Maylis de Kerangal è nata a Le Havre nel 1967. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Nascita di un ponte (Feltrinelli 2013)
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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?
Nei periodi di scrittura intensa quando sono “sotto” scrivo otto ore al giorno anche nove. Nei periodi di “messa in moto” tengo un ritmo più lasso, faccio anche altre cose, lascio che l’idea del libro cresca. Non ho un limite minimo o massimo di battute, ma la verità è che in una giornata standard se non ho fatto almento tre pagine – nel formato che uso 4500 battute – non sono per niente contenta. Quando poi, dopo 4-5 mesi della suddetta “messa in moto” entro veramente nella produzione del libro, quando, come si dice “il cavallo sente la stalla”, allora devo fare dalle 8000 alle 10‘000 battute al giorno, e ne farei di più, a volte vado avanti anche tutta la notte ma ho imparato anche a interrompere deliberatamente per ripartire più forte il giorno dopo.
Dove scrivi? Hai orari precisi?
Scrivo in una cameretta, una mansarda, in un posto diverso dalla casa in cui vivo. Sta a quattro stazioni di metropolitana, quindi la mattina mi alzo come per andare in ufficio, vado lì, scrivo, poi torno a casa. Questo stacco, l’inserimento della produzione letteraria in uno schema di lavoro classico, aiuta molto la produttività.
Fai preproduzione o scrivi di getto?
Faccio molta preproduzione. In genere realizzo dei veri e propri piani delle scene chiave del romanzo, una specie di storyboard coi “movimenti” dei personaggi. Per Nascita di un ponte ho disegnato tutta la mappa della città, era essenziale, al di là dei movimenti dei personaggi, per capire come si proiettava la luce nei vari luoghi – sai, rispetto ai punti cardinali.
Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?
Cesello. Io lavoro per così dire “dentro la forma”, nel senso che finché la forma non è definitiva non vado avanti, quindi non faccio mai una bozza intera, ma cerco di fare i singoli capitoli e perfezionarli, riscrivendoli e leggendoli ad alta voce cercando di stabilizzarli, e solo quando sembrano più o meno definitivi vado avanti. Inoltre cerco di lavorare secondo l’ordine che avranno nel libro, anche se a volte è faticoso: cerco di captare un flusso, un movimento, una frequenza, e attenermi il più possibile a tale linea.
Scrivi più libri in contemporanea?
No, però come capiterà anche a te mentre sei al lavoro su un romanzo capita che ti chiedano racconti per riviste, antologie… In quei casi, ecco, cerco sempre di fare cose che siano utili, se non nel contenuto almeno nel tono, nella ricerca, nello stile, o per il libro in corso o per il successivo.
Carta o computer?
Tutta la fase degli schemi e degli storyboard ovviamente a mano,
ma poi conclusa quella scrivo subito a computer.
Tic o rituali per favorire la concentrazione?
Anzitutto la camera separata. È di per sé un enorme rituale. Poi quando arrivo ho anche un paio d’ore di assestamento, non comincio mai prima di due ore di “vuoto”, ho provato a ridurre ma è inutile. Arrivo lì, provo a mettermi sotto, ma devo fumare, rimandare, prendere un caffè, rileggere qualcosa, e solo dopo due ore riesco a rileggere l’ultima pagina fatta il giorno prima e comincio.
Come hai esordito?
Rispetto a tanti colleghi è stato abbastanza facile perché pubblicai subito la prima cosa che scrissi, mandai a 6-7 editori, presi prima un giro di rifiuti, poi arrivai a incontrare qualche persona, all’inizio senza risultati, ma grazie a quegli incontri il testo prese a girare e alla fine è uscito.
Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?
È cambiato tutto, perché ho scritto il primo libro senza pensare di essere una scrittrice, con una forte incoscienza. Già quello è un cambio forte, adesso poi da quattro anni a questa parte ho potuto anche lasciare il lavoro per dedicarmi solo ai romanzi e la scrittura ha preso tanto spazio cambiando di conseguenza tutte le routine: mie, e sue.
Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.
Tra le cose recenti ricordo che mi impressionò molto I detective selvaggi di Roberto Bolaño per il lavoro sulla struttura. Poi ovviamente William Faulkner, è il vero grande maestro della struttura. Tra i miei contemporanei mi piace Pierre Michon; tra i vostri connazionali, sempre contemporanei, ho apprezzato molto il lavoro sulla forma fatto da Giorgio Vasta.
“Esisti” online?
No, no, niente niente Twitter, niente blog, assolutamente niente Facebook. Uso solo la mail come i vecchi… Non è questione di ostilità, è che non ho proprio il tempo, ho provato e ho visto che queste cose mangiano tempo alla scrittura. Inoltre non so se voglio entrare in questo meccanismo di rapporto eccessivamente personale coi lettori, possono mandarmi una mail o scrivere all’editore e io comunque rispondo… Quello che conta sono i libri, no?
[VI – continua; le precedenti interviste possono essere lette qui, qui, qui, qui e qui]

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008, Laterza 2019), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), la saga di Terra ignota (Mondadori 2013-2017), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega), I fratelli Michelangelo (Mondadori 2019), La verità su tutto (Mondadori 2022, Premio Viareggio selezione della giuria), Dilaga ovunque (Laterza 2023, Premio selezione Campiello). È fondatore del progetto SIC (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche Emma & Cleo (in L’età della febbre, 2015) e il saggio La scrittura non si insegna (2020). Scrive sul Corriere della Sera.
Il suo ultimo romanzo è Il detective sonnambulo (Mondadori 2025).

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