Feltrinelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/feltrinelli/ un blog di approfondimento culturale Sun, 21 Feb 2021 13:45:38 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Feltrinelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/feltrinelli/ 32 32 La “letteratura assoluta” di Roberto Calasso https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-letteratura-come-strumento-che-illumina-gli-intrecci-della-mente-lopera-di-roberto-calasso/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-letteratura-come-strumento-che-illumina-gli-intrecci-della-mente-lopera-di-roberto-calasso/#respond Mon, 22 Feb 2021 07:00:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47900 La corposa monografia di Elena Sbrojavacca, "Letteratura assoluta" mantiene la promessa del sottotitolo, ovvero una lettura organica e stimolante delle Opere e il pensiero di Roberto Calasso

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Come epigrafe al suo Il libro di tutti i libri, pubblicato nel 2019, Roberto Calasso, scrittore e presidente di Adelphi, ha scelto una citazione di Goethe che recita: «Così, libro dopo libro, il libro di tutti i libri potrebbe mostrarci che ci è stato dato perché tentiamo di entrarvi come in un secondo mondo e lì ci smarriamo, ci illuminiamo e ci perfezioniamo». Queste parole venivano utilizzate da Calasso per dare la misura dell’oggetto di studio in cui si era immerso, i testi dell’Antico Testamento, ma in una chiave più ampia si può dire che la frase di Goethe apre anche a un modo attraverso il quale provare ad addentrarsi nella sua opera, in particolare dentro la grande opera unica che il direttore di Adelphi ha iniziato a costruire nel 1983 con La rovina di Kasch e che ha l’ultimo capitolo in La tavoletta dei Destini, pubblicato nel 2020. Si tratta fino a questo momenti di undici volumi, diverse migliaia di pagine, a cui vanno affiancati non solo i suoi altri libri, dal più recente Come ordinare una biblioteca a L’impuro folle o a I quarantanove gradini, ma anche le centinaia di libri a cui ha lavorato per Adelphi fin dagli inizi della storia della casa editrice a fianco di Roberto Bazlen e Luciano Foà. Un protagonista assoluto della cultura italiana degli ultimi cinquant’anni a cui però non sono stati dedicati studi particolarmente completi, anche forse per lo spavento che può generare accostarsi e addentrarsi in un’opera complessa che si muove senza continuità e con incredibile intelligenza dalla cultura vedica al mondo contemporaneo spalancando continuamente improvvisi e impressionanti abissi di senso.

A colmare finalmente questa vistosa lacuna arriva adesso la corposa monografia di Elena Sbrojavacca, Letteratura assoluta, pubblicata da Feltrinelli, che mantiene la promessa del sottotitolo, ovvero una lettura organica e stimolante delle Opere e il pensiero di Roberto Calasso. Sbrojavacca dedica la sua attenzione principale agli undici volumi della grande opera unica di Calasso, seppure anche gli altri testi hanno nella sua argomentazione un ruolo rilevante (per esempio La letteratura e gli dèi, raccolta delle Weidenfeld Lectures tenute dall’autore presso l’Università di Oxford nel 2000, è considerato un «accesso laterale all’Opera» ed è protagonista del primo capitolo). L’autrice oltretutto decide con coraggio di percorrere la via più complessa all’interno di questo già tortuoso itinerario, non muovendosi quindi solo assecondando l’ordine cronologico di pubblicazione, ma operando anche una precisa lettura diacronica dei libri, isolando alcuni grandi temi capaci di comunicare con l’opera nella sua interezza, non perdendo mai di vista «il suo rapporto ambiguo con il presente e la sua idea della letteratura come strumento che illumina gli intrecci della mente». Riguardo al primo punto, l’idea di letteratura che innerva ogni pagina di questa analisi critica e che è una delle eredità più importanti che lascia questo libro, l’analisi prende le mosse dalla querelle nata sull’inserto della “Stampa”, “Tuttolibri”, in occasione dell’uscita di Quarantanove gradini, quando Angelo Guglielmi accuserà Calasso di una mancanza di attenzione sulle specificità del presente, critica a cui Calasso risponderà dicendo che la letteratura, come tutte le cose essenziali, «non ha funzione – e tanto meno quella di fornire un “conforto a fare le scelte per l’oggi” (Guglielmi) –, ma si appaga del capire ciò che è, rivelando ciò che è in una forma».

Per ciò che invece riguarda il rapporto tra la letteratura e la mente, a cui l’autrice dedica la seconda parte del libro, basti fare riferimento a un personaggio che segna l’opera calassiana sia dal punto di vista dell’editore che dello scrittore. Nel 1974 infatti Adelphi pubblica, come primo volume della “Collana dei casi”, Memorie di un malato di nervi, con postfazione proprio di Calasso, di Daniel Paul Schreber, il presidente della Corte d’Appello di Dresda che nel 1893 entrerà in una grave crisi psichica di cui questo libro è testimonianza oltre che sintomo, e prova per l’autore, della sua guarigione (in uno sforzo compositivo per fuggire dalla follia che può ricordare un altro libro adelphiano, Il rituale del serpente di Aby Warburg, sua lezione presso la casa di cura di Kreuzlingen per dimostrare la sua sanità mentale). Sempre nel 1974 Calasso pubblica L’impuro folle, il suo primo libro, da molti lettori considerato il suo testo più oscuro, «un prologo celeste all’Opera che ruota attorno al delirio allucinatorio del presidente Schreber». Partendo da questa importante evidenza, Sbrojavacca muove attraversando l’opera di Calasso attorno alla domanda su cosa sia la mente, cosa significhino e come arrivino la coscienza e la conoscenza, non mancando di soffermarsi sulle strade che percorre la mente per muoversi nel mondo e interpretarlo e aprendo così al dualismo tra analogico e digitale, «uno dei cardini di tutta la costruzione calassiana».

Lo stesso editore di Adelphi in un’intervista per la Rai nel 2006 spiegava che la grande protagonista dell’Opera è questa polarità, questo «movimento associativo del pensiero» che dalle pagine di La rovina di Kasch giunge fino all’Innominabile attuale, da una parte una modalità di pensiero che dice che «a sta per b, e implica che a annulli b e lo uccida, talvolta per scoprirne il funzionamento», dall’altra che «a sta per b, ma come una scheggia di granito che sta per la montagna da cui si è distaccata» (La rovina di Kasch). L’analisi di questa complessa dualità del pensiero, attentamente studiata da Sbrojavacca, è un importante esempio del modo di lavorare dell’autrice che solo apparentemente indaga gli epifenomeni dell’opera di Calasso, muovendosi invece sempre con precisione tra tutta la sua opera in cerca di connessioni e collegamenti rivelatori.

Letteratura assoluta è un libro che giustamente non prova a semplificare il pensiero di Calasso, ma che anzi si immerge nelle sue complessità e spigolosità, isolando con successo elementi tematici e interpretativi che, nell’analisi puntuale e rigorosa di Sbrojavacca, funzionano come strumenti importanti per muoversi più compiutamente nell’Opera dello scrittore. In una delle sue lezioni sulla letteratura (ripubblicate recentemente proprio da Adelphi), Vladimir Nabokov ha parlato della letteratura come regno del superfluo e di quell’inutile che però risulta essenziale per vivere: «Il sapere di cui ho cercato di farvi partecipi è lusso, puro e semplice. Ma, se avrete seguito le mie indicazioni, potrà aiutarvi a provare il senso di appagamento puro e assoluto che dà l’opera d’arte ispirata e ben costruita, e quel senso di appagamento, a sua volta, contribuirà a creare una sensazione di serenità, di benessere mentale più genuino». Tornando alle parole di Guglielmi sulla poca aderenza al presente dell’opera di Calasso e alla risposta dello scrittore su “Tuttolibri”, possiamo dire che quando riusciremo a provare il piacere di cui parla Nabokov leggendo Calasso, un po’ lo dovremo anche a questo libro, coraggioso e «inattuale», di Elena Sbrojavacca.

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La nuova traduzione di “Sotto il vulcano” https://minimaetmoralia.it/altro/la-nuova-traduzione-vulcano/ Tue, 13 Mar 2018 06:48:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36558 Questo pezzo è uscito su Robinson-Repubblica, che ringraziamo. di Nicola Lagioia “Può essere considerata una sorta di sinfonia, o un’opera, perfino un western. È una profezia, un monito politico, un criptogramma, una musica hot, una canzone, una tragedia, una commedia, una farsa e così via”. Con queste parole Malcolm Lowry descriveva Sotto il vulcano a […]

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Questo pezzo è uscito su Robinson-Repubblica, che ringraziamo.

di Nicola Lagioia

“Può essere considerata una sorta di sinfonia, o un’opera, perfino un western. È una profezia, un monito politico, un criptogramma, una musica hot, una canzone, una tragedia, una commedia, una farsa e così via”.

