futuro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/futuro/ un blog di approfondimento culturale Tue, 14 Jul 2026 12:55:20 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg futuro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/futuro/ 32 32 Cosa chiedere alla fantascienza? https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/cosa-chiedere-alla-fantascienza/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/cosa-chiedere-alla-fantascienza/#respond Tue, 14 Jul 2026 12:45:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=57911 Ho seguito con molto interesse e un po’ di sconforto il dibattito sulla fantascienza aperto su La Lettura da un intervento di Mauro Covacich e proseguito, nelle settimane successive, con le repliche prima di Vanni Santoni, poi di Nicoletta Vallorani. Per chi se lo fosse perso o, leggendo queste parole nel futuro, non ne avesse […]

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Ho seguito con molto interesse e un po’ di sconforto il dibattito sulla fantascienza aperto su La Lettura da un intervento di Mauro Covacich e proseguito, nelle settimane successive, con le repliche prima di Vanni Santoni, poi di Nicoletta Vallorani. Per chi se lo fosse perso o, leggendo queste parole nel futuro, non ne avesse più memoria: nel suo articolo, intitolato “Contro la fantascienza”, Covacich rimprovera a questo genere il fatto di non aver saputo prevedere le innovazioni del mondo in cui viviamo. Fa l’esempio di Philip Dick: «secondo il maestro della fantascienza per aprire una porta nel 1992 sarebbe servita una moneta. La società del futuro, piena di gente con poteri paranormali, avrebbe dovuto inserire monete praticamente in ogni elettrodomestico. Ebbene, per quanto sia facile ridere ex post, fa comunque specie osservare come il nostro presente sia caratterizzato soprattutto dalla rapida e per molti aspetti proficua sparizione delle monete».

Santoni gli risponde facendo notare quanti aspetti del nostro presente siano stati invece anticipati con sorprendente precisione dalla fantascienza, dalle videochiamate ai social media, fino alle criptovalute. «Certo, ci sono anche un sacco di cose che sono state immaginate dalla fantascienza e non si sono avverate, ma chi ha mai detto che il compito della fantascienza è quello di effettuare profezie?», conclude. Segue poi una riabilitazione del genere, condotta chiamando in soccorso una quantità di pesi massimi della letteratura, da László Krasznahorkai a Mircea Cărtărescu, da Don DeLillo a David Foster Wallace, ascrivibili alla causa se non altro per il fatto di essere stati influenzati da opere di fantascienza, quando non per averne scritta una. È tutto corretto, e anche in linea con il titolo del pezzo, secondo cui “E invece tutto è fantascienza”. Però, se «da sempre i confini tra i generi sono permeabili», come recitano le ultime righe dell’articolo, è anche vero che il livello di permeabilità implicato dalla tesi secondo la quale “tutto è fantascienza” sembra un po’ eccessivo. Pure la replica di Vallorani mira a una riabilitazione, questa volta sotto l’infallibile segno dell’impegno civile: «questo genere poco recensito e ancor meno premiato sta servendo a dar voce a molte comunità marginali», scrive. È corretto anche questo, ma dietro a ogni buon proposito di riabilitazione è difficile non scorgere la tacita ammissione di una mancanza, che la fantascienza davvero non merita. Forse se la può cavare benissimo anche coi suoi mezzi, anche senza gli altri grandi nomi della letteratura, anche in assenza di alcuna valenza politica. A me piaceva di più, tutto sommato, l’idea di fondo di Covacich: quella di affidarle un compito.

È un’idea che riporta a una dimensione pubblica della scrittura, in cui chi legge chiede e si aspetta qualcosa da chi scrive. Che cosa? Come suggerisce Santoni, magari non una previsione del futuro; va bene essere esigenti, a nessuno piace concludere un libro e avere l’impressione di aver perso del tempo, ma domandare a un autore di diventare un veggente solo perché sta scrivendo fantascienza appare un tantino esagerato. Io alla fantascienza chiederei solo questo: parlare di ciò che non sappiamo. Si tratta, in fondo, di rispettare l’etimologia della parola: usare la fantasia a partire dalla scienza. L’innovazione tecnologica e la ricerca scientifica propongono continuamente novità e teorie che non siamo in grado di capire appieno. La fisica quantistica, le neuroscienze o l’intelligenza artificiale aprono scenari dei quali non conosciamo ancora l’impatto. Non abbiamo idea delle conseguenze che potranno avere sulla società o sulla nostra stessa visione della realtà. Da questo punto di vista, azzeccare una previsione può essere considerato persino un demerito: se bastava aspettare, essersi presi la briga di immaginare sarà stato inutile.

