G8 Genova Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/g8-genova/ un blog di approfondimento culturale Fri, 17 Jul 2026 08:55:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg G8 Genova Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/g8-genova/ 32 32 Vittorio Agnoletto, Il G8 di Genova. Ieri, oggi, domani https://minimaetmoralia.it/estratti/vittorio-agnoletto-il-g8-di-genova-ieri-oggi-domani/ https://minimaetmoralia.it/estratti/vittorio-agnoletto-il-g8-di-genova-ieri-oggi-domani/#comments Fri, 17 Jul 2026 08:54:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=57925 Pubblichiamo un estratto dal libro di Vittorio Agnoletto, Il G8 di Genova. Ieri, oggi, domani, a cura di Mario Scagnetti, tab edizioni, Roma 2026. Ringraziamo editore e autore. (fonte immagine) di Vittorio Agnoletto Il ricordo… A venticinque anni di distanza il ricordo più forte che mi porto dentro, anche da un punto di vista emotivo, […]

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Pubblichiamo un estratto dal libro di Vittorio Agnoletto, Il G8 di Genova. Ieri, oggi, domani, a cura di Mario Scagnetti, tab edizioni, Roma 2026. Ringraziamo editore e autore. (fonte immagine)

di Vittorio Agnoletto

Il ricordo…

A venticinque anni di distanza il ricordo più forte che mi porto dentro, anche da un punto di vista emotivo, è l’assemblea di apertura dei lavori del Genoa Social Forum del 16 luglio, perché in quel momento noi avevamo la piena consapevolezza che stavamo scrivendo un pezzo di storia; non noi italiani, ma tutti coloro che erano a Genova, perché quell’assemblea era la diretta continuazione del Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre del gennaio 2001. C’erano persone che arrivavano da tutte le parti del mondo e ognuna, partendo dalla propria specificità, spiegava perché era lì. C’era chi arrivava dall’Argentina, chi dalle Filippine, chi dal Brasile, dall’Indonesia, dall’Africa centrale, chi dall’Australia; ognuno portava le proprie vertenze avendo chiaro che queste dovevano inserirsi in un confronto globale.

In quella riunione abbiamo parlato della Tobin tax: intervenire con una tassazione sulle operazioni speculative in ambito finanziario era una cosa che riguardava tutti. Noi in Italia l’anno seguente avremmo raccolto 150.000 firme in poche settimane e avanzato una proposta in Parlamento, che poi ovviamente non sarebbe stata approvata, ma era una campagna che andava ben oltre i confini nazionali, coinvolgeva i movimenti di tutta Europa e di tutto il mondo. Ci siamo occupati anche della cancellazione del debito. Un tema che riguardava soprattutto il rapporto con il Sud del mondo; si trattava di opporci ai piani di aggiustamento strutturale del Fondo Monetario Internazionale e su questo in assemblea un contributo fondamentale era arrivato dai movimenti africani e dai missionari.

Un altro tema importante, che è nato in quel contesto, era la questione dei beni comuni, un’espressione che fino ad allora non trovava spazio nei dizionari e che si riferisce a quegli elementi essenziali per la comunità umana, vivente e futura, che non devono essere trasformati in merci a disposizione del mercato. Primo fra tutti l’accesso all’acqua. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, sono circa due miliardi le persone che ancora non possono accedere all’acqua potabile.

Abbiamo discusso di come opporci al commercio e alla produzione delle armi. E lì c’erano stati degli interventi molto interessanti sulla guerra del Kosovo e sui bombardamenti ai danni dell’ex Jugoslavia.

L’interdipendenza delle tematiche affrontate tra tutte le realtà presenti era emersa chiaramente fin da subito. Per esempio, il pescatore delle Filippine aveva spiegato come gli accordi di libero commercio1 incidevano direttamente sulla vendita del suo pescato.

In quel momento l’emozione era fortissima perché avevamo proprio l’impressione di star elaborando una alternativa globale.

…Il rimpianto

Il mio rimpianto più grande è che non siamo riusciti a trasformare le nostre idee in un’egemonia etico-politica in grado di raccogliere il consenso attivo di grandi masse; come scriveva Antonio Gramsci nei Quaderni del carcere l’egemonia richiede una classe dirigente che produca intellettuali capaci di dare all’intero corpo sociale unità intellettuale e morale. Ben sapendo che l’egemonia culturale è la premessa necessaria per l’egemonia politica.

Il potere, allora come oggi, da un lato esercita il dominio con la forza e dall’altro l’egemonia con il consenso. Ed è qui che noi abbiamo perso la nostra battaglia. Non siamo stati in grado di suscitare un conflitto sociale dal basso verso l’alto, di trasformare i nostri movimenti in levatrici di una nuova lotta di classe in grado di superare i confini nazionali, di tradurre in pratica quello che dieci anni dopo è diventato lo slogan del movimento Occupy Wall Street, “We are the 99%”.

Ha trionfato la narrazione del potere; si è consolidata una duplice e paradossale dinamica di controllo sociale. Da un lato, l’ideologia dominante ha sublimato la mobilità sociale: il mito del self-made man è stato elevato a dogma, suggerendo che il successo sia l’inevitabile ricompensa per la sola forza di volontà. Questo racconto ha di fatto smantellato la solidarietà di classe, sostituendola con una concorrenza interindividuale dove il fallimento dell’altro è la condizione necessaria per il proprio avanzamento.

Dall’altro lato, si è perfezionata una strategia politica che spinge i ceti popolari, già fragili, a identificare il proprio nemico non nella struttura di potere che li emargina, bensì nei soggetti che occupano l’ultimo gradino della gerarchia: i migranti. È la riscrittura moderna di una strategia storica millenaria, quella della “guerra tra poveri”.

