[è uscito in questi giorni presso il Saggiatore Altavia, secondo romanzo di Sergio Peter. Ne pubblichiamo un estratto, su cortese concessione dell’editore]

~

Ogni volta, usciti dal seminario, ci sentivamo trasformati. Avevamo davvero la sensazione di far parte di una specie di setta, di cui però ci sfuggiva il credo ultimo. Come dopo un passaggio in confessionale, eravamo sollevati, ma ribaltati dentro dalle nuove conclusioni. Mentre intorno a noi, nel campus, nelle aule dedicate a san Bonaventura, Giovanni xxiii, Pio xii, Benedetto xv, migliaia di corsisti completavano curricula a suon di trentaelode proporzionali alle rette pagate annualmente, nel bugigattolo a forma triangolare dell’ala più nascosta del dipartimento di filosofia, stava accadendo qualcosa. Perché Caviezel, solo lui lì dentro, ci insegnava a pensare, a farla davvero, la filosofia, e non solo appuntare nozioni e asserzioni, senza creare intrichi. Ci mostrava come si generano i concetti, e un periodo, una qualsiasi proposizione – se vera – nasconda radici, bulbi, da cui estrarre semi di vivacità fortissima; ci apriva le pagine più belle e le attraversava, rabdomanticamente.
Insisteva tanto sulla lettura a intensità, un modo d’incontrare il testo seguendo gli «impulsi elettrici» in esso contenuti. Continuava a ribadire che tutto sta nel rinvenire le singolarità del paesaggio. Trattava i testi stessi come fossero pianure, dossi, orridi, catene montuose. «L’arte della contemplazione di Watts è una cascata» aveva detto. Ce lo aveva portato e avevamo provato subito a sfogliarlo, senza capirci molto.
Conoscevamo Guido già dal triennio. Gli avevano assegnato un corso di approfondimento su Walter Benjamin e ci aveva colpito la maniera di porsi agli studenti. Spesso, se si accorgeva che gli astanti non lo stavano ascoltando, si incolleriva, diventava rosso e iniziava a gridare. A un passo dalla bestemmia, per diversi secondi pronunciava frasi senza senso, per vedere se eravamo attenti. «Esistono serpenti a ovest delle isole Massa?»
In un primo tempo, incuteva timore nella classe, ma lo faceva soltanto per operare una sorta di scrematura nell’uditorio. Voleva solo gli alunni più folli, così sconsiderati da consegnarglisi in mano. Dopodiché, fatta la dovuta selezione e scacciati i codardi, cambiava tono, sogghignando, gli piaceva aprire una pagina a caso del libro in questione e chiedere a uno dei seminaristi cosa ne pensasse. Non so dire se fossimo succubi, come a volte il Bosceta sosteneva. Ma se quella di Caviezel era davvero manipolazione nei nostri confronti, faceva parte dei livelli più elevati di quell’arte così simile alla necromanzia.
Sapeva delle nostre più intime debolezze: che Filo faticava a tenere le calzature, e gliele faceva togliere, che il Bosceta aveva bisogno di frequenti pause fumo, e gliele concedeva. A me offriva il caffè senza che glielo chiedessi ormai, sapendo bene che lo bevevo amaro e senza latte. Lo faceva volentieri, visto che l’unica volta che mi ero presentato al corso senza averlo preso, si era accorto di quanto ne fossi assuefatto.
Sulle ragazze, suscitava un certo fascino, forse per i baffi, più probabilmente grazie agli occhi azzurri. Durante il quarto d’ora accademico, anziché aspettare alla cattedra imbronciato il momento buono per iniziare – come faceva la gran parte dei suoi colleghi – tirava fuori un piattino sbreccato. Lo usava come bruciaincenso, perché con un accendino ne scaldava la base e scioglieva alcune granaglie che portava con sé, sempre al profumo di nardo.
Col passare del tempo, prendemmo confidenza, rompendo, per la prima volta, la barriera studente-insegnante, il senso d’inferiorità instillato dagli apparati nei propri membri. Fu difficilissimo, perché all’inizio fece di tutto per respingerci e tenerci distanti, specie fuori dalle aule: non appena tra di noi sembrava essersi creato un certo feeling, egli si ritraeva. Quando traspariva troppo la stima che provavamo nei suoi confronti, trasformandosi in idolatria, ci ammoniva, rimandava le lezioni per settimane, invitandoci a pentirci, a riguardarci.
Ma nei mesi, nonostante la nostra timidezza, e per la moria di iscritti al corso avanzato, imparò per necessità a riconoscere i nostri volti, a venirci incontro con stile scialbo, e iniziammo a vederci anche fuori, al bar a berci una birretta, in mensa a condividere il pranzo, in libreria. In questo, fu la bonarietà di Filo ad avere un ruolo decisivo, la sua insistenza. Aveva scoperto che il prof. dopo il seminario andava sempre a prendersi un panino o una piadina al bar e aveva iniziato a pararglisi davanti in quegli orari scolandosi acque toniche e ginger. Non si poteva non notarlo, Guido Caviezel: girava con uno zainetto dell’Invicta tutto liso e, a meno che non ci fossero dieci gradi sotto zero, indossava delle t-shirt, certe magliette pubblicitarie scolorite inguardabili: Teletu, Italia90, Heineken

 

~

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

vanni.santoni@gmail.com

Vanni Santoni (1978), dopo l'esordio con Personaggi precari ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008, Laterza 2019), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), la saga di Terra ignota (Mondadori 2013-2017), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega), I fratelli Michelangelo (Mondadori 2019), La verità su tutto (Mondadori 2022, Premio Viareggio selezione della giuria), Dilaga ovunque (Laterza 2023, Premio selezione Campiello). È fondatore del progetto SIC (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche Emma & Cleo (in L'età della febbre, 2015) e il saggio La scrittura non si insegna (2020). Scrive sul Corriere della Sera. Il suo ultimo romanzo è Il detective sonnambulo (Mondadori 2025).

Articoli correlati