giulia bocchio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giulia-bocchio/ un blog di approfondimento culturale Mon, 04 Mar 2024 22:44:13 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg giulia bocchio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giulia-bocchio/ 32 32 Reliquiario personale https://minimaetmoralia.it/racconti/reliquiario-personale/ https://minimaetmoralia.it/racconti/reliquiario-personale/#respond Mon, 11 Mar 2024 10:34:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=53485 di Giulia Bocchio C’era una festa molto sudata ai piedi del castello di Caen, era una notte di luglio umida, lo si percepiva dall’erba e dal fatto che eravamo sostanzialmente nudi, sensibili a tutto. Parlavamo lingue ibride, ma nella nostra memoria c’era qualcosa di distorto e medievale, ricordi che appartenevano a un’epoca diversa, lontanissima, ben […]

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di Giulia Bocchio

C’era una festa molto sudata ai piedi del castello di Caen, era una notte di luglio umida, lo si percepiva dall’erba e dal fatto che eravamo sostanzialmente nudi, sensibili a tutto. Parlavamo lingue ibride, ma nella nostra memoria c’era qualcosa di distorto e medievale, ricordi che appartenevano a un’epoca diversa, lontanissima, ben più fredda di questa, quando quelle mura erano abitate da chi indossava qualcosa di lungo, da chi credeva ancora nel potere di un confine, c’erano le tracce di certi veleni sul fondo di un boccale, i resti di un letto a baldacchino, un vecchio drappo macchiato di un sangue ormai simile alla ruggine, sigillato in una teca, forse un sudario.
D’altra parte, la stanza più preziosa era dedicata a un reliquiario, contenente i resti di un merlo che si diceva essere nato color panna, l’unico al mondo, un prodigio che attendeva una rinascita, una nuova venuta. La sua apparizione, uno spartiacque temporale. Si narrava fosse venuto al mondo in una notte in cui piovvero spine e tutti, per celebrarlo, s’erano messi a ballare in maniera così intensa e isterica da esserne poi morti. Queste, almeno, erano state le parole di una guida non spirituale.
Ricordo che brindammo al passato, in nome della cenere, e si trattava di un distillato strano, molto forte, a base di ribes nero e calvados, ricordo la mia lingua striata d’un rosso melassa, serpentesca, e ci ricordo tutti in cerchio sopra un grande specchio ovale, sempre lì, ai piedi del castello. 
I resti delle antiche mura ci dividevano dal mondo, dalla percezione del reale, una cinta che aveva resistito all’impeto dei secoli per proteggere noi, quella notte, per assicurarsi che tutto ciò avvenisse.
Il castello, la torre, potrebbero crollare anche domani, ma non importerebbe più a nessuno, avevo sentito dire da una voce che sembrava appartenere solo all’aria e a nessuna bocca.
Mentre la musica sovrastava le risate, ho cominciato a fissare il nostro il riflesso e le mie orecchie si sono come riempite d’acqua, l’isolamento era simile a un’immersione e l’immersione era lo sprofondamento in una domanda: chi eravamo davvero? Quelli sullo specchio. O quelli imprigionati nel riflesso? Maledetta esistenza corporea.
Io mi somigliavo, ma c’erano tratti che potevano non essere miei. Vene varicose mi avvolgevano le gambe, qualcosa sembrava colarmi giù dall’ombelico. C’eri tu che mi sorridevi, ma non avevi più denti, né sopracciglia. C’erano gli altri, ballavano incessantemente, ma come a rallentatore, erano gli stessi, ne ero sicura, erano i figli e le figlie di quella danza che certe cronache, dal 1518 in poi, non riuscirono mai a spiegare. Provavamo a toccarci ma come in un sogno i movimenti erano pesanti, scoordinati. Mi sono inginocchiata per avvicinarmi al riflesso, con la volontà di tirarlo fuori da lì, come un corpo gemello, ma non poteva succedere niente, non c’era profondità oltre quella superficie, era un’illusione.
Nel momento in cui hai cominciato a leccarmi il collo e poi a scendere, quella sensazione liquida alle orecchie è improvvisamente svanita. Non c’era niente sulle mie gambe, forse non erano vene, quelle che avevo visto. Lo specchio era pieno di impronte di piedi e la musica era quasi la stessa di prima. Ma qualcuno suonava uno strumento che non riuscivo a riconoscere, come ispirato da una Pizia, come qualcuno proveniente dal futuro, o sopravvissuto al buio, una Margaret Mead per un saggio postumo. Poteva essere un ologramma, una performance. Non importava. Era lì, nel suo tempo e nel suo spazio e tanto bastava.
Esserci, semplicemente esserci: non c’era altra formula per fermare la morte della notte. E non solo la sua. Eppure non era un rito quella festa, era la celebrazione di qualcosa, ma non ricordo più cosa. Nessun pensiero riusciva a essere più profondo di quella suggestione. Mi hai preso la mano e abbiamo cominciato a rincorrerci, senza meta, senza traguardo, era solo voglia di fare sesso, di farlo subito, di non smettere mai, in nome di niente, anzi no, in nome di un tuo tocco umano, in nome di ogni liberazione dall’ansia e dal futuro sonno meridiano. Ma qualcosa sembrava pulsare dentro il castello, c’era una luce strana, intermittente e fioca: un elemento nuovo e ci siamo distratti.
Andiamo a vedere? mi hai chiesto. Andiamoci, mi sono detta.
Tutto era piuttosto buio, pochi passi e davanti a noi uno scenario molto diverso da quel groviglio di chilometrici intestini che formavano la festa che avevamo momentaneamente abbandonato; a ingoiarci fu la pietra che rivestiva grandi saloni senza mobilio. Poi il silenzio e di nuovo quella sensazione di immersione. Le mura erano gelide, quasi tutte spoglie, la luce proveniva da un immenso camino all’interno del quale nessuno aveva acceso un fuoco, ma solo una candela che piangeva lacrime di cera giallastre. Il fronte aperto del braciere sembrava una bocca spalancata e oltre la fiammella della candela, c’era un altro specchio.
Nel nostro sangue, nel sangue di tutti là fuori, scorreva il grado di qualcosa, che poteva essere l’asterisco per l’ipocondriaco, il sollievo per il sifilitico o l’indifferenza del vaccinato. Forse non eravamo lucidi ma la nostre figure erano come distorte, allungate, non a fuoco, di nuovo quelle vene bluastre sulle mie gambe e poi un tuono, che proveniva da fuori ma che lì dentro sembrava una voce quasi oracolare.
Alle nostre spalle apparve un merlo color panna.
 Non mi voltai mai, temevo esistesse solo in quel riflesso opaco, e comunque non avrebbe fatto alcuna differenza, la sua esistenza o la sua scomparsa erano figlie della stessa notte, esisteva perché posso, nella mente, rievocarlo, non esisteva perché non posso più domandarmelo. A nessuno interessa la differenza quando c’è di mezzo una profezia.