In questo scenario i “penultimi” sono indotti a scagliarsi contro gli “ultimi”, in una lotta fratricida mentre l’élite dirigente, posta al di fuori e al di sopra di questo conflitto, osserva compiaciuta come lo scontro sociale viene disinnescato, garantendo la tenuta del sistema.

Ora, con la campagna No Kings e con le altre iniziative che i movimenti stanno costruendo, dobbiamo assolutamente evitare di commettere lo stesso errore, di cadere nella stessa trappola. Dobbiamo parlare dei grandi scenari geopolitici e contemporaneamente aiutare lo sviluppo di una diffusa coscienza critica, oserei dire che i nostri movimenti dovrebbero provare a svolgere il ruolo di “intellettuali organici” in senso gramsciano. Certamente non da soli, ma costruendo alleanze ampie attorno a obiettivi precisi che, nell’attuale condizione del pianeta e nella situazione odierna della storia umana, non possono altro che essere radicali. Se vogliamo che il genere umano abbia un futuro.

Per realizzare i nostri obiettivi non cerchiamo e non sono possibili scorciatoie. Il potere costruisce il consenso sulla paura, un consenso che genera delega, immobilismo. Noi non vogliamo chiedere deleghe, vogliamo stimolare e suscitare l’attivismo. La paura blocca, immobilizza. Abbiamo davanti un percorso molto difficile, ma non ci sono alternative. Il futuro si costruisce solo con la consapevolezza, la partecipazione e l’organizzazione. Altrimenti non esisterà nessun futuro diverso. Nessun futuro.

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Genova, 2001 https://minimaetmoralia.it/libri/genova-2001/ https://minimaetmoralia.it/libri/genova-2001/#comments Tue, 19 Jul 2016 13:30:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31604 (fonte immagine)

La settimana che ricorre quindici anni dopo la "macelleria messicana" della Scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001 ("La più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale", secondo la celebre sentenza di Amnesty International) si è aperta con l'eco dell'ennesima beffa, dopo il danno atroce: l'agente che mentì sostenendo di essere stato accoltellato da un no-global (quale giustificazione per la crudele repressione di quella sera) è stato condannato ad un'ammenda equivalente a 47 euro.

47 euro. Mentire da Ufficiale dello Stato su una tortura di massa operata dalle Forze dell'Ordine costa come una cena completa in un ristorante di buona qualità, poco più di un paio di scarpe acquistate ai saldi, poco meno di una prestazione sessuale mercenaria contrattata per strada in una notte di periferia.

Questa scandalosa sentenza è solo la ciliegina su una torta di infamie che ha visto molti dei poliziotti coinvolti nelle torture essere gratificati con carriere folgoranti, per non parlare dei premi ricevuti dal tristemente celebre "dottor mimetica" o della promozione dell'allora capo della polizia De Gennaro alla guida di Finmeccanica.

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La settimana che ricorre quindici anni dopo la “macelleria messicana” della Scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001 (“La più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”, secondo la celebre sentenza di Amnesty International) si è aperta con l’eco dell’ennesima beffa, dopo il danno atroce: l’agente che mentì sostenendo di essere stato accoltellato da un no-global (quale giustificazione per la crudele repressione di quella sera) è stato condannato ad un’ammenda equivalente a 47 euro.

47 euro. Mentire da Ufficiale dello Stato su una tortura di massa operata dalle Forze dell’Ordine costa come una cena completa in un ristorante di buona qualità, poco più di un paio di scarpe acquistate ai saldi, poco meno di una prestazione sessuale mercenaria contrattata per strada in una notte di periferia.

Questa scandalosa sentenza è solo la ciliegina su una torta di infamie che ha visto molti dei poliziotti coinvolti nelle torture essere gratificati con carriere folgoranti, per non parlare dei premi ricevuti dal tristemente celebre “dottor mimetica” o della promozione dell’allora capo della polizia De Gennaro alla guida di Finmeccanica.

Per questo, un libro come Avevamo ragione noi di Domenico Mungo (illustrato da Paolo Castaldi, già apprezzato su Etenesh, l’odissea di un migrante e Pugni, storie di Boxe, entrambi per BeccoGiallo) è importante.

Si tratta di una serie di storie, rielaborate letterariamente da testimonianze reali, che raccontano da diversi punti di vista quei giorni di cieco delirio sadico.

Una lettura necessariamente sgradevole, che impone una riflessione severa.

Leggendo le pagine violente e furiose dello scrittore torinese l’impressione iniziale è che la narrazione sia sopra le righe: il tono è troppo arrabbiato, troppo cruento, troppo esasperato.

Le descrizioni delle torture si fanno intollerabili, a tratti splatter.

Poi, a un certo punto, interrompiamo la lettura e ci risvegliamo bruscamente alla realtà: non è un’opera di finzione.

È tutto vero.

È accaduto.

Documentato, registrato, testimoniato, benché negato colpevolmente dai media di regime per oltre 15 anni.

Consentitemi una digressione, una testimonianza personale ma pertinente: l’altro giorno a cena era con due amici. Un’insegnante inglese quasi quarantenne, persona colta e sensibile, e un  ragazzo ventenne che studia politica internazionale in Olanda, informatissimo su tutto, dagli Europei a Wimbledon, dalla strage di Dallas alla Brexit.

Entrambi non sapevano nulla di Genova 2001.

Ripeto: non è che avevano una versione deformata dei fatti o che se ne erano dimenticati.

Non sapevano cosa era successo. Non ne avevano mai sentito parlare.

Per questo libri come quello di Mungo sono importanti, nel loro urlare, sputare, imprecare, gridare più forte delle menzogne di regime, sbatterci in faccia la verità orrenda di corpi violati, teste spaccate, feriti torturati, ragazzi inermi e sanguinanti che invece di cure ricevono addosso, tra scherno e insulti, fiotti di urina.

Dalle persone preposte a difendere i cittadini.

