno non li ho tormentati con l’iscrizione alla scuola calcio», Germano chiese aiuto anche ai nonni molisani: «Per qualche tempo ebbero la responsabilità di un portierato romano in cui aveva abitato Paolo Poli. Anni dopo gli telefonarono per un consiglio sulla scuola di teatro a cui iscrivere il nipote e Poli si ricordò di loro».

Il panorama è cambiato. Al posto del cinema «in cui andai a rivedermi per la prima volta, il Garden, c’è una rimessa per le auto». In luogo dei palcoscenici a due passi da Testaccio in cui Germano vidimò il talento, stessa sorte: “Altri due splendidi parcheggi”. Ticket. Biglietti. Bigliettoni. I soldi guadagnati al principio: “Erano centomila lire. Tutte in banconote da mille”. Elio li conserva ancora.

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Il dossier della felicità. Parte II https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-dossier-della-felicita-parte-ii/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-dossier-della-felicita-parte-ii/#comments Sun, 20 Sep 2015 07:00:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28498 di Alessandro Raveggi

Sparire in Messico senza sparire sul serio

In Messico l’arte della fuga è una delle specialità degli italiani: fuggire dall’inedia, dall’IRPEF, dalle partite iva, dalle notizie sui giornali locali, da una celebrazione del passato che non riserva alcuna promessa del futuro, e mimetizzarsi nella polvere, sotto l’ombra di una piramide azteca, sparire in una selva più o meno reale, meglio con una strada imboccante il mare caraibico. “Se un giorno mi cercherete, non mi troverete qui” dice il Buñuel citato dal mio secondo intervistato, Diego Barboni, esperto di cinema e docente tra i più apprezzati all’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico. Eppure Buñuel qui c’è rimasto quasi mezzo secolo e da questo trampolino surreale ha raggiunto la fama internazionale.

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(foto di Sergio Lipari)

Pubblichiamo la seconda puntata (qui la prima parte) del reportage sul concetto di felicità degli italiani nel Messico contemporaneo, realizzato grazie ad una borsa d’eccellenza del Governo messicano e alla Secretaria de Relaciones Exteriores, che ha permesso all’autore un progetto di arte pubblica letteraria sviluppato a Città del Messico ad agosto del 2015.

di Alessandro Raveggi

Sparire in Messico senza sparire sul serio

In Messico l’arte della fuga è una delle specialità degli italiani: fuggire dall’inedia, dall’IRPEF, dalle partite iva, dalle notizie sui giornali locali, da una celebrazione del passato che non riserva alcuna promessa del futuro, e mimetizzarsi nella polvere, sotto l’ombra di una piramide azteca, sparire in una selva più o meno reale, meglio con una strada imboccante il mare caraibico. “Se un giorno mi cercherete, non mi troverete qui” dice il Buñuel citato dal mio secondo intervistato, Diego Barboni, esperto di cinema e docente tra i più apprezzati all’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico. Eppure Buñuel qui c’è rimasto quasi mezzo secolo e da questo trampolino surreale ha raggiunto la fama internazionale.

Parlare poi di sparizione, vedendo le notizie e l’innumerevole numerazione dei cadaveri nascosti, sotterrati, fatti sparire, non può che produrre un gran stridore in testa: il termine sparizione in un paese di desaparecidos politici suona cinico, relegato ad un escapismo a buon mercato e sfacciato: “Vado in Messico, provo il peyote, due sorsi di mezcal col baco, una puntatina a San Cristobal, le rovine del Chiapas, questo e quello, e sto a posto, con la mia sparizione!”, quante volte l’abbiamo idealmente sentito mormorare da quelli che all’aeroporto se ne ritornano poi a Roma a Milano con le catenelle variopinte al collo e il contraffatto artigianato maya…

Questo non è certo il caso di Diego, che incontro in un altro dei luoghi di riferimento della comunità italiana: la spartana pizzeria Amore Divino, gestita da un’affabile napoletano, nella Avenida Miguel Ángel De Quevedo, nel quartiere, a sud della città, di Coyoacán. Il quartiere è una delle case base di punta degli emigranti nostrani, vuoi perché è presente lo storico Istituto Italiano in via Francisco Sosa, meravigliosa villa coloniale e refugium peccatorum di molti esuli che arrivano qui e si mettono anche solo per puro caso a fare i docenti di italiano. Vuoi anche per la relativa tranquillità con cui vi si vive, a Coyoacán, che ricorda in grande qualche isola felice e lussuriosa di palme e giardini in provincia che ancora sopravvive alla guerra civile tra narcos, esercito e autodefensas (cittadini che imbracciano le armi per difendersi dal fuoco incrociato dei primi due), oppure resistente ad un altro nemico assai feroce: la povertà estrema ed endemica di certe zone, spesso montagnose, acciottolate, usurate dall’ingiustizia.

I mimetizzati del Chiapas e i tradizionalisti dell’Inter

Con Diego Barboni, ordinata una focaccia che, arrivata, inspiegabilmente reca una grande spalmata di burro e aglio sopra, è da subito mia intenzione allargare l’obiettivo, e parlare di cinema: uno spazio al buio dove idealmente le facce degli italiani e quelle dei messicani si confondono nella smerigliatura dei riflessi dei film. E se i film sono italiani, un luogo dove si scontrano speranze e pregiudizi del pubblico variegato: le speranze degli italiani residenti di vedere certe migliorie e respiri nelle scene proiettate dall’Italia contemporanea – spesso disilluse – e i pregiudizi dei messicani, sognanti un’Italia che fu, del Boom, svelta, goduta e stereotipata, da commedia all’italiana viaggiata in Vespa o con la faccia immersa in un piatto vivace di spaghetti al pomodoro fumante (situazione ben diversa dall’attuale, da landa atrofizzata, nelle parole del mio precedente intervistato.) Fuori dalla sala oscura, il Messico risulta però il vero mondo svelto, di speranze e di sorprese inattese per i miei intervistati, dove magari non si vince proprio alla lotteria, ma spesso si è cercati dal lavoro più che essere disperatamente alla ricerca: è successo anche a Diego, un altro dei “folgorati” dal Messico, acchiappato dallo spirito sciamanico di questa nazione, piuttosto che arrivato con un trasferimento progettato. “Sono atterrato qui oramai quasi dieci anni fa, da turista, aperto però a scovare qualche opportunità. Al terzo giorno, ho trovato lavoro, per puro caso, in un liceo privato. Un’amica mi segnala che cercano. Venerdì mi fanno il colloquio, lunedì inizio a lavorare. Per questo sono rimasto!” e aggiunge, sorridendo, che in Italia, nel quartiere periferico di Roma da dove proviene, era “uno studente perennemente senza un soldo, sempre in bolletta”. Vado avanti nello scandaglio, vedendomi davanti i tanti amici di Diego che sicuramente, altrettanto squattrinati, hanno intrapreso il sentiero dell’emigrazione: “E gli italiani qui che hai incontrato? Come sono?”, gli chiedo. “Ho conosciuto vari tipi di italiani”, mi risponde, subito nell’intento di creare una sorta di classificazione per me utile. “Quelli che vengono per sparire, per mimetizzarsi. E quelli che potremmo dire i tradizionalisti, che hanno molta nostalgia di casa, che si ritrovano fra di loro. A dire il vero quasi tutti gli italiani qui hanno nostalgia”, conclude senza far trasparire però melancolia.

