Il punto di partenza è la sorpresa, sostiene in una prosa poetica Jean-Christophe Bailly, nella convinzione che gli animali condividano con gli esseri umani la possibilità dello sguardo e al contempo una sotterranea inquietudine che ne rappresenta la ragione primaria.

Nella vasta produzione del filosofo, saggista, poeta e drammaturgo Bailly, L’intimità perduta. Visita agli animali (trad. Matteo Martelli) rappresenta un compendio fondamentale del suo pensiero, esito di una sinergia felice con la casa editrice Exorma. In un’opera composita che riunisce la curiosità etologica, lo scandaglio filosofico del vivente, l’estetica ambientale, la cura poetica per la parola esatta, l’attenzione analitica per il paesaggio, l’autore indaga l’identità strutturale delle forme con cui si dispiegano il mondo minerale, vegetale e animale. La peculiare fusione di registri – prosa intimistica, lirica narrativa, saggio filosofico – esplora le equivalenze delle forme in un universo ‘integralmente intessuto in divenire’, ispirato dalle visioni di D’Arcy Thompson.

Il titolo è un omaggio a Georges Bataille che in Teoria della religione concepisce l’animalità come immanenza (perché in relazione totale con il mondo che abita) e l’umano come presenza che frattura quel flusso vitale.

Strutturato in quattro atti, il testo trova nelle litografie di Gilles Aillaud il contrappunto iconografico alle divagazioni colte originate dall’esperienza vissuta in Kenya con il pittore sul finire degli anni Ottanta nell’ambito del progetto dell’Enciclopedia di tutti gli animali, compresi i minerali per l’editore Franck Bordas. Mentre con rigore il pittore e l’editore trasferivano gli appunti grafici su pietre litografiche arrivate dalla Francia, lo scrittore batteva sulla sua Lettera 22 i poemetti in prosa che sarebbero poi confluiti nella silloge L’Oiseau Nyiro.

Tutti gli animali descritti in questo libro sono reali. Ma tutti, dall’orice all’oritteropo, passando per il dik-dik e l’elefante o l’irace e il facocero, tutti, senza eccezione, sono favolosi e possiedono, quando li si osserva, il prestigio di ciò che non si è mai visto prima, così come di quanto non si vedrà forse mai più. Classificati ma ribelli alla vertigine della tassonomia, vivi ma minacciati, ognuno di loro possiede qualcosa di quell’uccello inesistente o scomparso che, come un migratore che sorvola la Rift Valley e le montagne, i deserti e le pianure, si posa sugli incavi delle grandi acacie per cantare un canto antico e frugale di cui non capiamo le parole.

Alla base dello studio dell’Intimità perduta gli esiti del cambiamento in mondi solo all’apparenza inerti come quello minerale: l’autore propugna l’abbandono di una visione antropocentrica per favorire lo scardinamento della presunta superiorità dell’umano e il riconoscimento di modalità alternative di abitare lo spazio e il tempo.

Aspetti declinati da Bailly in un’opera concepita nella coesistenza di liriche e saggi redatti per convegni di rilevanza europea, come il contributo scritto per Ecocritica del 2015, l’intervento per La manufacture des Idées del 2019 e il testo per la mostra De la nature a Grenoble nel 2022. Il suo orientamento trova affinità, tra gli altri, con Baptiste Morizot, che nel saggio Sulla pista animale invita a “indagare l’arte di abitare degli altri esseri viventi, la società dei vegetali, la microfauna cosmopolita che crea la vita dei suoli, le relazioni che hanno tra loro e con noi: i loro conflitti e le alleanze con gli usi umani dei territori. Focalizzare l’attenzione non sugli esseri, ma sulle relazioni”.

I rapporti, gli incontri, le sovrapposizioni tra forme di vita diverse sono centrali nella visione di Bailly, in linea con gli sviluppi della filosofia dei linguaggi animali orientata, come dimostrano gli studi di Eva Mejer, sulle evidenze che collegano le differenti forme di comunicazione a prospettive diverse sul mondo.

L’urgenza di adottare uno sguardo nuovo sul pensiero animale asseconda una tendenza già riconoscibile negli ambiti dell’etica e, più di recente, della filosofia politica. In linea con tale approccio, nella sua vasta produzione Bailly sonda da decenni il rapporto tra il paesaggio urbano, la dimensione selvatica e l’arte con un elogio della contaminazione di ambiti e generi. Tra i testi di riferimento Il partito preso degli animali, ispirato nel titolo e nella struttura a Il partito preso delle cose di Francis Ponge con cui il filosofo condivide la necessità di decolonizzare lo sguardo sulla natura a partire dall’ascolto e dall’osservazione del lato selvaggio.

L’orientamento zoofilosofico post-umanista di Bailly si fonda su una peculiare sensibilità estetica, funzionale a cercare nelle arti nuovi mezzi per rintracciare una forma di poesia nell’incontro con il non-umano e provare a ricomporre la frattura originaria di un’umanità tesa verso l’isolamento dal selvatico. La critica all’antropocentrismo investe in modo inevitabile anche la dimensione linguistica come evidenziato in particolare da Jacques Derrida che nel saggio L’animale che dunque sono fornisce strumenti nuovi per riconoscere la violenza di termini usati per definire il concetto di limite e invoca la restituzione di una pluralità al vivente.

Bailly sceglie di addentrarsi in tali territori lambendo il fantastico. Ricorre ai miti legati a esseri leggendari, alle intuizioni di Plinio sull’insostenibilità ambientale, alla sensualità ferina in Balzac, alle suggestioni botaniche in Novalis, alle presenze animali enigmatiche in Kafka, alle auliche dissertazioni bestiali di Borges, per nutrire di nuove visioni altamente letterarie il discorso sul vivente. Il ruolo assegnato allo stupore e al valore delle apparizioni è evidente nel deciso cambio di passo che ingloba chi legge nel racconto della natura spettacolare delle metamorfosi. Una sezione del testo, murmurations, è dedicata alla meraviglia provata nel riconoscere un cambiamento inesausto come accade di fronte alle pittoresche danze aeree negli storni.

C’è una forma, ma tale forma evolve senza sosta, e in maniera così improvvisa che non si ha il tempo di cogliere gli ‘stati di forma’ attraverso cui passa. La forma s’infinisce sotto i nostri occhi a tutta velocità formando improbabili vortici e inversioni vertiginose. È una sorta di inno al volo, e se il volo è davvero una forma di vita (una forma che noi, umani, non abbiamo) allora quel che producono le murmurations è come un assoluto e un movimento accelerato di quella forma.

L’opera è un poderoso manifesto filosofico ecologista che invita a riflettere sui limiti del vivente interrogandosi sul concetto di forma di vita come ciò che si estende ‘tra un impulso formativo e le forme già prese’.

Come ha ben sottolineato Fabrizio Scrivano nella postfazione, “forse il segreto di questa lettura sta nel tempo lento con cui si sfoglia un fotoromanzo o ci si sorprende davanti a un fermo immagine che si anima. In questo senso, l’ecfrasi di Bailly non è propriamente un’immagine ma un dialogo con il visibile”.

Con L’intimità perduta Bailly consegna una meditazione sulle potenzialità insite nel superamento dell’egemonia umana sul vivente per scardinare posizioni autodesignate, decolonizzare lo sguardo, immaginare una nuova alleanza tra le specie e fantasticare su uno stravolgimento radicale di pensiero e di sguardo.

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Autore

a.pisu@minima.it

Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all'Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.

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