di Lavinia Bianca

Doverosa premessa. Fino a un anno fa, della cosiddetta musica indie non sapevo nulla.

C’è da dire che questo termine ombrello non rimanda più a un’estetica riconoscibile né a un metodo di produzione – indipendente, appunto – ma a un immaginario sfocato che accorpa mondi lontanissimi: dal cantautorato introspettivo al pop levigato da classifica, dalla sperimentazione verbale alla musica “da camera da letto” prodotta con due plugin. È diventata un’etichetta pigra, una categoria tassonomica d’emergenza che serve più a classificare playlist eterogenee che a descrivere davvero ciò che succede nelle canzoni. Un contenitore elastico, usato per definire ciò che ancora non si sa apostrofare. Per questo, a uno sguardo ravvicinato, non tiene.
Ad un certo punto, ho banalmente incrociato persone che questa musica la fanno e con candore e un po’ di scetticismo mi ci sono approcciata con la fronte aggrottata, come la madre âgée che guarda un meme e si chiede se quell’orso con gli occhiali inforcati sia nostro amico. Direi che sono stata esposta a questo genere mio malgrado, come il neonato d’annunziano al gelo.

Allora ho fatto quello che faccio sempre: annusare l’articolo, sperimentarne il sapore con la punta della lingua, farne incetta in modo progressivo e sistematico, senza alcuna approssimazione, fino a diventarne un’intenditrice. Credo qualcuno lo definisca disturbo ossessivo compulsivo.
Ciò detto, mi soffermo sugli unici cantautori con – a mio avviso – una credibile ambizione letteraria; mi pronuncio dunque sulle parole, che sono il mio mestiere.

Tre autori: Niccolò Contessa, Giorgio Poi, Tutti Fenomeni (Giorgio Quarzo Guarascio). Tre poetiche diverse, tre visioni del mondo. Prima di arrivare alle canzoni, è opportuna una ricognizione generale.

Li unisce l’uso abbastanza sofisticato della lingua, come materia sonora oltre che semantica. Ognuno però declina questo principio in modo distinto: Contessa minimalista cerebrale, Poi lirico impressionista, Guarascio barocco dadaista.

Contessa è forse il più “letterario” dei tre, ma lo è per sottrazione. Lavora sul vuoto: frasi brevi, sintassi ferma, parole semplici che si caricano di peso dove fanno più male. Osserva la vita urbana e le relazioni con occhio da sociologo. L’emozione passa attraverso una mente iperanalitica. Scrive come se archiviasse ciò che fa male, con precisione, nitidezza, iperconsapevolezza. La lucidità del malessere diventa una sorta di reportage emotivo, più che confessione.

Poi è l’opposto complementare: un impressionista. Nei suoi testi l’immagine precede il concetto; la frase non arriva come teorema ma come fotogramma. C’è un romanticismo svagato, leggero, sorretto da una malinconia costante. Lavora sulla luce della frase, non sulla logica, come se ricordasse qualcosa mentre lo vive. La malinconia luminosa dei suoi testi è un acquarello, un modo per mostrare la delicatezza dei gesti e la fragilità dei sentimenti senza dichiararla esplicitamente.

Guarascio invece lavora contro la linearità. La sua scrittura è un ibrido di avanguardia verbale, dottrina cattolica rivista come fantasmagoria, pubblicità anni ’90, filosofia pop e barocco romano che oscilla tra devozione e dissacrazione. Il suo gesto principale è la collisione: registri alti e bassi che si schiantano, creando significato nel punto d’impatto. Ha interiorizzato internet, propaganda, catechesi e trap, e li trasforma in un linguaggio densissimo, accelerato, delirante.
Se Contessa seziona e Poi osserva, Guarascio evoca. Scrive come se la lingua gli esplodesse continuamente in mano: un barocco digitale, un manierismo post-internet, un’ossessione per l’eccesso come forma di verità. Denso, cerebrale e carnale, tenta di dire tutto in un colpo solo.

