Enrico Macioci Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/enrico-macioci/ un blog di approfondimento culturale Mon, 06 Jul 2026 13:28:29 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Enrico Macioci Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/enrico-macioci/ 32 32 Schillaci l’Arcitaliano https://minimaetmoralia.it/libri/schillaci-larcitaliano/ https://minimaetmoralia.it/libri/schillaci-larcitaliano/#respond Tue, 07 Jul 2026 07:30:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=57849 di Enrico Macioci Corrado de Rosa scrive di – e da – un luogo che in Italia sembra conoscere meglio di chiunque altro: l’intersezione fra narrativa e saggistica, cronaca e storia, mito e realtà. De Rosa, che è del ’75, si trova inoltre nella posizione anagraficamente più vantaggiosa per restituire il periodo a cavallo fra […]

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di Enrico Macioci

Corrado de Rosa scrive di – e da – un luogo che in Italia sembra conoscere meglio di chiunque altro: l’intersezione fra narrativa e saggistica, cronaca e storia, mito e realtà. De Rosa, che è del ’75, si trova inoltre nella posizione anagraficamente più vantaggiosa per restituire il periodo a cavallo fra gli anni Ottanta del consumismo e dello yuppismo e la penombra crepuscolare degli anni Novanta.

In Non ero previsto (66thand2nd editore), il suo ultimo e inclassificabile lavoro, l’autore salernitano si avvale di entrambe le qualità per regalarci un ritratto dell’ex calciatore Totò Schillaci e di ciò che ha rappresentato non solo per il nostro sport ma per il nostro Paese.

Schillaci è – soprattutto – l’eroe immortale delle notti magiche, il capocannoniere dei Mondiali casalinghi del 1990; si colloca dunque al vertice – e all’inizio della fine – della parabola ascendente del calcio italiano (che al tempo ospitava le stelle più prestigiose e a livello di club dominava) e anche della società italiana (nel 1991, prima di una lunga decrescita, l’Italia vantò il quarto fatturato al mondo).

Per un mese, ovvero la durata del torneo, Totò diventa celebrità planetaria, incarnazione dei sogni e vessillo delle illusioni perdute. La nostra fresca e magnifica squadra viene infatti eliminata ai calci di rigore dall’Argentina vecchia e stanca d’un Maradona altrettanto vecchio e stanco, e però ancora capace di vendere cara la pelle. Per la mia generazione (sono, come De Rosa, del ’75), quello è il momento in cui si capisce che il lieto fine non esiste e che le favole sono solo bugie raccontate bene.

De Rosa lo spiega poco oltre metà libro, con uno dei suoi brani di esemplare e dolorosa chiarezza, frasi brevi che si susseguono alternando pugni e carezze: “Gli anni Ottanta sono finiti. Con loro se n’è andata una promessa diffusa, quasi ingenua, che riguardava tutti: l’idea che per farcela bastasse correre un po’ di più, desiderare un po’ più in grande. Il Mondiale è stato l’apice e insieme il punto di rottura: [Schillaci] non ha saputo sostenere il peso di quello che ha rappresentato. Da lì in poi, nulla ha più avuto la stessa leggerezza. Sono arrivati i Novanta. Il Sud ha rallentato. Il Made in Italy ha perso attrazione. Le stragi di mafia hanno aperto ferite che non si richiudono. Tangentopoli e Mani Pulite stanno spazzando via la grammatica pubblica. Il paese è in una fase cupa, sospettosa. Meno incline a perdonare.”

In un contesto del genere, Schillaci rappresenta una perfetta metafora del tutto. Le foto che lo ritraggono durante le notti magiche – quegli occhi sbarrati e febbrili, quella smorfia che mescola gioia e sofferenza – sono le foto della caducità e di una sottile, segreta inquietudine. Totò, annota De Rosa, non possiede l’eleganza, la bellezza o la maestà delle icone classiche, da Riva a Zoff, da Maldini a Baggio; la sua cifra rimanda viceversa a un’arcaica fragilità, alla precarietà di chi è venuto dal basso e nella vita ha sempre dovuto lottare contro il pregiudizio, lo svantaggio e, in definitiva, la sfortuna. Totò incarna la figura d’un eroe transitorio e donchisciottesco, assai più Ettore che Achille; e sembra saperlo e ricordarselo sempre, finanche nella luce accecante della gloria. E’ questa consapevolezza quasi inconscia, più ancora dei gol all’Austria e alla Cecoslovacchia, all’Uruguay e all’Eire, che lo rende visceralmente prossimo agl’italiani. “Totò” ragiona De Rosa “è il simbolo di un’Italia che non programma sé stessa. Non era previsto nel 1990, non era previsto in tv, nelle foto di gossip. Eppure, in tutti quei contesti, ha messo in mostra una qualità tutta italiana: la capacità di cavarsela, di esporsi senza difese quando non c’è un copione. Per questo il suo trash non degenera, alleggerisce. Non cancella la caduta, la rende abitabile. […] E non smettiamo di guardarlo perché nei suoi occhi spiritati c’è la promessa che cadere e rialzarsi è l’unico modo che abbiamo per restare umani.”

