Geppi Cucciari Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/geppi-cucciari/ un blog di approfondimento culturale Sat, 08 Jul 2023 09:09:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Geppi Cucciari Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/geppi-cucciari/ 32 32 Leggere alla sanjulienne https://minimaetmoralia.it/interventi/leggere-alla-sanjulienne/ https://minimaetmoralia.it/interventi/leggere-alla-sanjulienne/#comments Sat, 08 Jul 2023 09:09:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=52539 Gennaro Sangiuliano è tornato al centro dell’attenzione per una gaffe sulla lettura. Incalzato in diretta su Rai 3 da Geppi Cucciari riguardo ai cinque libri finalisti del Premio Strega, il ministro della Cultura si è contraddetto, finendo per rivelare imbarazzato di aver votato senza averli letti. L’imbarazzo probabilmente nasceva dall’aver ammesso una pratica molto diffusa […]

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Gennaro Sangiuliano è tornato al centro dell’attenzione per una gaffe sulla lettura. Incalzato in diretta su Rai 3 da Geppi Cucciari riguardo ai cinque libri finalisti del Premio Strega, il ministro della Cultura si è contraddetto, finendo per rivelare imbarazzato di aver votato senza averli letti.

L’imbarazzo probabilmente nasceva dall’aver ammesso una pratica molto diffusa e in genere ritenuta disdicevole, che consiste nel giudicare un libro avendolo semplicemente sfogliato, come lasciava intendere la sua correzione finale (“no, li ho letti perché li ho votati ma voglio approfondire”), e la rettifica odierna a Repubblica (“li ho letti ma non con la calma che meritavano”).

Insomma, lo scandalo nasce dal fatto che esiste un solo modo di leggere e un solo tipo di lettore, quello cui si rivolgeva Cervantes nel prologo del Don Chisciotte, il disocupado lector capace di essere occupato solo dalla gioia della lettura, totalmente assorto e concentrato sul libro che ha per le mani affinché nulla possa sviarlo dalla sua nobile missione solitaria. Una specie di San Gerolamo nello studio di Antonello da Messina, qualcuno che dedica le proprie attenzioni soltanto ad opere raffinatissime e autori leggendariamente ardui come Pizzuto e Arno Schmidt; più che un lettori forte, un erculeo. Solo così un libro non sospende il nostro stare al mondo, ma lo arricchisce, e solo in questo modo la lettura diventa un’esperienza. Una bella differenza, insomma: da un lato il trastullo, l’evasione, l’assaggiare distratto e svogliato, dall’altro scalfire tetragono blocco di marmo e, trasalendo, sapervisi prigioni.

Qualcuno sui social, andando contro l’indignazione montante, ha provato timidamente a giustificare Sangiuliano, come lo scrittore Vincenzo Latronico (“se un ministro della cultura avesse tempo di leggere dodici romanzi nei due mesi fra annuncio della dozzina e la prima votazione sarebbe un problema”), ma il punto è un altro. Tutti i rapporti sullo stato dell’editoria italiana insistono da anni su un aspetto cruciale per la sua diffusione, e cioè che la strada per l’aumento dei lettori passa necessariamente per la desacralizzazione del libro.

Per questa ragione si è cominciato a vendere libri raffinati come i Sellerio o gli Adelphi nelle edicole e negli autogrill, andando incontro alla gente invece di pretendere il contrario, ma se non si desacralizza anche l’atto della lettura, ancora circonfuso da un’aura di leggenda, quegli ostacoli rimarranno. La verità è che oggi la lettura intensiva è appannaggio di pochi fortunati, perché la maggior parte delle persone legge a spizzichi e bocconi nei ritagli di tempo concessi da mille distrazioni, e lo sfogliare “libri importanti” non è detto che impedisca di coglierne il senso profondo. Borges, per dirne uno, paragonò l’Ulisse di Joyce a una città, e avvertì che non c’era bisogno di percorrerla tutta per conoscerla.

