©Zani-Casadio
In

Oh quanto è corto il dire e come fioco
al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
è tanto, che non basta a dicer ‘poco’.

Mentre tento di accendere una sigaretta mezza rotta, il chiacchiericcio dei presenti si fa rumore indistinto, eppure elettrico. Ripenso a ciò che ho appena vissuto, e invoco Jankélévitch nella consapevolezza che molto difficilmente riusciremo, chi più, chi meno, a raccontare con parole piene l’indicibile bellezza di Paradiso XXXIII (Infinito Produzioni, coprodotto da Pierfrancesco Pisani).

La vaghezza di un qualcosa che non si può determinare, «a certain something» dicono gli inglesi , il nostro non-so-che, il nescio-quid del filosofo e musicologo francese. In fondo ha ragione Jankélévitch quando sostiene che nel momento in cui cerchiamo di parlare di musica, in realtà parliamo di tutt’altro. Un po’ come quando vogliamo definire il tempo. Eppure, proprio per questo grado di ineffabilità, Jankélévitch ritiene che si debba parlarne.
Ah, quante parole sono necessarie per dire che non si può dire nulla di qualcosa!

Comunicare l’incomunicabile, perché la perfezione necessita del filtro, magico/sacro/oscuro di un medium. Quel tramite si è fatto voce e corpo nella fisicità di Elio Germano che nell’ora iperdensa di un atto unico, ha regalato al pubblico un’esperienza transmediale, meravigliosa, ineffabile appunto.
Densità, sì. È la proprietà più consona per definire Paradiso XXXIII, uno spettacolo di e con Elio Germano e Teho Teardo, per la regia di Simone Ferrari e Lulu Helbæk, già alle prese con le immersioni del Cirque du Soleil fino al Giudizio Universale di Michelangelo.
L’attore, fra i più lodati e premiati del nostro cinema, da sempre curioso e radicale, si è adoperato per una drammaturgia dell’ultimo canto del Paradiso dantesco, assieme all’ormai fidato compagno di lavoro Teardo che ha curato la pièce sonora, potenziata dalla presenza di Laura Bisceglia e Ambra Chiara Michelangeli, violoncello e viola, dal disegno luci di Pasquale Mari, dai video firmati da Sergio Pappalettera e Marino Capitanio e infine dallo scene design di Matteo Oioli.

Or questi, che da l’infima lacuna
de l’universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,
supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l’ultima salute.

Buio, rannicchiato, cavernoso, agro, il corpo nascosto in una bolla protetta. È l’inizio di tutto, e della sua fine. Un uomo, un eremita, un prete, un santo? Il San Bernardo “dispiegato” da Elio Germano ci accoglie per l’ultimo tratto del viaggio ultraterreno di Dante, ora che ha raggiunto l’Empireo, dopo aver attraversato Inferno e Purgatorio, interrogando le vite altrui. E rivolgendosi alla Vergine Maria, la prega affinché interceda presso Dio e consenta a Dante la visione finale della sua essenza. Ma anche perché possa sopravvivere a quel momento, così da poter lasciare a la futura gente anche una sola scintilla del racconto di quell’immenso privilegio.

Se la parola della Commedia emerge, nella visione e nella spazializzazione del racconto, da una caverna che il visual design rende porosa – quasi un anfratto immerso nei glitter che ricorda i lavori di Shary Boyle alla Biennale di Venezia del 2013 – il dramma sonoro accade di lato, di sguincio, grazie al demiurgo Teardo.
Immerso nella familiare cabina di regia, quel simulacro del suono fatto di synth, campane tibetane, harmonium e campionatori, il compositore friulano, col semplice cenno di una mano sembra andare a compiere una direzione d’orchestra per la partitura ancestrale di viola e violoncello, al lato opposto. Due parentesi che accompagnano la parola, avvolgendo la narrazione terragna e piena di un Germano perfetto, nell’equilibrio teso di chi porta rispetto ma reinventa, “dispiegando’’ l’opera dantesca («nel senso di eliminare le pieghe da un tessuto quand’è troppo arricciato», aveva confessato l’attore a La Stampa lo scorso ottobre) senza tradirne mai, nemmeno per un verso, la carica umana, e tutta quella bellezza che disorienta.

Lì, nell’area in cui la percezione può divenire esperienza, e perciò, consapevolezza morale, scorgiamo l’urgenza del nostro vissuto assieme alle peripezie dantesche, come condizione necessaria per una sorta d’intelligenza delle emozioni. Il canto XXXIII non avviene solo davanti a noi ma è attorno, al di sopra della nostra fisicità, dentro una bolla in cui l’immaginario visivo non smette di sviluppare e suggerire nuovi ricordi.

Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’elli indige,
tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova

Interroghiamo allora l’estetica visuale, che trasfigura la grotta della preghiera di San Bernardo in distorsioni glitchate fino a traghettarci nello sguardo (l’occhio suggerito e manipolato ci accompagna fino alla conclusione) estasiato di chi mira i soffitti dipinti dal Mantegna o dal Tiepolo, maestri d’illusione. Tutto resta in scena, eppure si sposta, tramuta la propria natura, mentre la drammaturgia si sdoppia, nella parola e nel suono: entrambi liberi e padroni del proprio spazio, Germano e Teardo scrivono la partitura perfetta, ognuno con gli strumenti del mestiere. Se non è assolutamente vero che il paradiso non si può suonare, è altrettanto dimostrato che un nuovo approccio alla lectura Dantis non solo è possibile ma si rivela necessario.