Siete già stati qui, ma non potete ancora ricordarlo, perché questa è la memoria di un antico sogno, fu un sibilo. E allora? In una versione di noi stessi molto diversa, più credibile direi, ma non più vera di così, ce ne saremmo andati, ricongiungendoci alla festa per ballare ancora insieme agli altri.
 Non esiste risposta oggi. Perché siete nel tempo che precede la nascita, lì dove non esiste giudizio, l’unico luogo possibile per abbandonare l’ego, un altro sibilo.
Le mie gambe sempre più deboli, il mio corpo come sull’orlo di un precipizio, come una ferita che finisce per dissanguare l’arteria femorale. Tutto era sfinimento incontrollabile, sentivo il cuore rallentare. Ricordo l’assottigliarsi della fiamma, di aver pensato davvero morirà prima di me? Ho provato a toccare la cera di quella candela, era calda e proteiforme tra il pollice e l’indice uniti insieme in una torsione innaturale. Fra le dita scivolava qualcosa, capii di sanguinare davvero. Ricordo il merlo volare via, basso e pesante, fino a sparire nel buio, o nello specchio. Ricordo di aver provato a urlare, a tamponare in qualche modo le ferite, ma mi hai fermata: non c’era nulla sulla mia pelle. Ricordo la nostra risata isterica, come un’allucinazione non prevista. Anche il tuo aspetto era cambiato, o forse no, non era il tuo aspetto, era la tua consistenza, ormai più simile all’ombra, impalpabile come fumo, impossibile toccarti, una concezione di essenza che non poteva appartenere a niente, se non a qualcosa di ormai sepolto e mai dissotterrato. Da quel momento non ricordo più la tua vera forma. Ma nessun prima è perduto, qualcosa è stato conservato.
Ho preso la candela, ancora pulsante, la sua fiammella ondeggiava, resisteva, mi ricordai del reliquiario, lo cercai in un labirinto di saloni e corridoi. Era un stanza piccola, piena di resti umani e ossami, piccole ampolle contenenti sangue, o aborti di Baba Jaga. Avvicinando la fiamma rossastra al vetro delle teche, il mio riflesso questa volta era reale e l’effetto era quello di vederci finalmente un volto vivo e giovane all’interno. Il frammento di un femore, i resti di un teschio bambino e, adagiato su un drappo rossastro, lo scheletro di un grande volatile. C’era un logoro arazzo a tenere compagnia alle cartilagini, le immagini dipinte sull’intreccio della stoffa erano disposte secondo una precisa lettura ascensionale, narravano una storia, come ogni oggetto dimenticato nella polvere. C’era una festa ai piedi del castello, poi una pioggia fitta, gocce come aghi, come spine. Una strana figura suonava uno strumento musicale impossibile per l’epoca. Mani rivolte verso il cielo scuro della notte, un merlo color panna volava sulla torre e osservava. 
Un altro tuono là fuori. Ricordo di essere corsa via, in maniera veloce e convulsa, ma priva di peso.
Pioveva addosso agli altri, che ballavano ancora, instancabilmente, senza musica adesso, in un stato di trance. C’erano decine di corpi accasciati a terra, rigidi in un sorriso freddo. Pioveva addosso a loro come un mosaico di piastrine e dna, erano gocce che sembravano spine, avevano la bocca e la mente aperta. 
Stavamo condividendo qualcosa, sentivo di averli amati tutti.
 Un giorno di pioggia e di festa, come una nascita.
 Un’alba rossastra, più simile a una lacerazione del cielo, sembrava ormai sempre più vicina. Stava ingoiando la notte, avrei voluto fare qualcosa per fermarla: avrei potuto? Non lo so. So solo che era bianco, il mio piumaggio.

 

~

Giulia Bocchio è poetessa, critica e scrittrice. Tra i suoi libri, le sillogi Harmattan poetico e Il vento del vanto, oltre al saggio L’Olimpo nero del sentire (Marsilio 2016). Fa parte della redazione di “Poetarum Silva”.

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Potrei sembrare innocente ma faccio un sacco di screenshot: “Ti seguo” di Sheena Patel https://minimaetmoralia.it/letteratura/potrei-sembrare-innocente-ma-faccio-un-sacco-di-screenshot-ti-seguo-di-sheena-patel/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/potrei-sembrare-innocente-ma-faccio-un-sacco-di-screenshot-ti-seguo-di-sheena-patel/#respond Fri, 11 Nov 2022 17:17:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51473 di Giulia Bocchio “Sono abituata a vivere dentro la vergogna, sono abituata a stare fuori, con il mio respiro che appanna il vetro, mentre imploro di farmi entrare. Sono assolutamente preparata per questa relazione clandestina. È tossica e familiare” D’impatto, quando si cerca di rompere un equilibrio prestabilito l’impressione dovrebbe essere quella, il sangue che […]