Con queste parole Malcolm Lowry descriveva Sotto il vulcano a Jonathan Cape, l’editore che – dopo molti rifiuti – decise di pubblicare un romanzo che di lì a poco sarebbe diventato una leggenda. Era il 1946, e Cape aveva suggerito dei tagli per rendere più fluida la lettura. Lowry tenne duro. Aveva lavorato al libro per dieci anni, sapeva che l’asprezza della sua prosa (un’asprezza sontuosa, oscura, magica, affascinante come il giardino di una casa in rovina) era lo sforzo richiesto al lettore per rendersi degno di un vero percorso iniziatico. Quando il romanzo uscì, sembrò a tutti che la macchina narrativa messa a punto da James Joyce, perfezionata da Virginia Woolf e da William Faulkner, avesse ripreso a marciare inoltrandosi per sentieri inesplorati. Negli anni successivi, come succede ai classici, il libro si è caricato di significati a seconda dell’epoca che ha attraversato indenne: la guerra fredda, il boom, la fine del mondo diviso in due blocchi, il XXI secolo. Adesso Sotto il vulcano torna in libreria per il pubblico italiano (Feltrinelli editore) con la nuova traduzione di Marco Rossari, il quale dà una bella lucidata alla lingua di Lowry, ma senza farle perdere un briciolo di mistero o di spirito lunare.

A beneficio delle nuove generazioni, o di chi ancora non si è accostato a questo prodigio della letteratura d’invenzione, diremo che Sotto il vulcano si consuma tutto nell’arco di una giornata – il 2 novembre del 1938, con un prologo situato esattamente un anno dopo – e racconta l’ultimo giorno di Geoffrey Firmin, console britannico confinato in un angolo del Messico, alcolizzato cronico, alla deriva in una terra di scheletri danzanti, abbandonato dalla moglie Yvonne di cui è perdutamente innamorato. Il problema è che Yvonne – una’attrice cinematografia il cui fascino si rivela quando non è davanti alla macchina da presa – ama ancora il Console, e decide di tornare da lui. Lo fa nel giorno dei morti, trovandosi costretta a constatare quanto la crepa tra lei e Firmin sia incolmabile. Come se non bastasse, ai due si aggiungono Hugh e Laruelle. Il primo è il fratellastro del Console, più giovane di lui, imbevuto di utopie marxiste prossime al disgregamento, il secondo è un produttore cinematografico che frequenta Geoffrey sin da quando era un ragazzo. Entrambi hanno avuto una relazione con Yvonne. Ognuno porta i cocci di un vaso difficile da ricomporre. L’improbabile quartetto compie così il proprio viaggio al centro della terra (“una Divina Commedia ubriaca” era uno dei modi con cui Lowry definiva del resto il suo romanzo), attraversando la lunghissima giornata del 2 novembre fino a un tragico epilogo.

Il culto che ha accompagnato Sotto il vulcano è stato inscindibile da quello che circonda il suo autore. È in effetti impossibile non farsi affascinare da Malcolm Lowry: anche lui un santo bevitore, amante dei viaggi, del mare, totalmente inabile alla vita (la leggenda vuole che non sapesse allacciarsi un paio di scarpe), capace di un rapporto intensissimo e ovviamente complicato con la seconda moglie Margerie, musa, consigliera e testimone controversa della sua fine. Lowry morì a 48 anni per un’overdose di sonniferi presi in seguito a una lite furibonda proprio con Margerie, in cui il gin giocò probabilmente un ruolo. Se si mette da parte l’agiografia, la potenza del romanzo resta però invariata. A distanza di settant’anni dalla prima apparizione, Sotto il vulcano è una delle più belle storie d’amore della letteratura moderna. Nessun romanzo racconta meglio l’atroce destino di due persone che, pur amandosi in modo profondo, non riescono più a comunicare tra di loro. Pochi libri riassumono tanto bene un’epoca: come il Marlow di Cuore di tenebra doveva addentrarsi nel fiume Congo per mettere a nudo la dannazione dell’occidente, dobbiamo seguire il Console Firmin fino in Messico per avere una visione rivelatoria dell’Europa pronta a lasciarsi cadere nel baratro della Seconda Guerra Mondiale. Soprattutto Sotto il vulcano scuote il lettore di oggi obbligandolo a riconsiderare una serie di priorità. A un’epoca di cinismo diffuso domanda “a che serve una volontà se non hai una fede?” Libro sul crollo di tutte le umane illusioni, ne sancisce il segreto fondamento. E a questi tempi, in cui tutti sproloquiamo su come dovrebbe andare il mondo pur di non sporgerci sul pozzo delle nostre vite, ricorda che indagare il mistero che siamo è un compito fondamentale, ma impossibile da affrontare senza lo strumento conoscitivo per eccellenza: “no se puede vivir sin amar” è uno dei leitmotiv di questo meraviglioso libro.

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Cercare, sempre, l’umanità: intervista a Etgar Keret https://minimaetmoralia.it/interviste/cercare-sempre-lumanita-intervista-a-etgar-keret/ https://minimaetmoralia.it/interviste/cercare-sempre-lumanita-intervista-a-etgar-keret/#comments Wed, 08 Jun 2016 12:30:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31187 Questo articolo è uscito sul dorso toscano del Corriere della Sera, che ringraziamo. Etgar Keret, tra i maggiori scrittori israeliani, dopo la finale al Premio Von Rezzori 2013 con All’improvviso bussano alla porta (Feltrinelli), e nuovamente uscito per Feltrinelli l’anno scorso con Sette anni di felicità, è tornato al premio, incaricato stavolta della tradizionale lectio […]

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Questo articolo è uscito sul dorso toscano del Corriere della Sera, che ringraziamo.

Etgar Keret, tra i maggiori scrittori israeliani, dopo la finale al Premio Von Rezzori 2013 con All’improvviso bussano alla porta (Feltrinelli), e nuovamente uscito per Feltrinelli l’anno scorso con Sette anni di felicità, è tornato al premio, incaricato stavolta della tradizionale lectio magistralis:
”Amo molto venire in Italia, questa volta prima di venire a Firenze sono stato a Torino, Ancona, Lucca… Mi sento a casa perché il clima è simile a Israele ma allo stesso tempo vivo esperienze nuove. Così ho accettato subito l’invito a fare questo intervento, anche perché partendo dalla mia esperienza forse posso dire qualcosa sul ruolo che la lettura e la scrittura, e più in generale le storie, possono avere sulla vita di una persona.’’

‘‘La mia famiglia è composta da sopravvissuti all’Olocausto: i miei genitori erano ragazzini durante l’avvento del nazismo e poi durante la guerra e non avevano libri – erano sempre in fuga – così i loro genitori gli raccontavano delle storie. Allo stesso modo loro le hanno raccontate a noi figli. Mia madre ce ne raccontava sempre una nuova prima di metterci a letto. Quando però lavorava, o era malata, noi la storia la volevamo lo stesso, così toccava a nostro padre.’’

‘‘Solo che lui non aveva quel talento, non gli venivano proprio. Propose di leggercele dai libri ma ci rifiutammo categoricamente. Alla fine l’unico modo che ebbe per cavarsela fu di raccontare storie che gli erano capitate veramente. Si trattava di storie con personaggi loschi: mafiosi, prostitute e alcolisti, gente che faceva cose anche sbagliate, ma che aveva le sue ragioni profonde e una sua umanità. Mi chiederai: come mai storie del genere? Perché quando la guerra era appena finita, mio padre finì a Reggio Calabria a comprare armi per conto degli alleati e quindi ebbe a che fare con il sottobosco criminale di allora. Un sottobosco che però, rispetto ai nazisti da cui aveva dovuto fuggire fino a quel momento, era un panorama umano fantastico. Gente per bene, anzi straordinaria!’’

