T’ho fatto una cassetta, si era soliti dire negli anni novanta per anticipare un dono fisico che aveva in sè una specie di amore inenarrabile. In quel regalo, largo 10×7 cm, c’era tutto un mondo taciuto a parole di affetto e passioni, di amori nascosti e fratellanza, di ricerca e trasformazione personale. Le cassette non erano mai fatte per noi stessi, erano piuttosto componimenti poetici da dedicare ad altri, poesie di poesie. E non erano nemmeno semplici raccolte, preferisco definirli mosaici emotivi, delicati e preziosissimi perché richiedevano tempo e cura. Che lo chiamassimo mixtape, playlist, cassetta, niente toglieva a quell’oggetto la natura di “dono”, quasi un ex-voto capace di imprimere sulla vita degli altri il nostro marchio con una forza infettiva paragonabile a un virus. L’influenza di un’amicizia che passa dalle stesse canzoni plasmando così i gusti degli altri con le nostre fissazioni musicali, capaci di abitare altre vite e portarle sulle stesse armonie che animavano la nostra. Amicizia era suonare allo stesso tempo, allo stesso ritmo, agli stessi bpm. Curare meticolosamente ogni traccia selezionata per le nostre cassette misurava il nostro bene; anticipavamo, sorprendevamo, stuzzicando le orecchie di un altro: fare una cassetta significava confessare all’altro ciò che pensavamo di conoscere di lui, e tutto ciò che non sapevamo, ancora.
Nel memoir Stay True, vincitore del premio Pulitzer 2023 nella categoria memoir e del National Book Critics Circle Award 2022, pubblicato in Italia da NR Edizioni nella vibrante traduzione di Sara Marzullo, Hua Hsu realizza mixtape per gli amici, per i primi amori, per una festa. Trova la propria identità attraverso la musica e la sua scomposizione. Realizzare mixtape per il giovane Hua significa comporre un progetto in perenne sviluppo, parte di uno scambio asimmetrico e irregolare. Qualcosa di estremamente delicato, come già Hornby faceva dire al suo Rob Fleming in Alta fedeltà: “La realizzazione di una compilation è un’arte sottile. Ci sono tante regole. In primis devi renderti conto che stai usando la poesia di qualcun altro per esprimere come ti senti”.
Nelle pagine di Hsu, giornalista del New Yorker e musicofilo, si snoda una macchina del tempo capace di donare vita agli odori di un maglione vintage, ai colori dell’estate di Berkley degli anni novanta, e soprattutto al suono di un’amicizia. Quella fra lo stesso Hua, studente americano taiwanese proveniente da una famiglia della classe operaia, e il compagno di studi Ken, studente cinese americano proveniente da una famiglia benestante. In comune l’amore per la musica e la letteratura che riempiono gli anni trascorsi assieme, prima che una violenta e insensata rapina strappi Ken dal quotidiano di Hua e dal brillante futuro che tutti gli disegnavano attorno.
Hua Hsu cattura abilmente lo zeitgeist degli anni ’90 di Berkeley in un romanzo che è anche libro delle memorie, delle fotografie, delle voci, delle canzoni e delle stonature che hanno trasformato una banale conoscenza nell’amicizia più profonda e onesta che si possa vivere in giovane età, oltre che una delle più improbabili, spaccata a metà fra il carisma mainstream di Ken – di cui mi pare di poter scorgere il sorriso aperto in ogni pagina del libro – e l’austerità rigorosa ed hipster dei maglioni in mohair di Hua.
Hsu scrive con l’onestà e la vulnerabilità di chi ha perso un amico e di chi ha lottato strenuamente per trovare il proprio posto nel mondo. Stay True modella magistralmente gli anni universitari di Hsu a Berkley attraverso una lente introspettiva, rovistando tra ricordi del suo io più giovane e cinico: asiatico-americano di seconda generazione, Hsu guarda alla musica e alla cultura americana, in particolare ai dischi in vinile e alle pubblicazioni musicali, per acquisire familiarità e orientamento in una terra ancora sconosciuta.
