Giorgio Poi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giorgio-poi/ un blog di approfondimento culturale Thu, 20 Nov 2025 17:06:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giorgio Poi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giorgio-poi/ 32 32 Poetiche contemporanee. La lingua di Contessa, Giorgio Poi, Tutti Fenomeni https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/poetiche-contemporanee-la-lingua-di-contessa-giorgio-poi-tutti-fenomeni/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/poetiche-contemporanee-la-lingua-di-contessa-giorgio-poi-tutti-fenomeni/#respond Sat, 22 Nov 2025 07:05:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=56469 di Lavinia Bianca Doverosa premessa. Fino a un anno fa, della cosiddetta musica indie non sapevo nulla. C’è da dire che questo termine ombrello non rimanda più a un’estetica riconoscibile né a un metodo di produzione – indipendente, appunto – ma a un immaginario sfocato che accorpa mondi lontanissimi: dal cantautorato introspettivo al pop levigato […]

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di Lavinia Bianca

Doverosa premessa. Fino a un anno fa, della cosiddetta musica indie non sapevo nulla.

C’è da dire che questo termine ombrello non rimanda più a un’estetica riconoscibile né a un metodo di produzione – indipendente, appunto – ma a un immaginario sfocato che accorpa mondi lontanissimi: dal cantautorato introspettivo al pop levigato da classifica, dalla sperimentazione verbale alla musica “da camera da letto” prodotta con due plugin. È diventata un’etichetta pigra, una categoria tassonomica d’emergenza che serve più a classificare playlist eterogenee che a descrivere davvero ciò che succede nelle canzoni. Un contenitore elastico, usato per definire ciò che ancora non si sa apostrofare. Per questo, a uno sguardo ravvicinato, non tiene.
Ad un certo punto, ho banalmente incrociato persone che questa musica la fanno e con candore e un po’ di scetticismo mi ci sono approcciata con la fronte aggrottata, come la madre âgée che guarda un meme e si chiede se quell’orso con gli occhiali inforcati sia nostro amico. Direi che sono stata esposta a questo genere mio malgrado, come il neonato d’annunziano al gelo.

Allora ho fatto quello che faccio sempre: annusare l’articolo, sperimentarne il sapore con la punta della lingua, farne incetta in modo progressivo e sistematico, senza alcuna approssimazione, fino a diventarne un’intenditrice. Credo qualcuno lo definisca disturbo ossessivo compulsivo.
Ciò detto, mi soffermo sugli unici cantautori con – a mio avviso – una credibile ambizione letteraria; mi pronuncio dunque sulle parole, che sono il mio mestiere.

Tre autori: Niccolò Contessa, Giorgio Poi, Tutti Fenomeni (Giorgio Quarzo Guarascio). Tre poetiche diverse, tre visioni del mondo. Prima di arrivare alle canzoni, è opportuna una ricognizione generale.

Li unisce l’uso abbastanza sofisticato della lingua, come materia sonora oltre che semantica. Ognuno però declina questo principio in modo distinto: Contessa minimalista cerebrale, Poi lirico impressionista, Guarascio barocco dadaista.

Contessa è forse il più “letterario” dei tre, ma lo è per sottrazione. Lavora sul vuoto: frasi brevi, sintassi ferma, parole semplici che si caricano di peso dove fanno più male. Osserva la vita urbana e le relazioni con occhio da sociologo. L’emozione passa attraverso una mente iperanalitica. Scrive come se archiviasse ciò che fa male, con precisione, nitidezza, iperconsapevolezza. La lucidità del malessere diventa una sorta di reportage emotivo, più che confessione.

Poi è l’opposto complementare: un impressionista. Nei suoi testi l’immagine precede il concetto; la frase non arriva come teorema ma come fotogramma. C’è un romanticismo svagato, leggero, sorretto da una malinconia costante. Lavora sulla luce della frase, non sulla logica, come se ricordasse qualcosa mentre lo vive. La malinconia luminosa dei suoi testi è un acquarello, un modo per mostrare la delicatezza dei gesti e la fragilità dei sentimenti senza dichiararla esplicitamente.

