Giorgio Bocca Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giorgio-bocca/ un blog di approfondimento culturale Thu, 22 Mar 2018 01:08:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giorgio Bocca Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giorgio-bocca/ 32 32 Riscriviamo la storia della Resistenza: ovvero come la Resistenza ha fatto la storia https://minimaetmoralia.it/storia/riscriviamo-la-storia-della-resistenza-ovvero-la-resistenza-la-storia/ https://minimaetmoralia.it/storia/riscriviamo-la-storia-della-resistenza-ovvero-la-resistenza-la-storia/#comments Thu, 22 Mar 2018 07:00:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36661 di Carlo Greppi «Viva i nostri morti: perché essi ci additano il cammino che ancora dobbiamo percorrere. Quando è venuta la vittoria a tutti è apparsa chiara la ragione della nostra lotta; allora si è appreso che l’immane sacrificio non era stato vano, che i caduti non erano morti invano, che non si era marcito […]

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di Carlo Greppi

«Viva i nostri morti: perché essi ci additano il cammino che ancora dobbiamo percorrere. Quando è venuta la vittoria a tutti è apparsa chiara la ragione della nostra lotta; allora si è appreso che l’immane sacrificio non era stato vano, che i caduti non erano morti invano, che non si era marcito invano nelle galere fasciste che erano anche galere regie. La vittoria ci ha procurato qualche cosa che è difficile dire, ha elevato la dignità personale a dignità nazionale ed ha provato, cosa più importante e capitale per noi, che essa è stata ottenuta non per congiure di corridoio ma è stata conquistata dal popolo, attraverso una sua guerra per la liberazione, una guerra di popolo che mi sembra, me lo confermino gli amici storici, la prima della nostra storia nazionale. E questo popolo risanato dà garanzia che saprà difendere un bene che è costato tanto sangue.»

Roma, 13 maggio 1945.
C’è grande commozione al teatro Eliseo, ad ascoltare quello che è forse il primo tentativo di fare la storia della Resistenza. Sul palco c’è Ferruccio Parri, vicecomandante del comando generale del Corpo volontari della libertà (CVL) e destinato a essere il primo Presidente del consiglio dell’Italia liberata. Parri è arrivato nella capitale con Leo Valiani, come lui del Partito d’azione, con l’altro vicecomandante del CVL, il comunista Luigi Longo, e con il loro comandante, il generale Raffaele Cadorna.

Nei decenni successivi gli storici l’avrebbero confermato: una partecipazione volontaria così massiccia era la prima e sarebbe stata l’ultima della storia italiana. Ed era arrivata a liberare l’Italia settentrionale dai nazifascisti, anticipando in molti casi l’arrivo degli Alleati. A Genova, la prima città del “triangolo industriale” a insorgere, il generale tedesco Gunther Meinhold aveva firmato la resa di fronte a un operaio comunista, un caso eclatante nell’Europa occupata. Ma, come già era accaduto dopo le “cinque giornate” della Milano del Risorgimento, nella tarda primavera del 1945 non sono pochi quelli che stanno tentando di salire sul carro dei vincitori. Già nel discorso di Parri, oltre al suo orgoglio discreto, si intravede anche questo:

«Ora per noi, capi del movimento partigiano, questo momento di congedo, il momento di lasciare il nostro posto di combattimento, è il momento più grave, più spiacevole e per tutti i partigiani è un momento di amarezza. È il momento, anche, degli immancabili eroi della sesta giornata, dell’esibizionismo dei più, ché ormai i partigiani, che furono poche centinaia di migliaia, ora si contano a milioni… È andata sempre così… ma speriamo che queste scorie man mano si eliminino.»

I vertici della Resistenza hanno sfilato la settimana prima a Milano, coronando una vittoria che ha portato il partigianato italiano alla Liberazione avendo alla sua testa un comando che rappresentava tutte le forze protagoniste della lotta, cosa che non è accaduta in nessun altro paese europeo.

In vista del comune obiettivo, nei venti mesi della guerra di liberazione anime diversissime avevano imparato a coesistere, realizzando quel miracolo organizzativo e politico che fu la Resistenza. La settimana prima, dalla tribuna milanese, il generale Cadorna – appena nominato capo di Stato maggiore dell’esercito – si era rivolto a tutti i partigiani: comunisti, azionisti, democristiani, autonomi, matteottini. L’unità antifascista faticosamente conquistata era una realtà, ma il futuro democratico già chiamava alla smobilitazione:

«Il tempo eroico è ora trascorso. L’esercito partigiano si riunisce oggi per la sua grande celebrazione che prelude al suo scioglimento. Il cittadino partigiano, lieto del dovere compiuto, lascia il fucile per lo strumento di lavoro; con la sua arma ha cooperato a liberare la Patria, col suo lavoro intende ricostruirla. Ma se le formazioni si sciolgono, lo spirito partigiano non muore: esso guiderà la Patria verso i suoi nuovi destini.»

Questo discorso commosso sarà inserito ne La riscossa, il volume autobiografico di Cadorna che andrà in stampa nel 1948, pochi mesi dopo la pubblicazione di Un popolo alla macchia, libro firmato dal comunista Luigi Longo ma in realtà scritto da un ghost writer, Guglielmo Peirce. I due testi, insieme alle memorie dell’azionista Leo Valiani, sono considerati dagli storici i vertici di una triade che chiude la prima fase della memorialistica resistenziale, seguita dagli scritti di altri indiscussi protagonisti come Pietro Secchia, Edgardo Sogno, Ada Gobetti Marchesini Prospero.

In principio fu la memoria, dunque: i capi della lotta di liberazione provarono a farsi storici di loro stessi, e dell’epica resistenziale. E così fu ancora a lungo. Di fianco all’incalcolabile numero di diari e memorie di varia natura, grandi autori del Novecento – come Elio Vittorini, Italo Calvino, Alba De Céspedes e Renata Viganò – si cimentano fin da subito con la storia della Resistenza, che nel dopoguerra viene in gran parte raccontata ancora da chi l’aveva combattuta. La Storia della Resistenza italiana di Roberto Battaglia (1953) rimarrà per molto tempo l’opera di maggior valore, e non è un caso che sia ripubblicata negli anni Sessanta, quando viene data alle stampe anche la Storia dell’Italia partigiana di Giorgio Bocca (1966) e quando la guerra di liberazione diventa lo specchio delle lotte contemporanee, anche in chiave polemica. Le frizioni tra i giovani del Sessantotto infastiditi dal mito della Resistenza e un altro storiografo della guerra di liberazione come Guido Quazza, a Torino, resteranno a lungo nella memoria dei loro protagonisti. Lo storico Claudio Pavone, come Battaglia, Bocca e Quazza anche lui attivo nel partigianato, proprio nel 1968 sottolinea già con forza come della Resistenza sia essenziale raccontare anche le contraddizioni:

«È necessario cioè analizzare, in rapporto alla situazione in cui agivano, tutte le forze operanti in Italia tra il 1943 e il 1945, qualificarle per quello che erano in ogni loro aspetto e sfumatura, restituire a ciascuna la sua fisionomia anche contraddittoria e la sua eredità. Soltanto così la Resistenza sarà ricondotta alle sue dimensioni reali e drammatiche e potrà essere ancora guardata con interesse dai giovani. Senza piangere sulla Resistenza tradita potrebbero in tal modo essere riportate alla luce quelle istanze genuinamente rivoluzionarie che erano in vario modo presenti nella Resistenza e si potrebbe esaminare se e come sia lecito ricollegare ad esse i fermenti più avanzati di oggi.»

È quello che, fin dall’immediato dopoguerra, era stata in grado di fare la letteratura. Come scrive Italo Calvino nella celebre prefazione del 1964 alla riedizione de Il sentiero dei nidi di ragno (1947), il romanzo era stato fin da subito in grado di tradurre sulla carta le luci e le ombre, quella che lui definisce la «primordiale dialettica di morte e felicità» dei protagonisti della vicenda resistenziale, anticipando di decenni riflessioni storiografiche come quelle che sarebbero arrivate con l’imprescindibile libro – proprio di Pavone – Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza (1991). Come spesso accade, il romanzo riesce a scavare in profondità, ad andare al cuore delle questioni più complesse. Si pensi al citatissimo monologo del partigiano Kim, che precede di mezzo secolo i furibondi dibattiti sui “ragazzi di Salò”:

«Eppure tu sai che c’è coraggio, che c’è furore anche in loro. È l’offesa della loro vita, il buio della loro strada, il sudicio della loro casa, le parole oscene imparate fin da bambini, la fatica di dover essere cattivi. E basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima, e ci si trova dall’altra parte, come Pelle, dalla brigata nera, a sparare con lo stesso furore, con lo stesso odio, contro gli uni o contro gli altri, fa lo stesso […] la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sugli uomini del Dritto, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti; degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni: per l’operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione. Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l’uomo contro l’uomo».

«Fino a qui tutto bene», per riprendere le parole che il tizio che cade da un palazzo di cinquanta piani ripete a ogni piano per farsi coraggio (un mantra presente nel film L’Odio di Mathieu Kassovitz). Fino a qui tutto bene: fino agli Settanta tutto bene. Ma il vento sta irrimediabilmente cambiando. La capacità di narrare anche i tratti più contraddittori e ambigui della natura umana e, dunque, della guerra di liberazione, diventa presto un’incontrastabile “contro-narrazione” nella quale la Resistenza armata e le sue solide e molteplici matrici ideali iniziano a svanire per fare largo a spin-off di ogni tipo, in uno spazio pubblico spesso colonizzato dalla memoria degli “altri”, dei “ragazzi di Salò”, dei fascisti. Il passaggio tra gli anni Ottanta e la Seconda Repubblica – definito da Alberto Cavaglion quello dei “placidi sonni” della storiografia – lascia ampio spazio alla fortuna pubblica del “revisionismo”, in una dimensione frammentata dentro la quale tuttavia sbocciano anche straordinari atti d’amore per la guerra di liberazione, come il recente La Resistenza perfetta di Giovanni De Luna (2015). Ma, a quanto sembra, non sono bastati: l’idea che sia esistita una narrazione falsa della Resistenza che ha dominato la nostra sfera pubblica, una narrazione da “revisionare” a ogni costo svelando presunte “contro-verità”, prende sempre più piede nel senso comune. Il lungo processo di discredito della Resistenza, al servizio di convergenze di interessi politici-culturali di segno opposto, anche grazie ai media suggerisce una nuova egemonia, come ha recentemente scritto Enrico Manera su “Historia Magistra” riprendendo le riflessioni di Sergio Luzzatto:  «nell’arena dell’uso pubblico della storia sono andati in scena i caricaturali attacchi, di volta in volta feroci e grotteschi, dell’anti-antifascismo, delineando un quadro che è stato definito di post-antifascismo».

La distanza dai fatti narrati è oramai incolmabile, la dimensione epica sfuma nettamente e appaiono nuove urgenze: tolte alcune eccezioni, è totalmente sdoganata la Resistenza come un qualcosa da condannare, da guardare con sarcasmo, come il regno degli eccessi, delle vendette, delle “questioni private” risolte con l’alibi della guerra di liberazione e della guerra civile. È vero che negli ultimi decenni gli storici di professione hanno allargato definitivamente la prospettiva, occupandosi di altri temi altrettanto importanti come il protagonismo femminile, la deportazione e l’internamento militare, la “resistenza civile” (con il lavoro di Anna Bravo su tutti), e le molte “zone grigie” che coesistettero in tutti e in ciascuno, e in questo è stato ancora una volta decisivo il varco aperto da Una guerra civile di Claudio Pavone, un’«opera decisiva per molteplici aspetti, tra i quali non ultimo il fatto che con essa si afferma autorevolmente l’emancipazione della storiografia resistenziale da ogni pratica di autocensura», come ha scritto Santo Peli, uno dei più brillanti storici del panorama contemporaneo, i cui libri sulla Resistenza e sulle sue interpretazioni sono preziosissimi. Era naturale, e lo ha sottolineato ancora Peli: nella lotta di liberazione «la violenza come seduzione e la violenza come dura necessità si scontrarono in modo palese, pur convivendo talvolta nelle stesse persone».

È innegabile, però, che ci sia stato un deragliamento, del quale troviamo tracce ovunque, ormai, e che si sia persa completamente la bussola. All’origine c’è sicuramente anche la diffusa incapacità di proporre narrazioni che siano validate da un uso onesto delle fonti e che allo stesso tempo siano efficaci, coinvolgenti. Per limitarci alla carta stampata, penso allo straordinario romanzo francese del 2010 HHhH di Laurent Binet, un’opera di narrative non-fiction sul coraggioso colpo di mano di due partigiani che nel 1942 portò alla morte della “belva bionda” nazista, Reinhard Heydrich. E allora, tornando al di qua delle Alpi, se i venti mesi dal 1943 al 1945 sono stati – e lo sono stati – qualcosa di unico nella nostra storia nazionale, qualcosa di cui andare realmente fieri, perché c’è stato questo processo di allontanamento?