Mescoliamo così le nostre esperienze e idee: la categoria del mimetizzato spesso coincide con chi se ne va a fare volontariato, cooperazione, in Chiapas, o nel Nord, sulle montagne, con chi si sveste completamente dell’italianità alla ricerca di un Messico autentico, frugale, semplice e generoso da aiutare – non necessariamente con chi si perde nel deserto allucinato alla ricerca del proprio animale guida. La categoria del tradizionalista è quella di chi la domenica si mette su la propria maglia dell’Inter, del Milan, della Juve e, forzando la realtà, si ritrova a vedere le partite della Serie A sul satellite, magari alle 8 della domenica, cappuccio e cornetto, come in una mattina italiana acciuffata in ritardo. In Messico la categoria lavorativa di italiani forse più frequente è poi non tanto quella dei ristoratori quanto quella dei professori d’italiano, che arrivano con un buon bagaglio di cultura ma spesso pochissima esperienza di docenza, e si trasformano in ambasciatori di usi e costumi, non solo grammaticali, del Bel Paese, coadiuvati da un Qui Italia o un Espresso o un Italiano, Pronti Via!.

Ci sono però ovviamente anche italiani più silenziosi: sono gli imprenditori, venuti per fare affari, agevolati dai frequenti accordi governativi. Ritroverò nelle parole dei miei intervistati qualche disappunto verso alcuni di questi imprenditori: la percezione è che si facciano affari sulla pelle dei messicani, che si applichi un imperialismo colonialista a discapito delle popolazioni abbindolate, o costrette dalla promessa di un benefattore italiano. Il silenzio di quest’ultimi assume un tocco di malizia, di furberia etnocentrica. Basterebbe andare a ricercare gli stipendi da fame dei camerieri di certi hotel e ristoranti italiani del Pacifico o del Mar Caraibico… Ti risponderebbero però, loro gli imprenditori italiani, che si adeguano agli standard del posto, dove un operaio specializzato guadagna ad andar bene 400 euro. Cosa dovrebbero fare? Proporre gli stipendi degli italiani? Rivendicare l’aumento dei salari, del costo del lavoro? La questione si fa spinosa, ma anche ci riguarda: per Diego è quasi inevitabile “essere visti come europei e quindi in qualche modo far parte di una sorta di classe sociale più privilegiata”, in un gioco di sguardi prospettico promosso dai messicani stessi, “e che lavorando spesso nell’ambito culturale si enfatizza.” Ancora distorsioni del Messico: lavorare nell’ambito culturale è un privilegio, una merce vantaggiosa di scambio. Se sei italiano, poi, sei operatore culturale tuo malgrado, un libro ambulante, uno scrigno di prelibatezze e fama gloriosa ab urbe condita.

Elio Germano e Los olvidados

“Parlami ora del tuo lavoro di esperto di cinema italiano”, stringo di più l’inquadratura, “cosa noti nei messicani che vengono al tuo cineforum? So ad esempio che tu non proponi di certo classici, ma spesso film indipendenti, o di giovani registi sconosciuti qui. Le loro reazioni?”. Per inciso, bisogna dire che Diego, e lo uso a biglietto da visita della sua competenza, mi consigliò ad esempio una volta uno dei miei registi preferiti, Michelangelo Frammartino. Il suo meraviglioso Le quattro volte fu un gran consiglio di quest’italiano che parla spagnolo con un accento che pare quasi cubano (sorprese alchemiche del romanesco che si mescola con un’altra lingua). Ma Frammartino non è certo il genere di regista che i messicani si aspettano ad un cineforum: “mi interessa lasciarmi alle spalle gli stereotipi del cinema italiano: la commedia all’italiana, i grandi classici, i registi famosi in tutto il mondo, La dolce vita…”, chiarisce Diego, “e non è sempre facile”. “Mi piace stupire chi viene al cineforum”, continua, “con grandi capolavori ma eterodossi come ad esempio Profondo rosso, che all’inizio lasciò perplesso qualcuno del pubblico e poi, a fine visione, ottenne larghissimo consenso e entusiasmo”. Che l’horror italiano sia un genere ancora poco digeribile all’estero, è chiaro: l’Italia non è certo una tetra location sanguinolenta, nella testa degli stranieri che hanno bisogno di essere compiaciuti nel loro escapismo (all’italiana). Ma è questo riferimento all’orrore che mi richiama alla mente in realtà l’altro orrore, l’orrore messicano. Dario Argento avrebbe forse potuto girare quella scena che mi ha tormentato per giorni: la faccia scarnificata di uno studente che esattamente un anno fa durante gli scontri notori tra studenti e polizia nello stato di Guerrero, venne ridotto ad uno scheletro squillante di muscoli facciali e sangue rappreso in bella vista.

Come sarà, di contro, l’orrore italiano? Ci mancherà pure il sangue come ultimo principio vitale? Un’eterna morte per avvelenamento, per asfissia? Corpi maciullati dal peso di una colonna augustea, teste stritolate dalla precarietà, un gran film di paranoia e ossessione personale, sarebbe? Meglio chiedere all’esperto: “Se fossi un cineasta, raccontami come sarebbe il tuo ideale film sull’Italia e sul Messico. O meglio: che tipo di film sarebbe l’Italia? Che tipo il Messico?” La risposta è stentorea: “L’Italia mi pare sempre più una commedia senza battute. Senza troppe risate. Di stile realistico, che tratta i problemi dei trentenni italiani. Il Messico…”, e qui quel realismo che Diego pare prediligere si riflette anche nel suo sguardo obiettivo ma sincero sul paese che ha scelto come casa, “il Messico è una tragedia senza battute. Anche se potremmo citare El Infierno di Luis Estrada, un film del 2010 che propone uno sguardo grottesco che ride degli orrori del narcotraffico”. Continua poi a parlare, e all’improvviso appare dal nulla Elio Germano. L’Elio Germano del film La nostra vita di Daniele Luchetti, uscito sempre nel 2010 al di là dell’Oceano. Diego mi confessa che il film non è in realtà un grandissimo film, ma che lo sceglierebbe a rappresentare l’Italia di oggi nei suoi difetti, ossessioni, cancrene: “il regista ha scelto di ambientare il film in questo edificio, costruito da immigrati che lavorano al nero, un luogo in eterna costruzione. Mi ricorda non solo lo stato attuale dell’Italia, ma anche l’edificio de Los olvidados di Buñuel, che staglia dietro la scena del crimine”.