Il libro colpisce con la stessa brutale forza dei manganelli che hanno sfigurato persone che erano sedute pacificamente con le mani alzate.

L’eccesso formale è direttamente proporzionale all’enormità della violenza illegale imposta dallo Stato su ragazzi inermi e indifesi.

Anche il monologo/confessione in romanesco del poliziotto fascistoide, che sembra quasi una parodia invertita di un pezzo di Johnny Palomba, alla fine trova il suo ragionato motivo di esistere.

All’inizio, essendo romano, mi ha dato fastidio lo stereotipo del pischello malandrino e ignorante, fascio e maschilista, che dai furti nelle periferie romane approda alle curve calcistiche, dalle curve all’Estrema Destra, dall’Estrema Destra alle Forze di Polizia.

Una volta terminato il capitolo, però, ho silenziato il mio ego e ho riconosciuto che, in effetti, di persone così, che ragionano esattamente in quel modo, che usano le stesse espressioni, che hanno fatto o che farebbero le stesse scelte, in vita mia ne ho incontrate a decine.

Una nota curiosa: all’inizio di ogni capitolo appare in calce una canzone, una colonna sonora che accompagna il racconto come la playlist plausibile nelle cuffie di un dimostrante di quei giorni.

Una coincidenza che accosta il libro ad Happy Diaz, il libro di Massimo Palma sulla settimana di Genova, raccontata attraverso le canzoni dei gruppi di Manchester.

A differenza del libro di Palma, che ricostruisce l’intera settimana di dimostrazioni andando a recuperare le argomentazioni e le tematiche del movimento frettolosamente etichettato ‘no global’, Mungo si concentra molto sulle fatidiche 17.27 del 20 Luglio 2001, il momento in cui Placanica sparò il colpo che uccise Carlo Giuliani.

Entrambe le ricostruzioni descrivono l’immediato tentativo del vicequestore di attribuire l’omicidio a un dimostrante (“L’hai ucciso tu! Col tuo sasso!”), per suffragare il quale si arriverà ad incidere la fronte del cadavere con una pietra raccolta per strada.

Dopo 15 anni sono fondamentali queste testimonianze.

Per conoscere, denunciare, impedire che accada di nuovo.

Ma soprattutto, come ci invita Teho Tehardo col Balanescu Quartet, per non Stare a Guardare.

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Tutte queste domande https://minimaetmoralia.it/estratti/tutte-queste-domande/ https://minimaetmoralia.it/estratti/tutte-queste-domande/#comments Mon, 21 Jul 2014 15:20:08 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8766 Sono passati undici anni dal G8 di Genova. Pubblichiamo un racconto di Christian Raimo contenuto nella raccolta «Dov'eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro?».

Arriva nel primo pomeriggio, come un’ondata di riflusso di calore, mio nipote. Me ne accorgo dalla voce che mi dice: no’, mi chiede se sto dormendo, ma io non gli rispondo, no-nno, non subito almeno, perché non mi rendo conto da dove arriva: eeh? perché mi chiama se non si fa vedere? Si posa poi seduto sul letto, sull’angolo del letto, come un grave in un esercizio di fisica, fa bum con la voce, come se sistemasse anche quella, o si scrollasse non so che di dosso, e alle volte mi chiede: mi vedi? (la luce della stanza pare scolorita, disposta a macchie), ma grazie, certo che lo vedo, che mi sta davanti, e di scatto, altre volte invece, che mi chiede la stessa cosa, mi vedi?, non riesco a capire dove s’è messo, ma perché cambia, si sposta di continuo, perché fa questi esperimenti?

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Sono passati tredici anni dal G8 di Genova. Ripubblichiamo un racconto di Christian Raimo contenuto nella raccolta «Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro?».

Arriva nel primo pomeriggio, come un’ondata di riflusso di calore, mio nipote. Me ne accorgo dalla voce che mi dice: no’, mi chiede se sto dormendo, ma io non gli rispondo, no-nno, non subito almeno, perché non mi rendo conto da dove arriva: eeh? perché mi chiama se non si fa vedere? Si posa poi seduto sul letto, sull’angolo del letto, come un grave in un esercizio di fisica, fa bum con la voce, come se sistemasse anche quella, o si scrollasse non so che di dosso, e alle volte mi chiede: mi vedi? (la luce della stanza pare scolorita, disposta a macchie), ma grazie, certo che lo vedo, che mi sta davanti, e di scatto, altre volte invece, che mi chiede la stessa cosa, mi vedi?, non riesco a capire dove s’è messo, ma perché cambia, si sposta di continuo, perché fa questi esperimenti?

mi dice che mi trova meglio, mi alza il lenzuolo, mi scopre, mi rassicura che la gamba sinistra si sta sgonfiando, lo vedo che è meno gonfia? (ma sono storti i pantaloncini che porta?), mi tocca il ginocchio, e mi dice: muovi un secondo, dai tira su, e io piego la gamba, poi dice: muovi un po’ anche qui, dai, appena, prova un po’, ma io non capisco dove, mi dice muovi ma non indica il punto, non tocca più,
fa un caldo inverosimile fuori, dice, c’è un sole violento e nessuno, un’anima, in giro. Come se l’atmosfera non filtrasse più niente, e i raggi ultravioletti colassero a picco, perpendicolari alla pelle, dice, un’aria da ustione, come se avessero buttato una bomba enne, tipo quel film con, chi era? Vittorio Gassman?

respiro, alle volte mi forzo a respirare come mi spurgassi: Walter Chiari, rispondo. Campanini e, ah, Walter Chiari,

Che succede?, dice.

Niente, gli faccio.

