Etty Hillesum Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/etty-hillesum/ un blog di approfondimento culturale Sat, 06 Nov 2021 09:37:13 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Etty Hillesum Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/etty-hillesum/ 32 32 InQuiete Festival: Sara Gomel su Etty Hillesum https://minimaetmoralia.it/interviste/inquiete-festival-sara-gomel-su-etty-hillesum/ https://minimaetmoralia.it/interviste/inquiete-festival-sara-gomel-su-etty-hillesum/#respond Sat, 06 Nov 2021 09:37:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49496 C’è una giovane donna, non ancora trentenne, che ama contemporaneamente due uomini, nello spirito come nella carne, che non ha paura a dirsi innamorata, a dedicarsi alla cura dell’altro, una donna che vive le sue giornate nell’ardore intellettuale della scrittura, dell’autoanalisi, che cerca tenacemente Dio, un Dio al quale non chiede aiuto, ma piuttosto un […]

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C’è una giovane donna, non ancora trentenne, che ama contemporaneamente due uomini, nello spirito come nella carne, che non ha paura a dirsi innamorata, a dedicarsi alla cura dell’altro, una donna che vive le sue giornate nell’ardore intellettuale della scrittura, dell’autoanalisi, che cerca tenacemente Dio, un Dio al quale non chiede aiuto, ma piuttosto un Dio da  proteggere, perché come scrive lei stessa: “Dio, tu non puoi aiutarci, tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi”.

Nonostante siano passati moltissimi anni dalla sua morte nel campo di sterminio di Auschwitz, il 30 novembre 1943, Etty Hillesum continua ad essere un faro brillante nella vita di molte lettrici e lettori e la sua esperienza biografica e di scrittura continuano a ribaltare ogni possibile cliché relativo al femminile: lei che ha esplorato i temi dell’accudimento, della famiglia, della preghiera, rimane comunque, ancora oggi, una indiscussa icona dell’autodeterminazione femminile.

Il ritratto di signora che ha chiuso la quinta edizione di InQuiete Festival, la rassegna letteraria realizzata da Associazione Mia e Libreria di donne Tuba, è stato dedicato per l’appunto alla scrittrice olandese, resa celebre dai suoi diari precedenti la prigionia nel campo. A raccontarla, la filosofa Sara Gomel, autrice del libro Parole mie con voce tua. Etty Hillesum e l’esperienza del raccontarsi (Castelvecchi), un lavoro che prova ad analizzare l’esperienza della scrittura e dell’autonarrazione come un momento di incontro con l’altro.

Riduttivo è forse l’aggettivo che meglio si presta a qualsiasi categorizzazione della produzione letteraria di Hillesum: per alcuni si è trattato di una scolaretta che amava crogiolarsi nelle sue nevrosi, per altri di una mistica, per altri di una testimone atipica dell’Olocausto. Le pagine dei diari, così come le lettere, sono prive di qualsiasi militanza politica, mentre emerge un elevato ripiegamento su stessa, nella ricerca di Dio, una delle più luminose e profonde testimonianze filosofiche del Novecento.

“Dove non ci sono uomini procura tu di essere uomo” troviamo scritto in una raccolta mishnaica di insegnamenti etici e morali, ed Etty Hillesum si è fatta donna in un mondo in cui l’umanità ha vacillato.

Lo studio di Gomel, che nel 2018 ha condotto una ricerca sui materiali d’archivio del Centro di ricerca Etty Hillesum a Middelburg, si concentra soprattutto sul tema della cura degli altri, che nella scrittrice diventa un modo per identificare se stessa. Nei mesi di Westerbok, infatti, Etty fu l’assistente sociale del campo di transito, prendendosi cura di chi arrivava e di chi partiva: non fu mai madre nella sua vita, ma agì da madre dell’intero campo, diventando quello che lei amava tanto definirsi, “il cuore pensante della baracca”.

Quando è avvenuto il tuo incontro con questa autrice e com’è nata l’idea di scrivere questo libro?

Io vengo da una famiglia ebraica, per cui ho un forte legame con la storia di Etty, anche biografico. Ho letto tanti diari e tante lettere scritti negli anni della persecuzione e della Seconda Guerra Mondiale. Così, periodicamente, mio padre mi proponeva questa autrice, ma io, temendo di dovermi confrontare con gli usuali temi angoscianti e spesso insostenibili ho sempre procrastinato l’incontro. Ho tenuto da parte questo libro per tantissimo tempo. Negli anni in cui ho vissuto a Parigi, avrò avuto ventun’ anni circa, una sera ho iniziato a leggerlo ed è stata una vera folgorazione per l’attualità del pensiero che ho ritrovato tra le pagine dei suoi diari. Ho scelto così di scrivere la mia tesi di laurea su Etty e, nel momento in cui ho avuto modo di andare a fare ricerca in Olanda, nella sua città natale, ho iniziato a scrivere questo libro. Stare nei suoi luoghi e poter scrivere di lei da lì è stata un’esperienza molto ispirante.

Hillesum è una filosofa mai astratta dalla vita.

Credo che Etty Hillesum sia prima di tutto una grandissima narratrice e questa sua qualità esce fuori soprattutto nelle lettere, mentre nel diario c’è più filosofia. È una filosofa atipica perché, come molte filosofe del Novecento ha scritto in delle forme ibridate. Da filosofa, il mio interesse era quello di capire se si potesse fare un discorso universale a partire da una soggettività che si racconta. Per questa ragione, il sottotitolo del mio libro è “l’esperienza del raccontarsi”, mi interessava come il raccontarsi potesse farsi esperienza umana. E lei ci è riuscita, anche perché ha scritto un diario, una forma di scrittura sincera, in cui il soggetto si costruisce giorno per giorno.

Nel suo lungo processo di analisi Etty pratica l’ hineinhorchen, l’ascolto di sé stessa. Secondo te, oggi quanto è più complicato applicare questa tecnica di autodisciplina?

Noi oggi siamo molto impegnati ad autonarrarci: quando condividiamo qualcosa sui social, ad esempio, passiamo ore a costruirci. Nel diario, invece, c’è un’autenticità in cui la stessa autrice scopre se stessa pagina per pagina, ignara di quello che farà o sarà nel prossimo capitolo.

Quanto all’ascolto di se stessi credo che oggi sia molto difficile da praticare in relazione con la società performante che ci circonda: l’idea che le soluzioni non siano necessariamente fuori da noi è un cambio di prospettiva totale.

In questo momento storico in cui spesso viene promossa una idea di femminismo molto pop, per usare termini commerciali direi “bossy”, mi chiedo come Etty Hillesum possa parlare alle giovani generazioni di femministe.

 La ricerca di trovare le proprie radici in se stessa è un tema ricorrente nei suoi scritti e rappresenta un germe potentissimo di femminismo. Al di là delle convenzioni sociali, capire come essere se stessa e trovare il proprio spazio, senza fare lotta politica. Non è un tema per lei la resistenza politica, ma la sua vita è stata tutta opera di resistenza personale, cercando di osservarsi attraverso una lente il più onesta possibile. Le domande che Etty si pone, anche quando inizia la terapia con Julius Spier sono “Come donna cosa ho da offrire? Qual è la mia differenza?”

Nel libro, a questo proposito, l’ho confrontata molto con il femminismo italiano degli anni Settanta, quello della differenza, in particolare con Adriana Cavarero, perché trovo che ci siano molti punti in comune. C’è un passaggio in cui Etty parla di Adolf Hitler come “questo è il modello del maschile oggi, io cosa posso offrire di alternativo? Accogliere su di me la mia differenza come donna e capire che mondo può nascere dall’aver preso su di sé questa differenza.

Etty, ipotizzando il campo di sterminio si era data, come aspettativa di vita, tre giorni. Ad Auschwitz ebbe una resistenza di tre mesi. Il silenzio che viene dopo i suoi diari mi fa immaginare una ragazza in attesa, in questo straziante margine di tempo non previsto.

 I testi di Etty Hillesum mi hanno sempre ispirato un senso di profonda gratitudine, se vuoi quasi una esaltazione per il suo ragionare così saldo eppure empatico, scritto in un prosa asciutta, diretta, limpida. Questo rapporto idilliaco con la scrittrice così come con la donna, ha subìto un brusco cambiamento quando sono arrivata per la prima volta a Westerbok. Lì, l’enormità del Male mi ha travolta e mi sono chiesta, quasi arrabbiandomi: con lei: “Perché non sei riuscita a essere più forte di tutto questo?”

 

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Le lettere di Etty Hillesum, per non dimenticare l’Olocausto https://minimaetmoralia.it/libri/etty-hillesum/ https://minimaetmoralia.it/libri/etty-hillesum/#comments Mon, 27 Jan 2014 14:28:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17947 Questo pezzo è uscito su Donneuropa.

"Dopo la notte scorsa, per un istante ho creduto in tutta sincerità che tornare a ridere sarebbe stato un sacrilegio”. Eppure, la capacità di cogliere gli ultimi residui della bellezza del mondo e il rifiuto di lasciarsi annientare dal dolore, permisero sempre a Etty Hillesum di aggrapparsi a una piccola speranza: “Ma poi mi sono detta che c’è chi se ne è andato ridendo – anche se non molti, stavolta – e che in Polonia riderà pur qualcuno ogni tanto – anche se non molti, credo, di quest’ultimo carico”.

In occasione del centenario della nascita dell’ebrea olandese Etty Hillesum, nata il 15 gennaio del 1914, due sue lettere scritte dal campo di transito dove era confinata sono state ritradotte e pubblicate da Castelvecchi, Due lettere da Westerbork (pp. 72, euro 7,50). Si tratta delle uniche due che furono pubblicate quando era ancora in vita, clandestinamente, dalla resistenza olandese. La versione integrale del Diario (di oltre 800 pagine), e le Lettere, sono pubblicate da Adelphi.

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Questo pezzo è uscito su Donneuropa.

“Dopo la notte scorsa, per un istante ho creduto in tutta sincerità che tornare a ridere sarebbe stato un sacrilegio”. Eppure, la capacità di cogliere gli ultimi residui della bellezza del mondo e il rifiuto di lasciarsi annientare dal dolore, permisero sempre a Etty Hillesum di aggrapparsi a una piccola speranza: “Ma poi mi sono detta che c’è chi se ne è andato ridendo – anche se non molti, stavolta – e che in Polonia riderà pur qualcuno ogni tanto – anche se non molti, credo, di quest’ultimo carico”.

In occasione del centenario della nascita dell’ebrea olandese Etty Hillesum, nata il 15 gennaio del 1914, due sue lettere scritte dal campo di transito dove era confinata sono state ritradotte e pubblicate da Castelvecchi, Due lettere da Westerbork (pp. 72, euro 7,50). Si tratta delle uniche due che furono pubblicate quando era ancora in vita, clandestinamente, dalla resistenza olandese. La versione integrale del Diario (di oltre 800 pagine), e le Lettere, sono pubblicate da Adelphi.

La “vita libera e sregolata”, come Etty descrisse gli anni appassionati della sua giovinezza, riuscì a prendere luce nel periodo più buio del Novecento, in un crescendo di riflessioni sulla sua epoca e di tensioni interiori che la rendono una delle figure più notevoli e complesse del secolo scorso (nel primo incontro pubblico dopo le dimissioni da papa, Benedetto XVI citò Etty Hillesum accanto alle grandi figure della spiritualità, insieme a Florenskij e Dorothy Day).

Queste due lettere, come si legge nell’ottima prefazione di Marcella Filippa, “riequilibrano in parte una sua immagine troppo rigida, riduttiva e parziale, di volta in volta audace e libertina, mistica e angelica”. È lo sguardo con cui Etty seleziona i particolari della vita nel campo di Westerbork ad aiutarci a capire chi fosse veramente e a mostrare come combatté l’orrore che la circondava. La sua fiducia nel futuro si attivava alla vista della tinta gialla dei lupini o del rosso dei cavoli con cui si nutriva: “Una sera d’estate me ne stavo seduta a mangiare il mio cavolo rosso sul ciglio del campo di lupini gialli, che si estendeva dalla baracca della mensa fino a quella in cui ci si toglieva i pidocchi”. Farsi destare da questi bagliori di vita dimostra che restò in grado di ricordarsi che una realtà invitante palpitava ancora al di là del filo spinato che la stringeva, al di là della Storia che provava a soffocarla. Il fascino di questi scritti non risiede solo nel valore di documento storico, la scrittura di Etty Hillesum ha una forza letteraria ideale per rendere la tragicità della situazione che racconta. Sono le reticenze infatti, i vuoti, il pudore, il senso di inadeguatezza a far stare con lei nell’inferno: non si contano frasi come “la mia penna non dispone di quegli accenti grandiosi che servirebbero a rendere un’idea seppur vaga di queste deportazioni”, “vedo… Oh be’, proprio non mi riesce di descriverlo”, o “se anche proseguissi per pagine e pagine, non avreste un’idea dei piedi strascinati, dei passi stentati, della cadute, del bisogno d’aiuto, delle domande infantili”.

Ebrea non praticante, sedotta nell’adolescenza dai suoi amanti e dallo studio, amò Agostino, Rilke, Jung, Dostoevskij, i Vangeli. In queste sole due lettere sono tantissime le intuizioni sul senso della Storia, sulla memoria, sul rapporto tra ricordi e scrittura, sulla vergogna delle vittime, sulla democrazia. Tra le tante eredità che lascia, se ne può citare una sulla necessità di una esistenza vigile: “Ma la ribellione che nasce solo nel momento in cui la miseria ci tocca in prima persona non è vera ribellione e non potrà mai dare buoni frutti”. E un’altra sulla crescita morale: “Se in un mondo impoverito e reduce da una guerra non avremo altro da offrire che i nostri corpi tratti in salvo a ogni costo, e non un nuovo significato attinto dai pozzi più profondi dei nostri affanni e della nostra disperazione, allora sarà troppo poco”.

Assediata dal Male, morì ad Auschwitz. Si rifiutò sempre di coltivare l’odio: “Ogni nuovo atomo d’odio rende il mondo più inospitale di quanto già non sia”. Se a un secolo dalla nascita tutte le sue parole continuano a rifulgere è forse anche perché Etty Hilleum doveva avere, tra le costole, un sole: “C’è fango, così tanto fango che occorre possedere una grande dose di sole dentro di sé, da qualche parte fra le costole, se non se ne vuole diventare una vittima psicologica”.

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Pericolose separazioni https://minimaetmoralia.it/arte/pericolose-separazioni/ https://minimaetmoralia.it/arte/pericolose-separazioni/#comments Tue, 23 Oct 2012 13:15:13 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9896 Pubblichiamo un'intervista di Elena Stancanelli, uscita su Repubblica, a Marina Abramovic.

Sostiene Marina che l'arte è l'ossigeno della nostra società. Essere artisti è una cosa seria, un impegno che pretende dedizione e coraggio. Serve una vita seriamente organizzata, perché il talento non si disperda. Abramovic padre era un militare e Marina è cresciuta  nel culto  della disciplina. Così qualche anno fa ha deciso di scrivere un decalogo, raccogliendo  consigli per artisti. Il primo punto del Manifesto per la vita di un artista riguarda i precetti per una vita sentimentale che non intralci la professione. E dice: un artista dovrebbe evitare di innamorarsi di un altro artista/ un artista dovrebbe evitare di innamorarsi di un altro artista/ un artista dovrebbe evitare di innamorarsi di un altro artista. Posso chiederle il perché di tanta insistenza? Cosa accade a chi trascuri questa avvertenza?

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Pubblichiamo un’intervista di Elena Stancanelli, uscita su Repubblica, a Marina Abramovic.

Sostiene Marina che l’arte è l’ossigeno della nostra società. Essere artisti è una cosa seria, un impegno che pretende dedizione e coraggio. Serve una vita seriamente organizzata, perché il talento non si disperda. Abramovic padre era un militare e Marina è cresciuta  nel culto  della disciplina. Così qualche anno fa ha deciso di scrivere un decalogo, raccogliendo  consigli per artisti. Il primo punto del Manifesto per la vita di un artista riguarda i precetti per una vita sentimentale che non intralci la professione. E dice: un artista dovrebbe evitare di innamorarsi di un altro artista/ un artista dovrebbe evitare di innamorarsi di un altro artista/ un artista dovrebbe evitare di innamorarsi di un altro artista. Posso chiederle il perché di tanta insistenza? Cosa accade a chi trascuri questa avvertenza?

“La storia insegna che questi legami sono crudeli e fallimentari”, risponde. “Pensi a Camille Claudel. A diciotto anni, durante la sua prima mostra, conobbe Auguste Rodin. Che aveva ventitré anni più di lei e un’altra donna, Rose Beuret. Si innamorarono e si amarono follemente, ma lui non rinunciò mai all’altra donna, quella che lo accudiva e non contrapponeva forza alla forza, arte all’arte. Camille passò gli ultimi anni della vita rinchiusa in un ospedale psichiatrico, scannata dai suoi fantasmi. Non è solo una questione di gelosia, o di invidia È piuttosto un equilibrio di forze molto complicato. Due artisti si affrontano senza poter cedere mai di un millimetro, mentre quello che servirebbe a entrambi è piuttosto una casa, una cuccia. L’unico esempio che mi viene in mente di una coppia di artisti capaci di vivere insieme e lavorare fianco a fianco per tanto tempo è quello di Gilbert & George. Compagni di vita e sodali nell’arte ormai da quasi quarant’anni.”

Fa una pausa, Marina Abramovic, e mi guarda. È nata nel 1946, a Belgrado. Adesso vive a New York, ma un attimo fa era a Londra e tra qualche giorno sarà a Venezia al Festival del Cinema. Vive veloce e intensamente, e ha sempre usato se stessa e il suo corpo per esprimersi. Ogni sua performance è un evento dalle conseguenze imprevedibili, per sé e per il pubblico. Nel 1974, a Napoli, mise in scena Rhythm 0, quasi un sacrificio rituale. C’era solo lei, e un tavolo sul quale aveva apparecchiato strumenti per il piacere e il dolore, cibo, coltelli, una pistola, fiori, lamette. Avrebbe assecondato qualsiasi cosa le fosse stata fatta dal pubblico. Allo scadere del tempo assegnato, si ritrovò semi nuda, la pistola puntata alla tempia e l’energia erotica della sala fuori controllo. È questo che fa la Abramovic: ti spiazza, ti costringe alla presenza, ti chiama in causa.

Negli anni si è tagliata fino a sanguinare, si è spogliata, stremata fino allo svenimento. Ha costeggiato e spesso traversato i confini del dolore e della paura. Seguendo il precetto di Etty Hillesum, “si è offerta umilmente come campo di battaglia”.  Questa donna mi guarda e di colpo scoppia a ridere. In un attimo si trasforma dalla sacerdotessa oracolare in una ragazzina allegra e capricciosa. “E comunque le regole raccontano di una condizione ideale”, dice “sono consigli a chi è giovane. Non vuol mica dire che io mi sia sempre comportata per come il mio decalogo chiedeva. Come tutti, ho sbagliato molte volte e molte volte sbaglierò ancora. E sarà giusto così.”

Tra le opere di Abramovic, ce n’è una che ho sempre ritenuto cruciale non solo per l’arte ma per la costruzione della nostra idea di amore, del nostro modo di amare. Nel 1987, dopo una relazione sentimentale e artistica durata 12 anni, lei e il suo compagno, Ulay, decidono di separarsi. E scelgono di farlo mettendo in scena una struggente cerimonia d’addio. Partono a piedi, dai due lati opposti della Grande Muraglia, in Cina, e camminano per novanta giorni. Fino ad incontrarsi, a metà, soltanto per stringersi in silenzio la mano e congedarsi l’uno dall’altra. Questa performance è stata documentata in un video. Le separazioni, le nostre guerre sentimentali. Siamo sprovveduti, impreparati, non riusciamo a gestirle, ad accettarle, a trasformarle in altro che non sia immendicabile lutto, spesso talmente traumatico da inibire la fiducia in amori a venire. Crede che, per lenire il dolore di una separazione, le chiedo, servano riti che la codifichino, che la rendano accettabile?

“Non lo so”, mi risponde improvvisamente severa, “Credo che l’arte e la vita siano due cose diverse. Io sono un’artista e non so dare consigli. Faccio il mio lavoro. Se vivo un’esperienza, non posso fare a meno di trasformarla in un gesto artistico Per me quella camminata era un rito, era il mio modo per separarmi. Ma non intendo farne una liturgia. Posso dire però che quel lutto, quello delle separazioni, riguarda tutti noi. Ognuno sa cos’è quello strappo, cosa accade quando un amore finisce. E forse avere coscienza del fatto che che si tratta di un’esperienza così fortemente condivisa potrebbe già aiutarci a sopportarlo.” Mi guarda, stavolta senza sorridere. Piuttosto come se mi avesse infilato la mano tra le costole ed estratto un organo a caso. Io arrossisco. Ho la sensazione che questa intervista si stia trasformando in qualcos’altro. Mi torna in mente il povero Stefano Boeri caduto in terra svenuto durante la meditazione Abramovic method, qualche mese fa a Milano. C’è qualcosa in lei di inesorabile, qualcosa che noi fragili occidentali nevrotici fatichiamo a sostenere.

Nel Manifesto, lei scrive ancora che l’artista dovrebbe sviluppare una punto di vista erotico rispetto al mondo. Scrive: Un artista dovrebbe essere erotico / Un artista dovrebbe essere erotico / Un artista dovrebbe essere erotico. Che cosa significa, le chiedo. “L’energia erotica è la più potente a nostra disposizione. Forse l’unica. Per un artista è molto importante entrare in relazione con questa energia, imparare a fidarsene e saperla tradurre in un linguaggio espressivo. Amiamo, distruggiamo e creiamo attraverso la nostra energia erotica. È preziosa, irrinunciabile per un artista. Basta pensare ai lavori di Louise Bourgeois. Non trova che siano sempre, incredibilmente, erotici?”

Sì, direi di sì. Secondo lei le modificazioni del corpo col procedere dell’età, incidono sul nostro modo di amare? “No, non credo che il modo di amare abbia a che fare coi cambiamenti del corpo. Si può amare nello stesso modo ad età diverse. E l’erotismo, la sensualità, non hanno niente a che fare con quello che normalmente intendiamo per bellezza. L’esperienza del Meltdown mi ha molto colpito.”

Lecture for women only, è il titolo della performance di Abramovic che si è svolta all’Elizabeth Hall, in occasione del Meltdown Festival, diretto da Anthony Hegarty. Cantante del gruppo Anthony and the Johnson, voce inconfondibile, candida e struggente, in un corpo misterioso, sessualmente post-ambiguo, l’artista collabora con Marina dalla messinscena di Life and death of Marina Abramovic, spettacolo diretto da Bob Wilson e interpretato da Willem Dafoe, del quale ha scritto le musiche.

“Ci siamo ritrovate in 250 femmine”, racconta Abramovic, “Molto diverse per età e caratteristiche. C’erano ragazzine molto giovani, adulte, donne anziane, disabile. È stata un’esperienza fortissima. Nessuna di noi, ne sono certa, aveva mai vissuto una situazione del genere. In quel momento mi sono resa conto che la forma esterna del corpo non ha alcuna importanza.”

Willem Dafoe è protagonista anche dell’ultimo video di Anthony, Cut the world, uno dei brani che fanno da colonna sonora allo spettacolo di Bob Wilson. Sul finale, tra una folla grigia, appare anche Marina Abramovic, con la solita disarmante potenza emotiva, nel suo solo camminare e guardare. “Ho obbedito a lungo al mio destino di donna/ distraendo il tuo desiderio di ferirmi/I miei occhi sono coralli, che accolgono i tuoi sogni/ la mia pelle un confine da violare/ Il mio cuore contiene scene di orrore/ ma quando girando il viso taglierò via il mondo?” Canta Anthony, e non è difficile capire perché questi due artisti siano tanto in sintonia.

Mi sembra che la dinamica passività/aggressività, che lei spesso utilizza nei suoi lavori, possa essere usata anche per raccontare quello che accade in amore, nel sesso soprattutto. “Sì, certo. Ma non è l’unica. Non dimentichi mai che in arte, come nell’amore, quello che sembra materia confina con la spiritualità.”

Come definirebbe lo stato di innamoramento, le chiedo. “Uno stato di grazia e di felicità. Una resa.” Quali sono i film che, secondo lei, hanno raccontato l’amore in modo più bello e preciso? “Amo molto L’anno scorso a Marienbad, di Alain Resnais (scritto da Alain Robbe-Grillet) e Hiroshima mon amour, sempre di Resnais ma scritto da Marguerite Duras. Ho sempre pensato che fossero le due facce dello stesso racconto, dal punto di vista dell’Est e dell’ovest del mondo. E poi Teorema di Pasolini.

Sempre nel suo Manifesto, lei rivendica l’importanza del nemico, in arte e nella vita. Qual è il nemico più forte dell’amore? “La paura di arrendersi completamente e per sempre, anche quando si sa che per sempre non significa niente.” Non mi ha mai convinto l’immagine del cuore sanguinante per dire amore. Ne ha una più bella e più giusta da regalarmi, le chiedo per finire. “Anche a me sembra strana. L’amore non è nel cuore, o non solo. Se penso all’amore l’immagine che mi viene in mente è un corpo che si dissolve in luce. Le piace?” Moltissimo. Grazie.

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