«Penso che voi ne abbiate già abbastanza di sentir parlare di partigiani, con tutta la retorica che se ne è fatta», diceva Parri al pubblico del teatro Eliseo neanche un mese dopo la Liberazione, dimostrando ancora una volta la sua immensa statura morale, la sua capacità di leggere il proprio presente e, forse, di intuire il futuro. Leo Valiani avrebbe descritto così il vicecomandante del CVL il 10 dicembre del 1981, alla sua orazione funebre:

«Il senno, l’equilibrio, la moderazione, congiunta, però, ad incrollabile fermezza nelle questioni di principio, che caratterizzavano Parri, ne fecero il solo capo della Resistenza che fosse in grado di conciliare le diverse ali del movimento partigiano, le ali comuniste, socialiste, azioniste e quelle liberali, democratico-cristiane, apolitiche ed autonome. Neppure a lui fu facile effettuare la pur necessaria conciliazione, e lo dimostrano i documenti delle polemiche interpartitiche dei primi mesi, ma, alla fine, grazie alla fiducia universale che si meritò, vi riuscì.»

Neanche un mese dopo la vittoria sui nazifascisti Parri non poteva però naturalmente prevedere quello che sarebbe successo poi, lui che già chiedeva conferme agli «amici storici» (come Valiani) non poteva prevedere che avremmo amaramente rimpianto la fase degli storici-protagonisti, che avremmo – soprattutto – rimpianto amaramente loro, figure oramai assenti dal nostro dibattito pubblico, irrimediabilmente viziato dallo sdoganamento delle “ragioni” dei fascisti. Penso in particolare ai tre uomini – Cadorna, Longo e lo stesso Parri – che avevano comandato il braccio armato della Resistenza, il CVL, e in generale agli uomini e alle donne insostituibili che – come scrive Cadorna ne La riscossa – «in omaggio alle proprie convinzioni avevano volontariamente accettato gravi responsabilità e rischi non indifferenti», che erano riusciti a mettere da parte le loro differenze per una comune idea di lotta, per raggiungere l’unità antifascista. E ci erano riusciti.

Febbraio 2018: ci risiamo.

Mentirei se scrivessi che qualcuno è rimasto sorpreso dalle posizioni emerse nel dialogo uscito sul “Corriere della Sera”, tra Aldo Cazzullo e Giampaolo Pansa, uno dei primi responsabili, negli ultimi anni, di questa continua erosione della memoria della lotta partigiana. Nell’articolo quest’ultimo, dopo avere ancora una volta insistito sui dissidi interni alla Resistenza, sostiene che la sua storia vada «riscritta da cima a fondo», gridando ancora una volta al complotto comunista, e chiude dicendo che «tocca ai giovani farlo. Cosa aspettano?». Non c’è molto da ribadire, se non, come ha opportunamente risposto Marcello Flores sulle pagine dello stesso giornale, che l’obiettivo polemico di Pansa «non esiste più da decenni. Ha in mente la narrazione che facevano i comunisti negli anni 50-60, ma sono ormai 40 anni che la storia della Resistenza viene “riscritta”».

Con 25 aprile 1945 (libro uscito in questi giorni con gli Editori Laterza) ho cercato di fare la mia parte, proprio tentando di riportare alla nostra attenzione questi tre uomini straordinari: Cadorna, Longo e Parri. E per fortuna non sono solo. I conti si fanno alla fine, e quello che la mia generazione sarà stata in grado di fare lo vedremo tra qualche decennio. Perché, come ha scritto giustamente David Bidussa in Discutere la Resistenza (in “Italianieuropei”, aprile 2018), il mestiere dello storico consiste nel «portare avanti il testimone della ricerca, non pretendere di dire l’ultima parola. Quello, invece, è il mestiere del demagogo».

Io penso che la migliore risposta a questa continua opera di delegittimazione della Resistenza sia innanzitutto ricominciare a parlarne, ricominciare a vedere l’immensa capacità che ebbero questi uomini e queste donne di mettere in gioco i loro destini per il bene della collettività. Ricominciando dalla radicalità delle istanze che la Resistenza seppe mettere in campo, dai due termini del dilemma – «arrendersi o perire» – che vennero diramati in tutti i modi possibili dai suoi vertici nelle settimane che precedettero l’insurrezione vittoriosa del partigianato. C’era poco da trattare, con i fascisti, se non la loro resa incondizionata. I comandanti della guerra di liberazione – radicali o moderati che fossero –, ad esempio, avrebbero rivendicato per il resto della loro vita come giusta la scelta di giustiziare Mussolini e i gerarchi fascisti che non si arresero, scelta avallata implicitamente e per iscritto giorni prima, e mai rinnegata. E chi ha qualcosa da recriminare se ne faccia una ragione.

Oggi, che il 25 aprile si avvicina ancora una volta, è importante richiamare alla nostra memoria che gli uomini e le donne che hanno liberato il nostro paese dal fascismo, dalla cultura della violenza e della sopraffazione, hanno innanzitutto combattuto. Con le armi, con le parole, e dirigendo politicamente, operativamente e militarmente la guerra di liberazione. Molti caduti li abbiamo ricordati per decenni grazie alle straordinarie Lettere dei condannati a morte della Resistenza (1952) – ora è tempo di ricordare anche chi è sopravvissuto alla guerra e ha provato a “rifare” l’Italia da capo. Senza riuscirci, forse, ma lasciandoci in eredità azioni e parole sulle quali dovremmo meditare, e a fondo.

È ancora Ferruccio Parri, di nuovo al teatro Eliseo di Roma, che quindici anni dopo quel primo tentativo di fare la storia d’Italia, nel 1960, tiene la celebre lezione “Il CLN e la guerra partigiana”. E ci ricorda che abbiamo «il dovere della riaffermazione categorica che la storia d’Italia passa per questa tappa di liberazione» e «che non deve essere adulterata la scelta che fu alla sua origine». E poi aggiunge, rivolto ai giovani di allora, i settantenni e gli ottantenni di oggi:

 «Non è lecito porre tutto il passato, la lotta di liberazione e il fascismo, sullo stesso piano e tutto confondere dentro un minestrone di dimenticanza, primo passo verso altre involuzioni. È su questi principi che non dobbiamo, non intendiamo cedere. La guerra di liberazione è costata all’Italia troppo forse, come una anemia perniciosa. Io che ho avuto la sventura di conoscere i nostri caduti forse più di altri, so bene quello che essi avrebbero contato nella vita dell’Italia di oggi. L’ultimo sguardo di questi nostri martiri è un messaggio, che io vorrei trasmettere a voi, giovani compagni, perché possa arrivare lontano. Nella sua storia è solo in questo momento, solo tra il 1943 ed il 1945, che l’Italia dà quello che ha di meglio. Vi è una carica di energia morale che l’Italia non ha mai avuto nella sua storia, mai. Non vogliamo che su questa pagina della vita italiana, su questa carica morale si possa stendere un comodo lenzuolo di oblio. Questo no, compagni giovani. Ora tocca a voi.»

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Carlo Greppi (Torino, 1982). Storico e scrittore, collabora con Rai Storia come autore e inviato, è membro del comitato scientifico dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti” ed è socio fondatore dell’associazione Deina. Ha pubblicato i saggi L’ultimo treno. Racconti del viaggio verso il lager (Donzelli 2012, vincitore del premio “Ettore Gallo”) e Uomini in grigio. Storie di gente comune nell’Italia della guerra civile (Feltrinelli 2016) e i romanzi per ragazzi Non restare indietro (Feltrinelli 2016, premio Adei-Wizo 2017, sezione ragazzi) e Bruciare la frontiera (Feltrinelli 2018).

Il 15 marzo 2018 è uscito il suo saggio 25 aprile 1945 (Laterza).

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Alluvioni. O il potere forte del cemento https://minimaetmoralia.it/interventi/montanari-alluviani-sblocca-italia/ https://minimaetmoralia.it/interventi/montanari-alluviani-sblocca-italia/#respond Tue, 18 Nov 2014 13:00:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24391 Lascia interdetti lo scaricabarile tra il Presidente del Consiglio e il Presidente della Liguria sulle responsabilità del dissesto del territorio italiano. E non solo perché è indecoroso mettersi a discutere mentre i cittadini e la Protezione civile lottano contro il fango: ma anche perché la questione è troppo maledettamente seria per liquidarla a colpi di dichiarazioni e controdichiarazioni tagliate con l'accetta.

Andrà scritta, prima o poi, la vera storia della cementificazione dell'Italia. Quella storia che oggi ci presenta un conto terribile. Andranno identificati, esaminati, valutati i giorni, le circostanze, i nomi, le leggi nazionali e regionali, i piani casa, i piani regolatori, i condoni, i grumi di interesse che – tra il 1950 e il 2000 – hanno mangiato 5 milioni di ettari di suolo agricolo. E che solo tra il 1995 e il 2006 hanno sigillato un territorio grande poco meno dell'Umbria, in un inarrestabile processo che oggi trasforma in cemento 8 metri quadrati di Italia al secondo

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cemento1Questo intervento di Tomaso Montanari è apparso su La Repubblica. (Fonte immagine)

Lascia interdetti lo scaricabarile tra il Presidente del Consiglio e il Presidente della Liguria sulle responsabilità del dissesto del territorio italiano. E non solo perché è indecoroso mettersi a discutere mentre i cittadini e la Protezione civile lottano contro il fango: ma anche perché la questione è troppo maledettamente seria per liquidarla a colpi di dichiarazioni e controdichiarazioni tagliate con l’accetta.

Andrà scritta, prima o poi, la vera storia della cementificazione dell’Italia. Quella storia che oggi ci presenta un conto terribile. Andranno identificati, esaminati, valutati i giorni, le circostanze, i nomi, le leggi nazionali e regionali, i piani casa, i piani regolatori, i condoni, i grumi di interesse che – tra il 1950 e il 2000 – hanno mangiato 5 milioni di ettari di suolo agricolo. E che solo tra il 1995 e il 2006 hanno sigillato un territorio grande poco meno dell’Umbria, in un inarrestabile processo che oggi trasforma in cemento 8 metri quadrati di Italia al secondo: come ci ricorda un prezioso libretto di Domenico Finiguerra.

Per dare un titolo a questa brutta storia, negli anni Settanta Giorgio Bocca, Indro Montanelli e Antonio Cederna parlarono di ‘rapallizzazione’: perché Rapallo e tutta la Liguria erano il luogo simbolo della distruzione del paesaggio e della deformazione delle città. Per sapere che quella regione non ha cambiato verso, non importa leggersi le statistiche che ci dicono che, tra il 1990 ed il 2005, in Liguria si è massacrato il territorio più che in Calabria e in Campania: basta accendere la televisione.

Ma è stato tutto il Nord a pensare che lo sviluppo fosse perfettamente sinonimo di cemento. E continua a pensarlo.

Quando, nel maggio scorso, un cittadino di nome Gabriele Fedrigo ha esposto fuori dalla sua finestra due striscioni con su scritto «Basta cemento» e «Acqua e aria sane», il suo Comune lo ha diffidato, perché avrebbe attentato al decoro urbano. Il comune era Negrar, in Valpolicella: quello che ha dato origine alla parola ‘negrarizzazione’, che vuole dire «urbanizzazione speculativa, e al di fuori di ogni controllo» (Dizionario Treccani).

È stato l’architetto veronese Arturo Sandrini a coniare questo termine, in un articolo del 1997 in cui invitava a ribellarsi al processo che ha trasformato Negrar, la Valpolicella e tutto il Veneto «quasi in un’unica immensa area urbanizzata, dov’è difficile trovare qualche zona non interessata da quel delirium edilizio, fatto di orridi capannoni prefabbricati, naturalmente uno diverso dall’altro, di ville, villette e villone, ovviamente non quelle venete, che giacciono invece impietosamente abbandonate». Sandrini non era solo. Quando Fedrigo (che non scrive solo slogan, ma ha anche pubblicato il libro di riferimento sulla Negrarizzazione. Speculazione edilizia, agonia delle colline e fuga della bellezza, 2010) è stato diffidato, la Valpolicella si è riempita di identici striscioni. Ne è comparso uno perfino sulla villa Serego Alighieri: la residenza che nel 1353 fu comprata dal figlio di Dante, Pietro, e che dopo ventuno generazioni è ancora di proprietà dei discendenti diretti del poeta.

Ma se questa storia diventa esemplare, se si può parlare di una ‘negrarizzazione’ dell’Italia intera, è proprio perché la sua morale risponde in modo concreto alle domande di queste ore: di chi è la colpa? A Negrar non c’è stato un singolo mostro, l’orco speculatore. Né c’era una povertà da cui riscattarsi di colpo. E non c’è stato nemmeno l’abusivismo: non c’è un solo edificio fuori della legge, a Negrar. La Valpolicella aveva una bellezza naturale struggente, aveva la storia, aveva un vino spettacolare: un’economia solida. Ma questo non è bastato: era troppo lento. La speculazione edilizia è come una droga: tutto corre più veloce. E allora una comunità – senza che nessuno la costringesse – ha deciso di eleggere politici disposti a corrompere le leggi, perché le leggi corrotte permettessero di corrompere l’ambiente. Legalmente. Il motto del ventennio berlusconiano – ‘padroni in casa propria’ – è stato applicato nel modo più radicale e devastante: fino a distruggere la casa stessa. E infatti il sinonimo perfetto di ‘negrarizzazione’ è ‘irresponsabilità’: l’idea bestiale che non importa chi sarà a pagare il conto. Anche se saranno i nostri figli: anzi noi stessi, solo qualche anno – o qualche temporale – dopo. E non siamo usciti da questa storia: basta vedere quante resistenze, e quanto violente, sta incontrando l’ottimo Piano Paesaggistico della Regione Toscana, finalmente vicino all’approvazione.