‘‘Questo però ai tempi non lo sapevo, e mio padre edulcorava un po’ tutto, proprio perché ero piccolo: quando chiedevo cos’era un alcolista, mi diceva ‘un tizio che per un problema fisiologico più liquidi beve, più è felice’; quando chiedevo cos’era una prostituta, mi diceva ‘una signora che si fa pagare per ascoltare i problemi altrui’; un mafiosSette-anni-di-felicitao diventava ‘uno che riscuote l’affitto anche per case non sue’… Così il mio sogno diventò quello di fare il mafioso, o di prostituirmi o diventare un alcolista, o le tre cose insieme…”

‘‘Quando diventai grande e capii, ne chiesi conto a mio padre: ‘perché mi hai raccontato cose così poco adatte a un bambino?’ Sai cosa mi rispose? Disse: ‘Come sai, io non sono bravo a inventare. Allora dovevo raccontarti cose mie. Ma la mia infanzia era troppo orribile: potevo forse raccontarti di quando per salvarmi la vita dovetti rimanere nascosto in un buco in terra per due anni, o di quando torturarono a morte mia sorella? Così ti ho raccontato del primo periodo in vita mia in cui ho incontrato dell’umanità.’ È per questo che non mi piace scrivere storie nichiliste o che giocano con la misantropia. Credo che si debba, sempre, cercare l’umanità che sta in fondo a tutte le vicende. Un’altra volta, mio padre mi raccontò che la cosa di cui andava più orgoglioso era di aver partecipato a varie guerre ma essere riuscito a non far mai male a nessuno. Lì per lì rimasi un po’ deluso: come, vai a fare la guerra e poi non ammazzi nessuno? Anche la bellezza di quella lezione ci ho messo diversi anni a comprenderla, ma oggi la porto con me e cerco, nel mio piccolo, di applicarla alla mia attività di scrittore.”

”Dalle storie di mia madre e di mio padre ho avuto anche le prime lezioni su fiction e non fiction. Mia madre era la prima, mio padre la seconda: per questo forse per me la fiction è sempre qualcosa di molto reale. Pensa che quando proposi i miei primi racconti a un editor, quello mi disse ‘mi piacciono, sono grotteschi’ e io mi infuriai moltissimo: erano storie su di me, la mia famiglia e la mia fidanzata! Ti piacerebbe se ti dicessi che tua moglie è grottesca? Ai tempi neanche realizzavo quanto in realtà la mia scrittura fosse allegorica, a me sembrava tutto vero.’’

”La mkeretia scrittura è anche generalmente percepita come basata sullo humour, e mi va bene essere considerato uno scrittore umoristico – di fatto lo sono – ma è essenziale ribadire che ci sono due tipi di humor. Uno è quello che ti vuole far ridere. Come dice mio figlio, è qualcosa di molto simile al solletico sotto le ascelle. Ridere, fa ridere: ma è una reazione meccanica. L’altro, e più interessante, è quello in cui le risate sono un effetto secondario. Il paracadute che ti impedisce di diventare bilioso o troppo amaro o troppo triste, o magari addirittura cattivo. A volte il miglior humor si manifesta quando ti arriva addosso un momento abbastanza intenso da essere travolgente, e allora si ride per salvarsi. La forma breve è particolarmente adatta a creare situazioni di entrambi i tipi, ma io preferisco senz’altro la seconda.’’

”So che in Italia i racconti sono una categoria editorialmente un po’ negletta, e gli autori che lavorano con la forma breve faticano di più a pubblicare, ma, ti dirò, è una situazione non è dissimile da quella israeliana, e anche americana, nonostante siano paesi con una grande tradizione nel racconto. Il pregiudizio è universale. Pensa a un dato: di solito negli USA il primo libro di tutti gli autori è di racconti, perché cominciano a pubblicare sulle riviste e poi raccolgono in volume tale produzione. Poi fanno tutti un romanzo. A quel punto, se hanno successo, non tornano mai indietro. Sempre e solo romanzi. È un peccato. Il racconto è una cosa diversa dal romanzo quanto lo è la poesia, e non è meno grande: vogliamo dire che i racconti di Kafka sono peggio di Moby Dick? Si è diffusa l’idea che i libri di racconti vendono meno, ma la verità è che il mondo editoriale, a lungo andare, ha sviluppato una sorta di profezia che si autoavvera: non ci punta molto, non li manda ai premi, ne tira meno copie, e il risultato è che i romanzi diventano per forza più preminenti e quindi quello che la gente di talento punta più spesso a fare. Il cambiamento deve arrivare dal mondo editoriale.’’

[qui l’intervista a Etgar Keret sul suo metodo di scrittura]

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Discorsi sul metodo – 6: Maylis de Kerangal https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-6-maylis-de-kerangal/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-6-maylis-de-kerangal/#comments Tue, 08 Jul 2014 05:00:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21971 Maylis de Kerangal è nata a Le Havre nel 1967. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Nascita di un ponte (Feltrinelli 2013)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Nei periodi di scrittura intensa quando sono “sotto” scrivo otto ore al giorno anche nove. Nei periodi di “messa in moto” tengo un ritmo più lasso, faccio anche altre cose, lascio che l’idea del libro cresca.
Non ho un limite minimo o massimo di battute, ma la verità è che in una giornata standard se non ho fatto almento tre pagine – nel formato che uso 4500 battute – non sono per niente contenta. Quando poi, dopo 4-5 mesi della suddetta “messa in moto” entro veramente nella produzione del libro, quando, come si dice “il cavallo sente la stalla”, allora devo fare dalle 8000 alle 10‘000 battute al giorno, e ne farei di più, a volte vado avanti anche tutta la notte ma ho imparato anche a interrompere deliberatamente per ripartire più forte il giorno dopo.

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Maylis de Kerangal è nata a Le Havre nel 1967. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Nascita di un ponte (Feltrinelli 2013)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Nei periodi di scrittura intensa quando sono “sotto” scrivo otto ore al giorno anche nove. Nei periodi di “messa in moto” tengo un ritmo più lasso, faccio anche altre cose, lascio che l’idea del libro cresca. Non ho un limite minimo o massimo di battute, ma la verità è che in una giornata standard se non ho fatto almento tre pagine – nel formato che uso 4500 battute – non sono per niente contenta. Quando poi, dopo 4-5 mesi della suddetta “messa in moto” entro veramente nella produzione del libro, quando, come si dice “il cavallo sente la stalla”, allora devo fare dalle 8000 alle 10‘000 battute al giorno, e ne farei di più, a volte vado avanti anche tutta la notte ma ho imparato anche a interrompere deliberatamente per ripartire più forte il giorno dopo.


Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo in una cameretta, una mansarda, in un posto diverso dalla casa in cui vivo. Sta a quattro stazioni di metropolitana, quindi la mattina mi alzo come per andare in ufficio, vado lì, scrivo, poi torno a casa. Questo stacco, l’inserimento della produzione letteraria in uno schema di lavoro classico, aiuta molto la produttività.


Fai preproduzione o scrivi di getto?



Faccio molta preproduzione. In genere realizzo dei veri e propri piani delle scene chiave del romanzo, una specie di storyboard coi “movimenti” dei personaggi. Per Nascita di un ponte ho disegnato tutta la mappa della città, era essenziale, al di là dei movimenti dei personaggi, per capire come si proiettava la luce nei vari luoghi – sai, rispetto ai punti cardinali.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Cesello. Io lavoro per così dire “dentro la forma”, nel senso che finché la forma non è definitiva non vado avanti, quindi non faccio mai una bozza intera, ma cerco di fare i singoli capitoli e perfezionarli, riscrivendoli e leggendoli ad alta voce cercando di stabilizzarli, e solo quando sembrano più o meno definitivi vado avanti. Inoltre cerco di lavorare secondo l’ordine che avranno nel libro, anche se a volte è faticoso: cerco di captare un flusso, un movimento, una frequenza, e attenermi il più possibile a tale linea.

Scrivi più libri in contemporanea?

No, però come capiterà anche a te mentre sei al lavoro su un romanzo capita che ti chiedano racconti per riviste, antologie… In quei casi, ecco, cerco sempre di fare cose che siano utili, se non nel contenuto almeno nel tono, nella ricerca, nello stile, o per il libro in corso o per il successivo.

Carta o computer?

Tutta la fase degli schemi e degli storyboard ovviamente a mano, maylisdekerangal_labaule20100716ma poi conclusa quella scrivo subito a computer.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Anzitutto la camera separata. È di per sé un enorme rituale. Poi quando arrivo ho anche un paio d’ore di assestamento, non comincio mai prima di due ore di “vuoto”, ho provato a ridurre ma è inutile. Arrivo lì, provo a mettermi sotto, ma devo fumare, rimandare, prendere un caffè, rileggere qualcosa, e solo dopo due ore riesco a rileggere l’ultima pagina fatta il giorno prima e comincio.