Arriva quindi un autentico espresso Lavazza, e chiediamo il conto. “Come è il tuo Io messicano rispetto all’italiano? E, domanda terribile: come descriveresti la tua felicità?” gli chiedo, e ritornano le discrepanze tra un nuovo Eldorado e una terra desolata mediterranea: “Il Diego di Roma era uno studente squattrinato. Il Diego del DF può tornare a Roma spesso in viaggio, perché ha i soldi per permetterselo. La felicità qui è questo: fare qualcosa che mi piace ed essere apprezzato.” Un punto che ritorna è questa sensazione che la Madre Patria ti abbia sbeffeggiato per lungo tempo, che le qualità e il valore personale non siano apprezzati. A volte scoppia il vero e proprio odio, lo riconosce il mio intervistato, a fronte di questo rifiuto costante, ma questa insormontabile distanza di 10.000 km forse serve a qualcosa: “quando vivevo in Italia”, confessa Diego, “non amavo l’Italia, non amavo il cinema, la musica, la cultura italiana, niente in pratica che fosse un prodotto culturale italiano”, con una marcata sottolineatura esterofila. “Ora ho molta nostalgia e mi interesso di più di quello che si produce in Italia. Da lontano risulta più facile apprezzare. Ed esiste, lo posso dire, anche una mia felicità italiana: è qualcosa di familiare, la prossimità dei miei cari, e la vivo dalla lontananza”. Una formula terribile, quella di Diego, che potrebbe essere estesa: per vedere bene qualcosa, bisogna distanziarcene. Per vedere bene il proprio paese, sentirne il bisogno, viverlo, bisogna andarsene. Troveremo mai, noi italiani, la formula inversa, il segreto di un’approssimazione felice alle nostre cose quotidiane? Una nuova chiave comune dello stare a casa? L’interruttore che ci faccia uscire da una camera oscura poco gratificante?                                                             (2 – continua)

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di Alessandro Raveggi

Questo testo nasce da una residenza artistica tenuta dall’autore a Città del Messico, dal 3 agosto al 3 settembre 2015, grazie a borsa d’eccellenza del Governo messicano tramite la Secretaria de Relaciones Exteriores. La residenza si basa su una ricerca sul concetto di felicità degli italiani che vivono in Messico, svolta attraverso interviste, sopralluoghi, fotografie, e due dibattiti pubblici in due dei principali centri culturali della città: la Casa Refugio Citlaltépetl e il Museo del Chopo. La ricerca confluirà in un romanzo ambientato in Messico. Il metodo utilizzato è mutuato dall’arte pubblica e documentaristica. Questa pagina è dedicata al progetto

Prima parte: Due sciamani italo-messicani

La stanza in Obrero Mundial 165

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(foto di Sergio Lipari)

di Alessandro Raveggi

Questo testo nasce da una residenza artistica tenuta dall’autore a Città del Messico, dal 3 agosto al 3 settembre 2015, grazie a borsa d’eccellenza del Governo messicano tramite la Secretaria de Relaciones Exteriores. La residenza si basa su una ricerca sul concetto di felicità degli italiani che vivono in Messico, svolta attraverso interviste, sopralluoghi, fotografie, e due dibattiti pubblici in due dei principali centri culturali della città: la Casa Refugio Citlaltépetl e il Museo del Chopo. La ricerca confluirà in un romanzo ambientato in Messico. Il metodo utilizzato è mutuato dall’arte pubblica e documentaristica. Questa pagina è dedicata al progetto

Prima parte: Due sciamani italo-messicani

La stanza in Obrero Mundial 165

La mia stanza del teletrasporto: se dovessi sceglierla un giorno a Città del Messico, di stanza che mi permetta di accedere da italiano alla realtà messicana, ne sceglierei una bizzarra, dal dubbio gusto, un misto di color caramello anni cinquanta e un certo tocco di chincaglieria locale. È la camera da letto della casa di Carlo Coccioli nella via Obrero Mundial 165, fino a pochi anni sorvegliata a Museo dal figlio adottivo Javier, ed oggi non so. Quella stanza, che non necessariamente mi è mai piaciuta, mi ha sempre però dato l’impressione d’una terra di mezzo, un porto franco, tra la Firenze dello Sdrucciolo Pitti, dove l’autore ha tenuto per decenni un piccolo appartamento, e il clangore della metropoli messicana: che accolse, inglobò, esalto e poi persino ripudiò lo scrittore auto-esiliato, l’eretico, l’incompleto, il geniale, il pacchiano, l’omosessuale animalista, il santone toscano sincretico Coccioli. I suoi ritagli di giornale della cronaca fiorentina de La Nazione, i molteplici quadretti, ex-voto, vasi e ammennicoli alcuni dei quali doni dei politici messicani degli anni ’60 che cercavano di ingraziarsi l’intellettuale straniero che andava di moda all’epoca. Poi una teca piena di propri libri, e ancora idoli, statuette, croci, altari di molteplici culture e religioni, al limite del kitsch: un kitsch rassettato però come dalla mano di una nonna toscana, con centrini e drappi, come trovi certe case in affitto per studenti fuorisede.

Sono qui, già teletrasportato, ad iniziare la mia ricerca: sto scrivendo una storia che parte dal Distrito Federal, un Messico urbano, iper-culturale, labirintico, pieno di poeti falliti, ma allo stesso tempo con una sua inveterata autenticità. Questo è certo: ho una certa insofferenza per l’indigenismo, il romanzo storico messicano scritto da stranieri e peggio da europei, l’esotismo spacciato per libertà naïf, con il quale si presenta spesso questa nazione: il Messico campesino, valoroso, erto contro il fato come i propri cactus, disperato, stracciato, gabbato. Ho scelto di partire dalla mia esperienza personale, che è stata estremamente urbana e basata sulle avventure di carta, per trasfigurarla: sarà una storia di italiani, o meglio di un italiano, un giovane studente, un fanatico di José Emilio Pacheco, che arriva alla Universidad Nacional Autónoma de México, in quel campus che è una città nella città, una comunità gitana, un centro di studi e d’arte contemporanea avanzatissimo, un festival continuo, dove ho passato buona parte delle mie mattinate, sui libri, sull’erba, nelle caffetterie. Il protagonista della mia idea di storia è così uno studente bolognese quadrato, che arriva qui in una sorta di Erasmus – qui si chiama intercambio – e trova il finimondo e la squadratura: l’erotismo, la lotta, il labirinto, la voracità, lo strappo, e gli abbagli di questo luogo (e forse la sparizione forzata).

