Giovanni Chessari Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giovanni-chessari/ un blog di approfondimento culturale Tue, 17 Dec 2019 09:13:56 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giovanni Chessari Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giovanni-chessari/ 32 32 Scrivere di cinema: Cena con delitto/Knives Out https://minimaetmoralia.it/cinema/scrivere-cinema-cena-delittoknives-out/ https://minimaetmoralia.it/cinema/scrivere-cinema-cena-delittoknives-out/#respond Tue, 17 Dec 2019 16:00:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41908 di Giovanni Chessari

È stato il colonnello Mustard, con il tubo di piombo, nella sala da pranzo! Quante volte è capitato di avanzare questa accusa, quando si pensava di poter rilanciare l’ipotesi vincente e definitiva sulla sanguinaria mappa domestica del Cluedo. Effettivamente l’obiettivo di “Cena con delitto” (impropria re-intitolazione italiana dell’originale e più efficace “Knives Out”) sembra di voler ricreare in sala il piacere sornione di quelle stesse partite d’intuizioni tradizionalmente imbandite nelle sere d’inverno, in compagnia degli amici migliori, subito dopo la pizza fredda a domicilio.

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di Giovanni Chessari

È stato il colonnello Mustard, con il tubo di piombo, nella sala da pranzo! Quante volte è capitato di avanzare questa accusa, quando si pensava di poter rilanciare l’ipotesi vincente e definitiva sulla sanguinaria mappa domestica del Cluedo. Effettivamente l’obiettivo di “Cena con delitto” (impropria re-intitolazione italiana dell’originale e più efficace “Knives Out”) sembra di voler ricreare in sala il piacere sornione di quelle stesse partite d’intuizioni tradizionalmente imbandite nelle sere d’inverno, in compagnia degli amici migliori, subito dopo la pizza fredda a domicilio.

Ci sono la tenuta in campagna e il camino acceso, non mancano l’omicidio imprevisto e il detective bislacco, emergono un ampio ventaglio di indiziati e un diffuso elenco di moventi possibili: la vittima è il ricchissimo giallista Harlan Thrombey, l’assassino sembra essere un componente della sua famiglia.

La partita delle mezze verità, delle varianti della realtà, delle proiezioni soggettive sull’oggettività del dato regge, affascina ed entusiasma con costanza. E funzionano lo stuolo di grandi interpreti che la popolano (spiccano i formidabili Toni Collette e Michael Shannon, nonché l’inossidabile Christopher Plummer), la misura di una scrittura perfetta, il calibrato dinamismo del montaggio, l’accuratezza di una scenografia fuori dal tempo, i colori pastello della fotografia felicemente ai limiti del camp.

Ma la carta che vale lo stupore è soprattutto la bizzarria divertita dell’intrattenimento in senso ampio, laddove il merito maggiore dell’ultima creazione di Rian Johnson è quello di creare un orizzonte d’attesa al puro scopo di disattenderlo appena dopo, di tradire le aspettative in virtù della sospensione dell’incredulità, di sfidare lo spettatore ad un tavolo da gioco apparentemente conosciuto, accogliente, ordinario eppure alieno, inedito, straniante. È una frizione calibrata al limite dello scherzo meta-cinematografico, ma (nonostante o forse proprio per questa ragione) assolutamente funzionale a scoperchiare l’essenza sociale del progetto.

D’altra parte,ogni film americano è un film politico mascherato da altro: solo quest’anno ce lo hanno ricordato Us, Joker, Ready or Not-Finché morte non vi separi, enon fa eccezione alla regola neanche questo banchetto di compleanno con delitto: si presenta come un classico giallo da camera alla Agatha Christie; si evolve in una surreale parodia del genere sotto cui fingeva di catalogarsi; si traduce in una commedia nera di dissapori parentali alla Monicelli; matura in beffa di costume alla Germi. Ma è nella costante diatriba partitica tra le democratiche “zecche comuniste” e i liberali “troll neonazisti” (questi i termini con cui si accusano reciprocamente i membri della famiglia Thrombey) che l’apparente sottotesto si esplicita come nocciolo fondante dell’intera operazione filmica.

“Knives Out” brilla per tutta la sua durata, ma ancor più quando sguinzaglia i suoi personaggi nell’arena verbale dell’ipocrisia e lascia che le lingue d’aceto diventino i veri coltelli, tra l’altro in un film in cui i coltelli si riveleranno simboli fondamentali nella grammatica delle finzioni. Perché la satira perfetta è quell’arte che non assolve nessuno, che sogna l’utopia di una meccanica apartitica, che spera ancora in una civiltà in cui l’Uruguay (che vale per Messico, come per America Meridionale) possa guardare dall’alto le macerie di un’America fallita: e davanti a quella tazza di tè fumante che recita “My Coffee, My House, My Life” si tira un sospiro di sollievo che rassomiglia un senso di giustizia finalmente restaurata.

