esordi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/esordi/ un blog di approfondimento culturale Wed, 05 May 2021 09:37:15 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg esordi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/esordi/ 32 32 L’attesa dell’esordio https://minimaetmoralia.it/scrittura/lattesa-dellesordio/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/lattesa-dellesordio/#respond Wed, 05 May 2021 07:00:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48525 Francesca Chiappa racconta l'esordio di Elisabetta Pierini con "La casa capovolta", arrivato dopo la vittoria del premio Italo Calvino.

L'articolo L’attesa dell’esordio proviene da Minima et Moralia.

]]>
di Francesca Chiappa (editrice Hacca Edizioni)

«Ho iniziato a scrivere tardi perché avevo bisogno di accumulare esperienze. Sono sempre stata in casa, e credevo che quello che vivevo ogni giorno non fosse interessante da raccontare.»

Ascolto Elisabetta Pierini, scrittrice, assistente tecnica all’Università di Urbino, madre di quattro figli; la ascolto e penso a Shirley Jackson.

Non solo perché all’attività di scrittura affianca la vita casalinga, ma soprattutto perché dopo aver letto il suo romanzo “La casa capovolta” – dal 6 maggio in libreria per noi di Hacca – mi accorgo che lo sguardo dentro le stanze ha la stessa matrice fantasmatica, perturbante.

Proprio questa sua attesa tra le mura domestiche ha fatto sì che Elisabetta Pierini esordisse tardi, vincendo – ex aequo con Cesare Sinatti – la XXIX edizione del Premio Letterario Italo Calvino all’età di 52 anni. Un premio che ha avuto il merito, tra gli altri, di segnalare opere inedite di scrittrici adulte, forse anche grazie a quel meccanismo di anonimato che permette alla Giuria chiamata a valutare le opere finaliste di non accedere alla biografia degli autori dei testi. Penso a Emanuela Canepa e Mariapia Veladiano, entrambe vincitrici del Premio Calvino all’età di 50 anni, entrambe poi pubblicate da Einaudi Stile Libero – rispettivamente “L’animale femmina” e “La vita accanto” – autrici ora tra le più amate del panorama italiano; e si trattò di esordio tardivo anche quello di Paola Mastrocola quando nel 1999 vinse con “La gallina volante”, presentato con lo pseudonimo di Enrica Tolmer perché «il mio nome era segnato dai fallimenti. Volevo cambiare identità e vita. Mandai il manoscritto così, non pensavo di vincere». Romanzo che verrà poi selezionato da Luigi Brioschi per Guanda e firmato con il vero nome dell’autrice, aprendo anche per lei un fortunatissimo percorso letterario.

Penso a Loredana Lipperini e alla scelta che fece di affidare a un eteronimo, Lara Manni, il suo approdo alla narrativa fantastica dopo un lungo percorso come giornalista, saggista e blogger; eteronimo che venne poi svelato e bruciato, causando alla scrittrice marchigiana un doloroso smarrimento: «Scrivendo della Valle scrivo di quel che è perduto: mio padre, la mia giovinezza, l’infanzia dei miei figli, Chiara, l’eteronimo, la Valle stessa. Sto fermando le cose che spariranno, le vite che sono sparite». Ora firma con nome e cognome le sue opere narrative (“L’arrivo di Saturno”, “Magia nera”, “La notte si avvicina”, tutti pubblicati da Bompiani), e possiamo intervistarla e ascoltarla presentare i suoi libri.

È tra gli ostacoli che pone l’editoria italiana quello di esordire in età adulta, come pure la scarsa attenzione ai racconti, o alla narrativa di anticipazione. Sono barriere che si costruiscono a forza di nominarle e che spesso sono smentite dalla risposta dei lettori. Fino a qualche anno fa era un tabù anche pubblicare esordi, almeno per l’editoria mainstream, che lasciava il compito di fare scouting e scoprire nuove voci letterarie alle case editrici più piccole; l’esordio, nel 2008, dell’allora ventiseienne Paolo Giordano – che con “La solitudine dei numeri primi”, Mondadori, scala le classifiche e vince a sorpresa il Premio Strega – cambia tutto, scombina le regole, e i grandi marchi editoriali si mettono alla ricerca di scrittori giovani, giovanissimi: negli anni immediatamente successivi esordiranno con editori medio-grandi scrittrici come Silvia Avallone (Rizzoli, 2010), Alessia Gazzola (Longanesi, 2011), Viola Di Grado (e/o, 2011), che poi rimarranno voci di riferimento della narrativa italiana.