Ipotesi e congetture sono fonti inesauribili di materiale narrativo che, se non fosse per la fantascienza, resterebbe inutilizzato. È questo il suo grande compito. Basta identificare e seguire la possibilità più feconda. Prendiamo, a titolo di esempio, il famoso paradosso di Fermi: dove sono tutti quanti? Nell’universo possiamo osservare un’infinità di pianeti e di stelle, ma non c’è traccia di astronavi, di satelliti, di colonie di civiltà extraterrestri. Magari è ragionevole che il cosmo non pulluli di vita come la Terra, neanche Fermi si aspettava un viavai di navicelle spaziali, ma lì fuori sembra non esserci proprio nessuno. È stata proposta una spiegazione molto semplice per questo paradosso: l’universo è un posto troppo grande. A ciò si può aggiungere anche il concetto di “grande filtro”, vale a dire una serie di impedimenti che rendono improbabile, per qualunque civiltà, raggiungere uno stadio tecnologicamente avanzato o conservarlo a lungo. Sommando le due cose, si capisce quanto possa essere raro trovarsi abbastanza vicini e nella stessa finestra temporale; insomma: è davvero complicato incontrarsi. L’idea che l’universo sia un posto troppo grande, però, a livello narrativo lascia molto a desiderare. Per fortuna, tra le tante spiegazioni formulate, c’è anche questa: l’universo è un posto troppo pericoloso. Suona già molto più promettente, non è vero?

La teoria equivale a un ammonimento: chi ha appena messo il naso fuori dal suo pianeta natale farebbe meglio a non farsi notare, perché una civiltà o una tecnologia molto più avanzata potrebbe non esitare a scatenare un’impensabile capacità distruttiva, e senza tanti preamboli. Ecco spiegato perché sembra non esserci nessuno: chi lo sa, bada bene a non rendere manifesta la propria esistenza; chi non lo sa, non sopravvive a lungo. A formulare per la prima volta questa fosca e inquietante ipotesi fu David Brin nel 1983; ma a renderla popolare e a darle il nome con cui è conosciuta oggi, teoria della foresta oscura, è stato Liu Cixin con la trilogia “Il problema dei tre corpi”. L’autore cinese non è stato nemmeno il primo a usare quest’idea in un romanzo di fantascienza: lo aveva già fatto Greg Bear, che in “L’ultimatum” aveva proposto un’immagine simile, parlando di «giungla insidiosa»; ma senza darle il ruolo centrale che la foresta oscura ha nell’opera di Liu Cixin. Oggi quest’espressione è popolare proprio grazie a “Il problema dei tre corpi”, e forse in molti la usano senza nemmeno conoscerne l’origine. Difficilmente un saggio di divulgazione scientifica riesce a diffondere un concetto con altrettanta efficacia.

Un altro esempio può essere il principio di Fermat, in apparenza privo di misteri e a pensarci bene, invece, capace di aprire le porte a una concezione non lineare del tempo. Afferma che la luce, per andare da un punto A a un punto B, usa sempre il percorso più veloce; ma per farlo non dovrebbe conoscere in anticipo la destinazione? Un fotone, quando parte dal sole, sa già che io sto per uscire in balcone e otto minuti dopo mi troverà affacciato con in mano un bicchiere d’acqua per attraversare il quale dovrà leggermente deviare la sua traiettoria? Evidentemente no. Non lo sa più di quanto una palla, rotolando giù da una collina, non sappia già qual è la zona più bassa della valle, che è quella in cui terminerà la sua corsa. Esistono fenomeni nei quali possiamo intravedere finalità, o persino conoscenza del futuro, ma che possono essere spiegati anche secondo il classico nesso tra causa ed effetto. Noi preferiamo quest’ultimo modo di vedere le cose, ma il problema è che, essendo le leggi della fisica simmetriche rispetto al tempo, le due interpretazioni sono entrambe perfettamente valide. Allora qual è vera, tra le due?

In un racconto straordinario di Ted Chiang, che porta il titolo di “Storia della tua vita” e da cui è tratto il film “Arrival”, il principio di Fermat svolge un ruolo fondamentale, proprio come la teoria della foresta oscura nella trilogia di Liu Cixin. Potrei fare altri esempi ancora, parlando magari di come il concetto di macchine auto-replicanti teorizzato da John von Neumann si trovi, pur in assenza di riferimenti espliciti, alla base di un romanzo come “L’invincibile” di Stanislaw Lem; ma l’idea di fantascienza che ho in mente sarà ormai chiara, immagino. Non esiste, ovviamente, una domanda giusta da porre a questo genere: chiedergli di parlare di ciò che non conosciamo, e di sfruttare il potenziale narrativo della speculazione scientifica, ha però conseguenze interessanti. Prendere per buona questa proposta significa, infatti, modificare un po’ il canone della fantascienza: alcuni autori, di sicuro tutti quelli citati fin qui, diventeranno immediatamente dei punti di riferimento; altri appariranno senz’altro da rivalutare; e certi giganti andranno forse lievemente ridimensionati. Ogni amante di questo genere potrà divertirsi a riconoscere quali.

