estratto Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/estratto/ un blog di approfondimento culturale Sun, 27 Apr 2025 22:13:22 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg estratto Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/estratto/ 32 32 Fuori dal seminato – un estratto da “Altavia” di Sergio Peter https://minimaetmoralia.it/libri/fuori-dal-seminato-un-estratto-da-altavia-di-sergio-peter/ https://minimaetmoralia.it/libri/fuori-dal-seminato-un-estratto-da-altavia-di-sergio-peter/#respond Sat, 03 May 2025 08:04:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=55055 [è uscito in questi giorni presso il Saggiatore Altavia, secondo romanzo di Sergio Peter. Ne pubblichiamo un estratto, su cortese concessione dell’editore] ~ Ogni volta, usciti dal seminario, ci sentivamo trasformati. Avevamo davvero la sensazione di far parte di una specie di setta, di cui però ci sfuggiva il credo ultimo. Come dopo un passaggio in […]

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[è uscito in questi giorni presso il Saggiatore Altavia, secondo romanzo di Sergio Peter. Ne pubblichiamo un estratto, su cortese concessione dell’editore]

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Ogni volta, usciti dal seminario, ci sentivamo trasformati. Avevamo davvero la sensazione di far parte di una specie di setta, di cui però ci sfuggiva il credo ultimo. Come dopo un passaggio in confessionale, eravamo sollevati, ma ribaltati dentro dalle nuove conclusioni. Mentre intorno a noi, nel campus, nelle aule dedicate a san Bonaventura, Giovanni xxiii, Pio xii, Benedetto xv, migliaia di corsisti completavano curricula a suon di trentaelode proporzionali alle rette pagate annualmente, nel bugigattolo a forma triangolare dell’ala più nascosta del dipartimento di filosofia, stava accadendo qualcosa. Perché Caviezel, solo lui lì dentro, ci insegnava a pensare, a farla davvero, la filosofia, e non solo appuntare nozioni e asserzioni, senza creare intrichi. Ci mostrava come si generano i concetti, e un periodo, una qualsiasi proposizione – se vera – nasconda radici, bulbi, da cui estrarre semi di vivacità fortissima; ci apriva le pagine più belle e le attraversava, rabdomanticamente.
Insisteva tanto sulla lettura a intensità, un modo d’incontrare il testo seguendo gli «impulsi elettrici» in esso contenuti. Continuava a ribadire che tutto sta nel rinvenire le singolarità del paesaggio. Trattava i testi stessi come fossero pianure, dossi, orridi, catene montuose. «L’arte della contemplazione di Watts è una cascata» aveva detto. Ce lo aveva portato e avevamo provato subito a sfogliarlo, senza capirci molto.
Conoscevamo Guido già dal triennio. Gli avevano assegnato un corso di approfondimento su Walter Benjamin e ci aveva colpito la maniera di porsi agli studenti. Spesso, se si accorgeva che gli astanti non lo stavano ascoltando, si incolleriva, diventava rosso e iniziava a gridare. A un passo dalla bestemmia, per diversi secondi pronunciava frasi senza senso, per vedere se eravamo attenti. «Esistono serpenti a ovest delle isole Massa?»
In un primo tempo, incuteva timore nella classe, ma lo faceva soltanto per operare una sorta di scrematura nell’uditorio. Voleva solo gli alunni più folli, così sconsiderati da consegnarglisi in mano. Dopodiché, fatta la dovuta selezione e scacciati i codardi, cambiava tono, sogghignando, gli piaceva aprire una pagina a caso del libro in questione e chiedere a uno dei seminaristi cosa ne pensasse. Non so dire se fossimo succubi, come a volte il Bosceta sosteneva. Ma se quella di Caviezel era davvero manipolazione nei nostri confronti, faceva parte dei livelli più elevati di quell’arte così simile alla necromanzia.
Sapeva delle nostre più intime debolezze: che Filo faticava a tenere le calzature, e gliele faceva togliere, che il Bosceta aveva bisogno di frequenti pause fumo, e gliele concedeva. A me offriva il caffè senza che glielo chiedessi ormai, sapendo bene che lo bevevo amaro e senza latte. Lo faceva volentieri, visto che l’unica volta che mi ero presentato al corso senza averlo preso, si era accorto di quanto ne fossi assuefatto.
Sulle ragazze, suscitava un certo fascino, forse per i baffi, più probabilmente grazie agli occhi azzurri. Durante il quarto d’ora accademico, anziché aspettare alla cattedra imbronciato il momento buono per iniziare – come faceva la gran parte dei suoi colleghi – tirava fuori un piattino sbreccato. Lo usava come bruciaincenso, perché con un accendino ne scaldava la base e scioglieva alcune granaglie che portava con sé, sempre al profumo di nardo.
Col passare del tempo, prendemmo confidenza, rompendo, per la prima volta, la barriera studente-insegnante, il senso d’inferiorità instillato dagli apparati nei propri membri. Fu difficilissimo, perché all’inizio fece di tutto per respingerci e tenerci distanti, specie fuori dalle aule: non appena tra di noi sembrava essersi creato un certo feeling, egli si ritraeva. Quando traspariva troppo la stima che provavamo nei suoi confronti, trasformandosi in idolatria, ci ammoniva, rimandava le lezioni per settimane, invitandoci a pentirci, a riguardarci.
Ma nei mesi, nonostante la nostra timidezza, e per la moria di iscritti al corso avanzato, imparò per necessità a riconoscere i nostri volti, a venirci incontro con stile scialbo, e iniziammo a vederci anche fuori, al bar a berci una birretta, in mensa a condividere il pranzo, in libreria. In questo, fu la bonarietà di Filo ad avere un ruolo decisivo, la sua insistenza. Aveva scoperto che il prof. dopo il seminario andava sempre a prendersi un panino o una piadina al bar e aveva iniziato a pararglisi davanti in quegli orari scolandosi acque toniche e ginger. Non si poteva non notarlo, Guido Caviezel: girava con uno zainetto dell’Invicta tutto liso e, a meno che non ci fossero dieci gradi sotto zero, indossava delle t-shirt, certe magliette pubblicitarie scolorite inguardabili: Teletu, Italia90, Heineken