È di quello stesso periodo l’esordio, alle soglie dei cinquant’anni, della scrittrice sarda Milena Agus grazie all’interessamento di Ginevra Bompiani per Nottetempo (“Mentre dorme il pescecane”, 2005); eppure dobbiamo aspettare l’enorme successo che il suo secondo romanzo (“Mal di pietre”, 2006) avrà in Francia perché il suo nome riecheggi anche al grande pubblico italiano.

Sappiamo allora che le nostre amate scrittrici italiane che hanno praticato a lungo l’attesa sono poi riuscite a trasformare il minuto avvicendarsi dei giorni in storie.

Alcune hanno svelato il massacro che opera il tempo. Spesso nelle loro opere possiamo incontrare personaggi non più giovani che si misurano con sentimenti resi più complessi dalle esperienze vissute, ma anche con i fastidi e le malattie che l’età fa emergere: ecco la nonna di “Mal di pietre” afflitta dai calcoli renali, l’alzheimer di zia Camilla nel recente “Adesso che sei qui” di Mariapia Veladiano, o la famosa Olive Kitteridge, che invecchia sempre più goffa e acida; non a caso quest’ultima è il personaggio, fastidiosamente normale eppure amatissimo, di un’altra scrittrice che si è affacciata tardi sul mercato editoriale per poi aggiudicarsi il Premio Pulitzer: Elizabeth Strout.

Altre, come Loredana Lipperini e Elisabetta Pierini, hanno tradotto quello sguardo domestico in narrazione del perturbante: dalle case, dalle stanze e dai corridoi, dalle strade che si muovono appena fuori le soglie, hanno operato un travaso di orrori quotidiani, ossessioni domestiche, perversioni, istinti di vendetta e sopraffazioni.

Penso allora ancora una volta a Shirley Jackson: «Mi racconto storie tutto il giorno. Mentre rifaccio i letti e lavo i piatti e vado in paese a cercare le scarpette da ballo, mi racconto delle storie. Storie su qualunque cosa. Semplici storie» (“Paranoia”, Adelphi, trad. Silvia Pareschi), e mi pare di scorgere nella dimensione dell’attesa una sorgente freschissima da cui attingere per rinnovare l’immaginario della nostra narrativa contemporanea.

L'articolo L’attesa dell’esordio proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/scrittura/lattesa-dellesordio/feed/ 0
Discorsi sul metodo – 26: Antonio Moresco https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-26-antonio-moresco/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-26-antonio-moresco/#comments Thu, 25 Oct 2018 06:00:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38220 Antonio Moresco è nato a Mantova nel 1947. Il suo ultimo libro è L’adorazione e la lotta (Mondadori 2018) * * * Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura? Lavoro per brevi periodi all’anno, perché nel resto del tempo mi lascio ghermire da altre imprese: lunghi ed estremi […]

L'articolo Discorsi sul metodo – 26: Antonio Moresco proviene da Minima et Moralia.