Rayuela di Cortazar è un testo capitale del Novecento, ma pure un romanzo talismano che va interrogato infinite volte perché infiniti sono i modi di leggerlo: dal principio alla fine, dalla fine al principio o in ordine sparso, tutto d’un fiato o poche pagine alla volta, perché tanto vi precipiti dentro lo stesso. Per non parlare dei Quaderni di Emil Cioran, che vanno aperti come un messale, qualche riga ogni tanto, perché la densità va dosata. Sfogliare significa anche combattere l’oscurità che regna in tutti i libri chiusi, concedergli una possibilità, dargli luce.

Ora io non faccio testo, un po’ perché amo i libri che non si possono ‘leggere’, come il codice serafiniano, e un po’ perché leggere più di me è facile, dato che leggo lo stesso libro da tutta la vita, ma ci sono fior di pensatori che hanno tessuto l’elogio di questo approccio apparentemente distratto.

Aldo Manuzio, per esempio, l’editore del libro più bello del mondo, l’Hypnerotomachia Poliphili, inventò nel XVI secolo la lettura per diletto (“leggilo pure nelle pause”, disse a un amico cui spediva un suo libro); e poi spiriti eletti come il poeta e drammaturgo Enrique Larreta, uno dei maggiori rappresentanti del modernismo argentino, che a detta di Adolfo Bioy Casares “aveva un’intelligenza tanto vivace che non gli consentiva di leggere, ogni frase gli suggeriva un’infinità di idee e di immagini e lui, smarrito negli infiniti collegamenti creati dalla sua mente, alla fine perdeva il filo della lettura”. Ma poi chi l’ha detto che per votare un libro bisogna averlo letto da cima a fondo? Non siamo mica a scuola. I libri, più saggi degli uomini o forse solo più scaltri, cedono prima l’anima del corpo, tanto quella, si sa, è immortale. A volte la esalano così in fretta che non si fa in tempo neppure a toccarli.

 

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In viaggio con Michela Murgia https://minimaetmoralia.it/reportage/michela-murgia-elezioni-sardegna/ https://minimaetmoralia.it/reportage/michela-murgia-elezioni-sardegna/#comments Fri, 07 Feb 2014 15:00:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18250 Pubblichiamo un reportage di Paola Zanuttini uscito sul Venerdì di Repubblica ringraziando la testata e l'autrice.

di Paola Zanuttini

Cagliari. Qualcuno, sulla stampa continentale, ha sentenziato che la candidata governatora della Sardegna Michela Murgia incarna la protesta, il grillismo fase due. «Una porcata» ribatte lei, icastica (è scrittrice, sceglie bene le parole). Ma alla presentazione ufficiale del suo movimento Sardegna Possibile e dell’eventuale giunta (scelta oltre un mese prima delle elezioni del 16 febbraio) tira aria da ceto medio riflessivo. O da prima teatrale. Una folta platea di saluti, sorrisi, abbracci. Molti abbracci. E bei cappottini.

La signora che mi siede accanto guarda la candidata presidente con palese simpatia. E buttà lì: «Come somiglia a Geppi Cucciari!». Vero, ma senza l’imprimatur della signora io non l’avrei mai affermato, per vile timore della suscettibilità isolana. Le due sarde più conosciute del momento sono Murgia e Cucciari. Quarantenni, molto simili, anche nei modi, nell’ironia tagliente. Il sottotesto potrebbe essere che sono uguali perché sono sarde. E basta. Più tardi, parlando con la candidata (che ha studiato Scienze religiose e assume un’aria curiale quando lo staff comunicazione la implora di essere seriosa) le confesso la mia viltà, confidando nella sua teologica comprensione degli umani peccati. Lei si fa una risata: «La somiglianza con Geppi è una condanna. Tre anni fa, a Cagliari, abbiamo fatto uno spettacolo insieme, Separate alla nascita».

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Pubblichiamo un reportage di Paola Zanuttini uscito sul Venerdì di Repubblica ringraziando la testata e l’autrice.

di Paola Zanuttini

Cagliari. Qualcuno, sulla stampa continentale, ha sentenziato che la candidata governatora della Sardegna Michela Murgia incarna la protesta, il grillismo fase due. «Una porcata» ribatte lei, icastica (è scrittrice, sceglie bene le parole). Ma alla presentazione ufficiale del suo movimento Sardegna Possibile e dell’eventuale giunta (scelta oltre un mese prima delle elezioni del 16 febbraio) tira aria da ceto medio riflessivo. O da prima teatrale. Una folta platea di saluti, sorrisi, abbracci. Molti abbracci. E bei cappottini.