Guarascio invece lavora contro la linearità. La sua scrittura è un ibrido di avanguardia verbale, dottrina cattolica rivista come fantasmagoria, pubblicità anni ’90, filosofia pop e barocco romano che oscilla tra devozione e dissacrazione. Il suo gesto principale è la collisione: registri alti e bassi che si schiantano, creando significato nel punto d’impatto. Ha interiorizzato internet, propaganda, catechesi e trap, e li trasforma in un linguaggio densissimo, accelerato, delirante.
Se Contessa seziona e Poi osserva, Guarascio evoca. Scrive come se la lingua gli esplodesse continuamente in mano: un barocco digitale, un manierismo post-internet, un’ossessione per l’eccesso come forma di verità. Denso, cerebrale e carnale, tenta di dire tutto in un colpo solo.

Mettendo insieme queste tre poetiche, il quadro è chiaro. Contessa racconta il crollo già avvenuto, come un ricercatore che analizza il punto d’impatto. Poi lo vive nel mentre, nella goffaggine dei gesti, come una danza imperfetta. Guarascio lo trasfigura, lo monumentalizza: per lui la rovina è un altare, un simbolo, una geografia emotiva. Tre sguardi: uno introspettivo, uno corporeo, uno mitologico. Tre estetiche diverse che raccontano la stessa cosa: la mascolinità fragile è il grande tema contemporaneo e la si attraversa in molti modi, tutti abbastanza sinceri.

Lo si vede nelle canzoni più recenti. In Contessa, Buco nero è la sua poetica perfetta: tragedia enunciata con la calma di chi ha appena finito di piegare la biancheria. La rovina non esplode mai, è gravitazionale. Si viene risucchiati senza rumore. Il collasso è un fenomeno naturale: inevitabile, visibile solo negli effetti. Il dramma è passato, resta la precisione del ricordo.

In Poi, Giochi di gambe sceglie la fisicità come lente d’ingrandimento. Non parla dell’amore astrattamente: mostra le esitazioni corporee, l’avvicinarsi malamente, lo spostarsi, il tempo che non coincide. È una rovina lenta, buffa, tenerissima. La relazione diventa coreografia imperfetta. Dove Contessa si dissolve, Poi inciampa, ma la luce resta soffusa. Ogni gesto è una crepa che lascia filtrare un’emotività spiazzante.

In Guarascio, Piazzale degli Eroi prende un luogo reale e lo eleva a mitologia personale. La rovina non è intima né coreografica: è topografica. Un piazzale come punto di origine, trauma, rivelazione; uno di quei luoghi che ti formano e deformano. La scrittura è liturgia laica: folgorazioni sacre, immagini sporche, epica da marciapiede. Ogni verso è uno scarto, una contraddizione; la rovina diventa paesaggio, indicabile con un dito.

All’inizio, Tutti Fenomeni sembrava un citazionista instancabile, un autore che legge tre libri e li infila tutti dentro a una canzone, con la lingua che è un pasticcio che trabocca di riferimenti e immagini. Ma Piazzale degli eroi mostra una maturità diversa: si sente che ha sofferto, che ha ridotto l’eccesso a misura umana, e che ora le contraddizioni diventano spessore, non solo virtuosismo verbale.
Giorgio Poi, all’inizio, funzionava perché pescava da un immaginario esterofilo, consolidato nelle band inglesi in cui aveva suonato prima del suo percorso da solista. Questo retroterra gli aveva lasciato in eredità un gusto per arrangiamenti psichedelici e liquidi. Con il tempo ha rischiato di illanguidirsi, di lasciarsi zavorrare da una dolcezza decorativa che rischiava di indebolirne il tratto. In questo ultimo album, invece, emerge una scrittura più chirurgica, capace di trasformare la morbidezza in precisione emotiva, senza perdere la leggerezza che lo contraddistingue.
Niccolò Contessa, con il suo primo album, masticava velleità generazionali che tradivano il rischio tipico di chi ambisce a un progetto manifesto: spesso, chi si propone uno scopo così manifestamente finisce per mancarlo. In questo ritorno, avvenuto in sordina – ciò che apprezzo sopra ogni altra cosa di questo autore è la cifra impalpabile e “disconnessa” – il minimalismo, il controllo assoluto sul linguaggio e la misura del racconto rivendicano finalmente il ruolo di apripista che gli spetta.