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L’Italia è un paese senza futuro https://minimaetmoralia.it/societa/litalia-e-un-paese-senza-futuro/ https://minimaetmoralia.it/societa/litalia-e-un-paese-senza-futuro/#comments Mon, 13 Sep 2010 08:21:30 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2851 Alle volte, di questi tempi, in fila alle poste incantati dallo scorrere indolente dei numeri di led luminosi rossi sul display in alto sopra gli sportelli, o nella bolla condizionata di una macchina, nelle città che si rianimano a inizio settembre, si può provare una leggera euforia punk, da repubblica di Weimar, da quiete prima della tempesta. Con i rapporti dell’Ocse o degli altri paternalistici organismi internazionali

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Alle volte, di questi tempi, in fila alle poste incantati dallo scorrere indolente dei numeri di led luminosi rossi sul display in alto sopra gli sportelli, o nella bolla condizionata di una macchina, nelle città che si rianimano a inizio settembre, si può provare una leggera euforia punk, da repubblica di Weimar, da quiete prima della tempesta. Con i rapporti dell’Ocse o degli altri paternalistici organismi internazionali che continuano a declassarci in classifiche dietro stati di cui conosciamo a malapena la collocazione geografica, con le pubblicità di finanziarie dai nomi bambineschi che sulle pagine delle free-press fanno a gara con quelle dei siti di scommesse on line, con i negozi di alimentari che chiudono e lasciano il campo alle sale giochi con le slot machine o ai rivenditori di oro a diciassette euro il grammo, si ha la sensazione di stare in un punto finale: prima o poi le famiglie non ce la faranno più a fare da paracadute sociale, prima o poi i sindacati non riusciranno più a opporre resistenza di fronte a una deregulation darwiniana del mercato del lavoro, prima o poi la scuola pubblica e l’università non avranno più il fiato per reggersi su delle forze sempre più volontaristiche.

Certo, non a tutti il futuro italiano appare così catastrofico. Si respira, per esempio, a leggere le riviste popolari in attesa dal parrucchiere, un altro clima. Su Chi di questa settimana un Piersilvio Berlusconi (chissà che, così per dire, non sia lui o la sorella il prossimo leader del centrodestra) abbronzato e tonico riempie la copertina e ci elargisce consigli quasi-buddisti su come stare bene con se stessi. Sul numero della settimana scorsa invece – negli stessi giorni in cui migliaia di precari con decenni di supplenze alle spalle non ricevevano nemmeno la carità di una chiamata annuale – Maria Stella Gelmini anche lei non si lasciava avvelenare dal pessimismo. E ribatteva in una distesa intervista dalla sua casa di Ischia di non sentirsi schiacciata dalle incombenze del presente, e di avere anzi un progetto ben definito per il futuro: dopo Emma (una bella bimba paffutella, che ha ormai quattro mesi), adesso pensa a un maschietto. È questa, lo ribadiva a chiare lettere, la sua priorità, il centro di tutto – e quest’estate, mentre lavorava certo, si è dovuta occupare di come arredare la sua nuova casa al centro di Roma. Non c’è mica da vergognarsi a pensare un po’ ai cazzi propri; soprattutto non c’è mica da vergognarsi a volerli raccontare anche a chi magari alla stessa età del ministro non si può permettere altra stanza dove dormire che quella della propria adolescenza, con i poster dei Queen ingialliti alle pareti.