La signora che mi siede accanto guarda la candidata presidente con palese simpatia. E buttà lì: «Come somiglia a Geppi Cucciari!». Vero, ma senza l’imprimatur della signora io non l’avrei mai affermato, per vile timore della suscettibilità isolana. Le due sarde più conosciute del momento sono Murgia e Cucciari. Quarantenni, molto simili, anche nei modi, nell’ironia tagliente. Il sottotesto potrebbe essere che sono uguali perché sono sarde. E basta. Più tardi, parlando con la candidata (che ha studiato Scienze religiose e assume un’aria curiale quando lo staff comunicazione la implora di essere seriosa) le confesso la mia viltà, confidando nella sua teologica comprensione degli umani peccati. Lei si fa una risata: «La somiglianza con Geppi è una condanna. Tre anni fa, a Cagliari, abbiamo fatto uno spettacolo insieme, Separate alla nascita».

I suoi consulenti punterebbero a un’immagine formale, compunta. Le vietano le scollature. Parlano di tailleur, che lei scarta sdegnata, optando per le mise dalla sua amica Patrizia Camba, stilista (sarda, ovvio) specializzata nel recupero dei tessuti della tradizione, che le danno una morbida aria matronale. Così matronale che il candidato assessore alla Salute Pino Frau, dopo un intervento palpitante assai, la descrive così: «Michela è un po’ una mamma chioccia per tutti noi». Reazione dell’interessata: «Basta così. Ti piacerebbe che fossi tua madre: hai il triplo dei miei anni».

In una Sardegna che si presenta alle elezioni con il Pd e il centrodestra falcidiati dalle inchieste sulle spese pazze in Regione e i 5 Stelle, primi alle politiche con il 29 per cento, incapaci di esprimere un candidato, la novità è questa scrittrice di successo (Il mondo deve sapere, Accabadora, Ave Mary), che ha fatto un’infinità di lavori, (insegnante di religione, telefonista di call center, portiere di notte…) e che, quest’estate, ha accettato di candidarsi.

Sardegna Possibile mette inseme tre liste: Gentes, ovvero la società civile degli artigiani come del volontariato, gli amministratori delle realtà locali di Comunidades e la rifondazione indipendentista di Progres, dove Murgia milita da anni. Sono state raccolte più firme di quelle necessarie alla presentazione della lista e, ai primi di gennaio, i sondaggi, che registravano un astensionismo al 54 per cento, la davano all’11 per cento. Ma gli altri contendenti non se la passavano tanto meglio: il governatore uscente Ugo Cappellacci (Forza Italia) al 17, e, al 15, il candidato del Pd, l’economista Francesco Pigliaru, che sostituisce Francesca Barracciu, trionfatrice alle primarie inciampata però nelle indagini, per 33 mila euro di rimborsi sospetti. Il partito, che non aveva digerito la sua vittoria, le ha chiesto di farsi da parte, ma ha rimesso in lista tre indagati. A destra, non si sono fatti questi problemi: tana libera tutti, visto che Cappellacci di processi ne ha tre. Nei sondaggi sulla fiducia, Murgia è in testa con un 48 per cento che le consente di lavorare sugli elettori in fuga dalle urne.

Ci voleva una scrittrice per ricreare una narrazione politica. Lei lo fa con parole suggestive. «La Sardegna si è persa perché non ha più una trama. Rimetteremo insieme i pezzi: il nostro ago è l’innovazione e il filo è la tradizione. In questi mesi abbiamo ascoltato tutti, abbiamo messo insieme città e campagna, alta tecnologia e saperi antichi. Non è vero che incarniamo solo rabbia e protesta, la nostra è una rivoluzione dolce». Non è vero nemmeno che, da cattolica, ostacolerà l’aborto, come si dice in giro da quando ha cominciato a far paura: «I diritti non si toccano e le le mie prese di posizione femministe sono una garanzia». Anche la convivenza e le nozze, prima civili e solo poi religiose, con Manuel Persico, informatico bergamasco molto discreto e suo grande supporter (12 anni più giovane!), attestano la sua laicità. E l’anticonfomismo.