 

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Un estratto da “L’esercizio” di Claudia Petrucci https://minimaetmoralia.it/estratti/lesercizio-un-estratto/ https://minimaetmoralia.it/estratti/lesercizio-un-estratto/#comments Thu, 30 Jan 2020 07:30:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42172 Pubblichiamo, ringraziando autrice ed editore, un estratto dal romanzo “L’esercizio” di Claudia Petrucci, uscito oggi per la Nave di Teseo. Capitolo Dieci L’esercizio Guardo Giorgia e penso abbia il dono della bellezza fuori posto, che la metti in ordine da una parte e si disfa dall’altra – i capelli, la postura, il vestito, tutto si […]

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Pubblichiamo, ringraziando autrice ed editore, un estratto dal romanzo “L’esercizio” di Claudia Petrucci, uscito oggi per la Nave di Teseo.

Capitolo Dieci
L’esercizio

Guardo Giorgia e penso abbia il dono della bellezza fuori posto, che la metti in ordine da una parte e si disfa dall’altra – i capelli, la postura, il vestito, tutto si sbilancia in una corrente continua.
Siamo al bar, la giornata sta per concludersi, e lei è seduta nel suo posto preferito, l’ultimo tavolino a metà tra platea, palco e quinte. Mi guarda appiattirmi, lucidare le superfici. Quante volte ho visitato questo ricordo, nel mio esercizio? Ripeto le transizioni, il ricalco differisce nel colore dello straccio, nella luce – la prima volta era giorno, ora è tardo pomeriggio; la gradazione è cambiata, e io la vorrei ancora fredda com’era nel suo originale. Mi accontento di osservare Giorgia, quando è distratta, e in lei la realtà si riappropria dei contorni familiari, tutto torna al giusto posto.
C’è in lei l’esitazione, la paura. Ho visto la terza stesura diffondersi nel suo corpo, rimpicciolirle i movimenti; ogni giorno più a fondo, la caratterizzazione di Mauro uno schema preciso, coerente all’autografo, e i passi di Giorgia sempre più stretti e lenti, i suoi vestiti più lunghi, la sua voce di un tono minore – Giorgia che riprendeva la forma riconoscibile.
“Andiamo?” dico, quando ho finito.
Lei annuisce, il suo sorriso è cauto, non scopre i denti. Fuori dal bar, la saracinesca fa resistenza, siamo al caldo tiepido di giugno.
“Pensavo di accompagnarti al colloquio, domani” propongo, mentre ci incamminiamo verso la fermata dell’autobus.
“Ma è qui vicino” fa Giorgia, raccogliendo la braccia al petto.
“Non c’è bisogno.”
“Sei agitata?” “No” dice lei.
“Voglio solo trovare un posto. I colloqui sono snervanti.”
La stringo a me, e lei sfrega il viso contro la mia spalla. Ci intrufoliamo inosservati nel gruppo di passeggeri in attesa della prossima corsa.
Ho scoperto un nuovo senso di colpa: è dolce, innocuo; è conoscere il lato lungo il quale Giorgia inclinerà la testa, la prescienza di cui godo nella nostra dimensione. Penso a lei mentre leggeva, con la gonna corta, senza alzare gli occhi dal copione. Mauro è riuscito a convincerla fingendo di proporle il ruolo da protagonista per un nuovo spettacolo. Mentirle non ci ha disturbato, l’abbiamo fatto per il suo bene, e lei si è prestata senza obiezioni, ha ceduto il passo alla sua autentica identità. Mi piace pensare che, nel limite estremo di se stessa, lei fosse cosciente, che sapesse di dover tornare.
Che cos’è la realtà?, vorrei chiederle. Le tre scelte che abbiamo di fronte all’autobus in avvicinamento: salire, aspettare, andarcene. La realtà è ciò che conosciamo.
“Potrei riprovare anche lì” dice Giorgia, durante il tragitto, quando sulla curva si affaccia il fianco del supermercato.
La luce dell’insegna è brutta, bianca, metà del suo profilo diventa una maschera.
“Potresti” dico, le accarezzo la testa.
Tutto torna al suo posto, sì, tutto torna.

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Gli scrittori a scuola https://minimaetmoralia.it/libri/gli-scrittori-scuola/ https://minimaetmoralia.it/libri/gli-scrittori-scuola/#comments Mon, 16 Sep 2019 06:32:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41032 Pubblichiamo un estratto da “Insegnanti (il più e il meglio)” di Roberto Contu, edito da Aguaplano, che ringraziamo. di Roberto Contu Qualche volta capita che a scuola vengano invitati scrittori a parlare del proprio libro. Si tratta di una buona opportunità, anche per il sottoscritto: ogni anno cerco di organizzare almeno un paio di incontri […]

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Pubblichiamo un estratto da “Insegnanti (il più e il meglio)” di Roberto Contu, edito da Aguaplano, che ringraziamo.

di Roberto Contu

Qualche volta capita che a scuola vengano invitati scrittori a parlare del proprio libro. Si tratta di una buona opportunità, anche per il sottoscritto: ogni anno cerco di organizzare almeno un paio di incontri con autori che ritengo possano offrire pensieri utili ai ragazzi, anche se chiedo espressamente che non si parli solo del libro. Al riguardo, per esperienza diretta e per quanto osservo in rete, mi è capitato però di soffermarmi su un dettaglio di certo banale, ma con la sensazione crescente che lo sia molto meno di quanto potrebbe sembrare.