Mi pesano, gli occhi mi pesano, come avessi dei piombini attaccati alle ciglia, del liquido qua sotto, fermo e stagnante nelle orbite, è così, è che gli occhi li tengo socchiusi per l’ombra, per farmi un po’ ombra, evitare che filtri troppa luce sotto le palpebre, che la luce me li infuochi. Abbassi un po’ la persiana?, gli chiedo. Abbassi? Sembra la stanza più bollente della casa questa, come se ci fosse un inferno sotto il pavimento; se mi potessi spostare dal letto un momento, mettermi in piedi e andare di là in giardino, non sarebbe meglio?

Oh, mi fai alzare, gli chiedo,
lascia passare del tempo prima di rispondere, spera che il caldo le faccia evaporare da sé le domande?, ed è vero che spesso dopo un po’ non ce n’ho di forza per rifargliele. Vuoi un po’ d’acqua?, mi risponde.

C’è un poster di un dipinto fatto con la bocca, con una madre che tiene un bambino stretto a lei sotto le coperte, e una cartolina con uno scrittore austriaco o tedesco che non mi ricordo come si chiama: sta tutto attaccato sulla parete qua davanti, ci ha pensato Tina – forse c’erano già, Tina mia figlia, per farmi compagnia, anche di notte, ma io perlopiù manco mi ricordo che ci sta questa roba, la noto, la percepisco, ma non metto a fuoco, e poi non so se serve, e fanno più compagnia a lei, che alle volte, dopo avere chiesto come sto io, chiede come sta coso, lo scrittore, e a me sembra bene, bene, sempre uguale, come deve stare?

Mi fai alzare?, gli domando di nuovo,

-le stesse cose, giornata dopo giornata, in questa stanza uno se le può figurare divise in orizzontali e verticali, la libreria e le mensole, il davanzale e i pannelli, alla finestra-

Adesso non ti puoi alzare, no’, perché, dice, stai debole. Non ti senti debole?

Qualche notte fa ho sognato di avere le gambe fatte d’acqua- Mi reggi, dico.

Mi immagino all’impiedi, è così facile che non vedo che impedimenti ci siano, no?, se ne fa una questione che pare di scaramanzia, di pastoie burocratiche. Ma, basta che la butto fuori l’aria, faccio uno di questi respiri che gorgogliano come animali, come aragoste infilate nell’acqua bollente, paiono sennò rumori di macchina (che cazzo di voce gracchiata che m’è venuta) – l’acqua, devo bere l’acqua, molta direi, sembro un condizionatore con qualcosa incastrato dentro, basta una distrazione in mezzo a queste pause di silenzio e sguardi, tutte queste piccole cose che stanno in mezzo alle giornate, che anzi alla finfine sono loro che le fanno le giornate, mattine e pomeriggi, che le voglie, le voglie di alzarsi e rigirarsi almeno dalla parte calda a quella fresca del letto, queste si volatilizzano, di nuovo, e mi succede, la cosa strana, ah, è che mi addormento da un momento all’altro, manco un’anestesia è fatta così, dove vanno i sensi?, mi perdo per degli istanti, e riesco pure a sognare, sogni compiuti, un minuto di sonno, anche meno, da cui mi risveglio pianissimo, con una sensazione di sete dolorosa, quasi che mi avessero aspirato la gola, un tubo dell’aspirapolvere, e tutto il mondo sembra di feltro,
un letto di sabbia,
un labirinto di carta vetrata,
di carta impazzita,
di respiri che provi a contare,
dei rumori della casa, il frigo, gli spifferi, le macchine di fuori, che cerchi di distinguere uno dall’altro,
ma abbassiamoli questi termosifoni, no?

Mio nipote viene sempre, adesso, tutti i giorni; mentre per mesi, quando stavo a casa, non si faceva vedere, quasi mai, neanche al telefono, non mi cercava, alle volte veniva, si affacciava e se ne andava, come un postino. Questi giorni che sto a letto si presenta dopo pranzo, forse sa che se capita verso quest’ora, mi trova sveglio, un poco almeno, mi porta il giornale e, se mi va, se non sono stonato dal caldo, me lo legge, come fossi cieco,

(qual è il contrario di cieco, nove lettere)

un tassista ha rinvenuto un beauty-case, una borsetta, sul sedile posteriore della sua Lancia, ha pensato fosse una bomba, e ha fatto chiamare gli artificieri, che l’hanno disinnescata e ci hanno trovato dentro un mucchio di foto strappate. A Genova, legge, Berlusconi ha fatto mettere limoni finti attaccati alle piante. Crede che non ci sento. Tiene il tono di voce alto, come se fossi diventato oltre che cieco, sordo, sordo o occluso nei pensieri, un uomo per modo di dire, che non s’alza dal letto, non sente e non vede, e lui si sente che si deve conquistare la mia attenzione a forza di acuti, ma manco mi va di farglielo notare; se proprio mi rimbomba la testa, faccio finta che non lo sento, è vero, va bene così, che mi estranio, e lui mi dice: Ti lascio dormire, ok?

la rabbia è che- questo fastidio alle gambe come se si addormentassero quando le hai tenute male-       ma come deve fare uno a metterle bene?

dopo un po’ dico: Sì, e lui va di là, lo sento parlare con Tina se si può prendere un libro che gli è capitato nella libreria, un libro che gli serve per la tesi, cartomanzia? cartografia?-

Tutti i giorni, mi pare. Anche se il conto dei giorni non viene facile da tenerlo, d’estate si assomigliano, si sono sempre assomigliate le giornate. Lui viene tutti i giorni adesso, mentre prima quando non veniva quasi mai, lo so che non era per pigrizia, o non solo per quello, e il fatto era che, anche se a me non me lo diceva e non lo ammetteva neanche con se stesso, lui sì ce l’aveva sì: ce l’aveva con me, perché sembrava che non avessi voluto darmi da fare, compiere quegli sforzi semplici minimi, il necessario, almeno quello, per stare, restare vicino a Flora quando lei era in ospedale, ce l’aveva con me e anche probabilmente con se stesso, perché lui pure non mi aveva detto niente, non aveva insistito perché uscissi di casa, c’andassi là a-

Il rispetto, dico.