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di Giulia Bocchio

“Sono abituata a vivere dentro la vergogna, sono abituata a stare fuori, con il mio respiro che appanna il vetro, mentre imploro di farmi entrare. Sono assolutamente preparata per questa relazione clandestina. È tossica e familiare”

D’impatto, quando si cerca di rompere un equilibrio prestabilito l’impressione dovrebbe essere quella, il sangue che a un certo punto scorre al contrario: non sembra naturale e dunque spaventa. Perché quello circolatorio è un sistema che esige un determinato funzionamento, una sequenza sempre identica, terribilmente identica, che ti permette di vivere e di salvarti.
Fa parte del corpo, non possiamo fare altrimenti, è naturalmente involontario come aspetto. Scorre così, pompa così, micro e macro dinamiche che regolano l’esistenza o l’estinzione.
Ma quando il sistema non è circolatorio, ma sociale, culturale, o linguistico? Qui la storia cambia, il modo in cui un ideale, una moda, un mood, una protesta, una ritualità vengono esplicitati, ripensati, analizzati e decostruiti ecco che quell’inversione di rotta genera un terremoto simbolico, il cui ipocentro stratifica a dismisura le macerie sulle quali poggiano le comode certezze.
Ti seguo – I’m a Fan, di Sheena Patel, nata e cresciuta nel nord-ovest di Londra e parte del collettivo 4 BROWN GIRLS WHO WRITE, fa questo.
Le prime scosse di questo romanzo d’esordio, edito in Italia da Atlantide, cominciano a Londra, con una pioggia di stories che vengono caricate quotidianamente su Instagram: il pollice opponibile comincia a scorrere in maniera ossessiva e meccanica sullo schermo dello smartphone, è l’urgenza di ricaricare costantemente il feed per vedere se il cerchiolino del profilo prediletto si colora di quel rosso-fucsia-giallo tutto sfumato, è l’ingresso senza zerbino all’interno del mondo di qualcuno, Quel Qualcuno.
Per la protagonista, si tratta della donna che si scopa senza troppo rumore lo stesso uomo che si scopa lei con molto amore, un uomo che incarna simbologie dure a morire, un uomo di mezza età, facoltoso, sposato da lungo tempo, di successo (ovviamente in una concezione che fa della competitività fra borghesi il virgulto dell’essere arrivati), altamente istruito, bianco, misogino, insicuro e che a tratti ammette di avere paura delle donne, del loro sesso. Alla voce “relazione tossica” c’è certamente questo soggetto.
Nessuno ha veramente un nome all’interno della vicenda e ha senso perché all’algoritmo importano altri parametri, che non hanno a che fare con l’identità, con la realtà, qualsiasi sia il tuo nome, real o meno, sarà solo quella spunta blu accanto a darti credibilità e seguito, la spunta blu non è più uno strumento, è tutto, se Instagram te la concede significa essere celebri, legittimati, riconosciuti, vuol dire che hai fatto qualcosa della (e nella) tua vita. Chi invece è dall’altra parte, e conosce quasi a memoria i soliti primi dieci/venti followers che visualizzano la triste storia rigorosamente senza #ad o tag di rilievo, è relegato al ruolo di spettatore. La protagonista appartiene a questa categoria social(e).
Ma nella compulsiva ossessione dell’osservazione digitale della vita di un’altra persona, ovvero la donna per la quale prova un’autentica fissazione, lo scontro non è più una stucchevole rivalità amorosa, lo scontro è un solco profondo, una trincea metropolitana che prima di tutto è sociale, economica, digitale, ideologica.
La voce narrante è una prima persona singolare che aggredisce attraverso il suo linguaggio di fuoco strutture sociali e antropologiche nelle quali è letteralmente imprigionata, le disintegra attraverso riflessioni e autoaccuse acute, ma la sua rivoluzione da tastiera si sgretola drammaticamente di fronte al bisogno di essere parte integrante di una cerchia, di una categoria che ha la stessa pelle di un filtro e la credibilità di un feed in palette.
L’uomo con il quale desidera avere una relazione vera, che a un certo punto non le concede nemmeno più il sesso, è un essere spogliato da qualsiasi responsabilità affettiva o morale, eppure, tra le tante relazioni tentacolari che intrattiene praticamente con chiunque gli dia attenzione, prova un certo magnetismo proprio per quella donna dal feed perfetto e la spunta blu. Due dettagli apparentemente superficiali, ma che raccontano le radici di chi nasce – per volere del caso – nel privilegio, di chi ha potuto contare sulle migliori scuole, sulla migliore formazione, sul miglior reddito garantito e te lo farà pesare.
Una donna che ha un’estrazione culturale ed economica opposta a chi narra.
La morbosità curiosa ed erotica che ci spinge a osservare e seguire la versione digitale della vita di qualcuno che va (o è stato) a letto con chi ci interessa è resa accessibile dalla facilità con la quale fotografiamo quello che mangiamo o documentiamo quello che di irrilevante ci succede; si innesca così un circuito in cui prevale un malsano e continuo confronto bidimensionale, troppo binario per comprendere chi c’è davvero dietro un filtro che cancella le rughe.
L’uomo in qualche modo si è mescolato ai fluidi di questa donna, che ha un’immagine perfetta su Instagram, a lei il sesso lo concede, anzi le viene addirittura dentro, e così tocca scavare, bisogna saperne di più. Scavare, allora, andando alla ricerca spasmodica di dettagli, di foto, di ristoranti nei quali si è registrata, di abiti che ha taggato, di oggetti che colleziona, di mostre che consiglia, di cibi bio che consuma, di libri che legge e scrive. Non importa ciò che dice, non importa se ciò che posta è una filantropia fasulla e piena di cliché, fatta comodamente dal divano di casa (divano il cui costo equivale al reddito annuo della maggior parte dei coetanei la cui estrazione o origine è un po’ meno patinata), vale tutto per i fan.
Scavare incessantemente, trasformarsi in una detective selvaggia-digitale, però, crea voragini e lo stomaco ne sa qualcosa.
Sembrano non avere in comune niente queste due figure femminili, se non quest’uomo.
Perché, allora, cadere in questa relazione tossica, perché concedere tutto questo spazio emotivo ed esistenziale a un amante che ha completamente assorbito retoriche obsolete e tipicamente patriarcali? Entrambe hanno idealizzato l’uomo che le ha sessualizzate, relegandole non solo ai margini delle sue impegnatissime giornate ma anche ai confini delle convenzioni sociali di facciata alle quali lui aderisce con una nonchalance da fotoromanzo. Ma fra le crepe della sua casa perfetta si insinuano loro, le donne che illude. Tutte, in maniera diversa ma affine, chiedono amore, riconoscimento, attenzione, consapevoli di pagarne in prima persona lo scotto, il dazio della differenza di genere: lui è l’impunito, l’infedele per eccellenza nel privato, ma sul web ha molti followers, e dunque avrà sempre l’appoggio che cerca. Piace alla gente che piace. Ed è nelle differenze che la mascolinità tossica di lui si insinua e si mimetizza: con la scusa di risucchiare da ognuna un tratto di unicità incommensurabile, le uniforma, le appiattisce, sentendosi amato si crede automaticamente incentivato ad attuare tutti quegli schemi che metteranno la donna di fronte al giudizio, al solito amaro e discriminatorio refrain: “Sapevi com’era, sapevi che era sposato. Sei tu che ti messa in questa situazione, colpa tua. Non puoi cambiarlo”.
L’alleanza fra Instagram e la voce di Sheena Patel è spietata e corrosiva. Perché sebbene chi scrive scardini senza retoriche le controversie della logica occidentale, mettendo nello stesso tempo a nudo ogni centimetro di pelle del desiderio femminile, il risultato è uno scenario ancora precario, imbellettato a festa, la cui tovaglia bianca dell’apparenza a un certo punto viene macchiata da quel vino a basso costo che tutti e tutte fingiamo di non aver mai assaggiato. La voce che emerge, pagina dopo pagina, è una personalità che lotta, che tenta di mettere insieme i pezzi di tutte le contraddizioni che ci caratterizzano come esseri in costante mutamento, nel tentativo di rompere le catene millenarie dell’oppressione patriarcale, di andare oltre un costrutto morale assemblato dagli uomini, rivendicando corpo, desiderio e vulnerabilità. Autenticità. In questo romanzo, smartphone ed emozioni formano una colata lavica perfetta per mettere in evidenza il divario di genere che ancora caratterizza le relazioni perché «mi rendo conto che sto sopra un orologio e il tempo scorre diversamente per me. Sono una femmina».