Ma l’assenza di una fiducia minima nel futuro di questo paese si può riconoscere anche da altre impressioni sparse. Sempre a dar retta agli osservatori internazionali, il tasso di competenze dei lettori sta precipitando di anno in anno, insieme alla libertà di stampa, e agli investimenti nella cultura, eccetera, eccetera: l’elenco del declassamento italiano è una litania che abbiamo imparato a conoscere e a lasciare sfumare. E a dire il vero, non servono neanche tutti questi numeri; si ricava la stessa evidenza, se uno gira a zonzo per la propria città o fa una telefonata a qualche amico tornato dalle ferie. La marcescenza dell’incultura destrorsa che ha contagiato la nostra società ha fatto sì che, nella convinzione comune, si sia introiettata inconsapevolmente l’idea che il pensiero, la riflessione siano occupazioni depressive, che lo studio non serva, che passare tempo sui libri non sia fondamentale, che i luoghi dell’apprendimento siano le reliquie di un’epoca ormai al tramonto.
Mentre nel tempo d’estate gruppi di studenti organizzati, ricercatori universitari con una tesi di dottorato da completare migrano per un paio di mesi a studiare all’estero, a passare un luglio o un agosto nei campus organizzati dal British Council, o a consultare la bibliografia nella Bncf parigina, nella Library of Congress, nella biblioteca nazionale di Monaco o Berlino (aperte dalle 8 alle 24…), in Italia l’idea che d’estate si studi (anche) è peregrina, obsoleta, bizzarra. A agosto, in grandi città come Roma o Firenze o Napoli, per dire, le biblioteche (nazionali, comunali, universitarie) chiudono del tutto, al massimo lavorano qualche giorno con orario dimezzato fino a pranzo, non hanno l’aria condizionata, l’accesso a internet, etc…; diventano luoghi che non accolgono nessuno.
Eppure non sarebbe difficile pensare alla questione biblioteche come un punto nodale – non solo simbolico – per un programma di sinistra. Non sarebbe troppo inventivo, per dire, che uno slogan di sinistra fosse: Una modernissima biblioteca pubblica in ogni quartiere oppure Mille nuove biblioteche in tutta Italia.
Il ventennale disastro civil-culturale, che in assenza di definizioni migliori abbiamo finito per chiamare berlusconismo, ma che è sinonimo di frantumazione sociale, di depoliticizzazione, di cinismo di massa, potrebbe cominciare a essere veramente contrastato (non tanto legittimando la conversione in articulo mortis di una certa destra a una minima etichetta costituzionale ma) provando a immaginare un paesaggio diverso con un po’ di inedita lungimiranza. Ossia? Ossia si potrebbe impegnarsi a invertire quel processo iniziato negli anni ’80 per cui la gente ha preso a ritirarsi dai luoghi pubblici dentro le mura delle proprie case, ha progressivamente evitato il confronto con il resto del mondo, ha imparato a consumare cultura e intrattenimento in forma privata: si è – per farla breve – trasformata da società civile in audience.
C’è un libro di Antonella Agnoli, uscito da Laterza un anno fa, che s’intitola Le piazze del sapere e che – partendo dalla questione apparentemente tecnica di come ripensare le biblioteche pubbliche in una società in trasformazione come la nostra, dove comunità è sinonimo di facebook e dove la lettura è un’attività in progressivo declino – prova a buttare nell’ambito della riflessione sociale un’idea modestamente rivoluzionaria: “Ricostruire luoghi di dibattito, di conoscenza, di informazione: piazze ma anche biblioteche intese come piazze coperte dove la possibilità di incontrare amici sia altrettanto importante dell’opportunità di prendere in prestito un libro o un film”.
A mali estremi, piccoli rimedi. E il vero male estremo – proviamo a capirlo una volta per tutte – non è neanche il federalismo d’accatto che si vuole approvare entro la fine dell’anno parlamentare, e nemmeno la volontà di riformare l’intero apparato giuridico italiano per far sfuggire un sol uomo ai processi. Il vero male estremo non si data nel presente, ma nell’eventuale futuro: ed è la riduzione delle ore nei licei, la sparizione degli spazi di dibattito politico, la chiusura dei teatri, la riduzione dei posti di ricercatori all’università, cose come il mancato investimento nelle biblioteche pubbliche… Stiamo diventando, senza accorgercene, un paese senza futuro: prima di innamorarci di questa cupio dissolvi, potremo anche avere un istante di ripensamento.

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La Jetée https://minimaetmoralia.it/cinema/la-jetee/ https://minimaetmoralia.it/cinema/la-jetee/#comments Fri, 19 Mar 2010 06:16:52 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=2046 Questa recensione del film La Jetée di Chris Marker, una delle tante che J.G. Ballard ha redatto durante la sua pseudo carriera di critico dei media freelance, mostra in modo esemplare il suo istinto infallibile per le cose originali. Apparsa per la prima volta in New Worlds, luglio, 1966. Questo film strano e poetico, un […]

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Questa recensione del film La Jetée di Chris Marker, una delle tante che J.G. Ballard ha redatto durante la sua pseudo carriera di critico dei media freelance, mostra in modo esemplare il suo istinto infallibile per le cose originali. Apparsa per la prima volta in New Worlds, luglio, 1966.

Questo film strano e poetico, un misto di fantascienza, favola psicologica e fotomontaggio, crea nei suoi modi peculiari una serie di immagini bizzarre dei paesaggi interiori del tempo. A parte una breve sequenza di tre secondi – un sorriso esitante di una giovane donna, un momento di straordinaria intensità, come il frammento del sogno di un bambino – i trenta minuti di film sono costituiti interamente da pose fisse. Eppure questa successione di immagini sconnesse è il mezzo perfetto per proiettare i ricordi quantificati e i movimenti nel tempo che sono il tema del film.
La Jetée del titolo è la piattaforma di osservazione dell’aeroporto d’Orly. La lunga piattaforma si proietta su quella terra di nessuno in cemento, punto di partenza per altri mondi. Giganteschi jet riposano sull’area di stazionamento accanto alla piattaforma, cifre metalliche la cui aerodinamicità non è che un codice per attraversare il tempo. la luce è friabile. Gli spettatori sulla piattaforma di osservazione hanno l’aspetto di manichini. L’eroe è un piccolo ragazzo, in visita all’aeroporto con i genitori; improvvisamente c’è il bagliore frammentato di un uomo che cade. È successo un incidente, ma mentre tutti corrono dall’uomo morto, il ragazzino si fissa invece sul viso di una giovane donna vicino al parapetto. Qualcosa di quella faccia, la sua espressione di ansia, rimorso e sollievo, e soprattutto l’ovvio ma non dichiarato legame della giovane donna con il morto, crea un’immagine di straordinaria potenza nella mente del ragazzo.