Che c’è, no’?

No, niente niente. Dei pensieri, dico, delle cose,
e io l’avevo salutata sulla porta di casa, e poi non ero andato a trovarla neanche una volta, l’avevo salutata così, con un cenno, che a me capita che tremo e basta, in questi casi, ed ero rimasto lì a tremare.            I giorni dopo avevo fissato la porta di casa, come un gorgo,         che l’avevo salutata così sulla porta di casa, senza dire          tanto, senza manco parlare in maniera più evoluta, non evoluta, come si dice, più insomma, facendo dei discorsi chiari, ma per me, non mi andava di fare tragedie, davvero che ne sapevo che era l’ultima volta,         anche se lo                 ci avevo- che fosse, lo temevo, che ne sapevo che era l’ultima volta, l’ultima, che la vedevo-

(eh?)

Hai detto qualcosa, chiede.

L’acqua, dico, chissà se capisce un po’ delle cose che dico, no?, di quello che penso, mi passi per favore questa. Acqua.

Ogni tanto, soprattutto la sera, le fitte di dolore che mi prendono sono come un ferro da stiro caldo sulla pancia, un’esplosione di piccole bolle di fuoco sotto la pelle, un vulcano da quattro soldi che m’hanno piazzato qua alla base dell’ombelico di notte mentre dormivo, e non mi va, figuriamoci, non ce la faccio a parlare. Mio nipote mi fa fare la Settimana Enigmistica, legge le definizioni ad alta voce, le scandisce come un interrogatorio (stessimo a scuola, farebbe pure ridere, ma qua?), però se sto così in questo modo, sto esausto, ah, affannato, non riesco a dargli una mano.

Lo sono le intenzioni del bugiardo, dice. Con la c inizia. Lo realizzò Fellini prima dello Sceicco Bianco, c’è una ie e una a finale, eh?

gli suona il coso spesso, il telefonino, e le parole che dice quando resto in dormiveglia vanno in circolo e si mescolano a quelle automatiche dei sogni, dei detriti delle cose, ah, delle cose che ho in testa, delle voci fumose della televisione che filtra e riecheggia attraverso i quattro muri che separano questa stanza dal salotto, ma comunque le sue di parole le riconosco. Perché parla veloce lui, parla smozzicato, mangiandosi le parole, l’ha sempre fatto, sento che parla con qualcuno: Non ancora, che vuoi? …Che cazzo c’entra? …Partite domani sicuro?

io, mi addormento e sogno sempre Flora. Come se ormai, dopo sessant’anni-

io mi addormento e sogno sempre Flora, come se dopo sessant’anni che c’ho passato insieme pure l’inconscio non c’avesse più fantasia.  È così. Così che si ripete da sette mesi, sono cambiato io, posso dirlo ormai, no?, è così dalla notte stessa che non ha dormito più a casa. Sognare come l’ho sognata, come io l’ho sognata, la stessa persona quasi tutte le notti, pensare di essersi preso un altro malanno, o di aver fatto un torto, un peccato se lei almeno per un baleno non mi appariva in sogno.      La realtà uno, a una certa età, se la sceglie come vuole che è, una realtà che può essere sia fatta di sogni, sogni normali, lei che si prepara per uscire presto il venerdì mattina, il vestito rosso per la messa, ma anche delle immagini di lei da più giovane, che nel sogno pure mi chiama sempre Peppino e raramente Peppì, e mi pone dei problemi minimi, problemi pratici: Si è rotto di nuovo lo scaldabagno, oppure: Non so se mi hanno dato i soldi giusti della pensione, conta un po’.

Nonno, mi dice mio nipote,

nonno

posso chiederti una co       sa,                       e io non riesco a capire se sono uscito dal sonno, e il calore pungente delle fitte sembra essersi diffuso, o se è lì nel sonno, in mezzo al sonno che lui mi chiama- il calore sembra come un asciugamano incandescente che avvolge tutto intorno l’addome: Secondo te, che faccio, ci vado a Genova?

Alzo le spalle, almeno immagino di farlo, Che c’è a Genova?, chiedo.

Ma non stai dormendo allora, dice.

Ho sete, dico, un automatismo.

La manifestazione, no’, i paesi riu-, ah, -cial forum, ah, -ntri con la polizia, la roba che ti leggevo prima dei giornali

(mi carezzo con la mano destra la faccia, oppure è la faccia che mi struscio sulla mano?)

fuori c’è il sole, ininterrottamente, la mattina mi sveglio e ringrazio che c’è il sole. L’aria diventa calda in mezz’ora tra le nove e mezza e le dieci. E poi mi chiedo, perché ringrazio che c’è il sole? Il sole c’è e basta, che c’è da ringraziare? e comunque, la mattina dopo mi scordo tutto e ringrazio di nuovo, così la sera, quando fa buio, se mi addormento e mi risveglio di notte, faccio la stessa cosa, dico grazie, come delirassi, perché lo pronuncio ad alta voce, a lettere maiuscole, così almeno mi dice qualche volta qualcuno che dorme di notte qua vicino a me.

(non ti sembra un incubo?, parole crociate solo di caselle nere)

In un viaggio quando con tua nonna ancora potevi ragionarci, dico.

Cosa?

Ci sono stato una volta a Genova, di passaggio. Quando, ecco di nuovo che sono un condizionatore, con tua nonna ancora potevi ragionarci.

È una formula ormai questa che usi.

Quale formula?

“Quando con tua nonna ancora potevi ragionarci”.

C’ho l’immagine di Flora sul balcone quando il sole stava per tramontare che si metteva a fissarlo. O quando lanciava bistecche di maiale di tre etti l’una ai gatti di sotto.