Oltretutto, ascoltandoli parlare e notandone le pause talvolta innaturali, i tic che tradiscono tensione, le sortite sarcastiche dai tempi incerti, la velatura opaca, quella tristezza ancestrale che sembra creare un nimbo viola come negli spot sull’AIDS degli anni ‘90, ho pensato che se li avessi incontrati nella sala d’attesa del mio psicoterapeuta mi sarebbe sembrato del tutto normale.

Come in tutte le cose, non ne sapevo nulla e adesso ne so troppo. Tra un anno parliamo di musica.

(Foto: Clay Banks su Unsplash)

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La chiave a stella di Giorgio Poi https://minimaetmoralia.it/musica/la-chiave-stella-giorgio/ https://minimaetmoralia.it/musica/la-chiave-stella-giorgio/#comments Thu, 16 May 2019 12:00:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40244 di Simone Tribuzio (foto di Fabio Mores)

"Scrivere, per me, è disegnare, unire le linee in modo che diventino scrittura, o disunirle in modo che la scrittura diventi disegno"
Jean Cocteau

Il prossimo 31 luglio si festeggeranno i cento anni dalla nascita di Primo Levi: partigiano, chimico e scrittore. Universalmente conosciuto per il suo impegno nel raccontare, attraverso diari e opere di enorme rilevanza letteraria, l'esperienza vissuta nei campi di concentramento di Auschwitz.

Con La chiave a stella cambiò direzione: fu infatti il primo romanzo di fiction dello scrittore torinese, che si inserì subito nel filone della letteratura industriale, e con il quale vinse il Premio Strega nel 1979.

Con Fa niente (Bomba dischi, 2017), Giorgio Poi, cantautore nato a Novara ma dall'animo cosmopolita, si era buttato in un calderone riempito di tropicalismi e di sonorità più mediterranee.

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di Simone Tribuzio (foto di Fabio Mores)

“Scrivere, per me, è disegnare, unire le linee in modo che diventino scrittura, o disunirle in modo che la scrittura diventi disegno”
Jean Cocteau

Il prossimo 31 luglio si festeggeranno i cento anni dalla nascita di Primo Levi: partigiano, chimico e scrittore. Universalmente conosciuto per il suo impegno nel raccontare, attraverso diari e opere di enorme rilevanza letteraria, l’esperienza vissuta nei campi di concentramento di Auschwitz.

Con La chiave a stella cambiò direzione: fu infatti il primo romanzo di fiction dello scrittore torinese, che si inserì subito nel filone della letteratura industriale, e con il quale vinse il Premio Strega nel 1979.

Con Fa niente (Bomba dischi, 2017), Giorgio Poi, cantautore nato a Novara ma dall’animo cosmopolita, si era buttato in un calderone riempito di tropicalismi e di sonorità più mediterranee. L’artista era al centro di situazioni più o meno autobiografiche spalmate in nove canzoni (più due rilasciate stand alone) che hanno fatto conoscere un talento cristallino della canzone d’autore italiana. Un’opera prima che vale come fulgido esempio per chi vorrà instradarsi nei sentieri impervi della scena musicale.

Smog (uscito per Bomba dischi l’8 marzo 2019) è un po’ “la chiave a stella” che ha dato linfa vitale al percorso del polistrumentista di stanza a Bologna: un romanzo di fiction dopo che si era messo a nudo con l’esordio. Un lavoro, questo secondo disco, portato avanti per immagini con leggerezza, permeato da un registro ironico quasi presente in tutte le tracce. Il tappeto sonoro è mantenuto da un forte uso di sintetizzatori, prima del tutto assenti.