Allora vorremmo che il Presidente del Consiglio pensasse al futuro, e non al passato. Che invece di sostituirsi ai giornali e agli storici nella ricerca delle responsabilità, egli si chiedesse cosa può e deve fare il suo governo. Che invece di pensare alle leggi regionali, pensasse a quelle che sta firmando lui.

Vezio De Lucia ha spiegato (Nella Città dolente, 2013) che la storia del cemento cominciò davvero quando la Democrazia Cristiana rinnegò Fiorentino Sullo e la sua ottima legge urbanistica, che ci avrebbe lasciato un’Italia diversa. Era il 1963: cinquant’anni dopo il governo di Matteo Renzi fa lo stesso errore, approvando lo Sblocca Italia di Maurizio Lupi, che è una legge fatta per portare a compimento la negrarizzazione dell’Italia. Una legge che bisogerebbe avere il coraggio di ripensare radicalmente anche se è appena uscita sulla Gazzetta Ufficiale. Anzi, una legge che bisognerebbe avere il coraggio di rottamare.

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Raccontare Sócrates: intervista a Lorenzo Iervolino https://minimaetmoralia.it/interviste/socrates-e-lorenzo-iervolino/ https://minimaetmoralia.it/interviste/socrates-e-lorenzo-iervolino/#comments Thu, 26 Jun 2014 09:24:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21735 Questa intervista è uscita su Il Mucchio.

Magrão, O doutor da bola, Il tacco di Dio. E poi O Bruxo, lo stregone, perché da medico faceva delle diagnosi molto precise, e perché gli piaceva fare delle profezie; molte le azzeccava… se avrà indovinato anche il vincitore di Brasile 2014, lo scopriremo a breve. Sócrates, scomparso nel dicembre del 2011, è stato molto più di un calciatore: davvero. Lorenzo Iervolino, narratore, membro del collettivo «TerraNullius», ha raccontato la sua storia in un libro, Un giorno triste così felice, che va oltre la semplice biografia, ricco di voci, colori – palpitante di vita e di impegno. C’è il Sócrates calciatore e attivista politico, c’è l’esperienza della Democrazia corinthiana, ma anche l’uomo che è stato.

In una delle sue profezie, O Magrão  descrisse la sua morte: di domenica, con il Corinthians campione. Andò così. Quel giorno, prima della partita, i giocatori alzarono il pugno al cielo, per ricordarlo… riguardare il filmato di quella giornata mette i brividi. 

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Questa intervista è uscita su Il Mucchio. (Fonte immagine)

Magrão, O doutor da bola, Il tacco di Dio. E poi O Bruxo, lo stregone, perché da medico faceva delle diagnosi molto precise, e perché gli piaceva fare delle profezie; molte le azzeccava… se avrà indovinato anche il vincitore di Brasile 2014, lo scopriremo a breve. Sócrates, scomparso nel dicembre del 2011, è stato molto più di un calciatore: davvero. Lorenzo Iervolino, narratore, membro del collettivo «TerraNullius», ha raccontato la sua storia in un libro, Un giorno triste così felice, che va oltre la semplice biografia, ricco di voci, colori – palpitante di vita e di impegno. C’è il Sócrates calciatore e attivista politico, c’è l’esperienza della Democrazia corinthiana, ma anche l’uomo che è stato.

In una delle sue profezie, O Magrão  descrisse la sua morte: di domenica, con il Corinthians campione. Andò così. Quel giorno, prima della partita, i giocatori alzarono il pugno al cielo, per ricordarlo… riguardare il filmato di quella giornata mette i brividi. 

Lorenzo, in quale contesto, sociale e familiare, è cresciuto il giovane Socrates?

Il libro inizia quando Sócrates ha dieci anni. È il 1964 e in Brasile – uno dei paesi più poveri del mondo – si instaura una dittatura militare, che lo accompagnerà per un ventennio. La sua famiglia, almeno per parte di padre, era estremamente misera; dal lato materno le cose andavano un po’ meglio. Suo padre però intuisce che la lettura e lo studio possano riscattarlo socialmente: grazie a una sorta di autoformazione, riesce ad ottenere posti nel pubblico impiego. Ma questo aspetto – l’importanza della lettura e dello studio – influenzarono molto Sócrates.

Una frase che Sócrates ripeteva spesso era «Non pensavo che avrei fatto il calciatore, a me interessava fare il medico».

Per lui, fino ai 22 anni – malgrado militasse nel Botafogo – il calcio è un hobby. Ho parlato con un suo compagno di corso all’Università di San Paolo: per Sócrates la sua vita era lo studio. Tutti si accorgevano che in campo era fortissimo, e i guadagni erano sempre più discreti, ma lui stabilì un accordo con i dirigenti del club: “Se mi mettete in prima squadra, al massimo posso venire in ritiro il giorno prima”. E questo fu. Quando ho chiesto ai dirigenti perché accettarono, la risposta è stata: “era fortissimo”. E così riuscì a laurearsi, indirizzo pediatrico, mentre giocava.

Una volta diventato calciatore professionista, esercitò la professione di medico solo sporadicamente. Era il medico di tutti i suoi amici.

Quando si rese conto di essere un calciatore?

Il 1977 rappresenta una svolta: si è appena laureato, ha due figli. Giocava ancora nel Botafogo, ma iniziava ad allenarsi di più ed entrò nel giro della nazionale. Quando viene acquistato dal Corinthians, che lo soffia al San Paolo, il destino gira.

Quali partite indicheresti tra le più belle giocate da Sócrates?

Per lavorare al libro ho rivisto un sacco di incontri… tutti mi parlavano di un famoso 3-2 in casa del Santos, in rimonta, con il Botafogo: davanti a Pelè, Sócrates segnò di tacco. Da una prospettiva italiana, è importantissimo un altro 3-2: stavolta però con la nazionale brasiliana, sconfitta, al mondiale del 1982, contro gli azzurri. Sócrates segnò anche in quella partita, giocò alla grande.

E due anni dopo arrivò proprio in Italia, alla Fiorentina. Come mai quell’esperienza non funzionò?

Fino al 1984, malgrado fosse all’apice della carriera, Sócrates rifiutò ogni offerta perché stava partecipando a una campagna politica per buttare giù la dittatura. Quando la campagna terminò, con una sconfitta, Socrates decise di andar via, anche perché così aveva promesso. Arrivò a Firenze da esiliato. Aveva scelto questa città anche perché era molto attratto dalla sua storia, dalle opere d’arte che ospita… Prima di partire per l’Italia aveva letto Gramsci e Giorgio Bocca.

Ma l’esperienza sportiva non fu esaltante, sicuramente. Tanto per cominciare la Fiorentina dell’epoca era divisa in due tronconi e lui si trovò nel mezzo, anche per il suo pensiero politico… per questo, durante le partite, toccava pochissimi palloni; o giocava di prima, o addio. In quella squadra c’era Passarella, il suo antagonista per definizione: argentino e di destra, anche lui rigorista e calciatore di punizioni…

Quali altri ostacoli incontrò Sócrates a Firenze?

In Italia c’era una grande attenzione all’aspetto atletico, una cosa che lui non concepiva. Una volta, durante il ritiro, attardato rispetto al gruppo che sgroppava in montagna, incontrò Antognoni e gli disse, sfinito: «Antogno, ma qua giocate con i campi in salita?» A volte invece partecipava all’allenamento mattutino ma si svegliava direttamente il giorno dopo, saltando la seduta pomeridiana e la cena. In realtà all’inizio giocò anche bene, ma a dicembre si fermò. Secondo lui la fatica fatta in estate, durante il ritiro, finì per procurargli un’ernia, che lo limitò.

Che altre storie ti hanno raccontato i suoi ex compagni di squadra?

Tutti ricordano una persona speciale, sicuramente non ordinaria. Giovanni Galli mi ha raccontato che una volta chiamò Sócrates perché sua moglie era ammalata… gli aveva detto un sacco di volte che per qualsiasi cosa poteva contare su di lui, visto che era un medico. Bene, allora Galli lo chiama e gli dice, «Magro, mia moglie ha la febbre, vieni a vedere», e lui risponde certo, arrivo. Passano le ore e di Sócrates neanche l’ombra. Va a finire che la moglie di Galli andò a letto con la febbre a 39, e a mezzanotte finalmente Sócrates arrivò, ma con due amici in comune – e finirono per passare la notte in soffitta, insieme, a bere.

Un vero personaggio, si direbbe. Ma arriviamo, dunque, al Sócrates “politico”.

L’interesse di Sócrates per la politica si può far risalire, simbolicamente, al 1964, quando i militari andarono al potere. Sócrates vide il padre che stava dando fuoco ad alcuni libri. Bruciavano nelle fiamme Il capitale e opere sul bolscevismo. Libri pericolosi. Sócrates si incuriosì, questo episodio gli fece drizzare le antenne, accese una scintilla: tra i 10 e i 14 anni lesse tantissimo, testi complessi, difficili. Negli anni seguenti si dedicò molto allo studio, ma l’avversione per la dittatura e il fascino verso nuove forme di democrazia esploderanno più tardi, al Corinthians, attraverso l’esperienza della Democrazia corinthiana.

In cosa consisteva?

È un processo che iniziò lentamente. Parte nella primavera dell’81, nel momento più basso del Corinthians, quando la squadra retrocede in B… Ma intanto cominciano a incastrarsi alcuni tasselli. Tre su tutti. Innanzitutto nel Paese c’è un’ondata di aria nuova, si afferma una politica più aperta, diversi esuli rientrano in Brasile – tra gli altri i grandi musicisti del tropicalismo. A livello di club c’è un nuovo presidente, un uomo dalla mentalità aperta; per finire, il direttore sportivo è un sociologo, Monteiro Alves, che di pallone non ne sa niente. In questa cornice si inseriscono due leader come Sócrates e il terzino Wladimir, un giocatore meno noto, di colore e di estrazione popolare. A loro, più tardi, si aggiungerà Casagrande (anche lui arriverà in Italia, all’Ascoli e al Torino, ndr).

In Brasile, in quel momento, c’è un forte dibattito, il Paese vuole uscire dalla dittatura. Sócrates e compagni indicano la loro strada, da calciatori: le decisioni non verranno più calate dall’alto, verranno assunte collettivamente. Così negli spogliatoi si svolgono assemblee, si discute, si vota. La squadra si risolleva: questo meccanismo si estende sempre di più, fino a includere orari e metodi d’allenamento, acquisti, politica economica del club. Inoltre, partecipano alle iniziative contro la dittatura.

E come metodo sportivo ha funzionato? Si tende a pensare che nel calcio, per vincere, c’è bisogno del “sergente di ferro”.

Parlano i numeri: quando termina l’esperienza della Democrazia corinthiana, il club ha vinto due campionati paulisti, ha una squadra fortissima e le casse in attivo. Quando arrivano i restauratori, il Corinthians perde la sua forza, il club è in caduta libera.

Cosa pensava Sócrates di Brasile 2014?

I mondiali sono stati assegnati nel 2007, Socrates è morto quattro anni dopo: attraverso articoli e interventi ha avuto modo di esprimere il suo pensiero. Da buon bruxo com’era, disse, all’epoca: “non riesco a gioire, perché so come andrà: investiranno soldi per devastare il nostro territorio, senza ridistribuire la ricchezza”. Del resto assieme ad altri sportivi brasiliani aveva elaborato una proposta di legge che prevedeva un forte impiego di risorse per tenere assieme istruzione e sport. Quando venne eletto, Lula lo voleva con sé al governo; ma le posizioni di Sócrates erano considerate troppo estremiste da settori del Partito dei Lavoratori.

Per tornare ai mondiali: Sócrates fece un’ultima profezia… stava scrivendo un libro ambientato durante i mondiali brasiliani, e quel mondiale lo avrebbe vinto l’Argentina.

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Le lune di Zavattini. Colloquio con Alfredo Gianolio https://minimaetmoralia.it/ritratti/cesare-zavattini-e-alfredo-gianolio/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/cesare-zavattini-e-alfredo-gianolio/#respond Sat, 07 Jun 2014 14:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21289 a cura di Mario Valentini

Con Alfredo Gianolio ci siamo frequentati spesso nel corso degli anni ’90, quando a Modena facevamo Il Semplice. Di recente ho ripreso contatto con lui per un articolo destinato a OOA, la rivista dell’Osservatorio Outsider Art di Palermo, in cui avevo pensato di parlare delle vite di artisti naif da lui raccolte e trascritte.

Gli ho rivolto diverse domande via mail, incentrate, oltre che sui pittori naif, sulle sue frequentazioni con Cesare Zavattini. Le ha eluse tutte, con la grazia e l’ironia che gli sono proprie da sempre, tirando fuori però un racconto di quei fatti che mi sembra bello.