Come si sarà compreso dai brevi passi riportati, il libro di De Rosa si spinge comunque ben oltre il pur decisivo Mondiale del 1990, che della vicenda rappresenta il cuore e l’abisso, l’estasi e l’entropia. Diviso in un prologo più sei parti, Non ero previsto indaga l’esistenza dell’attaccante palermitano dall’infanzia nel difficile quartiere del Cep alla morte in una clinica oncologica nel settembre del 2024, passando per i primi calci, la scoperta del proprio talento, la gavetta, l’approdo alla Juventus e l’ascesa folgorante, e poi l’Inter, il Giappone, il declino lento ma implacabile, il ritiro, i reality show, le peripezie sentimentali. Proprio al termine, una confidenza che fa sanguinare il cuore di chi in quell’estate caldissima e lontana, ascoltando le parole e la musica di Nannini e Bennato, tifò, credé, pianse. In punto di morte, Schillaci confessa alla figlia che scelse di non tirare il rigore contro l’Argentina per paura di sbagliarlo più che per effettivo dolore fisico. La paura di perdere il tesoro conquistato a dispetto degli dei aveva prevalso sulla voglia di vincere: persino dopo cinque gol consecutivi al campionato del mondo Totò non era riuscito a liberarsi dai vecchi fantasmi che gl’infestavano l’anima, i fantasmi della povertà e di ciò che significa nascere in un luogo complesso, dove ciò che Rimbaud chiama la “rugosa realtà” incide fin troppo presto la tenera polpa dei sogni.

De Rosa, dunque, analizza un campione e un’epoca. E’ informato, e dispone le informazioni con acume e intelligenza. E’ presente, ma non ingombra. E’ il ritrattista, e Schillaci il ritratto. Ma ciò che rende il libro davvero speciale mi sembra la felicità narrativa.

Schillaci non diventa mai una figurina, resta invece sempre il ragazzetto del Cep che un giorno a scuola si fa volontario, pur non essendo preparato, solo per “salvare” la classe dal timore dell’interrogazione; quello che in coppia col cugino (che costruirà una carriera inferiore alle doti e alle promesse) segna caterve di gol nei campetti di periferia; quello che, come aveva capito il Professore Franco Scoglio, suo allenatore nel Messina, aveva bisogno di libertà tattica e mentale per esprimere al meglio le doti affinate in strada: fiuto, furbizia, rapidità, creatività.

De Rosa non smette mai di narrare, nemmeno quando riflette; e non smette mai di riflettere su ciò che narra. Accade col memorabile prologo, dove Schillaci ci viene mostrato nello spogliatoio del San Paolo di Napoli, nella tensione, nell’umidità, nel suono dei tacchetti e delle bottigliette che rotolano sul pavimento sporco; e poi in campo (e in gol) il fatidico tre luglio 1990, giorno della maledetta semifinale fra Italia e Argentina. E accade numerose altre volte, delle quali mi piace citarne una, molte pagine dopo. Schillaci ha appena segnato il gol della vittoria nella partita d’esordio contro l’Austria, un colpo di testa rapinoso a pochi minuti dall’ingresso in campo al posto del titolare Carnevale. Zoomando dallo stadio Olimpico di Roma al bar del Cep di Palermo, De Rosa s’inventa una scena di hemingwayano nitore, incastrata al centro della prima – e più stupefacente – delle notti magiche: “Un vecchio seduto davanti al bar si alza dalla sedia di plastica e guarda verso nord, come se potesse vedere Roma e l’Olimpico.” E’ in simili squarci improvvisi, laddove l’invenzione corrobora e rinforza la cronaca,  che De Rosa ci restituisce la storia di Totò – e di conseguenza anche la nostra.  