Si tratta di questo: tanto più se giovane, diciamo trenta-quarantenne, lo scrittore o la scrittrice invitato/a a scuola e in genere ospitato/a in aula magna eviterà puntualmente il posto dietro la cattedra (mai sia) e siederà senz’altro direttamente col culo sul tavolo, meglio con le gambe incrociate all’indiana (fatevi un giro, soprattutto sui social e lo noterete anche voi). Condurrà, se ci riuscirà, l’incontro tra battute alternate a massime di vita, giocherellerà con il microfono rigorosamente in t-shirt e infine consegnerà l’esperienza ai posteri della rete, magari la sera stessa, con un post commemorativo il cui sottotesto sarà «io sì che li ho intercettati questi ragazzi, altro che questa scuola e i loro docenti incartapecoriti».
Ecco, solo su questo potremmo discutere ore, per quanto mi riguarda al fine di dimostrare il fallimento di una presenza di questo tipo degli scrittori/scrittrici a scuola, al pari della mai
troppo maledetta e pacchiana salita di Keating su quella cavolo di cattedra (almeno si fosse pulito i piedi).
Al riguardo tre considerazioni. La prima è in parte giustificatoria e riguarda la legittima e sacrosanta ma rimossa (in questo caso sì) fifa dell’esterno dato in pasto a un’assemblea di adolescenti, che non fa sconti su nulla, che se non reggi fa casino, vedi figure penose alle quali ho assistito al cospetto anche di presunte star della letteratura nostrana. Lo scrittore pensa forse inconsciamente di esorcizzare quella paura con un «ehi, ma io sono come voi, vi capisco». Niente di più sbagliato e sterile.
La seconda considerazione riguarda questa cosa per me inspiegabile e inspiegata della fobia in merito all’alterità docente/discente, anche fosse per un solo incontro. Ringrazio il cielo di avere incontrato, al liceo e all’università, maestri che sentivo a una distanza siderale dalla mia esperienza e soprattutto dalla mia ignoranza. È per la fascinazione di quella distanza che continuo a studiare.
Terza e ultima considerazione: che va a dire un intellettuale a scuola? Quale dovrebbe essere il modello? Io credo che anzitutto non dovrebbe andarci per raccontare il suo romanzo. Per quello, se vuole, lo studente può leggere da solo e spesso (a ragione) non vuole. Ci va invece per esercitare una funzione che lui solo e solo lui può testimoniare. Un esempio per me, che posso solo accennare e che affido al credito concesso da chi sta leggendo: il ricordo di una lezione di un anziano maestro della nostra critica letteraria che parlando di modernismo (sì, di modernismo) ha ammutolito cento ragazzi per due ore, da dietro la cattedra e senza sconti alla densità del proprio discorso.
Per inciso: agli amici docenti che rivendicano il proprio sedere sulla cattedra dico «certo, anche io lo faccio, ma quella è la nostra cattedra».

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Very holy – un estratto da “I fratelli Michelangelo” https://minimaetmoralia.it/estratti/very-holy-un-estratto-fratelli-michelangelo/ https://minimaetmoralia.it/estratti/very-holy-un-estratto-fratelli-michelangelo/#comments Tue, 12 Mar 2019 07:00:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39667   (È uscito in questi giorni per Mondadori I fratelli Michelangelo, nuovo romanzo di Vanni Santoni. Ne pubblichiamo un estratto dalla terza parte, su gentile concessione dell’editore.) * * * – Che tipo è, dimmi un po’, Ramesh, questo J.J. Gurgaya. Tu hai fatto degli shoot per loro, no? – Però, – si intromette Carletto, […]

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(È uscito in questi giorni per Mondadori I fratelli Michelangelo, nuovo romanzo di Vanni Santoni. Ne pubblichiamo un estratto dalla terza parte, su gentile concessione dell’editore.)

