Da sempre, potremmo dire dall’alba dei tempi, Il rapporto tra uomo e sisma ha assunto un carattere mitopoietico. Il terremoto crea e continua a creare un’infinità di narrazioni, che vanno dal simbolico, al religioso, al fiabesco. Divinità vendicative, mostri dall’umore variabile, o giganti che si rigirano nel sonno diventano la giustificazione folkloristica ai movimenti della terra, una spiegazione necessaria in un tempo privo di alternative scientifiche. Oggi le mitologie legate ai terremoti non sono scomparse, ma a quelle fondative della tradizione si sovrappone l’epica moderna, quella che da un lato racconta l’eroismo di chi ha salvato vite o è riuscito a sopravvivere, e dall’altro celebra chi non ce l’ha fatta.

L’aspetto ricorrente in tutte queste storie sta in una sorta di curioso paradosso: la stessa forza che prima di tutto distrugge, annienta e separa contiene in sé una una contro-energia creatrice capace di unire o addirittura restituire barlumi di vita in mezzo a tanta morte.

Quando tornano le rondini, il libro di Giada Messetti dedicato al terremoto che ha colpito il Friuli nel 1976, edito da Mondadori per Strade Blu, sembra partire proprio da quest’idea, anzi si può dire che quella contro-energia costituisca il motore di tutto il racconto. L’autrice si definisce fin dall’inizio “figlia del terremoto”, un appellativo che nel suo caso più che generazionale è circostanziale: sua madre e suo padre si sono conosciuti proprio a causa (o grazie) al terribile sisma, lei abitante di Gemona del Friuli, uno dei centri più colpiti, lui studente a Bologna giunto lì come volontario. Da quelle macerie è dunque nato un amore, è nata una vita.

Non avendo vissuto il terremoto in prima persona, Messetti utilizza il doppio binario del resoconto di taglio saggistico/giornalistico – con notizie, fatti, numeri – e del memoir più genuinamente umano – con le testimonianze personali di chi c’era – quasi a voler sottolineare la differenza tra chi il sisma l’ha vissuto e chi, come l’autrice, lo può solo ricostruire.

“Ricostruire” è un verbo chiave quando si parla di terremoto, sia in riferimento “materiale” a edifici, piazze o interi paesi, sia per quanto riguarda il recupero della memoria: a distanza di 50 anni, Messetti si rende conto di come lo stesso evento che all’epoca fu al centro della cronaca e della solidarietà nazionale, oggi sia stato pressoché dimenticato da un buon pezzo d’Italia, traumatizzato forse da altre sciagure, ma anche naturalmente predisposto alla rimozione di quei traumi ormai a distanza di sicurezza. Ricordare il terremoto del Friuli ha invece una sua importanza anche storica, ad esempio per le modalità di intervento, innovative sia da un punto di vista burocratico che di partecipazione attiva della popolazione, tanto da creare un vero e proprio “modello” per le emergenze future e dare un nuovo assetto organizzativo alla Protezione Civile. Messetti è puntuale, scandaglia gli eventi con la passione di chi è alla ricerca delle proprie radici, per cui il suo racconto del sisma diventa un lavoro quasi genealogico, esaustivo ma mai freddo proprio in virtù del palpabile coinvolgimento personale.

I capitoli più forti restano, inevitabilmente, quelli in cui il microfono è lasciato ai testimoni diretti che dunque parlano in prima persona. È lì che il lettore può immergersi davvero nella tragedia, lasciarsi prendere dalla meraviglia, dallo spavento, dalla commozione, come quando ci ritroviamo sotto le macerie insieme a Sandro, o sul treno con Ivo, quando sentiamo nel naso l’odore della polvere, o avvertiamo nelle ossa l’umidità della pioggia. L’ordine di queste testimonianze non è casuale, Messetti sceglie di cominciare con quella di Mila, sua madre, e di chiudere con Augusto, suo padre, come se tutte le storie fossero un girotondo, un gioco in cui si casca tutti giù per terra, ma si è sempre pronti a rialzarsi.

Del resto l’Orcolàt, il gigante che secondo la tradizione friulana causa i terremoti, non è una figura del tutto negativa, egli toglie ma non dimentica di dare, uccide ma allo stesso tempo dona vita, e questo libro ci ricorda che a essere figli del terremoto siamo in tanti, tantissimi.

La quasi totalità degli italiani infatti, pur appartenendo a diverse generazioni e con diverse provenienze geografiche, conta almeno un grande terremoto nella propria storia. La nostra penisola data la sua conformazione altamente sismica, è stata purtroppo negli anni costellata di tragedie legate alla terra che trema. Belice nel 1968, Irpinia nel 1980, Marche e Umbria nel 1997, Abruzzo 2009, Emilia 2012: in lungo e in largo, in intervalli di tempo che sembrano quasi regolari, eccolo che torna, l’Orcolàt di turno, a cambiare tutte le vite che non si è mangiato, a spaccare la linea del tempo tra il prima e il dopo, a dividere e a unire, a distruggere e ricostruire, a ricordare all’uomo che la memoria non può essere affidata solo alle cose, agli oggetti, o a edifici per quanto monumentali: la storia – citando De Gregori – siamo noi, i nostri ricordi, la nostra voce.

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Autore

a.vertorano@tin.it

Armando Vertorano, classe 1980, è autore televisivo, scrittore e sceneggiatore. Quando non scrive quiz e domande per il piccolo schermo, collabora con riviste culturali online come minima&moralia, Snaporaz e Limina. Ha pubblicato due raccolte: una di racconti (Dindalé) e una di testi teatrali (Materiali di scena), e ha all'attivo due podcast, Cover the top e Se telefonando.

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