Come hai esordito?

Rispetto a tanti colleghi è stato abbastanza facile perché pubblicai subito la prima cosa che scrissi, mandai a 6-7 editori, presi prima un giro di rifiuti, poi arrivai a incontrare qualche persona, all’inizio senza risultati, ma grazie a quegli incontri il testo prese a girare e alla fine è uscito.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

È cambiato tutto, perché ho scritto il primo libro senza pensare di essere una scrittrice, con una forte incoscienza. Già quello è un cambio forte, adesso poi da quattro anni a questa parte ho potuto anche lasciare il lavoro per dedicarmi solo ai romanzi e la scrittura ha preso tanto spazio cambiando di conseguenza tutte le routine: mie, e sue.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Tra le cose recenti ricordo che mi impressionò molto I detective selvaggi di Roberto Bolaño per il lavoro sulla struttura. Poi ovviamente William Faulkner, è il vero grande maestro della struttura. Tra i miei contemporanei mi piace Pierre Michon; tra i vostri connazionali, sempre contemporanei, ho apprezzato molto il lavoro sulla forma fatto da Giorgio Vasta.

“Esisti” online?

No, no, niente niente Twitter, niente blog, assolutamente niente Facebook. Uso solo la mail come i vecchi… Non è questione di ostilità, è che non ho proprio il tempo, ho provato e ho visto che queste cose mangiano tempo alla scrittura. Inoltre non so se voglio entrare in questo meccanismo di rapporto eccessivamente personale coi lettori, possono mandarmi una mail o scrivere all’editore e io comunque rispondo… Quello che conta sono i libri, no?

 

[VI – continua; le precedenti interviste possono essere lette qui, qui, quiqui e qui]

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Esercizi d’immaginazione con Giulio Milani https://minimaetmoralia.it/editoria/esercizi-dimmaginazione-con-giulio-milani/ https://minimaetmoralia.it/editoria/esercizi-dimmaginazione-con-giulio-milani/#comments Thu, 26 Jul 2012 09:27:11 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8819 Pubblichiamo un'intervista di Pierfrancesco Matarazzo a Giulio Milani, editore di Transeuropa.

di Pierfrancesco Matarazzo

Quando si parla di librerie online, il pensiero corre a nomi come ISB o Amazon. Certo, sono fra i più noti e utilizzati, ma nell’intricata foresta dell’e-commerce librario italiano, è spuntato da un paio d’anni qualcosa di “strano”, che potrebbe essere, addirittura, qualcosa di nuovo e perché no, di utile, per i lettori stavolta.

Parliamo di ISBF (Internet Slow Book Farm), una libreria specializzata nell’editoria della ricerca e di proposta nata nell’orbita dei tanti progetti Transeuropa, che ha un occhio di riguardo per la piccola e media editoria di qualità. Qualità, parola abusata eppure spesso dimenticata all’atto pratico dagli editori, quando decidono, tutti insieme, di pubblicare circa 60.000 libri all’anno, intasando la memoria, sempre più sotto pressione, dei lettori italiani con uno tsunami di autori che cercano l’occasione e sorprendentemente ancora la visibilità in un mondo fatto sempre più di piccoli numeri.

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Pubblichiamo un’intervista di Pierfrancesco Matarazzo a Giulio Milani, editore di Transeuropa.

di Pierfrancesco Matarazzo

Quando si parla di librerie online, il pensiero corre a nomi come ISB o Amazon. Certo, sono fra i più noti e utilizzati, ma nell’intricata foresta dell’e-commerce librario italiano, è spuntato da un paio d’anni qualcosa di “strano”, che potrebbe essere, addirittura, qualcosa di nuovo e perché no, di utile, per i lettori stavolta.

Parliamo di ISBF (Internet Slow Book Farm), una libreria specializzata nell’editoria della ricerca e di proposta nata nell’orbita dei tanti progetti Transeuropa, che ha un occhio di riguardo per la piccola e media editoria di qualità. Qualità, parola abusata eppure spesso dimenticata all’atto pratico dagli editori, quando decidono, tutti insieme, di pubblicare circa 60.000 libri all’anno, intasando la memoria, sempre più sotto pressione, dei lettori italiani con uno tsunami di autori che cercano l’occasione e sorprendentemente ancora la visibilità in un mondo fatto sempre più di piccoli numeri.

Pochi, sempre meno, i lettori forti (ossia chi legge almeno un libro al mese), e in diminuzione i lettori occasionali, nonostante una corsa continua al best seller di genere da parte dei grandi marchi, capace “magicamente” di generare nuovi lettori. Un settore in crisi, quello dell’editoria, con dati sconfortanti sulle vendite nel primo trimestre del 2012. Non c’è mercato, i clienti si stanno autodistruggendo (delusi da prodotti così generalisti e trasversali da diventare invisibili), con il governo e la politica girati a fissare ben altri e altrettanto sconfortanti panorami. E allora perché tutti questi scrittori? Perché tanto desiderio di esprimersi con la parola scritta, se non si è disposti ad ascoltare l’espressione altrui neanche in forme più immediate e corali, come la parola? E perché l’esigenza di creare nuove vetrine di questo bisogno?

Giriamo subito queste prime domande a Giulio Milani, direttore responsabile di Transeuropa edizioni, nonché direttore e creatore del progetto ISBF.

Tutta questa offerta non rischia di confondere a tal punto il lettore da distruggere la bibliodiversità di cui gli editori si ergono a difensori?

Dice bene quanto pone in premessa: l’iperproduzione è uno dei problemi con cui l’editoria deve fare i conti. La causa di questa iperproduzione non sta tanto (o non sta solo) nella presenza di moltissimi scriventi – d’altra parte questa è l’epoca della comunicazione di massa – quanto nella struttura dei modi della distribuzione su cui si plasmano anche i modi della produzione: la grande distribuzione organizzata (GDO) prevede di raggiungere il maggior numero di punti vendita per vendere il maggior numero di esemplari dello stesso prodotto al minor prezzo. Questo impianto “ecumenico”, ovviamente, si paga in termini di qualità: il prodotto dovrà omologarsi secondo lo standard del più vendibile, che corrisponde alla sequela del più venduto. La GDO da questo punto di vista chiede all’editore di produrre il libro che vende, che ha funzionato, determinando un’omologazione epigonale della produzione.

Se poi si pensa che nel nostro paese i maggiori gruppi distributivi e i maggiori gruppi editoriali spesse volte coincidono, costituendo un oligopolio di concentrazioni verticali e orizzontali che rappresenta il 91% dell’offerta libraria, si comprende come mai lo spazio per la produzione indipendente, per la produzione non omologata, per la produzione di ricerca, così come quello delle librerie indipendenti, sia ormai ridotto a numeri da riserva indiana.

Se la situazione non dovesse modificarsi, è facile prevedere la pressoché totale scomparsa della piccola e media editoria di qualità, così come delle librerie indipendenti, dentro un processo (conflittuale) di unificazione dei grossi gruppi editoriali e distributivi allo scopo di difendersi dai giganti dell’editoria – cartacea e oggi anche digitale – emergenti a livello internazionale (Amazon e Google in testa).

Lei ha più volte insistito sul tema della qualità, percorrendo strade inconsuete nell’attuale panorama editoriale, come quella della decrescita. “Meno titoli ma di maggiore qualità”. Può essere una soluzione economicamente sostenibile? In molti ritengono che il rischio sarebbe elevatissimo per l’editore, soprattutto per quelli di dimensioni ridotte, strozzati dalle logiche della distribuzione. È davvero così? Perché allora anche i grandi editori sembrano puntare sulla quantità?

Gli editori di dimensioni ridotte dovrebbero proprio ragionare, magari insieme alle librerie indipendenti e in modo coordinato, sulla possibilità di uscire dal circuito della GDO libraria. Ne guadagnerebbero tutti in termini di qualità della produzione, di diminuzione dell’esposizione debitoria e del rischio d’impresa, in termini di libertà di ricerca e forse perfino in termini di visibilità. Che senso ha, infatti, insistere nel voler occupare spazi sempre più ridotti, spazi sempre più presidiati dagli oligopoli, spazi che portano il piccolo editore al di là dei propri limiti e dunque della propria autenticità?