* * *

– Che tipo è, dimmi un po’, Ramesh, questo J.J. Gurgaya. Tu hai fatto degli shoot per loro, no?
– Però, – si intromette Carletto, – potevamo anche prendere una macchina, se ha l’ufficio così lontano.
– Quello è un grand’uomo, fidati compa’: the asian King of Fashion.
– Questo lo abbiamo detto ieri in riunione. Dico, lui, come persona.
– Intanto, altro che ufficio, quello è un compound. E poi dovresti vedere suo fratello, J.G., lo stilista. Grassissimo.
– Come Ferré!
– Cosa c’entra ora Ferré, Carlo?
– È uno stilista. È grasso. Fammi accendere.
– Io non capisco come puoi fumare con quest’aria. Tieni. E non mi guardare come a dire Che problema c’è? Gesù cristo, siamo sul cassone di un’Ape, allo scoperto a parte queste tendine di plastica, l’aria è così marcia che non vedi a cento metri, in più qua si respira cemento, oltre a questa polvere impestata…
– Gurgaon è pesante, compa’.
– Sentito? Anche Ramesh mi dà ragione. Certo che ne stanno tirando su, di roba… Stiamo viaggiando su questo trabiccolo da quanto? Un’ora?
– Cinquanta minuti.
– Cinquanta minuti e non abbiamo visto altro che cantieri. Decine di chilometri di cantieri.
– La crescita, compa’.
– Sì, va bene. Ma ci facciamo strada nella polvere, perdio, nell’eternit, e questo fuma. Eh, Carle’? Ramesh, qui, che è il ritratto della salute, non fa che tossire, e tu fumi.gurgaon
– Manda via il sapore cattivo.
– Ma vaffanculo. Dammene una, va’ là…
Quando il rickshaw si ferma, mi sono già acceso la seconda.
– Ah, però. Guardie armate sulle mura.
– C’è un rischio reale, Ramesh? Tipo che qualcuno lo assalti?
– Intanto fa vedere a tutti che se giri per qui, devi stare tranquillo.
– Di certo pare meglio quello dell’altro giorno, come si chiamava…
– Ma chi, Birlat? Birlat, compa’, è un’impresa familiare in confronto a questi.
– Bene, bene…
Scendiamo da quel cesso di Ape e Ramesh allunga qualche rupia al conducente dicendogli di aspettarci.
– Comunque quelle sciarpe non erano male, dice Carletto.
– Seh, e poi prendiamo pure gli orecchini e gli anelli e al sabato montiamo il banco al Lago di Como… Carlo, siamo qua a far business. Business serio, te capì?
– A me lo dici, Louis?
– Compa’, dice Ramesh, vedrai la pashmina su nell’Himalaya, altro che quegli stracci di Birlat…
Spunta uno sgherro in turbante, ci fa un gran bell’inchino. Dietro di lui varchiamo un buco nel cemento. Le guardie annuiscono appena.
So, you work with Gucci? – chiede Carlo allo sgherro. Ci manca solo che si metta a prender la parola… Che poi, lo parlasse bene, l’inglese…
– पैनल पर उस आदमी Gurgaya Double G है.
– Che ha detto, Sandokan, lì?
– Ha detto che quello sul pannello, lo stemma che ha indicato Carletto, è la Gurgaya double G, il simbolo di Gurgaya nel mondo.
–Pensa tu. E ora dove se ne va?
– Penso a preparare la sala riunioni, compa’.
– Perché vedi, questa “Double G”…
– Ma che ne sai, Carle’? Come se capissi di moda…
– Capisco abbastanza per vedere che è uguale al logo di Gucci.
– Shhh!
– Hai sentito Ramesh? Silenzio. Perché silenzio, Ramesh?
– Il vecchio la odia questa cosa. Pare sia nata prima la Gurgaya Double G.
– Ma Gucci esisterà dal…
– Shhh. Adesso ci chiamano di là. Dai, seri.
E di là andiamo, e come sala riunioni, be’, sicuramente sanno come impressionare il prossimo, ’sti Sikh.
– Chissà se queste icone russe sono vere.
– Icone russe?
– Questi quadri, Carlo.
– Questi di legno? A occhio valgono un botto di cash. Ehi, Ramesh!
– Ne parliamo dopo compa’, guarda stanno entrando, c’è anche J.G., lo stilista. Buoni, buoni. Stiamo a sentire il vecchio…
E il vecchio, la barba perfetta sotto l’enorme turbante arancio, sarà anche buffo, ma presenza ne ha. Il ciccione, caftano bianco con un ricamo sottilissimo d’oro sul colletto, gli resta in piedi a fianco.
– Very well, – dice J.J. Gurgaya, sorridendo ma senza scoprire i denti, a Ramesh, e poi lanciando un’occhiata a me e Carlo che è una passata di scanner.

. . . . . . . . .