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“Sfondate la porta ed entrate nella stanza buia”, un estratto https://minimaetmoralia.it/estratti/sfondate-la-porta-ed-entrate-nella-stanza-buia-un-estratto/ https://minimaetmoralia.it/estratti/sfondate-la-porta-ed-entrate-nella-stanza-buia-un-estratto/#respond Thu, 28 Apr 2022 06:00:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50235 Pubblichiamo l’incipit di “Sfondate la porta ed entrate nella stanza buia” di Enrico Macioci, in uscita oggi per TerraRossa Edizioni, che ringraziamo. di Enrico Macioci 10 giugno 1981 Credo quia absurdum Nel giugno del 1981 Christian Crèoli era il mio migliore amico.  Oggi quel tempo mi appare talmente lontano che potrei averlo immaginato. Spesso, ricordo, […]

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Pubblichiamo l’incipit di “Sfondate la porta ed entrate nella stanza buia” di Enrico Macioci, in uscita oggi per TerraRossa Edizioni, che ringraziamo.

di Enrico Macioci

10 giugno 1981

Credo quia absurdum

Nel giugno del 1981 Christian Crèoli era il mio migliore amico. 

Oggi quel tempo mi appare talmente lontano che potrei averlo immaginato. Spesso, ricordo, avevo paura di alzarmi dal letto e scoprire che la mia esistenza fino ad allora era consistita in un sogno, il sogno di uno sconosciuto, e mi sentivo come il modellino di una barca a vela dentro una bottiglia: finto, prigioniero, inerme. Temevo che se avessi rotto il vetro della bottiglia, cioè se mi fossi alzato dal letto, avessi attraversato il corridoio e raggiunto la cucina, avrei trovato al posto di mia madre una donna mai vista, capelli neri e lunghi, alta, fredda, inavvicinabile. Mentre riempiva la tazza di cereali e ci versava sopra un po’ di latte, la donna mi avrebbe dato il buongiorno pronunciando un nome diverso dal mio, pronunciando cioè il mio vero nome che io non conoscevo, e io mi sarei accasciato fra il mobile della tv e la dispensa formulando il mio ultimo pensiero razionale: era stata tutta una bugia. Universi paralleli, dimensioni aliene da cui ci separa lo strato più o meno sottile della nostra incredulità, porte girevoli che ogni tanto si fermano e d’improvviso ripartono, prendendoci con sé o rifiutandoci – o invece semplici, innocenti fantasie. 

Nel giugno del 1981 avevo sei anni e oggi ne ho quarantacinque, ma il tempo trascorso mi sembra più lungo d’un intervallo di trentanove anni. Immensamente più lungo. Il mondo del 1981 non era diverso rispetto al mondo d’oggi, era proprio un altro. Diverso non rende l’idea poiché non parlo di gradazioni, parlo di natura. Accostare il mondo del 1981 al mondo d’oggi è come accostare Pac-Man a Fortnite, Fantastico al Grande Fratello, Maradona a Messi, un diario a una pagina Facebook. Da allora sono successe troppe cose troppo in fretta, e se ficchi troppe cose in un lasso di tempo troppo breve il tempo si sfonda. Noi ci sfondiamo.

Mentre scrivo queste righe, un virus pandemico insidia l’umanità. Il ghiaccio dei poli si scioglie, in Australia gl’incendi bruciano milioni di ettari sterminando miriadi d’animali selvatici, le foreste dell’Amazzonia perdono un lembo al minuto. La democrazia è un’astrazione e i super-ricchi muovono le fila di sette miliardi e mezzo di umani dalle loro caverne cibernetiche. Lo sviluppo è il nostro mantra, la tecnologia il nostro scongiuro, la scienza la nostra religione. La disgrazia si è mutata in apocalisse, l’apocalisse in quotidianità e il pianeta in un’anfora di urla dementi. Non facciamo che sbranarci sui social, e appena ci stacchiamo dal pc o dallo smartphone è l’incantesimo del televisore a tenderci la sua vecchia, infallibile trappola.

Certe volte penso che il mostro sia nato dentro quella scatola dallo spessore sempre minore e dal potere sempre maggiore. Certe volte penso che sia nato il 10 giugno 1981 in un pozzo artesiano della campagna di Frascati, zona Selvotta, località Vermicino, provincia di Roma. Al più tardi potrebbe essere nato il 13 giugno 1981, quando l’inviato della rai Giancarlo Santalmassi inaugurò, recitando una manciata di frasi, un’èra nuova e ambigua, la nostra: «Volevamo vedere un fatto di vita e abbiamo visto un fatto di morte. Ci siamo arresi, abbiamo continuato fino all’ultimo. Ci domanderemo a lungo prossimamente a cosa è servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremmo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare».

Santalmassi parlò attraverso un microfono e venne ripreso da una telecamera, ma le sue furono le frasi di un profeta di sventura, di un moderno e grottesco Geremia. Grazie al suo discorso la tv, per la prima e unica volta, cercò di raccontarci la verità – ma la verità ci risultò insopportabile e noi la rigettammo. Tutti ascoltammo e nessuno volle ascoltare. Tutti capimmo e nessuno volle capire. Il pozzo artesiano c’invitò a sporgerci dal bordo e guardare, e ciò che vedemmo non fu il fondo bensì la sua mancanza. Santalmassi c’invitò a scrutare il nostro abisso. Il pozzo di cui parlava era il medesimo sfidato da Nietzsche prima d’impazzire. Stavolta impazzimmo tutti. 