Genova ci siamo andati in viaggio, dico, e ci siamo fermati là a dormire che volevo andare a trovare Campomonaco,           Me l’hai data l’acqua?

È là,

questo era uno di quelli che c’avevo combattuto insieme. C’ero stato insieme in prigionia a fare la strada nel deserto, e poi ad Algeri nel magazzino di scarpe. E arriviamo là, e lui non c’era, e c’era la moglie che mi dice che era morto un anno prima.

Mio nipote mi guarda (faccia rivolta qua fissa, non ha mica tanta barba, gli cresce a ciuffi, e poi se la tira, c’ha una specie di tic), gli chiedo: Mi fai alzare?          Eh?

il suo sguardo alle volte mi pare che si blocchi, che non vada né su né giù con le palpebre, che sia morto: mi viene da aver paura, così di colpo, che crepi qui davanti all’improvviso, davanti a me, che un pensiero lo colpisca a tal punto da lasciarlo paralizzato.

Finisci prima la storia, poi, poi ti faccio alzare, dice.

Aiutami.

Che c’è?

Sto zitto per qualche minuto, mi sembra di avere esaurito la saliva, per cui, la sete, e poi dico: Lo stesso viaggio, tento di non ripetere le cose che ho appena detto, che siamo andati a Milano, quando tua nonna non la volevano fare entrare nel Duomo.

Perché il caldo li allarga gli spazi, ecco che cos’è che fa sciogliere i ricordi, si squagliano come le tele d’arte quella nuova, moderna, quelle fatte con la colla. Colla colla. Colla               colla. O la plastica. Ci stanno i buchi e gli ammassi-

Flora, dico, non la volevano fare entrare perché c’era scritto davanti alla chiesa che non potevano entrare le donne vestite scollate. Io prima mi ci sono messo a discutere, che eravamo arrivati là, c’era Flora che voleva vedere questo Duomo,               Duomo sapiens,                        allora ho preso, mi sono levato la camicia e gliel’ho data, e siamo entrati lei con la camicia mia, e io in canottiera: mica-

Eh?

Ohi?

-mica c’era scritto vietato l’ingresso agli uomini scollati.

-Scollati.

Lui decide di non andarci a Genova, non lo capisco se lo fa per me, non capisco perché viene tutti i giorni, così almeno sembra: perché queste giornate di luglio sono sempre più tutte identiche, sono la stessa giornata, un mese con tutti venti, fatto tutto di venti, venti luglio, venti luglio, sono una come l’altra le giornate, calde, calde uguali dalla mattina alla sera, non lo capisco davvero che cosa ci sta a Genova, oggi e ie- ri che è venuto qua mi ha detto, la radio, senti, mi ha portato, mi ha letto tutti i giornali, io lo ascolto (la fatica di mettere a-), lui prova a farmi il riassunto delle cose più importanti che dovrebbero comesidice darmi un’idea dell’evento, mi fa vedere il titolo del giornale che si compra lui, che dice: Un altro mondo è possibile (un altro mondo) e ci sta, a pagina intera, una fotografia con tutte macchie e punti che non si capisce se sono uomini o è un tappe-

Mi prendi gli occhiali, gli chiedo, e lui, Li ha presi zia, mi dice, per portarli dall’ottico ad aggiustare, che li hai rotti due giorni fa. Li ho rotti?, non mi ricordo. Mi cola il naso?, gli chiedo. Mi ripete pure delle cifre, trecentomila,

Che sono?

Le persone.

Dove?,

mi rispiega questo problema di cui si occupa anche all’università da lui, questo dell’acqua, dell’acqua che è una risorsa, una risorsa finita, finita dove?, è importante, è più importante che il petrolio, il petrolio, sì, che i deserti si ingrandiscono, mi dice, (i deserti si ingrandiscono), e poi, quando gli sembro abbastanza perso per i miei pensieri che sono pensieri che non riesco a capire se sono ricordi, sogni o immagini che uno potrebbe riderci persino, tipo io che bevo in un canale dove ci pisciano i muli, lui mi dice: Nonno.

Nh?

Non devi stare così, non devi stare così sonnacchioso sempre, devi reagire!, -agire, dice le cose secche, fa tipo eco, e io mi sento che questa parola reagire si fa il giro della testa come se fosse un turista in un porto tipo Positano o Amalfi, e poco dopo, lui si prende il vassoio              il vassoio -oio con i piatti e se ne va un po’ di là: lo sento che sta a guardare le notizie, e a me che con questo caldo c’ho le reazioni sì, i riflessi pure occlusi, rallentati, mi è rivenuta sete a forza di tentare di elaborare nella testa questi dati sull’acqua, e poi torna per chiedermi come sto, Un poco meglio, mi dai un po’ d’acqua gli dico, (iii, una cantilena),

fa i resoconti, gli aggiornamenti di quello che dicono in tv, con questo telefonino che gli squilla, è un uccello col singhiozzo, oppure è lui che telefona concitato, c’ha la tosse, pare, batte e fa i numeri, dice non riesce a sentire, contattare le persone, e quando gli rispondono, è come se i nervi gli si sciogliessero tutt’intorno e dice prima: Scusa nonno, poi parla ancora di: quanta gente c’era, vi hanno fermato?, parla di caldo micidiale pure al telefono. È vero, fa caldo. È- come è?- è atro-

poi il pomeriggio mi addormento, scivolo nel sonno ma è come se fossi distratto e inciampassi, faccio sempre gli stessi sogni, o quelli con Flora o quegli altri che mi piacciono a me, forse me li scelgo, me li scelgo senza dirmelo?, mi sogno che dipingo certi quadri con i boschi che stanno sopra il Vesuvio, e trovo un tipo di verde che è proprio quello che ci vuole. (Verde anatra… le anatre son verdi, vero?) O mi fermo con la Seicento in mezzo a un campo, all’aperto, dico passiamo la notte qua, ci dormiamo, lo dico a Flora e la mattina mi sveglio, sto sempre nel sogno, con un contadino che tiene un fucile in mano, e si mette a ridere, dice che è stato sveglio tutta la notte, ci ha scambiati per dei camorristi, venuti a minacciarlo di incendiargli il raccolto.