Per scrivere questa storia, sono qui nel DF ad indagare la felicità degli italiani in Messico, per provocarli su questo tema. Per comprendere il perché di una comunità italiana così ben arroccata: il perché si immedesimano, si mimetizzano, si arrabbiano e poi si rinnamorano di queste terre oggi funestatissime. La stanza da letto di Coccioli mi aiuta: in quel suo misto di raffinatezza intellettuale e sciocchezza infantile, di artificio e scioltezza di spirito, di concetto teologico e spigliatezza hare krishna. Gli italiani guardano la realtà con gli occhi di mediatori culturali e con il cuore dei più autentici residenti, più messicani dei messicani, dice ironicamente qualcuno. Un occhio che sente e un cuore che guarda, con devozione e rispetto, appassionato, ma mai vorace, come l’obiettivo della fotografa Tina Modotti, una delle figure più suggestive dell’italianità messicana.

Ho scelto, tra una ridda di opzioni, di fare tre interviste: ad un alpinista, ad una marionettista, ad un esperto di cinema. Tre custodi di tre spazi alternativi, tre prospettive inedite: l’alta montagna dei vulcani e la sua natura sterminata, la piazza e il teatro (dell’infanzia, spesso deturpata, di queste terre), il cinema, la sua camera oscura di desideri e delusioni, uno spazio neutro, sperimentale. Tre spazi che tireranno fuori tre fantasmi inaspettati: Marco Aurelio, Pulcinella e Elio Germano – lo vedremo. Cosa farò con i tre protagonisti della mia ricerca? Raccoglierò aneddoti, informazioni, aggettivi, parlate, sensazioni (attorno alla loro felicità), mozziconi di dialoghi. Li incontrerò in luoghi che loro sceglieranno per frequentazione e vocazione, mi metterò ad ascoltarli e a prendere appunti. Il loro vissuto mi servirà da ponte tra la cronaca e la biografia e la finzione, un loro gesto accompagnato da una parola, il ricordo vivido di uno scenario, un’affermazione anche fuori luogo serviranno da accesso ad una dimensione narrativa dove potranno (o meno) essere inclusi come personaggi, o meglio tratti e scenari d’invenzione.

L’alpinista sopra il vulcano

Franco Grasso, l’alpinista (ma non solo, ci terrà a precisare), l’incontro ad un ristorante di cucina fusion tra l’italiano e il messicano, il Non Solo del viale Alvaro Obregon de la Colonia Roma, patria degli hipster vestiti American Apparel, dei parrucchieri con i capelli sparati e dei ristoranti più stravaganti – dove troviamo tra l’altro la famosa Plaza Rio de Janeiro con la nera riproduzione del David. La stravaganza romeña, però, non è di casa al Non Solo: ordiniamo sei bruschette, per iniziare, tutto sommato mediocremente buone. Franco è accompagnato dalla propria ragazza, la quale, mentre lo intervisto, si distrae giustamente col cellulare. Dietro di noi si riunisce una comitiva di giovani e meno giovani, due di loro parlano del loro matrimonio, la sposa messicana, lo sposo francese, le facce entusiaste dei loro amici francofoni, sicuro sono gli invitati al matrimonio, di fronte all’iniezione vitale messicana – che sulle loro facce slavate dona lo spiritato dei postumi di una giornata d’insolazione al mare.

La prima domanda, che farò anche agli altri due intervistati, vuole indagare i loro primi passi, la reazione ad un mondo nuovo, dove però schizzano sovente qua e là elementi “piratati” – il termine è di Franco stesso – della cultura italiana: ovunque ristoranti dai nomi di pietanza storpiati, vuoti riferimenti al design, alla moda, alle calzature, al Made in Italy tanto amato quanto brutalmente espropriato e contraffatto come contenitore vuoto e fronzolo linguistico. Una pirateria che fa da contraltare a certi dettagli quasi invisibili della città: l’architetto del Palazzo di Belle Arti, icona della cultura del DF, era italiano; il bronzo dell’elegante edificio delle Poste Messicane è stato forgiato molti anni orsono alle Fonderie Pignone, e tanti altri esempi di meccaniche italiane impercettibili che mi rammenta l’autore delle foto che accompagnano la mia ricerca, Sergio Lipari.

“Come è stato il tuo primo giorno a Città del Messico? Ricordi qualche particolare?”, chiedo a Franco. E incalzandolo domando pure: “E come erano, come sono gli italiani che hai conosciuto qui? Esistono delle categorie? Cosa ti piace di loro e cosa abborri?”. Lui ha bisogno subito di precisare una personale ferocia e disillusione per l’Italia, il paese notorio delle disopportunità, della depressione sociale e in eterna metastasi, quando invece il Messico pare “riconoscere il valore del tuo lavoro, lo promuove”. Ma la sua visione non è del tutto grigia: mi racconta di aver incontrato i primi giorni una ragazza, una viaggiatrice, un’italiana-peruviana, che secondo lui rappresentava una parte dello spirito nostrano da conservare: la sua capacità di adattarsi in viaggio, la capacità, dice, di “buttarsi a capofitto in una nuova piscina, in una nuova esperienza” senza lamentarsi troppo. Un’attitudine, mi fa capire, che sente vicina. Di contrasto, mi racconta di aver conosciuto nello stesso appartamento un giovane ventenne, che aveva molta difficoltà ad adattarsi, un prototipo del mammone esportato, potrei dire, appeso alla gonna della Madre Patria, geloso collezionista compulsivo di gastronomici prodotti italiani introvabili, incurante d’amalgamarsi alla realtà locale.