Se un buco nero del raggio di quattro virgola cinque millimetri pesa suppergiù come il pianeta Terra, quanto pesò nel nostro immaginario il buco nero di Vermicino, il cui pozzo misurava ventotto centimetri di diametro? Dal giugno del 1981 noi osserviamo una realtà ingannevole imprigionata dietro una lastra opalescente – il ventre di una serpe che striscia in un canneto. Tuttavia scrivendo m’impegno a testimoniare solo ciò che mi sembra corrispondere al vero. Non è facile e non so se ne sono capace, poiché il mio impegno esige di tornare nel passato, e tornare nel passato esige di smarrirsi e perdere l’orientamento. Dunque sarò più equanime, con me stesso e con voi, se chiamerò atto di fede ciò che segue.

Credo che nel giugno del 1981 Christian Crèoli fosse il mio migliore amico, e credo di non avere mai più avuto un amico migliore. Credo che il sentimento che nutro verso Christian dipenda da ciò che accadde fra il 10 e il 13 giugno del 1981, e credo che ciò che accadde fra il 10 e il 13 giugno del 1981 determinò ciò che accade oggi. Credo che la sorgente del panico globale iniziò a sgorgare dalle zolle del nostro inconscio la sera del 10 giugno del 1981: in principio un minuscolo fiotto buio, poi un geyser, un fiume, un mare di buio. Erano all’incirca le diciannove. L’aria era mite e l’estate si allungava sulle ombre cineree degli alberi, sulle chiome verdi scosse dal vento, sui campi gravidi e sugli scorci d’azzurro. Un bimbo tornava a casa. Forse aveva fretta di arrivare. Forse aveva fame o paura o invece era contento. Forse correva. A un certo punto mise un piede in fallo.

E noi con lui.

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Sovvertire l’algebra: “Tommaso e l’algebra del destino” di Enrico Macioci https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/sovvertire-lalgebra-tommaso-e-lalgebra-del-destino-di-enrico-macioci/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/sovvertire-lalgebra-tommaso-e-lalgebra-del-destino-di-enrico-macioci/#respond Fri, 05 Mar 2021 07:00:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47961 "Tommaso e l'algebra del destino" è un romanzo di formazione che parla di abbandono, solitudine, trauma, innocenza, sacrificio. L'approfondimento di Alfredo Palomba.

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di Afredo Palomba

«La malasorte è un sommo artista dei dettagli», scrive Enrico Macioci in Tommaso e l’algebra del destino (Sem, 2020). E la malasorte decide, un giorno, di accanirsi su un bambino di cinque anni e mezzo, Tommaso Rovere, il protagonista del romanzo, che si ritrova chiuso nell’auto paterna mentre il genitore egoista e responsabile di averlo lasciato solo lotta, in coma, per sopravvivere. La prima cosa che verrebbe da chiedersi è: può una vicenda che dura poco più di ventiquattr’ore – dall’alba del 14 all’alba del 15 agosto 2014 – costituire a tutti gli effetti un romanzo di formazione, sebbene oltretutto la ‘formazione’ riguardi un cinquenne? Sì, a quanto pare è possibile.

Il tempo che passa è elemento problematico, in un bildungsroman; posto allora che Tommaso e l’algebra del destino lo sia, qui il tempo è più che problematico: è un nemico sadico, impietoso, scandito meticolosamente dalla voce narrante. Questa procede, in un consapevole indiretto libero, di personaggio in personaggio, analizzandone l’intimità alla maniera di un entomologo ma come tenendo d’occhio l’orologio, considerando con freddezza l’avvicendarsi dei minuti e delle ore e, sempre, tornando all’agonia del piccolo protagonista. Tommaso, imbrigliato al seggiolone sul sedile posteriore della Citroën di Giorgio Rovere, i vetri semioscurati da una tenda traforata e quindi difficilissimo a essere individuato dagli sparuti passanti, avverte su di sé l’angoscia del prolungato abbandono in una condizione fisica e psicologica sempre più compromessa, accompagnato da voci interiori che solo in parte sembrano emanazioni di una psiche infantile prostrata e sono invece più simili a veri e propri fantasmi: un coro greco che lo circonda – ora incoraggiandolo e suggerendogli strategie di sopravvivenza, ora spaventandolo a morte – e lo aiuta ad acquisire coscienza della sua desolata condizione. «La solitudine – dice il narratore – allunga il tempo, lo rende appiccicoso come un chewing gum. La solitudine fa crescere i bambini più in fretta, sottrae loro il sogno dell’eterna felicità, […] non rispetta le regole del tempo. La solitudine è un’onda di tempo senza frammenti, è puro tempo nudo e crudo», tempo da riempire perfino di spettri, pur di non impazzire.