]]>

Antonio Moresco è nato a Mantova nel 1947. Il suo ultimo libro è L’adorazione e la lotta (Mondadori 2018)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Lavoro per brevi periodi all’anno, perché nel resto del tempo mi lascio ghermire da altre imprese: lunghi ed estremi cammini, follie cinematografiche e di altro tipo, illusioni, delusioni, fantasticherie… Però quando chino la testa sul tavolo lo faccio in modo concentrato al massimo e con disciplina militare.
Lavoro circa sei ore al giorno, perché non potrei sostenere più a lungo la tensione. Non mi prefiggo un certo numero quotidiano di pagine da raggiungere perché ci sono zone del libro più o meno ardue, parti più dialogate e altre meno, ci sono inizi (come quello in cui sono conficcato adesso) talmente impennati e dove sento talmente l’attrito dell’invenzione che riesco a scrivere solo poche righe al giorno, mentre altre volte riesco a scrivere fino a 8-10 pagine al giorno. La lucina, per esempio, è stata scritta in 14 giorni, Canti del caos in 14 anni. Ma non c’è differenza: 14 giorni e 14 anni sono esattamente la stessa identica cosa.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo per lo più nella camera dove dormo, su un tavolino in fondo al letto, spostando ogni volta pile di cartelle e di manoscritti da questo tavolino al letto e viceversa. Ma anche in un sottotetto oppure in un luogo dove, quando posso, vado a isolarmi. Però sempre in un posto mio, che conosco, dove ho respirato e scritto, dove la bestia ferita non ha paura di mettere la testa fuori dalla sua tana.
All’inizio scrivevo per lo più di pomeriggio e di notte, adesso di mattina. Mi alzo presto e scrivo fino alle 13-14, perché di mattina il tuo corpo e la tua mente sono più riposati e più forti e possono sostenere meglio l’urto dell’invenzione, perché la tensione è tale che devono passare molte ore tra quando scrivo e quando vado a letto per riuscire ad addormentarmi.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Tutte e due le cose insieme. Scrivendo solo per brevi periodi all’anno, le cose che poi metto al mondo hanno un’incubazione lunga dentro di me. Cammino con agendine e foglietti nelle tasche della camicia, su cui scarabocchio immagini, idee, spunti che mi assalgono all’improvviso, fermandomi lungo la strada per poterli fissare con le parole esatte attraverso cui affiorano alla mia mente. Però poi, quando arrivo all’impatto, capisco che gran parte di quello che credevo di sapere non mi serve più, era solo un avvicinamento, un diaframma che devo attraversare e sfondare, che è tutto da affrontare e inventare al momento. È come se ci fosse una parete verticale di fronte a me su cui, mattina dopo mattina, devo riuscire ad arrampicarmi a mani nude.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Io ho sempre fatto e continuo a fare una sola stesura. Correggo e tormento le frasi fino allo spasimo, ma la stesura è la stessa. Non c’è per me separazione tra l’abbandono ipnotico alla narrazione e il lavoro duro, sanguinoso su ciascuna frase. Avviene contemporaneamente, passo dopo passo, frase per frase. Mentre sto scrivendo una frase e sto già pensando a quella che viene dopo mi capita di tornare indietro all’improvviso a una pagina prima, perché nel frattempo mi sono reso conto che c’era una parola inadeguata che devo sostituire subito con un’altra prima che si inabissi per sempre nella mia memoria, che c’era un giro di frase allentato. L’organismo alieno che prende corpo attraverso le parole è come un circuito luminoso che palpita contemporaneamente in ogni sua parte e in ogni suo snodo. La testa è un alveare.

Scrivi più libri in contemporanea?

Non ho mai scritto due libri in contemporanea, a meno che uno dei due non abbia una motivazione molto contingente, di servizio, e si possa scrivere rapidamente rasentando l’oralità.