Elio Germano consegna alla storia del teatro un nuovo modo di leggere (e vivere) la Commedia, lontanissima dalla sobrietà di Sermonti, dalla tragicità di Gassman o dall’afflato selvaggio di Bene, che almeno lanciò la possibilità di cantare il verso, aprendo così all’unione con la musica portata in scena dai nostri.
È tutto nuovo, tutto in movimento. Il Dante di Germano ha sete di cielo, e di luce e si strugge nella circolarità. Così come la dimora di un tempo nasce preghiera – in ginocchio – ma si fa rito e termina come nuda novella, sullo scalino al centro del palco, spogliata da ogni effetto, da ogni suono. Il segreto dell’eterna leggibilità della Commedia risiede proprio nella radice primaria, che è la persona umana: la realtà quotidiana e il tempo storico in cui vive l’uomo di Dante non lo rende altro da noi, tanto che riusciamo a empatizzare con quella voce, che parla di stelle, al centro della scena.

Germano, che non ha certo bisogno di confermare l’immensità del proprio talento, sembra riuscire a condensare in questo Dante mediatore molti dei suoi personaggi più risolti, dalla solenne verità del Leopardi di Martone alla scattosità di Accio Benassi passando per l’umanissima armonia del San Francesco di Fely e Louvet.

Non c’è niente di declamatorio nell’intimità condivisa del suo recitare; eppure pesano questi versi, e non c’è cosa più giusta. Versi sussurrati, registrati, risucchiati, spezzati e cadenzati. Alternati e intrecciati all’elettronica misterica e arcana di Teardo mentre la voce è lo strumento aggiuntivo, la base ritmica, della sconfinata partitura musicale che, dopo secoli, sa essere ancora la Divina Commedia.

Il suono di Teardo va a sfrondarne la natura eterea, la decifra, permettendoci di scoprire un senso nuovo, non un’accentuazione dell’udito, ma un senso collegato alla percezione del silenzio in cui erano soliti piombare i versi danteschi. Sembra quasi di poter sentire il leggero strato di polvere muoversi sul velluto rosso delle poltrone ora che ha abbandonato le pagine di Dante, la cera spostarsi sul legno del parquet mentre il caldo timoroso del violoncello percuote le modulazioni sintetiche pronte a scoppiare nella fragranza delle luci stroboscopiche.

È una bellezza totalizzante quella che fa incontrare il suono e la parola, una complicità che genera pudore e prolunga l’immersione nella serenità dello spazio. Si capisce immediatamente quanto sia forte il legame umano e professionale che lega i due artisti dopo anni di progetti condivisi, dopo aver codificato un linguaggio, tanto fisico quanto morale, della propria arte. Canalizzando la parola nel suono, questo si alza da terra, prende forma, assume volumi precisi.

A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle.

È un viaggio al termine dello stupore, di un’epifania. Si è pervasi da un primigenio straniamento per poi realizzare di non essersi mai sentiti così tanto centrati, così tanto contemporanei come nel tempo e nella geografia di Dante. Nel proprio habitat, in questo teatro colmo di essere mascherati, immersi nei propri abissi privati eppure fluttuanti nel rituale di una collettività trasformativa e benedetta.
C’è chi potrà storcere il naso di fronte al planetario di luci e ai volumi pervasivi in cui i versi si immergono ma la verità è che questo diviene il linguaggio più onesto e puro per consegnare Dante a un mondo che si è visto privare della speranza, della fiducia nella collettività, nella cooperazione. E che ha subito la mancanza di bellezza – fruita dal vivo – per troppi mesi: un settore, quello delle arti, che sta tentando di risollevarsi praticamente da solo, esposto più di altri, alle intemperie di un mercato fantasma.

Non c’è niente di più commovente dell’uomo di fronte alle possibilità, sembra suggerirci quest’ora preziosa, in cui la volta celeste si è disvelata nel suo mistero più insondabile.
Termina quel qualcosa che – anche se non lo riusciamo a spiegare – sappiamo per certo non dovrebbe mai avere fine: la nostra circuitazione cerebrale ne capta l’assenza, tutto sparisce di colpo, insieme al suono che come una bolla scoppia sulla superficie del silenzio.
Anche nell’inchino mantenuto, muscolare, dei quattro artisti in scena, c’è qualcosa di commovente, che parla di fiducia accordata e ripagata.
Ed è in serate come questa che le stelle ci cadono addosso, tutte insieme.

Foto di copertina ©Zani-Casadio 

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Autore

beatricepagni@minimaetmoralia.it

Beatrice Pagni vive e sopravvive nella campagna toscana, figlia della miglior provincia cronica. In redazione a minimaetmoralia dal 2021, ha scritto e continua a scrivere di musica e cultura per diverse testate (Sentireascoltare, Il Mucchio Selvaggio, Il Foglio Letterario), oltre ad aver esplorato il mondo della web tv con l'esperienza targata Decamerette.

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