Il racconto è uscito sul n. 7 di OOA (www.glifo.com) come pezzo autonomo, anticipando l’articolo per il quale sarebbe dovuto essere del semplice materiale di lavoro.

di Alfredo Gianolio

Il mio incontro con Cesare Zavattini fu casuale, dovuto al fatto che, verso il 1950, settimanalmente mi recavo presso la Camera del Lavoro di Luzzara dove si trovava il mio recapito di avvocato. Provenivo da Reggio Emilia, inizialmente con una “Lambretta” e quindi con una vecchia “Wolksvagen”, dal minuscolo lunotto anteriore, forse un residuato bellico, che incuriosiva i bambini, i quali si facevano ai margini delle strade al mio passaggio.

Segretario della Camera del lavoro era Mario Scardova, che, il giorno della Liberazione, fece il suo ingresso in Luzzara sopra un cavallo bianco tra due ali di popolo plaudente.

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a cura di Mario Valentini

Con Alfredo Gianolio ci siamo frequentati spesso nel corso degli anni ’90, quando a Modena facevamo Il Semplice. Di recente ho ripreso contatto con lui per un articolo destinato a OOA, la rivista dell’Osservatorio Outsider Art di Palermo, in cui avevo pensato di parlare delle vite di artisti naif da lui raccolte e trascritte.

Gli ho rivolto diverse domande via mail, incentrate, oltre che sui pittori naif, sulle sue frequentazioni con Cesare Zavattini. Le ha eluse tutte, con la grazia e l’ironia che gli sono proprie da sempre, tirando fuori però un racconto di quei fatti che mi sembra bello.

Il racconto è uscito sul n. 7 di OOA (www.glifo.com) come pezzo autonomo, anticipando l’articolo per il quale sarebbe dovuto essere del semplice materiale di lavoro. (Fonte immagine)

di Alfredo Gianolio

Il mio incontro con Cesare Zavattini fu casuale, dovuto al fatto che, verso il 1950, settimanalmente mi recavo presso la Camera del Lavoro di Luzzara dove si trovava il mio recapito di avvocato. Provenivo da Reggio Emilia, inizialmente con una “Lambretta” e quindi con una vecchia “Wolksvagen”, dal minuscolo lunotto anteriore, forse un residuato bellico, che incuriosiva i bambini, i quali si facevano ai margini delle strade al mio passaggio.

Segretario della Camera del lavoro era Mario Scardova, che, il giorno della Liberazione, fece il suo ingresso in Luzzara sopra un cavallo bianco tra due ali di popolo plaudente.

Mario Scardova (padre di Roberto, giornalista per molti anni della RAI) aveva in sé ben equilibrate le doti della fermezza e dell’equilibrio, poste al servizio dei braccianti che, lungo il Po e il Cavo Fiuma, lottavano strenuamente per poter strappare giornate di lavoro ai proprietari terrieri. Fu Mario Scardova a presentarmi a Cesare Zavattini, che aveva un appartamento sovrastante un bar recante il suo nome su un’elegante insegna, della quale – lui che era così riservato – si compiaceva perché gli ricordava l’impegno profuso dai suoi genitori proprio in quel bar, oltre che in un’osteria e in un forno. Nell’incontro che ebbi in quell’occasione la poesia e l’arte non c’entravano per nulla. Si trattava di scrivere una lettera raccomandata per una piccola e rara questione legale. Zavattini amava stare lontano dai tribunali. Ammise di aver interrotto all’Università di Parma gli studi di giurisprudenza non sentendosi di fare l’avvocato per non dire delle bugie.

Mi aveva raccontato Renato Bolondi, allora sindaco di Luzzara, che Zavattini non aveva il cuore in pace finché non avesse recuperato i mobili che erano appartenuti alla sua famiglia, mobili che erano andati dispersi dopo varie vicissitudini. Bolondi lo portò con la sua Cinquecento da ogni parte. Chiedevano a tutti, sbirciavano dalle finestre, allungavano il collo negli androni. Le speranze erano ormai svanite quando Cesare finalmente riconobbe, nella bottega di un artigiano, le spalliere del letto matrimoniale dei suoi genitori, letto dove lui era nato. Dietro le spesse lenti dei suoi occhiali si vedevano luccicare alcune lacrime. In segno di gratitudine disse a Bolondi: “Se vado nella luna, il primo che saluto sei tu!”.

I rapporti con Luzzara, specialmente all’inizio, non furono per lui facili. Lo consideravano una “testa matta” in quanto, come diceva il suo barbiere-poeta Guido Sereni, i luzzaresi erano convinti che si potesse fare fortuna soltanto col commercio del formaggio grana e dei suini. Avendo voluto seguire altre strade, ritenute impraticabili, era considerato un “figliol prodigo”.

Zavattini, per riconciliarsi definitivamente con Luzzara ebbe un’idea geniale. Bandì il concorso “Luzzara che ride”. La miglior storiella sarebbe stata premiata. La commissione giudicatrice era formata da grossi nomi: Orio Vergani, Raffaele Carrieri, Arturo Tofanelli, Guido Aristarco e Gianfranco Fusco. Furono esaminate ben 800 storielle. Ricordo che il cinema Gardinazzi era stipatissimo quando il primo ottobre 1956 Alberto Sordi lesse, dopo la proiezione del film neorealista “Il tetto”, le storielle prescelte.

Mi ero sentito fortunato perché avevo fatto parte di una ristretta schiera di amici luzzaresi di Zavattini che lo accoglievano quando giungeva da Roma. Gli incontri erano spesso conviviali e gastronomici. La conversazione non era circoscritta a questioni specialistiche, anche perché Zavattini non voleva fare della cultura un campo privilegiato per eletti, ma anzi intendeva che venisse il più possibile allargata, in quanto, come proclamò nel suo film “La veritàà”, la cultura di pochi aveva fallito.

Zavattini costruiva i suoi valori, letterari, poetici e pittorici, sull’eguaglianza, come condizione di partenza che non doveva essere negata ad alcuno, senza ammettere privilegi di scuola o di natura economica e sociale. Non sopportava le gerarchie, le rendite intellettuali precostituite. Ebbe anche lo scrupolo di non privilegiare Luzzara, tanto che, quando Paul Strand gli propose un libro di immagini e parole su un paese, avrebbe voluto chiudere gli occhi e indicare con un dito una località a caso sulla carta geografica.

Entrai nell’orbita culturale di Zavattini quasi inconsapevolmente, collaborando alle sue innumerevoli iniziative, non tutte condotte a termine, per essere sovrabbondanti e non sempre comprese.

“Un paese vuole conoscersi”, manifestazione progettata per Luzzara, fu realizzata a Sant’Alberto di Romagna. Una sorta di autocoscienza della popolazione locale che doveva estrarre dalle proprie case documenti, fotografie, dipinti, lettere e ogni altro elemento attraverso il quale ricostruire le vicende e i problemi economici e sociali dei loro luoghi in una visione dal basso. Ne scrissi su l’Unità del 18 aprile 1976.

Un’altra idea di Zavattini, già in dirittura di arrivo in quanto approvata dall’Amministrazione Provinciale di Reggio Emilia, non fu realizzata per un divieto pervenuto dall’alto, dal Comitato burocratico di controllo. Non ritenne che, avendo carattere culturale, rientrasse “tra le finalità istituzionali della Provincia”. Si trattava del “Libro delle cento parole che fanno e disfanno il mondo”, libro che doveva entrare in ogni casa. La spiegazione del significato di ogni parola era affidata a note personalità. Ne cito alcune: Alberto Asor Rosa, Ignazio Butitta, Renzo Renzi, Franco Ferrarotti, Renato Barilli, Carlo Bernardini, Guido Aristarco, Nanni Scolari, Goffredo Parise, Alberto Moravia, Enzo Siciliano, Rossana Rossanda, Natalino Sapegno, Valentina Fortichiari, Emma Bonino, Alberto Arbasino, Rolando Cavandoli, Giorgio Bocca, Italo Calvino…

Io, una sorta di segretario, corrispondevo con Zavattini. Partecipai ad alcune riunioni presiedute dall’assessore prof. Giorgio Cagnolati. Il libro delle cento parole stava per essere varato, ma vi fu uno stop proveniente dall’alto. A nulla valse che fosse l’occasione per celebrare degnamente l’ottantesimo compleanno del grande Cesare.

Il mio rapporto con Zavattini fu molto intenso, starei per dire simbiotico, quando lo seguii nel mondo dei pittori naif, facendo anche parte, dal 1979, della Giuria del Premio nazionale che si celebrava a Luzzara alla mezzanotte dell’ultimo dell’anno. Zavattini attribuiva alla nebbia un effetto magico e sembrava che essa, per i pericoli che rappresentava, anziché respingere, con il suo fascino attraeva molti visitatori, che giungevano anche da lontano. Una notte vi accompagnai da Reggio sulla mia Renault 5 lo scrittore, membro della giuria, Raffaele Crovi, arrivato in treno da Milano.

L’apprezzamento dei naif nasceva in Zavattini dal suo egualitarismo. Lo aveva dichiarato a Bruno Rovesti di Gualtieri in una sua trasmissione alla RAI: “Ti voglio dire che i naif sono degni di partecipare alle più grandi manifestazioni artistiche ufficiali, come la Biennale e la Quadriennale. Deve finire questa discriminazione che fa del naifismo uno specie di ghetto… Ci sono però tra i naif dei pittori che non valgono niente, ci sono gli imitatori che tra i cattivi pittori sono i peggio che si possono immaginare, ma quelli che creano, che hanno un loro mondo, un loro stile non sono da meno degli artisti celebrati nell’arte ufficiale”.

Entrai in presa diretta con i naif andando a registrare dalla loro viva voce le vicende della loro vita, le così dette “nastrobiografie”, che pubblicai sul “Bollettino dei naif”, l’organo del Premio Nazionale e del Museo di Luzzara del quale ero redattore. Un periodico trimestrale che uscì negli anni Settanta-Ottanta, molto umile e semplice, tirato a ciclostile. Non disdegnò di apporvi la sua firma, in qualità di direttore responsabile, lo stesso Cesare Zavattini, che, secondo il suo stile, non badava a formalità.

Dopo circa vent’anni Daniele Benati, amico di mio figlio Aldo, mi disse che quelle “nastrobiografie” potevano interessare l’“Almanacco delle prose Il Semplice”, la rivista Feltrinelli formato libro, la cui redazione si teneva a Modena, con la partecipazione, tra i vari provenienti da diverse parti d’Italia, di Gianni Celati e Ermanno Cavazzoni. Le “nastrobiografie”, ampliate, sono così risuscitate. Richiamate in vita per la terza volta, sono state pubblicate, quali “Vite sbobinate”, da “Incontri Editrice” di Sassuolo. Accresciute, sono risuscitate per la quarta volta, e si spera l’ultima, nell’ottobre del 2013 per un miracolo di “Quodlibet – Compagnia Extra”. Sembra che sopravvivano nel fuoco come le salamandre.

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Reinfetazione: la “nuova arcadia democratica” https://minimaetmoralia.it/interventi/reinfetazione-la-nuova-arcadia-democratica/ https://minimaetmoralia.it/interventi/reinfetazione-la-nuova-arcadia-democratica/#respond Wed, 07 May 2014 15:43:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20577 Questo pezzo è uscito su Artribune.

Stiamo vivendo un momento italiano che è stato paragonato utilmente a quello dell’8 settembre: di sbandamento e di ripiegamento. Vivere un cambiamento senza esperire questo cambiamento, senza adottarlo nella propria testa e nella propria vita, è del resto – come la rimozione, che nutre questo processo - una delle nostre passioni inveterate.

È la reinfetazione di cui scriveva nel dicembre scorso Barbara Spinelli, un imbozzolarsi individuale e collettivo, una regressione guidata dalla paura e dallo sconforto: “Reinfetazione è quando ti rifai feto: torni nella pancia, il cordone ombelicale ti tiene al guinzaglio. Finché non nasci, resti stabile tu e anche chi comanda: «Con annunci drammatici, decreti salvifici, complicate manovre, la classe dirigente si presenta come l’unica legittima titolare della gestione della crisi» (Censis)” (Il vizio dell’8 settembre, “la Repubblica”, 11 dicembre 2013)...

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Il Governo Renzi

Questo pezzo è uscito su Artribune.

…enorme è la forza d’inerzia dei vecchi  regimi, anche se incartapecoriti.

Barbara Spinelli

…sono tanti i politici estinti dalla rivoluzione permanente che abbiamo vissuto in questi anni. E quando gli incontentabili follower mi rimproverano su Twitter che invitiamo sempre gli stessi, sembrano non accorgersi che l’album delle figurine tv è cambiato molto.

Corrado Formigli

Stiamo vivendo un momento italiano che è stato paragonato utilmente a quello dell’8 settembre: di sbandamento e di ripiegamento. Vivere un cambiamento senza esperire questo cambiamento, senza adottarlo nella propria testa e nella propria vita, è del resto – come la rimozione, che nutre questo processo – una delle nostre passioni inveterate.