La frontiera verticale e la folgorazione

Una poesia antica mi riserva invece Franco alla mia seconda domanda (“Come pensi che il tuo lavoro possa incidere nella comunità messicana? Cosa senti di lasciare ai messicani?”). Mi racconta prima di tutto della sua inestirpabile passione e professione d’alpinista – Franco ha fondato una oggi riconosciutissima scuola nazionale d’alpinismo, ItalianTrek, che dà abilitazioni a guida, offre escursioni e corsi per le sottavalutatissime ma meravigliose montagne del Messico. E in questa sua montagna – la parola suona in bocca come un credo da venerare – che scopre un magico universalismo: “l’alpinismo insegna prima di tutto l’amicizia, l’auto-sopravvivenza ma anche lo stare assieme”, mi dice veramente appassionato. E cita Marco Aurelio: “Vivi come sulla cima di una montagna: perché non c’è nessuna differenza tra vivere là o qua, se si vive ovunque nell’universo come in una città”. M’invita poi a ricordare che i sentieri di montagna che lui percorre fino ad arrivare alle cime innevate e ghiacciate dei vulcani come l’Iztaccíhuatl, sono gli stessi che percorrevano gli antichi aztechi della valle centrale del Messico, per approvvigionarsi forse del ghiaccio, di radici, di erbe. La montagna messicana per il mio primo intervistato è una magica “frontiera verticale” che tutti universalmente possono vivere, non importa se italiani, messicani, americani, europei… Non posso fare a meno di immaginare il magnetismo di quei luoghi d’altura disabitati. Ed è Altura una delle tre parole che Franco sceglie, per la mia domanda più ostica e provocatoria: “Cerca di definire la tua felicità messicana: con parole, aggettivi, colori, frasi…”. La felicità messicana per Franco si vede dall’alto, percorrendo cammini antichi che divengono propri. Le altre parole di Franco me le aspetto: sono Futuro e Cambiamento, il movimento che lui non sente di trovare nella paralisi italiana. Ed infatti, alla mia domanda “E tre parole per definire l’apparente tristezza italiana di oggi?”, torniamo alle tinte fosche: “Staticità, declino, passato. La staticità della politica. Il declino morale e sociale. E il passato: una catena dalla quale mi sono liberato. Anche se mi sento molto vicino ai giovani italiani che soffrono e senza piangersi addosso se ne vanno come ho fatto io.” Continuo con l’esperimento del punzonarlo: “Come è il Franco Messicano e come si differenzia dal Franco Italiano?” E lui mi sorprende ancora: “Il Franco Messicano è uno che lavora dalle 7 di mattina alle 11 di notte, e che quando va per strada sta attento ai molteplici pericoli di questo Paese. Il Franco Italiano è uno che quando finisce di lavorare va al bar con gli amici”. Una dicotomia che spiazza davvero: l’alternativa tra una vita audace e una vita sicura, una vita in pericolo e una vita, forse, noiosa, atrofizzata. Pare una dicotomia affrontata da molti italiani residenti, a volte con liberata spensieratezza.

Prima di chiedere il conto e separarci all’angolo di una gelida nottata agostana al DF, parliamo ancora e conversiamo accompagnati da una pizza solo lontanamente nostrana. E Franco sente il bisogno di raccontare al registratore un breve aneddoto. Mi parla dell’esperienza d’alta quota con i fulmini. Dice che sono una minaccia veramente reale, che lassù in montagna non è impossibile, benché poco probabile, essere folgorati: “e se ti folgora un fulmine, eh, e lo puoi raccontare, in Messico ti fanno subito sciamano!”, aggiunge ridacchiando. Penso a questa immagine, penso che la folgorazione possa essere una di quelle esperienze che puoi avere con questi luoghi: anche Carlo Coccioli era un folgorato d’altronde, e divenne uno sciamano che curava i propri dolori con affabulazioni crude e dolcissime, al limite del ridicolo. Anche Franco a suo modo è uno che del Messico ha fatto una ragione di folgorazione: esplosivo con l’Italia, col Messico sa riconoscere i pregi e le spinte, ma anche i difetti più mostruosi. È un pendolo che oscilla molto, tra chi si libera e chi si protegge. Dopo l’impatto del fulmine, lo può ancora raccontare con lucidità, di aver scelto la strada migliore, la frontiera universale verticale affrontata con una condizione fisica euforica e capace di resistere la vertigine, dove la nostalgia di una certa Italia è più flebile. Mi ricorda una pagina di Coccioli da Rapato a zero, che confessa: “il mio estro si unisce al surrealismo insito nel Messico per comporre un cocktail che a me toglie perfino i dolori reumatici. Spero che li tolga anche a voi, se ce li avete”.

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“La bella gente” che racconta l’Italia https://minimaetmoralia.it/cinema/la-bella-gente-ivano-di-matteo/ https://minimaetmoralia.it/cinema/la-bella-gente-ivano-di-matteo/#comments Wed, 09 Sep 2015 15:00:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28290 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Quando nel 2010 era uscito in Francia, accolto con successo da pubblico e critica, nessuno avrebbe potuto prevedere che sarebbero passati anni prima di vederlo nelle sale italiane. La bella gente è un bellissimo film italiano che con cinque anni di ritardo esce in Italia (il 27 agosto distribuito dall'Istituto Luce-Cine).

Il film racconta uno spaccato del paese che se nel 2010 appariva attuale agli occhi del suo primo pubblico francese, lo è ancora di più oggi, tornato dal recente passato a fare da specchio a un'Italia sempre più affossata in problemi sociali completamente irrisolti.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Quando nel 2010 era uscito in Francia, accolto con successo da pubblico e critica, nessuno avrebbe potuto prevedere che sarebbero passati anni prima di vederlo nelle sale italiane. La bella gente è un bellissimo film italiano che con cinque anni di ritardo esce in Italia (il 27 agosto distribuito dall’Istituto Luce-Cine).

Il film racconta uno spaccato del paese che se nel 2010 appariva attuale agli occhi del suo primo pubblico francese, lo è ancora di più oggi, tornato dal recente passato a fare da specchio a un’Italia sempre più affossata in problemi sociali completamente irrisolti.

Protagonista è una coppia di mezz’età, benestante e di sinistra, lui Alfredo (Antonio Catania) è architetto, lei Susanna (Monica Guerritore) fa la psicologa. Di fronte alla possibilità concreta di aiutare il prossimo, i due non si tirano indietro, accogliendo in casa una giovanissima prostituta (Victoria Larcenko) per cercare di cambiarle la vita.

La situazione, per quanto generata dalle migliori delle intenzioni, degenera clamorosamente trasformando la buona azione in totale disastro e mandando in tilt le dinamiche di una collaudata e apparentemente sana vita familiare.

Il regista è il bravo Ivano De Matteo, che ha esordito nel 2002 con Ultimo stadio. Dopo La bella gente ha realizzato altri due ottimi lungometraggi (con al centro sempre la famiglia e le sue dinamiche disfunzionali, raccontate in modo analitico e mai giudicante) Gli equilibristi e I nostri ragazzi, senza mai smettere di battersi per liberare La bella gente da un a dir poco problematico stallo distributivo.

“La casa di distribuzione che avrebbe dovuto distribuirlo non l’ha fatto”, racconta De Matteo, “impedendo che il film uscisse ovunque tranne che in Francia. Lì siamo usciti in sala, abbiamo partecipato a una ventina di festival, vinto premi, ma in cuor mio aspettavo il momento che uscisse anche in Italia. Per rispetto del film in sé, del mio lavoro e del lavoro degli altri, di quello degli attori soprattutto (nel cast anche Elio Germano e Iaia Forte), e della mia compagna Valentina Ferlan che lo ha scritto”.