Non stupisce che un’esperienza così sconvolgente, per un bimbo dell’età di Tommaso, costituisca un addio definitivo allo stupore dell’infanzia e, forse, è proprio tale rinuncia l’elemento più doloroso del romanzo di Macioci: «Nella testa di Tommaso scattò un clic. Una porta fino a quel momento aperta – la porta della stanza luminosa che ospitava le fate, i maghi, Babbo Natale, gli gnomi, gli unicorni – si chiuse con un colpo secco lasciandolo fuori, al buio».

L’ingresso nell’età adulta prelude allora al mondo di un padre incomprensibile, traditore, che «se ne sbatte il cazzo» di Tommaso, di un nonno pur affettuoso e protettivo ma che non è lì ad aiutarlo, di una madre incapace di ammettere il naufragio del proprio matrimonio, perché «gli adulti parlano e parlano e il più delle volte non mantengono le loro promesse». Gli uomini e le donne che popolano il romanzo, anche le comparse, sono sempre figure irrisolte, in qualche modo in crisi, e proprio in una situazione di crisi il piccolo Tommaso arriva, e contrario, a somigliare al padre, per il destino miserando e in apparenza comune a entrambi di «spegnersi nell’immobilità, nell’impotenza e nella stupidità»: Giorgio per un ridicolo incidente e Tommaso vittima di una malasorte che, si diceva all’inizio, ama scompaginare le possibilità di salvezza e sembra procedere inarrestabile insieme alle vicende, alone mortifero – a un certo punto addirittura manifesto – che impregna il presente del piccolo prigioniero e lo avvelena.

Romanzo, Tommaso e l’algebra del destino, in cui Macioci paga il proprio debito alla narrativa di Stephen King, riproponendo tanto alcune atmosfere rarefatte e infantili de La bambina che amava Tom Gordon quanto quelle claustrofobiche, schizoidi di Misery. Romanzo, pure, non privo di difetti formali, quali inefficaci reticenze della voce narrante – «ma non era una sagoma bensì… qualcos’altro»; «La figura si era girata mantenendosi immobile, e il volto… il suo volto…», «Tommaso sembrava sul punto di… di…» etc. – o un ritornare troppo insistito a concetti acquosissimi quali “anima” e “vita” – «la vita è una guerra. La vita è un giro di giostra», «La vita è un’algebra ancora da decifrare» etc. – che talvolta ingoffiscono il narratore onnisciente e lo fanno rassomigliare a una sorta di filosofo sapienziale urbano.

Romanzo peraltro molto ben scritto, in cui il lettore è condotto in una storia ai limiti dell’horror che sa parlare con toni lievi di abbandono, solitudine, trauma, innocenza, sacrificio. Ed è proprio sul concetto di sacrificio che gioca il finale, e sull’esortazione, anche crudele, a non smettere di credere, perché «credere trasformava la realtà». Questo imparerà Tommaso, scontando sulla sua pelle tutta la sofferenza necessaria a sovvertire l’algebra del destino, a cambiare la realtà, a sopravvivere.

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Quando i padri scrivono ai figli https://minimaetmoralia.it/recensioni/padri-scrivono-ai-figli/ https://minimaetmoralia.it/recensioni/padri-scrivono-ai-figli/#comments Mon, 26 Jun 2017 06:00:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34684 Questo articolo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Se per Lord Chesterfield a metà ’700 il padre è chi scrive lettere al figlio per chiarirgli quali comportamenti adottare in società, è sempre per via epistolare che durante la detenzione Antonio Gramsci raccomanda ai figli lontani di mangiare con appetito e studiare con profitto, facendo di nuovo coincidere paternità e scrittura.

Una paternità che muta nel tempo la sua sostanza: da visione del mondo salda e tetragona diventa sempre più vaga e fugace (dunque sempre più umana). Così che a inizio ’900 Kafka immagina un padre che provando a tagliare una forma di pane con un coltello non riesce neppure a intaccare la crosta: «Non è più strano che una cosa riesca anziché che non riesca?», domanda ai figli perplessi.

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Questo articolo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Se per Lord Chesterfield a metà ’700 il padre è chi scrive lettere al figlio per chiarirgli quali comportamenti adottare in società, è sempre per via epistolare che durante la detenzione Antonio Gramsci raccomanda ai figli lontani di mangiare con appetito e studiare con profitto, facendo di nuovo coincidere paternità e scrittura.