– Come siamo andati?
– A me lo chiedi, compa’?
– Bene, no?
– Stai zitto, Carle’. Lo chiedo a te, Ramesh, perché non sono pratico di modi indiani. In Italia te lo saprei dire subito che impressione ho fatto su questo o su quello. Qua i codici sono diversi… Per questo ci sei tu.
Delhi, center!, dice Ramesh all’ometto del rickshaw. Io dico che siamo andati bene, compa’. Poi quella storia di Pitti… Colpo di genio.
Carletto fa un sorriso che da solo illumina mezza regione. È vero, ci ha visto giusto a tirar fuori Pitti Immagine, a dire che saremmo stati lì a fare network. Poi si accende una Gold Flake, mentre il rickshaw si mette in moto, trema, barcolla, e riparte attraverso la selva di grattacieli in costruzione, nella nebulosa di polvere in cui a tratti vedi spuntare una mucca, una vecchia berlina marrone, una Honda 150 con sopra tre persone e un cane…
– Ma non è la stessa strada di prima, o sbaglio?
– Lascialo fare, compa’, sa lui da dove passare…
– All’inizio, sapete, – dice Carletto, – ho avuto paura di una cosa. Che avessero visto che siamo arrivati in rickshaw.
Lì Ramesh lo guarda. E lo guarda come a dire Non hai torto, che sciocchi che siamo.
– Ma poi, dai, l’italianità, e Ramesh, hanno fatto il resto. No? Si vedeva che pendeva dalle tue labbra…
– Il nipote era a scuola con me. Poi gli ho fatto degli shoot per “Vogue Asia”…
– Poi, ghigna Carletto, mi sentivo un po’ un pirla, a elencargli quei nomi, a snocciolare Ermanno Scervino, Alberta Ferretti, Braccialini, pure Poltrona Frau.
– Troppo di nicchia?
– Forse sì, compa’.
– Troppo cari, – dico io tirando fuori una cicca dal pacchetto di Carlo.
– Esatto. Hai visto invece il turbantazza come si è bagnato quando hai tirato fuori Massimo Dutti?
– Se è per quello anche quando ho tirato fuori Prada.
– Meno. Perché Prada è troppo. Lo sa che non possiamo essere mandati qui da Prada. E che Prada, se vuole sbarcare in India, non si affida a noi, e nemmeno a Gurgaya.
– Gucci, magari…
– Scherza, scherza, Carle’.
– Prada o Gucci no, un Dutti sì.
– Ma di fatto non ci ha mandati neanche Dutti.
– Con calma, compa’. A Pitti ci andrete veramente. Sarà la prima missione “Transocean”. È il contesto giusto. Tutti vogliono sbarcare in India, tutti. Non dimenticare mai che per legge, qua, ci vieni solo se fai una joint venture.
– Quando è Pitti, poi, Carlo?
– Ah boh. L’ho tirato fuori perché mi è venuto in mente sul momento.
– A casa controlliamo…
Poi il rickshaw si pianta all’improvviso. La strada, da qualcosa di simile a una superstrada in costruzione, è diventata una statale di campagna, se si può chiamare campagna quel cespugliame brullo, intervallato da gettate di cemento, ma non c’è niente che suggerisca che ci si debba fermare. Nessun ostacolo, niente traffico, nemmeno una stazione di servizio.
What’s up?, – dico al conducente.
– Must stop.
– Che succede? Chiediglielo un po’…
– यह क्या है, तो हम क्यों रोक रहे हैं?
– Dice che c’è un baba qua vicino. Un holy man.
Very holy, sir. We stop only for a moment. But must stop.
– E fermiamoci… Ma non sono Sikh, questi col turbante?
– Come Gurgaya, sì.
– E non hanno la loro religione?
– Eh, ma un santo è un santo, compa’.
Eccoci allora che scendiamo col rickshaw attraverso un buco nel guard-rail e da lì giù per una sterrata, fino a ricongiungerci col bordo di un’altra stradaccia che passa sotto a un cavalcavia, tra arbusti e mucchi di rifiuti. Eccoci che usciamo e seguiamo il conducente mentre procede a colpo certo in un sentieruccio verso i piloni del cavalcavia, attraverso l’erba impestata e piena di fazzolettini usati e zozzerie.
Come, come, sir!
E sì che veniamo… E saliamo ancora un poco, e il sentiero porta proprio all’attacco del ponte, al punto in cui si appoggia sulla collina. Il vano, chiamiamolo così, il più classico dei “sotto al ponte” (la mamma lo diceva sempre: Finiremo sotto a un ponte! Ecco, mamma, missione compiuta!) è protetto da mazzi di cespugli ingrigiti dallo smog a cui sono appesi stracci e biancheria smangiata e filacce luride; ci sono pure due sedie da picnic, nere per il sudicio incrostato che c’hanno sopra, ma noi proseguiamo oltre, perché il ponte nasconde ancora un altro vano, il conducente saluta con un cenno del capo un ometto pelato che esce proprio da lì, e abbassiamo la testa per entrare in una specie di caverna scavata nella terra, col cemekhumba melanto del cavalcavia per soffitto e merde di cane all’ingresso e però anche mucchi di corone di fiori e petali sparpagliati tutto intorno, e come entriamo due uomini in tutto simili al tassista, stesse scarpe dalla punta squadrata, stessi baffi e stessa camicia a maniche corte, solo senza turbante, escono e lasciano il posto a noi e in quel poco spazio, illuminato da tre lumini e due candele in mezzo alla più varia spazzatura, scatolette di sardine, residui di plastica, blister, mattonelle spaccate e grovigli di cavi elettrici, ecco in mezzo a questi mucchietti un mucchio più grande, di dreadlock bianchi, arruffati, impastati di erba secca, polvere anzi cenere, e semi uncinati, con sotto un individuo stecco e a occhio completamente fuori di testa, lì fermo, le gambe scheletriche, con le ginocchia simili a palle di legno, incrociate anzi annodate, e tiene un braccio fermo in alto, sembra atrofizzato e le unghie della mano fanno due giri a spirale, a stenderle saranno dieci, quindici centimetri, mentre con l’altra mano stringe un qualcosa di plastica bianca (è un mestolo? Un cucchiaione da insalata, a essere precisi) e lo sbatte su un pezzo di legno, a occhio un segmento di battiscopa, ci sono pure due chiodi, la colla e un po’ d’intonaco, e mentre batte fa un suono col naso o con la bocca, una specie di ronzio, won won won… E il tassista si toglie di tasca il portafoglio e pesca duecento rupie e gliele mette davanti, accanto a un pacco di plumcake al cioccolato che deve avergli portato qualcun altro, forse i due che uscivano, a un osso tozzo, mezzo smangiucchiato, e a un altro, più lungo e vecchio, tutto annerito, il femore di qualcosa di grosso, potrebbe essere pure l’osso di un cristiano…
Very holy, – ci dice, poi ci pensa un attimo, prende una pietruzza e la appoggia a fermare le due banconote e noi annuiamo e lo guardiamo guardare ’sto vecchio spostato (che non batte ciglio per le rupie o altro, ma continua a sbattere il cucchiaio sul legno e a ronzare) per un po’, finché non arriva il momento in cui, a quanto pare, possiamo ripartire e il conducente sembra piuttosto soddisfatto quando rimette in moto e si avvia e dopo un’ora del solito traffico ci lascia all’ufficio.

 

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La foto della domenica https://minimaetmoralia.it/estratti/la-foto-della-domenica/ https://minimaetmoralia.it/estratti/la-foto-della-domenica/#respond Fri, 22 Jun 2018 12:00:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37547 Pubblichiamo un racconto dalla raccolta "Libro dei dispersi e dei ritornati" (Musicaos) di Lea Barletti, ringraziando autrice ed editore.

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Pubblichiamo un racconto dalla raccolta Libro dei dispersi e dei ritornati (Musicaos) di Lea Barletti, ringraziando autrice ed editore.