Per svincolare il film De Matteo infine si è rivolto allo Stato che aveva in parte finanziato il film facendo sì che tornasse di proprietà del ministero e che venisse distribuito dall’Istituto Luce. “In questi cinque anni sono stato denunciato due volte, una delle due volte solo perché avevo organizzato una proiezione della Bella gente al Teatro Valle Occupato”, racconta ancora il regista. “Alla fine sono diventato un esperto di leggi, e ho trovato da me la soluzione. Quando ti trovi in situazioni del genere ti accorgi che rinunciare significa solo alimentare qualcosa che è sbagliato. E allora non molli”.

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Cosa potrete vedere alla 71a edizione della Mostra del Cinema di Venezia https://minimaetmoralia.it/cinema/cosa-potrete-vedere-alla-71a-edizione-della-mostra-del-cinema-di-venezia/ https://minimaetmoralia.it/cinema/cosa-potrete-vedere-alla-71a-edizione-della-mostra-del-cinema-di-venezia/#comments Thu, 24 Jul 2014 10:07:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22376 di Carlotta Briganti

Mentre sta finendo la conferenza stampa e tutti i film son stati annunciati, vi raccontiamo cosa potrete vedere alla settantunesima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Non parlerò di tutti i film che verranno proiettati al Lido dal 27 agosto al 6 settembre. Per l'elenco ufficiale basta farsi un giro sul sito della Biennale o leggere i quotidiani domani. Provo a fare invece al volo un elenco delle cose più interessanti e/o bizzarre che mi sembrano venute fuori dagli annunci qui all'Hotel St. Regis (luogo della conferenza stampa).

Oltre 3000 tra lunghi e corti arrivati alla commissione. Ed ecco alcuni tra i film scelti dal direttore Alberto Barbera, insieme ai selezionatori Bruno Fornara, Oscar Iarussi, Nicola Lagioia, Mauro Gervasini, Marina Sanna, Giulia d'Agnolo Vallan.

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di Carlotta Briganti

Mentre sta finendo la conferenza stampa e tutti i film son stati annunciati, vi raccontiamo cosa potrete vedere alla settantunesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Non parlerò di tutti i film che verranno proiettati al Lido dal 27 agosto al 6 settembre. Per l’elenco ufficiale basta farsi un giro sul sito della Biennale o leggere i quotidiani domani. Provo a fare invece al volo un elenco delle cose più interessanti e/o bizzarre che mi sembrano venute fuori dagli annunci qui all’Hotel St. Regis (luogo della conferenza stampa).

Oltre 3000 tra lunghi e corti arrivati alla commissione. Ed ecco alcuni tra i film scelti dal direttore Alberto Barbera, insieme ai selezionatori Bruno Fornara, Oscar Iarussi, Nicola Lagioia, Mauro Gervasini, Marina Sanna, Giulia d’Agnolo Vallan.

Manglehorn, di David Gordon Green.

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Nel precdente “Joe” aveva salvato Nicholas Cage dalla caduta libera in cui l’attore stava precipitando restituendolo a un ruolo decente. A un anno di distanza David Gordon Green ci riprova con Al Pacino. Gli mette accanto Holly Hunter, Chris Messina e Harmony Korine (proprio lui, il regista di Spring breakers che molti fece agitare alla Mostra di due anni fa). Manglehorn è la storia di un ex detenuto (Pacino) che cerca di cancellare il passato lavorando come ferramenta in una piccola città. Ovviamente il passato tornerà a cercarlo. David Gordon Green è regista di film robusti e ben piantati sulla terra. 

Pasolini, di Abel Ferrara

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Ed ecco il primo film che solleverà casini alla mostra di quest’anno. Con Willem Defoe nel ruolo di Pasolini, Riccardo Scamarcio in quello di Ninetto Davoli. E poi c’è Maurizio Braucci (il più bravo sceneggiatore italiano, vedi alle voci Gomorra, L’intervallo, Piccola patria, Bellas Mariposas…) arruolato nella banda dell’Esquilino. A preoccupare è però più che altro il pratone della Casilina con la scena possibile delle fellatio seriali di Petrolio. A questo si attaccheranno quelli che vanno al cinema per riempire qualche pagina di cronaca. I filologi duri e puri saranno invece tormentati dal fatto che Defoe recita in inglese. A chi glie l’ha fatto notare, pare che Ferrara abbia risposto anche giustamente: “‘fanculo! Non è un saggio accademico. È un film di Abel Ferrara!”

Near Death Experience, di Gustave Kervern e Michel Houellebecq (interpretato da Michel Houellebecq)

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Questo volto devastato appartiene al Michel Houellebecq di oggi. Che insieme a Gustave Kerven ha dato vita a un film cucito addosso alla poetica (oltre che alla figura) dell’autore di Particelle elementari e Estensione del dominio della lotta. Dopo la il dramma c’è la farsa. Dopo la farsa la tragedia. Ma dopo la tragedia arriva il teatro della peste di Artaud, vale a dire il comico e il disturbante. All’insegna del comico e del disturbante questo NDE (Near Death Experience) in cui lo scrittore francese (o ciò che ne rimane, forse la parte più preziosa) domina la scena vestito da ciclista (come il signor Tirone di Ciprì e Maresco) e cerca di farla finita forse senza successo.

Roy Andersson, A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence

 

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Non conosciuto dal grande pubblico, secondo alcuni, semplicemente, lo svedese Roy Andersson è tra i cinque registi viventi più grandi del mondo. Al pari di Lynch o Cronenberg. Solo che Andersson è un europeo, e dunque si trova molto più a suo agio a spaziare nei territori che furono di Samuel Beckett e soprattutto (per il cinema) di Luis Buñuel. Ci sono anche i Monty Python e il Jacques Tati di Monsieur Hulot nel suo cinema, solo scaraventati in atmosfere molto meno rassicuranti. Candidabile Leone.

Trois coeurs, di Benoît Jacquot

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Con Benoît Poelvoorde, Charlotte Gainsbourg, Chaterine Deneuve, Chiara Mastroianni. In mezzo a tanta sperimentazione, auteurs, aspiranti tali e autori pazzi, un sofisticato melodramma borghese dovrebbe sulla carta andare bene. Storia di tradimenti, coincidenze, palpitazioni all’inseguimento dell’amore negato proprio a chi lo cerca. Per signore di ogni sesso e età.