Anni più tardi scoppia la terza guerra mondiale. Parigi è quasi cancellata da un immenso olocausto. Qualche superstite resiste nelle gallerie circolari sotto il Palais de Chaillot, come fossero topi di laboratorio in una sorta di labirinto dal tempo deformato. I vincitori, distinguibili per le strane lenti oculari che portano, cominciano a condurre una serie di esperimenti sui sopravvissuti, tra cui l’eroe, ora sulla trentina. Di fronte al mondo distrutto gli sperimentatori sperano di inviare un uomo attraverso il tempo. Mandano il giovane, per il potente ricordo che continua ad avere della piattaforma di Orly. Con un po’ di fortuna ci arriverà. Altri volontari sono diventati pazzi, ma la forza straordinaria del suo ricordo lo riporta alla Parigi prebellica. La sequenza delle immagini qui è la più bella del film, il soggetto è steso su un’amaca nel corridoio sotterraneo, come in attesa che sorga un qualche sole interiore, con una bizzarra maschera chirurgica sugli occhi – per quanto mi riguarda, l’unica rappresentazione convincente di un viaggio nel tempo dell’intera fantascienza.
Arrivando a Parigi vaga tra la folla estranea, incapace di prendere contatto con chiunque finché non incontra la giovane donna che aveva visto da bambino all’aeroporto di Orly. Si innamorano, ma il loro rapporto è guastato dal suo senso di isolamento nel tempo, la sua consapevolezza di aver commesso una sorta di crimine psicologico nell’inseguire il suo ricordo. In una specie di tentativo di collocarsi nel tempo, porta la giovane donna al museo di paleontologia, passando giorni tra piante e animali fossili. Visito l’aeroporto di Orly, dove decide che non ritornerà dagli esperimenti di Chaillot. In questo momento appaiono tre strane figure. Agenti di un futuro anche più lontano, pattugliano i canali temporali e sono venuti per costringerlo a tornare. Piuttosto che lasciare la giovane donna, l’eroe si getta dal pilastro. Il suo corpo che cade è quello che aveva intravisto da bambino.
Questo tema ben noto è trattato con notevole acume e immaginazione,i simboli e le prospettive rafforzano di continuo il tema principale. Non fa uso una sola volta delle convenzioni care alla fantascienza tradizionale. Costruendo le proprie regole sullo scalfire, riesce trionfalmente dove la fantascienza fallisce immancabilmente.

E poiché il fine settimana è un tempo lungo e carico di buchi pensanti, riportiamo qui sotto anche il racconto della voce narrante, scritto dal regista Chris Marker. Un piccolo capolavoro per salutare voi cari amici di minima&moralia e darvi appuntamento a lunedì.