di Lea Barletti

la foto della domenica

Questi siamo io mio fratello mio padre e mia madre. Io sono quello a destra, o forse quello a sinistra, fa lo stesso. Mio padre evidentemente è quello al centro. O l’albero accanto. La casa che si intravede alle nostre spalle è la nostra casa. La nostra casa non era la nostra casa, ma era come se fosse la nostra casa. La nostra casa era la casa dei nostri nonni: i genitori di nostra madre. Mia madre è quella accanto a mio padre, tiene una mano sulla mia spalla, o su quella di mio fratello, e sorride e il suo sguardo guarda verso l’obiettivo. Ogni domenica mattina io mio fratello mio padre e mia madre facevamo una foto con l’autoscatto davanti a casa: facevamo queste foto con l’autoscatto ogni domenica mattina perché mia madre aveva paura: aveva paura di scomparire, e così facevamo queste foto perché lei potesse poi controllare di esserci ancora. Negli ultimi tempi mia madre avrebbe voluto fare una foto ogni giorno, o anche più volte al giorno, ma mio padre si era opposto e aveva detto che non l’avrebbe assecondata oltre in quella sua ridicola ossessione: l’aveva chiamata proprio così: ridicola ossessione. Mia madre non aveva altre ossessioni, né ridicole né non ridicole: aveva solo quella di poter scomparire da un momento all’altro. A me non sembrava ridicola. Quanto poi a dire se fosse o meno un’ossessione, a quei tempi non sapevo nemmeno cosa volesse dire: ossessione. Mia madre la chiamava paura, e io sapevo bene cosa volesse dire paura: io ero pieno di paure e lo sono tuttora. L’importante è ricordarsi di parlarci ogni volta che si presentano, e al mattino, appena si aprono gli occhi, fare una preghiera generale a tutte le paure: paure vi prego, siate presenti, restate con me, conducetemi per mano attraverso questa giornata, lasciatevi guardare, non prendetevi gioco di me rendendovi invisibili o irriconoscibili ed oscure. Questa è la mia preghiera alle paure, la recito ogni mattina, così poi posso alzarmi e fare il caffè senza paura che ci sia una fuga di gas e un’esplosione, posso fare la doccia senza paura di scivolare sul sapone, posso asciugarmi i capelli senza paura di restare fulminato. E poi posso uscire senza paura di dimenticare le chiavi dentro casa, prendere l’ascensore senza paura di restare bloccato, posso camminare nel parco senza paura di essere assalito e derubato o peggio, accoltellato, prendere la metropolitana strapiena di gente senza paura di soffocare e, soprattutto, senza paura di un attentato. Un anno fa ho conosciuto una ragazza. Veramente non l’ho conosciuta, piuttosto l’ho riconosciuta. Era mattina e come ogni mattina io camminavo nel parco per raggiungere la fermata della metropolitana. Camminavo svelto, per paura di fare tardi: camminavo guardando per terra tutte quelle foglie gialle e rosse e marroni che in autunno scricchiolano sotto le scarpe. Ma ecco, in quel momento, quella mattina, ho alzato lo sguardo e il mio sguardo è andato a sbattere in pieno nello sguardo di lei, della ragazza, che era seduta su una delle panchine ai lati del vialetto e guardava nella mia direzione. Teneva un cane al guinzaglio. I nostri sguardi sono andati a sbattere, sì, collassando uno dentro l’altro. Io ho continuato a camminare, ma il mio sguardo, che era andato a sbattere contro il suo e ci era collassato dentro e per tutto il tempo di quei cento metri tra me e la panchina e pure dopo, ha continuato a stare là addosso al suo, anche se io effettivamente non mi ero nemmeno voltato indietro a guardarla, dopo averla superata, ma invece avevo continuato a guardare avanti, non più a terra ma avanti, il mio sguardo, dicevo, era rimasto lì, nel suo, e io non vedevo più la strada, né gli alberi, né il cielo, né le foglie che cadevano dai rami, e poi non vedevo l’ingresso della stazione della metropolitana, e i gradini della scala mobile che era ferma e non funzionava, e la signora con il passeggino che ho aiutato a trasportare fin giù, non la vedevo, la signora, neanche quando lei mi ha detto: grazie molto gentile, e io le ho risposto: si figuri per così poco, e non vedevo il treno che arrivava, e il sedile libero nel quale mi accomodavo e il libro che tiravo fuori dalla borsa e la pagina e le frasi e le parole che leggevo. Non vedevo più nulla: solo lo sguardo della ragazza della panchina, uno sguardo castano. In quello sguardo castano c’ero io dentro, e da sempre. E allora poi la sera, quando sono tornato a casa, volevo guardare tutte le mie foto, per vedermi e per vedere se il mio sguardo, in quelle foto, per vedere se si vedeva già in quelle foto, che il mio sguardo non era lì ma dentro il suo dove ora l’avevo ritrovato, e se si vedeva che nel mio sguardo c’era già il suo, castano. Ma poi mi sono ricordato che io non avevo tutte quelle foto, le decine e decine di foto che mia madre ci aveva fatto fare ogni domenica mattina davanti a casa nostra che non era casa nostra ma la casa dei miei nonni, niente, non le avevo. Perché mi sono ricordato che mio padre un giorno, dopo che la mamma era morta, aveva fatto svuotare la soffitta da uno zingaro che svuotava le soffitte e le cantine, e lui, lo zingaro, si era portato via tutto, anche il baule con le foto, e mi ricordo che io, o mio fratello, fa lo stesso, avevo chiesto ma papà e le foto della mamma, e lui aveva detto la mamma resta nei nostri ricordi le foto mettono solo tristezza non voglio più vederle tutte quelle maledette foto, e io allora ero corso dietro allo zingaro che stava caricando tutte le nostre cose sul suo carretto e gli avevo urlato, o forse era mio fratello che aveva urlato, non ricordo bene, aspetta aspetta devo prendere una cosa aspetta, e mi ero arrampicato sul carretto e avevo aperto il baule e avevo preso una foto, una a caso, senza nemmeno guardarla, una di noi quattro davanti a casa, e me l’ero infilata in fretta in tasca e poi ero saltato giù dal carretto e avevo guardato il carretto e lo zingaro che se ne andavano, e nel carretto c’era il baule con tutte le nostre foto, ma io però stringevo in tasca nella mano la mia foto salvata e così potevo guardarlo andare via. E mi ricordo che mio fratello, che non aveva salvato una foto, lui mi ricordo che si era messo a piangere, o forse ero io che mi ero messo a piangere, o entrambi, e mi ricordo che mio padre aveva scosso la testa, o forse era solo il vento che scuoteva le cime degli alberi. Allora adesso, il giorno che avevo incontrato la ragazza nel parco, tornato a casa, la sera, adesso io avevo tirato fuori la mia foto salvata dal carretto dello zingaro, questa foto, e la guardavo e vedevo che sì, effettivamente il mio sguardo era già allora rimasto nel suo, in quello della ragazza del parco. E mia madre, lei non c’era più, era scomparsa, proprio come aveva sempre temuto, ma io finalmente la ricordavo bene e la riconoscevo: mi sorrideva e aveva uno sguardo castano, proprio come il mio.