È la reinfetazione di cui scriveva nel dicembre scorso Barbara Spinelli, un imbozzolarsi individuale e collettivo, una regressione guidata dalla paura e dallo sconforto: “Reinfetazione è quando ti rifai feto: torni nella pancia, il cordone ombelicale ti tiene al guinzaglio. Finché non nasci, resti stabile tu e anche chi comanda: «Con annunci drammatici, decreti salvifici, complicate manovre, la classe dirigente si presenta come l’unica legittima titolare della gestione della crisi» (Censis)” (Il vizio dell’8 settembre, “la Repubblica”, 11 dicembre 2013)…

Ma forse, per comprendere dove e chi siamo, ci troviamo più precisamente dalle parti del passaggio storico successivo al 25 luglio 1943. Di quei “cinquanta giorni di Badoglio” che rappresentano la vera sospensione in cui ci troviamo, la negazione del passato alle spalle e delle sfide dolorose e impellenti che stanno davanti. Un interregno storico e psichico – mai abbastanza indagato e analizzato, al contrario della lunga notte tra ’43 e ’45 – che Leo Longanesi descriveva così, efficacemente e crudamente: “Colti da una strana euforia, pronunciamo la parola libertà con accento quarantottesco e ci sentiamo un po’ tutti personaggi storici. A un tratto, dimentichiamo di avere seguito o almeno ubbidito a Mussolini, e che il buon tiranno, cadendo, ha portato con sé venti anni della nostra giovinezza. (…) Assumere atteggiamenti decisi significherebbe correre rischi che nessuno vuole affrontare: una situazione tragica non ammette che decisioni tragiche, ma si preferisce ripiegare nel compromesso per acquistare tempo” (In piedi e seduti, Longanesi 1980, pp. 185-186); “Gli italiani sorridono non perché sia caduto il tiranno, ma perché sperano nella pace. Alla dichiarazione di Badoglio: la guerra continua, nessuno crede seriamente (…). E per cinquanta giorni l’Italia non trova di meglio che astrarsi nella nuova arcadia democratica. Il nove agosto Milano è bombardata e il dieci è abolito il fascio sui biglietti di banca: gli avvenimenti procedono paralleli in questo alternarsi di tragedia e di farsa” (ivi, p. 188).

E che cosa stiamo vivendo – in termini ovviamente meno tragici, ma precisi in termini di psiche collettiva – se non questa esatta alternanza, questa oscillazione, questa “nuova arcadia democratica”? Un’arcadia che si fonda sulla rimozione di cambiamenti ogni volta annunciati e ogni volta congelati, rimandati; sul cercare di trasmettere la vecchia Italia nel nuovo tempo (operazione destinata al fallimento interno, come sempre vero nucleo del successo esterno, esteriore, apparente), ogni volta e in ogni epoca, senza generare per questo una nuova Italia.

La disfunzionalità è il cuore della nostra vita collettiva.

Così, sin dall’epoca di Tangentopoli di cui si è appena celebrato il ventennale, non ci siamo mai mossi da una situazione che ha purtroppo tutte le caratteristiche di un presente perpetuo, sempre uguale a se stesso; un presente che gira a vuoto e si avvita su se stesso – espellendo e introiettando comparse. Siamo rimasti intrappolati, in larga parte, “nella terra di nessuno, fra la doppia costituzione, la doppia morale di un paese schizoide” (Giorgio Bocca, Metropolis, Mondadori 1993, p. 4).

Attorno a noi si modificava un mondo, crudelmente: attorno alla desolazione immobile, pietrificata dell’Italia si agitava la desolazione turbolenta, impetuosa dell’Occidente. A rotta di collo verso un’intersezione che si è materializzata in questi ultimi anni.

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Piazza Fontana, Pinelli e Calabresi https://minimaetmoralia.it/estratti/john-foot-fratture-ditalia/ https://minimaetmoralia.it/estratti/john-foot-fratture-ditalia/#comments Mon, 13 Jan 2014 15:02:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17474 Il racconto della recente storia d’Italia, e in particolare degli anni segnati dalla strategia della tensione, è parte sostanziale della ricerca di John Foot sulla memoria divisa e sul suo uso pubblico. Pubblichiamo, ringraziandolo, il capitolo su Piazza Fontana, Pinelli e Calabresi contenuto nel volume Fratture d'Italia. Da Caporetto al G8 di Genova. La memoria divisa del Paese.

di John Foot 

Due o tre fatti...Venerdì 12 dicembre, 1969. 16,37. Una bomba esplode nella Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana, Milano. La banca è affollata di coltivatori diretti e altri clienti. Quattordici persone muoiono sul colpo, e altre due in ospedale poco dopo la strage. Ci sono ottantotto feriti. Lo stesso pomeriggio, tre bombe esplodono a Roma causando diversi feriti. Un’altra bomba è trovata inesplosa nella sede centrale della Banca Commerciale a Milano. La televisione statale diffonde le notizie alle 20,30. Si procede a retate di attivisti di sinistra in tutta Italia, con circa quattromila fermi e interrogatori. Anche Giuseppe «Pino» Pinelli, anarchico milanese, è convocato in Questura a Milano per essere interrogato.

15 dicembre, 1969. Si celebrano i funerali delle vittime della strage. Piazza Duomo e tutte le strade circostanti sono stracolme di gente. Quello stesso pomeriggio è arrestato al Palazzo di Giustizia di Milano l’anarchico Pietro Valpreda, portato poi a Roma per essere interrogato sulle bombe. Intorno a mezzanotte, Pinelli precipita dal quarto piano degli uffici della Questura di Milano. Il funzionario di polizia responsabile delle indagini sulla bomba di piazza Fontana è Luigi Calabresi. Pinelli muore mentre lo stanno portando in ospedale.

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Il racconto della recente storia d’Italia, e in particolare degli anni segnati dalla strategia della tensione, è parte sostanziale della ricerca di John Foot sulla memoria divisa e sul suo uso pubblico. Pubblichiamo, ringraziandolo, il capitolo su Piazza Fontana, Pinelli e Calabresi contenuto nel volume Fratture d’Italia. Da Caporetto al G8 di Genova. La memoria divisa del Paese. (Fonte immagine)

La strage di piazza Fontana è un romanzone angosciante, pieno di morti, di personaggi sul filo dell’invenzione, di povere vittime incolpevoli e anche di uomini che, come succede nei grandi casi della vita, scoprono se stessi e lottano in nome della verità e della giustizia. È anche il romanzo di una società. Milano soprattutto, divisa in due, gonfia di passioni, di fervori, di odii, vitali e faziosi, una piccola Parigi dei tempi del caso Dreyfus, così come la descrive Proust.

Corrado Stajano

 di John Foot 

Due o tre fatti…Venerdì 12 dicembre, 1969. 16,37. Una bomba esplode nella Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana, Milano. La banca è affollata di coltivatori diretti e altri clienti. Quattordici persone muoiono sul colpo, e altre due in ospedale poco dopo la strage. Ci sono ottantotto feriti. Lo stesso pomeriggio, tre bombe esplodono a Roma causando diversi feriti. Un’altra bomba è trovata inesplosa nella sede centrale della Banca Commerciale a Milano. La televisione statale diffonde le notizie alle 20,30. Si procede a retate di attivisti di sinistra in tutta Italia, con circa quattromila fermi e interrogatori. Anche Giuseppe «Pino» Pinelli, anarchico milanese, è convocato in Questura a Milano per essere interrogato.

15 dicembre, 1969. Si celebrano i funerali delle vittime della strage. Piazza Duomo e tutte le strade circostanti sono stracolme di gente. Quello stesso pomeriggio è arrestato al Palazzo di Giustizia di Milano l’anarchico Pietro Valpreda, portato poi a Roma per essere interrogato sulle bombe. Intorno a mezzanotte, Pinelli precipita dal quarto piano degli uffici della Questura di Milano. Il funzionario di polizia responsabile delle indagini sulla bomba di piazza Fontana è Luigi Calabresi. Pinelli muore mentre lo stanno portando in ospedale.

12 dicembre, 1970. Imponenti manifestazioni si tengono a Milano e in tutta Italia. L’ultrasinistra lancia lo slogan «La strage è di Stato». Ci sono scontri di strada per ore nel centro di Milano, nei dintorni di piazza Fontana.

17 maggio, 1972. Calabresi è ucciso a colpi di pistola davanti a casa sua a Milano.

17 maggio, 1973. Il busto di Calabresi è inaugurato nel cortile della Questura di Milano. Mentre sta finendo la cerimonia, viene lanciata una bomba sulla folla, obiettivo il ministro degli Interni Mariano Rumor, presidente del Consiglio all’epoca della strage di piazza Fontana. L’ordigno cade su un gruppo di presenti: quattro gli uccisi, quarantasei i feriti. Il bombarolo, Gianfranco Bertoli, sostiene di essere un anarchico, ma ci sono prove schiaccianti che lo collegano ai servizi segreti e all’estrema destra.

Una città divisa, un passato contestato

Gli eventi del 1968, la bomba di piazza Fontana nel 1969, la morte di Pinelli, il caso Valpreda, ebbero tutti un impatto centrale sulla città di Milano. In tutto quel periodo, la città visse una divisione profonda, non solo riguardo all’impatto politico di queste vicende, ma anche rispetto alle vicende stesse. I fatti, come la loro interpretazione politica, furono e sono tuttora messi in discussione. Questa spaccatura si evidenziò in diverse maniere. In modo palese, durante manifestazioni e campagne politiche, ma anche in altri momenti pubblici e privati. Funerali, cerimonie, anniversari, commemorazioni, lapidi e pietre tombali, opere artistiche, teatrali e cinematografiche – tutto questo era vissuto in città secondo le interpretazioni diverse e contrapposte di questa tragica sequela di eventi. Inoltre, lo spazio fisico connesso agli eventi di piazza Fontana divenne anch’esso un notevole territorio di polemica e di scontro. La piazza stessa fu l’arena di numerose manifestazioni spesso violente, come pure gli altri luoghi in città legati in modo più o meno rilevante alla strage: il Palazzo di Giustizia, la Questura, la casa di Calabresi, il Duomo. Con il passar del tempo, questi conflitti divennero conflitti sulla memoria, sull’oblio, sulla giustizia. Gli «anni di piombo» dei due decenni successivi, caratterizzati dal terrorismo sia di destra sia di sinistra, hanno contribuito notevolmente a creare un processo di crescente confusione riguardo agli eventi di piazza Fontana.

Nel 1991 Corrado Stajano – uno dei giornalisti più impegnati a far chiarezza sulla strage e sui fatti da essa derivati – si chiedeva preoccupato sulla rivista satirica «Cuore» se i giovani degli anni Novanta sapessero qualcosa riguardo a piazza Fontana. Le sue perplessità, intitolate provocatoriamente Piazza Lontana, si rivelarono effettivamente fondate, con la pubblicazione la settimana seguente di una serie di articoli sulle bombe scritti da alcuni studenti. Era chiaro che molti non avevano la più vaga idea riguardo ai fatti del 12 dicembre e alle loro conseguenze. La maggioranza attribuiva la tragedia alle Brigate Rosse, gruppo terroristico di estrema sinistra, nato solo agli inizi degli anni Settanta. Altri semplicemente ammettevano la loro totale ignoranza. Sia l’editore del giornale che i professori rimasero allibiti.

Uno degli obiettivi di questo lavoro è quello di esaminare come e perché questo sia potuto succedere. È mai possibile che gli eventi violenti, controversi, e scioccanti del 1969 e quanto ne seguì siano stati dimenticati e persino ignorati? In che modo possiamo conciliare la centralità del 12 dicembre 1969 – centralità sottolineata da tutti quelli che hanno scritto sul tema – con l’apparente indifferenza della generazione degli anni Ottanta?

Iniziamo dal caso Pinelli. Sin dalla morte di Pinelli nel dicembre del 1969, ci sono state controversie su come fosse morto, e perché. Sugli stessi fatti non è mai stato raggiunto un accordo. Esistono numerose versioni e ne spuntano di nuove, quasi quarant’anni dopo il tragico evento. Queste divisioni hanno continuato a separare i modi in cui Pinelli è ricordato: esistono infatti due lapidi molto simili dedicate all’anarchico, ubicate nello stesso posto, ma con messaggi differenti sulle circostanze della sua morte. Una prima linea divisoria può essere tracciata tra due contrastanti versioni della drammatica «caduta» di Pinelli dalla finestra della Questura nel 1969. La polizia dichiarò immediatamente che Pinelli si era suicidato, aggiungendo (falsamente) che era «profondamente compromesso» con l’attentato di piazza Fontana. Intanto, ben presto si iniziò a sospettare che le cose fossero andate diversamente.

Prese così forma un’altra versione, secondo cui Pinelli era stato assassinato. Le prove di questa versione risiedono soprattutto nel groviglio di menzogne e nelle versioni confuse rilasciate dalla polizia, e nel rifiuto di credere che Pinelli fosse il tipo di persona che potesse suicidarsi. Inoltre, molti accusarono la polizia della morte di Pinelli, indipendentemente dal fatto che fosse stato assassinato o meno. Dopotutto, era stato trattenuto illegalmente, per un crimine con cui non aveva nulla a che fare, ed era stato sottoposto a interrogatori per tre giorni e tre notti. Versioni più estreme parlano di torture di vario genere. La polizia negò qualunque sopruso. L’ultima parola giudiziaria sul caso Pinelli arrivò nel 1975, e fu un compromesso tra le due versioni generali offerte dalla polizia e dal «movimento».