Una paternità che muta nel tempo la sua sostanza: da visione del mondo salda e tetragona diventa sempre più vaga e fugace (dunque sempre più umana). Così che a inizio ’900 Kafka immagina un padre che provando a tagliare una forma di pane con un coltello non riesce neppure a intaccare la crosta: «Non è più strano che una cosa riesca anziché che non riesca?», domanda ai figli perplessi.

Ugualmente incerti i padri raccontati da Bruno Schulz, padri labili, aeriformi, che si dissolvono nelle pareti. Ma tutt’altro che evaporare davvero, i padri continuano a essere narrati (e a narrarsi) per mettere a fuoco lo scarto tra ciò che fu il loro ruolo tradizionale e un nucleo di vulnerabilità sempre più incoercibile. I padri di carne si fanno «padri di carta» per narrare la loro inadeguatezza.

Sulla falsariga di Tutti i bambini tranne uno di Philippe Forest – un memoir che è il punto di non ritorno del racconto del lutto più spaventoso –, in Nell’ora violetta (Sellerio, traduzione di Maria Nicola) lo spagnolo Sergio del Molino si cimenta con l’indicibile:«Questo libro è un dizionario di una sola voce, alla ricerca di una parola che nella nostra lingua non esiste: quella che dà un nome ai genitori che hanno visto morire i loro figli». A partire dall’incipit, del Molino descrive l’anno trascorso dalla prima diagnosi della leucemia, quando Pablo ha dieci mesi, fino alla scomparsa del suo bambino.

Traslocare il proprio quotidiano in ospedale vuol dire apprendere nuove prassi, così come sopportare lo smarrimento che si avverte durante gli sporadici rientri a casa, quando la mancanza non è un vuoto ma «una massa che cresce e si impadronisce della cucina, del corridoio, delle stanze». Ci si ritrova allora a immaginare un altrove qualsiasi, «un posto bianco dove non succede niente», non tanto un luogo quanto «un futuro per noi», e intanto si spera, si cede, la fiducia fa ancora capolino, ma alla fine ciò che deve accadere accade e il dolore si rivela l’unico patrimonio, quello di cui ci si deve prendere cura, un altro modo per nominare il legame: «Io sono il mio dolore e il mio dolore sei tu».

Nella prima scena di Lettera d’amore allo yeti di Enrico Macioci (Mondadori), all’inizio di un’estate successiva a un grave lutto, padre e figlio percorrono in bicicletta il lungomare di una località turistica ragionando sull’abominevole uomo delle nevi, che per il bambino è oggetto d’amore e timore («Ti volio bene mi fai paura»). È la sintesi di che cos’è il rapporto tra un padre e un figlio: traballare insieme in groppa a un pezzo di ferro con le ruote, scorrendo piano su un filo di strada che non è visibile fino a quando non viene percorso. Durante questo viaggio funambolico occorre di continuo bilanciarsi, e si deve provare a rispondere a ogni domanda («chiacchierare coi bambini è questione d’equilibrio»). Scritto in una zona dell’immaginario dove si intersecano Stevenson, Melville e Stephen King, il romanzo di Macioci inserisce il racconto della paternità in un contesto horror, tra mostri fantasticati e reali (talmente fantasticati, viene da dire, da diventare reali), dando forma a una storia di fantasmi che permetterà al padre-narratore di scoprire di essere, nella vita del figlio, non chi deve salvarlo ma chi, da una posizione gregaria, può solo cercare di contenere i rischi («Io sono un rallentatore di mostri»).

Altrettanto (e orgogliosamente) gregario, terrorizzato all’idea che alla sua bambina possa succedere qualcosa di male (tanto da immaginare di preservarla rinchiudendola in un «bunkerino», uno spazio tempo iperprotetto e claustrofilico in cui non ci sia altro che il legame con la figlia), è il padre raccontato da Alessandro Garigliano in Mia figlia, don Chisciotte (NN Editore).

Alternando pagine di riflessione acutissima sul capolavoro di Cervantes alla descrizione di un uomo che passa il tempo cristallizzato in casa «seppellito dalla finzione», Garigliano mette in scena un padre disarmato che ogni giorno indossa il gessato grigio del matrimonio travestendosi da docente universitario per far credere alla figlia di esistere come gli altri padri, non essendo invece che «un uomo vecchio rispetto al futuro», dunque un individuo fuori sincrono, postumo, un po’ ridicolo e un po’ cialtrone.