La Jetée (sceneggiatura)
Questa è la storia di un uomo ossessionato da un’immagine della sua infanzia.
La scena, che lo preoccupa per la sua violenza e il cui significato non comprenderà che molti anni dopo, ha avuto luogo ad Orly, qualche tempo prima dello scoppio della terza guerra mondiale.
Ad Orly, di domenica, i genitori erano soliti portare i figli a vedere gli aerei che partivano. Di questa domenica particolare il ragazzo la cui storia stiamo raccontando si sarebbe ricordato il sole immobile, gli arredi lungo il molo d’attracco e il viso di una donna.
Non c’è niente a richiamare i ricordi degli altri momenti: solo più tardi si faranno riconoscere, per via delle cicatrici. Di quel viso, che sarebbe diventato la sola immagine dei tempi della pace ad attraversare i tempi della guerra, si chiedeva se mai l’avesse veduto veramente o se invece avesse creato quel momento di tenerezza per estraniarsi dal momento di follia che sarebbe arrivato, col boato improvviso, col gesto della donna, coi corpi che oscillano, le urla lungo l’attracco confuse dalla paura. Più tardi comprese di aver visto morire un uomo.
E un po’ di tempo dopo arrivò la distruzione di Parigi.
Morirono in molti. Alcuni pensarono d’essere i vincitori. Altri vennero fatti prigionieri. I sopravvissuti si rifugiarono nella rete sotterranea di Chaillot.
La superficie di Parigi, e senza dubbio la maggior parte del mondo, era disabitata, distrutta dalla radioattività. I vincitori facevano la guardia ad un impero di ratti. I prigionieri venivano sottoposti a degli esperimenti, apparentemente molto importanti per coloro che li realizzavano. Al termine dell’esperienza i primi erano delusi, i secondi morti, o pazzi.
Fu scelto un giorno per la sala degli esperimenti l’uomo di cui raccontiamo la storia.
Era impaurito. Aveva sentito parlare dei direttori degli esperimenti. Pensava di trovarsi di fronte allo Scienziato Pazzo, al dottor Frankenstein. Vide invece un uomo senza passione, che gli spiegò in modo posato che attualmente la razza umana era condannata, che lo Spazio le era precluso, che la sola speranza di salvezza stava nel Tempo. Un corridoio nel tempo e forse si sarebbe potuto arrivare al cibo, ai medicinali, alle fonti di energia.
Era questo lo scopo degli esperimenti: inviare degli emissari nel Tempo, chiedere al passato e al futuro l’aiuto per il presente.
Ma la mente umana non riusciva ad adattarsi. Risvegliarsi in un’altra era voleva dire nascere una seconda volta, da adulto. Il trauma era troppo grande. Dopo aver spedito in zone differenti del Tempo corpi senza vita o senza coscienza, ora gli inventori si stavano concentrando su soggetti dotati di immagini mentali molto forti. Essendo capaci di concepire o sognare un altro tempo, forse si sarebbero potuti integrare.
La polizia del campo spiava perfino i sogni. Quest’uomo fu scelto tra altri mille, per la sua fissazione su di un immagine del passato.
Sulle prime nient’altro che il distacco dal tempo presente e ai suoi legami. Si ricomincia. Il soggetto non muore ne delira. Soffre. Si continua. Al decimo giorno dell’esperimento le immagini iniziano a fluire, come confessioni. Un mattino in tempo di pace. Una stanza in tempo di pace, una stanza vera. Veri bambini. Veri uccelli. Veri gatti. Vere tombe. Il sedicesimo giorno è sul molo.
Vuoto. A volte cattura di nuovo una giornata d’allegria, ma diversa, un viso d’allegra, ma diverso. Rovine. Una ragazza che potrebbe essere colei che cerca. L’incrocia sul molo. Gli sorride da una vettura. Altre immagini si presentano, si mescolano, in un museo che potrebbe essere quello del suo ricordo.
Il trentesimo giorno la incontra.
Questa volta è sicuro di riconoscerla. E’ la sola cosa di cui sia sicuro in questo mondo senza date che lo colpisce per la sua ricchezza. Attorno a lui materiali favolosi: il vetro, la plastica, tessuto a spugna. Allorché si riprende dalla sorpresa la donna è scomparsa.
Coloro che conducono l’esperimento stringono il controllo su di lui rispedendolo sulla pista. Il tempo torna a riavvolgersi, ritorna quell’istante. Questa volta le sta vicino, le parla. Lei lo saluta senza sorpresa. Sono senza ricordi, senza progetti. I loro si costruiscono attorno ad essi, col solo scopo di recuperare il sapore dell’attimo che stanno vivendo e dei segni sui muri.
Più tardi, si trovano in un giardino. Gli torna in mente che esistevano i giardini. Lei gli chiede cosa sia il collare che porta, il collare del combattente che lui indossava all’inizio di questa guerra che un giorno scoppierà. Lui le inventa una spiegazione.
Camminano. Si fermano di fronte al tronco di una sequoia ricoperta di date storiche. Lei pronuncia un nome straniero che lui non riesce a capire. Come in un sogno le mostra un punto oltre l’albero. Sente che sta dicendo: «Vengo da là…»
….e ricade indietro, svuotato di ogni energia. Poi un’altra onda del Tempo lo solleva. Senza dubbio gli hanno fatto un’altra iniezione.
Ed ora lei sta dormendo al sole. Lui pensa che nel mondo in cui va a riprendere le forze, solo per poi essere rispedito verso di lei, lei è morta.
Si risveglia, lui le parla ancora. Di una verità che è troppo fantastica per essere creduta, lui si limita all’essenziale: un paese lontano, una lunga distanza da percorrere. E lei lo ascolta senza farsi beffe di lui.
E’ lo stesso giorno? Non lo sa proprio. Ripeteranno assieme un’infinità di passeggiate come questa, in cui crescerà tra di loro una confidenza muta, una confidenza allo stato puro. Senza ricordi, senza progetti. Fino a che non sente, davanti ad essi, una barriera.
Così ha termine la prima serie di esperimenti. Era l’inizo di un periodo di saggio in cui l’avrebbe ritrovata in momenti differenti. Lei l’avrebbe accolto in modo normale. Lo chiama il suo Spettro. Un giorno sembra aver paura. Un giorno si appoggia a lui. E lui non sa mai è lui a dirigersi verso di lei, se è diretto, se sta inventando o se sogna.
Verso il cinquantesimo giorno si incontrano in un museo pieno di animali senza tempo.
Ora la portata è sistemata in modo perfetto. Proiettato sul momento desiderato può rimanere e muoversi senza sforzo. Anche lei sembra essere addomesticata. Accetta come un fenomeno naturale i passaggi di questo visitatore che appare e scompare, che esiste, parla ride con lei, tace l’ascolta e se ne va.
Allorché si ritrova nella stanza degli esperimenti, sente che è cambiato qualcosa. Il direttore del campo è là. Dai discorsi attorno a lui comprende che dopo i successi degli esperimenti nel passato è nel futuro che intendono ora inviarlo. L’eccitazione per una tale prospettiva gli fa dimenticare per qualche momento il fatto che quell’incontro al Museo era l’ultimo.
Il futuro era protetto in modo migliore del passato. Alla fine d’altre prove ancora più dolorose per lui, finì con l’entrare in risonanza col mondo futuro. Attraversò un pianeta trasformato, Parigi ricostruita, diecimila viali incomprensibili. L’attendevano altre persone. L’incontro fu breve. Era chiaro che rifiutavano queste scorie di un’altra epoca. Lui recitò la sua lezione. Poiché l’umanità era sopravvissuta, non poteva rifiutare al proprio passato i mezzi per la sua sopravvivenza. Questo sofisma fu accettato come un mascheramento del Destino. Gli dettero una centrale di energia sufficiente per rimettere in marcia tutta l’industria umana e le porte del futuro si richiusero.
Poco dopo il suo ritorno fu trasferito in un’altra parte del campo.
Sapeva che i suoi carcerieri non l’avrebbero risparmiato. Era stato uno strumento nelle loro mani, l’immagine dalla sua infanzia era servita da esca per metterlo a loro disposizione, aveva risposto alle loro attese e aveva svolto il suo ruolo. Non attendeva altro che di essere liquidato, con da qualche parte dentro di lui il ricordo di un tempo vissuto due volte. Ed al fondo di questo limbo che ricevette il messaggio delle persone del futuro. Anch’essi viaggiavano nel Tempo, e in modo più semplice. Ed ora erano là e gli proposero di accettarlo tra di loro. Ma la sua richiesta fu diversa: piuttosto che questo avvenire pacificato, chiese che gli venisse reso il mondo della sua infanzia e questa donna che fose lo stava aspettando.
Una volta sul grande molo di Orly, in quella calda domenica prima della guerra dove avrebbe potuto dimorare, pensa con una punta di vertigine che anche il bambino che era stato doveva trovarsi là, a guardare gli aerei. Ma per prima cosa cercò il viso di una donna, alla fine del molo. Le corse incontro. E nel riconoscere l’uomo che l’aveva seguito fin dal campo sotterraneo, capì che non c’era più Tempo e che questo istante che gli era stato permesso di vedere da bambino, e che non aveva cessato di ossessionarlo, era il momento della sua morte.