L’ascolto è una prassi. Esercitata negli Ost, Open space technology, procedura born in the Usa che ha prodotto incontri su ambiente, sanità, agricoltura, energia, cultura. Ci sarà del populismo in questa prassi, ma gli interpellati non erano gente arrivata per caso: diretti interessati ed esperti dei vari settori, non necessariamente attratti dal progetto politico, ma a mettere insieme esperienze e competenze sì. In queste assise, Murgia ha scovato molti assessori e candidati di lista, giovani e no e neanche troppo fissati con twitter. Di che colore? Lei risponde che il movimento non si riconosce né in quel che resta del Pdl né nel Pd. Un po’ diverso dal dire che destra e sinistra non esistono più. Ascolto del territorio e concertazione non dovrebbero essere una gran novità, ma quando Pigliaru afferma di aver stilato il suo programma in dieci giorni viene il sospetto che sì, forse lo è. E Murgia ascolta anche i suoi. Mentre si preparava per una tribuna elettorale a Videolina, prima tv privata di Sardegna, ha subìto una specie di esame: lo staff comunicazione e gli esperti le facevano le domande che presumibilmente le avrebbero rivolto conduttore e giornalisti. In media, sapeva rispondere e, quando non sapeva, chiedeva. Poi, con l’abilità della narratrice ricomponeva le risposte a sua misura. Le competenze messe in gioco erano alte e il clima effervescente come quando l’aspirina scende nel bicchiere e fa le bollicine.

Quanto dureranno effervescenza e concordia dello stato nascente? Se Murgia vince, quanto tempo passerà prima che la politica mostri il suo lato feroce? Lei dice che ha paura della solitudine del potere: «Se mi accorgessi di essere sola, capirei di aver sbagliato. La mia idea non è singolare, non vedo il potere in termini sottrattivi: non penso che per averlo devi toglierlo a qualcun altro. Esiste un modo per essere potenti insieme ed è così che il potere si moltiplica, lo sforzo democratico è l’equilibrio fra gerarchia e orizzontalità».

Ogni tanto Murgia attacca col sardo. Anche in tv. E qualche assessore storce il naso, la considera una spericolata affettazione. Lei ribatte che l’indipendentismo sardo non c’entra niente con il leghismo. «La nostra è una lunga storia legata alla consapevolezza, negata anche da noi stessi, di essere nazione; mentre la Padania è, secondo una definizione da storici, un mito tecnicizzato: ti siedi, metti insieme i marcatori identitari, agiti. E il cocktail che vuoi far venire fuori è esattamente quello che sei. Il leghismo punta sull’identità: chi non parla, non mangia, non prega e non guadagna come te è un nemico. Noi puntiamo sull’appartenenza, dove ogni differenza ha diritto di cittadinanza. Nel mio paese nessuno è come me, ma nessuno può pensare che non gli appartengo o che non mi appartiene».

Detto questo, vuol istituire l’agenzia delle entrate regionali prevista dallo Statuto speciale (che la Sicilia ha già). Come darle torto? Il governo italiano è moroso nella restituzione dei due terzi dell’Irpef e dell’Iva versate.

In un pub per universitari, Murgia mi fa un augurio in sardo stretto. Tradotto, suona così: «Che tu possa avere tanti angeli al capezzale quante birre mi sono bevuta io». La birra è un suo cavallo di battaglia per esporre il programma dei microsistemi produttivi a filiera completa. Un programma sensato in una regione che produce miele a caterve, ma non riesce a servirlo a colazione negli alberghi perché sull’isola non c’è un’azienda che produca le vaschette per confezionarlo a norma Ue. «Noi siamo i primi consumatori di birra in Italia e i terzi in Europa. Ma non abbiamo una vetreria: mandiamo le bottiglie usate in continente, dove il vetro è riciclato per produrne di nuove e spedirle all’Ichnusa, che le paga molto più degli altri birrai italiani».