Ho potuto scambiare quattro chiacchiere con Giorgio in un pomeriggio romano, per sapere com’è stato lavorare a questo disco dopo aver suonato negli Usa con i Phoenix, duettato con Carl Brave, Frah Quintale, prodotto l’opera prima di Francesco De Leo, suonato la chitarra in Evergreen di Calcutta e scritto una canzone per Luca Carboni (per l’album Sputnik, ndr). Tra le tante cose.

Nell’artwork di Fa niente (edizione in vinile ormai fuori catalogo, ndr) possiamo ammirare il lavoro svolto dal fumettista Martoz.  In Smog ti sei preso la libertà di disegnare copertina e intero artwork. Zuzu (in libreria con l’esordio a fumetti Cheese per Coconino Press, ndr) ha infine realizzato per TINALS la cassetta di Vinavil.  Tutto questo mi fa pensare che tu sia un lettore di fumetti.

Più in passato in realtà, ma ne leggo volentieri. In questo periodo di meno, ma ho appena terminato Oppio di Jean Cocteau: un diario accompagnato da illustrazioni, e questo torna sempre. Bellissimi gli scritti e i disegni, mi piace leggere romanzi.
Ora ho cominciato Lo zibaldone di Leopardi.
Sembra una roba altezzosa quella che dico, ma diceva delle cose veramente interessanti e utili soprattutto per chi vuole scrivere canzoni, o in qualsiasi altro ambito.
Sono tutte le sue considerazioni che vertono per buona parte sulla scrittura, suggestive per davvero. La cassettina è stata una cosa che era successa attraverso Bomba dischi e Andrea Provinciali, semplicemente ho visto il disegno che è bellissimo! Lei è fortissima, mi ha colpito molto, non l’ho mai conosciuta.
Per quanto riguarda Martoz, è stato su iniziativa di Bomba e non lo conoscevo. In realtà arrivo sempre per ultimo!

Com’è essere adesso Giorgio Poi nello Smog?
Rispetto a Fa niente è un disco dalle atmosfere più rarefatte.

In realtà mi sento uguale a prima, semplicemente con un disco in più e con delle canzoni in più. E con un tour da fare, una parte del quale è stata già fatta.
Alla fine quando uno scrive delle canzoni ci mette semplicemente se stesso, i cambiamenti per me non sono così repentini e drastici, sono sempre all’interno di un percorso. Non sento nessuna cesura.

E perché hai scelto questo titolo?

Un titolo nato al contrario, di solito uno ha una canzone che si chiama in un certo modo e decide di chiamarci il disco e poi si passa all progetto dell’artwork.  Nel mio caso è nato l’artwork e poi il titolo, e infine un pezzo strumentale a fare da title track.

smog

(illustrazione di Piero Nudo)

Fa niente era un vortice di suoni mediterranei, tropicali e psichedelici assieme; votato più sull’esecuzione di ogni strumento. Con Smog ti sei più concentrato sull’uso dei synth. Raccontaci un po’ del processo creativo.

 

Fa niente aveva delle esigenze pratiche a livello di arrangiamenti, nel senso che la mia intenzione era quella di lavorare a dei brani che potessero essere eseguiti live da soli tre elementi. Non sapevo come sarebbe stato accolto il disco, ma volevo comunque poter suonare in giro, anche senza grandi cache, quindi avevo bisogno di rendere tutto il più agile possibile. Per questo i sintetizzatori non avevano grande rilevanza in quel disco e non sono un elemento portante della struttura dei brano, perché dal vivo non ci sarebbero stati.
Invece per questo disco il pensiero è stato: “adesso una quarta persona la possiamo prendere, e quindi perché non aggiungere questo elemento al disco e facilitarci anche la vita nei concerti”.
I brani del primo disco erano molto evoluti a livello strumentale e ogni strumento veniva spremuto per sopperire alla mancanza di un quarto elemento. In Smog l’arrangiamento è più rarefatto proprio perché ci sono i sintetizzatori.