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Muro di casse https://minimaetmoralia.it/estratti/muro-di-casse-vanni-santoni/ https://minimaetmoralia.it/estratti/muro-di-casse-vanni-santoni/#comments Fri, 15 May 2015 16:00:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26799 Sabato 16 maggio alle 15 debutterà al Salone Internazionale del Libro di Torino la nuova collana Solaris di Laterza, con i quattro titoli Sottofondo italiano di Giorgio Falco, Stato di minorità di Daniele Giglioli, I destini generali di Guido Mazzoni e Muro di casse di Vanni Santoni. Presentiamo un estratto da quest'ultimo.

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Avevi un tempo una ragazza a Brighton. Vi eravate conosciuti a una festa; a volte veniva a trovarti, altre andavi su da lei. Quando eri là, spesso andavate a ballare, occasioni in cui lei e la sua compagnia mandavano giù quantità sorprendenti di pasticche, ma ancora più frequenti erano le serate in casa a bere, nelle quali era popolare uno scherzo ai danni del primo che si addormentava ubriaco in poltrona o sul divano: per prima cosa se ne testava la reattività dandogli piccoli schiaffi o scrivendogli sulla fronte con un pennarello; appurata la non reversibilità del suo stato, gli si mettevano addosso un paio di coperte, lo si caricava su un furgone con poltrona e tutto, lo si portava in un campo fuori città e lo si mollava lì ad aspettare l’alba.

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cassemuro

Sabato 16 maggio alle 15 debutterà al Salone Internazionale del Libro di Torino la nuova collana Solaris di Laterza, con i quattro titoli Sottofondo italiano di Giorgio Falco, Stato di minorità di Daniele Giglioli, I destini generali di Guido Mazzoni e Muro di casse di Vanni Santoni. Presentiamo un estratto da quest’ultimo.