In neanche 30 pagine, il programma di Sardegna Possibile non prevede piani speciali per una regione al collasso, con la cassa integrazione in deroga cresciuta del 500 per cento. Il vero piano speciale è l’integrazione dei problemi e delle soluzioni. Il buco nella Sanità, l’abbandono dei piccoli centri e quello scolastico, la difficoltà di esportare i prodotti interni, e i supermercati dove le arance sono siciliane invece che sarde hanno un elemento critico in comune: i trasporti. Voragini stradali, ferrovie a binario unico e Nuoro che è l’unico capoluogo d’Italia a non aver mai visto un treno. Rilanciare i trasporti e i rapporti di prossimità semplifica l’accesso alle cure, favorisce le esportazioni e la distribuzione interna dei prodotti locali. Una rogna così grossa che Murgia ha avocato l’assessorato competente. Dice di averlo fatto perché i tecnici, in Regione, ci sono e pure bravi, ma serve una visione. Che compete alla politica. Con qualche cinismo si può supporre che su una rogna simile nessuno voglia giocarsi la faccia.

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Siamo tutti obesi https://minimaetmoralia.it/libri/teresa-ciabatti-marco-lazzarotto/ https://minimaetmoralia.it/libri/teresa-ciabatti-marco-lazzarotto/#comments Thu, 02 May 2013 13:47:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14181 (Immagine: Fernando Botero, Adamo ed Eva.)

di Fabio Viola

Il titolo è falso, lo so che non siete obesi. Anzi. Ma c'è un'obesità diversa, psichica, che serpeggia tra i nostri gangli ed è quella cosa che non ci fa mai sentire all'altezza. Standard e asticelle si alzano, i modelli che fingiamo di ignorare ci vanno sotto pelle e pur non volendo ecco che si interiorizza tutto: non andiamo mai bene.

Gli standard estetici la metà della gente li irride, l'altra metà li accetta inconsapevolmente. Si va da chi disprezza la bella apparenza televisiva a chi la dà per acclarata, quasi darwinisticamente, e semmai aspira a quella. Nel suo piccolo, magari, ma non solo.

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(Immagine: Fernando Botero, Adamo ed Eva.)

di Fabio Viola

Il titolo è falso, lo so che non siete obesi. Anzi. Ma c’è un’obesità diversa, psichica, che serpeggia tra i nostri gangli ed è quella cosa che non ci fa mai sentire all’altezza. Standard e asticelle si alzano, i modelli che fingiamo di ignorare ci vanno sotto pelle e pur non volendo ecco che si interiorizza tutto: non andiamo mai bene.

Gli standard estetici la metà della gente li irride, l’altra metà li accetta inconsapevolmente. Si va da chi disprezza la bella apparenza televisiva a chi la dà per acclarata, quasi darwinisticamente, e semmai aspira a quella. Nel suo piccolo, magari, ma non solo.

L’obeso, a differenza di chi è percepito come brutto tout-court, ha una chance in più: la simpatia. Quanti personaggi diversamente magri hanno affollato schermi e immaginari para-televisivi? Tanti: Platinette, Marisa Laurito, Lino Banfi, Paolo Villaggio, Gegia e, prima che dimagrisse, Geppi Cucciari (notare che solo quest’ultima, la traditrice che si è messa a dieta – e non per rilanciare la propria carriera ma forse per implementarla, o semplicemente perché le andava così – non appartiene ai decenni passati bensì all’adesso).

Al bello non si chiede di essere per forza simpatico, all’obeso sì. Te ne accorgi guardando la televisione ma anche quel tuo amico cicciotto passivo-aggressivo che fa i salti mortali per strapparti una risata. Un grassone in televisione che non fa nemmeno ridere è uno specchio di come ci vediamo noi: infelici e non all’altezza. Un altro che ci fa ridere è come potremmo essere – se non fossimo irrimediabilmente noiosi.

L’obesità non è che un esempio, uno facilmente riconoscibile, ma anche un esempio che, a differenza di problemi estetici di altro tipo (vitiligine, statura, falangi in eccesso, ipertrofia delle orecchie), può aver riguardato chiunque nel corso della propria vita. Fasi, depressioni, euforia concentrata sul cibo, queste cose potenzialmente potrebbero riguardare chiunque. Dunque l’obesità (o il sovrappeso) è lo spauracchio estetico per eccellenza, ci facciamo i conti tutti, anche come rimosso.