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L’ipersonno https://minimaetmoralia.it/non-fiction/lipersonno/ https://minimaetmoralia.it/non-fiction/lipersonno/#respond Thu, 04 Feb 2010 09:27:35 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1689 di Carlotta Vissani L’ipersonno è una condizione globale. È uno status diffuso, come un’epidemia asintomatica che sgretola il sistema nervoso in tante piccole molecole disconnesse senza più ombra di attività elettrica. Mi è venuto in mente l’ipersonno per due ragioni fondamentali: la prima è che stanotte ho sognato di essere Sigourney Weaver e alla memoria […]

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di Carlotta Vissani

L’ipersonno è una condizione globale. È uno status diffuso, come un’epidemia asintomatica che sgretola il sistema nervoso in tante piccole molecole disconnesse senza più ombra di attività elettrica. Mi è venuto in mente l’ipersonno per due ragioni fondamentali: la prima è che stanotte ho sognato di essere Sigourney Weaver e alla memoria è affiorato il terzo episodio di Alien in cui l’ipersonno era una letargia indotta furbamente per far sì che il corpo non invecchiasse nei lunghissimi viaggi nello spazio (si parlava anche di decenni). E mi sono detta che questa sospensione/glaciazione capsulare/fisico/mentale era qualcosa di necessario, conservativo, fondamentale per poter salvaguardare la vita, un’invenzione geniale.