Sopra ho spiegato quali sono i motivi che portano i grandi gruppi editoriali e distributivi del nostro paese (che poi sono quattro: Mondadori, RCS, Gruppo Gems e Feltrinelli) a puntare sulla quantità: è una questione di struttura, difficile da riformare. Si possono pensare a dei correttivi, come ha provato a fare la legge Levi sulla limitazione degli sconti, ma se la struttura è quella che ho indicato ritengo difficile che possa prodursi un cambiamento effettivo. Penso che le maggiori novità si produrranno in conseguenza del cambiamento della struttura distributiva determinata dall’avvento degli ebook, una rivoluzione capace “sulla carta” di mettere in crisi l’intero settore editoriale per come lo conosciamo. Da questo punto di vista perfino i giganti dell’editoria italiana mi appaiono come dei nani da giardino un po’ obsoleti. Mentre si aprono qui nuove possibilità anche per i piccoli editori pionieri del digitale.

 ISBF ha fatto da tramite a un accordo fra alcuni marchi editoriali indipendenti (minimum fax, Keller, Laurana, solo per citarne alcuni) e le librerie Coop, per proporre ai lettori titoli con un “bollino qualità” assegnato da ISBF, basandosi sulle classifiche Dedalus/Pordenonelegge. Ci spiega come funzionerà questa assegnazione e quali i reali vantaggi per il lettore?

Tutto ha avuto inizio con le Classifiche di qualità ideate dai critici Alberto Casadei, Andrea Cortellessa e Guido Mazzoni. Prima 200, poi 400 “grandi lettori” – scelti tra poeti, scrittori, editor, giornaalisti, critici – stabiliscono ogni due tre mesi la classifica delle migliori novità tra poesia, romanzo, saggistica e altre scritture, secondo un criterio di qualità “pattizia”, ovvero determinato sulla base di quanto emerge dalle votazioni del “gruppo di pari”, allo stesso modo in cui in America si attribuiscono gli Oscar del cinema. È una pratica perfettibile, ma mi appare senz’altro migliore di quella dettata dalla vendita del maggior numero di pezzi.

Grazie alle segnalazioni delle Classifiche e in seguito a quelle della rubrica Scaffali nascosti di Andrea Gentile su Nazione indiana, dal 2010 abbiamo raccolto nella vetrina virtuale del farm market di ISBF una selezione di editori via via crescente, aggiungendo come criterio quello di non praticare l’editoria a pagamento (specie nell’ambito della narrativa).

Nel 2011 ho contattato il responsabile delle Librerie Coop Fabrizio Lombardo, l’unico che abbia proposto i libri delle Classifiche nelle librerie di catena del gruppo Coop, ed è nato il progetto dello scaffale della bibliodiversità. Abbiamo selezionato una quindicina di editori, con cui ci siamo coordinati per individuare i primi titoli della proposta.

Si tratta di un circuito promozionale che vedrà la collocazizone di questi titoli alle casse e in vetrina, oltre a un “bollino” di segnalazione all’interno degli scaffali della libreria. Per me è un primo passo verso la creazione di circuito capace di aumentare la visibilità, la longevità e la redditività di libri di cui normalmente ignoriamo perfino l’esistenza.

In una sua recente intervista ha introdotto il concetto di “bioeditoria”, partendo dalla costituzione di un sistema di garanzia partecipativa, costituito da editori, lettori e esperti del settore per la promozione delle buone pratiche editoriali. Si comincia forse ad avvertire l’esigenza di un rinnovamento in editoria come sta avvenendo in politica? Avremo degli esiti migliori?

Siamo in anni difficili, anni di crisi, ma proprio in questi periodi si possono sperimentare e alle volte consolidare strumenti, strutture, pratiche alternative. La tecnologia ci mette alla prova, da una parte ci aiuta e dall’altra ci sottopone nuovi problemi. In questo senso non sono né ottimista né pessimista: penso che il bene e il male cresceranno in modo proporzionato, come sempre.

Quali sono i suoi prossimi progetti? Può anticiparci qualcosa?

Sto lavorando a un progetto molto ambizioso: aprire una scuola libertaria dove iscrivere le mie bambine.

E ora una domanda da lettore. Si sbilancia e ci dice qual è stato il libro che ha amato di più nel 2011 (non fra quelli pubblicati da Transeuropa) e di quale genere letterario pensa si senta maggiormente la necessita oggi?

Il libro che ho amato di più è Chronic city di Jonathan Lethem, edito dal Saggiatore e tradotto in modo superbo da Gianni Pannofino. Un vero capolavoro nascosto. Appartiene a un genere letterario ibrido, che chiamerei “apocalittico”. A metà tra Philip Dick e Heidegger, tra letteratura americana pop e letteratura europea di stampo esistenzialista. Questo è un genere che mi piacerebbe venisse più frequentato anche dai nostri romanzieri. Che io sappia, in Italia ci ritrovo Laura Pugno e Giorgio Vasta.

Transeuropa è fra le poche case editrici che ha investito sulla poesia. Mi fa piacere ricordare l’ultima raccolta di Franco Arminio o gli inediti di Faulkner che attendo con curiosità. Come si riesce a acquisire lettori in questo settore?

Acquistare lettori in questo settore è molto difficile, forse impossibile. Pare proprio che la poesia da noi abbia un mercato ridottissimo, diciamo pressoché inesistente. Noi cerchiamo di puntare sulla selezione degli autori, svolta egregiamente dal comitato allargato della nostra collana Nuova Poetica, un comitato attraversato da due tendenze opposte, una più classicista e una più sperimentale. E per gli stranieri fa la differenza anche il valore di chi traduce. Comunque è vero che andiamo avanti con le pubblicazioni in spirito di mecenatismo: c’è dietro tanto lavoro benevolo da parte di tutti.

La ringrazio per il tempo dedicato ai nostri lettori e le faccio i nostri in bocca al lupo, di qualità, s’intende.

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Tutta la fortuna dello stare un sabato pomeriggio a Librinnovando in una Torvergata deserta (ps. la parte polemica è in fondo) https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tutta-la-fortuna-dello-stare-un-sabato-pomeriggio-a-librinnovando-in-una-torvergata-deserta/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tutta-la-fortuna-dello-stare-un-sabato-pomeriggio-a-librinnovando-in-una-torvergata-deserta/#comments Tue, 01 May 2012 19:11:03 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7672 La novità dell'edizione di Librinnovando di quest'anno è stato il suo carattere schiettamente politico. Chi c'è stato, il weekend dal 27-28 a Roma, l'ha potuto constatare. Chi non c'è stato può farsene un'idea dallo storify, o dal report del Tropico del Libro. Molte delle persone intervenute, tra organizzatori e partecipanti, Luisa Capelli o eFFe o Andrea Libero Carbone o Simone Ghelli o o o hanno mostrato nel corso dell'ultimo anno come lo sforzo di innovazione nell'editoria non può e non dev'essere disgiunto da una militanza culturale o politica tout-court: per le politiche culturali cittadine (vedi il caso del festival dell'Inedito), per le questione del reddito e della qualità del lavoro (vedi i questionario di Re.re.pre, Precariementi, TQ sul lavoro editoriale), per le questioni legate alla proprietà intellettuale (vedi il libro di Boldrin & Levine), etc...