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Avevi un tempo una ragazza a Brighton. Vi eravate conosciuti a una festa; a volte veniva a trovarti, altre andavi su da lei. Quando eri là, spesso andavate a ballare, occasioni in cui lei e la sua compagnia mandavano giù quantità sorprendenti di pasticche, ma ancora più frequenti erano le serate in casa a bere, nelle quali era popolare uno scherzo ai danni del primo che si addormentava ubriaco in poltrona o sul divano: per prima cosa se ne testava la reattività dandogli piccoli schiaffi o scrivendogli sulla fronte con un pennarello; appurata la non reversibilità del suo stato, gli si mettevano addosso un paio di coperte, lo si caricava su un furgone con poltrona e tutto, lo si portava in un campo fuori città e lo si mollava lì ad aspettare l’alba.
Quell’immagine, l’immagine di un tale Garry ronfante sulla poltrona che avevate lasciato in mezzo a un campo arato dell’East Sussex in piena notte, e con essa l’idea di essere vittima di uno scherzo simile ma più vasto e grandioso, di cui la tua posizione era solo il punto apicale, ti sovveniva alla coscienza di concerto con la prima percezione sensoriale, quella del bracciolo scucito di un divano. Alla tua sinistra, invece, addormentato in modo orribilmente arruffato e contratto,UFOteknivalrect eppure bello nello stagliarsi dei confini del suo corpo e dei suoi abiti sulla fantasia del divano, stava Iacopo il Gori, assieme al quale diciotto ore prima avevate raggiunto quel campo dove ancora, come testimoniava il battito ininterrotto che arrivava dalla conca sotto di voi, andava svolgendosi la festa congiunta di tre tribe quasi storiche del panorama free tekno del centro Italia. Assieme a lui, e assieme alla sua ragazza Melusine, la cui voce giungeva da dietro al divano quasi chiamata dal tuo pensiero o attivata assieme al vostro contemporaneo risveglio da ineffabili telepatie psicotomimetiche, poiché intanto anche il Gori andava stirandosi e un sorriso gli si disegnava sulla faccia segnata.
Tutto ti sovviene con un dettaglio particolare, inusuale dato che il ricordo di mille feste forma nella memoria non un album di immagini, ma una sola ghirlanda di lampi, suoni, epifanie, perdite, agnizioni, tensioni, rilassamenti, balli, smostrate, esplosioni di gioia o di sorpresa; ricordi il modo in cui ti voltasti e sporgesti, e dietro al divano, steso a terra, c’era un telo a motivi geometrici con al centro la grossolana raffigurazione di un alieno coi chakra illuminati, e sul telo Toselli, il cane di Melusine, e accanto a Toselli Melusine a gambe incrociate, alle prese con due tessere e la custodia di un CD dove andava schiacciando e sbriciolando della polvere sassosa, e mentre lo faceva diceva:
Boia.
Panico eh, Melu’.
Via, fammi fare una raglia, disse Iacopo girandosi a sua volta, e sembravate persone affacciate a non si sa che disumano balcone, intente a scherzare con qualcuno giù sul marciapiede.
Io non so come fate a pippare la speed prima di prendere un caffè, non so, una pastina, dicesti.
Il caffè rende nervosi, fece Melusine, e scoppiaste a ridere mentre il sole spuntava per davvero e tutto si faceva giallo, un giallo che rispetto a quello di cinque, dieci, trenta minuti più tardi si sarebbe rivelato poco più di un chiarore clorotico, ma che paragonato al cielo prussia la cui luce relativa vi aveva svegliati poco prima, appariva come l’oro vomitato dalla più profonda e grassa terra, e intanto vi passava accanto un tipo con un rastino penzoloni dalla nuca, e alzava il lattone da mezzo litro come a brindare a voi, o meglio al vostro divano, o meglio al vostro essere su quel divano come figure teletrasportate lì da chissà che vortice, e Iacopo ricambiava il saluto e scendeva dal divano e andava accanto a Melusine e sniffava la riga più grossa tra quelle che lei gli metteva davanti, e si afferrava il setto per il bruciore e tu pensavi che forse un sorso da quel succo di pesca Santal a mezzo lì davanti – perché era vostro, quel succo, un avanzo della sera prima, risalito non si sa quando alla collinetta del divano, la quale doveva essere poi, visto il panorama piatto e antropizzato tutto intorno, la tumulazione di una piccola discarica di inerti – avrebbe potuto sostituire il caffè, la pastina, valere insomma come colazione, e da sotto giungeva adesso un passo più veloce, cassa dritta e basso in levare, centottanta o centonovanta battiti al minuto, frenchcore quasi, e Melusine si alzava in piedi e guardava verso il soundsystem più lontano, un muro di amplificatori uniforme e lievemente concavo, davanti alla cui nera lunghezza ristavano solo due persone: una ragazza, le gambe bianche che da una minigonna zebrata andavano a ficcarsi in due grosse scarpe da skate, che ondeggiava piano, facendo figure come di quadrati con le braccia e le mani, e, più vicino al muro, quasi a contatto con esso eppure immobile, un ragazzo, o ragazza, o donna, o uomo, tutto nero per la felpa col cappuccio tirato su e i pantaloni e lo zaino pure neri, piantato davanti al rimbombare violentissimo delle casse. Ore prima, quel sound aveva visto i suoi bei baccanali, ma adesso tutto, come seguendo un processo di transizione osmotica o secondo un programma dispiegatosi da solo secondo gli usi e la sensibilità della massa dei partecipanti e di ciascuno di loro, si era spostato al muro di casse principale, più grande e frontale rispetto al tumulo su cui stavate, una parete di una dozzina di metri decorata sulla sommità da televisori fermi sulla danza di puntini grigi dell’assenza di segnale, e lì davanti infatti si agitava una massa di tre o quattrocento persone, la quale appariva omogenea sotto cassa, una legione scura e organica, un’emanazione del muro stesso, i più dei suoi componenti che ballavano compatti con quel caratteristico movimento che assomiglia al remare, e più multiforme e agitata in mezzo, un ribollire di braccia e teste e volti, prima dello sfrangiamento, sgranato nei colori e negli occhi, di folle varianza nella babele di abiti e capelli e ninnoli e stati di coscienza dei gruppetti ridenti, urlanti, saltanti, abbraccianti, che costituiva il bordo di quella massa, la quale pure, presa tutta assieme, ondeggiava secondo un suo altro più uniforme e lento passo, simile a un telone o a un’ampissima bandiera agitata dal vento, fino poi ai singoli che ne punteggiavano l’intorno, le due ragazzine coi cappucci di peluche colorato che tenendosi per mano raggiungevano saltellando il banco delle birre, il tizio seduto a terra nella polvere come in meditazione e quello in sandali che ballava secondo un proprio ritmo scardinato, il bozzolo in fondo a sinistra attorno a cui si azzuffavano i cani, che era certamente una persona addormentata (si poteva mai dormire in quel casino? Forse sì, visto che vi eravate appena svegliati), la donna che poco più in là si fumava tranquilla una sigaretta guardando gli altri ballare, e ancora un vecchio con la zucca tatuata, che si abbassava fin quasi a terra a ogni calo di velocità della traccia per poi schizzare su, come rianimato, a ogni ripartenza, e ancora più a lato il ragazzino con la maglia da hockey troppo larga che armeggiava col marsupio tra banconote e buste mentre con le spalle seguiva il ritmo brutale della techno che ovunque rimbombava – e realizzavi che non era poi così lontano il vostro divano se potevi scorgere simili particolari, se potevi distinguere lo smascellare dell’una, il riso sguaiato dell’altro, la manica che asciugava della birra dal lato di una bocca, il volo di una cartina sfuggita di mano, e Melusine, che a sua volta era passata a rimirare quel deliquio festante di corpi tra il suolo battuto e l’orizzonte che si apriva al giorno, diceva
Storica.
Che?
No, dico, festa storica.
Ogni volta non voglio venire, penso che mi sono rotto il cazzo, disse Iacopo tirando su col naso, e ogni volta, cioè non proprio ogni volta, ma questa volta sì, sembra la più bella, o almeno una delle più belle.
E invece, dicesti tu, approcciando il CD.
Invece che?
Invece è tutto finito.
E su, rispose Melusine, la festa era bella, è bella, è uno scialo, guarda come stiamcover_MDC_smallo, il sole ci dà i baci, cazzo c’entra dire queste cose.
Dico solo che non è più come una volta.
Te lo spiego io, fece lei, ti sembrava meglio prima perché prima… quando sei stato la prima volta a una festa? Nel ’99? Faccio su altre tre raglie? Bene. Prima ti sembrava meglio prima perché, cos’era, il ’98, il ’97? A quei tempi avevi vent’anni.
Se ascolti ora un pezzo degli Spiral Tribe, biascicò Iacopo stropicciandosi la faccia, un pezzo di allora, sembra blues, boh, funk, tipo, da quanto è lento. Io mi sa che la prima volta che sono stato a una festa era il duemila, e mi sembrano meglio adesso. Cioè, non proprio ora magari, ma nel duemilaquattro, boh, duemilacinque…
Che non è adesso.
È più “adesso” del ’98.
L’età d’oro sarebbe quella?
L’età d’oro, se senti la gente, disse piano Melusine mentre faceva su tre righe ancora più grosse, è sempre prima.

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