Sui titoli di coda si ricordano le parole dell’investigatore Daniel Craig: “Questo caso è come una ciambella: ha un buco dritto al centro”. E la stessa definizione si potrebbe attribuire anche a questo ritratto dell’anima nera degli Americani brava gente: gustoso, fragrante, irresistibile come una ciambella perfetta.

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Scrivere di cinema: “Il grande spirito “ https://minimaetmoralia.it/cinema/scrivere-cinema-grande-spirito/ https://minimaetmoralia.it/cinema/scrivere-cinema-grande-spirito/#respond Sat, 25 May 2019 07:45:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40318 di Giovanni Chessari

Renato, auto-ribattezzatosi “Cervo Nero” e convinto di essere un indiano Sioux, vive di sogni ed espedienti nel lurido solaio di un condominio di periferia; qui si troverà ad offrire un nascondiglio sicuro a Tonino detto “Barboncino”, ladruncolo di serie zeta in fuga col malloppo sottratto ai compagni di rapina, che adesso lo inseguono in cerca di vendetta. Sullo sfondo si staglia infelicemente grandioso l’impianto dell’Ilva, fumante e imbattibile mostro d’acciaio.

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di Giovanni Chessari

Renato, auto-ribattezzatosi “Cervo Nero” e convinto di essere un indiano Sioux, vive di sogni ed espedienti nel lurido solaio di un condominio di periferia; qui si troverà ad offrire un nascondiglio sicuro a Tonino detto “Barboncino”, ladruncolo di serie zeta in fuga col malloppo sottratto ai compagni di rapina, che adesso lo inseguono in cerca di vendetta. Sullo sfondo si staglia infelicemente grandioso l’impianto dell’Ilva, fumante e imbattibile mostro d’acciaio.

Dopo la deliziosa commedia da camera “Dobbiamo parlare” (2015) e l’intelligente disamina dei rischi e pericoli del processo artistico e creativo portata avanti nell’ottimo “L’uomo nero” (2009) e nel buon “Colpo d’occhio” (2008), Sergio Rubini ritrova le atmosfere torbide e sconsolate del suo capolavoro “La terra” (2006).

E proprio quest’ultimo titolo si adatterebbe bene anche al lavoro del regista barese adesso in sala, anche se provvisto di iniziale maiuscola: infatti, se lì si parlava della terra come proprietà di un’unica famiglia che se ne contendeva l’uso, qui si parla della Terra come patrimonio di un popolo che troppe volte ne ha fatto abuso.

Accantonata la spassosa parentesi romana, il regista torna a giocare in casa per raccontare gli incorreggibili vizi della realtà con la sognante virtù della fantasia, elemento di cui il suo cinema sembra non volere mai fare a meno. Perché, se c’è un filo rosso che lega l’intera filmografia di Rubini è proprio l’aspetto magico, quando non più evidentemente cristologico e ritualistico (basti pensare a LAnima Gemella del 2002), che percorre ogni sua opera con una grazia leggera e mai superficiale.

A partire da un soggetto di cui è co-autore anche Diego De Silva, la sceneggiatura a sei mani, composta da Angelo Pasquini e da Sergio Rubini insieme alla compagna di vita e collaboratrice continua Carla Cavalluzzi, intesse una favola che fortunatamente è più metaforica che didascalica, più surreale che grottesca, più poetica che cinica.

Innaffiato dall’evocativa malinconia musicale di Ludovico Einaudi e dai colori volutamente sporchi del direttore della fotografia Michele d’Attanasio, questo western urbano è in realtà una parabola ambientalista ispirata e poetica, che indovina quasi sempre il modo e l’occasione in cui toccare le giuste corde, commuovendo a più riprese con un garbo ben lontano dal bieco moralismo che il tipo di racconto poteva imporre.

Merito anche della coppia di attori protagonisti, composta dal regista stesso (che come al solito ritaglia per sé la parte del bieco lucratore) e da uno straordinario Rocco Papaleo, capace di toccare punte di rara intensità anche con il solo sguardo o il ticchettio nervoso delle dita sul tavolo.

Un po’ western urbano un po’ tragicommedia, l’opera ultima di Sergio Rubini è una parabola fieramente ambientalista che contrappone i fumi grigi svettanti sull’Ilva degli Yankees al fuoco vivo della camerata del pellirossa. Quello tra Barboncino e Cervo Nero è l’incontro a mezz’aria tra due umanità bestiali destinate a confrontarsi come momenti diversi di uno stesso grande spirito: quello dell’infanzia e quello dell’età adulta quello della speranza e quello della disillusione, quello del sogno e quello della rassegnazione.

In mezzo una lunga scala tra la fogna e il cielo, scorciatoia arrugginita per un paradiso ancora possibile nonostante tutto: è dovere individuale e universale non confinarlo negli abissi dell’utopia, ché il Canada è più vicino di quel che sembri.

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