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La novità dell’edizione di Librinnovando di quest’anno è stato il suo carattere schiettamente politico. Chi c’è stato, il weekend dal 27-28 a Roma, l’ha potuto constatare. Chi non c’è stato può farsene un’idea dallo storify, o dal report del Tropico del Libro. Molte delle persone intervenute, tra organizzatori e partecipanti, Luisa Capelli o eFFe o Andrea Libero Carbone o Simone Ghelli o o o hanno mostrato nel corso dell’ultimo anno come lo sforzo di innovazione nell’editoria non può e non dev’essere disgiunto da una militanza culturale o politica tout-court: per le politiche culturali cittadine (vedi il caso del festival dell’Inedito), per le questione del reddito e della qualità del lavoro (vedi i questionario di Re.re.pre, Precariementi, TQ sul lavoro editoriale), per le questioni legate alla proprietà intellettuale (vedi il libro di Boldrin & Levine), etc…
Per questo gli interventi delle istituzioni culturali di inizio mattinata sono parsi fiacchi e poco centrati. Perché le istituzioni stanno cambiando, e o si prendono a cuore direttamente le questioni politiche oppure parlano un linguaggio autoriferito.
Così è stato particolarmente deprimente al limite dell’insultante (per i ragazzi volontari che si stavano sobbarcando l’organizzazione della giornata senza neanche un bar aperto) il saluto di Rino Caputo, preside della facoltà di Lettere e Filosofia, che ha fatto un discorsetto di grazie e prego, con una competenza dell’argomento che manco mio nonno, con una chiusa autoincensatoria, ha detto che anche lui adesso ha “una rivista digitale”. Ha voluto sottolineare che tra libro e ebook ci sono differenze ma pure affinità. Per esempio sono tutte e due parole di cinque lettere, ma le lettere sono diverse.
Anche Flavia Cristiano del Centro per il libro e la lettura non è stata particolarmente brillante. Non ha espresso nessuna visione, non ha delineato nessun progetto a lungo termine, non ha fatto alcuna analisi profonda nazionale o internazionale, non si è espressa sulle questioni urgenti per l’editoria, si è limitata a dire che “bisogna fare rete”, che il Cepell è disposto a “dare visibilità alle iniziative”, che sarà organizzato un flash-mob tutti con i libri in mano, che il bookcrossing viva…
Io ero abbastanza inviperito per l’ignoranza di Caputo (il Presidente della Conferenza Nazionale dei Presidi delle Facoltà di Lettere e Filosofia delle Università italiane!!) e deluso per l’understatement eccessivo di Cristiano. Ormai quando sento dire “fare rete”, penso che qualcuno sta sfruttando il lavoro di qualcun altro. Allo stesso modo quando penso che il Cepell possa dare visibilità alle iniziative dal basso, mi viene da pensare: quale visibilità ha il Cepell in più rispetto a decine di riviste di riferimento del panorama italiano? Se voleva dare visibilità, poteva occuparsi dello streaming e dello storify invece dei volontari, no? Oppure dargli qualche soldo.
Ancora di più si è constatato come la politica di Gian Arturo Ferrari in questo momento così delicato per l’editoria (“Fotografare la realtà”, ha detto alla conferenza stampa di presentazione dei dati Nielsen) è una politica perdente e colpevole. Occorre militanza.
Cosa mi veniva da chiedere a Caputo e Cristiano? Di formare e autoformarsi, come stanno facendo centinaia di persone. Per esempio come? Beh, per esempio restando per la durata dei lavori, e non scappandosene dopo i saluti di rito.
La stessa impressione che il discorso sull’editoria -toccasse temi centrali del dibattito politico, si è avuto negli interventi molto interessanti di Roncaglia e Spedicato, proprio perché capaci di ragionare sull’editoria ai tempi di Amazon, Apple e Google, ossia tre aziende che non hanno nel loro core business l’editoria. Lo stesso bisogno di confronto politico era palpabile nell’incontro sulla scuola: Doriana Bardi, i rappresentanti del gruppo Garamond e di Giunti Scuola tutti e tre uniti nel difficile compito di dover parlare di un’editoria scolastica che – per come è oggi – pensata, realizzata, voluta da decreti politici, somiglia a una manualistica tolemaica ai tempi di Copernico. Ottocentomila euro di fatturato per cosa? Libri con i CD Rom! Edizioni che di anno si rinnovano solo per modo di dire! Insegnanti che non sono capaci di usare gli strumenti informatici! È impossibile, viene fuori chiaramente, cercare di capire e alimentare le trasformazioni se non si cambiano le infrastrutture della conoscenza, delle quali l’editoria, in questo caso quella scolastica, è solo una parte della sovrastruttura.
Stesso discorso sulle biblioteche. La battaglia che porta avanti Agnoli la conoscete, anche se ogni volta che parla dal vivo c’è da imparare proprio perché aggiunge i dettagli degli incontri che fa in tutta l’Italia dove va a presentare il suo libro.

L’incontro più acceso è stato invece quello sul selfpublishing. Acceso soprattutto perché tra gli invitati a parlare c’era Edoardo Brugnatelli, editor di Strade Blu Mondadori e incaricato sempre da Mondadori a progettare e coordinare una nuova piattaforma sul selfpublishing che pare, si dice ormai da mesi, dovrà essere inaugurata a breve. Brugnatelli ha fatto un discorso molto enfatico su quello che ha in mente, citando come sua fonte di ispirazione Dave Eggers e la sua idea di letteratura (“ognuno ha una storia dentro di sé”) e di lavoro sulla scrittura (la scuola Valencia 826, famosa scuola di scrittura per ragazzi, che si trova in un quartiere difficile di San Francisco). Oltre a Dave Eggers ha citato wikipedia, modelli collaborativi di apprendimento, ha parlato di comunità, e ogni tanto ha citato – quasi fosse un claim del progetto ancora in progress – questa frase “Se hai una storia, raccontala bene”, esplicitando che rispetto al progetto ilmiolibro.it, che si propone innanzitutto come piattaforma di print-on-demand, quello di Mondadori ha più un interesse nella cura editoriale.
Alla fine della sua prolusione, la domanda che io gli ho fatto, ma che era quasi automatica, era: “Ma è un progetto profit o no-profit”. Brugnatelli ha risposto: “Beh, ci vorremmo rientrare delle spese”. “Quindi no-profit?”. Ha cincischiato, puntualizzando che nemmeno minimum fax è una onlus. E questo è chiaro, ho pensato, ma proprio per questo non si occupa di selfpublishing, ossia di volontariato per come ci veniva descritto da Brugnatelli. Allo stesso modo Valencia 826 o Wikipedia ricevono un sacco di donazioni e vengono tenute in piedi da un sacco di lavoro volontario proprio perché non sono delle società come minimum fax o come Mondadori.
L’impressione che si aveva in tutto il discorso di Brugnatelli era quello di un’ansia di fronte a un enigma economico di difficile soluzione. Feltrinelli con la scuola Holden e Repubblica l’ha risolto per adesso. Ha trovato come fare soldi sulle speranze e le velleità delle persone. È ilmiolibro.it – come recita il sito oggi: “Tutto quello che hai scritto diventa un libro”. E ancora una volta uno si chiede: perché? Oppure: contento tu.
Io sarò un uomo col cuore duro, ancorato alla cittadella oscura della vecchia editoria feroce, da quando è aperto ilmiolibro.it, non conosco nessuno – nessuno, nessun lettore! zero! – che abbia comprato un libro del miolibro. È chiaro che i duecentomila visitatori del sito e i ventimila utenti non sono una comunità di lettori, o sono lettori debolissimi simili a quelli che prendono anabolizzanti per avere il fisico da mostrare in palestra senza esercitarsi un minimo coi pesi. Guardate la vetrina dei più venduti e dei più consigliati, non vi prende una grande tristezza?
Quello che le case editrici sono tentate di fare, e Feltrinelli c’è riuscita, è ciò che spiegava Andrea Libero Carbone l’altro giorno a Librinnovando. Siccome c’è un mercato in cui diminuisce
(meno lettori che comprano libri) e la domanda invece è sempre stabile se non aumenta (“Se l’hai scritto va stampato”, ma anche “C’è una storia dentro di te, raccontala bene”), gli editori pensano di trasformare parte di quest’eccesso di offerta in domanda. Invece di pensare a come creare nuovi lettori (promuovere la lettura no, eh?), è molto più semplice creare un mercato di scrittori. Come Feltrinelli e ilmiolibro.it, anche Brugnatelli insisteva molto sulla possibilità di Mondadori di promuovere gli scrittori sefpublisher. Ma anche qui la domanda che uno si fa è: come? come promuovere una comunità di ventimila o centomila scrittori? Che vuol dire promuovere? Chi promuove cosa?
Brugnatelli replicava che non era così: che il suo progetto si basa sulla cooperazione, e sulla qualità del lavoro editoriale. (Non sulla militanza sociale, come Valencia o Wikipedia dunque?) Ma anche qui le controrepliche che venivano erano altre: ma non avete già Nuovi argomenti come palestra di scrittori esordienti e critici che discutono i lavori di narrativa e poesia? Ma questo ruolo di apprendimento cooperativo non è semplicemente quello che dovrebbe fare e potrebbe fare l’università pubblica, i corsi di letteratura, lo studio dei classici, etc… che è il luogo in cui molti di noi hanno imparato a confrontarsi con la scrittura? Non vi sembra un po’ colpevole nel momento in cui l’università pubblica sta collassando e la scuola uguale, non occuparvi di creare lì i nuovi possibili lettori e non illuderli che ci sia una piattaforma tipo Valencia 826 o tipo Wikipedia dove tu sei parte del gioco ma i soldi vanno a qualcun altro?