~

Giulia Bocchio è poetessa, critica e scrittrice. Tra i suoi libri, le sillogi Harmattan poetico e Il vento del vanto, oltre al saggio L’Olimpo nero del sentire. L’esaltazione estetica del brutto (Marsilio 2016).

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Storia di una Parigi che non esiste più: Aniante–Asaf https://minimaetmoralia.it/arte/storia-di-una-parigi-che-non-esiste-piu-aniante-asaf/ https://minimaetmoralia.it/arte/storia-di-una-parigi-che-non-esiste-piu-aniante-asaf/#comments Tue, 14 Jun 2022 16:08:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50615 di Giulia Bocchio Siamo a Parigi, è il 1936 circa, è un’estate afosa, c’è nell’aria un’inquietudine storica che non promette nulla di buono, ma non è ancora il peggio. C’è un giovane uomo che vaga per Montmartre, ha alcune tele sottobraccio, sono pesanti rispetto alla sua gracile corporatura. Sembra indaffarato, agitato, confuso. Le scarpe che […]

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di Giulia Bocchio

Siamo a Parigi, è il 1936 circa, è un’estate afosa, c’è nell’aria un’inquietudine storica che non promette nulla di buono, ma non è ancora il peggio. C’è un giovane uomo che vaga per Montmartre, ha alcune tele sottobraccio, sono pesanti rispetto alla sua gracile corporatura. Sembra indaffarato, agitato, confuso. Le scarpe che indossa hanno trasceso il significato di logoro, anche la camicia, buchi e maniche arrotolate, stride rispetto a ciò che sta trasportando: ha con sé quadri di De Pisis, perfino un De Chirico; li conosce tutti gli artisti che orbitano nel quartiere più creativo e difficile della capitale. Li conosce, perché quell’uomo ha fondato una galleria d’arte molto frequentata a Montparnasse: la Jeune Europe. Ma è già fallita, ha chiuso i battenti assai presto, perché ha scritto Mussolini, una pungente biografia satirica sul Duce, rendendolo dunque un inviso, e tutti gli editori della Ville Lumière adesso non ne vogliono sapere di pubblicare i suoi scritti.
Quell’uomo, che sta raccogliendo quadri che oggi animano le aste e i musei di tutto il mondo, è un geniale scrittore: Antonio Aniante. Il suo nome probabilmente non dirà niente a nessuno.
È uno squattrinato italiano che ha scritto pièce teatrali d’avanguardia, Filippo Tommaso Marinetti lo celebra perché vede in lui qualcuno che il futurismo ce l’ha non solo nel sangue ma nell’inchiostro della penna, Anton Giulio Bragaglia, che ha letto alcuni suoi testi, lo considera una mente più che brillante.
Lo è certamente, ma è perseguitato da debiti, tormenti e insuccessi.
Come sempre, per sopravvivere, si è inventato uno stratagemma che ha tutta l’aria di una truffa: ha bisogno di soldi, la donna che ama, una raffinatissima pittrice, sta morendo.
Anche la disperazione richiede creatività.
Ma facciamo un passo indietro. Antonio Aniante, pseudonimo di Antonio Rapisarda, nasce nel 1900, come chiamato ad inaugurare un secolo, ma ha lasciato la rovente e languida Sicilia per cercare fortuna e ispirazione altrove: gli piace la poesia, si laurea in filosofia a Firenze, copiando qua e là pezzi di tesi dal suo maestro, un intellettuale illustre, Piero Martinetti; a vent’anni poi si trasferisce a Parigi, vive nelle soffitte umide di Montmartre e Montparnasse, comincia a conoscere il mondo, le avanguardie, le donne, ma anche la fame, il freddo e la salute di certo non è dalla sua, da bambino ha contratto la poliomielite, che gli ha lasciato non pochi strascichi. Deve stare attento a ogni passo.
Parigi lo ubriaca e gli infonde la verve giusta per una pièce teatrale in stile futurista che, ne è certo, gli porterà finalmente la gloria in patria. Si tratta di ‘Quinziano’ e torna apposta a Catania per mettere in scena lo spettacolo più intenso di tutti. Non sa ancora che sarà un disastro, i santi non si toccano nel suo paese e soprattutto non si erotizzano, non puoi leccare le ferite ai seni di una martire e guai a strizzar l’occhio al fascino dei cattivi. Finirà con un vero e proprio linciaggio la sua pièce. A Roma, comunque, il suo nome circola. ‘È originale questo Aniante, ma è caotico, il suo realismo magico non lo capisce nessuno… Meglio non investire su di lui, è da lasciar perdere…”.
E così, più indebitato di prima, Aniante ritorna a Parigi, continua a scrivere – romanzi tragici e commedie teatrali – ma senza un vero riscontro. Da qui l’idea di fondare la Jeune Europe, per tentare di vivere se non di arte, almeno nell’arte, si tratta di una galleria per artisti esordienti infatti, per gli amici che incontra nei caffè. Per i primi tempi è un successo, ha talento in questo campo, le cose vanno bene, è uno dei primi a intuire la grandezza di Giorgio De Chirico, a cogliere l’originalità di Leonor Fini, è inoltre amico di Picasso, di Pirandello (conterraneo che gli presta non poco denaro), di Filippo de Pisis. I suoi vernissage sono sempre un po’ improvvisati, ma lì c’è il vero cuore pulsante di Parigi. Lì ci sono i classici, quando nessuno li avrebbe mai giudicati tali.
