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di Giovanni Chessari

È stato il colonnello Mustard, con il tubo di piombo, nella sala da pranzo! Quante volte è capitato di avanzare questa accusa, quando si pensava di poter rilanciare l’ipotesi vincente e definitiva sulla sanguinaria mappa domestica del Cluedo. Effettivamente l’obiettivo di “Cena con delitto” (impropria re-intitolazione italiana dell’originale e più efficace “Knives Out”) sembra di voler ricreare in sala il piacere sornione di quelle stesse partite d’intuizioni tradizionalmente imbandite nelle sere d’inverno, in compagnia degli amici migliori, subito dopo la pizza fredda a domicilio.

Ci sono la tenuta in campagna e il camino acceso, non mancano l’omicidio imprevisto e il detective bislacco, emergono un ampio ventaglio di indiziati e un diffuso elenco di moventi possibili: la vittima è il ricchissimo giallista Harlan Thrombey, l’assassino sembra essere un componente della sua famiglia.

La partita delle mezze verità, delle varianti della realtà, delle proiezioni soggettive sull’oggettività del dato regge, affascina ed entusiasma con costanza. E funzionano lo stuolo di grandi interpreti che la popolano (spiccano i formidabili Toni Collette e Michael Shannon, nonché l’inossidabile Christopher Plummer), la misura di una scrittura perfetta, il calibrato dinamismo del montaggio, l’accuratezza di una scenografia fuori dal tempo, i colori pastello della fotografia felicemente ai limiti del camp.

Ma la carta che vale lo stupore è soprattutto la bizzarria divertita dell’intrattenimento in senso ampio, laddove il merito maggiore dell’ultima creazione di Rian Johnson è quello di creare un orizzonte d’attesa al puro scopo di disattenderlo appena dopo, di tradire le aspettative in virtù della sospensione dell’incredulità, di sfidare lo spettatore ad un tavolo da gioco apparentemente conosciuto, accogliente, ordinario eppure alieno, inedito, straniante. È una frizione calibrata al limite dello scherzo meta-cinematografico, ma (nonostante o forse proprio per questa ragione) assolutamente funzionale a scoperchiare l’essenza sociale del progetto.

D’altra parte,ogni film americano è un film politico mascherato da altro: solo quest’anno ce lo hanno ricordato Us, Joker, Ready or Not-Finché morte non vi separi, enon fa eccezione alla regola neanche questo banchetto di compleanno con delitto: si presenta come un classico giallo da camera alla Agatha Christie; si evolve in una surreale parodia del genere sotto cui fingeva di catalogarsi; si traduce in una commedia nera di dissapori parentali alla Monicelli; matura in beffa di costume alla Germi. Ma è nella costante diatriba partitica tra le democratiche “zecche comuniste” e i liberali “troll neonazisti” (questi i termini con cui si accusano reciprocamente i membri della famiglia Thrombey) che l’apparente sottotesto si esplicita come nocciolo fondante dell’intera operazione filmica.

“Knives Out” brilla per tutta la sua durata, ma ancor più quando sguinzaglia i suoi personaggi nell’arena verbale dell’ipocrisia e lascia che le lingue d’aceto diventino i veri coltelli, tra l’altro in un film in cui i coltelli si riveleranno simboli fondamentali nella grammatica delle finzioni. Perché la satira perfetta è quell’arte che non assolve nessuno, che sogna l’utopia di una meccanica apartitica, che spera ancora in una civiltà in cui l’Uruguay (che vale per Messico, come per America Meridionale) possa guardare dall’alto le macerie di un’America fallita: e davanti a quella tazza di tè fumante che recita “My Coffee, My House, My Life” si tira un sospiro di sollievo che rassomiglia un senso di giustizia finalmente restaurata.

Sui titoli di coda si ricordano le parole dell’investigatore Daniel Craig: “Questo caso è come una ciambella: ha un buco dritto al centro”. E la stessa definizione si potrebbe attribuire anche a questo ritratto dell’anima nera degli Americani brava gente: gustoso, fragrante, irresistibile come una ciambella perfetta.

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