Secondo la giustizia italiana, Pinelli non si era suicidato né era stato ucciso. Era stato colto da «malore», in parte dovuto al trattamento da parte della polizia, ed era «caduto» dalla finestra, morendo. «L’aria della stanza è greve, insopportabile. Apre il balcone, si avvicina alla ringhiera per respirare una boccata d’aria fresca, un’improvvisa vertigine, un atto di difesa in direzione sbagliata, il corpo ruota sulla ringhiera e precipita nel vuoto. Tutti gli elementi raccolti depongono per questa ipotesi.» Questa versione non soddisfò praticamente nessuno, e da allora è sempre stata ridicolizzata. Non abbiamo ancora un’idea chiara di quello che accadde in quella piccola stanza della polizia la notte del 15 dicembre 1969. Molte persone ne sono a conoscenza, non ultimi i poliziotti che erano lì con Pinelli (la maggioranza dei quali oggi è morta), ma una versione accettabile dei fatti non si è mai materializzata. Questa incertezza non ha fatto altro che esacerbare il conflitto sulla memoria del caso Pinelli, simboleggiata dalla «guerra delle lapidi» a Milano dopo il 2006.

La morte di Pinelli divenne un evento centrale negli anni Settanta in Italia, per tutta una serie di ragioni storiche e culturali. Primo, la natura tragica, quasi cinematografica, dell’evento destò interesse e dibattiti, così come i raffazzonati tentativi di copertura e le menzogne della polizia, facilmente confutabili. Secondo, la morte di Pinelli era intimamente collegata ad altri eventi scioccanti di quel periodo – la strage di piazza Fontana per cui fu arrestato, ma anche l’omicidio nel 1972 dell’ispettore di polizia Luigi Calabresi, accusato da molti dell’«assassinio» di Pinelli. Terzo, la natura del caso Pinelli si accordava con la mitologia e la storia della sinistra. Molti tracciarono dei paralleli con la morte inspiegata di altri anarchici in circostanze simili in Italia e negli Stati Uniti. La «caduta» di Pinelli si inseriva in una storia più ampia, suscitando memorie e passioni che andavano oltre l’evento in sé. Infine, il caso Pinelli era un giallo affascinante, con svolte improvvise e colpi di scena, misteri e travisamenti, e un cast di loschi personaggi. L’iconografia di Pinelli fu potente, e ispirò quadri, libri, film, rappresentazioni teatrali, poesie e canzoni.

La campagna per il suo personaggio si trasformò rapidamente in una componente cruciale del movimento per la giustizia (e per la vendetta) legato alla strage di piazza Fontana e alla «strategia della tensione». Inoltre, la campagna tenne il caso aperto, con la creazione di immagini indimenticabili e la riesumazione di macabri dettagli. Una serie di miti entrò a far parte del folklore della sinistra. Il caso Pinelli comprendeva anche altri personaggi che contribuivano alla natura drammatica della vicenda, prima tra tutti la moglie, Licia, e le loro due giovani figlie. A pochi mesi dalla sua morte, il caso Pinelli era diventato parte integrante dell’identità della sinistra. Schierarsi politicamente significava prendere posizione sul caso Pinelli. Qui non era ammessa nessuna zona grigia. Il linguaggio in quanto tale divenne oggetto di discussione, una linea divisoria tra destra e sinistra. Per molti, Pinelli non era solo caduto, piuttosto era «stato fatto cadere», era «stato fatto suicidare», «stato fatto precipitare». Furono i corpi a dominare il caso Pinelli. Le foto del suo cadavere furono sfruttate per i manifesti propagandistici prodotti dalla sinistra. Le sue ferite, o presunte tali, furono analizzate nel minimo dettaglio, così come le diverse fratture.

Un potente mito diffuso dalla sinistra – che Pinelli fosse stato ucciso da un colpo di karate – derivò dall’esame di un gonfiore sulla spalla dell’anarchico. La radiografia della sua schiena fu pubblicata sui giornali. Tutti conoscevano l’esatta altezza di Pinelli: un metro e sessantasette centimetri. Il corpo di Pinelli fu seppellito, poi riesumato per nuove autopsie, poi riseppellito, riesumato di nuovo e infine sepolto a Carrara. La prima riesumazione fu descritta con minuziosi e cruenti dettagli su tutti i principali quotidiani. Un manichino che rappresentava Pinelli fu gettato quattro volte da una finestra di fronte a fotografi e cameraman. Il tragitto di Pinelli per l’ospedale fu ripercorso dal giudice che investigava sul caso. Immagini del volto di Pinelli dominarono manifestazioni, manifesti e necrologi per anni. Nonostante le varie indagini e la sentenza del 1975, molti restarono convinti che Pinelli fosse stato assassinato. Dal 1969 i casi di Pinelli e di piazza Fontana hanno ispirato libri, articoli, campagne, canzoni, manifestazioni, inchieste pubbliche, romanzi, rappresentazioni teatrali, dipinti e monumenti, alcuni dei quali saranno discussi in questa sede.

Negli anni Settanta sorsero profonde divisioni in città sull’interpretazione di piazza Fontana e della morte di Pinelli. Molti hanno paragonato Milano dopo il 1969 alla Parigi del caso Dreyfus. Il periodo successivo alla strage fu segnato da conflitti su tutte le forme di memoria, incluse lapidi, memorial e monumenti. Come ha scritto Van Hass nel suo studio sul Vietnam War Memorial a Washington, le reazioni al «muro» costituiscono una sorta di «instancabile memoria […] una conversazione sull’America post-Vietnam» e una «continua negoziazione pubblica su patriottismo e nazionalismo». Ma alcuni memorial sono più contestati di altri. Molte lapidi meritano a malapena di essere menzionate persino quando vengono scoperte. Conflitti e attenzione nascono quando la lapide è strettamente collegata a recenti controversie politiche e sociali che hanno diviso una città, la società o la nazione. Ovviamente queste riflessioni si applicano anche al caso Pinelli, e non c’è da stupirsi che una lapide dedicata a Pinelli, una piccola e semplice lastra di marmo su cui sono iscritte solo ventitré parole, sia stata la lapide più discussa in tutta la storia della città.

Un altro evento intensificò ulteriormente l’atmosfera creata dalla strage di piazza Fontana e dal caso Pinelli. Il 17 maggio 1972 Luigi Calabresi, il poliziotto che aveva arrestato Pinelli nel 1969, fu freddato fuori da casa sua a Milano, mentre stava andando a lavorare. Un’immensa folla partecipò al suo funerale. Malgrado le lunghe indagini della polizia, nessuno fu accusato dell’omicidio. La campagna della stampa (in particolare quella del giornale «Lotta Continua») contro Calabresi fu ritenuta da molti responsabile del suo omicidio, e giornalisti come Camilla Cederna furono accusati di essere i «mandanti morali» dell’esecuzione. L’omicidio di Calabresi divenne l’oggetto di una seconda straordinaria serie di processi e campagne alla fine degli anni Ottanta, quando tre ex militanti dell’organizzazione di sinistra Lotta Continua furono arrestati, accusati e alla fine incarcerati per l’omicidio del poliziotto. La storia delle memorie legate al caso Calabresi mette in ombra quelle legate a Pinelli. È quasi impossibile raccontare uno dei due episodi senza fare riferimento all’altro. I dibattiti sulla loro memoria erano teoricamente separati, ma di fatto i due casi erano intrecciati. Come vedremo, spesso le domande di riconoscimento della «verità» da una delle due parti coincidevano con richieste di rimozione o alterazione delle memorie dell’altra. Memorie e commemorazioni erano divise, ma vivevano in simbiosi, in un continuo gioco di rimandi. Tali dibattiti si focalizzavano spesso sulla memoria pubblica.

Cinque lapidi

12 dicembre 1973

Nel quarto anniversario della strage di piazza Fontana, una lapide fu inaugurata sul prato davanti alla banca, in un’atmosfera di «totale tranquillità»: undici corone furono collocate alla base della lapide, che riportava questa semplice iscrizione:

Milano popolare e democratica a ricordo e monito pone
(nomi delle vittime)
Vittime della strage di piazza Fontana
12 dicembre 1969 – Milano – 12 dicembre 1973
Comitato permanente per la difesa antifascista
dell’ordine repubblicano

15 dicembre 1975

La prima lapide dedicata a Pinelli è collocata a piazzale Lugano a Milano da anarchici milanesi. L’iscrizione sul marmo è la seguente:

Nel sesto anniversario
dell’assassinio di Giuseppe Pinelli
gli anarchici milanesi
testimoniano
che non archivieranno
questo delitto di Stato
15 dicembre 1975

16 dicembre 1977

Quella sera un modesto gruppo di studenti militanti, anarchici ed ex partigiani pone una lapide in memoria di Giuseppe Pinelli sul prato davanti alla banca di piazza Fontana, accanto a quella delle vittime. L’iscrizione è la seguente:

Giuseppe Pinelli
ferroviere anarchico
ucciso innocente
nei locali della questura di Milano
il 16 dicembre 1969
gli studenti e i democratici milanesi

12 dicembre 1979

A piazza Fontana viene messa una nuova lapide di marmo sul muro della banca, il giorno del decimo anniversario del massacro. Questa lapide riportava un’iscrizione diversa da quella del 1973 che veniva a sostituire e che era stata tolta. I nomi delle vittime furono letti ad alta voce mentre si scopriva la lapide durante una solenne cerimonia. Ecco l’iscrizione:

In questa piazza
luogo di operosi incontri civili
il 12 dicembre 1969
un criminoso attentato
recava tragica sfida
alla città e alle istituzioni
repubblicane.
Milano popolare e democratica
onorava con determinazione
il sacrificio delle vittime
innocenti mobilitandosi
contro l’attacco eversivo
e contro ogni tentativo di avventurismo autoritario
a riconferma dell’attualità dei valori di libertà e giustizia
cardini del rinnovamento civile e sociale del Paese.
A memoria del sacrificio di
(nomi delle vittime)
Milano pone il 12 dicembre 1979

3 novembre 1989

La lapide di Pinelli fu rimossa per lavori sulla piazza, lucidata, e riposta dove era prima. Il sindacato locale di polizia, dopo i falliti tentativi per rimuoverla definitivamente, collocò un’altra lapide per conto proprio sul muro della caserma di piazza Sant’Ambrogio, dedicata a Luigi Calabresi. Le parole sono:

A ricordo
del commissario
della polizia di Stato
Luigi Calabresi
assassinato
da mani eversive
i poliziotti di Stato
3 novembre 1989

Tre commemorazioni

Dopo proteste di manifestanti e dei familiari delle vittime, una lapide fu finalmente posta nel 1973 per commemorare le vittime della bomba di piazza Fontana. La lapide fu collocata sul prato davanti alla banca. Diventò il punto centrale di manifestazioni ufficiali da quel momento in poi, anche se ci furono polemiche al momento della scoperta nel 1973, quando le famiglie delle vittime si lamentarono di «non essere state invitate» alla cerimonia inaugurale. Il Comitato replicò che aveva voluto un’inaugurazione pubblica, senza inviti ufficiali. L’iscrizione era semplice e tradizionale. Nessuno ebbe da lamentarsi della lapide in sé, ma furono in molti a notare la sua posizione piuttosto marginale nella piazza.

Nel 1977, dopo una discussione fra quello che era rimasto del movimento studentesco del Sessantotto, alcuni partigiani e gli anarchici, una lapide non ufficiale a Pinelli fu messa durante una manifestazione nella piazza, vicino a quella ufficiale (pare che gli organizzatori volessero collocarla fuori dal Comando dei vigili sulla piazza, e poi sul muro della banca stessa, ma nessuno di quei posti fu loro concesso). Nelle parole di Mario Martucci, studente attivista e tra gli organizzatori della realizzazione della lapide: «La collocazione nella piazza era un fatto obbligato che nasceva dalla verità dell’accaduto; c’erano le lapidi per le vittime della bomba e considero Pinelli doppiamente vittima di chi volle e organizzò l’attentato». Quelli che avevano contribuito a erigere la lapide informarono la polizia e le autorità locali, e la mancata azione da parte di questi suggerì una tacita accettazione. Legalmente, tuttavia, la lapide era «abusiva», ossia senza un permesso ufficiale scritto.

L’evento ebbe poca ripercussione sui giornali, anche sulla stampa rivoluzionaria, in quel momento. Ma quasi subito dopo le proteste cominciarono ad aumentare. La Democrazia cristiana annunciò ufficialmente che la lapide doveva essere rimossa immediatamente, e si lamentò dell’«arbitraria posa di una lapide in piazza Fontana […] dove viene ancora una volta strumentalizzata la memoria di un cittadino innocente, Pinelli». Perché tutte queste proteste? Il problema era che la lapide rappresentava solo una versione della storia di Pinelli. L’anarchico era stato «ucciso» nei «locali della Questura». Questa versione non era stata provata da nessuna inchiesta giudiziaria, ma era anche la versione che la maggioranza delle persone coinvolte nel caso Pinelli credeva fosse quella giusta. La lapide presentava dunque un aspetto di una vicenda estremamente contestata che aveva diviso la città, e la presentava come un fatto incontestabile.

È per questo che la lapide ha provocato tante controversie. Attraverso gli anni furono diversi i tentativi di rimuoverla da parte di magistrati, organizzazioni di polizia e gruppi politici, risultanti in manifestazioni, presidi e dibattiti a favore della stessa. Gli anniversari in commemorazione di Pinelli cominciarono a focalizzarsi attorno alla lapide, intanto che la partecipazione diminuiva. La lapide divenne l’unico mezzo di mantenere viva, almeno in parte, la memoria di Pinelli. La memoria su quanto era accaduto a Pinelli era divisa, ma solo una delle due parti di quella memoria aveva assunto la forma di un oggetto commemorativo.

Nel 1981 la lapide fu trovata a pezzi una mattina dai vigili urbani (presumibilmente per opera dei fascisti). L’organizzazione originaria fece costruire una lapide nuova, che fu ricollocata con una cerimonia. Nel 1986 il sindaco Tognoli dovette ammettere che la lapide mancava di autorizzazione ufficiale. L’anno dopo il sindaco Pillitteri scatenò notevoli polemiche con l’annuncio della necessaria rimozione della lapide, e della sua eventuale sistemazione nel Museo di Storia contemporanea di Milano. L’argomentazione del sindaco era che nel 1987 la lapide era diventata ormai parte della storia. Si sbagliava. Seguirono imponenti manifestazioni. Dario Fo organizzò una serie di repliche del suo pezzo teatrale Morte accidentale di un anarchico che ebbe inizio a tempo record, in dicembre. Fo dichiarò: «Non mi andava di accettare passivamente la rimozione della lapide di Pinelli». Altri sostenevano che quel museo copriva il periodo fino alla Resistenza, e che la lapide di Pinelli sarebbe sicuramente finita nei sotterranei. Martucci, uno dei responsabili della lapide, dichiarò che «togliere la lapide da piazza Fontana significa ammazzare Pinelli, perché un uomo muore quando si cancella anche il suo ricordo; noi dicevamo che la storia si scrive sulle piazze; oggi c’è chi vorrebbe farci credere che la si impara nei musei». Pillitteri fece marcia indietro. La lapide rimase al suo posto. Importava.

La più recente minaccia alla lapide arriva nel 1989, con una campagna da parte di uno dei sindacati di polizia a favore di un’altra dedicata a Calabresi. Dopo aver minacciato di rimuovere loro stessi la lapide a Pinelli, o di porre quella di Calabresi vicino, i sindacati ritrattarono, collocando la loro lapide a Calabresi (ancora una volta senza permesso ufficiale) nella caserma di piazza Sant’Ambrogio.

La lapide a Pinelli torna ancora a essere il centro dell’attenzione nel 1994. Lavori nella piazza rendono necessaria la rimozione temporanea della lapide. Ci fu una mozione di un consigliere di sinistra per ottenere la garanzia che fosse rimessa al suo posto non appena finiti i lavori. Grazie all’astensione della Lega, la mozione passò, dando status istituzionale a una lapide che non era mai stata ufficiale. Altre richieste esigevano un cambiamento nelle parole della lapide dedicata a Pinelli (per esempio «morto innocente nei locali della Questura»), o l’eliminazione di alcune frasi «controverse». Alcuni presero la legge nelle loro mani, alterando le parole sulla lapide. I dibattiti sulla lapide a Pinelli riflettono le divisioni aperte in città dopo il 1968-1969, ma le affermazioni a favore della lapide da parte dei sostenitori erano esagerate, e riflettevano quanto questa fosse stata sovraccaricata di valore politico e simbolico. Camilla Cederna dichiarò che rimuovere la lapide avrebbe significato «annullare la storia», Salvatore Veca la descrisse come «un pezzo di memoria collettiva», Mario Spinella insistette che «il suo posto fosse sul luogo della strage». Gli anarchici, che avevano la loro lapide a Pinelli, definirono la tentata rimozione una provocazione e un tentativo di riscrivere la storia. La lapide era non ufficiale e «anarchica», «l’avevamo collocata noi, come atto di sfida, come mezzo per affermare una nostra verità».

Emersero proposte alternative. Una di esse proponeva un monumento congiunto a tutte le vittime di piazza Fontana (un’idea nata dalla sinistra alla fine degli anni Settanta), un’altra faceva riferimento a una meno chiara categoria di «vittime degli anni Sessanta». La lapide a Pinelli (e la richiesta per un monumento a Calabresi) divenne parte dell’identità di differenti generazioni. Era «il nostro passato», «la nostra verità». Concedere spazio a dubbi, consentire a più verità di emergere, significava spazzare via parte di quell’identità. I sessantottini erano ansiosi di difendere quel passato, anche se molti di loro, nel frattempo, erano diventati persone diverse. Nella maggior parte dei casi non erano più militanti politici, ma la lapide di Pinelli era qualcosa per cui volevano ancora combattere. Nel frattempo, una nuova lapide alle vittime era stata collocata sul muro della banca nel 1979. Conteneva una nuova e più lunga iscrizione che faceva diretto riferimento ai funerali delle vittime. Questa lapide non è facile da vedere, perché si fonde con la banca e con il tempo la scritta si va cancellando. La stragrande maggioranza delle persone ci passa davanti senza fermarsi. L’intenzione originaria – «chi passa davanti a piazza Fontana […] ricordi» – sembra sia fallita. Persino i necrologi diventarono politicamente esplosivi in questa atmosfera di tensione creata dal caso Pinelli.

Nel dicembre del 1970 il quotidiano finanziato dallo Stato «Il Giorno» iniziò una tradizione di necrologi gratuiti per Pinelli. I giornalisti del «Giorno» (tra cui Stajano, Marco Nozza e Giorgio Bocca) avevano dedicato molto spazio al caso Pinelli. Gli annunci ogni 12 o 15 dicembre spesso aprivano con una grande foto di Pinelli, e nel momento culminante, all’inizio degli anni Settanta, si arrivò a due e anche tre pagine, a volte divise in regioni. I firmatari includevano giornalisti, sindacalisti, attivisti politici, studenti, preti, magistrati, avvocati, ex partigiani. I necrologi in testa erano spesso dei familiari di Pinelli. «Licia, Silvia, Claudia nel secondo anniversario della morte del marito e padre», 16 dicembre 1971. Molti messaggi affermavano la versione «pro Pinelli» dei fatti – «è “caduto” due anni fa in Questura», 16 dicembre 1971 – mentre altri facevano affermazioni politiche più generiche. Molti sottolineavano il bisogno di «non dimenticare». Questa tradizione apparve in altri giornali di sinistra, come «la Repubblica». Nel 1987, nell’ambito dei dibattiti sulle lapidi, «Il Giorno» pubblicò una grande foto di Pinelli, con le parole «non dimenticano», seguite da circa cinquecento nomi. Nel 1997, in seguito alla nuova gestione del «Giorno», cessò la tradizione dei necrologi gratuiti. Questi necrologi costituivano una forma particolare di commemorazione. Come testimonianza pubblica di lutto e di ricordo, essi occupavano una sorta di area grigia fra il rito religioso e la cerimonia politica. La tradizione divenne famosa, e mobilitò migliaia di persone a mandare messaggi al giornale nei primi anni Settanta. D’altro canto, fece infuriare il settore milanese opposto, in altre parole quelli che sostenevano che Pinelli non fosse stato assassinato.

Dopo la morte di Calabresi, i necrologi furono utilizzati contro quelli che li avevano fatti pubblicare. La rivista di estrema destra «Candido» rieditò la serie di annunci del 1971 del «Giorno» sotto una testata a bandiera con le parole I mandanti morali. Un articolo al vetriolo intitolato Una banda di sciacalli sul cadavere di Pinelli attribuiva ai firmatari dei necrologi la responsabilità del «linciaggio morale» di Calabresi. «La maggior parte degli italiani si riconosce oggi in Calabresi come ieri si riconobbe in Annarumma e non in Feltrinelli né in Valpreda. Gli italiani sanno ancora distinguere, grazie a Dio, i martiri veri da quelli falsi.» I necrologi per Calabresi occuparono intere pagine del «Corriere della Sera» il 20 maggio, ma non diventarono mai un rito politico analogo a quello suscitato dagli annunci per Pinelli sul «Giorno».

Tutti i tipi di commemorazioni, ufficiali e non, riflettevano le linee contrapposte sorte in città dalla strage e dal caso Pinelli. Spesso, specialmente durante gli «anni di piombo», i tentativi non ufficiali di mantenere vivi certi ricordi, o di spingere per una certa versione dei fatti, causarono più controversie e scontro delle asciutte lapidi ufficiali che coprivano la città. Eppure, mentre il movimento svaniva e il caso Pinelli perdeva la sua forza, questi monumenti diventavano centri di attenzione e di riflessione di un movimento più vasto. L’importanza legata alla lapide Pinelli si può comprendere, in quanto rappresenta un’ultima presa di posizione disperata in un’immaginaria battaglia contro la perdita della memoria. È come se l’intero caso, i processi, i dibattiti, le centinaia di libri pubblicati sul tema, fossero stati ridotti a un’amara discussione su qualche parola – «ucciso» o «morto»?, «nei locali» oppure no? La lunga saga della lapide è un segno di come il caso Pinelli non occupi più spazio nei pensieri dei milanesi, né divida la loro città come faceva una volta. Non è più un tema politico immediato e scottante, ma una questione di memoria divisa. Una «parte» si sentì defraudata da una versione politica presentata dalla lapide, la cui presenza stessa era una minaccia alle sue memorie e narrazioni. Nella primavera del 2006 questa «altra» parte ebbe una (breve) vittoria.

Atto finale? Gli eventi del 2006

Proprio quando sembrava che l’intero episodio potesse considerarsi chiuso, ci fu un altro coup de théâtre. Alle quattro del mattino del 18 marzo alcuni membri della giunta locale rimossero in segreto la vecchia lapide a Pinelli e ne affissero un’altra al suo posto. La nuova targa aveva un testo diverso:

Comune di Milano
A Giuseppe Pinelli
Ferroviere anarchico
Innocente morto tragicamente
nei locali della Questura di Milano
il 15 dicembre 1969

La notizia della sostituzione si diffuse velocemente, e seguì un dibattito. Tre giorni più tardi, anarchici e oppositori si riunirono in piazza Fontana per una manifestazione. La sommossa si chiuse con la ricollocazione della vecchia lapide accanto a quella nuova. Tuttavia, questa non era la targa che era stata rimossa dalla giunta, ma una targa più vecchia che era stata sostituita dagli anarchici alcuni anni prima. Ora la piazza aveva due targhe – quasi identiche – dedicate a Pinelli, e quella «vecchia» era diventata tecnicamente illegale, di nuovo. Le proteste furono circondate da una buona dose di retorica. Il 24 marzo 2006 «l’Unità» definì la vecchia lapide «la vera lapide», mentre quella nuova fu descritta come «taroccata»: «La stupida ottusità del revisionismo che alcuni tentano di far passare per realtà».

Albertini, il quale – va ricordato – negli ultimi anni aveva avuto la tendenza a non partecipare agli anniversari di piazza Fontana, dichiarò che aveva promesso alla vedova di Luigi Calabresi che la lapide sarebbe stata rimossa, in quanto rappresentava «un insulto» alla memoria del suo defunto marito: «Il commissario Calabresi è un benemerito della nostra città, e quella targa, che lo accusava di fatto di essere un assassino, ne infangava la memoria. Così il comune ristabilirà la verità storica». Proteste e messaggi erano in linea con le divisioni politiche, benché nella destra qualcuno dubitasse della saggezza di quel cambiamento proprio nel mezzo della campagna elettorale. Molti sostennero che la sostituzione della lapide fosse una forma di oblio, di revisionismo. Ancora una volta, la grande difficoltà dell’Italia nel creare consenso, e quindi una memoria condivisa, su eventi passati, era stata rivelata da come quegli eventi – i fatti veri e propri del passato – fossero ancora oggetto di controversia e politicizzazione. La vedova di Pinelli espresse il suo «shock» per l’intera vicenda, e aggiunse: «Neppure ciò riuscirà a cancellare dal cuore di Milano la memoria di Pino». La maggioranza di centro destra della giunta cittadina rifiutò di sospendere le sue attività per consentire ad alcuni membri di partecipare alla sessione. I consiglieri di centro sinistra se ne andarono comunque, e la seduta fu cancellata in quanto non raggiungeva il quorum. Uscendo dall’aula, il consigliere dei Verdi Basilio Rizzo ripeté la frase: «Milano non dimentica». Ma cosa esattamente si stava ricordando – e dimenticando –, e da parte di chi?