A fare davvero la differenza, però, è la donna che insieme a lui dirige la galleria: Hale Asaf.
È giovane, affascinante, con una sensibilità fuori dal comune e alle spalle un passato travagliato.
È la donna che ama. In lei ha visto il fulgore del talento e la necessità di donarle uno spazio per esprimersi, senza limiti, né dogmi, per tracciare una nuova pagina di storia dell’arte.
Lui ci aveva visto bene, ma gli orizzonti spesso non rivelano cieli sempre cristallini. Ed è qui che il futuro precipita. Hale, era nata nel 1905, a Istanbul e aveva viaggiato molto, da Parigi a Roma, parlava cinque lingue e aveva studiato nelle migliori scuole grazie alla sua alta estrazione sociale, suo padre, da sempre legato al sultano, era stato anche Presidente della Corte di Cassazione di Istanbul. Con la disgregazione dell’impero turco, tuttavia, la famiglia cadde presto in disgrazia e Hale perse praticamente tutto. Tranne l’energia creativa: i suoi dipinti, i suoi paesaggi e i suoi autoritratti, riconducibili al cubismo, raccontavano di lei una tensione nuova, un capitolo inedito per l’arte figurativa del suo paese, prima pittrice ad aver ottenuto riconoscimenti in tutta Europa.
Già nel 1929, a Bursa, fu l’unica donna artista ad avere un ruolo attivo nella fondazione del “Müstakil Ressamlar ve Heykeltraşlar Birliği” – un’associazione indipendente di pittori e scultori. Eppure la sua indipendenza e la sua intraprendenza non vennero premiate da una realtà patriarcale e ancora troppo chiusa nei confronti delle donne, e così, nel 1931 tornò a Parigi, depressa e fortemente debilitata, tanto da dover subire una difficile operazione chirurgica.
È da convalescente che incontra Antonio Aniante, all’epoca lo scrittore viveva proprio in una vecchia casa di legno, in una zona verde che oggi non esiste più, di fronte all’Ospedale Paris Saint-Joseph, in via Vanves. La incontra lì, tra una fasciatura e l’altra e vede i suoi dipinti, si accorge che Hale ha bisogno di un’opportunità, di una rivalsa: ed ecco la Jeune Europe, che dirigeranno insieme. Sembra una premessa perfetta ma i due si trovano ben presto a condividere arte e disperazione, abbandonato l’alloggio in via Vanves, si trasferiscono in un appartamento dotato di una sola piccola finestra, a Montparnasse, ma non ci sono più i soldi nemmeno per i pennelli, gli editori rifiutano le bozze di lui che intanto ha scritto un romanzo dedicato a Marco Polo, in stile futurista, e la creatività di lei è minata da continui problemi di salute e ricadute. Litigano, si disperano, si rinfacciano ogni amplesso carnale. Ogni tradimento. Ogni cura.
Intanto, a Montmartre, sono tanti gli amici che apprezzano Hale e il suo lavoro alla galleria, tanto che sono loro ad anticipare i franchi necessari per colori e tele. Hanno un debito anche nei confronti di Aniante, che è stato il primo a credere in loro, a esporli. Fra questi figurano Picasso, Saporetti, Mario Tozzi, Moses Levy… li ha scoperti lui, mentre Aniante stesso falliva.
Ma l’abbiamo detto, mentre la verve dello scrittore siciliano toccava nervi scoperti in termini politici, anche la Jeune Europe fallì con lui.
Hale Asaf, la più promettente pittrice della sua generazione, si ritrova a sua volta con nulla in tasca.
Ed ecco amplificarsi i rancori. E il dolore. Lei lo detesta, è a causa sua se tutto va sempre a puttane, lui che non riesce a sfondare come scrittore, lui che si è giocato anche la galleria d’arte.
Ma alle furibonde liti si accompagna sempre la pace, e per un breve periodo anche le loro economie sembrarono migliorare, eppure il sogno dura poco: il terrore vero giunge una notte come tante, quando Hale ha un preoccupante sbocco di sangue.
Lei lo rassicura immediatamente, le è già successo durante un lungo e faticoso viaggio in nave mentre era di ritorno dall’Albania. Aniante ormai è mosso da una sola convinzione, Hale è malata di tubercolosi, serve un’aria più salubre, occorre lasciare Parigi per l’Engadina. E subito.
Ma come trovare il denaro per il soggiorno? Loro, che si erano ridotti a mangiare solo arance e poco pane raffermo?
