Pubblichiamo, ringraziando l’autrice, un racconto inedito di Chiara Guerri, “Dal bosco”. [Fonte immagine]
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Eravamo alti come ceppi e avevamo da poco imparato che nel bosco vicino al villaggio diroccato, raggiungibile solo a piedi, non dovevamo andare; non soli, solo accompagnati, perché, ci dicevano, siete piccoli, fate i bravi, da grandi capirete. Nel bosco vive la Signora di Cera, reietta bruciata dalla perdita. Nessuno sapeva davvero chi fosse, nessuno l’aveva davvero mai vista, ma era sulla bocca di tutto il villaggio; una leggenda infiltrata tra le crepe delle labbra, incrostata, polverosa. La Signora di Cera, dicevano, era rimasta sola dopo che il marito malato di cancro si era buttato da una rupe del Monte Salvo. Il marito era l’unico che si spendeva per il villaggio: riparava scarponi, spazzava la piazza, piantava erbe aromatiche nei giardini, allontanava formiche e lombrichi dalle lapidi. Nessuno, più, avrebbe dovuto dire altro, nessuno, più, avrebbe dovuto pronunciarsi. Tutti provavano a sigillare il pettegolezzo con un filo argentato di bava, provavano a ingoiare le carie della maldicenza, ma non facevano altro che dire che era colpa della Signora di Cera ed essere un’eco della loro ignoranza: Siete piccoli, non andate, non soli, solo accompagnati; e poi, ché la loro ignoranza non sapeva proprio farsi tomba, cantilenavano e continuavano a tesser trame di quella nebbiosa leggenda: Siete piccoli, non andate, non soli, solo accompagnati, che la Signora di Cera c’ha un dolore che se vi trova, a voi, vi scava gli occhi perché non vediate e se ci trova, a noi, ci ammazza tutti, ci sega le dita per bacchettare l’orco che le dorme sul respiro, e con il suo soffio vi polverizza il cuore.
Avevamo saputo della morte del marito della Signora di Cera la mattina di Natale, alle sei; il giornalaio, che del mondo si curava tanto che si confondeva a esporre le notizie, il giorno stesso, accanto a quella brutta disgrazia in bella vetrina aveva messo un fiocchetto nero, affisso con un bastoncino dalla punta temperata; il panettiere con le braccia moncherine, che ogni resto lo sbagliava per difetto, si era messo a regalare tozzi al carbone vegetale; la lingua della lattaia, che a ogni consegna nel vicinato sciorinava santi e cristi, si era fatta tappeto di raso; riuscivamo a credere che nessun abitante del villaggio fosse più lo stesso, speravamo che la morte del marito della Signora di Cera avesse portato la redenzione attesa. Se non fosse che, il giorno dopo, ognuno riprendeva il quieto come era solito vivere senza dilungarsi in abluzioni della coscienza: il giornalaio a sbagliare notizie; il panettiere a sbagliare resti; la lattaia a sbagliare parole; tutti a modo proprio, a fare e sbagliare modi. E noi, che fino a quel momento avevamo fatto i bravi, che avevamo visto e ascoltato quei grandi edificare pulpiti di prediche, che non eravamo mai, mai soli, andati nel bosco, ma che non potevamo sottrarci alla divina legge dell’errore umano, ci siamo inoltrati.
Alla sera, insieme, un passo dopo l’altro sullo scrocchiare osseo delle foglie brinate, i versi tintinnanti dei gheppi ad aprirci la strada tra i rovi. Non sapevamo a che altezza potesse trovarsi la casa della Signora di Cera, sapevamo solo che su di lei piagava la maldicenza, che aveva deciso di allontanarsi, dimenticarsi, confondersi col bosco e, soprattutto la sera, dicevano al villaggio, poteva capitare di intravederla scortata da un pulviscolo di luna.
La vedevamo camminare, salutare gli alberi tumorali, imbruniti e feltrosi, chinando la chioma in fiamme, sfiorare le cortecce e silenziosa fare del bosco un grido nero. Dietro di lei foglie di cenere che la allontanavano; si voltava, fissava il suo sguardo su ognuno di noi, ognuno che portava le mani al petto e sentiva la vita accelerare le preghiere, e più i suoi passi distillati si facevano lontani, più alzava mulinelli di foglie di cenere, e più foglie di cenere alzava, più la combustione lacrimosa dei suoi occhi ci avvolgeva. Piangeva cristalli di cera e soffiava un vento di lutto verso di noi sigillando le nostre labbra. Avevamo paura di ritrovarci polvere di cuore in petto, ma il cuore, tachicardia di preghiere imparate male, poteva rientrare salvo.
Il villaggio vociava di benedizioni per il nostro ritorno; si faceva ventre, e ci accoglieva; diventava mano, e ci stringeva; si faceva orecchio, e ci ascoltava. Voleva sapere, il villaggio, ma sapere non di noi che andati piccoli come ceppi avevamo raggiunto chi l’altezza del tronco chi di qualche ramo. Voleva sapere del fumo lunare che ogni notte fuoriusciva dalla testa del bosco, dell’odore funereo che supplicava l’eterno riposo, delle foglie di cenere che ogni mattina piovevano sulla piazza, sulle case e sui negozi; ma le nostre labbra, che ora sapevano e capivano, non volevano dischiudersi.
Ce ne siamo andati, abbiamo mogli e figlie. Sappiamo che nulla resta del bosco, nulla del villaggio, della brutta disgrazia in bella vetrina, della rupe, ma qualcuno, tra intrecci argentati di bava, ancora racconta di vedere, la notte, fumi lunari sopra ai boschi.
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