E ci mettevamo a dormire la notte qua nel campo?, gli dico.

E che ne so io, dice quello,

quando mi risveglio, mio nipote sta ancora di là, si sente la televisione con il volume alto, chiamo ma non riesco a emettere altro che un filo di voce, e come al solito il sonno mi ha lasciato un desiderio di acqua, violento. Come se non bevessi da giorni. Manco il deserto quello vero, manco quello, no? manco quello era così (me lo ricordo?). Aspetto che qualcuno venga di qua, ma non riesco, nella posizione in cui sto con il collo troppo incassato nella schiena neanche a produrre la sali-

(l’aria mando giù: invece della saliva)

ah, e con gli occhi appesi, a fissare quelle strisce che sembrano tagliate della realtà che è il mondo fuori, quello che si intravede oltre i bordi delle tendine, che cos’è? eccolo, mi sembra un balcone e un albero, che potrebbe essere una palma, mi viene in mente: Algeria, come se stessi facendo il Bersaglio, sulla settimana enigmistica, e poi Regalia, anagramma, e mi riaddormento anche qualche altro minuto, lieve lieve, poi mi scuote la voce di mio nipote, che non vedo, che con una vociaccia agitata, mi viene qua vicino, mi si addossa alla gamba, e mi dice: Hanno ammazzato uno.

Ho sete, gli dico.

Nonno, hanno ammazzato uno, a Genova.

Ho sete.

Mi versa l’acqua e me la fa cadere un po’ sulla gamba, me lo dice lui, lo fa presente, io neanche avevo sentito il bagnato, si mette ad asciugare.

Hai presente, che ti dicevo, che il ministro                        il ministro                    aveva detto che-

Faccio un cenno di assenso con le palpebre: E che ci vuoi fare, dico, ne ammazzano tanti…

E gli risquilla il cellulare, e urla: Ti sento, non ti sento, con una voce lamentosa, poi grida: Stai bene? Non ho capito, dove sei? Sì sì sì, chiamo tua madre!

Mia figlia gli dice: Dai, se devi, vai di là a telefonare, mentre intanto si sta ricominciando a fare vivo il dolore-bollore della pancia, io non gli faccio notare niente, ma anzi: lui che urla mi fa compagnia,           può restare, può restare,          sennò sto sempre in questo dormi-veglia-  sembra una droga, che mi dicono che non ci devo indugiare, che devo cercare di fare dei piccoli movimenti         respirare          per mantenermi lucido, no? Va di là a urlare, rialza il volume del televisore, e si scorda di ridarmi l’acqua, e io mi faccio forza, mi concentro, per chiamarlo. Ma, non mi va di infastidirlo. E poi-

Che giorno è?, gli chiedo. È venuto a trovarmi oggi alla solita ora malata di afa, ma deve andare: Dove è che deve? deve andare a sfilare, una manifestazione, dice, a piazza Venezia.

Non se lo fila più nessuno quel balcone. Pensa la gente che l’ha guardato, e non se lo fila veramente più nessuno. Il balcone, dico, non il resto del palazzo che è giusto-

Gli dispiace, fa, ma io gli dico: Non fa niente: ed è vero, oggi mi sento totalmente sfinito- Invece dell’acqua, bere l’aria?- Se deve stare, meglio che torna stasera, dopo le nove, quando il sole è sceso, fa un po’ meno caldo, la sera, ci sono le cose- E poi si sta- Ci sono le cose-                     meglio.

È ventotto, dice.

Tua nonna quando è morta. Sette mesi fa?

Sì, anche più.

Certe volte mi sembra un tempo volato o evaporato, certe altre mi pare un tempo infernale eterno. Questi mesi mi sono sentito come una spugna troppo piena. Che la memoria

riesce a ritenere troppe cose. Anche soltanto questa casa, che è grande, quanto? ottanta metri quadri, ottanta commerciali,                           sembra che da ogni parete faccia uscire, colare fuori, sudare, i ricordi, si sprigionano dagli oggetti come una spugna fradicia che appena la tocchi si strizza.

E forse è vero, sì è anche inutile,

inutile che mi sono messo a fare i lavori, a chiudere le stanze, a chiave, non aprire i cassetti, evitare di sfogliare le foto, lasciare gli oggetti immobili, le cose a se stesse, che si badassero da sole le cose, lasciarle in dei posti che ormai sembrano i loro posti, e dirmelo, dire a me stesso di nascosto che questa immobilità, questo lasciare le cose a se stesse è una forma di rispetto, è vero no? Rispetto, ma poi, è una cosa e tutt’uno, ti rendi conto che basterebbe anche un

che ne so

pure un coso, un posacenere, una cosa tipo, un giornale dei programmi, un paio di mutande, una cosa

qualunque, per dire, una cosa, per stare qua a incantarsi sui tuoi stessi sguardi che c’hai, (i

ncredulo stai, e i

ncredulo rimani, sì incredulo) proprio che non ci puoi credere che tutto debba muoversi, che anche l’attenzione che c’hai alle cose si trasforma. Cambia, manco un giorno rimane, manco un secondo. Non si possono fermare almeno gli sguardi? non si possono, dico, non si possono bloccare