Mi trovavo in un luogo pubblico – di quelli che mixano la nostalgia per le antiche tradizioni ai materiali innovativi e quindi via con il design, l’acciaio satinato e gli sgabelli che sposano la plastica arancione a forme irregolari di gambe artificiali pronte a sorreggere menti e deretani in attesa di risposte – ed era come se ci fosse un muro invisibile ma spessissimo a separare due blocchi di carne umana. Nessuno poteva vederlo, io sì. E lo vedevo non perché sia dotata di capacità paranormali, ma perché spesso il punto di vista dell’osservatore – se opportunamente collocato nello spazio fisico e architettonico a disposizione – consente alcuni impercettibili vantaggi. Dal fondo del locale, sotto decine di scaffali rimpolpati di libri e storie in preciso ordine alfabetico, osservavo il pubblico in faccia, tutti seduti composti, in ascolto mentre, dall’estremità opposta, giungevano gli echi della caciara, della leggerezza necessaria del vivere, mani che gesticolavano, bocche che si aprivano, capelli che ondeggiavano. Entrambi avevano le loro ragioni per essere inseriti in quel quadruccio di spazio a loro riservato: chi per assorbire, interiorizzare o semplicemente presenziare a un annuncio letto sulle pagine del giornale, chi per sfogare, liberare, dimenticare, tergiversare. Necessità che vanno, in ogni caso, assecondate laddove la pulsione che dà origine al comportamento è frutto della libera e consapevole scelta. Quelli che stavano nel reparto “mente” si stavano interrogando, non senza sguardi perplessi e preoccupati, su come stanno cambiando i consumi, su quali settori ricadono quelle quattro lire che ci sono rimaste ancora in tasca, su quali sono le ragioni per cui un genitore, la domenica pomeriggio, porta suo figlio sotto i neon accecanti di un centro commerciale piuttosto che a vedere le vacche al pascolo o, se non le vacche, i riflessi del sole nel fiume o, se non le sponde di un canale d’acqua melmoso, almeno a giocare a calcetto in un polmone erboso in cui, se tutto va bene, riuscirà a scartare abilmente carte stracce, bottigliette di plastica, mozziconi di sigaretta ed escrementi animali. E allora forse sì, meglio il centro commerciale nella sua asettica igiene, come quello progettato da Renzo Piano, il Vulcano Buono, nella steppa desolata del CIS (Centro Ingrosso Sviluppo, la più grande cittadella di vendita all’ingrosso d’Europa) nei pressi di Nola, in Campania. Lì, sfido chiunque a trovare un luogo migliore per passare un pomeriggio libero. Si parlava di questo, di come reinserire i nostri vecchi nella catena lavorativa perché, per quanto conservatori, hanno spesso quel quid in più ancora valorizzabile e poi un esercito di brillanti menti in odore di precariato non può e non deve provvedere al saldo delle loro pensioni. Si discorreva dell’iPad, mostro di tecnologia che diviene oggetto di culto, feticcio da possedere per sentirsi al top dell’avanguardia, sperando che tra un mese non ne esca una versione più sofisticata, più che altro perché non ci sono più cassetti liberi per i contratti di rateizzazione e dilazione. E ci si ricordava, o meglio un giovane autore ricordava, di quando Beppe Grillo faceva dell’ironia immaginando di distruggere il suo ultimo acquisto tecnologico perché fuori dal negozio si rendeva conto che, nella manciata di secondi in cui la carta di credito aveva processato l’acquisto, qualcuno aveva già pensato a come migliorare le performance del mostro di plastica e chip appena impacchettato. Di questo discorrevamo, pur essendo tutti saldamente legati alla logica del virtuale, pozzo infinito di spunti e informazione, strumento topico della nostra quotidianità. Tutto questo mentre un pacioso e condivisibile Gramellini ipotizzava che nell’aria siano state sparse sostanze impercettibili e dannose che addormentano le coscienze e che annullano la ricerca dell’individualità. Dall’altra sponda, a pochi metri di distanza da questo nugolo di comuni pensatori, si levava una musica pulsante fatta di bit e bassi insieme a calici di vino e champagne, tartine ripiene e gossip di fine giornata. Una massa rumorosa dai movimenti sconnessi che interferiva con l’attività mentale di alcuni irriducibili. Una richiesta si è levata sommessa: abbassate il volume del microfono! L’ipersonno è efficace, ma certe frequenze sonore possono spezzarlo. La fantascienza non esiste più nella sua dimensione immaginata, sia essa narrativa o cinematografica, è nel qui e ora. Come un raggio laser, buca la retina di chi è ancora vigile e cova il segreto desiderio di lasciarsi andare a un sonno ristoratore che obnubili, anche solo per un istante, i grilli parlanti. Continuano a volteggiare nella mia mente i fotogrammi del primo lungometraggio di Lucas, L’uomo che fuggi dal futuro, ambientato in una realtà distopica in cui il sentimento deve essere bandito, la morale distrutta, il pensiero livellato, la ribellione sedata, messa a tacere attraverso l’assunzione di droghe per controllare le menti. Distopica: il contrario di utopica, quindi indesiderata. Una società in cui il genere umano viene riconosciuto con una sigla alfanumerica, un mondo in cui lo stato catatonico è imposto, una realtà – disturbante – di dittatura tecno-psicologica. Solo che Duvall almeno provava a scappare, immerso nel niente bianco latte senza percezione di profondità e confini. Oggi, nell’hic et nunc che si ripete uguale a se stesso infinite volte, penso ai mostri generati dal sonno della ragione di Goya e quell’immagine mi piace, possiede una creatività intrinseca ed estremamente fantasiosa, ancora in grado di generare qualcosa, per quanto orrorifico. Il treno, dice Gramellini, viaggia su binari infiniti e paralleli senza destinazione e senza anima che lo guidi e un ipotetico domani – sempre che si riesca ad andare oltre lo scoglio del 21 dicembre 2012 – ci riporterà di almeno quarant’anni indietro, proprio al di sotto della superficie terrena di stampo Lucasiano dove Huxley e Orwell saranno forse un flebile ricordo e l’unica cosa che i nostri occhi saranno costretti a vedere – come dei moderni Alex kubrickiani – sarà la nostra condizione, voluta, semi-vegetativa. Mi piace immaginare, forse un po’ sadicamente, che l’uomo subirà un’evoluzione fisica, una modellazione muscolo/articolare che ci renderà microcefali, le braccia a portata di tastiera e le gambe anchilosate, magrissime, due piccoli stecchini senza più nerbo a dimostrazione di come siamo perfettamente in grado di fare fronte ai cambiamenti e alle necessità. Alcuni proveranno orrore e disgusto e saranno tormentati, altri si domanderanno che cosa ci fanno le loro facce inespressive su quel grande schermo piatto appeso al cielo con catene invisibili.

(Fonti: Nomi, cose, città. Viaggio nell’Italia che compra di Arnaldo Greco – Fandango)

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