Gennaro Sangiuliano è tornato al centro dell’attenzione per una gaffe sulla lettura. Incalzato in diretta su Rai 3 da Geppi Cucciari riguardo ai cinque libri finalisti del Premio Strega, il ministro della Cultura si è contraddetto, finendo per rivelare imbarazzato di aver votato senza averli letti.
L’imbarazzo probabilmente nasceva dall’aver ammesso una pratica molto diffusa e in genere ritenuta disdicevole, che consiste nel giudicare un libro avendolo semplicemente sfogliato, come lasciava intendere la sua correzione finale (“no, li ho letti perché li ho votati ma voglio approfondire”), e la rettifica odierna a Repubblica (“li ho letti ma non con la calma che meritavano”).
Insomma, lo scandalo nasce dal fatto che esiste un solo modo di leggere e un solo tipo di lettore, quello cui si rivolgeva Cervantes nel prologo del Don Chisciotte, il disocupado lector capace di essere occupato solo dalla gioia della lettura, totalmente assorto e concentrato sul libro che ha per le mani affinché nulla possa sviarlo dalla sua nobile missione solitaria. Una specie di San Gerolamo nello studio di Antonello da Messina, qualcuno che dedica le proprie attenzioni soltanto ad opere raffinatissime e autori leggendariamente ardui come Pizzuto e Arno Schmidt; più che un lettori forte, un erculeo. Solo così un libro non sospende il nostro stare al mondo, ma lo arricchisce, e solo in questo modo la lettura diventa un’esperienza. Una bella differenza, insomma: da un lato il trastullo, l’evasione, l’assaggiare distratto e svogliato, dall’altro scalfire tetragono blocco di marmo e, trasalendo, sapervisi prigioni.
Qualcuno sui social, andando contro l’indignazione montante, ha provato timidamente a giustificare Sangiuliano, come lo scrittore Vincenzo Latronico (“se un ministro della cultura avesse tempo di leggere dodici romanzi nei due mesi fra annuncio della dozzina e la prima votazione sarebbe un problema”), ma il punto è un altro. Tutti i rapporti sullo stato dell’editoria italiana insistono da anni su un aspetto cruciale per la sua diffusione, e cioè che la strada per l’aumento dei lettori passa necessariamente per la desacralizzazione del libro.
Per questa ragione si è cominciato a vendere libri raffinati come i Sellerio o gli Adelphi nelle edicole e negli autogrill, andando incontro alla gente invece di pretendere il contrario, ma se non si desacralizza anche l’atto della lettura, ancora circonfuso da un’aura di leggenda, quegli ostacoli rimarranno. La verità è che oggi la lettura intensiva è appannaggio di pochi fortunati, perché la maggior parte delle persone legge a spizzichi e bocconi nei ritagli di tempo concessi da mille distrazioni, e lo sfogliare “libri importanti” non è detto che impedisca di coglierne il senso profondo. Borges, per dirne uno, paragonò l’Ulisse di Joyce a una città, e avvertì che non c’era bisogno di percorrerla tutta per conoscerla.
Rayuela di Cortazar è un testo capitale del Novecento, ma pure un romanzo talismano che va interrogato infinite volte perché infiniti sono i modi di leggerlo: dal principio alla fine, dalla fine al principio o in ordine sparso, tutto d’un fiato o poche pagine alla volta, perché tanto vi precipiti dentro lo stesso. Per non parlare dei Quaderni di Emil Cioran, che vanno aperti come un messale, qualche riga ogni tanto, perché la densità va dosata. Sfogliare significa anche combattere l’oscurità che regna in tutti i libri chiusi, concedergli una possibilità, dargli luce.
Ora io non faccio testo, un po’ perché amo i libri che non si possono ‘leggere’, come il codice serafiniano, e un po’ perché leggere più di me è facile, dato che leggo lo stesso libro da tutta la vita, ma ci sono fior di pensatori che hanno tessuto l’elogio di questo approccio apparentemente distratto.
Aldo Manuzio, per esempio, l’editore del libro più bello del mondo, l’Hypnerotomachia Poliphili, inventò nel XVI secolo la lettura per diletto (“leggilo pure nelle pause”, disse a un amico cui spediva un suo libro); e poi spiriti eletti come il poeta e drammaturgo Enrique Larreta, uno dei maggiori rappresentanti del modernismo argentino, che a detta di Adolfo Bioy Casares “aveva un’intelligenza tanto vivace che non gli consentiva di leggere, ogni frase gli suggeriva un’infinità di idee e di immagini e lui, smarrito negli infiniti collegamenti creati dalla sua mente, alla fine perdeva il filo della lettura”. Ma poi chi l’ha detto che per votare un libro bisogna averlo letto da cima a fondo? Non siamo mica a scuola. I libri, più saggi degli uomini o forse solo più scaltri, cedono prima l’anima del corpo, tanto quella, si sa, è immortale. A volte la esalano così in fretta che non si fa in tempo neppure a toccarli.

Sagace, puntuale e puntuale, non ci arrivo, ma ho capito il senso e sono felice per quanta Cuktura comunque ci sia ancora ingiro!
scusate, nello scritto precedente ho sbagliato un termine, era puntuale e puntuto
Gradito molto. Mi sono permesso di accennare in un mio blog la sua nuova terminologia, citandone ovviamente la fonte.
https://eudemonia.blog/una-nuova-opportunita-per-le-future-generazioni-la-comicita-politica