Perché il filo conduttore che lega ogni vita, ogni scoperta, ogni dolore di Hua in Stay True è sempre la musica. Non importa se sta discutendo dell’impatto dei Nirvana con il padre tramite fax, se sta curiosando tra gli scaffali dei negozi Amoeba sperando di diventare qualcuno capace di apprezzare la world music, o se sta denigrando i Pearl Jam, la musica è il modo in cui Hua filtra il suo mondo, il modo in cui definisce se stesso, giudica gli altri ed elabora gli eventi. Alle volte leggere Stay True è come mettere su un gigantesco mixtape degli anni ’90 e tornare indietro.
“Per me, la musica era un modo per imparare a provare emozioni”, aveva confessato Hsu in un’intervista nell’ottobre del 2022, “impari come essere felice, come innamorarti, impari a conoscere l’angoscia attraverso la musica prima di sperimentare alcune di queste cose nella loro massima intensità”. Ogni azione nel romanzo sembra scandita dal tempo di una canzone, dalla sua struttura, dalla durata o dalla ripetizione di una strofa trasformando il suono nell’unico vocabolario comprensibile a Hua e ai suoi amici, l’unica lingua in grado di riparare la realtà sconvolta dalla morte di Ken.
Nessuno sapeva cucinare, eppure ci stipavamo sempre nella mia station wagon per ambiziose gite verso il minimarket su College Avenue, che raggiungevamo più o meno in sei canzoni.
A vent’anni siamo questo, una deliziosa combinazione di innocenza e indipendenza, ricerca di sé e scoperta della propria gente, banale gioventù ed estasi immotivata. Guardando indietro, Hsu si rende conto che al momento della morte di Ken non era ancora padrone di un linguaggio adatto a poter esprimere la perdita insostituibile di qualcuno che amava, e che molte persone amavano. E non può fare a meno di tenere traccia dei debiti che aveva maturato nei confronti di Ken, nella cui improvvisa assenza, si sono fatti carico della devastazione e del dolore della perdita. Nella storia della sua amicizia/alchimia con Ken, Hsu sembra chiederci: come immaginiamo noi stessi confrontandoci con i nostri amici, anche quando questi non ci sono più? Come è possibile raccontare una storia su noi stessi che possa conservare anche il ricordo di un amico? Rimanendo fedeli a noi stessi, dobbiamo rimanere fedeli anche ai nostri amici. Quello stay true, sigillo, onore supremo e promessa di due anime complementari alla ricerca di alcune strutture ricorrenti che avrebbero permesso loro di mettere a fuoco il mondo.
Hua e Ken hanno condiviso sigarette e musica, alternando il rituale del tasto play l’uno per l’altro (“succede di ripetere lo stesso gesto finché non si diventa amici per davvero”), dai Belle e Sebastian agli Styx, dalla Dave Matthews Band ai Red Hot Chili Peppers: Stay True è pieno dell’ardente devozione di Hsu per il suono condiviso. Ma c’è molto di più, perché per Hsu, la musica organizza la vita, riempie i ricordi e conferisce loro consistenza e trazione, offrendo sempre qualcosa a cui aggrapparsi. Che sia una progressione di accordi, un’armonia o un testo, ciò che evoca può trasportarti lontano, tra tempi e luoghi, determinando chi e cosa lasciare di sé. Ken e Hsu sostenevano la possibilità di creare un mondo a cui appartenere, costruito su una propria cultura che non aveva bisogno di essere rivendicata come asiatico-americana ma che derivava in modo cruciale dalle loro esperienze di esclusione, capaci di alimentare la ricerca di nuovi, strani frammenti di cultura da riesumare e donarsi a vicenda. Nel guidare il lettore attraverso la musica, i film e i libri che gli piacciono, Hsu spiega che non vuole solo affermare ciò che già sa di se stesso, o ciò che gli altri pensano di sapere di lui, ma anche tutto quello che ancora non conosce. E nel farlo ci permette di realizzare tutta l’inconsapevolezza che abita nel nostro giudizio sul mondo e sugli altri.