almeno certi momenti in cui, sta lì, c’è, esiste, come lo chiami     l’incanto? non si può restare almeno qualche ora, così a bocca aperta, come un momento che non diventa nient’altro, invece di alzarci e abbassarci, dalle poltrone alle sedie, uscire e rientrare, chiudere la porta a quattro mandate e riaprirla, quattro mandate di nuovo dopo mezz’ora scarsa, accendere e spegnere la radio, staccare la cornetta del telefono. Ma, a ripensarci come li ho passati questi sette mesi, che mi alzavo e andavo a comporre qualche numero casuale, a sfogliare le rubriche con i suoi numeri, che io a chi dovevo telefonare?, e quei numeri stare là a leggerli, chiedersi chi è questo chi è quest’altro, accennarli poi, sentire squillare, e riattaccare, no, meglio adesso che sto qua nel letto, vorrei solo potermi alzare ogni tanto, che sennò mi sento un morto, lo so che non c’ho le forze, ma un secondo, se potessi alzarmi, mi farebbe stare anche più calmo e non agitato, sette mesi che sono scomparsi con certe giornate che sentivo alla radio tutta la programmazione, dalle sette e mezza che suonava la sveglia lasciata all’ora sua anche se io a quell’ora ero già sveglio, tutte le trasmissioni fino a mezzanotte, e andare in bagno di continuo, neanche per

lo stimolo ormai, ma perché uno sta lì e si scorda di sé, perché uno non riesce a concentrarsi: da solo uno non ci riesce. Se uno non è

abituato a stare da solo, se non è abituato a stare lì, essere così succube, così, come vuoi dire, schiacciato da una nostalgia che sarà banale certo, comune, capitata a chissà quanti altri certo, ma però è uno strazio, potete dire no?           È vivere con una persona per sessant’anni, e poi più niente, ci si resta annichiliti.

Tranciati, in tutti i sensi, verticale e orizzontale e trasversale, annientati proprio dalla potenza dei propri sguardi che non trovano manco un’ombra,

mi fa male pure respirare-

un appiglio, non trovano niente, niente che si muove,                  che lo accenni un movimento, qualcosa che puoi          stare a seguire con lo sguardo.

Mi fai alzare, gli chiedo.

No, hai la gamba che è debole, no?

Chi è morto?

Quando?, dice lui.

Chi è morto?

Chi è morto quando, nonno?

Non è morto uno l’altro giorno?

Quello che è morto a Genova, dici?

È morto?

Sì.

Quanti anni aveva?

Ventitré.

Quanti ’e te?

Uno in meno.

Lo conoscevi?

No.

E come si chiamava?

Ma stai dormendo nonno?

No, ti sento, un po’ ti sento: quanti anni aveva?

Te l’ho detto, ventitré.

Quanti ’e te.

No. Di meno.

L’hanno ucciso.

Sì. Ma perché non tieni gli occhi aperti?

Perché così, mi riposo.

Tu non lo conoscevi per niente.             Non sento quello che mi dice. Poi mi chiede: vuoi dormire?

Eh?

Ma mi ascolti nonno, vuoi dormire?

Perché?, dico.

Non riesco a capire se mi risponde o meno, parla troppo a bassa voce. Come si chiamava chiedo.

…Giuliano.

Non ho capito il nome, pare che abbia detto Carlo o Marco.

Marco?, gli chiedo,

me lo ripete, ma c’ho la testa tutta assonnata una massa di pasta è questa testa: massa, passa, pasta, pesta, testa…, e mi dico, Marco, come il fratello di Flora; mi viene in mente, e ci penso perché se fosse nato un altro figlio- lo dovevamo          chiamare Marco, glielo dovevo a lei, perché gli altri nomi li avevo scelti io, a lei le stavano bene, le

piacevano, ma voleva sceglierne uno pure lei.         Era giusto.

Marco come il fratello di tua nonna, dico.

Lui sta in silenzio, un po’, e allora io apro gli occhi e,

Quello della foto?, chiede.

A bassa voce o a mente, non lo so,

gli rispondo di sì, che adesso ci penso che ho visto quella foto, quella foto la conosco da quanti anni?, da quanti conosco Flora, che lei la portava nella borsa sua, compresa di cornice, la portava: sempre, lo conosco pure lui nella foto sì, da sessant’anni, suo fratello, ma non l’ho mai conosciuto direttamente, è vero, lei: mi raccontava sempre di questo suo fratello, che era bellissimo, diceva, che se non fosse morto affogato- Una foto sola c’aveva. Ora, sta in camera. L’unico suo parente che non ho conosciuto, cinque sorelle invece, una più insopportabile dell’altra, e l’unico che potevo conoscere, morto presto, da ragazzo, che-, quanti anni aveva? tredici, quindici? Chi    si ricorda?

Quanti anni aveva?, dico. Ma forse lui è andato di là,

ecco, capita così, eh? che ci stanno dei dubbi o delle cose che vorrei sapere, e chiamo, pronuncio le parole quest’è sicuro       sovrappensiero: Flora         Flora

e mentre dico il nome, mi ricordo che non ci sta in casa, ed è proprio un fastidio, una cosa che se c’è qualcosa che uno dovrebbe poter fare è chiedere le cose, come quando le chiedevo certe definizioni dei cruciverba sulle cose da mangiare o sui tessuti, che era il campo suo dove era imbattibile,                 oppure quelle pagine dei cruciverba che quando si è sentita male li ha lasciati tutti a metà, e io non c’ho nemmeno avuto la voglia di riempirli, che stanno ancora là, così, a metà, non finiti. E non è giusto che uno muore e non gli si può chiedere più niente. Che deve fare uno? Segnarsi le domande aspettare magari per farle poi quando nei sogni in tutti questi sogni che uno fa in cui i morti appaiono sempre

oppure tenersele e non farle neanche nei sogni perché che ne sai che quelli che ti appaiono sono proprio loro? e tenersele per dopo per dopo ah,

mado-

nna mia ah, questo caldo che mi fa sconcentrare sempre

Tutto?, chiede.

-che chissà se io ci riesco a tenerle a mente

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