Il suo lavoro più autentico, l’unica circostanza in cui è davvero presente, è osservare (e inventare) la bambina – «la sua nuovissima vita» – alle prese con un moltiplicarsi di avventure che coinvolgono lupi, draghi, principeffe; mentre nel suo sguardo la paura si mescola allo stupore culminando in un senso di struggimento, il padre comprende che in famiglia l’unico hidalgo visionario e temerario, chi trasfigura e combatte e ininterrottamente sperimenta il mondo secondo desiderio, è la figlia, mentre a lui tocca essere Sancio, colui che a dorso d’asino segue il cavaliere, un padre-scudiero, testimone e cronista letterario.

Un «padre di carta», autentico proprio perché rarefatto, volubile, creaturale; un padre ammutolito eppure narratore; un mitomane tragico: uno straordinario impostore.

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Le scritture che traboccano https://minimaetmoralia.it/libri/le-scritture-che-traboccano/ https://minimaetmoralia.it/libri/le-scritture-che-traboccano/#comments Mon, 11 Feb 2013 08:00:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12712 Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Composition IV, Wassily Kandinsky.)

Ci sono scritture che traboccano. La sostanza liquida della lingua non sta più nel suo alveo, raggiunge i bordi e comincia a tracimare. Alla leggenda (o alla storia) dei libri «scritti a tavolino» – e i tavolini più inquietanti non sono quelli che starebbero nascosti nei seminterrati delle grandi case editrici ma quelli conficcati nel cranio di chi scrive – queste scritture reagiscono rompendo ogni argine formale, procedendo per effrazioni della sintassi e smisurando la scelta lessicale. Dando vita, dunque, a vere e proprie visioni.

La loro pubblicazione accade in modo anomalo. Dovrebbe essere un’irruzione sulla scena letteraria, l’equivalente di una piccola abnorme fecondissima catastrofe. Nella realtà dei fatti sbalordisce la quota di silenzio che nella maggior parte dei casi ne accompagna la comparsa (rendendola dunque indistinguibile dalla scomparsa, come se la pubblicazione fosse per questi libri una fase dell’oblio). Scritture simili, rispetto ai boati dei primi posti delle classifiche di vendita, sono suoni sottilissimi, infrasuoni che domandano un ascolto altrettanto sottile e accurato. Nel momento in cui decidiamo di dedicarglielo, ci inoltriamo in una serie di scoperte.

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Composition IV, Wassily Kandinsky.)

Ci sono scritture che traboccano. La sostanza liquida della lingua non sta più nel suo alveo, raggiunge i bordi e comincia a tracimare. Alla leggenda (o alla storia) dei libri «scritti a tavolino» – e i tavolini più inquietanti non sono quelli che starebbero nascosti nei seminterrati delle grandi case editrici ma quelli conficcati nel cranio di chi scrive – queste scritture reagiscono rompendo ogni argine formale, procedendo per effrazioni della sintassi e smisurando la scelta lessicale. Dando vita, dunque, a vere e proprie visioni.

La loro pubblicazione accade in modo anomalo. Dovrebbe essere un’irruzione sulla scena letteraria, l’equivalente di una piccola abnorme fecondissima catastrofe. Nella realtà dei fatti sbalordisce la quota di silenzio che nella maggior parte dei casi ne accompagna la comparsa (rendendola dunque indistinguibile dalla scomparsa, come se la pubblicazione fosse per questi libri una fase dell’oblio). Scritture simili, rispetto ai boati dei primi posti delle classifiche di vendita, sono suoni sottilissimi, infrasuoni che domandano un ascolto altrettanto sottile e accurato. Nel momento in cui decidiamo di dedicarglielo, ci inoltriamo in una serie di scoperte.

Per esempio che narrazioni di questo tipo – ognuna direttamente o indirettamente liberata anche grazie a voci come quelle di Antonio Moresco, di Giulio Mozzi e di Giuseppe Genna – si collocano in una zona espressiva in cui convergono tanto la fame di linguaggio di Dino Campana quanto il millenarismo febbrile di Dante Virgili. Il sacro e lo sberleffo si compenetrano, l’impulso feroce verso l’astrazione più geometrica e la pulsione altrettanto frenetica nei confronti di tutto ciò che vive nel profondo dei nostri corpi si annodano l’uno all’altra.

Scritture contraddittorie, quindi sospette. Perché alla fisiologia presunta – pretesa?, obbligatoria? – del plot dominante nel mainstream osano opporre la meravigliosa patologia della lingua; non il recupero di mere sperimentazioni del passato quanto il desiderio agonistico se non conflittuale di confrontarsi con il letterario nella sua manifestazione originaria.

Nel 2012, e limitatamente alle mie letture (senza quindi pretendere di esaurire il discorso), sono comparsi quattro romanzi esorbitanti.