Grazie a una scrittura viva, ricca di una grazia rigorosa e di un ritmo pop, Hsu riesce a ricostruire le trame e i ritmi di cosa volesse dire avere poco meno di vent’anni nel 1995, cosa fosse la noia, cosa significasse crearsi un’identità a partire da libri, musica, film e convinzioni politiche, per condividerlo con gli amici, per dare un significato alla tragedia, per trovare una logicità alla gioia. Tutto ciò che Hsu ricorda di Ken non può essere distinto da ciò che pensa di sapere su se stesso: Hsu allenta la presa sulla narrazione con un fraseggio musicale che fluttua tra i ricordi perché sa che proprio di quelli non potrà mai essere sicuro. Sembra palesarsi così il rischio dell’amicizia, nello sforzarsi di conoscere i nostri amici, di avvicinarci a loro imparando che ci saranno sempre parti della loro vita a noi inaccessibili. Com’è essere riconosciuti e amati da un amico, soprattutto dopo che questo se n’è andato? Riconoscersi agli occhi di un altro trasforma l’intimità dell’amicizia nello scatto di un futuro in cui potremmo non essere più assieme: come scrive Derrida, presenza centrale in molti passaggi del libro, “per amare l’amicizia bisogna amare il futuro”. Ed è forse questo lo sforzo più grande che Hua decide di compiere, nell’immaginarsi al futuro, laureato, con un lavoro, una famiglia, senza Ken.
Il ricordo che Hsu ricrea delle notti trascorse nella Volvo con gli amici canticchiando God Only Knows dei Beach Boys restituisce alla musica la potenza di un incontro armonico che non ha più a che fare con testi e accordi ma sperimenta, come in una comunità, una visione del mondo che vibra assieme, solleticando l’orecchio di chi siede accanto a noi nell’abitacolo mentre la nostra voce si fonde con quella degli altri. Prima stona uno, poi un altro, e ognuno si avventura verso il proprio assolo di sillabe e coretti dissonanti, ed è lì che il corpo funziona come funziona la musica, l’anatomia di una canzone prende vita dentro i corpi di tutti. “Avevo già ascoltato queste canzoni centinaia di volte. Ma farlo insieme ad altre persone era ciò che stavo aspettando”. È in queste parole che Hsu sembra rendersi conto di ciò che ha perduto e di ciò che sarà pronto a dare di nuovo.
Ecco, durante la vorticosa lettura di Stay True mi è capitato più volte di pensare: sono io. Questa cosa qui che legge e piange, e sottolinea, e sorride, appuntando nomi di luoghi che non vedrà mai, sono io. Con tutti i tormenti, gli affanni, gli smarrimenti e le passioni sono io. Leggere Stay True permette di ripensare a tutti i sì che abbiamo avuto la felicità di pronunciare, a tutti i pericoli che abbiamo evitato, a tutti i condizionamenti cui siamo riusciti a sfuggire, a tutte le battaglie che abbiamo vinto, a tutti i pregiudizi che abbiamo sfidato per diventare noi, così ammaccati eppure unici. Mentre vorrei consigliare a Hua di smetterla con i cardigan a coste, e a Ken con le sigarette, mentre questa ennesima giornata di lavoro sta per finire, penso che questa qui sono proprio io. Lo sono da quando avevo tre anni, da quando ne avevo dieci, quindici, venti, venticinque – da sempre. E che sollievo è all’improvviso pensarlo, perché ti sembra di aver ritrovato un amico importantissimo, e quell’amico, alla fine, sei tu.
If you should ever leave me
Though life would still go on believe me
The world could show nothing to me
So what good would living do me
“God Only Knows,” The Beach Boys