Due romanzi italiani, usciti a distanza di poche settimane l’uno dall’altro, affrontano la piaga emotiva del grasso, dell’affetto commestibile, ognuno da prospettive diverse e complementari.

Il primo romanzo, scritto da Teresa Ciabatti (Il mio paradiso è deserto, Rizzoli) prende la questione di petto: Marta Bonifazi, ventenne figlia dell’uomo più ricco di Roma, pesa cento chili e odia se stessa, la sua famiglia e il mondo in egual misura. Alla madre che le fa una domanda qualunque risponde “Non rompere il cazzo”. Al padre, che da bambina amava, riserva solo indifferenza e astio. Ignora suo fratello perché lo vede come il figlio perfetto che lei non è riuscita a essere. Detesta la servitù filippina della sua villa sull’Appia Antica. L’unico ragazzo che prova a esserle amico lo usa come un pugile fa col sacco in palestra. Non si fa fotografare, non esce di casa, spara (davvero e per finta) dalla finestra della sua cameretta con televisore da 80” a cui è spesso incollata, investe un uomo durante una crisi isterica, fa una liposuzione che non serve a niente perché prima di togliersi i punti ha ripreso a mangiare con la stessa foga di prima: “Infine si vide, implorante, impaurita, addolorata, Marta si vide: nello specchio c’era ancora lei, quella cicciona. ‘Sono uguale’ disse trattenendo a stento le lacrime, ‘sono uguale identica a prima’.”

Nel romanzo di Teresa Ciabatti l’obesità è sia causa che conseguenza di un’infelicità senza fine, è l’esito di un buco nero che le si apre davanti con la fine dell’infanzia dorata, ma è anche lo stesso buco nero che la inghiotte in un isolazionismo più violento che malinconico. L’assoluta assenza di moralismo, messaggi di speranza, insomma la natura anti-didascalica de Il mio paradiso è deserto, è tutta nel continuo fluire le une negli altri di cause ed effetti, di azioni e reazioni. Siamo obesi anche prima di essere grassi, e lo saremo anche dopo.

Il secondo romanzo è Il Ministero della bellezza (Indiana), di Marco Lazzarotto. In un universo distopico ma contemporaneo il neo-ministro della Bellezza Dominic Ardemagni impone regole ferree ai cittadini basate sul loro aspetto fisico: centri storici chiusi ai meno belli (con vigili incaricati della selezione all’ingresso), sacchetti per il pane in testa obbligatori per i volti meno cesellati, mobbing istituzionalizzato in ufficio per i brutti, smaccati favoritismi per le chiome bionde e ricce. E il protagonista, scrittore promettente dall’estetica grunge anni Novanta, fa i conti con la sua calvizie incipiente e le maniglie dell’amore in un contesto in cui le librerie Feltrinelli sono diventate negozi di abbigliamento con l’accessorio dei libri, e per andare in spiaggia in costume serve il bollino delle autorità.

A differenza che nel romanzo di Teresa Ciabatti, ne Il Ministero della bellezza la chiave è quella dell’ironia. Ok, siamo grassi, brutti, disarmonici e non siamo all’altezza: bisogna industriarsi. Il protagonista del romanzo assume un avatar palestrato e spigliato che si spacci per lui alle presentazioni, e nel giro di poco arriva a milioni di prenotazioni per un romanzo che non ha neanche finito di scrivere, e che quando uscirà sarà “un blocco di polistirolo in un elegante cofanetto”.

Per concludere: inutile dirsi che andiamo bene così come siamo, perché è falso e consolatorio. Possiamo fingere di fregarcene del nostro aspetto fisico, o possiamo illuderci che la nostra apparenza sia il mero involucro che contiene altro, tanto altro tutto da scoprire conoscendoci, ma l’ossessione umana per la bellezza è sempre esistita, ed è lei che ci spinge a fare ciò che facciamo per rendere le nostre vite belle e degne. Il problema è se l’unica bellezza che siamo in grado di riconoscere è quella di un corpo scultoreo, una capigliatura luminosa, due labbra carnose che ci baciano da dentro un monitor.

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