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OWS: notizie da Zuccotti Park https://minimaetmoralia.it/libri/ows-notizie-da-zuccotti-park/ https://minimaetmoralia.it/libri/ows-notizie-da-zuccotti-park/#comments Tue, 20 Mar 2012 10:14:55 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7067 Partendo da due libri con l'omonimo titolo «Occupy Wall Street», uno di Riccardo Staglianò uscito per Chiarelettere, l'altro di autori vari appartenenti al movimento uscito per Feltrinelli, Alessandro Leogrande fa il punto sulla protesta dopo lo sgombero di Zuccotti Park in questo articolo uscito su «Saturno».

Può esistere un movimento senza leader? Quando la totale orizzontalità di un movimento di protesta rischia di rovesciarsi nel suo contrario, o addirittura di diventare controproducente? Sono queste le domande che attraversano due libri usciti di recente. Hanno il medesimo titolo, Occupy Wall Street, e costituiscono un dettagliato resoconto di quanto è accaduto negli ultimi mesi del 2011 a Zuccotti Park. Il primo, edito da Chiarelettere, è un reportage “dentro la protesta” di Riccardo Staglianò; il secondo, edito da Feltrinelli, è un lavoro collettivo nato dall'interno dei gruppi di lavoro del movement. Eppure, per essere un testo “interno”, è notevolmente autocritico e pieno di spunti di riflessione.

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Partendo da due libri con l’omonimo titolo «Occupy Wall Street», uno di Riccardo Staglianò uscito per Chiarelettere, l’altro di autori vari appartenenti al movimento uscito per Feltrinelli, Alessandro Leogrande fa il punto sulla protesta dopo lo sgombero di Zuccotti Park in questo articolo uscito su «Saturno».

Può esistere un movimento senza leader? Quando la totale orizzontalità di un movimento di protesta rischia di rovesciarsi nel suo contrario, o addirittura di diventare controproducente? Sono queste le domande che attraversano due libri usciti di recente. Hanno il medesimo titolo, Occupy Wall Street, e costituiscono un dettagliato resoconto di quanto è accaduto negli ultimi mesi del 2011 a Zuccotti Park. Il primo, edito da Chiarelettere, è un reportage “dentro la protesta” di Riccardo Staglianò; il secondo, edito da Feltrinelli, è un lavoro collettivo nato dall’interno dei gruppi di lavoro del movement. Eppure, per essere un testo “interno”, è notevolmente autocritico e pieno di spunti di riflessione.

Staglianò è interessato a cogliere la genesi di Occupy Wall Street (Ows): le sue idee, il suo quotidiano, le biografie dei partecipanti, sia di quelli più in vista che degli attivisti comuni. Viene fuori un ritratto estremamente plurale, molto più composito di quanto in realtà si sia percepito in Italia in questi mesi. Forse il limite di Ows può essere racchiuso in poche parole tratte da un discorso, tenuto proprio lì, da Slavoj Zizek: sappiamo cosa non vogliamo, ma dobbiamo ancora elaborare quale tipo di mondo vogliamo. Eppure, quel “noi non ci stiamo” coniugato al plurale, quell’insieme di “lettere di dimissioni dal sogno americano”, per usare una felice definizione di Marco Roth, editor della rivista “n+1”, è già di grande interesse. Staglianò coglie tra le righe come il più importante movimento progressista degli ultimi tempi sia figlio della parte migliore della sinistra americana successiva alla stagione dei diritti civili. L’attenzione estrema al momento assembleare, il forte egualitarismo tra militanti, la critica di ogni forma di leadership, la riflessione sui mezzi, la costante produzione di controinformazione, slogan molto creativi, bollettini, dirette video, commenti, tweet sono tutti fattori che articolano tra loro il lato “reale” e quello “virtuale” della protesta, forme nuove e nuovissime. Tuttavia, a parte la solita riflessione sulla funzione dei social network, Ows è stato una straordinaria rivincita della politica reale, quella fatta di nuove relazioni umane in mezzo a una piazza “occupata”, contro la sua rarefazione on-line. Altro che antipolitica…

Sugli elementi concreti della vita a Zuccotti Park insiste molto il libro collettivo di Scrittori per il 99%. Il volume racconta come siano stati messi in piedi la biblioteca, la cucina, il servizio legale e quello medico, il media center, un sistema di smaltimento rifiuti e tante altre cose. Racconta, insomma, come si è creata una vera e propria comunità di base, interetnica e interclassista, nel cuore di New York: qualcosa di molto simile a ciò che Michael Walzer in un suo recente saggio apparso su “Dissent” ha definito “socialismo-nel-suo-farsi”, con grande attenzione alla fase creativa, al work in progress dei movimenti sociali e politici migliori.

Dopo lo sgombero di Zuccotti Park che ne sarà di Ows? Rinascerà in nuove forme? Manterrà la stessa intensità di partecipazione? Secondo Staglianò dalla primavera in poi, avvicinandosi le elezioni presidenziali, qualcosa accadrà, il movimento farà sentire la sua voce. Secondo gli Scrittori per il 99%, invece, il principale merito di Ows è quello di aver creato un modello e un metodo che si sono riprodotti anche altrove, in altre città e perfino in alcuni centri della provincia americana.

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Prendiamo sul serio il nostro futuro https://minimaetmoralia.it/interventi/prendiamo-sul-serio-il-nostro-futuro/ https://minimaetmoralia.it/interventi/prendiamo-sul-serio-il-nostro-futuro/#comments Mon, 16 May 2011 08:26:52 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4341 La scuola è risorsa essenziale per il libero sviluppo delle persone e per la crescita sociale, economica, culturale e civile di ogni Paese. In particolare, la scuola pubblica statale è luogo del pluralismo, affidato a docenti reclutati in base alla propria professionalità e non alle convinzioni politiche, alle fedi religiose o all’appartenenza a qualsiasi gruppo o […]

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La scuola è risorsa essenziale per il libero sviluppo delle persone e per la crescita sociale, economica, culturale e civile di ogni Paese.
In particolare, la scuola pubblica statale è luogo del pluralismo, affidato a docenti reclutati in base alla propria professionalità e non alle convinzioni politiche, alle fedi religiose o all’appartenenza a qualsiasi gruppo o associazione o categoria.La scuola pubblica statale è perciò anche luogo di integrazione tra individui provenienti da diversi ambienti familiari, sociali, culturali.
Dobbiamo tutti fare qualcosa per la scuola di tutti. Non dobbiamo lasciarla sola a chiedere attenzione.
Facciamo dell’istruzione un tema centrale di discussione tra i cittadini, nelle scuole e in ogni altro luogo di incontro.

Lettera aperta al Presidente della Repubblica, al Parlamento e al Governo.

Promossa dagli Editori Marco Cassini e Daniele di Gennaro (minimum fax), Carmine Donzelli, Federico Enriques (Zanichelli), Carlo Feltrinelli, Sandra Ozzola Ferri e Sandro Ferri (E/O), Sergio Giunti e Bruno Mari (Giunti), Alessandro e Giuseppe Laterza, Stefano Mauri (Gruppo Mauri Spagnol), Paolo Mieli (RCS), Antonio e Olivia Sellerio.

La scuola è risorsa essenziale per il libero sviluppo delle persone e per la crescita sociale, economica, culturale e civile di ogni Paese. In Italia lo è sempre stata: ha reso un insieme di sudditi analfabeti degli antichi stati una comunità di cittadini italiani. Lo è ancora più oggi, in un’epoca in cui il “capitale umano”, l’insieme delle conoscenze di cui disponiamo, è il fattore decisivo per il successo degli individui e delle nazioni.

L’articolo 34 della Costituzione Italiana sancisce inequivocabilmente che “i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. In passato il diritto dei più deboli nella società italiana è  stato garantito soprattutto dall’estensione dell’obbligo di frequenza della scuola pubblica (nella “scuola pubblica” la legge italiana comprende anche le scuole paritarie a gestione privata), e dalla qualità del suo insegnamento, che hanno riscattato dalla miseria milioni di cittadini.

In particolare, la scuola pubblica statale è luogo del pluralismo, affidato a docenti reclutati in base alla propria professionalità e non alle convinzioni politiche, alle fedi religiose o all’appartenenza a qualsiasi gruppo o associazione o categoria. Nel mondo globalizzato è fondamentale conoscere chi è lontano da noi, per saperne cogliere i valori e le potenzialità, e perché altri possano conoscere – a loro volta – i nostri valori e le nostre potenzialità.