Ed eccoci dunque in quell’estate afosa del ’36, insieme a quell’uomo indaffarato, disperato, con tutti quei quadri sottobraccio pronto a mettere in scena un numero degno di una delle sue pièce teatrali tanto amate da Marinetti: nello stesso periodo un industriale italiano di sua conoscenza gli aveva chiesto, in nome della sua esperienza di critico e di gallerista, di raggruppare per lui tele di artisti noti a Parigi, per comprargliele in blocco, con o senza cornice. Aniante, che aveva urgentemente bisogno di denaro, accettò, era una bella coincidenza, ma ovviamente, caduto in disgrazia com’era non aveva più con sé tele abbastanza rinomate per il suo acquirente e la Jeune Europe era ormai spoglia. Si inventò una mostra da organizzare a Milano e invitò tutti i suo amici artisti a donargli una tela per il vernissage italiano, questi, sulla fiducia, acconsentirono. Sembrava fatta, ma all’acquirente venne in mente di non rivendere quei quadri bensì di esporli a Parigi. Aniante cadde nel panico, tutti avrebbero scoperto il complicato espediente e mosso da un orgoglio in frantumi si premurò di stampare degli opuscoli elogiativi per ogni artista che gli aveva gratuitamente donato un’opera. Indebitandosi ulteriormente. Nessuno di questi pittori inveì contro di lui, poiché tutti conoscevano la situazione drammatica della sua compagna e la profonda miseria nella quale i due tentavano di sopravvivere.
I mesi passano, uno dopo l’altro, ma i soldi per mandare Hale in montagna non arriveranno mai.
Aureola di Luna, così la chiama teneramente lui, è ormai troppo debole per dipingere e il ventre le si è gonfiato in maniera impressionante, scartata l’ipotesi di una gravidanza, i due si recano da un medico celebre a Parigi, il Dottor Lardennois, uno che sperimenta, aperto a una medicina più moderna.
Prescrive una radiografia, che evidenzia subito nell’organismo di lei numerose macchie, nonché focolai di un qualche male; è in questa circostanza che Aniante scopre che la giovane Hale aveva subìto sin da bambina almeno otto operazione chirurgiche per rimuovere dei tumori benigni e che la tubercolosi che lui credeva di curare era un male di origine diversa e ben più grave. Hale Asaf, che conosceva la natura della sua precaria condizione, non aveva mai voluto rivelare la verità ad Aniante, non aveva mai trovato il coraggio di confessargli la sua condanna. Seguì una dolorosa operazione. La pittrice aveva nel frattempo riunito e incartato le proprie opere, insieme alle poche cose che possedeva, lasciando un tenero e commovente biglietto su quei pacchi, Antonio non toccare, come chi si appresta a partire per un lungo viaggio.
Superata la prima operazione il medico comunicò ai due artisti che era necessario e urgente un altro intervento, questa volta all’utero e così Hale Asaf fu nuovamente ricoverata presso l’Ospedale Leannec. Si risveglia, ma la notte stessa si sente male, rigetta il pasto che le era stato servito e la situazione precipita insieme all’inesorabilità del destino di lei.
Sta morendo e lo sa, e saluta con un filo di voce l’uomo che più l’amava, il suo scrittore italiano, e con un ultimo bacio, con la poca coscienza che era riuscita a conservare, gli fa promettere di sopravvivere all’arte, almeno lui.
È il 31 maggio 1938, a soli trentatré anni, Hale Asaf si spegne. Con lei spira anche il soffio vitale di quella nicchia d’arte turca che tanto aveva illuminato il cosmopolita quartiere di Montparnasse in quegli anni Trenta così complessi e fragili.
Non ci sono i soldi nemmeno per il funerale, che pagheranno gli stessi artisti parigini che avevano lavorato con lei e che avevano donato ad Aniante alcuni loro pezzi, utili a saldare un modesto carro, per condurla sino al cimitero di Thiais, dove ancora oggi Hale riposa.
È in nome di lei che lui riprende a scrivere e a viaggiare, seguiranno per lo scrittore siciliano anni intensi, vissuti a Nizza, nel Sud della Francia, vicino all’amico Picasso e a Edith Piaf, spesso ospite presso casa sua. Sono gli anni del riscatto artistico e personale, esce il suo romanzo più celebre La rosa di zolfo, divenuto poi uno spettacolo teatrale con protagonista Domenico Modugno.
Sino alla scomparsa, avvenuta poi nella cittadina di Latte, a Ventimiglia, nel 1983.
Testimone di una Parigi leggendaria, Aniante raccoglierà nelle sue autobiografie Memorie di Francia, Ricordi di un giovane troppo presto invecchiatosi, Nato sul Mongibello e Segreti di Cagliostro tutta la sua travagliata avventura di artista, di scrittore e di critico d’arte.
Pagine uniche le sue, che travalicano ogni cronaca e che offrono uno straordinario spaccato della Ville Lumìere del tempo, delle sue contraddizioni, e uno scorcio di quell’Europa, ormai sull’orlo della catastrofe della Seconda Guerra Mondiale.
C’è ancora lui, oggi dimenticato, dietro i più grandi nomi del Novecento. E c’è ancora Hale a fare scuola nell’ambito dell’arte figurativa turca.

