(fotografia di Claudio Sforza)
Pierre Lemaitre arriva alla narrativa dopo aver insegnato per anni letteratura e, prima ancora, dopo essere stato un lettore instancabile. Nato a Parigi nel 1951, si impone con il noir, da Alex a L’abito da sposo. La svolta arriva nel 2013, quando Ci rivediamo lassù vince il premio Goncourt.
È in questo percorso che si colloca Le belle promesse, ora in Italia per Mondadori nella traduzione di Elena Cappellini. Il romanzo conclude il ciclo degli “anni gloriosi”, dedicato ai Pelletier, una famiglia di imprenditori originaria di Beirut, i cui figli si disperdono tra la Francia, il Libano e l’Indocina. Dopo Il gran mondo,Il silenzio e la collera e Il sol dell’avvenire, pubblicati in Francia da Calmann-Lévy, quest’ultimo capitolo conduce i personaggi nel 1963, nel pieno delle Trente Glorieuses (1945-1975), la lunga stagione di crescita economica e benessere che segue il secondo dopoguerra.
Tutto comincia con l’esplosione di un palazzo nel cuore di Parigi. Il primogenito Jean Pelletier si getta tra le macerie per salvare un bambino e quel gesto, destinato a trasformarlo in un eroe agli occhi dell’opinione pubblica, segna una svolta nelle vicende della famiglia, mentre la Francia del boom economico lascia affiorare le prime crepe sotto la superficie del benessere.

Le “belle promesse” del titolo sono quelle dei personaggi, ma anche quelle di un’intera epoca: la convinzione che la crescita economica coincida con il progresso umano, che il benessere garantisca la felicità, che il futuro sia inevitabilmente migliore del passato. A Lemaitre interessa però soprattutto il prezzo di quella stagione: le illusioni, i compromessi e le inquietudini che accompagnano ogni promessa di progresso. Non è lontana, per atmosfera, dalla Francia raccontata da Mon oncle (1958) di Jacques Tati, dove la modernità si presenta come una conquista capace di nascondere, dietro il benessere, nuove forme di smarrimento.
Pierre Lemaitre racconta la Francia del secondo dopoguerra attraverso una famiglia, nel solco della grande tradizione del romanzo francese inaugurata da Émile Zola con i Rougon-Macquart. Le belle promesse chiude il ciclo accompagnando i suoi personaggi nel momento in cui le certezze del boom economico cominciano a incrinarsi e le promesse del progresso rivelano un’ambivalenza che continua a interrogare il nostro presente.
Stefano Magi, classe 1996, vive e lavora a Radicofani, in Val d’Orcia. Scrive per Il Fatto Quotidiano, Minima et Moralia e Vanity Fair Italia.