Nynphomaniac vol.II integrale, di Lars von Trier

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Ecco la Gainsbourg in una posa decisamente diversa rispetto a quella del film di Jaquot. A proposito di registi pazzi, geniali e furbacchioni. Potrete vedere al Lido la seconda parte non censurata di Nynphomaniac. Per la maggior parte del pubblico maschile (rapida indagine tra i miei amici) era più importante (vol. I integrale) capire quanto a fondo si spingeva Stacy Marin nei suoi pompini anziché scandagliare con più dovizia di particolari rispetto alla versione censurata le sevizie inferte alla quasi milf Charlotte nel vol. II. Pare però che proprio in questo II vol. integrale (insieme alle profondità di CG) ci siano perfino inserti con dei Thomas Mann d’annata. A ogni modo per adesso l’ingombro è sempre lui. Lars. Terrorizzato com’è da qualunque mezzo che non sia guidato da egli stesso, raggiungerà il Veneto nel suo camper. Ma come fare a superare le acque? Ha preso il brevetto di volo (elicottero) e nautico proprio per questo. Agli organizzatori della mostra comincia a stare già pesantemente sul capo opposto dell’antipatia. Vale a dire: è simpatico.

Belluscone, una storia siciliana, di Franco Maresco

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Il ritorno di quel genio di Maresco. Con un film pare molto bello. Un film autodichiaratamente postumo, visto che il berlusconismo vive ormai in questa forma. E un film, in cui, una volta ancora (come nel miglior Sciascia) si parla della Sicilia per l’Italia. Non è (vale a dire) un film su Berlusconi, ma sull’Italia analfabeta già berlusconizzata prima ancora che Silvio scendesse in campo, e (sempre berlusconizzata) persino dopo che il suo astro è tramontato. È anche un film da cui dovrebbe capirsi se Forza Italia è stato il partito della Mafia. Tra Maresco e Ciprì a parer mio non c’è partita. È Maresco colui che resterà. Del resto, basta vedere come fa recitare Dell’Utri nella clip di qui sotto per capire che la classe non è acqua. Un sogno: vedere Franco Maresco e Abel Ferrara che bevono insieme un whisky in uno degli orrendi bar del Lido.

Birdman, di Alejandro Gonzàlez Inarritu

Si tratta del filmone con Michael Keaton, Emma Stone, Edward Norton, Naomi Watts che aprirà la Mostra. Inarritu si era fatto molto amare con Amores Perros, aveva raggiunto il successo con 21 grammi, aveva farto storcere la bocca con Biutiful. Birdman è il varco per capire se ha già fatto la fine di Aronofsky o se un compagno che ha volte ha sbagliato.

Fires on the Plain, di Shinya Tsukamoto

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Che gli vuoi dire a Shinya Tsukamoto, il papà di Tetsuo e Tokyo Fist? Niente, perché Tsukamoto è uno dei grandi del cinema mondiale. Qui alle prese con un remake (ma a modo tutto suo) di un classico antimilitarista. Siamo nell’orrenda macelleria del fronte filippino, alla fine della II guerra mondiale, e un soldato senza più bussola né dimora vaga in uno scenario da puro incubo, non così dissimile da ciò che accade ancora oggi nelle parti calde del mondo. Anche qui, sulla carta: possibile Leone. 

La trattativa, di Sabina Guzzanti

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Dovrebbe essere lo speculare del film di Maresco. Dove lì c’è poesia, qui ci sono i documenti. Dove lì l’ambiguità e la complessità etica è il punto di forza, qui dovrebbe esserlo il romanzo delle stragi a tesi. Vale a dire il fatto che la trattativa ci fu, e che in quel periodo assurdo e quasi già dimenticato che l’Italia visse agli inizi degli anni Novanta la nascita di Forza Italia non fu casuale né certo dettata dal pericolo rosso. La Mafia, ovvero una parte dello Stato. Del resto, che il covo di Riina fu perquisito per precisa disposizione delle istituzioni molti giorni dopo la cattura del boss (non trovandoci ovviamente nulla) e che l’agenda rossa di Borsellino sia scomparsa sono fatti che dovrebbero continuare a far riflettere. A ogni modo, anche qui: dopo la proiezione si prevede un gran casino.

Olive Kitteridge, la nuova serie HBO

2002 Toronto Film Festival - "Laurel Canyon" Portraits

Era già successo, succederà ancora. Una serie televisiva a un festival del cinema. In questo caso si fanno le cose in grande. La nuova serie HBO con Frances McDormand al centro della scena, tratto da Olive Kitteridge, romanzo premio Pulitzer di Elizabeth Strout e ormai libro di culto da qualche anno a questa parte. La serie sarà lanciata negli USA nel 2015, e a Venezia sarà trasmessa integralmente. È una mini-serie, quattro puntate, sulla falsariga della formula (una sola serie) dimostratasi vincente con True Detective. I puristi storceranno il naso (“per quanto sofisticate e complesse, le nuove serie tv non sono cinema!”) Per i maniaci del genere, sarà invece una vera e propria manna.

Giovane e favoloso, di Mario Martone martone-leopardi

Martone racconta Giacopo Leopardi, con Elio Germano nel ruolo del poeta di Recanati. Speriamo sia più del buon film che in teoria dovrebbe essere. Anche perché (letterariamente parlando) dovrà vedersela col Pasolini di Ferrara.

Loin des Hommes, di David Oelhoffen

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Tratto da un celebre racconto di Albert Camus. Ambientato durante la guerra d’Algeria. Con Viggo Mortensen nel ruolo dell’insegnante/protagonista che si ritrova in un’avventura inizialmente più grande del suo ruolo. Un western immerso nel fluido magico del pensiero meridiano.

Alix Delaporte, Le Dernier Coup de Marteau

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Attenzione a Alix Delaporte. Grande talento, arriva il secondo film, una storia di marginalità e sentimenti difficili, con al centro una donna e suo figlio adolescente. La regista aveva dato prova di una grande forza narrativa nel precedente Angèle e Tony. Potrebbe essere questo il film che sfonda porte già abilmente prese a calci l’altra volta. Potrebbe essere, vale a dire, la vera rivelazione di questa Mostra del Cinema. Stiamo a vedere.

Hungry Hearts, di Saverio Costanzo

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Con Alba Rohrwacher, Adam Driver e Roberta Maxwell. Adam Driver il bellone di Girls, nuovo mito erotico delle ragazze aggiornate. Girato tutto a New York. Tratto dal Bambino indaco di Marco Franzoso, rigirato a quanto pare come un guanto in chiave polanskiana. Costanzo gira molto bene. “In memoria di me” era un film bello quanto poco visto. Questa è la prova da cui si capirà se Costanzo è in grado di avere la meglio sul proprio talento (e quindi fare un film maiuscolo) o farsi (come a volte ha rischiato) fagocitare in maniera leziosa dalla propria arte non comune.