Mettendo insieme queste tre poetiche, il quadro è chiaro. Contessa racconta il crollo già avvenuto, come un ricercatore che analizza il punto d’impatto. Poi lo vive nel mentre, nella goffaggine dei gesti, come una danza imperfetta. Guarascio lo trasfigura, lo monumentalizza: per lui la rovina è un altare, un simbolo, una geografia emotiva. Tre sguardi: uno introspettivo, uno corporeo, uno mitologico. Tre estetiche diverse che raccontano la stessa cosa: la mascolinità fragile è il grande tema contemporaneo e la si attraversa in molti modi, tutti abbastanza sinceri.

Lo si vede nelle canzoni più recenti. In Contessa, Buco nero è la sua poetica perfetta: tragedia enunciata con la calma di chi ha appena finito di piegare la biancheria. La rovina non esplode mai, è gravitazionale. Si viene risucchiati senza rumore. Il collasso è un fenomeno naturale: inevitabile, visibile solo negli effetti. Il dramma è passato, resta la precisione del ricordo.

In Poi, Giochi di gambe sceglie la fisicità come lente d’ingrandimento. Non parla dell’amore astrattamente: mostra le esitazioni corporee, l’avvicinarsi malamente, lo spostarsi, il tempo che non coincide. È una rovina lenta, buffa, tenerissima. La relazione diventa coreografia imperfetta. Dove Contessa si dissolve, Poi inciampa, ma la luce resta soffusa. Ogni gesto è una crepa che lascia filtrare un’emotività spiazzante.

In Guarascio, Piazzale degli Eroi prende un luogo reale e lo eleva a mitologia personale. La rovina non è intima né coreografica: è topografica. Un piazzale come punto di origine, trauma, rivelazione; uno di quei luoghi che ti formano e deformano. La scrittura è liturgia laica: folgorazioni sacre, immagini sporche, epica da marciapiede. Ogni verso è uno scarto, una contraddizione; la rovina diventa paesaggio, indicabile con un dito.

All’inizio, Tutti Fenomeni sembrava un citazionista instancabile, un autore che legge tre libri e li infila tutti dentro a una canzone, con la lingua che è un pasticcio che trabocca di riferimenti e immagini. Ma Piazzale degli eroi mostra una maturità diversa: si sente che ha sofferto, che ha ridotto l’eccesso a misura umana, e che ora le contraddizioni diventano spessore, non solo virtuosismo verbale.
Giorgio Poi, all’inizio, funzionava perché pescava da un immaginario esterofilo, consolidato nelle band inglesi in cui aveva suonato prima del suo percorso da solista. Questo retroterra gli aveva lasciato in eredità un gusto per arrangiamenti psichedelici e liquidi. Con il tempo ha rischiato di illanguidirsi, di lasciarsi zavorrare da una dolcezza decorativa che rischiava di indebolirne il tratto. In questo ultimo album, invece, emerge una scrittura più chirurgica, capace di trasformare la morbidezza in precisione emotiva, senza perdere la leggerezza che lo contraddistingue.
Niccolò Contessa, con il suo primo album, masticava velleità generazionali che tradivano il rischio tipico di chi ambisce a un progetto manifesto: spesso, chi si propone uno scopo così manifestamente finisce per mancarlo. In questo ritorno, avvenuto in sordina – ciò che apprezzo sopra ogni altra cosa di questo autore è la cifra impalpabile e “disconnessa” – il minimalismo, il controllo assoluto sul linguaggio e la misura del racconto rivendicano finalmente il ruolo di apripista che gli spetta.

Oltretutto, ascoltandoli parlare e notandone le pause talvolta innaturali, i tic che tradiscono tensione, le sortite sarcastiche dai tempi incerti, la velatura opaca, quella tristezza ancestrale che sembra creare un nimbo viola come negli spot sull’AIDS degli anni ‘90, ho pensato che se li avessi incontrati nella sala d’attesa del mio psicoterapeuta mi sarebbe sembrato del tutto normale.

Come in tutte le cose, non ne sapevo nulla e adesso ne so troppo. Tra un anno parliamo di musica.

(Foto: Clay Banks su Unsplash)

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