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Giulia Bocchio è poetessa, critica e scrittrice. Tra i suoi libri, le sillogi Harmattan poetico e Il vento del vanto, oltre al saggio L’Olimpo nero del sentire. L’esaltazione estetica del brutto (Marsilio 2016).

 

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Tradurre “Infinite Jest” – Giulia Bocchio intervista Edoardo Nesi https://minimaetmoralia.it/interviste/tradurre-infinite-jest-giulia-bocchio-intervista-edoardo-nesi/ https://minimaetmoralia.it/interviste/tradurre-infinite-jest-giulia-bocchio-intervista-edoardo-nesi/#respond Mon, 21 Mar 2022 15:19:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50173 di Giulia Bocchio   Provate a cercare su Google la prima traduzione italiana di Infinite Jest, di Edoardo Nesi. Sì l’edizione Fandango: vi ritroverete davanti a quello che oggi è a tutti gli effetti un cimelio. L’autore, David Foster Wallace, è un genio iconico, che ha lasciato dietro di sé palle da tennis, aragoste e […]

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di Giulia Bocchio

 

Provate a cercare su Google la prima traduzione italiana di Infinite Jest, di Edoardo Nesi. Sì l’edizione Fandango: vi ritroverete davanti a quello che oggi è a tutti gli effetti un cimelio.
L’autore, David Foster Wallace, è un genio iconico, che ha lasciato dietro di sé palle da tennis, aragoste e un sacco di cose divertenti e commoventi che forse non troveremo più in nessun altro.
Il 21 febbraio scorso, Wallace, avrebbe inoltre compiuto sessant’anni.
Il tempo che stiamo vivendo – questo affollato presente ricco di contraddizioni, fatto di web, nuovi virus e profili social variegatissimi – non saranno né le sue opere né i suoi bizzarri personaggi a raccontarcelo, con quella lingua che è un’autentica autopsia della pancia del mondo; quello che resta di DFW è una preziosa e incommensurabile produzione di libri che forse invecchieranno, ma che manterranno intatta quella sensazione di avere trovato in lui uno strambo ma necessario amico.

 

Giulia Bocchio: Ho qui davanti a me, mentre parliamo, tutti i libri che David Foster Wallace ha scritto e guardandoli, ricordando ogni narrazione e sotto trama che c’è dentro ognuno di loro, è affare complesso capire da dove iniziare, da dove cominciare per raccontare la sua storia. Che è una storia di ossessioni, di personaggi estremamente caratterizzati e strambi, una storia che è tutta nella scrittura e nella lettura. Un diluvio. E quindi racconteremo di come abbiamo cominciato noi, a scoprirlo…

Edoardo Nesi: Tanti anni fa, negli anni Novanta, uscì un numero di Panta dedicato agli americani – Panta era una rivista letteraria molto bella e curata, pubblicata da Bompiani – e fra una pagina e l’altra c’era questo racconto, intitolato Per sempre lassù, tradotto da Edoardo Albinati, di un certo David Foster Wallace, un autore giovane, che non conoscevo. Rimasi folgorato, anche perché al tempo ci raccontavano che la letteratura americana fosse tutta lì, nei libri di Bret Easton Ellis per esempio: questo era qualcosa di molto diverso. Un giorno poi lessi sull'”Espresso” che era uscito un suo romanzo, un testo amato dagli studenti universitari: quel romanzo, che io comprai e lessi tutto, era Infinite Jest. È cominciata da lì la grande storia d’amore con Wallace. Ci sono romanzi nei quali t’accorgi di entrare completamente dentro la storia, perché parlano a te e di te con una qualità straordinaria e con uno stile che richiede sì attenzione, ma che non è mai difficile. Lui va a una velocità doppia rispetto agli esseri umani, ma con le sue soluzioni letterarie ti restituisce tantissimo.
Fa anche molto male leggere Wallace se sei uno scrittore o una scrittrice, perché se pensi di poter fare quello che fa lui sei fregato/a…

G.B. A proposito di scrittori e scrittici, io ho cominciato a leggere DFW nel 2015, frequentavo una scuola di scrittura creativa: letture, stimoli, esercizi, input da ogni parte eppure ricordo quel periodo con un velo di inquietudine: ho smesso di scrivere. Paradossale, in un ambiente che promuoveva l’opposto. E così ho preso in prestito dalla biblioteca della scuola La ragazza dai capelli strani, poi i saggi, Infinite Jest, La scopa del sistema, Oblio e non ho più smesso. È stato davvero un antidoto contro la solitudine, è stato un amico e mi ha fatto ridere e commuovere quasi sempre. I protagonisti dei suoi libri sono estremamente caratterizzati, alcune descrizioni che li riguardano sono sconfinate eppure tutto è chiaro, sono inconfondibili.
La sua grandezza è racchiusa nell’uso virtuoso e a tratti elefantiaco che fa della parola, David Foster Wallace ha una relazione quasi erotica con il linguaggio, ma di un erotismo disperato, stile dipendenza sessuale…

E.N. Sì in parte è così. Prendiamo i suoi personaggi: come dici tu, sono molto caratterizzati. Hai come l’impressione che siano stati molto, molto, pensati prima di essere scritti. Ognuno di loro vive di vita propria, una vita che esula dal libro nel quale si trovano: è come se ci fosse di più. E bisogna conoscerli bene per potersi permettere di raccontarne solo una parte: questo è un grande insegnamento che Wallace concede e che io ho imparato grazie a lui. Ci sono dei momenti all’interno della sua scrittura che si presentano lì dinanzi a te, chiari, anche nei dialoghi molto lunghi che ci sono, che fanno parte del suo stile, sai sempre benissimo chi sta parlando, perché i suoi personaggi sono così, sai chi sono: li riconosci.

G.B. Tu sei stato il primo a tradurre quell’immenso romanzo che è Infinite Jest. Complesso, frammentato, lì confluiscono tanti temi cari a Wallace. Che significato ha avuto per te un così grande lavoro di traduzione e immersione nell’opera?

E.N. La traduzione di Infinite Jest è un lavoro di cui vado molto fiero, perché tradurre è sempre una straordinaria lezione di scrittura, vedi l’opera completamente aperta davanti a te, per questo vale la pena farlo, specialmente per i grandi autori, ed è un impegno che ti aiuta a comprendere la funzionalità del testo: perché un capitolo si colloca in un certo punto – come accade in Infinite Jest, dove questi potrebbero cambiar posto e invece funzionano proprio lì dove sono.
Ebbi all’epoca una corrispondenza con lui, via fax, mediata sempre dalla sua agente, perché avevo bisogno di capire come gestire alcuni termini, alcune citazioni. Non potevo mettere altre note, perché c’era già un apparato di note di oltre cento pagine e quando chiesi come regolarmi lui rispose che gli piaceva l’idea di un lettore che davanti a un termine a lui sconosciuto si fermasse, sospendesse un attimo la lettura, per andarlo direttamente a cercare su un’enciclopedia o vocabolario. Questa era una visione veramente interessante.
La mole era importante, ci è voluto un anno mezzo di lavoro quotidiano, come se fosse un libro mio, era necessario poi stare attenti a ogni passo, come la citazione di prodotti o programmi televisivi americani. Ha richiesto grande energia, anche fisica.
Ma quel libro era il prodotto di una mente superiore e quando una mente superiore si manifesta vale la pena provare a capirla, altrimenti perché leggerla?
Tradurre questo libro mi ha insegnato molto sulla tolleranza, attraverso i personaggi stessi, molto sul desiderio, perché sostanzialmente è un libro sul desiderio, Infinite Jest, ma anche sulle dipendenze e di come queste si rivelano in tutte le loro conseguenze…

G.B. Infinite Jest è un libro unico nel suo genere, credo viva ormai di vita propria; non solo per la sua struttura, ma anche per la sua natura “fisica” di oggetto concreto, maneggiarlo, andare avanti e indietro nel leggere e rileggere certe note: richiede grande attenzione e gesti specifici e non è proprio maneggevole…

E.N. Oltre mille pagine, oggettivamente hanno un peso!
Quel libro non assomiglia a nessun altro, per struttura, varietà d’ispirazione. Ogni scrittore si trova di fronte a un’idea che poi, a un certo punto, vorrebbe raccontare attraverso fatti e passaggi in più, ma farlo porterebbe fuori strada, fuori dal romanzo stesso: e quindi sono parti potenziali che tagli o che sai rallenteranno la narrazione. Lui non fa niente di tutto questo, lo dimostra la storia meravigliosa dei terroristi quebechiani in sedia a rotelle che saltano in aria: una trovata geniale, che apprezzi di più attraverso una nota, episodio che inserito nel testo stesso non avrebbe cambiato di molto il numero delle pagine o la vicenda in sé, eppure lui sa dove inserire ogni cosa, perché il lettore possa meglio goderne. Questo è un altro bellissimo insegnamento che ci ha regalato.
Ancora oggi, ogni tanto, lo riapro e ne rileggo qualche passaggio, un po’ come faccio anche con Proust.

G.B. Nessuno più di lui sapeva a maneggiare la descrizione dei dettagli, nei suoi libri questi diventano artigli nel raccontarti la vita, o le nostre pochezze quotidiane… Un altro aspetto che emerge, quando si parla di Davis Foster Wallace, è la straordinaria metafora fra la vita e il tennis. Sport che l’autore conosceva bene e che secondo me somiglia all’atto della scrittura come nessun altro. Come davanti all’avversario sulla terra battuta, così l’artista sulla pagina: ci sei tu, c’è il tuo ego, la tua mente, la sfida è con te stesso. E c’è quella necessaria solitudine che fa sempre la differenza.

E.N. Interessante questa visione. Io stesso ho giocato a tennis, specialmente in gioventù, è uno sport che conosco e che mi ha aiutato nella traduzione, visto il tema ricorrente. La traduzione presuppone sempre una buona base di conoscenza.
In Wallace il tennis è davvero una metafora dell’esistenza, le paranoie e i disturbi dei ragazzini che lo praticano in Infinite Jest si riflettono nelle loro vite.
E comunque è uno sport che richiede una certa dose di paranoia, per essere giocato bene!

G.B. David Foster Wallace è morto nel 2008, è lì che si conclude la sua parabola tragica. Oblio, a differenza di altri suoi scritti, è una raccolta che non rileggo mai, l’ho lasciata lì, su un ripiano nascosto della libreria, per il forte senso di inquietudine e di ombra che quelle storie trasmettono. Le digressioni dense, il pensiero che diventa un labirinto di parole: a conti fatti, è come se quest’opera avesse in qualche modo anticipato il suo suicidio… E chissà cosa avrebbe detto o scritto dell’egemonia dei social media nella nostra vita, delle derive di internet, di questo nostro essere sempre iperconnessi, chissà cosa si sarebbe inventato a proposito del Metaverso…

E.N. Per quanto riguarda Oblio sì, è oscuro, si percepisce.
In generale lui poi era meraviglioso nei saggi, che è la produzione che io amo di più di Wallace. Basti pensare al saggio su McCain, Considera l’aragosta, Una cosa divertente che non farò mai più.
Se n’è andato nel momento in cui ci sarebbe stato pù bisogno dei suoi libri, perché aveva un modo suo di vedere e raccontare il mondo, con questa grande, immensa, umanità di fondo che più passavano gli anni, più emergeva dai suoi scritti; gli ultimi sono i più sofferti. Una grande mente che forse faceva fatica ad adeguarsi allo scorrere del tempo, ma la sua fu un’esistenza difficile, paralizzato da problemi di più tipi… Ed è incredibile come sia riuscito, nonostante questi aspetti, a regalarci una letteratura e un’opera così unica e importante. Leggerlo è come avere un amico, un fratello più grande che ti fa sentire meno solo e che ti fa anche divertire molto.
Ecco perché vale la pena scoprirlo, raccontarlo, continuare a leggerlo… a dimenticare si fa presto!

 

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