Nel 2018 hai preso parte a diversi progetti, duettato con diversi artisti e scritto canzoni per interpreti. Ma è rimasto qualcuno con cui vorresti lavorare?

Non avevo mai collaborato con nessuno, mai scritto per qualcuno e cantato insieme ad altri e né come polistrumentista. Una novità assoluta per me, molto divertente quanto bello passare del tempo con altre persone che scrivono canzoni. Interessante soltanto parlarci, figurati a lavorarci insieme e cantare se serve. Mi piace tanto. In realtà senza pensarci mi piacerebbe lavorare con tutti anche con chi non mi piace (ride, ndr).

In Italia penso a Niccolò Contessa aka I Cani. Con lui ho trascorso un po’ di tempo, chiacchierato e passeggiato ma mai lavorato a un brano. Tra gli internazionali ti dico Tame Impala.

Ci sono stati riferimenti artistici, o ascolti che hai fatto, per questo disco? Ascoltandolo – e guardando insieme le copertine – ho pensato molto a Persone silenziose di Luca Carboni.

Non voglio dire inesattezze, ma voglio dirti veramente cosa ho ascoltato anche se non ricordo. Se tu mi chiedi cosa sto ascoltando adesso la risposta ce l’ho, ma per gli ascolti di prima faccio più fatica a dirtelo. In genere non ascolto tanta musica mentre lavoro a un disco, il rapporto con essa si esaurisce con quello che sto facendo.
Nel periodo precedente non saprei dirtelo onestamente (ride). Ma ora sto esplorando il repertorio di Pino Daniele.

Se parliamo dei più recenti ti posso dire Robert Wyatt, ascoltato e riascoltato, Nick Drake, ma più adesso in realtà. E Bob Dylan.

Smog è un lavoro che viene portato avanti per immagini (vedi Non mi piace viaggiare e Napoleone e Maionese). Un processo di scrittura leggera che richiama l’immaginario di scrittori come Italo Calvino e Gianni Rodari.

Calvino è uno dei miei autori preferiti, Rodari lo è stato crescendo a partire dall’infanzia. In Calvino ci sono tante cose che mi hanno colpito leggendolo: la semplicità, la forza emotiva e l’ironia. Calvino era un autore molto scherzoso, e il suo non era uno uno scherzo vuoto, ma leggero ed emozionante.

Con Non mi piace viaggiare dichiari apertamente la tua idiosincrasia verso i mezzi di locomozione e del viaggio di massa. Ma qui vedo anche un’osservazione sull’immobilità salgariana, che permette però di immaginare – e accedendovi – tanti altri mondi nonostante si è fermi in un posto (per impossibilità o altro).

Non sono un amante dei mezzi di trasporto come dico nella canzone, non mi piace viaggiare in macchina.

E in tour come fai?

In tour mi diverto tanto. Tutto il resto non è una cosa che amo, il viaggio non me lo godo per niente: tipo nel furgone perché si sta tutti stretti, non è divertente. Una volta se lo fai può essere divertente e se sa di campo scuola, però non è un aspetto che preferisco del tour.

Spesso quando si va in giro a suonare non si finisce nei posti più belli di una città, quando invece capita di suonare in centro sono felicissimo perché ci capito involontariamente. Mi ritrovo lì per fare altro, un piacevole incidente di percorso. Un aspetto che mi piace tanto del tour. Quando ci vado apposta perde un po’ quella magia.

E dove ti trovavi quando è germogliata l’idea del disco?

Le canzoni un po’ le ho scritte durante il tour di Fa niente, e altre subito dopo a Bologna. Al disco ho lavorato a Bologna, dove vivo tuttora.

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(foto di Fabio Mores)

In brani come Stella si possono percepire la vena artistica e la visione malinconica di Fabio Concato. Hai mai maturato ascolti del cantautore milanese?

