di Francesca Chiappa (editrice Hacca Edizioni)
«Ho iniziato a scrivere tardi perché avevo bisogno di accumulare esperienze. Sono sempre stata in casa, e credevo che quello che vivevo ogni giorno non fosse interessante da raccontare.»
Ascolto Elisabetta Pierini, scrittrice, assistente tecnica all’Università di Urbino, madre di quattro figli; la ascolto e penso a Shirley Jackson.
Non solo perché all’attività di scrittura affianca la vita casalinga, ma soprattutto perché dopo aver letto il suo romanzo “La casa capovolta” – dal 6 maggio in libreria per noi di Hacca – mi accorgo che lo sguardo dentro le stanze ha la stessa matrice fantasmatica, perturbante.
Proprio questa sua attesa tra le mura domestiche ha fatto sì che Elisabetta Pierini esordisse tardi, vincendo – ex aequo con Cesare Sinatti – la XXIX edizione del Premio Letterario Italo Calvino all’età di 52 anni. Un premio che ha avuto il merito, tra gli altri, di segnalare opere inedite di scrittrici adulte, forse anche grazie a quel meccanismo di anonimato che permette alla Giuria chiamata a valutare le opere finaliste di non accedere alla biografia degli autori dei testi. Penso a Emanuela Canepa e Mariapia Veladiano, entrambe vincitrici del Premio Calvino all’età di 50 anni, entrambe poi pubblicate da Einaudi Stile Libero – rispettivamente “L’animale femmina” e “La vita accanto” – autrici ora tra le più amate del panorama italiano; e si trattò di esordio tardivo anche quello di Paola Mastrocola quando nel 1999 vinse con “La gallina volante”, presentato con lo pseudonimo di Enrica Tolmer perché «il mio nome era segnato dai fallimenti. Volevo cambiare identità e vita. Mandai il manoscritto così, non pensavo di vincere». Romanzo che verrà poi selezionato da Luigi Brioschi per Guanda e firmato con il vero nome dell’autrice, aprendo anche per lei un fortunatissimo percorso letterario.
Penso a Loredana Lipperini e alla scelta che fece di affidare a un eteronimo, Lara Manni, il suo approdo alla narrativa fantastica dopo un lungo percorso come giornalista, saggista e blogger; eteronimo che venne poi svelato e bruciato, causando alla scrittrice marchigiana un doloroso smarrimento: «Scrivendo della Valle scrivo di quel che è perduto: mio padre, la mia giovinezza, l’infanzia dei miei figli, Chiara, l’eteronimo, la Valle stessa. Sto fermando le cose che spariranno, le vite che sono sparite». Ora firma con nome e cognome le sue opere narrative (“L’arrivo di Saturno”, “Magia nera”, “La notte si avvicina”, tutti pubblicati da Bompiani), e possiamo intervistarla e ascoltarla presentare i suoi libri.
È tra gli ostacoli che pone l’editoria italiana quello di esordire in età adulta, come pure la scarsa attenzione ai racconti, o alla narrativa di anticipazione. Sono barriere che si costruiscono a forza di nominarle e che spesso sono smentite dalla risposta dei lettori. Fino a qualche anno fa era un tabù anche pubblicare esordi, almeno per l’editoria mainstream, che lasciava il compito di fare scouting e scoprire nuove voci letterarie alle case editrici più piccole; l’esordio, nel 2008, dell’allora ventiseienne Paolo Giordano – che con “La solitudine dei numeri primi”, Mondadori, scala le classifiche e vince a sorpresa il Premio Strega – cambia tutto, scombina le regole, e i grandi marchi editoriali si mettono alla ricerca di scrittori giovani, giovanissimi: negli anni immediatamente successivi esordiranno con editori medio-grandi scrittrici come Silvia Avallone (Rizzoli, 2010), Alessia Gazzola (Longanesi, 2011), Viola Di Grado (e/o, 2011), che poi rimarranno voci di riferimento della narrativa italiana.
È di quello stesso periodo l’esordio, alle soglie dei cinquant’anni, della scrittrice sarda Milena Agus grazie all’interessamento di Ginevra Bompiani per Nottetempo (“Mentre dorme il pescecane”, 2005); eppure dobbiamo aspettare l’enorme successo che il suo secondo romanzo (“Mal di pietre”, 2006) avrà in Francia perché il suo nome riecheggi anche al grande pubblico italiano.
Sappiamo allora che le nostre amate scrittrici italiane che hanno praticato a lungo l’attesa sono poi riuscite a trasformare il minuto avvicendarsi dei giorni in storie.
Alcune hanno svelato il massacro che opera il tempo. Spesso nelle loro opere possiamo incontrare personaggi non più giovani che si misurano con sentimenti resi più complessi dalle esperienze vissute, ma anche con i fastidi e le malattie che l’età fa emergere: ecco la nonna di “Mal di pietre” afflitta dai calcoli renali, l’alzheimer di zia Camilla nel recente “Adesso che sei qui” di Mariapia Veladiano, o la famosa Olive Kitteridge, che invecchia sempre più goffa e acida; non a caso quest’ultima è il personaggio, fastidiosamente normale eppure amatissimo, di un’altra scrittrice che si è affacciata tardi sul mercato editoriale per poi aggiudicarsi il Premio Pulitzer: Elizabeth Strout.
Altre, come Loredana Lipperini e Elisabetta Pierini, hanno tradotto quello sguardo domestico in narrazione del perturbante: dalle case, dalle stanze e dai corridoi, dalle strade che si muovono appena fuori le soglie, hanno operato un travaso di orrori quotidiani, ossessioni domestiche, perversioni, istinti di vendetta e sopraffazioni.
Penso allora ancora una volta a Shirley Jackson: «Mi racconto storie tutto il giorno. Mentre rifaccio i letti e lavo i piatti e vado in paese a cercare le scarpette da ballo, mi racconto delle storie. Storie su qualunque cosa. Semplici storie» (“Paranoia”, Adelphi, trad. Silvia Pareschi), e mi pare di scorgere nella dimensione dell’attesa una sorgente freschissima da cui attingere per rinnovare l’immaginario della nostra narrativa contemporanea.
Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente
