C’è una giovane donna, non ancora trentenne, che ama contemporaneamente due uomini, nello spirito come nella carne, che non ha paura a dirsi innamorata, a dedicarsi alla cura dell’altro, una donna che vive le sue giornate nell’ardore intellettuale della scrittura, dell’autoanalisi, che cerca tenacemente Dio, un Dio al quale non chiede aiuto, ma piuttosto un Dio da  proteggere, perché come scrive lei stessa: “Dio, tu non puoi aiutarci, tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi”.

Nonostante siano passati moltissimi anni dalla sua morte nel campo di sterminio di Auschwitz, il 30 novembre 1943, Etty Hillesum continua ad essere un faro brillante nella vita di molte lettrici e lettori e la sua esperienza biografica e di scrittura continuano a ribaltare ogni possibile cliché relativo al femminile: lei che ha esplorato i temi dell’accudimento, della famiglia, della preghiera, rimane comunque, ancora oggi, una indiscussa icona dell’autodeterminazione femminile.

Il ritratto di signora che ha chiuso la quinta edizione di InQuiete Festival, la rassegna letteraria realizzata da Associazione Mia e Libreria di donne Tuba, è stato dedicato per l’appunto alla scrittrice olandese, resa celebre dai suoi diari precedenti la prigionia nel campo. A raccontarla, la filosofa Sara Gomel, autrice del libro Parole mie con voce tua. Etty Hillesum e l’esperienza del raccontarsi (Castelvecchi), un lavoro che prova ad analizzare l’esperienza della scrittura e dell’autonarrazione come un momento di incontro con l’altro.

Riduttivo è forse l’aggettivo che meglio si presta a qualsiasi categorizzazione della produzione letteraria di Hillesum: per alcuni si è trattato di una scolaretta che amava crogiolarsi nelle sue nevrosi, per altri di una mistica, per altri di una testimone atipica dell’Olocausto. Le pagine dei diari, così come le lettere, sono prive di qualsiasi militanza politica, mentre emerge un elevato ripiegamento su stessa, nella ricerca di Dio, una delle più luminose e profonde testimonianze filosofiche del Novecento.

“Dove non ci sono uomini procura tu di essere uomo” troviamo scritto in una raccolta mishnaica di insegnamenti etici e morali, ed Etty Hillesum si è fatta donna in un mondo in cui l’umanità ha vacillato.

Lo studio di Gomel, che nel 2018 ha condotto una ricerca sui materiali d’archivio del Centro di ricerca Etty Hillesum a Middelburg, si concentra soprattutto sul tema della cura degli altri, che nella scrittrice diventa un modo per identificare se stessa. Nei mesi di Westerbok, infatti, Etty fu l’assistente sociale del campo di transito, prendendosi cura di chi arrivava e di chi partiva: non fu mai madre nella sua vita, ma agì da madre dell’intero campo, diventando quello che lei amava tanto definirsi, “il cuore pensante della baracca”.

Quando è avvenuto il tuo incontro con questa autrice e com’è nata l’idea di scrivere questo libro?

Io vengo da una famiglia ebraica, per cui ho un forte legame con la storia di Etty, anche biografico. Ho letto tanti diari e tante lettere scritti negli anni della persecuzione e della Seconda Guerra Mondiale. Così, periodicamente, mio padre mi proponeva questa autrice, ma io, temendo di dovermi confrontare con gli usuali temi angoscianti e spesso insostenibili ho sempre procrastinato l’incontro. Ho tenuto da parte questo libro per tantissimo tempo. Negli anni in cui ho vissuto a Parigi, avrò avuto ventun’ anni circa, una sera ho iniziato a leggerlo ed è stata una vera folgorazione per l’attualità del pensiero che ho ritrovato tra le pagine dei suoi diari. Ho scelto così di scrivere la mia tesi di laurea su Etty e, nel momento in cui ho avuto modo di andare a fare ricerca in Olanda, nella sua città natale, ho iniziato a scrivere questo libro. Stare nei suoi luoghi e poter scrivere di lei da lì è stata un’esperienza molto ispirante.

Hillesum è una filosofa mai astratta dalla vita.

Credo che Etty Hillesum sia prima di tutto una grandissima narratrice e questa sua qualità esce fuori soprattutto nelle lettere, mentre nel diario c’è più filosofia. È una filosofa atipica perché, come molte filosofe del Novecento ha scritto in delle forme ibridate. Da filosofa, il mio interesse era quello di capire se si potesse fare un discorso universale a partire da una soggettività che si racconta. Per questa ragione, il sottotitolo del mio libro è “l’esperienza del raccontarsi”, mi interessava come il raccontarsi potesse farsi esperienza umana. E lei ci è riuscita, anche perché ha scritto un diario, una forma di scrittura sincera, in cui il soggetto si costruisce giorno per giorno.

Nel suo lungo processo di analisi Etty pratica l’ hineinhorchen, l’ascolto di sé stessa. Secondo te, oggi quanto è più complicato applicare questa tecnica di autodisciplina?

Noi oggi siamo molto impegnati ad autonarrarci: quando condividiamo qualcosa sui social, ad esempio, passiamo ore a costruirci. Nel diario, invece, c’è un’autenticità in cui la stessa autrice scopre se stessa pagina per pagina, ignara di quello che farà o sarà nel prossimo capitolo.

Quanto all’ascolto di se stessi credo che oggi sia molto difficile da praticare in relazione con la società performante che ci circonda: l’idea che le soluzioni non siano necessariamente fuori da noi è un cambio di prospettiva totale.

In questo momento storico in cui spesso viene promossa una idea di femminismo molto pop, per usare termini commerciali direi “bossy”, mi chiedo come Etty Hillesum possa parlare alle giovani generazioni di femministe.

 La ricerca di trovare le proprie radici in se stessa è un tema ricorrente nei suoi scritti e rappresenta un germe potentissimo di femminismo. Al di là delle convenzioni sociali, capire come essere se stessa e trovare il proprio spazio, senza fare lotta politica. Non è un tema per lei la resistenza politica, ma la sua vita è stata tutta opera di resistenza personale, cercando di osservarsi attraverso una lente il più onesta possibile. Le domande che Etty si pone, anche quando inizia la terapia con Julius Spier sono “Come donna cosa ho da offrire? Qual è la mia differenza?”

Nel libro, a questo proposito, l’ho confrontata molto con il femminismo italiano degli anni Settanta, quello della differenza, in particolare con Adriana Cavarero, perché trovo che ci siano molti punti in comune. C’è un passaggio in cui Etty parla di Adolf Hitler come “questo è il modello del maschile oggi, io cosa posso offrire di alternativo? Accogliere su di me la mia differenza come donna e capire che mondo può nascere dall’aver preso su di sé questa differenza.

Etty, ipotizzando il campo di sterminio si era data, come aspettativa di vita, tre giorni. Ad Auschwitz ebbe una resistenza di tre mesi. Il silenzio che viene dopo i suoi diari mi fa immaginare una ragazza in attesa, in questo straziante margine di tempo non previsto.

 I testi di Etty Hillesum mi hanno sempre ispirato un senso di profonda gratitudine, se vuoi quasi una esaltazione per il suo ragionare così saldo eppure empatico, scritto in un prosa asciutta, diretta, limpida. Questo rapporto idilliaco con la scrittrice così come con la donna, ha subìto un brusco cambiamento quando sono arrivata per la prima volta a Westerbok. Lì, l’enormità del Male mi ha travolta e mi sono chiesta, quasi arrabbiandomi: con lei: “Perché non sei riuscita a essere più forte di tutto questo?”

 

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gpborghese@minima.it

Giornalista, si occupa di teatro, viaggi e società. Collabora, tra gli altri, con le riviste Il Tascabile e CheFare.

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