Non lo seguo particolarmente, ma in casa mia lo ascoltavano quando ero bambino. Quelle poche cose che conosco mi piacciono molto, probabilmente hai ragione: credo che alcune cose che sentiamo per caso da bambini, che volano nell’aria mentre cresciamo, vadano a depositarsi più in fondo nell’immaginario.

Roma, Londra, Berlino e Bologna. In queste città ci hai vissuto (esclusa Bologna dove ora risiedi). Da queste mi devi prendere un piatto, un disco e un concerto che hai visto.

Per il piatto londinese ti dico filetto di manzo alla Wellington, una specie di roastbeef con la pasta sfoglia intorno e rivestito di foie gras. Per il concerto penso ai Micachu & the shapes nella cantina di alcuni amici. Veramente bellissimo. Mica Levi è compositrice di colonne sonore recentemente in corsa agli Oscar.

Il disco ascoltato a Londra? Ti direi forse Un gelato al limon di Paolo Conte.

Il nome del cantautore piemontese è recentemente spuntato dalla bocca di Ezra Koenig (Vampire Weekend): sostenendo che per la lavorazione del nuovo album (Father of the bride) si è lasciato ispirare dal doppio album Aguaplano.

Pensa te. Non l’avrei mai detto!

Berlino: piatto penso subito allo schnitzel, una cotoletta che fanno sul posto nonostante sia un piatto austriaco. Lì c’era un posto dove andavo che faceva molto bene lo schnitzel. Lo stinco alla berlinese ad esempio non mi piace.

Per il disco mi permetto di farti questo assist: sarà sicuramente Ege Bamyasi dei Can! Ed è stato grazie a te se l’ho scoperto.

Ah ecco, sì. Ege Bamyasi… grazie!
Manca il concerto. Ma forse te lo dirò più avanti se ricordo. Sicuramente c’è stato ma ne ho visti pochi. Roma: per forza di cose, la cacio e pepe. Per il disco Animal Collective con Sun tongs, anzi… forse Feels, e per il concerto probabilmente Sonny Rollins, sassofonista, qualche anno fa all’Auditorium.

Bologna: piatto tortellini in brodo. Paolo Conte visto quest’anno ed è stato incredibile. Il disco: qui posso consultare Spotify perché è più recente…  ti dico Sexuality di Sebastien Tellier.

In una intervista hai inserito come meraviglie del mondo La cognizione del dolore di Gadda e Ege bamyasi dei Can. Che rapporto hai con queste opere e come ti ci sei avvicinato?

Gadda l’ho scoperto nel momento in cui Baricco ne leggeva il finale in un video, e lì avevo pensato “porca troia, bellissimo”. E me lo sono preso. Accoppiamenti giudiziosi l’ho letto ancora prima, perché una parte l’ho ritrovata poi ne La cognizione del dolore. Ho recuperato subito dopo Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. E dopo ancora una raccolta di lettere fra lui e Parisi che è molto bella, utile per analizzare rapporto che c’era fra loro. Gadda mi piace perché era scontroso era molto schivo. Mi affascina, ha un uso della lingua unico, elaboratissimo, avolte difficilissimo perché incomprensibile, non riesco cosa sto leggendo. Però spesso, e non alla prima lettura, ti concentri e riesci a comprendere veramente la vastità di ogni frase che scriveva.

La stessa ostilità che te lo fa apprezzare ancora di più dopo una fatica mortale.

Viva Gadda!

Anche perché lui stesso sosteneva: “non sono io che scrivo barocco ma è la realtà che è tale”.
Si arrovellava davvero per descrivere di tutti e di tutto.

Oggi chi è il Napoleone che canti nel pezzo?

La frase chiave è “tu sei pazzo Napoleone”, come se fosse un grado di pazzia, lo stesso di chi pensa appunto di essere quel personaggio storico.

All’inizio Napoleone era da me considerato come probabile nome d’arte, così che potessero dirmi “ma chi sei te, Napoleone?”

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