La scuola pubblica statale è perciò anche luogo di integrazione tra individui provenienti da diversi ambienti familiari, sociali, culturali. Nella scuola pubblica  statale bambini e ragazzi di diversa estrazione sociale imparano ad apprezzare la diversità. Nella scuola pubblica statale il patrimonio culturale della famiglia entra in contatto in modo fertile con quello di altre famiglie.

Questa è la missione della scuola pubblica statale diversa da ogni altra istituzione formativa, che legittimamente si proponga altre finalità a partire da una visuale parziale della cultura, della religione, della società, dell’economia. Se, infatti, è un diritto di ogni famiglia mandare i propri figli a scuola solo insieme a chi condivide la stessa visione del mondo (la libertà di insegnamento è infatti riconosciuta dall’articolo 33 della Costituzione), per il benessere della società nel suo insieme è conveniente e auspicabile che la grande maggioranza dei cittadini abbia una formazione comune ispirata ai valori del pluralismo e della Costituzione.

Per rendere effettivo questo principio lo Stato deve investire più risorse nell’istruzione pubblica statale, consentendo alle istituzioni scolastiche autonome di dotarsi di strumenti adeguati a svolgere la propria missione. Occorrono docenti qualificati e ben retribuiti. Ma occorrono anche edifici ben tenuti, aule attrezzate, laboratori moderni, biblioteche aggiornate.

Purtroppo l’investimento nella scuola pubblica statale è stato inadeguato – ben al di sotto dei livelli medi dei Paesi UE – per gran parte della storia unitaria italiana, al punto che oggi spesso non è in grado di garantire neppure i servizi minimi. Di questa situazione ognuno di noi deve preoccuparsi, perché essa è anche frutto dell’indifferenza.

Dobbiamo tutti fare qualcosa per la scuola di tutti. Non dobbiamo lasciarla sola a chiedere attenzione. Se è vero –  come sentiamo continuamente ripetere – che nella scuola si costruisce il futuro dei nostri figli e, quindi, del nostro Paese, nessuno può guardare alla questione “dall’esterno”. Chi ricopre cariche istituzionali e politiche deve avvertire la forza dell’opinione pubblica. Chi ha più responsabilità e potere nella società, nell’economia e nella cultura deve essere il primo a impegnarsi.

Facciamo dell’istruzione un tema centrale di discussione tra i cittadini, nelle scuole e in ogni altro luogo di incontro, con la competenza e l’urgenza che la materia necessita.

Firmiamo questa lettera aperta in ogni luogo a partire dalle stesse scuole pubbliche statali.

Prendiamo sul serio il nostro futuro.

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Il fascino discreto dell’underground https://minimaetmoralia.it/editoria/il-fascino-discreto-dellunderground/ https://minimaetmoralia.it/editoria/il-fascino-discreto-dellunderground/#comments Wed, 07 Oct 2009 08:31:41 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=858 di Matteo Galiazzo e Fabrizio Venerandi Ho letto questa intervista a Moresco dove dice in soldoni che ogni scrittore underground deve tenere alla propria identità, non entrare nei meccanismi commerciali della grande editoria, anzi non cercare la grande editoria ma semmai sarà la grande editoria a cercare lui, e che deve rafforzare la propria autostima […]

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di Matteo Galiazzo e Fabrizio Venerandi

2680314984_9744fac202Ho letto questa intervista a Moresco dove dice in soldoni che ogni scrittore underground deve tenere alla propria identità, non entrare nei meccanismi commerciali della grande editoria, anzi non cercare la grande editoria ma semmai sarà la grande editoria a cercare lui, e che deve rafforzare la propria autostima anche se farà underground per tutta la sua vita, perché, dice, c’è chi pensa che non essere visibili sia non esistere, mentre non essere visibili si è vivi lo stesso. Tutta l’intervista sembra ai miei occhi una specie di generosa consolatio a beneficio di tutti gli scrittori che fanno le riviste per cinquanta persone e che in pratica non se li fila nessuno: un invito a tenere duro, a fare il proprio cammino di sconvolgimento del mercato editoriale. E nello stesso tempo una strana difesa, come se Moresco a pubblicare con Mondadori o Feltrinelli avesse fatto qualcosa di male.

Ora, che io esista anche se non mi pubblica Einaudi me ne ero accorto e anche il fisco purtroppo. La grossa verità, che mi pare Moresco non dica, è che essere visibili nel mondo editoriale non è che sia questa grande eccitazione. Anche lui forse si aspettava che una volta pubblicato da Feltrinelli qualcosa cambiasse, qualcosa di grosso, e invece poi le cose che cambiano ci sono, magari dentro, ma non sono delle cose così importanti viste in prospettiva, rispetto ad altre della vita di una persona voglio dire.
Fare underground poi è un po’ l’equivalente colto di quelli che fanno gioco di ruolo, o il sudoku, gente che si vede in combriccole, di solito in strette librerie.
Se parliamo di vita, di felicità, Moresco parla della sua vita, della soddisfazione della sua vita, ecco non credo che la letteratura sia una cosa così rilevante nella felicità di una persona. Mio figlio in quattro anni di vita mi ha dato più emozioni di quelle che mi ha dato «fare letteratura underground» in venti.
«Fare underground» significa in effetti scrivere non pagati, spendere centinaia di euro per andare a leggere cinque minuti in qualche libreria del centritalia, aspettare di salire sul palco per leggere ad altri scrittori che a loro volta sono lì sotto ad aspettare il loro turno: fare underground significa spesso essere ritenuti mediocri e stare con gente che tu ritieni mediocre: una specie di psicoterapia di gruppo. Quello che ti salva è che talvolta, non molto spesso, alla fine ci esce una pizza in cui si può parlare male di quelli che si sono venduti al cattivo mercato editoriale.

Nonostante il mercato editoriale gestisca un media marginale, per un giovane scrittore che fa underground, il mercato editoriale significa avere un primo chiaro banco di prova di quello che si va a scrivere. Significa spesso avere per la prima volta una persona che prende il tuo manoscritto e ti dice di no e te lo riempie di segni blu e rossi come alle elementari e ti dice, qua hai sbagliato. Questa roba è illeggibile. Devi riscrivere questo capitolo. Ragazzino, se vuoi che io spenda dei soldi per promuoverti, stamparti, distribuirti, devi darmi un prodotto che sia meno raffazzonato.
Se questa cosa è brutta, e Moresco sembra far capire che è brutta, perché spedire i manoscritti a Mondadori? Perché spedirli a Feltrinelli e agli altri cattivi editori? Perché poi cercare di difendersi quando si è pubblicati da un grande editore? Perché non limitarsi a fare del sano underground per tutta la vita, tanto se non si è visibili si è vivi lo stesso, no?
La verità è che questa cosa non è brutta, significa fare scrittura, e che invece fare underground, detto fra i denti, significa forgiarsi il carattere e poco più. È una buona cosa, ma uno si forgia il carattere perché prima o poi pensa di usarlo. A me non interessa essere pubblicato da un grande editore solo se non credo di essere in grado di avere un prodotto per un grande editore che sia degno di lui e di me, nello stesso tempo. Se invece io ho tra le mani qualcosa che mi fa godere, qualcosa che ho scritto io e che mi fa godere, e che vedo che farebbe godere anche la gente che lo va a leggere, allora l’editore lo vado a cercare; cerco di fargli capire che quello che ho tra le mani fa godere e farebbe godere e vendere. Perché è un prodotto. Altrimenti continuo a fare underground.
E mi lascia anche perplesso questa cosa che le grandi case editrici dovrebbero investire pubblicando testi di avanguardia o sperimentali. Una sorta di obbligo alla pubblicazione dell’avanguardia dovuto dall’editoria di massa. Come se il lettore di massa leggesse avanguardia, come se leggere avanguardia fosse una cosa più nobile che leggere la letteratura da intrattenimento.
Poi, parliamoci chiaro: io credo che Moresco faccia anche lui un prodotto da intrattenimento. I suoi Canti del caos altro non sono che un intrattenimento destinato ad un gruppo di addetti ai lavori.
O se no dovrebbe spiegarci in cosa consiste il non-intrattenimento. Qualcosa che modifica i suoi lettori? Che li rende migliori? Cittadini più degni?

(da una conversazione su Skype)

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