A gennaio Ponte alle Grazie ha pubblicato Tutto cospira a tacere di noi di Daniela Ranieri. Già dal titolo – un verso di Rilke – penetriamo all’interno di quel processo di autosabotaggio che è il presente italiano. Tacere, o meglio ammutolire, addestrarsi alla sparizione, sembra la colonna vertebrale delle generazioni tra i venti e i quarantacinque anni. Attraverso la storia di Luigi Trevor – sovversivo informatico assunto da una società di comunicazioni – Ranieri racconta «il vero mondo del lavoro finto», l’arcipelago di fenomeni sempre più sconnessi (e, va detto, sempre più tragicomicamente affascinanti) del terziario avanzato contemporaneo. In un romanzo orgogliosamente intemperante, ricco fino all’incontenibilità, l’autrice compone uno zibaldone, un trattato di biopolitica in cui lo stile è già in sé, in ogni sua parte, eversione.

La dissoluzione familiare di Enrico Macioci (Indiana Editore, con le illustrazioni di Maurizio Rosenzweig) è apparso a febbraio. Ragionare su questo libro permette – circostanza rara – di fare a meno di quei criteri tramite cui si identifica solitamente quanto sta dentro a un parallelepipedo di carta. Non occorre parlare di trama, preoccuparsi dei personaggi o dei luoghi in cui l’azione si svolge; non è neppure esatto fare riferimento a una vera e propria azione. Niente temi, niente attualità, nessun sociologismo, niente psicologie. C’è un bambino – il principe Poppy – che nasce in una Città che da qualche parte contiene dentro di sé L’Aquila, e c’è un irradiarsi di scrittura che sgorga da questa nascita-cratere. Leggendo La dissoluzione familiare (e perdendosi in una tessitura che sembra generata con la complicità di Lawrence Sterne) viene in mente la casa di Sergio Endrigo, «senza soffitto senza cucina». Una scrittura come questa – materia linguistica e immaginativa allo stato puro – è un luogo splendidamente inabitabile.

L’impero familiare delle tenebre future (il Saggiatore), esordio narrativo di Andrea Gentile, ha un’ambizione ineludibile: «Dirò l’immenso, nulla». Una ragazza si mette in cerca della madre, il suo viaggio avviene in uno spaziotempo solo in parte decifrabile. Mentre un Papa infinitamente muore, si cammina sostenendosi a bastoni di quercia amara. Il percorso condurrà la ragazza fino al letto vuoto di un ospedale e poi, ancora, al labirinto di un cimitero bianchissimo, nessuna parola sulle lapidi, nessuna data, nessun volto negli ovali delle foto, gli sguardi ridotti (elevati?) ad abrasione, a luce minerale. Per Gentile la ragione nucleare di ogni ricerca è questa: il presentimento insostenibile di non essere (più) guardati, di essere esclusi dalla percezione del mondo. Lo smantellarsi di ogni forma terrestre (sia essa orografica o linguistica) interviene non come apocalisse – perché la rivelazione attiene al percorso e non al suo esito – ma come liberazione tramite un radicale capovolgimento prospettico. Perché, racconta Gentile, non c’è altro da fare che attraversare le tenebre presenti, ritrovarci con la terra in alto e, in basso, un cielo da fissare.

Il diciottesimo compleanno (Transeuropa) è il primo libro del cinquantasettenne Riccardo Romagnoli. Matteo è un Amleto feroce che esita sulla soglia della maggiore età. Suo padre e sua madre dormono con una pistola sotto il cuscino, alla nascita il gemello di Matteo è nato morto. La vita è ciò che contiene il suo inseparabile contrario. Nel raccontare il tempo sempre più minutamente traumatico che precede il diciottesimo anno, Romagnoli dà forma a un desiderio metamorfico. Non solo l’io è, nella sua porosità, un fenomeno proteiforme; il desiderio di essere tutto il possibile appartiene in primo luogo alla lingua. In questo libro ogni frase è un animale famelico, pauroso e rabbioso, qualcosa che divorando (e divorandosi) trasmuta da una a un’altra possibilità di esistenza.

Scritture al contempo secche e tortuose, nitide e frastagliate, apodittiche o giocose; necessarie come sono necessari i traccianti luminosi in cielo quando muovendosi a terra, nel folto di un bosco, orientarsi ad altezza occhi è impossibile. Serve una rotazione del capo, serve riconoscere nel buio l’esistenza di un quinto punto cardinale che ci indichi una direzione radicalmente sbagliata, un verso fertilmente errato (ed errante): quella cattiva strada sulla quale la letteratura ancora accade.

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