Anime nere, di Francesco Munzi

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Attenzione a Francesco Munzi. Il suo potrebbe essere (insieme a quello di Maresco) il più bel film italiano presente al Lido. Munzi aveva esordito benissimo con Saimir. Si era un po’ appannato ne Il resto della notte. Ma qui dovrebbe essere arrivato al suo film capolavoro. Così almeno scommette la redazione de “Lo Straniero”, nella quale c’è qualcuno che il film lo ha già visto e giura: “è un capolavoro”. Storia di ‘ndrangheta, girata in chiave nerissima da puro gotico meridionale. Ad alcuni ricorderebbe Fratelli (The Funeral) di Abel Ferrara. 

L’urlo e il furore, di James Franco

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È molto pericoloso affrontare cinematograficamente William Faulkner. Più pericoloso di lui c’è solo Cervantes, su cui quasi ogni regista si è rotto già le corna. Con Proust e Joyce (volendo escludere l’ultimo John Huston, che però si limitava con saggezza a The Dead, racconto simbolo dei Dubliners) manco saggiamente ci si prova. James Franco, faulknerianamente parlando, si è già fatto parecchio male con Mentre morivo (al contrario il suo Figlio di Dio da Cormac McCarthy non era malaccio) e adesso ci riprova addirittura con L’urlo e il furore, interpretando tra l’altro (udite udite) Benj Compson, il personaggio più difficile, cioè il fratello ritardato della celebre famiglia. Il pericolo è il mestiere di James Franco e questo è un merito a patto che non sia incoscienza o tracotanza. Vedremo. 

Realité, di Quentin Dupieux

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Aaaattenzione a quello che potrebbe, dovrebbe, deve diventare il film culto di questa Mostra! Quentin Dupieux, chi è costui per il grande pubblico? Forse qualcuno lo conosce come Mr. Oizo, lo scatenato musicista elettronico che ideò il pupazzetto giallo fuori di testa (agitava la testa su e giù convulsivamente a ritmo di musica) che finì anche nella pubblicità della Levi’s. I cinefili non dimenticano Wrong Cops, film assurdo del 2013. Il problema è che Dupieux è un pazzo. E anche un genio. E con Realité si scatena raccontando sì Hollywood (come epicentro e metafora del male e dell’assurdo), e però scaraventandosi nella direzione opposta rispetto a quella verso cui puntava il Lynch di Mullholland Drive o il più recente Cronenberg di Maps to the Stars. Non la tragedia allucinata, insomma, ma l’allucinazione dei fratelli Marx e di Hollywood Party, senza dimenticare che Dupieux è nato in francia, dunque gli appartiene anche Tatie, Quneneau e l’Oulipo. Se i cinefili in cattedra e naftalina avessero più coraggio, eleggerebbero Dupieux a eroe continentale.

Good Kill, di Andrew Niccol

EXCLUSIVE: Ethan Hawke and Zoe Kravitz get into Air Force costumes while filming scenes for 'Good Kill'

Il film che farà vergognare gli Stati Uniti di avere Obama come miglior presidente possibile, e l’Accademia di Svezia (con stanza però a Oslo) di avergli conferito il Nobel per la pace. Si parla infatti di droni. Meglio, del pilota di droni Ethan Hawke che ogni mattina si sveglia, va in ufficio (nel deserto del Nevada, cioè proprio nei pressi di una città come Las Vegas), uccide talebani e civili afghani dallo schermo di un videogioco, poi torna a casa da moglie e figli. E, molto umanamente, comincia a impazzire. Ora, Andrew Niccol per chi non lo ricorda ha sceneggiato Truman Show. A distanza di vent’anni il piano se uno ci pensa bene si è completamente ribaltato. Prima sembrava tutto vero ma era in realtà falso. Adesso sembra falso (lo schermo e il joystick di un pilota di droni) ma è tutto tragicamente vero.

Ulrich Seidl, Im Keller

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Ve lo ricordate Canicola? Allora ricordate anche Ulrich Seidl e la sua fama di regista estremo. Che qui (trattasi se non sbaglio di documentario) scopre che la realtà è più folle di ogni immaginazione. Cosa si nasconde, infatti, nei seminterrati dei paesini austriaci? La cosa più tenue che può capitare di vedere è il sadomaso estremo. Oppure un gruppo di vecchietti vestiti alla tirolese che cantano inni nazisti. A dimostrazione che l’Austria è la degna patria odiata da Thomas Bernhard e parodiata da chiunque realizzi che non a caso si trova al centro dell’Europa.

Una menzione infine per The look of silence di Joshua Oppenheimer (bravo, coraggioso e molto discusso documentarista), Italy in a Day di Gabriele Salvatores (interessante esperimento di taglia e cuci da materiale altrui da cui dovrebbe ricavarsi una giornata tipo in Italia) e Io sto con la sposa, film-domumentario-verità su un gruppo di italiani che ha violato le leggi comunitarie per far sì che un gruppo di profughi siriani raggiungesse la Svezia.

Ecco. Magari i film più belli saranno altri, ma questo è ciò che io ricavo in fretta e furia dalla conferenza stampa. Un grazie a Valentina Aversano per la ricerca delle immagini in tempo reale e il montaggio frenetico di questo pezzo fatto in fretta e furia.

Infine: piccolo momento di orgoglio autocelebrativo. Consentitecelo, visto che questo blog è tanto popolare quanto povero in canna e a qualche soddisfazione dobbiamo pure aggrapparci. minima&moralia e Venezia. L’anno scorso uno degli autori di minima&moralia, Giorgio Vasta, aveva scritto uno dei film in concorso, “Via Castellana Bandiera” di Emma Dante. Quest’anno, come l’anno scorso, altri due autori di minima&moralia, Nicola Lagioia e Oscar Iarussi, sono tra i selezionatori della Mostra. Alcuni autori di cui minima&moralia ha parlato in tempi non sospetti sono in giuria quest’anno (Alice Rohrwacher e Roberto Minervini), così come è in giuria – e ne siamo contenti – la scrittrice Jhumpa Lahiri. Il bravissimo Maurizio Braucci ha collaborato al film di Abel Ferrara. Anche quest’anno, come l’anno scorso, la nostra amata Tiziana Lo Porto seguirà i film della Mostra, e (probabilmente come l’anno scorso) Christian Raimo ne stroncherà due su tre, ma il terzo gli sembrerà un capolavoro. Come vedete non ci facciamo mancare neanche la (chiamiamola così) dialettica interna. Viva minima&moralia, e viva pure Venezia, che è una delle poche cose italiane che all’estero si filano.

Buona visione a fine agosto.

L'articolo Cosa potrete vedere alla 71a edizione della Mostra del Cinema di Venezia proviene da Minima et Moralia.

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