Nel frattempo, la memoria pubblica riguardante Calabresi si stava evolvendo. Nel 2007 furono inaugurate due lapidi ufficiali dedicate al commissario. Una era negli uffici centrali della giunta provinciale di Milano (dove la maggioranza era di sinistra), e l’altra nel luogo in cui gli spararono nel 1972. Questo sobrio monumento dice:

Qui, davanti alla sua casa, mentre si recava al lavoro, il 17 mag-
gio 1972, il commissario Luigi Calabresi cadde vittima del terrorismo.
Milano, 17 maggio

Alla Provincia, invece, si legge:

A Luigi Calabresi, fedele servitore dello Stato, vittima della spirale
di violenza politica che bagnò di sangue innocente le strade
A 35 anni dal suo vile omicidio lo ricorda e lo onora la Provincia

In un certo senso, questa proliferazione di monumenti sembra avvallare la pluralità delle opinioni, in una sorta di pacificazione – ma di certo denota anche la prosecuzione di un conflitto sul passato e sulla sua interpretazione. Nello stesso anno un bestseller di Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là, aprì il dibattito sulle modalità attraverso cui Calabresi (e Pinelli) erano stati ricordati. Il 2008 fu l’anno del primo giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo in Italia (una data fissata per il 9 maggio, il giorno in cui il cadavere di Aldo Moro fu esibito nel centro di Roma). Non esiste alcun elenco ufficiale di queste vittime, e la categoria «vittime del terrorismo» fu legata a un’organizzazione non ufficiale. Nel 2009, un incontro fra Licia Pinelli e Gemma Calabresi a Roma durante le commemorazioni del giorno della memoria suscitò emozione e molti commenti. Alcuni dichiaravano che gli scontri degli anni Settanta erano «chiusi». Ma non era proprio così. A partire dal 2006, più di un commentatore ha sostenuto che le due targhe dedicate a Pinelli dovrebbero essere conservate, in quanto riflettono continue divisioni sui modi in cui quegli eventi sono ricordati. Mentre sto scrivendo (nel 2009), questo è quello che di fatto è successo, fornendo così agli abitanti di Milano un quotidiano ed evocativo promemoria delle memorie divise (e non solo) intorno all’esperienza degli anni Sessanta e Settanta.

La memoria divisa si stava riflettendo nella memoria pubblica, nella perfetta immagine delle due targhe, l’una accanto all’altra, con differenti – ma non necessariamente incompatibili, se non per la data – versioni dello stesso evento. Ogni periodo aveva prodotto narrazioni molteplici, che chiedevano di essere riconosciute. Una fragile forma di consenso poteva essere raggiunta solo accettando la divisione. Nessuna organizzazione – lo Stato, il sistema giudiziario, i media – era stata capace di imporre una sola versione accettabile di quanto era accaduto. L’ultima volta che vidi le targhe alla fine del 2008, qualcuno aveva infilato un pezzo di carta nella nuova targa, con scritto il testo di quella vecchia. Nessuno aveva tirato via quel pezzo di carta. Per poco, le due targhe erano identiche.

Memoria, Storia e la Città

Nonostante gli sforzi di scrivere, ricercare, pubblicare, investigare e ricostruire attorno a questo capitolo della nostra vita recente, impegno e scommessa generosa, tesa a erigere argini robusti, affinché la memoria dei fatti non si disperda, scorra dalla nostra generazione alle successive, non diventi fangosa palude o asciutto deserto che tutto ingoia e frantuma e nasconde – ebbene è come se nonostante la robustezza degli argini, il filo della memoria si fosse fatto più esiguo, frammentato, sconnesso. Lasciando posto a quel riverbero inafferrabile che è l’amnesia.

Giorgio Boatti

Nel 1993, la dedica nel libro di Giorgio Boatti su piazza Fontana diceva: «A tutti coloro che si sono ricordati di non dimenticare». Nel 1998, l’autore «si vergognava un po’ di quella dedica, e decise di toglierla per la riedizione del libro». Perché? Prima di tutto, grazie a un’analisi più analitica della funzione della memoria, e alla natura stantia di frasi quasi religiose come «non dimenticare» e «chi dimentica è complice». «La storia inizia» scriveva Halbwachs «quando finisce la memoria.» Forse adesso siamo pronti per scrivere la storia di piazza Fontana, distaccandoci dalle lotte di quegli anni e dalla missione storica di conservare certe versioni e certi ricordi di eventi passati? Il dibattito suscitato dalle riflessioni di Stajano nel 1991 sui giovani e piazza Fontana rivelava non tanto un «dimenticare» quell’evento, ma una totale mancanza di conoscenze basilari su quegli anni. Molti dei giovani che scrissero sulla strage (e queste conclusioni sono avallate da un’inchiesta simile fatta a Brescia) sostenevano che erano state le Brigate Rosse a mettere la bomba. Pinelli, per loro, era una figura sconosciuta. Com’era potuto succedere questo? È solo un processo generale (e normale) reso inevitabile dal passare del tempo? L’unico modo per cominciare a rispondere a queste domande è attraverso un’analisi più generale del significato di memoria collettiva e del ruolo della storia in rapporto agli anni che seguirono l’inizio della strategia della tensione.

La memoria collettiva non è solamente una somma di memorie individuali, e i ricordi stessi sono filtrati nel tempo da credenze politiche, esperienze personali, miti, traumi, piacere e dolore. A molti non era permesso dimenticare. Licia Pinelli cominciò a lasciare la città nell’anniversario di piazza Fontana per evitare le «solite domande» ogni anno. Non esiste proprio una Memoria Collettiva che si mantenga nel tempo, indipendente dall’esperienza personale. Nella Milano divisa, con i suoi fatti contestati e le crepe politiche e sociali, c’erano diverse memorie collettive, spesso in contrasto fra di loro, o che addirittura escludevano altre versioni su ciò che era successo e su chi erano i responsabili. I fatti venivano spesso adattati alle diverse versioni. A volte, questa competizione si creava dentro quello che era apparentemente lo stesso gruppo di forze.

Dopo la strage di Brescia, per esempio, molte famiglie delle vittime rifiutarono l’etichetta generica di «vittime» e caldeggiavano le idee politiche dei loro congiunti, che erano morti perché erano antifascisti, e non perché si trovavano per caso nel posto sbagliato al momento sbagliato. La memoria è raccolta e modellata in altri modi, attraverso i monumenti, il linguaggio, gli slogan, i film, i momenti traumatici quali i funerali, le opere di teatro, le opere d’arte, libri, discorsi, fotografie e dischi. Alcuni posti sono diventati cruciali come «luoghi di memoria» – contestati e contesi, a volte letteralmente, per il diritto di commemorare o per imporre una versione dei fatti su un’altra. Nel processo generale di smobilitazione dei movimenti risultanti dal Sessantotto, le serie di stragi che cominciarono con piazza Fontana si rivelarono «un’arma micidiale di lotta politica, capace di annientare la già debole appartenenza alla nazione e allo Stato». La massa dei processi, degli articoli, delle analisi e delle manifestazioni ha portato a un profondo senso di alienazione e cinismo riguardo allo Stato e le sue istituzioni. È quasi come se la quantità di carta prodotta e la lunghezza dei processi stessi fosse inversamente proporzionale al senso di mancata giustizia o soddisfazione dell’intera vicenda e dei suoi protagonisti. Più corposa diventa l’informazione, meno sembra interessare.

L’ultima inchiesta del giudice Salvini, e l’apparente scoperta del responsabile diretto della bomba, va avanti nella più assoluta indifferenza, o quasi. Nel 1999 la documentazione sul solo processo di piazza Fontana ammontava a circa centosette scatole, ciascuna contenente mille pagine, per un totale minimo di centosettemila pagine. Gli avvocati dovevano affrontare costi intorno ai quindici milioni di lire soltanto per fotocopiare i documenti disponibili. Alcuni sostengono che l’effetto di quella lunga serie di commemorazioni ufficiali è stato quello di nascondere i movimenti collettivi che avevano accompagnato il periodo delle stragi. Come ha scritto Vincenzo Cerami, «cerimonie, commemorazioni, funzioni, liturgie, sfilate di bandiere, discorsi ufficiali non servono a ricordare ma a dimenticare».26 Il vecchio cliché che sosteneva che la mancanza di una verità giudiziaria o ufficiale fosse un incentivo per non dimenticare non si adatta di certo all’esperienza post-1969. Alcuni gruppi a Brescia, per esempio, smisero completamente di andare alle cerimonie ufficiali.

Norberto Bobbio ha tracciato una distinzione fra memoria viva e morta. La seconda consiste in monumenti, libri di storia, testimonianze, lapidi eccetera. Questo tipo di memoria «ha senso soltanto se serve a mantenere viva la memoria interiore. La può sollecitare, ma non la sostituisce. L’una è la memoria morta, l’altra la memoria viva.» Una tomba acquisisce significato solo quando è visitata da un parente, o creata, o spostata, o quando si lasciano dei fiori. Nel caso di piazza Fontana, i dibattiti sono stati praticamente ridotti a un dibattito su una memoria morta – le varie lapidi nelle piazze e altrove. Alcuni scrittori si chiedono perché l’intero periodo non abbia prodotto un importante romanzo, o perché si sia smesso di raccontare la storia delle stragi. Persino uno degli impiegati della banca che avevano visto la bomba non l’aveva mai raccontato ai suoi figli. Le stragi ebbero un effetto devastante su tutta l’Italia, e portarono direttamente al terrorismo che dominò su tutto il resto, e che permea i resoconti di studenti che niente sanno su piazza Fontana. Come si voleva, le stragi hanno creato confusione, violenza, silenzio e paura. «Dopo piazza Fontana cominciò la paura, il sospetto, il timore di esporsi.» Storicamente, ci sono pochi dubbi sull’importanza di piazza Fontana. La strage di sedici innocenti portò non soltanto alla «perdita dell’innocenza» fra quelli della generazione che aveva creato il Sessantotto in Italia, ma anche direttamente all’uso sistematico del terrorismo politico. Se lo Stato era capace di tale violenza, il movimento era costretto a reagire. Una mancanza dannosa di moralità riguardo all’uso della violenza diventò la norma. La violenza era ormai uno strumento, e non più l’ultima risorsa.

La sanguinosa posta in gioco era stata alzata fino a un punto di non ritorno. Per lo Stato italiano, piazza Fontana fu un momento di svolta. Per Bobbio «da piazza Fontana è cominciata la degenerazione del nostro sistema democratico». Per Revelli nel 1969 «una parte consistente dell’apparato statale passò consapevolmente nell’illegalità». Politici, uomini dei servizi segreti, ufficiali militari, poliziotti, giornalisti e altri si misero d’accordo per mascherare e per creare la strategia della tensione. Lo Stato tramava contro i suoi stessi cittadini, imprigionando degli innocenti, creando depistaggi, manipolando le prove. Questa serie di fatti – da piazza Fontana in avanti – minò fatalmente la credibilità delle istituzioni che erano state una parte importante dell’Italia del dopoguerra in seguito alla sconfitta del fascismo. Questa non era soltanto una crisi di legittimazione, ma della fine stessa della legittimità. La democrazia smise di essere un valore, se non nel senso di semplice difesa contro i settori sovversivi dello Stato nascosto. A partire dagli anni Novanta, la verità riguardo agli aspetti oscuri dello Stato era alla portata di tutti, resa trasparente da documenti, documentari, inchieste, confessioni e processi. Eppure, nessuno ascoltava più. Il nesso fra «giustizia», «verità» e memoria era stato spezzato.

Dobbiamo dimenticare piazza Fontana per capirla? Abbiamo il diritto di dimenticare? I più conosciuti fra le vittime di piazza Fontana, i due ragazzi Pizzamiglio che nell’attentato rimasero gravemente feriti, si rifiutarono di rispondere alle domande dei giornalisti nel 1994, nel venticinquesimo anniversario della strage. «Noi da parecchi anni abbiamo deciso di stare zitti.» Un parente di un’altra vittima affermò che «a Catanzaro [dove negli anni Settanta furono trasferiti i processi sulla strage di piazza Fontana per allontanarli dai riflettori della stampa e dall’attenzione del pubblico] mio padre fu ucciso una seconda volta». La frase stessa «non dimenticare» è diventata obsoleta. Come abbiamo visto con gli studenti milanesi, molti non hanno mai saputo quello che è successo. Non si può dimenticare ciò che non si è mai imparato. Un approfondimento della comprensione storica dei fatti può sorgere soltanto attraverso un rinascere, nelle parole di Bobbio, della «memoria viva».

Non c’è dubbio che le discussioni siano state monopolizzate dalle vittime degli strascichi di piazza Fontana, Pinelli e Calabresi, mentre coloro che furono uccisi dalla bomba in sé furono dimenticati, con la loro prolissa e incontestabile lapide raramente notata dai passanti. Come a San Miniato (cfr. altro capitolo del libro, Ndr) le due targhe a Pinelli in piazza Fontana sono un drammatico esempio di come la memoria divisa fosse diventata parte della memoria pubblica, una testimonianza del potere divisivo di quegli eventi e dell’incapacità del sistema giudiziario di raggiungere un’opinione condivisa su questi casi.

 

John Foot, Fratture d’Italia. Da Caporetto al G8 di Genova. La memoria divisa del Paese., Rizzoli, 2009, pp. 404-427.

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