Carta o computer?antonio-moresco

Ho scritto quasi tutto a mano e ci sono i manoscritti di quasi tutti i miei libri, compresi quelli enormi come Gli esordi e Canti del caos. Scrivevo a mano e poi ribattevo a macchina, molti anni fa, oppure con il computer usato come una macchina per scrivere, più avanti. Però poi correggevo sempre a mano, su carta. Alla fine ribattevo tutto a macchina oppure correggevo sul computer.
Solo da poco riesco a scrivere direttamente con il computer, e questo perché, a un certo punto della mia vita, ho realizzato che non potevo più disporre di decenni e che perciò o riuscivo ad accorciare i tempi della scrittura o non sarei riuscito a mettere al mondo ciò che ancora mi restava da scrivere. Però all’inizio non è stato facile e ho disperato di potercela fare.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Io ho il problema opposto. Non quello di trovare il modo di favorire la concentrazione ma quello di allentarla un po’. Perché quando scrivo sono concentrato a tal punto e vivo una tale trance che mi dimentico persino di respirare, vado in apnea, si interrompe o diminuisce l’ossigenazione del sangue e ho perciò dei contraccolpi penosi che mi fanno sentire una nullità: annebbiamenti continui della vista seguiti da forti emicranie quando i capillari si rilassano e il sangue riprende a scorrere, certe volte addirittura perdita della memoria e, in qualche caso, anche ischemie cerebrali transitorie. Mi devo andare a gettare sul letto, sperando che la crisi non sia troppo lunga e non lasci dietro di sé strascichi troppo pesanti. Intanto mi dispero e mi dico: “Ma cosa vuoi fare tu, che vieni continuamente spazzato via come un fuscello e devi trovare ogni volta la disperazione e la forza per ricominciare? Che opera vuoi mettere al mondo in simili condizioni?”  Da un po’ di tempo – per quel poco che serve – ho attaccato un foglio alla base dello schermo, con su scritto a caratteri cubitali: RICORDATI DI RESPIRARE.

Come hai esordito?

Ho esordito a 30 anni, in un cesso, nel senso che il mio primo libro l’ho scritto, letteralmente, in un cesso, seduto sulla tazza del water, col quaderno sulle ginocchia. Era il cesso lurido, con la moquette tutta marcia e pisciata, di un monolocale in affitto alla periferia di Milano dove ero approdato dopo dieci anni di deragliamento e dove, di notte, per non tenere la luce accesa e svegliare la mia compagna e mia figlia bambina che dormivano nell’unica stanza, ho scritto Clandestinità. Questo è stato il mio vero esordio. Lo stesso libro è stato poi pubblicato quindici anni dopo da Bollati Boringhieri e quello è stato il mio esordio pubblico come scrittore.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Nella sostanza non è cambiato molto. Scrivo ancora, in un certo senso, in un cesso, e continuo a sentire e a patire l’attrito di ogni parola che scrivo, anche se nel frattempo – credo – sono diventato un po’ più esperto. Ma non ho ancora imparato “il mestiere” e, a questo punto, credo che non lo imparerò mai.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Non mi pare ci siano opere specifiche che mi abbiano influenzato a livello tecnico. Ci sono opere che mi hanno influenzato a livello spirituale, che hanno raggiunto le mie zone più profonde e che hanno rotto l’isolamento della mia anima e indicato anche a me una strada che rendeva necessario il passaggio alla pratica della nuda parola e della scrittura. Le opere che hanno avuto grande influenza su di me, prima ancora che quelle dei grandi romanzieri che ho più amato e che continuo ad amare, come Cervantes, Melville, Balzac, Dostoevskij, Kafka…, sono libri intimi di grande intransigenza e purezza come l’epistolario di Van Gogh, che mi ha accompagnato nei periodi più bui della mia vita, oppure certi libri scritti o dettati da sante o da guerrieri, poemi antichi, lettere e diari che ci fanno andare vicino a certe zone di incandescenza e a cui possiamo unire la nostra fiamma.
Ma, se devo dire qualcosa di più “spendibile”, magari una cosa da nulla in confronto al resto, mi viene in mente un umile consiglio di Hemingway che non ho mai dimenticato, e cioè di interrompere una frase a metà prima di smettere di scrivere, per riprenderla il giorno dopo da lì, senza spezzare il filo.

“Esisti” online?

Non sono collegato a internet e non ho un profilo né su Facebook né su Twitter. Pubblico di tanto in tanto (o meglio qualche amico posta pietosamente per me) qualcosa su un sito collettivo, Il primo amore. Però so che la mia brutta faccia e la mia brutta voce postate da altri sono presenti nell’alluvione della rete.

~

[26 – continua; le precedenti interviste: Maraini, Siti, Laferrière, Moore, Énard, Luiselli, Hasbún, Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín.]

 

L'articolo Discorsi sul metodo – 26: Antonio Moresco proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-26-antonio-moresco/feed/ 5